Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
DA TOTI A NOTI IMPRENDITORI, CON ACCUSE CHE VANNO DALLA CORRUZIONE AL VOTO DI SCAMBIO, IN ALCUNI CASI CON L’AGGRAVANTE DELL’AVER AGEVOLATO COSA NOSTRA
È nata grazie alla trasmissione degli atti dalla Procura della Spezia, che stava indagando sull’allora sindaco di Portovenere Matteo Cozzani, la mini “tangentopoli” genovese, che che ha visto la procura distrettuale chiedere e ottenere gli arresti domiciliari per il governatore Giovanni Toti, il suo capo di gabinetto Cozzani, l’imprenditore della Logistica Aldo Spinelli e l’ex presidente dell’autorità portuale e ad (sospeso) di Iren Paolo Signorini che si trova adesso in carcere.
L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Genova, coordinata dal procuratore Nicola Piacente (e condotta dagli aggiunti Francesco Pinto e Vittorio Ranieri Miniati e dai pm Federico Manotti e Luca Monteverde) conta in tutto al momento 30 indagati ed è di fatto composta di due parti.
Da un lato ci sono, secondo l’accusa, i voti cercati nella comunità riesina e tra gli ambienti legati a Cosa Nostra e alla ‘Ndrangheta in cambio di posti di lavoro e favori per ottenere case popolari. Dall’altro i finanziamenti illeciti ottenuti da imprenditori per ottenere lo snellimento o la risoluzione di pratiche: dalla trasformazione da libera a privata della spiaggia di Punta Dell’Olmo per agevolare l’iter di una pratica edilizia di interesse di Aldo Spinelli e Roberto Spinelli alla pratica di rinnovo per trent’anni della concessione del Terminal Rinfuse alla Terminal Rinfuse Genova controllata al 55% dalla Spinelli.), fino all’assegnazione a Spinelli degli spazi portuali ex Carbonile Itar e Carbonile Levante, o l’agevolazione nella pratica del tombamento di calata Concenter.
I 30 indagati dell’inchiesta genovese
Ad essere indagati nell’inchiesta genovese sono lo stesso Matteo Cozzani che a Genova è indagato per corruzione aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Poi c’è Giovanni Toti indagato di corruzione semplice continuata, corruzione aggravata dall’aver agevolato la mafia e falso e anche falso per la vicenda delle discariche savonesi, Aldo Spinelli, indagato per corruzione e suo fratello Roberto Spinelli (corruzione).
C’è l’ex presidente dell’autorità portuale Paolo Emilio Signorini (corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio), gli imprenditori Luigi Amico (corruzione) Francesco Moncada (corruzione) Mauro Vianello (corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio e corruzione), il consigliere regionale Stefano Anzalone, Domenico Cianci, Maurizio e Arturo Testa (voto di scambio aggravato dall’avere agevolato la mafia) e il consigliere comunale di Genova Umberto Lo Grasso (favoreggiamento), Venanzio Maurici (voto di scambio aggravato dall’avere agevolato la mafia), l’attuale commissario dell’authority del porto Paolo Piacenza (omessa denuncia) la funzionaria dell’Adsp Antonella Traverso (omessa denuncia) e ancora Ivana Catarinolo, Giovanni Di Carlo, Francesco Cornicelli, Biagio Zambitto, Giuseppe Soldano, Alessandro Cartosio, Francesco e Filippo Ania, Carmelo Griffo, Giovanni Ferroni, Santo Inturri, Elisabetta Pinna (voto di scambio). Nell’elenco ci sono anche l’editore di Primocanale Maurizio Rossi (finanziamento illecito) e Pietro Colucci (corruzione).
Gli 11 indagati della costola d’indagine rimasta alla Spezia
L’inchiesta sul ‘sistema Cozzani’ nello spezzino con 11 indagati: Matteo Cozzani accusato di corruzione e turbata libertà degli incanti e suo fratello Filippo Cozzani che fa l’imprenditore e gli imprenditori Raffaele e Mirco Paletti.
Ci sono Saverio Cecchi e Alessandro Campagna, rispettivamente presidente (oggi autosospeso) e direttore commerciale del Salone nautico di Genova, Ivan Pitto e Giovanni Olcese, Francesco Fiorino, Massimo Gianello e Filippo Beggi. I filoni d’inchiesta riguardano una serie di affari come installazione di pannelli a led, acquisizione di ristoranti, realizzazione di stabilimenti balneari sull’isola di Palmaria fino all’aumento esponenziale dei contributi regionali al Salone nautico in cambio di una fornitura di acqua in tetrapak per il fratello Filippo.
(da Genova24)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
IL TERMINALISTA AVEVA RIOCEVUTO MINACCE PER LA RELAZIONE
Aldo Spinelli, accusato di essere il grande corruttore del
sistema politico affaristico di Giovanni Toti, temeva di avere i telefoni sotto controllo per una questione sentimentale.
Lo spiega un passaggio delle carte depositate nell’inchiesta che ha portato in carcere il presidente del porto Paolo Emilio Signorini e Spinelli, Toti e il suo capo di gabinetto Matteo Cozzani ai domiciliari. In una conversazione con una donna dell’ottobre 2022 l’imprenditore spiega, scrivono gli inquirenti di «essere convinto di avere i telefoni suo e della donna con cui ha una relazione, sotto intercettazione per via di “quella vicenda che abbiamo” alludendo ad una telefonata minatoria precedentemente ricevuta e riconducibile alla relazione sentimentale fra i due”.
Un’altra volta a Signorini spiega: “C’abbiamo i telefoni sotto controllo, … quindi basta dirsi poco e niente”. Il presidente del porto cercava di capire da cosa derivasse questa certezza
E Spinelli riferito alla donna “non le han detto niente, non le possono dire niente, l’hanno chiamata i carabinieri, perché poi loro fanno indagano e poi la passano al giudice”.
Ma per questa ragione Spinelli in un determinato periodo evitava di parlare al telefono di argomenti d’affari.
E visto che la prudenza non è mai troppa, anche a bordo del Leila 2 lo yacht di Spinelli a bordo del quale si sarebbero decisi molti degli accordi illeciti contestati dalla procura, si prendevano delle “precauzioni”.
Lo stesso Spinelli, il figlio Roberto, e l’allora presidente dell’Autorità portuale Paolo Emilio Signorini lasciavano i telefoni su un tavolo esterno prima di entrare nella barca. Un modo, secondo gli investigatori, per evitare di essere intercettati da eventuali trojan sugli smartphone, inconsapevoli però che lo stesso natante fosse stato imbottito di microspie e una videocamera collocata all’esterno.
E ieri mattina Spinelli è stato protagonista di un siparietto a palazzo di giustizia. Doveva anche lui comparire dalla gip Paola Faggioni ma l’interrogatorio è saltato ed è stato rinviato perché la cancelleria non ha inviato la pec di convocazione agli avvocati Vernazza e Gatto. E Spinelli, che non è abituato a starsene zitto: “Gli avvocati non ci sono, mi hanno lasciato solo” ha detto sorridendo. Ma “saprete tutto lunedì”. Poi ai cronisti ha risposto “Guardi, male non fare paura non avere”.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
NESSUN ATTACCO HACKER O CAMBIO DI LOOK, SI TRATTAVA DI “PROBLEMI DI CONNESSIONE”
Matteo Salvini, quando non incontra di persona i suoi elettori, cerca di raggiungerli attraverso le dirette sui social. Tuttavia ieri qualcosa è andato storto.
Mentre il segretario della Lega, a braccio, disserta dei temi più disparati il suo video sembra bloccato, mentre la voce va avanti.
Lo schermo diventa nero. E dopo qualche secondo appare un altro contenuto.
Sugli schermi dei follower di Salvini appare un tatuatore impegnato a decorare il braccio di una donna, forse in una cascina.
I due soggetti misteriosi vengono mostrati per circa sei minuti, poi la trasmissione è interrotta.
Nel gruppo Whatsapp in cui lo staff di Salvini comunica con i giornalisti, l’accaduto viene spiegato con un semplice «problema di connessione».
(da Open)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
CHIUSA L’INDAGINE A IMPERIA: DELLA TELA DI DE BOULOGNE PORTATA ILLECITAMENTE NEL PRINCIPATO DI MONACO NASCOSTA IN UN FURGONE, IL POLITICO SAPEVA TUTTO
È una fresca mattina di fine febbraio del 2020, un furgone si
arrampica sui ripidi tornanti della strada che da Ventimiglia porta a Montecarlo facendo tutta la costa della montagna, la stessa dove Grace Kelly precipitò per 40 metri. Chi lo guida lo sa perfettamente, l’ha scelta apposta, dovendo gestire “un trasporto top secret”: nel retro del furgone ci sono mobili e scatole ma al centro – coperto da uno strato di gommapiuma, due di pluriball e una velina – c’è un capolavoro del ‘600 che vale 5,5 milioni di euro. E nessuna autorizzazione a esportarlo.
La compagna di Vittorio Sgarbi Sabrina Colle però l’ha detto più volte: speriamo si riesca a venderlo altrimenti “è una rovina”. L’aveva pure scritto all’amico e impresario d’arte Gianni Filippini e – sentito Sgarbi – erano partite vorticose trattative sul prezzo: da 5,5 a 4 milioni, ma anche 1,2, secondo i diversi canali di vendita tentati, tra banche svizzere e facoltosi collezionisti sparsi tra Europa, Africa e Stati Uniti. Ecco le chat che incastrano Sgarbi&c.
Lui, la compagna Colle e l’impresario sono tutti imputati nell’indagine per esportazione illecita del dipinto Concerto con Bevitore attribuito al caravaggesco Valentin de Boulogne sequestrato l’11 giugno 2021 nel Principato di Monaco. L’inchiesta era partita nel 2019 da Siracusa ed era stata trasferita a Imperia nel 2021. Quella giornalistica condotta dal Fatto con Report ha poi fornito contributi decisivi al suo sviluppo, tanto che ora corre spedita verso la richiesta di processo. Entro maggio dovrebbe concludersi anche quella avviata dalla Procura di Macerata per riciclaggio di opere d’arte legata al famoso “Manetti” con la candela, il dipinto che si sospetta rubato al Castello di Buriasco nel 2013, terzo filone dell’inchiesta giornalista.
Il sottosegretario che si è dimesso a causa delle incompatibilità – ma avendo già in tasca la candidatura a Bruxelles – così poco se ne cura da aver scelto come “mandatario elettorale” proprio Sabrina Colle, coimputata in due delle tre indagini a carico, contando quella per evasione fiscale alla Procura di Roma. In Italia il problema sono sempre stati i candidati “impresentabili”, con la coppia Sgarbi-Colle pure i garanti dei candidati lo diventano.
Gli elementi a loro carico raccolti a Imperia, ora a disposizione delle parti, sembrano piuttosto pesanti. La relazione tecnico scientifica dell’Istituto Italiano del Restauro smonta la versione del critico secondo cui il dipinto sequestrato era “solo una replica fatta da un pittore italiano nel 1980”, come ha più volte ripetuto. Una “copia recente” e così brutta da non meritare neppure una sua expertise, che invece esisteva eccome. Le analisi a raggi x, spettrometria fluorescente, radiografia etc del perito hanno permesso però di accertare che quel dipinto è del ‘600. E la sua conclusione è che potrebbe essere davvero l’originale del caravaggesco francese (vedi a fianco). Sgarbi ha poi sostenuto che l’opera incriminata non fosse di sua proprietà, a costo di accollarla a un morto, sostenendo fosse dell’editore d’arte e organizzatore di mostre reggino Augusto Tota, venendo subito smentito dalla figlia di lui (“è una vera infamia, è morto un anno fa e non può difendersi”). Anche questo tassello finisce in pezzi sotto il peso degli elementi raccolti dal Nucleo Tutela Patrimonio di Roma.
Decisiva è la testimonianza resa da Mirella Setzu, gallerista cagliaritana che si era impegnata a garantire la collocazione del dipinto sul mercato internazionale esponendola alla fiera d’arte di Maastricht che si sarebbe svolta a marzo 2020. La sua posizione è stata stralciata, avendo fornito contributi essenziali a ricostruire la vicenda. A contattarla, racconta, era stato l’impresario Gianni Filippini dicendole che Sgarbi poteva presentare alla fiera due o tre opere di sua proprietà per la vendita. Il racconto trova riscontri puntuali nei messaggi che Filippini nel frattempo scambia con la Colle, la compagna di Sgarbi che ora certifica per lui le spese elettorali. “Sabrina, posso aiutarti a fare cassa con due banche estere. Potreste vendere qualche opera della vostra collezione”, dietro “equa commissione”. E ancora: “Ciao Sabrina hai parlato con Vittorio? Devo sapere cosa avete deciso, e poi vi spiegherò le condizioni”. La risposta sarà: “Ho parlato con Vittorio, mi ha detto: proponi il Perugino e il Valentin de Boulogne alla banca”.
Le chat consentono anche di ricostruire il rocambolesco viaggio per portare l’opera all’estero senza permessi. Filippini indica alla Setzu una persona di fiducia per il trasporto, a carico della società intermediaria Switzerlart. Sabrina Colle si fa avanti: “Si Gianni, devo chiamarti perché io ho una società”. Si tratta di quella Hestia Srl con cui fatturava per Sgarbi comparsate e presentazioni a pagamento poi giudicate incompatibili da Agcm. Viene anche predisposto un contratto, ma alla fine non sarà sottoscritto dalla controparte svizzera proprio per la mancanza di documentazione che attesti l’esportazione legale dell’opera.
I due incaricati del trasferimento ricevono precise istruzioni e riferiscono ogni fase della missione. Dai messaggi si evince la consapevolezza di quanto fosse delicato il carico. Prima di partire, il trasportatore monta sul furgone “mobili, scatole e cazzate”. Il 25 febbraio 2020 l’opera, 97 cm per 133, viene prelevata presso la casa del critico per essere portata l’indomani a destinazione, impacchettata secondo le indicazioni di Filippini. A consegnarla è Alessandro Bertazzini (non indagato), il tenutario della collezione Cavallini-Sgarbi. In serata i due fanno sosta a Ventimiglia, presso l’hotel Villa Eva. Il Valentin ha dormito benissimo e sta bene, assicura lei. Spiega che con l’autista si sono accordati di usare la strada che collega La Turbie a Monaco dove “non sono previsti controlli”. Sono stati fermati a Menton ma… “qualche minuto di chiacchiere… e ce la siamo cavata”. “Perfetto”, la risposta di Filippini.
Nel viaggio si ragiona dei pochi soldi pattuiti rispetto al valore della merce e dei relativi rischi. Il 2% di 5,5 milioni fa 110mila euro, il 3% 165mila, è il “pensiero della sera”. Il compenso gira invece attorno a 3mila euro “cash”. La signora Setzu pretende la fattura, ma da Sgarbi&c non è arriva un bel nulla, tanto che la garante lamenta di aver anticipato di tasca propria 300euro di spese. L’opera viene consegnata a Montecarlo la mattina del 26 febbraio con una “simil bolla” di accompagnamento ma senza un certificato dell’Ufficio Esportazioni del Mic: l’ulteriore elemento che prova l’esportazione illecita. Il 24 febbraio 2021 la Setzu riceverà dalla segreteria dell’allora deputato “un expertise a firma di Sgarbi” che confermava l’attribuzione al De Boulogne.
Dopo la consegna, la signora mantiene i contatti con la Colle che le rappresenta la necessità di venderla perché Sgarbi aveva delle “situazioni da definire”. La richiesta di vendita della proprietà era di circa 1.200.000, spiega la donna. Meno dei 5,5 iniziali, ma ben più dei 10mila euro con cui risulta fosse stato acquistato nel 2014, tramite un autista di Sgarbi, a una famiglia bergamasca in difficoltà ignara del tesoro appeso nel salotto. Le cose da “definire” potevano essere debiti da ripianare.
Vero è che in quelle settimane Sgarbi&c sondano tutta una serie di operazioni di cui il Valentin è il pezzo forte, ma non l’unico. I messaggi si rincorrono a metà febbraio 2020. Filippini: “Sabrina, forse ho una persona che potrebbe acquistare il Valentin. È un miliardario sudafricano che si chiama Dick Enthoven. Gli chiedo 2,5 milioni trattabili. Che dici? Chiedilo a Vittorio”. In un messaggio del 4 maggio rilancia: ”Ciao Sabrina hai novità per il Valentin? Con Mirella ti stai sentendo? Invia un contratto per certificare che l’opera è in deposito e la proprietà è tua”. Spiega poi di aver inoltrato la scheda del dipinto a una società d’investimenti a New York per sondarne l’interesse all’acquisto. Viene anche ventilata un’operazione più ardita. Un modo per mettere a frutto opere del valore di 18 milioni di euro da utilizzare come “collaterali per fare cassa” o per costituire un fondo, vendendo in modo parcellizzato le azioni e generando così un “rendimento mensile”. L’operazione salta perché Sgarbi ha paura a spostare le opere. Laconico il commento della Colle: “Speriamo si riesca a vendere il quadro altrimenti è una rovina”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
VOLO, HOTEL DI LUSSO E CARTA DI CREDITO DA 500.000 DOLLARI… I BONIFICI A TOTI
Le migliaia di pagine dell’inchiesta che ha portato ai domiciliari per corruzione Aldo Spinelli e Giovanni Toti restituiscono l’affresco dei rapporti tra il re della logistica portuale e la politica che, almeno nel caso del Governatore, assumono i connotati della spregiudicatezza secondo la Procura di Genova.
L’immagine di Spinelli più efficace la tratteggia un uomo finito in un’intercettazione: «Quali sono le sue armi vincenti? Il sorriso, la battuta, la quinta elementare, però ha anche i cogli…, soprattutto, e il quasi illimitato numero di persone che lui in un qualche modo paga», «con pranzi, orologi, soldi, ma paga. Che è il modo di lavorare che aveva cinquant’anni fa ed è lo stesso che ha anche adesso».
Spinelli ha un legame con Toti consolidato dalla corruzione, dicono i pm del procuratore Nicola Piacente, ma non trascura i rapporti con il Pd. Incontra lo stato maggiore del principale partito di opposizione sul suo yacht Leila 2, ormeggiato alla Marina Fiera, nei momenti caldi della proroga della concessione del terminal Rinfuse, atto di vitale importanza per la sua azienda.
Il 29 ottobre 2021 l’iter va in stallo per tre componenti del comitato dell’Autorità portuale che si mettono di traverso perché sentono puzza di corruzione. Intorno alle 13, le immagini delle telecamere acquisite dalla Finanza immortalano l’arrivo a pranzo del leader del Pd ligure Claudio Burlando, ex sindaco, ex Governatore, ex ministro dei Trasporti, e di Armando Sanna, vice presidente del Consiglio regionale. L’incontro doveva rimanere segreto, ma la notizia viene fuori provocando la «reazione stizzita» di Toti che lo considera un «tradimento». Il suo messaggio il giorno dopo è glaciale: «Ora ho capito perché non ho visto nulla per le elezioni di Savona che abbiamo perso perché tu non ci hai aiutato».
Venti giorni prima, quando aveva bisogno di fondi per le comunali di Savona e gli aveva detto «non ti dimenticare di me», Toti si era sentito rassicurare: «No, appena c’è il Comitato che va in porto (su Rinfuse, ndr) stai tranquillo all’indomani ti chiamo subito». Dovrà aspettare dicembre. Niente soldi ed elezioni al centrosinistra.
Toti non se la tiene e per ritorsione ordina al Presidente dell’Autorità Portuale Paolo Signorini (in carcere) di rallentare la pratica cara a Spinelli e per un po’ non si fa trovare dall’imprenditore, il quale ammonisce così il figlio preoccupato: «Noi non siamo vicini a nessuno. Siamo con tutti». Qualche giorno dopo si risente con Toti. «Son sempre un tuo amico, ricordatelo», gli dice. Emerge quindi un finanziamento al Carroccio che, annotano i pm, «lungi da essere un atto di liberalità, è chiaramente inteso e concepito dall’imprenditore esclusivamente come “leva” per ottenere dei provvedimenti di favore».
Spinelli parteciperà ad un evento alla presenza del ministro leghista Giancarlo Giorgetti al quale chiederà fondi per la città, dice a Signorini, il quale commenta che quello «per Genova non ha mai fatto una mazza». Spinelli risponde: «Gli abbiamo già fatto un bonifico anche a loro eh, alla Lega», «poi gliene facciamo un altro stai tranquillo», perché «finanzio il partito», «ho mandato al partito quindici… a lui e quindici a Toti».
Non è lusinghiero il giudizio del sindaco Marco Bucci sugli operatori che gravitano sul porto che pretenderebbero tutto per loro. «A noi? Non ci danno un c…», dice al telefono mentre conversa con Giovanni Toti. Conclude con una riflessione pesante «paragonando la situazione ai maiali a cui dava da mangiare da piccolo», scrivono gli inquirenti.
Per affrontare l’Autorità che ha difficoltà a piegare nonostante le tangenti, Spinelli pensa di affidarsi alla figura dell’ex procuratore della Repubblica di Genova Francesco Cozzi. Al magistrato dell’inchiesta sul ponte Morandi, che fa l’avvocato dopo essere andato in pensione, propone di fargli da «super consulente per le diatribe con gli uffici», incarico al quale i pm dicono di non aver trovato riscontri. «Abbiamo preso un consulente adesso, il Procuratore capo di Genova», confida a uno dei componenti che si oppongono. Che gli risponde «io ho assunto i due figli dei due Procuratori». Spinelli: «Hai fatto bene». E l’altro: «Veniamo dalla stessa scuola (…) perché in un mondo di cogli… come questo se non ti puoi parare il c… così poi sono c…».
Manca un niente all’approvazione delle Rinfuse, anche se da tempo paga i weekend del prezioso Signorini a Montecarlo (74 mila euro), l’ultraottantenne Spinelli vuole chiudere l’anno stupendolo con sei giorni per 4 persone a Las Vegas. Tutto a suo carico, casinò compreso.
Per essere sicuro di poter pagare negli Usa, chiama la sua banca a Montecarlo per innalzare il tetto della carta di credito fino a 500 mila dollari. «Abbiamo tutti i soldi che vogliamo c’ho tre carte (ma ne elenca 4, ndr), una da 500, una da 300, una da 150, una da 75». Il programma? Volo in prima classe da 4.850 euro a testa, doppio appartamento per lui e signora e suite per Signorini e compagna nello stesso albergo del casinò che, però, sarà gratis se nei 6 giorni di permanenza giocheranno almeno venti ore: «Ma noi le giochiamo in un giorno. A Montecarlo facciamo otto ore al giorno di dadi. Puoi immaginare in America. Quindi l’hotel ce l’abbiamo tutto già gratuito hai capito?».
Il viaggio salterà per un problema familiare di Signorini. Si ripiega, si fa per dire, sul lussuoso Hotel de Paris e sui tavoli da gioco di Montecarlo.
(da Il Corriere della Sera)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
PIERO SILVA, DOCENTE DI PIANIFICAZIONE PORTUALE IN FRANCIA, HA COSTRUITO DIGHE IN 64 PAESI: “SI PUO’ COSTRUIRE IN SICUREZZA SPENDENDO LA META’, MA A QUALCUNO NON INTERESSA”
«Ho letto le parole del presidente Anac Giuseppe Busia sul
progetto della maxi Diga di Genova e soprattutto dopo aver letto dell’inchiesta per corruzione che coinvolge l’ex presidente del porto e il presidente della Regione devo iniziare a pensare che questa operazione insensata sia giustificata solo da motivi non tecnici ma di interessi, quali saranno i giudici a specificarlo».
Piero Silva, ingegnere genovese e docente di pianificazione portuale in Francia con un curriculum di costruttore di porti, dighe e infrastrutture in 64 paesi del mondo sta partendo per la Guinea dove lavora alla realizzazione di un porto fluviale per l’esportazione del ferro con una struttura di transhipment al largo.
All’inizio del 2022 si dimise dal ruolo di direttore tecnico per il Project Management Consulting che gli aveva affidato il Rina. Rinunciando a parecchi soldi.
Professore ricapitoliamo, perché questo progetto da un miliardo e 300 milioni finanziato dal Pnrr non la convince?
E’ un’avventura pericolosissima e costosissima senza senso. Prevede di poggiare la struttura su un fondale fangoso e instabile a 50 metri di profondità. Ma il tipo di consolidamento geotecnico proposto con gli elementi disponibili nel progetto di fattibilità è stato garantito fino a 30-35 metri, oltre non ci sono garanzie. C’è il rischio di un collassamento per scivolamento sui materiali limo-argillosi, disastro questo più volte realizzatosi nella storia delle opere marittime tra cui anche a Sibari in Calabria o davanti a Nizza nel 1979 con strutture molto più piccole».
Ma il cantiere è già partito.
«Mi risulta che le condizioni geotecniche trovate nei sondaggi del progetto esecutivo sono ancora peggiori. Hanno cambiato il metodo del consolidamento. Dalle colonne di ghiaia si passerebbe a spianata di ghiaia in cui le colonne sono prefabbricate. Le colonne devono essere però permeabili e lunghe 60/70 metri ed è una soluzione mai vista».
Ma c’è un’alternativa?
«Certo, l’ho ripetuta più volte anche ufficialmente e paradossalmente in molti la condividono. Si spenderebbe la metà, sarebbe assolutamente sicura e a differenza di questa solo per le portacontainer ne beneficerebbe anche il traffico crocieristico. Prevede l’abbattimento della porzione di antica diga vincolata dalla Soprintendenza e il posizionamento di quella nuova a una profondità garantita di 30 metri di profondità, senza rischi”
L’Anac ha riscontrato anomalie e violazioni sia nella fase dell’appalto con affidamento diretto a Webuild sia nelle varianti automaticamente riconosciute all’impresa e teme fortemente problemi relativi agli aspetti geotecnici. Gli atti sono stati mandati alla procura di Genova e a quella Europea. Signorini, oggi in carcere per corruzione è stato il regista dell’operazione Diga.Che effetto le hanno fatto le notizie della retata?
«Non fare la diga a meno 30 e fare quella che costa il doppio e ha rischi tecnici molto gravi e dura il doppio come tempi di cantiere è giustificato solo da motivi non tecnici. E leggendo i giornali in questi giorni sui fatti del porto mi sembra che esista più di un sospetto che in determinate scelte ad esempio sulle concessioni non abbiano dominato solo gli aspetti tecnici. Inoltre con un contratto come quello stipulato per la Diga il costruttore acquisisce finanziariamente un potere enorme. Insomma, potrà esserci stata qualche ragione di opportunità politica oppure qualcuno meno pulita, io non ho elementi per dirlo e aspetto che si pronuncino i giudici, ma sulla qualità del progetto della diga invece sono certo: è pericoloso in tutti i sensi».
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Maggio 11th, 2024 Riccardo Fucile
LA SEGRETARIA FA VISITA A QUATTRO FAMIGLIE E ATTACCA IL GOVERNO: “DEVE VEDERE LA SOFFERENZA DELLA GENTE”
«La Meloni ha detto: “C’è lavoro”, non so dove l’ha visto. Forse a casa sua, ma non qui in Sicilia», è il racconto di Rosalia, una donna che vive da 40 anni nel quartiere Zen 2 di Palermo. Qui, la segretaria del Pd Elly Schlein, ha incontrato quattro famiglie dell’estrema periferia del capoluogo siciliano.
Senza stipendio e sussidio
La segretaria dem ha raggiunto l’abitazione della signora, portandole in regalo un vassoio di dolci, come si fa in Sicilia quando si va in casa d’altri. Rosalia La Vardera ha 59 anni e non saprebbe come vivere perché non ha né lavoro né sussidio. Non può chiedere nemmeno l’assegno d’inclusione, perché ha solo la quinta elementare. «Sono abbandonata a me stessa, tante persone nel quartiere sono nella mia stessa condizione», racconta.
Vive al primo piano di una palazzina gialla, nel cuore dello Zen 2 dove tutte le abitazioni sono uguali e basta fare un giro per vederne il degrado.
La segretaria del Pd l’ha ascoltata per quasi un’ora, insieme alle altre tre famiglie: «Solo una persona non ammiro, la Meloni. Quello che passiamo noi lo dovrebbe passare lei – confessa Rosalia – Mi dispiace. Ho fatto la richiesta del sussidio, ma senza risultato perché avendo la quinta elementare non mi fanno lavorare. Devo aspettare di compiere 60 anni per avere il minimo: 350 euro».
A casa di Rosalia vivono i suoi tre figli e due nipotini. «È giusto che i ragazzi debbano andare a lavorare ma noi? Noi a 50 anni che dobbiamo fare? Quando c’era il reddito di cittadinanza almeno si stava un po’ meglio».
L’appello delle famiglie dello Zen 2
Nel breve video diffuso sui social, la signora Rosalia fa il conto delle spese mensili: «Uno deve pagare la luce, deve pagare pure l’affitto e l’acqua, la bombola del gas e deve anche mangiare con 350€».
«In queste condizioni è impossibile non solo pensare a un futuro ma anche garantirsi un presente dignitoso –ha scritto poi Schlein, che attacca l’esecutivo –. Questo Governo è ormai chiuso nel palazzo da più di un anno e mezzo, Giorgia Meloni ha perso il contatto con la realtà».
La segretaria si è così fatta portavoce dell’appello delle famiglie: «Il governo deve vedere questa sofferenza, devono vedere cosa vuol dire non sapere cosa portare da mangiare».
“Folle cancellare il reddito di cittadindanza”
«È stata una scelta folle – aggiunge la segretaria dem – quella di cancellare il reddito di cittadinanza, doveva proseguire, potevano miglioralo. Invece lo hanno smantellato, riducendo le risorse e introducendo dei requisiti che sono discriminatori, ci sono persone che non ci rientrano. I ragazzi qui che tipo di futuro possono avere con salari bassi, contratti precari, non si trova lavoro. Dobbiamo fare politiche attive del lavoro? Si’ ma nel frattempo non si può far mancare il supporto necessario contro la povertà».«Noi continuiamo ad ascoltare ogni giorno le persone per costruire un’alternativa – scrive la segretaria- E continuiamo anche a batterci per il salario minimo attraverso la raccolta firme che abbiamo avviato e su cui tutti i livelli del partito sono mobilitati».
(da la Stampa)
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Maggio 11th, 2024 Riccardo Fucile
IL RIMPASTO RICHIEDE IL VOTO DI FIDUCIA DEL PARLAMENTO (MATTARELLA NON TRANSIGE)… PREMIERATO: ALTI RISCHI PER LA LEADERSCHIP DI MELONI CON UN REFERENDUM “SOLA CONTRO TUTTI” (FU LA FINE DI MATTEONZO RENZI….)
Dieci giugno: se Palazzo Chigi volesse riequilibrare i rapporti
di forza nel governo in base al voto, dovrebbe attenersi a un vademecum.
È una sorta di «istruzioni per l’uso» predisposto dal Quirinale, che da tempo ha avvertito la presidente del Consiglio sulle modalità di gestione per eventuali cambi di ministri. Un conto sarebbe la sostituzione di un rappresentante dell’esecutivo. E allora si procederebbe senza intaccare la continuità del gabinetto. Se però questa scelta producesse un effetto domino nella squadra, anche solo per lo spostamento da un dicastero all’altro di alcuni suoi componenti, allora la premier dovrebbe passare dalle Camere per chiedere una nuova fiducia.
Meloni ha tutto chiaro. Il punto è che lei non intende fare il bis. Nella sua testa c’è l’ambizione di «realizzare un record», che non è riuscito nemmeno a Berlusconi. È vero che il Cavaliere durò un’intera legislatura dal 2001 al 2006, ma allora gli alleati gli imposero un rimpasto che interruppe il Berlusconi II e portò al Berlusconi III. Ma sarebbe un errore immaginare che l’intento della premier sia legato al primato di durata.
L’obiettivo che si cela dietro questo tentativo è politico e va oltre il tema (scontato) della stabilità.
Se il risultato delle Europee dovesse confermare i dati dei sondaggi, «Giorgia» vedrebbe rafforzata la sua leadership nel Paese e nel centrodestra in un quadro nazionale sempre più bipolarizzato. Resistere alla tentazione di aumentare la rappresentanza di FdI nel governo le garantirebbe un forte dividendo al cospetto degli alleati. Bloccherebbe per esempio le richieste di riequilibrio di Forza Italia, nel caso in cui riuscisse a sorpassare la Lega. E blindando Matteo Salvini nel suo ruolo di vicepremier, lo farebbe di fatto «prigioniero», tenendo contemporaneamente l’esecutivo al riparo dagli scossoni interni nel Carroccio.
Perciò a Meloni non conviene aprire il vaso di Pandora del rimpasto. Si ficcherebbe in un ginepraio e dovrebbe distogliere la sua attenzione dalla vera insidia che le si parerà davanti. Dal dieci giugno partirà infatti nel Palazzo la «stagione della caccia», e lei sarà la volpe che i leader delle opposizioni — chiamati a organizzarsi — vorranno portare in pellicceria. Non avere problemi nella coalizione, le consentirebbe quindi di gestire il timing fino alle Politiche.
Ecco il vero crocevia su cui dovrà prendere una decisione: il «record» a cui ambisce è traguardato alla fine naturale della legislatura o all’eventuale referendum sulla riforma costituzionale? Finora il progetto del «premierato» è parso più una mossa elettorale.
Servirà del tempo per capire se davvero Meloni vorrà andare fino in fondo, se il testo presentato in Parlamento sarà poi sostituito da un «foglio bianco» su cui scrivere l’intesa con una parte dell’opposizione. Altrimenti il referendum si trasformerebbe in una sfida da «una contro tutti».
Cioè in un azzardo.
La presa sulla pubblica opinione che non ha subìto logoramento, nonostante fosse fisiologico dopo due anni di governo? Così si capisce cosa c’è dietro l’idea di non toccare nulla. «Se potesse, non farebbe il bis. Poi bisognerà vedere la dura realtà delle cose», dice un’autorevole personalità di FdI. Che non smette di fare scongiuri.
(da Corriere della Sera)
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Maggio 11th, 2024 Riccardo Fucile
L’IMPRENDITORE, ACCUSATO DI CORRUZIONE, È PRESIDENTE (ORA SOSPESO) DELLA SOCIETÀ REGIONALE “LIGURIA INTERNATIONAL” E CONSIGLIERE DELL’AEROPORTO DI GENOVA – PITTO AVREBBE AGGIUSTATO CON IL CAPO DI GABINETTO DI TOTI, MATTEO COZZANI, LA PRATICA PER OTTENERE UN PANNELLO PUBBLICITARIO
Anche se la Lega ostenta seraficità, nelle carte dell’inchiesta che sta sconvolgendo la scena politica in Liguria compare anche il nome di un professionista, molto low profile, che il Carroccio però da tempo ha posizionato in ruoli chiave in Liguria.
Gode della fiducia del viceministro per le Infrastrutture Edoardo Rixi, che in Liguria è anche coordinatore regionale del partito di Salvini: si tratta di Ivan Pitto, imprenditore del settore pubblicitario, raggiunto dalla misura cautelare interdittiva del divieto di esercitare professioni, imprese o uffici direttivi. Nei confronti di Pitto, la gip Paola Faggioni ha disposto anche il sequestro di ottomila euro.
Classe 1974, è accusato di corruzione insieme al suo socio Giovanni Olcese, all’ex sindaco di Portovenere e capo di gabinetto di Toti Matteo Cozzani, e al fratello di quest’ultimo Filippo.
Nelle ultime ore Pitto è stato sospeso dal suo incarico di presidente di Liguria International, partecipata della Regione che si occupa di promozione delle aziende liguri in Italia e all’estero, al cui vertice era stato indicato dalla giunta Toti proprio su richiesta di Rixi. Il Cda di Liguria International è stato convocato in fretta e furia non appena è stata pubblicata la nota della Procura della Spezia, con il nome di Pitto tra quelli raggiunti da misure cautelari.
Il consiglio, nel quale tra l’altro siede la nuora di Paolo Berlusconi, l’imprenditrice Matilde Bruzzone, ha preso atto dell’immediata sospensione dell’incarico del presidente, ma non ha indicato un presidente pro tempore.
L’incarico di Ivan Pitto al vertice della società Liguria International risale al 2016, pochi mesi dopo l’insediamento della prima giunta di Giovanni Toti, in cui era assessore allo Sviluppo economico proprio l’attuale viceministro Rixi: «Abbiamo affidato la presidenza a un giovane imprenditore, dinamico e preparato, il nostro augurio di buon lavoro a Pitto», dicevano in un comunicato Toti e Rixi.
Per la Procura, però, il “giovane dinamico” in uno degli episodi contestati avrebbe aggiustato con Cozzani la pratica per installare un ledwall, un pannello pubblicitario elettronico, a Portovenere: «Qua è tutto mio, non c’ho problemi, capito?», diceva Cozzani, intercettato, a Pitto. Che in cambio, sempre per l’accusa, insieme a Olcese avrebbe affidato lavori di carpenteria a Filippo Cozzani, oltre ad offrire «un mese di pubblicità gratis (giugno ‘22) all’acqua in brick della loro ditta OF s.r.l. su ledwall installato a Rapallo».
Liguria International era finita nella polemica politica qualche tempo fa, quando la Regione aveva organizzato, tramite la società, una missione all’Expo di Dubai per promuovere le imprese liguri. Il consigliere regionale Ferruccio Sansa aveva sollevato il caso, stigmatizzandone i costi: «Per un viaggio di tre giorni, la delegazione ligure ha speso 140.370 euro». E poi, aveva evidenziato la presenza anche di Matteo Cozzani: «Che diavolo ci sarà andato a fare a Dubai il capo di gabinetto e sindaco di Portovenere?».
Oltre a guidare Liguria International, Ivan Pitto siede tuttora nel Cda dell’Aeroporto di Genova. Anzi, a ulteriore dimostrazione di quanta fiducia goda nelle schiere della Lega, il partito lo aveva indicato inizialmente come candidato presidente della società che gestisce lo scalo.
(da La Repubblica)
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