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EURISPES: “OLTRE LA META’ DEGLI ITALIANI NON E’ IN GRADO DI MANTENERE FAMIGLIA”

Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile

EMERGE UN DIFFUSO CLIMA DI SFIDUCIA, DUE ITALIA SU TRE NON SONO IN GRADO DI FARE PROGETTI PER IL FUTURO

Il lavoro anche quando c’e’ non consente di fare spese importanti come quella per il mutuo o l’automobile.
È il clima di sfiducia che emerge dal Rapporto Italia 2013 diffuso oggi da Eurispes, in cui si legge che per oltre il 53% di quanti lavorano lo stipendio non basta per mantenere la famiglia.
Nel capitolo del Rapporto dedicato al lavoro alla domanda sulla possibilita’ di fare progetti per il futuro, il 64,1% degli intervistati risponde negativamente (24,5% per niente, 39,6% poco) e solo il 35,8% si mostra piu’ ottimista.
Comunque il timore di dover cercare una nuova occupazione non appare particolarmente diffuso: il 64,9% dichiara di essere poco/per niente “costretto a cercare un’altra occupazione”.
Ma quasi i due terzi dei lavoratori (61,3%) affermano che l’attuale occupazione non permette loro di sostenere spese importanti quali l’accensione di un mutuo, o l’acquisto di un’automobile (22,2% per niente, 39,1% poco).
La famiglia d’origine resta rifugio e fonte di sostentamento per quasi il 30% dei lavoratori (chiede abbastanza aiuto alla famiglia il 19,6%, molto aiuto l’8,6%).
Il 53,5% afferma di non essere piu’ in grado di sostenere adeguatamente il proprio nucleo familiare (37,1% poco, 16,4% per niente).

(da “Redattore Sociale“)

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LA VITA LOW COST DEGLI ITALIANI, TRA COMPRO ORO E DISCOUNT

Febbraio 1st, 2013 Riccardo Fucile

RAPPORTO ITALIA 2013: PER FAR FRONTE ALLE DIFFICOLTA’ ECONOMICHE GLI ITALIANI TAGLIANO SU TUTTE LE VOCI DI SPESA

La perdita del potere d’acquisto è una realtà  per 7 italiani su 10 e per far fronte alle difficoltà  economiche, in maniera più diffusa si taglia su tutte le voci di spesa e si modifica la quotidianità , tanto che uscire, andare a cena o al cinema sono per molti un lusso.
Lo rivela il Rapporto Italia 2013 dell’Eurispes presentato a Roma .
Nel 30,9% dei casi si è fatto ricorso al credito al consumo nell’ultimo anno (nella precedente rilevazione la percentuale era del 25,8%), ma il bisogno di liquidità  delle famiglie fa emergere un fenomeno diffuso e preoccupante: il 28,1% degli italiani si è rivolto ad un “compro oro”, con una vera e propria impennata rispetto all’8,5% registrato lo scorso anno. parallelamente cresce il rischio usura rispetto al numero di quanti hanno chiesto denaro in prestito a privati (non parenti o amici) non potendo accedere a prestiti bancari (dal 6,3% al 14,4%).
Vivere in tempi di crisi. Il 73,4% degli italiani nel corso dell’ultimo anno ha constatato una diminuzione del proprio potere d’acquisto: il 31% molto, il 42,4% abbastanza.
Il 22,2% ha riscontrato in misura contenuta una riduzione del proprio potere d’acquisto e solo il 4,4% per niente.
La situazione di sofferenza delle famiglie si riversa sui consumi: si taglia sui pasti fuori casa (86,7%) e sui regali (89,9%), si acquistato più prodotti in saldo (88,5%), ci si rivolge ai punti vendita più economici per l’acquisto di vestiti (85,5%).
In molti decidono di non spendere per viaggi e vacanze (84,8%) e di cambiare marca di un prodotto alimentare se più conveniente (84,8%).
Nel’83,5% dei casi le famiglie hanno deciso di ridurre le spese per il tempo libero insieme a quelle per estetista, parrucchiere, articoli di profumeria (83,1%) e quelle per gli articoli tecnologici (81,9%).
Il 72,6% ha cercato punti vendita economici per l’acquisto di prodotti alimentari; nel 2012 riferiva di averlo fatto un ben più contenuto 52,1%.
Molti acquistano prodotti online per ottenere sconti ed aderire ad offerte speciali (58,4%) e hanno ridotto le spese per la benzina usando di più i mezzi pubblici (52,2%).
Nel 40,6% dei casi i tagli hanno interessato le spese mediche, mentre il 38,4%, si è rivolto al mercato dell’usato (il 21,5% un anno fa).
Come cambia la vita quotidiana.
Nella quasi totalità  dei casi le abitudini degli italiani si sono modificate limitando le uscite fuori casa (91,8%, in forte aumento rispetto al 73,1% registrato un anno fa).
Numerosissimi sono anche coloro che, invece di andare al cinema, scelgono di guardare i film in dvd o in streaming (82,2%, a fronte del ben più contenuto 56,5% di un anno fa) e quelli che sostituiscono sempre più spesso la pizzeria/ristorante con cene a casa tra amici (77,2%, contro il 56,7% dello scorso anno).
Più della metà  del campione ha preso l’abitudine di portarsi il pranzo da casa nei giorni lavorativi (54,9%), mentre il 44,1% va più spesso a pranzo/cena da parenti/genitori (erano il 5,4% un anno fa).
Credito al consumo.
Il 30,9% degli italiani nel corso degli ultimi 12 mesi ha fatto acquisti facendo ricorso a forme di pagamento rateizzate nel tempo (ad eccezione del mutuo).
Il dato risulta in crescita rispetto al 25,8% registrato nella rilevazione dello scorso anno.
I beni o servizi per   quali risulta più consistente la quota di italiani che ha fatto ricorso al pagamento rateizzato sono in primo luogo gli elettrodomestici (49,9%, la metà  di chi è ricorso al credito al consumo) e le automobili (46,4%); seguono computer e telefonini (37,6%, in aumento rispetto al 25,6% dello scorso anno).
Il 27,6% ha pagato a rate oggetti di arredamento o servizi per la casa, il 24,4% cure mediche (in aumento rispetto al 17,6% del 2012).
Risulta meno frequente l’acquisto rateizzato di moto/scooter (9,7%), viaggi e vacanze (9,1%, in crescita rispetto al 2,6% del 2012), beni alimentari (8,9%; nel 2012 era solo l’1,6%), vestiario e calzature (6,7%, ma era solo l’1,6% un anno fa).
In cerca di liquidità : in vertiginoso aumento il fenomeno dei compro oro.
Tra i tanti segnali di affanno dei cittadini se ne evidenzia uno drammatico: nel corso dell’ultimo anno il 28,1% degli italiani si è rivolto ad un “compro oro”, con una vera e propria impennata rispetto all’8,5% registrato lo scorso anno.
Il rischio di cadere nelle maglie dell’usura.
Sono meno numerosi coloro i quali ammettono di aver chiesto denaro in prestito a privati (non parenti o amici) non potendo accedere a prestiti bancari: 14,4% e, tuttavia, sono più che raddoppiati rispetto al 6,3% rilevato un anno fa.
Si tratta di un segnale d’allarme poichè in questa categoria si nascondono i casi di vera e propria usura.
Lavori informali per arrotondare. Il 26,8% del campione ha svolto servizi presso conoscenti per incrementare le proprie entrate (assistenza ad anziani, sartoria, babysitter, vendita di oggetti autoprodotti, pulizie, giardinaggio).
Ben il 44,1% di chi cerca nuova occupazione riferisce di aver svolto servizi presso conoscenti per arrotondare (assistenza ad anziani, sartoria, babysitter, vendita di oggetti autoprodotti, pulizie, giardinaggio); la percentuale raggiunge il 36% tra gli studenti, il 29,8% tra chi cerca la sua prima occupazione, il 28,2% tra le casalinghe, un non trascurabile 24,4% tra gli occupati ed il 12,9% tra i pensionati.
Vendesi… online.
Il 28% ha venduto beni/oggetti su canali online di compravendita (ad esempio eBay); nel 2012 lo aveva fatto solo il 12,4%.

(da “Redattore Sociale“)

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STIPENDI AI MINIMI DA TRENT’ANNI, GLI ITALIANI FANNO I SALTI MORTALI PER ANDARE AVANTI

Gennaio 29th, 2013 Riccardo Fucile

LE RETRIBUZIONI CONTRATTUALI ORARIE ANNUE AUMENTATE SOLO DELL’1,5%, META’ DELL’INFLAZIONE

Nel 2012 gli stipendi degli italiani sono cresciuti dell’1,5%, ai minimi da 30 anni e con un ritmo pari alla metà  dell’inflazione.
Il quadro è tracciato dall’Istat che rileva anche come la fiducia dei consumatori a gennaio sia scesa ai minimi dal 1996.
Confindustria invece spera nel recupero: l’economia «sta toccando il fondo della dura recessione, la seconda in cinque anni.   Si delineano i presupposti di un rimbalzo che può dare avvio alla ripresa».
Bene infine le aste di Ctz e Btp indicizzati.
Secondo l’Istat a dicembre l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie registra un aumento dello 0,1% rispetto al mese precedente e dell’1,7% rispetto a dicembre 2011.
Nella media del 2012 la retribuzione oraria è cresciuta dell’1,5% rispetto all’anno precedente: si tratta della crescita media annua più bassa dal 1983.
E sempre lo scorso anno la crescita dei prezzi è stata doppia rispetto a quella dei salari: le retribuzione contrattuali orari sono aumentate dell’1,5% e l’inflazione del 3% su base annua.
Si tratta del divario maggiore, a sfavore delle retribuzioni, dal 1995.
Intanto a gennaio l’indice del clima di fiducia dei consumatori diminuisce a 84,6 da 85,7 di dicembre, il dato peggiore dallo stesso mese dal 1996.
Per il Codacons una famiglia di tre persone ha perso 524 euro di poter d’acquisto.
Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni la questione salariale «è la vera emergenza sociale del paese», per questo «occorre un patto come nel ’92 per alzare i salari e tagliare le tasse».
Confindustria invece sottolinea che si è toccato il fondo della recessione ma ci sono margini per un rimbalzo.
«Basilare per la ripartenza – spiega Confindustria nella Congiuntura flash – è che si sollevi la cappa di paura creata dalla situazione politica interna; perciò è cruciale che l’esito delle imminenti elezioni dia al Paese una maggioranza solida, che abbia come priorità  le riforme e la crescita, fornendo così un quadro chiaro che infonda fiducia nel futuro e orienti favorevolmente verso la spesa le decisioni di consumatori e imprenditori».
Buone notizie infine dall’asta dei titoli di Stato: il ministero dell’Economia ha collocato tutti i 4 miliardi di Ctz con scadenza il 31/12/2014 con un tasso dell’1,434%, in forte calo rispetto all’asta precedente e ai minimi da marzo del 2010.
La domanda è ammontata a 5,8 miliardi.
Collocati anche Btp indicizzati a 5 anni per 2,62 miliardi con un rendimento pari all’1,80%. Buona la domanda, sono stati richiesti oltre 3,6 miliardi.

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SALARI SCESI SOTTO I LIVELLI DEL 2000

Gennaio 1st, 2013 Riccardo Fucile

IN CINQUE ANNI PERSI 1,4 MILIONI DI POSTI DI LAVORO… PRESSIONE FISCALE FINO A OLTRE IL 51%

Guadagniamo meno che nel 2000. Le retribuzioni nette di fatto sono scese, a prezzi correnti, sotto quelle di dodici anni fa: in media nel 2012 il salario netto annuo era di 20.786 euro contro i 20.877 del 2000.
Rispetto all’inflazione, nello stesso periodo, la perdita cumulata di potere d’acquisto è stata in media di 5.338 euro.
Se a questa somma si aggiunge la mancata restituzione del fiscal drag, cioè delle maggiori imposte pagate per effetto dell’aumento nominale dei redditi (che fa scattare aliquote Irpef maggiori senza che sia aumentato il potere d’acquisto), i salari hanno perso mediamente 8.154 euro in dodici anni.
E per il 2013 si può prevedere un’ulteriore perdita.
Tutto questo non farà  che confermare la posizione di coda occupata dall’Italia nelle classifiche Ocse (organizzazione dei Paesi industrializzati) sui salari, dopo Regno Unito, Germania, Francia e perfino Spagna.
Sono questi i principali dati contenuti nel nuovo Rapporto sulle retribuzioni a cura dell’Isrf-Lab della Fisac-Cgil, curato da Agostino Megale come quello del 2010 (allora targato Ires).
Il rapporto, questa volta, approfondisce l’impatto della crisi sul mercato del lavoro e sulle dinamiche retributive.
Un impatto pesante.
Innanzitutto sull’occupazione. In termini di giornate lavorative a tempo pieno, le unità  di lavoro (Ula) sono diminuite di oltre 1,4 milioni rispetto al picco registrato tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008.
Insomma anche se il numero delle persone occupate è sceso «solo» di mezzo milione, da 23,4 a 22,9 milioni, il numero di ore lavorate e le corrispondenti Ula, che poi rilevano ai fini dell’andamento del prodotto interno lordo, sono scese molto di più.
Un Pil che, non a caso, è in recessione e lo resterà  anche nel 2013.
Il governo Monti, dice la Cgil, ha certamente fatto bene sul piano del recupero del prestigio internazionale dell’Italia e della riduzione dello spread, il differenziale con i tassi di interesse sui titoli di Stato tedeschi, che è sceso da un picco di 575 punti, toccato nel novembre 2011, ai 320 punti di venerdì scorso, facendo scendere la spesa per interessi sul debito pubblico italiano.
Ma su tutti gli altri parametri, aggiunge Megale, dal Pil ai salari, dall’occupazione alla produzione, il bilancio è negativo.
I lavoratori perdono potere d’acquisto.
Sommando l’inflazione del triennio 2010-2012 si ottiene un aumento dei prezzi dell’8%, le retribuzioni di fatto invece, al netto di tasse e contributi, salgono solo del 4,5%.
Questo significa, dice il rapporto, che i salari hanno perso in media 70 euro al mese rispetto ai prezzi, ai quali se ne aggiungeranno altri 35 nel 2013.
Alla fine la perdita cumulata annua sarà  di 1.300 euro.
Le retribuzioni nette sono basse anche per colpa di una eccessiva pressione fiscale. Nel 2010 era pari al 42,1% per le famiglie e del 46,9% per i single, rispettivamente 12,3 punti e 10,2 punti in più rispetto alla media dei Paesi Ocse.
Per effetto delle manovre 2011 e 2012, la pressione fiscale salirà  nel 2014 al 46,8% per le famiglie e addirittura al 51,3% per i single.
Il maggior prelievo sul lavoro in Italia rispetto alla media Ocse si traduce in un minor salario netto di 1.380 euro l’anno, calcola l’Isrf-Cgil.
Secondo il sindacato guidato da Susanna Camusso, la riforma del modello contrattuale del 2009, che la Cgil non ha condiviso, ha contribuito a peggiorare la situazione, tanto è vero che la perdita di potere d’acquisto è stata netta negli ultimi due anni (-1,2 e -2,1 punti).
Colpa dell’Ipca, cioè l’inflazione attesa al netto della componente energetica importata, parametro guida per l’adeguamento delle retribuzioni.
Un indice ora superato dall’ultimo accordo sulla contrattazione, anche questo non firmato dalla Cgil.
I salari non solo sono rimasti bassi, ma sono anche aumentate le sperequazioni.
Nel 2010 un amministratore delegato, si legge nel rapporto, ha percepito in media 110 volte la somma intascata da un lavoratore dipendente.
Ma anche tra i lavoratori dipendenti le differenze esistono.
L’Isfr calcola che rispetto a un lavoratore standard una donna ha uno stipendio più basso del 12%, il dipendente di una piccola impresa (fino a 20 addetti) del 18%, uno del Sud del 19%, un immigrato del 25%, un lavoratore a termine del 26%, un giovane del 27% e un collaboratore del 33%.
È evidente però che i salari sono bassi anche perchè la produttività  è scarsa.
Il rapporto conferma che l’Italia è agli ultimi posti nelle classifiche internazionali.
Il valore aggiunto reale prodotto per addetto è rimasto più o meno fermo dal 1995 a oggi mentre nel Regno Unito, in Germania e in Francia è aumentato di circa il 25%. Ma ciò è dovuto, secondo il rapporto, soprattutto al fatto che in questi Paesi la dimensione media d’impresa è maggiore.
È questa che fa la differenza, non le ore lavorate per addetto che nel 2011, secondo l’Ocse, sono state in Italia di più rispetto a quelle lavorate dagli inglesi, francesi e tedeschi, anche se in questi Paesi sono molti di più coloro che lavorano.
Solo che dove ci sono imprese più grandi si fanno più investimenti in innovazione e ricerca e la produttività  sale e così anche i salari.
«Se avessimo aziende con in media 13 dipendenti come in Germania anzichè 3,5 come da noi – afferma Megale – la produttività  in Italia aumenterebbe del 40%. Ma nulla è stato fatto per promuovere la crescita dimensionale delle imprese. Bisogna ripartire da qui e dalla riduzione del carico fiscale sulle retribuzioni, per rilanciare da subito la domanda».

Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera“)

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PREZZI ALLE STELLE PER GASOLIO E METANO: NELLE CASE TORNANO LE STUFE E I CAMINI

Novembre 8th, 2012 Riccardo Fucile

RIPARTONO LE CALDAIE, SCHIZZA L’IMPORT DI LEGNAME: + 26% IN DIECI ANNI

La lunga estate calda è finita e, nelle case italiane, è di nuovo tempo di riscaldamenti. Le famiglie cominciano così a fare i conti con prezzi che, sia per il gas che per il gasolio, pongono l’Italia al top d’Europa e qualcuno riscopre allora la più economica legna, rimettendo in funzione camini e vecchie stufe.
Stando al calendario diffuso da Confedilizia, entro la fine di novembre i condomini di tutte le città  potranno far ripartire le caldaie: la fascia dei centri più freddi (che comprende anche Milano) è già  ripartita il 15 ottobre, un’altra consistente fetta (con Roma) il primo novembre, tutte le altre città  potranno rimettere la manopola su `on’ tra il 15 novembre e il primo dicembre.
Il regolamento prevede che si possa accendere il riscaldamento al di fuori di questi periodi solo in presenza di situazioni climatiche eccezionali: in caso contrario, è prevista una multa da 500 a 3mila euro.
Ma, a giudicare dalle spese a cui vanno incontro le famiglie per riscaldare le abitazioni, difficilmente ci sarà  qualcuno che infrangera’ la legge accendendo i termosifoni al di fuori del periodo prestabilito. Indipendentemente dalla fonte energetica scelta, il vecchio gasolio da riscaldamento o il più moderno metano, le bollette sono a molti zeri.
Nella classifica europea dei prezzi del gas, stando all’ultima Relazione dell’Autorità  per l’energia, l’Italia è sensibilmente al di sopra della media europea: il costo al lordo delle tasse, nella fascia di consumo più bassa, è pari a oltre 98 euro al metro cubo (contro 90 dell’Unione europea), in quella media è di quasi 83 euro (contro 64) e in quella alta di 76 euro (in Europa se ne pagano 59).
Anche le case che hanno scelto di non affidarsi al metano non hanno di che sorridere: stando elle statistiche presenti sul sito del ministero dello Sviluppo economico (che prendono in considerazione solo il prezzo industriale, a cui vanno quindi aggiunti i margini delle imprese e le tasse), l’Italia è nelle posizioni di testa con 797 euro per ogni mille litri, superata solo da Malta (827) e Danimarca (815).
Sarà  quindi anche per questo che le famiglie, come annuncia la Coldiretti, riscoprono stufe e camini, facendo impennare l’import di legname.
L’organizzazione agricola ricorda infatti che nei primi sette mesi dell’anno, stando ai dati Istat, le importazioni sono aumentate del 26% rispetto a 10 anni fa: e, in tutto il 2012, l’attesa è per un import pari a 3 miliardi di chili.

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CONSUMI: SPESE DI GRUPPO E’ BOOM, SETTE MILIONI GLI ITALIANI NEI CENTRI SOLIDALI DI ACQUISTO

Ottobre 31st, 2012 Riccardo Fucile

FARE LA SPESA INSIEME PER RISPARMIARE

Spinti dalla crisi, ma soprattutto dalla ricerca del miglior rapporto tra prezzo e qualità , sono saliti a quasi 7 milioni gli italiani che nel 2012 hanno partecipato a gruppi di acquisto formati da condomini, colleghi, parenti o gruppi di amici che decidono di fare la spesa insieme per ottenere condizioni vantaggiose.
E’ quanto emerge da un’analisi Coldiretti/Censis dalla quale si evidenzia che i Gruppi solidali di acquisto (Gas) sono diventati un fenomeno di rilievo che ha contagiato il 18,6% degli italiani.
Quasi 2,7 milioni di persone fanno la spesa con questo sistema in modo regolare. “In alcuni casi – sottolinea la Coldiretti – ci si limita solamente al cosiddetto ‘carpooling della spesa’ con i partecipanti che di fronte al caro benzina si mettono in auto insieme per dividere i costi e andare a fare la spesa nei punti più convenienti, dalle aziende agricole ai mercati degli agricoltori, dai mercati all’ingrosso agli ipermercati, fino ai discount”.
Migliore rapporto qualità -prezzo.
“In generale si tratta di relazioni che – precisa la Coldiretti – nascono da esigenze di acquisto, dalla voglia di ritrovare un diverso, migliore equilibrio tra qualità  e prezzo, ma che finiscono per andare molto oltre, perchè esprimono valori più alti rispetto alla pur importante dimensione commerciale, valori che hanno un forte contenuto di socialità , di ripensamento di fatto del modello di organizzazione della produzione e della società “.
Accanto a forme che dispongono di una vera e propria struttura organizzativa, si contano – sostiene la Coldiretti – decine di migliaia di iniziative spontanee che nascono e muoiono in continuazione nei palazzi, nei posti di lavoro, nei centri sportivi e ricreativi sulla base di semplici accordi verbali.
Gas per i bambini.
Discorso a parte riguarda poi i gruppi di acquisto di prodotti per neonati. In questo caso, a differenza degli alimenti, il risparmio non è legato alla quantità  di prodotti comprati quanto al fatto che molti di questi costano meno all’estero (Germania, Francia e Svizzera) che in Italia.
Se una confezione di latte in polvere, ha scoperto il Salvagente, ha un prezzo medio di 18-20 euro presso la grande distribuzione o nelle farmacie, ricorrendo ai gruppi di acquisto si può comprare lo stesso prodotto a 12-14 euro per ciascuna confezione.
E ancora, se un pacco di pannolini di marca costa circa 18 euro (a seconda del modello e del produttore), lo stesso prodotto con il gruppo d’acquisto può essere comprato a circa 11 euro, con un risparmio effettivo di quasi il 40%.
Uno dei gruppi di acquisto più longevo – esiste dal 2005 – è Lattemiele, un’iniziativa nata come “costola” del Movimento consumatori di Milano (l’iscrizione annuale costa 30 euro). In alternativa ci si può organizzare sfruttando le decine di forum web specializzati, dove sono molti i consumatori disposti a comprare all’estero e dividere le spese di spedizione.
Oltre ai gruppi di acquisto storici, infatti, si può scegliere di comprare molti prodotti direttamente attraverso alcuni siti esteri. Patria di questo sconto di gruppo è la Germania dove l’offerta è ampia e i prezzi convenienti: da flaschenmilch.de (disponibile in tedesco e anche in inglese) a babyneo.de, accessibile anche in lingua italiana dove è possibile comprare non solo beni come latte e pannolini, ma anche biberon, ciucci, bavaglini, borse per bebè.
Come funzionano.
Ogni Gas ha propri criteri per selezionare i fornitori, individuare i modi di consegna, stabilire con il produttore un prezzo equo e scegliere cosa acquistare privilegiando la stagionalità , il biologico, il sostegno alle cooperative sociali, la riduzione degli imballaggi, le dimensioni del produttore o infine la vicinanza territoriale (chilometro zero).
Le modalità  di acquisto variano notevolmente e vanno dalla consegna a domicilio, alla prenotazione via internet fino all’adozione in gruppo di animali o piante da frutto. Anche gli accordi del gruppo di acquisto con l’azienda sono differenti e possono prevedere la consegna settimanale del prodotto (ad esempio una cassetta di frutta e verdura di stagione) oppure la formulazione di specifici ordini per telefono o attraverso internet, ma anche tramite abbonamento con l’offerta di prodotti a scadenze fisse e pagamento anticipato.
Le modalità  maggiormente diffuse sono la distribuzione di cassette di ortofrutta a cadenza settimanale o bisettimanale e la vendita di pacchi di carne.
Chilometri zero.
“Si tratta di una tendenza che avvicina il produttore al consumatore che, soprattutto nelle città , sta contagiando gli italiani che – continua la Coldiretti – intendono così garantirsi un volume di acquisto sufficiente ad ottimizzare i costi di trasporto e ad accedere a più vantaggiosi canali distributivi: dai mercati all’ingrosso a quelli degli agricoltori di Campagna Amica, fino direttamente nelle aziende”.
I mercati generali all’ingrosso, che in determinate occasioni della settimana sono aperti al pubblico, vendono i prodotti in cassette che vengono poi divise tra i partecipanti al gruppo.
“Un crescente numero di gruppi di acquisto nasce in realtà  con l’obiettivo di approvvigionarsi direttamente nei mercati, nelle botteghe o nei punti vendita degli agricoltori di Campagna Amica per assicurarsi – conclude la Coldiretti – l’origine, la genuinità  dei prodotti che si portano in tavola.
Una rete che comprende 4.739 aziende agricole, 877 agriturismi, 1.105 mercati, 178 botteghe ai quali si aggiungono 131 ristoranti e 109 orti urbani, per un totale di quasi 7mila punti vendita”.
Social shopping.
Nella categoria dei gruppi d’acquisto, infine, rientrano anche i “social shopping”, come Groupon, Groupalia, LetsBonus, Glamoo, Yoodeals, Tuangon, Kgb Deals, Prezzofelice, Noi Buy solo per citare i principali, ma la lista è anche più lunga.
Si tratta di siti internet che consentono di comprare beni e servizi a un prezzo conveniente – in media con sconti dal 30 al 60% con punte anche dell’80% – a patto che l’offerta raggiunga un numero minimo di acquirenti entro una certa scadenza (di solito dalle 24 alle 72 ore).
Se il quorum non viene raggiunto, niente da fare: il servizio o l’oggetto non può essere acquistato.
La lista di proposte è in continuo aggiornamento, con un’offerta che nell’arco degli ultimi mesi, è passata dai trattamenti di bellezza (per lo più destinati a un pubblico femminile) alle escursioni fino ai weekend fuori porta, alle cene al ristorante e persino alla giornata in autodromo alla guida di una Ferrari.
Ultimi in ordine di tempo alcuni prodotti tecnologici di tendenza, smartphone e tablet in prima fila.

Monica Rubino

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BANKITALIA: “NEL 2010 IN ITALIA SONO 300.000 LE FAMIGLIE STROZZATE DAI DEBITI”

Ottobre 13th, 2012 Riccardo Fucile

IL PROBLEMA DEI CONTI DA PAGARE RIGUARDA L’1,2% DELLE FAMIGLIE… 160.000 SONO ALLA CANNA DEL GAS

Trecentomila famiglie in Italia non riescono a pagare i loro debiti.
Lo rileva Bankitalia con un occasional paper sui dati relativi al 2010, secondo il quale di queste famiglie (che costituiscono l’1,2% del totale e il 5,5% di quelle indebitate), lo 0,6% del totale, è talmente “sovra indebitato” al punto che, non solo non riesce a pagare, ma le sue passività  sono superiori alle attività .
L’85% di questi nuclei familiari, poi, arriva “con molta difficoltà ” a fine mese, mentre il 70% si trova nella condizione di sovraindebitamento per aver contratto un credito al consumo oppure un mutuo e un credito al consumo.
Il sovraindebitamento scatta quando una famiglia non riesce a rimborsare un prestito con un arretrato di oltre 90 giorni.
Dallo studio si evince inoltre che cala la percentuale delle famiglie indebitate per un mutuo ma è in aumento quella per il credito al consumo: tale riduzione, registrata tra il 2008 e il 2010, riguarda soprattutto i nuclei con un reddito basso. In particolare, tra il 2008 e il 2010 l’importo medio del debito è aumentato esclusivamente per i mutui e per le famiglie più abbienti.
La quota di mutui da esse detenuta è di conseguenza cresciuta, mentre ha raggiunto un minimo storico quella che fa capo alle famiglie con reddito basso, per cui l’importo medio del mutuo si è ridotto.
Il grado di sostenibilità  dei prestiti non è variato nel suo complesso: è migliorato per le famiglie meno abbienti nel comparto dei mutui, mentre è peggiorato nel credito al consumo per gli anziani e per i nuclei che faticano molto a raggiungere la fine del mese con il reddito a disposizione.
L’incidenza sul reddito della rata del mutuo si è ridotta: il calo sostenuto dei tassi di interesse nel corso del 2009 ha più che controbilanciato quello del reddito derivante dalla recessione.
“Tra il 2008 e il 2010 la quota di famiglie con un servizio del debito elevato rispetto al reddito non si è sostanzialmente modificata. L’indicatore è migliorato per le famiglie a basso reddito che sono quelle che hanno beneficiato di una riduzione dell’incidenza della rata del mutuo sul reddito – si legge nel documento – Queste famiglie più frequentemente di altre hanno usato le surroghe, ricercando migliori condizioni contrattuali, e hanno subito eventi, come la perdita del posto di lavoro, che consentivano il ricorso al provvedimento di moratoria sui mutui. La moratoria ha inoltre contribuito a stabilizzare la frequenza dei ritardi nei rimborsi dei mutui, che è al contrario aumentata per il credito al consumo. Simulazioni riguardanti il 2011 e il 2012 indicano variazioni di modesto rilievo nelle condizioni di vulnerabilità  delle famiglie indebitate”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I CONTI DELLE FAMIGLIE. L’AUMENTO DELL’IVA PESERA’ 324 EURO

Ottobre 11th, 2012 Riccardo Fucile

COSA CAMBIA CON IL TAGLIO DELLE ALIQUOTE IRPEF E IL TETTO ALLE DETRAZIONI… CHI VINCE E CHI PERDE CON IL NUOVO FISCO      

Vediamola così.
Il conto per le famiglie è salato ma le previsioni, forse, erano anche peggiori.
Il taglio dell’Irpef fino all’altra sera sembrava impossibile e l’aumento dell’Iva minacciato nei mesi scorsi dal governo era di due punti percentuali.
Alla fine il Consiglio dei ministri ha optato per un taglio di un punto delle aliquote più basse: si scende dal 23% al 22% per i redditi fino a 15 mila euro e dal 28% al 27% per quelli oltre i 15 mila fino ai 28 mila euro.
Mentre l’imposta sul valore aggiunto salirà  dal primo luglio dal 10% all’11% e dal 21% al 22%.
Ma non sono gli unici interventi.
Perchè il governo è intervenuto anche su deduzioni e detrazioni.
Del resto se il gettito si riduce da una parte deve aumentare dall’altra perchè tengano i conti dello Stato.
Premesso che saranno tutelati i redditi fino a 15 mila euro, per i quali non cambierà  nulla su questo fronte, per tutti gli altri scattano i tagli alle agevolazioni fiscali: arriva un tetto di 3 mila euro alle detrazioni e per molte deduzioni (ma non su quelle per la sanità ) viene introdotta una franchigia di 250 euro.
Tradotto, gli assegni al coniuge, i contributi previdenziali (quelli delle colf), la previdenza complementare, la beneficenza e le adozioni potranno essere dedotte dai 250 euro in su.
Mentre per le detrazioni, ovvero gli interessi passivi del mutuo, le spese funebri, le spese per l’università  e la beneficenza, potranno raggiungere un massimo di 3 mila euro.
Non vi rientrano quelle per le spese mediche e per la ristrutturazione degli immobili. Gli effetti complessivi sui bilanci familiari non sono ancora stati calcolati.
Ma il Codacons ha stimato che la spesa totale annua media per un nucleo di tre persone sarà  di circa 324 euro in più, mentre per l’Ufficio studi di Confcommercio l’azione congiunta di taglio dell’Irpef e aumento dell’Iva determinerà  maggiori risorse per le famiglie pari a circa 1,5 miliardi di euro per il 2013 e minori risorse sempre per le famiglie, ma nel 2014, pari a circa 2 miliardi.
La Cgia di Mestre ha anzi evidenziato che per chi ha un reddito fino a 8 mila euro (la cosiddetta no tax area) ci sarà  un aggravio fiscale conseguente all’aumento dell’Iva. Ovviamente anche deduzioni e detrazioni avranno il loro peso.
Le decisioni in materia prese martedì notte sono l’inizio del più ampio progetto di revisione delle agevolazioni fiscali annunciato dal governo.
«Il tetto e la franchigia introdotti nella manovra – spiega Alberto Zanardi, professore di Scienze delle Finanze alla Bocconi e all’Università  di Bologna–mostrano la volontà  di perseguire un obiettivo redistributivo, si tratta di una manovra molto concentrata sui redditi bassi. Tuttavia l’aumento dell’Iva avrà  effetti regressivi ».

Francesca Basso
(da “Il Corriere della Sera“)

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CRISI: UN ITALIANO SU TRE RINUNCIA A FRUTTA E VERDURA

Settembre 28th, 2012 Riccardo Fucile

NEL 2011 OGNI FAMIGLIA HA ACQUISTATO 5 CHILI DI FRUTTA E 3 DI VERDURA IN MENO… RIDOTTO ANCHE IL CONSUMO DEGLI ORTAGGI SURGELATI

Fa bene alla salute, è varia, colorata, di qualità .
Eppure con la crisi, gli italiani hanno deciso di «tagliare» proprio l’ortofrutta.
Nell’ultimo anno una famiglia su tre ha alleggerito il carrello alimentare e, di questi, il 41,4% ha ammesso di aver ridotto gli acquisti di frutta e verdura.
Colpa dei prezzi al consumo troppo variabili, dell’educazione a una sana alimentazione non ancora radicata, della minore capacità  di spesa che induce a considerare la frutta un «lusso» e a comprare cibi dal basso costo ma dall’elevato contenuto calorico.
È quanto emerge da un’analisi di Cia (Confederazione agricoltori), Confagricoltura, Fedagri-Confcooperative, Legacoop agroalimentare e Agci-Agrital, presentata oggi al Macfrut 2012 a Cesena.
Così, nel 2011, ogni famiglia ha acquistato 5 chili in meno di frutta, 3 chili in meno di verdura e 1 chilo in meno di ortaggi surgelati, portando a un calo complessivo dei quantitativi del 2,6 per cento tendenziale, per un totale di 8,3 milioni di tonnellate – spiegano le organizzazioni.
In realtà , però, la crisi dei consumi di ortofrutta parte da più lontano: in 11 anni, infatti, gli acquisti sono diminuiti del 23 per cento, passando dai 450 chili a famiglia del 2000 ai 347 chili del 2011.
Vuol dire che in poco più di un decennio si sono persi per strada oltre 100 chili per nucleo familiare, con conseguenze dirette sulla dieta degli italiani e soprattutto sui redditi dei produttori. Oggi infatti la spesa annua per l’ortofrutta si attesta mediamente sopra i 13 miliardi e i prezzi al consumo, anche con i consumi in discesa, aumentano invece di diminuire (rispettivamente +5,8% la frutta e +4,8% i vegetali freschi in termini tendenziali ad agosto, ultimo dato disponibile), con il risultato che gli agricoltori non ne traggono alcun vantaggio.
Oggi il settore ha bisogno di un vero piano di ristrutturazione che si fondi su una visione strategica.
L’ortofrutticoltura – ricordano le cinque organizzazioni- rappresenta circa un terzo dell’intera Plv (produzione lorda vendibile) agricola del Paese e, con una produzione di circa 35 milioni di tonnellate l’anno, l’Italia si contende con la Spagna l’appellativo di «orto d’Europa».

(da “La Stampa”)

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