Agosto 29th, 2012 Riccardo Fucile
BOOM DEI PRODOTTI CON IL MARCHIO DEL SUPERMERCATO… DALLE PROMOZIONI AL SOCIAL SHOPPING, DALLA CARTA FEDELTA’ AL SOTTOCOSTO
Persino morire costa di meno, almeno a Venezia dove l’agenzia Rossi di Cannaregio
offre il servizio funebre «chiavi in mano» a 1.380 euro.
«La gente stringe la cinghia e lo fa anche per l’ultimo saluto» spiega con lugubre efficacia il titolare, Andrea Coin.
Senza arrivare all’estrema unzione gli ultimi weekend di mare offrono un campionario di rara inventiva italiana nel tagliare i prezzi senza perdere in qualità .
Dal prendere l’ombrellone in duplex con parenti o amici (a Viareggio) agli albergatori campani che offrono ai turisti il traghetto per le isole; dal bagnino genovese che si è inventato un corso di inglese gratuito in riva al mare al collega di Ostia che, per gli aficionados in bolletta, ha escogitato nientemeno che il pagamento a rate.
Ovviamente colossi come Unilever stanno trasformando la «neo povertà » europea in occasione di business, esplorando filosofie di marketing e di prodotto per alleviare il consumatore senza perdere troppi ricavi.
La via italiana alla «decrescita felice» per ora sta soprattutto nell’arte di aggiustarsi al ribasso.
Il caso lampante è il boom dei prodotti a marchio proprio delle grandi catene distributive (Esselunga, Coop, Carrefour, Auchan), strada maestra per tamponare il taglio dei consumi alimentari che, a fine 2014, potrebbe segnare un pesante -10% sul 2007.
Basta girare tra gli scaffali per accorgersi del trionfo di pannoloni, yogurt, formaggi, pasta, salumi e confetture che finiscono nei carrelli a prezzi modici (-20/30%) rispetto ai listini dei brand tradizionali.
Altro sfogatoio è il successo travolgente dei portali di «social shopping» tipo Groupon che vanno oltre il last minute per le vacanze esotiche.
Qui siamo alla istituzionalizzazione della vita sottoprezzo.
Sei milioni di italiani (giro di affari 7,6 miliardi) che ogni giorno orientano la scelta di ristoranti, viaggi, corsi di lingua, cinema, teatri, abbigliamento e prodotti di largo consumo su offerte irresistibili (sconti dal 70 al 90%) acquistabili in rete tramite coupon.
Passando, sul territorio, per i più tradizionali panini salva euro di Mcdonald’s, i pranzi domenicali a 0,99 centesimi (piatto di pasta, succo di frutta e yogurt) proposti da alcuni negozi Ikea tipo Padova (qualche settimana fa hanno servito 2.200 pasti/giorno), il microcredito «mille euro all’uno per cento per mille famiglie» lanciato dalla Bcc di Treviglio fino al recente accordo siglato da Confindustria Verona con il gruppo «Iper» per massimizzare il potere di acquisto dei 63mila lavoratori impiegati nelle 1.600 imprese associate. In pratica attraverso una speciale card possono accedere a sconti e promozioni su qualsiasi genere merceologico che offre Iper: alimentari, prodotti per l’infanzia, accessori e complementi per la casa.
Insomma sotto la sferza della crisi tutti s’ingegnano, tutto sta diventando «corto». «Sotto i 10 euro nel cliente non scattano apprensioni» teorizzano i guru del marketing. Anche se abbassando la soglia psicologica del prezzo si è portati a comprare di più. Non a caso si torna a fare la mini spesa più volte la settimana invece della grande del sabato mattina con cui si riempiva il freezer.
Spirito dei tempi, in rete impazza il blog «Come vivere in 5 con 5 euro» della mamma bresciana Stefania Rossini, casalinga tuttofare che racconta sul web come fabbricarsi in casa creme viso idratanti, il detersivo o il dentifricio.
D’altronde il mercato è quello che è. Secondo i dati Assolowcost il 63% degli italiani nel 2012 ha speso meno in nuovi abiti; il 60% ha ridotto le spese per l’intrattenimento e i pasti fuori casa; il 54% è passato a prodotti più economici nel largo consumo e il 44% usa meno l’auto.
Non basta.
Per il professor Luigi Campiglio dell’Università Cattolica di Milano, nei prossimi anni ci saranno 13-15 milioni di famiglie italiane che disporranno di un reddito mensile di circa 1.500 euro.
Si tratta di consumatori orientati ad acquistare prodotti e servizi di qualità italiana, ma a prezzi mini.
Per questo l’aggiustamento non basta. «Low cost non significa solo prezzi bassi, bensì ottimizzazione dei processi industriali e distributivi», spiega il manager di una importante multinazionale. «È tutta la catena del valore che deve riorganizzarsi sui nuovi budget degli italiani».
Ecco la sfida del made in Italy: più modello Unilever e Ikea (i margini si fanno con i volumi anche ai tempi della decrescita) e meno artigianalità …
Marco Alfieri
(da “La Stampa“)
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Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile
CRISI PROFONDA DELLE COSTRUZIONI CHE PERDONO 97.000 OCCUPATI… PER PAGARE IL MUTUO LE FAMIGLIE SBORSANO IL 30,90% DEL LORO REDDITO
È caro-mutui: a maggio 2012 il tasso d’interesse sui prestiti alle famiglie si attesta al
4,12%. Una situazione difficile: gli italiani per pagare devono sborsare il 30,9% del reddito.
Crollo per le compravendite (-17,8%) e crisi profonda per l’edilizia (-97.800 posti).
La rilevazione è dell’Ufficio studi di Confartigianato che mette in luce la profonda crisi del settore delle costruzioni determinata dagli scarsi investimenti pubblici e privati.
EDILIZIA
Le cifre parlano chiaro: tra giugno 2011 e giugno 2012 le imprese del settore costruzioni, pari a 899.602, sono diminuite dell’1,36%.
In calo dell’1,17% anche le imprese artigiane, che sono la fetta più consistente del settore edile: 577.588, vale a dire il 64,2% del totale.
Negative le conseguenze sull’occupazione: tra giugno 2011 e marzo 2012 è diminuita del 5,1%, pari a 97.800 posti di lavoro in meno.
TASSI IN CRESCITA
Per quanto riguarda i tassi Confartigianato mette in luce che quello sui mutui alle famiglie per l’acquisto di abitazioni è sensibilmente sceso fino al minimo di 2,51% in giugno 2010: successivamente è tornato a crescere, ma a maggio 2012 si attesta sul 4,12%.
l tasso medio sui mutui a maggio 2012 è così di 103 punti base superiore rispetto ad un anno fa e di 161 punti base superiore rispetto al precedente punto di minimo di giugno 2010.
IMU E RINCARI
Tra Imu, aumenti di tariffe, treni, carburanti, alimentari e libri scolastici, le famiglie italiane si troveranno quest’anno a fare i conti con una stangata da 2.333 euro in più rispetto al 2011.
È questo il calcolo di Adusbef e Federconsumatori che parlano di «aumenti insostenibili» che peseranno sui consumi e quindi sull’andamento dell’economia.
Secondo i consumatori, il tasso di inflazione reale si aggirerà quindi quest’anno intorno al 5,5-6%, ben superiore dunque al tasso ufficiale misurato dall’Istat.
AUMENTI DI LUCE E TRASPORTO
In percentuale il rincaro maggiore è quello del trasporto pubblico locale, che quest’anno, secondo le associazioni, registra un’impennata fino al 30%, pari ad un incremento di 48 euro. A due cifre anche l’aumento della luce (+21%, pari a 110 euro), del gas (+11%, pari a 113 euro) e dei rifiuti (+11%, pari a 63 euro).
In termini assoluti sono invece gli alimentari a registrare l’incremento maggiore (+392 euro), seguiti dai carburanti (+276 euro).
Capitolo a parte per l’Imu, la cui introduzione costerà in media oltre 405 euro a famiglia. «Sono aumenti insostenibili che determineranno pesantissime ricadute sulle condizioni di vita delle famiglie e sull’intera economia che dovrà continuare a fare i conti con una profonda e prolungata crisi dei consumi» affermano i consumatori.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile
PREVISTO UN RIBASSO DEL 2,8%: “NON ACCADEVA DAGLI ANNI TRENTA”…LE PREVISIONI DANNO UNA ULTERIORE DISCESA NEL 2013
Quest’anno si registrera’ in Italia il peggiore calo dei consumi dal dopoguerra
ad oggi. E’ quanto emerge dal Rapporto sulle economie territoriali ed il terziario di mercato presentato da Confcommercio.
In particolare, secondo le stime della confederazione, i consumi delle famiglie dovrebbero scendere nel 2012 del 2,8%.
Si tratta, ha spiegato il direttore dell’Ufficio studi, Mariano Bella, ”del dato peggiore nella storia repubblicana in termini di consumi pro capite”.
Consumi che continueranno a scendere dello 0,8% anche nel 2013.
L’ufficio studi di Confcommercio ha rivisto al ribasso anche le stime sul prodotto interno lordo.
Le nuove stime indicano un calo del Pil per il 2012 del 2,2% (dal -1,3% di marzo). Anche il 2013 peggiora: se nei mesi precedenti Confcommercio aveva previsto un pareggio, oggi stima una riduzione dello 0,3%.
«Il livello del Prodotto interno lordo in Italia «sta raggiungendo i suoi minimi storici», ha affermato Mariano Bella.
I picchi negativi, spiega, si sono raggiunti tra aprile-giugno e saranno riaggiornati tra luglio e settembre 2012.
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Luglio 31st, 2012 Riccardo Fucile
DAL 2007 AD OGGI RINCARI FINO AL 56% PER GLI SVAGHI URBANI… PER UNA FAMIGLIA DI QUATTRO PERSONE UNA GIORNATA FUORI CASA ARRIVA A COSTARE ANCHE 90 EURO
La crisi morde le tasche degli italiani e sono in molti quelli che per risparmiare hanno
deciso di rinunciare alle vacanze.
Addirittura 1 su 3, stando ai dati riportati dall’Osservatorio Nazionale di Federconsumatori.
“Solo il 34% per cento degli intervistati ha dichiarato che si godrà le ferie in destinazioni diverse da quella di residenza, la maggior parte però resterà a casa” come ci ha confermato Francesco Avallone, vicepresidente di Federconsumatori.
Ma non ci sono buone notizie neanche per chi tenterà di trascorrere le sue ferie in città , dedicandosi ad attività ricreative come andare a cavallo, frequentare i parchi acquatici o anche semplicemente andando al cinema o in piscina.
“Sarà una corsa ostacoli anche per i tanti che dovranno in qualche modo passare la giornata e divertirsi senza andare fuori”, conferma Avallone.
“Attraverso i punti di osservazioni di Federconsumatori dislocati nelle principali città italiane – continua – abbiamo riscontrato che in appena cinque anni, dal 2007 ad oggi, i prezzi per le attività da fare in città , che consentono di sfuggire alla calura estiva, sono aumentati di molto, raggiungendo a volte rincari anche del 56%”.
Per intenderci: se nelle principali città italiane mangiare un gelato nel 2007 costava 2,50 euro, oggi non si spendono meno di 3 euro, con un aumento del 20%.
Se per un ingresso in un parco divertimenti cinque anni fa si spendevano mediamente 18 euro a testa, oggi nessuno se la cava con meno di 22 euro: un rincaro del 22%. “Sicuramente l’improvvisa diffusione di questo genere di attività , dei veri e propri ‘divertimentifici’ dove c’è tutto, giochi, ristoranti e molto altro e che oggi sono di gran moda, è stata la causa dell’impennata dei prezzi”, ha commentato il vicepresidente dell’associazione del consumatori.
Ma anche una semplice corsa in bicicletta diventa impegnativa se si mira al risparmio: l’affitto giornaliero per un giro nel parco costa 12 euro, contro gli 8 del 2007.
Per non parlare dell’ingresso nei musei, una delle attività più gettonate durante la pausa estiva, per proteggersi dal caldo e godersi quei capolavori italiani magari a due passi da casa nostra, ma che spesso non abbiamo tempo e modo di ammirare: se proprio non siete degli appassionati, meglio cambiare programma, perchè in questo caso il rincaro sul prezzo del biglietto d’ingresso dal 2007 a oggi è stato di ben il 56%.
Da 8 a 12,50 euro: “I musei dovrebbero essere fruibili e di tutti e invece a quanto risulta si mantengono gestioni negative e un po’ allegre delle strutture”, ha spiegato Avallone.
Se poi non riuscite a rinunciare a rinfrescarvi e decidete di fare visita ai tanti parchi acquatici del Belpaese, sappiate che per un ingresso giornaliero e una sdraio non si spende meno di 23 euro, a fronte della media dei costi del 2007 che si aggirava intorno ai 20,20 euro e che fa registrare dunque un +14%.
Tutto questo, naturalmente, se siete soli.
I costi, come è ovvio, si moltiplicano per una famiglia media, composta da quattro persone.
L’Osservatorio Nazionale Federconsumatori ha stimato che per una giornata tipo di una famiglia composta da 2 adulti e 2 bambini, che preveda due ingressi interi e due ridotti in un parco divertimenti e un gelato per le vie del centro, si spendono attualmente all’incirca 90 euro, con un aumento di 18 euro rispetto al 2007, quando il “pacchetto famiglia” costava mediamente 72 euro.
E ancora: quattro ingressi al cinema all’aperto, l’affitto giornaliero di biciclette e una consumazione nei bar e nei chioschi dei parchi complessivamente possono costare 86 euro, con un rincaro del 16% rispetto ai 74 del 2007.
“Un vero e proprio salasso”, conclude il vicepresidente. “L’unica alternativa è rivolgersi alle tante cooperative di giovani che organizzano dei centri estivi per bambini con costi contenuti e tante attività per il divertimento dei più piccini”.
E per gli adulti: “Accettare il trend o cercarsi delle alternative: ad esempio le biblioteche, fresche e intellettualmente stimolanti”.
Linda Varlese
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Maggio 18th, 2012 Riccardo Fucile
SARANNO ANCHE ENTI INUTILI E DA TAGLIARE, MA METTONO ANCORA MANO AL PRELIEVO FISCALE SUI PREMI PAGATI DAGLI AUTOMOBILISTI… BEN 77 SU 110 HANNO ALZATO LA TASSA AL 16%
Nell’attesa che quello che viene promesso da più parti trovi alla fine una traduzione nella pratica — cioè che vengano abolite — le
Province assestano l’ultimo colpo nel prelievo fiscale sui premi delle Rc auto alzandolo fino al tetto massimo del 16%.
Sono quelle stesse Province che in molti vorrebbero abolire giudicandole superflue e che ci costano ogni anno 2,3 miliardi di euro in spese di funzionamento.
Dal 2011 è stata loro attribuita la possibilità di agire sull’aliquota base del 12,5% alzandola o abbassandola del 3,5%.
Facile indovinare com’è andata a finire.
Le Province che hanno ridotto l’aliquota si contano sulle dita di una mano, quelle che l’hanno portata al massimo consentito sono ormai 77 su 110.
Trentasei avevano già provveduto nel 2011 mentre altre quarantuno si apprestano a farlo quest’anno.
L’aliquota sull’Rc auto è ormai al top in quasi tutti i grandi centri a cominciare da Milano, Torino, Genova e Bologna e continuando al Sud con Bari, Lecce, Napoli e Palermo.
Fanno eccezione Roma dove è rimasta ferma al 12,5% e soprattutto Firenze che ha abbassato il prelievo all’11%.
Tra le pochissime altre amministrazioni provinciali virtuose menzione d’onore per Aosta (aliquota abbassata del 3,5% al 9%) Bolzano (-3%) e Trento (-3%).
Tradotto in moneta sonante questo significa che ad esempio su un premio netto da 1000 euro un automobilista di Milano, Bologna o Palermo pagherà 35 euro in più di tasse (da 125 a 160 euro).
Se il costo netto della polizza è di 1500 euro l’aggravio sale invece a 52 euro.
Come in molti altri casi, dalle aliquote Irpef a quelle Imu, il giochetto è sempre lo stesso.
Da un lato lo Stato taglia i trasferimenti (senza però ridurre la tassazione a livello centrale), dall’altro attribuisce agli enti locali la possibilità di rifarsi manovrando aliquote e balzelli. Nel mezzo, i cittadini.
Negli ultimi tre anni le Province hanno dovuto far fronte a tagli da 1,5 miliardi di euro e una sforbiciata analoga è prevista da qui al 2014.
Lo stesso è accaduto ai Comuni che nonostante la compartecipazione al gettito Imu sono ben lontani dal compensare i mancati trasferimenti e che nei prossimi tre anni vedranno sparire almeno altri 3 miliardi.
Secondo Gianluigi Bizioli che insegna diritto tributario all’Università di Bergamo, “è inevitabile che gli enti locali, se non vogliono ridurre i servizi, cerchino risorse dove e come possono”.
I tagli sono effettivamente pesanti e le razionalizzazioni di spesa, quando possibili, richiedono comunque tempi lunghi che non consentono di far fronte nell’immediato ai minori introiti.
“D’altro canto — continua Bizioli — in una fase di crisi è inevitabile che lo Stato centrale dreni quante più risorse possibili per far fronte all’emergenza”. “Inutile sperare nel federalismo — conclude Bizioli — la riforma conteneva una buon principio, quello dei costi standard (ossia la calibrazione delle spese, specie quella sanitaria, sul livello delle regioni più virtuose) ma ormai giace nel dimenticatoio e lì resterà almeno finchè la fase più acuta della crisi non sarà superata”.
Rimane il fatto che nel caso specifico dell’Rc auto il fisco provinciale va a colpire una voce di spesa che negli ultimi anni ha già aumentato sensibilmente il suo peso sui bilanci familiari.
Le associazioni dei consumatori stimano che negli ultimi dieci anni il costo per assicurare l’ auto sia in pratica raddoppiato e che solo nell’ultimo biennio l’aumento sia stato del 30%.
Senza contare che molte Province hanno alzato anche le imposte per le iscrizioni e le annotazioni sul Pra, il Pubblico registro automobilistico.
Per gli abitanti del Mezzogiorno poi la beffa è in molti casi doppia.
Quasi ovunque subiscono il prelievo massimo da parte della Provincia e per di più l’aliquota si calcola su premi sensibilmente più alti rispetto al Centro-Nord.
Secondo il portale Supermoney che consente di confrontare le offerte di diversi operatori, il costo medio di una polizza per chi non ha fatto incidenti negli ultimi 5 anni è di 1.456 euro al Sud contro i 920 euro del Nord.
Questo sebbene il tasso di incidentalità del Mezzogiorno sia ormai più basso rispetto a quello delle altre aree del paese.
Mauro Del Corno
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile
E’ IL TERZO AUMENTO IN UN ANNO
L’aumento del prezzo dei carburanti è di gran lunga l’aspetto più immediato e percepibile
dell’intervento del governo Monti nei trasporti, anche se bisogna certo dare un po’ più di tempo per esprimere delle politiche organiche per il settore.
Ma alcune dichiarazioni e azioni fatte finora non consentono molto ottimismo.
L’aumento delle tasse, già altissime, sulla benzina e il gasolio (il terzo aumento nell’anno!) appare un intervento con un forte e sicuro impatto inflazionistico (colpisce tutti i prezzi), e non equo.
Una delle motivazioni dell’aumento è quella di trovare risorse per i sussidi ai trasporti locali.
Ma non si può ignorare che abbiamo le più basse tariffe europee per questi servizi, che per di più sono prodotti in regime di monopolio, e quindi con poca efficienza.
Alti costi di produzione collegati a basse tariffe, entrambe conseguenze di scelte politiche degli enti locali, richiedono ovviamente altissimi sussidi pubblici.
Non era il caso di intervenire con più decisione sulle cause del fenomeno, invece che “premiare” indistintamente queste costose politiche passate?
Infine occorre ricordare che la maggioranza dei pendolari si sposta in automobile, e non certo per libera scelta, ma a causa del fatto che quelli a più basso reddito abitano e lavorano in aree disperse, e non servibili con i mezzi pubblici.
Loro dovranno pagare (con 70 centesimi di tasse al litro) per consentire agli enti locali le loro irresponsabili politiche di spesa.
La costituzione di un’autorità indipendente di regolazione per il settore appare ottima cosa, ma l’idea di frazionarne le competenze e connetterne i “pezzi” ad altre autorità fa apparire da subito debole il progetto.
L’esclusione delle concessioni autostradali da questa regolazione poi è un segnale pessimo: gli altri concessionari avrebbero un precedente a cui attaccarsi per aumentare le loro resistenze al ruolo della nuova Autorità , che, non dimentichiamolo, è quello di difendere utenti e contribuenti, rispettivamente dai profitti eccessivi dei concessionari privati, o dalle inefficienze dei concessionari pubblici (ferrovie in particolare).
Pessima appare anche la mancata liberalizzazione dei taxi, non tanto nel merito quanto nel metodo.
Nessuna liberalizzazione infatti può essere indiscriminata, e richiede fasi delicate di transizione (per esempio, sulla gestione della perdita di valore delle licenze attuali comprate a caro prezzo dai tassisti).
Ma ritirare il provvedimento alla prima protesta, costituisce un segnale di debolezza di fronte agli interessi costituiti, e anche in questo caso un precedente pericoloso per altre liberalizzazioni.
I primi segnali per la politica infrastrutturale sembrerebbero poi confermare la linea del governo precedente, con la logica delle “grandi opere”: costi stratosferici per i contribuenti, di cui nessuno in questi anni ha assunto la responsabilità , poche scelte funzionalmente efficaci (la linea AV Milano-Roma), altre di dubbia utilità (la linea AV Roma-Napoli), e altre ancora catastrofiche (la linea AV Milano-Torino sopra tutte).
Ma erano comunque altri tempi.
Ora gli aspetti finanziari (cioè quanto bisogna pagare con le tasse e quanto pagano gli utenti), e quelli in favore della crescita economica sono dominanti.
E le grandi opere finanziate dall’ultimo CIPE sono le peggiori possibili da entrambi questi punti di vista.
Si tratta infatti principalmente di nuove tratte ferroviarie di alta velocità (la Milano-Genova e la Napoli-Bari), costosissime, e probabilmente tutte a carico dei contribuenti (“probabilmente” perchè neppure è dato conoscerne i piani finanziari, cioè il rapporto costi-ricavi).
Anche gli effetti anti-crisi sono inesistenti: si tratta di opere “ad alta intensità di capitale”, e con periodi di completamento molto lunghi ed incerti.
Esattamente il contrario di quello che serve oggi per la crescita dell’occupazione e dei consumi, che sono le opere che occupano da subito molta gente, come le manutenzioni e i miglioramenti dell’esistente.
Ma anche investire in opere che gli utenti non sono disposti a pagare, come quelle ferroviarie per le relazioni di lunga distanza (vedi sotto), dovrebbe far riflettere sulla loro priorità rispetto ad altre, meno vistose ma certo più urgenti.
Vengono spesso addotti motivi ambientali per queste scelte.
Tuttavia studi recenti hanno evidenziato che le emissioni di gas serra nella fase di costruzione di grandi opere ferroviarie vanificano di fatto ogni possibile beneficio ambientale, per moltissimi anni.
Come si è già detto, appare urgente una revisione delle scelte di spesa in questo campo, che segnali una forte discontinuità con le logiche poco meditate, e ancor meno valutate, dal governo Berlusconi.
C’è altrimenti il rischio che i pendolari, i pensionati, e le imprese, con le tasse sui carburanti e le loro conseguenze inflattive, paghino per opere politicamente “visibili” ma di assai incerta utilità , mentre per quelle esistenti e molto usate continui il degrado.
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Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile
ANNO NUOVO, AUMENTI VECCHI: RISPETTO AL 2010, UN PIENO ORMAI COSTA 17 EURO IN PIU’… SOLO PER DIESEL E BENZINA UNA FAMIGLIA PAGHERA’ 300 EURO IN MEDIA IN PIU’ ALL’ANNO, PER LA GIOIA DI CONCESSIONARI E SPECULATORI
Benzina e autostrade.
Un mix di aumenti che può costare assai caro agli italiani (ancor di più se sul piatto si mette anche la Rc auto).
Per i carburanti l’impennata è già una dura realtà : ieri il prezzo consigliato nei distributori dell’Eni stabiliva un nuovo record (1, 722 euro al litro per la ‘verde’ e 1,694 per il diesel).
Un anno fa, per capirci, si pagavano quasi trenta centesimi al litro in meno: questo significa, a stare a un calcolo del Codacons, che un pieno di gasolio per un’auto di media cilindrata in dodici mesi è aumentato di 17,3 euro, di 13 euro se si va a benzina.
Vale a dire, con un paio di pieni al mese per un anno, un salasso che supera i 300 euro.
La colpa, dice Luca Squeri, capo della Federazione dei benzinai (Figisc), è dei governi Monti e Berlusconi: “Se le quotazioni internazionali del greggio e dei prodotti finiti hanno pesato per il 25 per cento sull’aumento dei prezzi in Italia, per il 75 per cento vi hanno invece influito gli aumenti di accisa e Iva. Oggi, senza quegli aumenti, la benzina costerebbe 19 centesimi/litro in meno e il gasolio 22″.
Critica condivisa da Carlo Rienzi, ma il presidente del Codacons ci aggiunge pure “i soliti aumenti speculativi dei prezzi alla pompa che si registrano puntualmente in occasione delle grandi partenze”.
Come che sia, pare che grazie a questi prezzi record durante queste feste se ne andranno in fumo — letteralmente — 215 milioni di euro in più in tutto.
Disperati gli agricoltori: per loro, infatti, non solo aumentano i costi di produzione, ma prosegue quel circolo vizioso per cui i consumatori spostano sul trasporto quanto prima spendevano per la tavola.
Poi c’è il problema delle tariffe autostradali, che sono una fonte di guadagni enormi per i titolari di concessioni (Benetton, Toto, gruppo Gavio, enti locali, Anas) nonostante un rischio di impresa pari a zero.
Un recente studio della Cgia di Mestre spiega meglio di mille parole quello che è successo al prezzo dei servizi pubblici in questi dieci anni: “Se in poco più di un decennio — dal 2000 all’ottobre di quest’anno — il costo della vita è aumentato del 27,1 per cento, la tariffa dell’acqua potabile, per esempio, è cresciuta del 70,2 per cento, quella della raccolta rifiuti del 61 per cento, i biglietti dei trasporti ferroviari del 53,2 per cento”.
Buoni quarti, proprio i pedaggi autostradali: + 49,1 per cento, ventidue punti più dell’inflazione.
Nel 2010, per dire, l’aumento medio è stato superiore al 6 per cento con un picco straordinario del 19 per cento per la Torino-Milano.
Insomma, una crescita che non conosce sosta e non ha più ragion d’essere nella remunerazione dell’investimento iniziale (la costruzione dell’autostrada), ormai ammortizzato del tutto o quasi, nè per la qualità e tempestività degli investimenti fatti sulla rete: per la prima ognuno può giudicare viaggiando in macchina, per la seconda basti citare la Banca d’Italia, secondo cui molti concessionari non hanno completato neanche il 60 per cento degli ampliamenti previsti nel 1997 e appena il 3 per cento di quelli proposti nel 2004.
Nonostante questo le società del settore raccolte nell’Aiscat hanno chiesto quest’anno aumenti medi tra il 3 e il 5 per cento.
D’altronde è così che funziona.
Il meccanismo che regola le tariffe autostradali si chiama price cap, una sorta di tetto al prezzo di un servizio che si usa in caso di monopoli naturali, laddove cioè la spinta all’efficienza e alla diminuzione dei costi sarebbe pressochè nulla.
Nel merito, per stabilire il costo delle autostrade si usano vari parametri: il recupero del 70 per cento dell’inflazione programmata, gli investimenti sulla rete, la qualità del servizio (tra cui il numero di incidenti), gli obiettivi di risparmio indicati dal regolatore (Anas).
Teoricamente, insomma, potrebbe anche darsi che le tariffe diminuiscano, solo che non è mai successo: a settembre i concessionari presentano la loro proposta di adeguamento tariffario, l’Anas fa la sua istruttoria per capire se il prezzo è giusto e presenta la sua (non necessariamente la stessa) ai ministeri competenti — Tesoro e Infrastrutture — che devono prendere una decisione entro il 31 dicembre.
Non è ancora chiaro se Monti e Passera concederanno aumenti fino al 5 per cento come chiedono i concessionari: se può essere un indicatore, però, negli ultimi due giorni la Atlantia dei Benetton ha guadagnato quasi due punti in Borsa.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL CODACONS: OGNI FAMIGLIA BASE DI 4 PERSONE PER AUMENTO DEI PREZZI, RINCARI DELLE TARIFFE, MANOVRE ECONOMICHE, CARO-AFFITTI E CARO-CARBURANTI, HA PERSO 10.850 EURO… ORA I PEDAGGI AUTOSTRADALI AUMENTANO DEL 3,51%, LA TARIFFA DELLA LUCE DEL 4,9%, QUELLA DEL GAS DEL 2,7%
Dal primo gennaio i pedaggi della rete Autostrade per l’Italia aumenteranno del
3,51%.
L’adeguamento tariffario, spiega Autostrade per l’Italia, è il risultato della somma di diverse componenti: un aumento dell’inflazione registrata nel periodo 1° luglio 2010 — 30 giugno 2011 e un incremento relativo alla percentuale e alla remunerazione dei nuovi investimenti previsti.
E nuovi rincari sono annunciati anche per le bollette energetiche.
Dal primo gennaio, secondo quanto deciso dall’Autorità per l’energia, la luce registrerà un aumento del 4,9% e il gas del 2,7%.
Una sostanziale perdita di oltre 50 euro per un nucleo familiare base composto da 4 persone.
Le stangate delle tariffe arrivano mentre il Codacons comunica i dati di uno studio effettuato sui consumi degli italiani negli ultimi 10 anni: da quando c’è stato il passaggio dalla lira all’euro, da gennaio 2002 a gennaio 2012, la perdita del potere d’acquisto per il ceto medio è stato del 39,7%, e una famiglia media ha subito un taglio, per aumento dei prezzi, rincari delle tariffe, manovre economiche, caro-affitti, caro-carburanti, di circa 10.850 euro.
Da quando il nostro paese ha aderito alla moneta unica gli aumenti su quasi tutti i prodotti sono stati esponenziali: del 207,7% per l’acquisto di una penna a sfera, del 198,7% per un tramezzino, del 159,7% per un cono gelato.
Lo studio del Codacons riporta che fra i prodotti che hanno subito i maggiori rialzi di prezzo ci sono la confezione di caffè da 250 grammi (+136,5%), il supplì (+123,9%), un chilo di biscotti frollini (+113,3%), la giocata minima del lotto (+92,3%).
Nella lista di cento prodotti stilata dall’associazione a difesa dei consumatori, l’unico ad aver subito un calo di prezzo è stato il francobollo di posta prioritaria passato da 0,62 a 0,60 euro (-3,2%), e che nel 2006 ha sostituito quello di posta ordinaria, che costava 0,45 centesimi.
La pizza margherita costava, a dicembre 2001, l’equivalente di 3,36 euro mentre oggi è indicata a 6,50 (+93,5%), un jeans di marca per uomo è passato da 64,56 a 126 euro (95,2%), un chilo di patate da 0,62 a 1,12 euro (+80,6%), cappuccino e brioche costavano l’equivalente di 1,19 euro e oggi si pagano 2 euro. Per un chilo di pane si spendeva 1,80 euro mentre oggi 2,85 (+58,3%), il quotidiano costava 77 centesimi e oggi 1,20 (+55,8%).
Fra i prodotti per cui i rincari sono stati contenuti ci sono il Cd, da 20,14 a 22 euro (+9,2%), una confezione da sei di uova da 1,03 a 1,20 euro (+16,5%), e quella da due omogeneizzati da 2,69 a 2,99 euro (+11,2%).
E mentre l’Eni ha decretato un ulteriore aumento della benzina, superando il livello raggiunto dal leader del mercato e toccando un nuovo record storico a 1,724 euro al litro nei distributori a marchio Ip, le associazioni dei consumatori (Adoc, Codacons, Movimento difesa del cittadino e Unione Nazionale Consumatori) indicono per il 5 e 6 gennaio due giorni di sciopero della benzina per protestare contro i rincari dell’ultimo mese dei carburanti: “I cittadini italiani sono invitati ad astenersi dal fare rifornimento di benzina e gasolio, come forma di protesta contro i continui aumenti delle accise” hanno dichiarato i promotori che aggiungono: “L’abnorme situazione dei carburanti in Italia determina non solo una stangata sul pieno, che sfiora i 200 euro annui ad automobilista, ma anche un effetto negativo sui prezzi al dettaglio dei beni trasportati su gomma”.
Dal primo gennaio, intanto, Piemonte, Liguria e Toscana applicheranno maggiorazioni che, comprese di Iva, alzeranno i prezzi di 6,1 centesimi al litro.
Ad aumentare sarà anche l’addizionale nelle Marche (compresa di Iva arriverà a 9,1 centesimi in più rispetto al livello nazionale), così come Umbria e Lazio che introdurranno per la prima volta la maggiorazione rispettivamente di 4,1 e 3,1 centesimi al litro.
Buone notizie solo in Abruzzo, dove l’addizionale introdotta il primo gennaio 2011 verrà invece abrogata.
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Dicembre 27th, 2011 Riccardo Fucile
I DATI DI FEDERCONSUMATORI: – 18% ABBIGLIAMENTO E CALZATURE, – 24% ARREDAMENTO ED ELETTRODOMESTICI, – 7% PROFUMERIA. — 8% TURISMO… RISPETTO A UN ANNO FA IN CALO ANCHE GIOCATTOLI (-3%) E ALIMENTARI (- 1,5%)
La crisi morde anche il Natale. Era prevedibile, ma è ancor più impietosa la fotografia che i
giorni di festa scattano allo stato di salute dell’economia italiana.
In un periodo tradizionalmente di forti consumi in ogni settore, per viaggi, spostamenti, corsa al regalo, feste e cenoni vari, in Italia è stata registrata un’evidente contrazione rispetto allo scorso anno: spesi 400 milioni di euro meno delle previsioni.
Questo, secondo i dati analizzati dall’Osservatorio nazionale Federconsumatori (Onf) sui consumi relativi alle festività natalizie, pervenuti dai centri di elaborazione dislocati nel Nord, Centro e Sud Italia, sia nelle piccole che nelle grandi città .
In base allo studio di Federconsumatori, la spesa totale per il Natale si è attestata a 4 miliardi di euro, rispetto ai 4,4 stimati.
La spesa media a famiglia è stata di 166 euro, al di sotto di previsioni che già erano negative. Analizzando l’impatto della contrazione sui diversi settori, si scopre che l’unico a registrare un seppur lieve incremento è quello dell’elettronica di consumo, mentre le promozioni permettono all’editoria di reggere l’urto mantenendo livelli stabili.
Per tutto il resto, persino alimenti e giocattoli, è un Natale nel segno del meno.
Entrando nel dettaglio, crollano abbigliamento e calzature (-18%), mobili, arredamento ed elettrodomestici (-24%).
Pesante il passivo per profumeria e cura della persona (-7%).
Note dolenti anche per i viaggi: meno partenze e turismo che accusa un grave -8%.
Sotto l’albero, meno regali per i più piccoli: le vendite di giocattoli hanno fatto registrare -3%. E cenoni meno ricchi, con una contrazione nei consumi di prodotto alimentari del -1,5%.
Come si diceva, l’unico settore in positivo è quello dell’elettronica di consumo: un +1% frutto, secondo lo studio di Federconsumatori, del passaggio al digitale terrestre di alcune regioni e dalla vendita di smartphone.
“E’ chiaro – hanno dichiarato Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, Presidenti di Federconsumatori e Adusbef – che da tutto ciò deriva l’urgente necessità di affiancare alle misure di riequilibrio dei conti (che solo per la manovra Monti costeranno alle famiglie 1129 euro), interventi determinati per avviare una nuova fase di sviluppo, attraverso il rilancio degli investimenti nei settori produttivi” .
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