Dicembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
AD ANNUNCIARLO E’ NOMISMA ENERGIA NELLE SUE STIME, IN ATTESA DELL’AGGIORNAMENTO DELL’AUTHORITY PER L’ENERGIA PREVISTO PER FINE ANNO…LA SPESA ANNUA POTREBBE CRESCERE DI 53 EURO
Dal primo gennaio le tariffe elettriche dovrebbero crescere del 4,8%, con un aumento di 0,8 centesimi al chilowattora che – spiega Davide Tabarelli, esperto tariffario di Nomisma Energia – per una famiglia ‘tipo’ (2.400 chilowattora consumati l’anno e 3 kw di potenza impegnata) si tradurrebbero in un aumento di 21,5 euro su base annua.
Per il gas, invece, è atteso un aumento del 2,7%. Vale a dire 2,3 centesimi al metro cubo che per la stessa famiglia ‘tipo’ (1.400 metri cubi di metano consumati in un anno) comporterà un aggravio di quasi 32 euro annui.
Un aggravio quello atteso per la luce nel primo trimestre dell’anno che, sommato a quello previsto per la luce, rischia di tradursi in una vera e propria stangata pari a oltre 53 euro l’anno per le famiglie, spiega Tabarelli sottolineando che a ‘spingere’ i nuovi rincari giocano le quotazioni del greggio – schizzate negli ultimi mesi ai record di 110 dollari al barile – ma anche dai maggiori costi legati alle fonti rinnovabili e ai prezzi di trasmissione.
“Dopo la stangata sui prezzi della benzina, che l’hanno spinta nei distributori italiani ai massimi d’Europa, arriva un’altra batosta con le tariffe di luce e gas, a conferma che l’Energia è il bene più tartassato per i consumatori finali”, aggiunge l’esperto di Nomisma Energia, sottolineando che se le previsioni trovassero conferma nell’aggiornamento tariffario dell’Autority per l’Energia per il primo trimestre 2012, atteso entro fine mese, si tratterebbe del quinto aumento trimestrale consecutivo per il gas e del terzo rincaro delle bollette elettriche in un anno.
Le stime – ricorda – si basano, per quanto riguarda il gas, sul “calcolo automatico e fissato dalle regole dell’Autorità che sconta gli aumenti dei mesi scorsi del greggio a cui si sommano alcune nuove componenti per il trasporto”.
Per l’elettricità la previsione “è più difficile”, precisa Nomisma Energia. Il quadro lascia comunque “ipotizzare” un “sensibile rincaro, pari al 4,8%”.
Un aumento legato ai maggiori “costi di generazione elettrica sulla borsa, sommati al forte incremento degli oneri per finanziare i pannelli fotovoltaici e l’aumento per il costi di trasporto dell’elettricità “.
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Dicembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
LA CRISI ECONOMICA HA COLPITO DURAMENTE LE FAMIGLIE ITALIANE… LE STIME DEI CONSUMATORI SULL’IMPATTO DELLA FINANZIARIA
La crisi si fa sentire per le famiglie italiane. 
Secondo quanto emerge dal supplemento al bollettino statistico della Banca d’Italia dalla fine del 2007 – quando aveva raggiunto i suoi livelli massimi – alla fine del 2010 la ricchezza netta delle famiglie italiane (somma di attività reali e finanziarie) è diminuita del 3,2% a 8.640 miliardi di euro.
Sempre in termini reali la ricchezza complessiva è scesa dell’1,5% tra il 2009 e il 2010. Di più, gli italiani stanno anche ricomponendo i loro portafogli finanziari: più liquidità , meno azioni e meno titoli di stato.
E con la manovra del governo Monti, secondo Adusbef e Federconsumatori, è in arrivo una stangata da 1.129 euro l’anno a famiglia, che, sommando anche le misure 2011 del governo Berlusconi, salgono a 3.160 euro.
Con un impatto sulla capacità di consumo è del 7,6% annuo.
Secondo i calcoli delle due associazioni, a regime le ricadute della manovra in via di approvazione saranno pari a 197 euro di tagli e 932 euro di imposte.
I tagli riguardano il mancato adeguamento dell’indicizzazione delle pensioni oltre 1.000 euro (34 euro l’anno) e quelli agli enti locali (163 euro l’anno).
Per quanto riguarda invece le imposte la tabella evidenzia 270 euro da aumenti dell’Iva, 405 euro per l’Imu prima casa, 120 euro per le accise sulla benzina, 47 euro per il bollo sui depositi, 90 euro per l’addizionale regionale allo 0,3%.
Per quanto riguarda il rapporto Bankitalia, nel dettaglio, alla fine del 2010 la ricchezza netta delle famiglie (al netto, cioè, delle passività finanziarie) è stata pari a 8.640 miliardi di euro.
La ricchezza lorda era invece pari a circa 9.525 miliardi di euro, corrispondenti a poco meno di 400 mila euro in media per famiglia.
Le attività reali rappresentavano il 62,2% della ricchezza lorda, le attività finanziarie il 37,8%. Le passività finanziarie, pari a 887 miliardi di euro, rappresentavano il 9,3% delle attività complessive.
Secondo stime preliminari, nel primo semestre 2011 la ricchezza netta delle famiglie sarebbe leggermente aumentata in termini nominali (0,4%) per effetto di un aumento delle attività sia reali (1,2%) sia finanziarie (0,4%), nonostante le passività abbiano fatto registrare un incremento del 5,4%.
Il numero di famiglie con una ricchezza netta negativa, alla fine del 2008 pari al 3,2%, risulta invece in lieve ma graduale crescita dal 2000 in poi.
A fine 2010 le abitazioni rappresentavano quasi l’84% del totale delle attività reali.
Alla fine del 2010 la ricchezza in abitazioni detenuta dalle famiglie italiane ammontava a oltre 4.950 miliardi di euro, corrispondenti in media a poco più di 200.000 euro per famiglia.
La ricchezza in abitazioni, a prezzi correnti, è cresciuta tra la fine del 2009 e la fine del 2010 dell’1% (circa 48 miliardi di euro).
La crescita è stata molto inferiore al tasso medio annuo del periodo 1995-2009 (circa il 5,9%), a causa del rallentamento delle quotazioni sul mercato immobiliare.
In termini reali, la diminuzione della ricchezza in abitazioni rispetto al 2009 è risultata pari a circa lo 0,5%.
Per quanto riguarda le attività finanziarie, invece, il 43,2% era detenuto in obbligazioni private, titoli esteri, prestiti alle cooperative, azioni e altre partecipazioni e quote di fondi comuni di investimento.
Il contante, i depositi bancari e il risparmio postale rappresentavano, invece, “il 30% del complesso delle attività finanziarie” mentre “la quota investita direttamente dalle famiglie in titoli pubblici italiani era pari al 5%”.
L’aumento di circa “8 punti percentuali della quota di attività finanziarie in obbligazioni private italiane (dal 2,4 al 10,2 per cento) di quella in riserve tecniche di assicurazione (dal 10 al 18,6 per cento) sono state compensate dalla forte contrazione delle quote di attività finanziarie in depositi bancari e in titoli pubblici italiani (rispettivamente dal 30,2 al 18,3 e dal 18,9 al 5 per cento)”.
Sul versante delle passività , a fine 2010 quelle finanziarie erano costituite “per circa il 41% da mutui per l’acquisto dell’abitazione” mentre “la quota di indebitamento per esigenze di consumo ammontava a circa il 13,6 per cento”.
Negli ultimi due anni, secondo Bankitalia, è “fortemente rallentata la dinamica del valore dei mutui per l’acquisto dell’abitazione: l’incremento si è stabilizzato sul 2% annuo contro un valore di circa il 16% annuo del periodo 1995-2009”.
Ancora più forte la decelerazione accusata dal credito al consumo, che è passato dal 20,5% in media nel periodo 1995-2009 al 4,8% fra il 2009 e il 2010.
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Novembre 18th, 2011 Riccardo Fucile
IL 15% DEI NUCLEI FAMILIARI DEVE INTACCARE I PROPRI RISPARMI, IL 6% E’ COSTRETTO A CHIEDERE PRESTITI O AIUTO…TRA I MINORI 1 SU 5 VIVE A RISCHIO POVERTA’…IL RAPPORTO DI SAVE THE CHILDREN
Metà delle famiglie italiane riesce “appena a far quadrare i conti”, secondo uno studio del Forum Ania-Consumatori in collaborazione con l’Università di Milano, presentata oggi.
Il 15% dei nuclei è in maggiori difficoltà e ogni mese deve intaccare i propri risparmi per sopravvivere e il 6,1% è costretto a chiedere aiuti e prestiti.
“E’ arrivata la povertà in un soggetto come la famiglia che fino a quattro-cinque anni fa era il presidio della nostra ricchezza”, ha commentato il presidente del Censis, Giuseppe De Rita.
Peggiorano soprattutto le condizioni di vita dei bambini e i minori sembrano pagare il prezzo più alto della crisi.
Sono 10 milioni 229 mila i minori in Italia, il 16,9% del totale della popolazione: uno su cinque (24,4%) è a rischio povertà , il 18,3% vive in povertà (1.876.000 minori, in famiglie che hanno una capacità di spesa per consumi sotto la media), il 18,6% in condizione di deprivazione materiale e il 6,5% (653.000 ragazzi) in condizione di povertà assoluta, privi dei beni essenziali per il conseguimento di uno standard di vita minimamente accettabile.
È L’allarme lanciato da Save the children nel secondo “Atlante dell’infanzia a rischio” pubblicato oggi alla vigilia della giornata dell’infanzia.
Secondo l’associazione, dal 2008 ad oggi sono proprio le famiglie con minori ad aver pagato il prezzo più alto della recessione mondiale: negli ultimi anni la percentuale delle famiglie a basso reddito con un minore è aumentata dell’1,8%, e tre volte tanto (5,7%) quella di chi ha due o più figli.
Dal dossier emerge che nel nostro paese due minori su tre che sono in povertà relativa e più di un minore su due che è in povertà assoluta vivono nel mezzogiorno.
In particolare è la Sicilia ad avere la quota più elevata di minori poveri (il 44,2%), seguita dalla Campania (31,9%) e Basilicata (31,1%), mentre Lombardia (7,3%), Emilia Romagna (7,5%) e Veneto (8,6%) sono le regioni con la percentuale inferiore di minori in povertà relativa.
Per quanto riguarda i bambini in povertà assoluta, anch’essi si concentrano nel sud Italia dove rappresentano il 9,3% di tutta la popolazione minorile.
Inoltre il 18,6% di minori italiani versa in condizione di deprivazione materiale: nel nord est il 7% delle famiglie con minori dichiara di aver difficoltà a fare un pasto adeguato almeno ogni due giorni e al sud il 14,7% di famiglie con minori non ha avuto soldi per cure mediche almeno una volta negli ultimi 12 mesi.
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Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile
TRASPORTI PUBBLICI, SERVIZI SOCIALI E SANITA’: I TAGLI FARANNO SENTIRE I LORO EFFETTI…TRENI DEI PENDOLARI E BUS RISCHIANO IL BLOCCO, MOLTI BAMBINI RESTERANNO FUORI DALL’ASILO, L’ASSISTENZA TAGLIATA A NUMEROSI ANZIANI…LE PROIEZIONI DEGLI ENTI LOCALI NON INDUCONO ALL’OTTIMISMO
Manovra, maxiemendamenti, nuove richieste dell’Europa.
La cronaca rischia di farci dimenticare che la mannaia di Berlusconi e Tremonti ha già tagliato sette miliardi di trasferimenti dallo Stato a Regioni, Province e Comuni per il 2012.
Questo vuol dire – secondo le stime degli amministratori locali – che tre settori-chiave del nostro welfare stanno per crollare
Frastornati da manovre e maxiemendamenti gli italiani non hanno la percezione della mannaia dei tagli già decisi nel 2010 e 2011, ai quali vanno aggiunti i prossimi imposti dalla Unione europea.
Nel 2012, infatti, i trasferimenti dallo Stato a Regioni, Province e Comuni scenderanno di 7 miliardi di euro.
Tre i settori che rischiano il crollo: il trasporto pubblico locale, le politiche sociali e la sanità .
Partiamo dal trasporto pubblico locale.
Il Fondo nazionale passa da 2 miliardi e 55 milioni di euro nel 2010 a 400 milioni nel 2012.
Una parte di questi soldi, più di un miliardo di euro, venivano destinati ai contratti con Trenitalia per il trasporto ferroviario regionale.
Il 10 novembre scorso l’amministratore delegato di Fs Mauro Moretti ha lanciato l’allarme: “Dal primo gennaio del 2012 saremo costretti a chiudere il servizio regionale, visto che il miliardo e mezzo di tagli non sono stati nemmeno compensati con la legge di stabilità “.
Una dèbacle che rischia di lasciare a piedi le centinaia di migliaia di pendolari che tutte le mattine prendono il treno per raggiungere il posto di lavoro.
“Chiederemo alle Regioni se hanno la copertura per i servizi, altrimenti non sappiamo come fare — afferma Moretti — io ho un contratto e con quello faccio un certo numero di servizi. Se i soldi non ci sono, non so cosa fare, così non ho neanche i soldi per pagare gli stipendi”.
Ma non sono solo i treni regionali a rischiare il blocco. Anche il trasporto su “gomma”, vale a dire bus urbani, metropolitane e linee di pullman regionali, è sull’orlo del collasso. “Alla fine del primo trimestre del 2012 i fondi saranno esauriti e scoppierà il caos”, annuncia Luca Ceccobao, assessore ai Trasporti della Regione Toscana.
Secondo gli esperti, il trasporto pubblico locale “vale” più sei miliardi di euro.
Un taglio di un miliardo e mezzo rappresenta una terapia mortale.
Cosa possono fare Regioni e Comuni per trovare una soluzione?
Potrebbero aumentare il costo dei biglietti, che oggi coprono in media il 25 per cento delle entrate delle aziende di trasporto, ma non risolverebbero il problema.
L’altra strada e quella di raschiare il fondo del barile dei bilanci regionali e comunali tagliando nel contempo altri servizi.
Una politica suicida.
Nelle settimane scorse la Conferenza delle Regioni e il governo avevano concordato un tavolo tecnico per affrontare la situazione.
Il tavolo non si è mai riunito. In quegli stessi giorni il ministro Raffaele Fitto aveva promesso: “I fondi sono stati inseriti nel maxiemendamento alla manovra”.
Bugie ed ancora bugie. Intanto la Irisbus Fiat, l’unica fabbrica di bus in Italia, sta chiudendo i battenti per mancanza di commesse pubbliche. Settecento lavoratori andranno presto a casa.
Pessime prospettive anche per i dipendenti delle aziende di trasporto: in caso di default molti rischiano il posto di lavoro ma per loro non esistono ammortizzatori sociali.
Politiche sociali.
Per avere una chiara visione delle prospettive future bastano pochi numeri.
Nel 2010 la spesa sociale ha raggiunto i 7 miliardi e 300 milioni.
Nel frattempo i trasferimenti da parte dello Stato sono passati da 1 miliardo e 400 milioni nel 2008 ai 211 milioni nel 2011.
Tra l’altro il governo ha azzerato il fondo per la non autosufficienza e non sono previsti soldi per il 2012.
Stessa sorte per i fondi destinati alle pari opportunità e al disagio giovanile.
A cosa servono i fondi per le politiche sociali?
Ancora pochi numeri per capire. 260mila bambini accolti negli asili nido e nei servizi per la prima infanzia. 40mila nuclei familiari e oltre un milione di persone seguite dai servizi sociali. 90mila disabili assistiti a domicilio. 400mila anziani assistiti a domicilio. 280mila interventi in aiuto a persone appartenenti a fasce di disagio sociale.
Le conseguenze dei tagli sono facilmente immaginabili. “Sono tagli nella carne viva — afferma Lorena Rambaudi assessore regionale alle Politiche sociali della Liguria e coordinatrice nazionale del settore — e tutto questo mentre aumentano gli anziani e tra di loro quelli non autosufficienti.
Le prospettive sono catastrofiche: 50mila anziani perderanno il diritto all’assistenza, 20mila nuovi nati non avranno la possibilità di entrare nei nidi d’infanzia.
Nel 2012 le risorse saranno dimezzate, non solo per la mancanza dei finanziamenti nazionali, ma per i pesanti tagli effettuati ai bilanci regionali e comunali.
Dal 2010 — conclude — per Regioni e Comuni i tagli hanno raggiunto i 10 miliardi a cui si aggiungono quelli dei ministeri che vengono destinati a spese finalizzate ai servizi sociali ed altri interventi come ad esempio il sostegno agli affitti”.
E intanto cresce la spesa privata per l’assistenza: le famiglie italiane hanno speso nel 2010 9 miliardi di euro per pagare le 800mila badanti con regolare permesso di soggiorno. Nessuno ha idea di quante siano quelle irregolari e quanto pesino sui bilanci familiari.
La sanità pubblica.
“La manovra non toccherà la sanità pubblica”, parola del ministro della Salute Fazio.
Lo stesso si è dovuto ricredere dopo pochi mesi: “I fondi sono chiaramente sottostimati”. Il governo ha cominciato con i tagli lineari decisi nel 2010 dal ministro Tremonti: tre miliardi e mezzo dal 2011 al 2014.
Poi il cielo sembra rassenerarsi con l’accordo per il riparto del Fondo sanitario nazionale per il 2011 e per i tre anni successivi. I finanziamenti verranno incrementati del 3 per cento ogni anno. Balle.
Arriva la manovra finanziaria del 2011 e l’accordo non viene rispettato: due miliardi e mezzo di tagli nel 2013 e 5 miliardi e 450 milioni nel 2014.
Ma non basta: l’incremento dello 0.5 per cento nel 2013 e dell’1.4 per il 2014 non copre nemmeno l’inflazione.
Che le cose si stessero mettendo male si era capito nel giugno del 2011 quando Tremonti aveva annunciato che non c’erano più soldi per evitare l’introduzione dei ticket. In sostanza una truffa a danno delle Regioni costrette a recuperare 400 milioni di euro entro la fine del 2011.
Ecco la storia di questo pasticcio epocale.
Nel 2009 governo e Regioni firmano il Patto per la salute e, per evitare nuovi ticket sulle visite specialistiche, il ministero stanzia 860 milioni l’anno da versare nelle casse regionali.
A giugno del 2011 cambia tutto: non ci sono più soldi, l’aumento dei ticket diventa automatico: 10 euro in più per le visite specialistiche ed altrettanti per gli esami diagnostici, in più 25 euro per chi entra al pronto soccorso e viene classificato “codice bianco”.
Alla notizia tutti i presidenti delle Regioni protestano.
Tremonti fa orecchio da mercante.
Alla fine le Regioni si adattano, in caso contrario, come dice il governatore della Lombardia Roberto Formigoni, “c’è il rischio di essere accusati di danno erariale”.
Nel frattempo cinque Regioni (Lazio, Molise, Campania, Puglia e Calabria) sono alle prese con i piani di rientro del deficit sanitario accumulato negli anni.
Un altro salasso per cittadini che devono sobbarcarsi l’aumento costante delle tasse regionali.
E l’assistenza? Con il blocco del turn over nel pubblico impiego, medici, infermieri, tecnici e ausiliari che vanno in pensione non vengono sostituiti.
Particolarmente pesante la situazione in uno dei settori vitali della sanità pubblica. Se le cose non cambiano, gli anestesisti e i rianimatori in servizio non riusciranno a coprire tutti gli interventi in camera operatoria.
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 1st, 2011 Riccardo Fucile
CALA IL PREZZO DEL PETROLIO, MA QUELLO DELLA BENZINA RESTA FERMO
Iper e supermercati, botteghe di quartiere e perfino hard discount: per tutti, lo scorso
luglio, è stato un mese con incassi in calo.
L’aumento dell’Iva era allora solo una delle ipotesi da inserire nella manovra, eppure le vendite del mese hanno subìto un netto calo.
Lo certifica l’Istat: rispetto allo stesso periodo del 2010, nel mese di luglio di quest’anno gli acquisti sono calati del 2,4 per cento (meno 0,1 rispetto a giugno 2011). E sia i commercianti che i consumatori sono d’accordo nel dire che nei prossimi mesi il dato peggiorerà ulteriormente.
Gli iPad, i telefonini, creme e profumi sono gli unici prodotti in crescita o quanto meno in tenuta, tutto il resto – per le famiglie italiane – è stato materia di tagli.
Hanno rinunciato a cambiare gli elettrodomestici e la tivù (meno 7,4 nell’anno), hanno alleggerito il carrello della spesa (meno 2 per cento), hanno comperato meno vestiti e scarpe (in calo dell’1,9 e dell’1,8 per cento).
Se la tendenza è questa, dicono le imprese, per il prossimo inverno – incamerato l’aumento dell’aliquota Iva dal 20 al 21 per cento – non c’è d’aspettarsi niente di buono.
Tanto più che il sottosegretario alla Cultura Francesco Giro ha pure ventilato l’ipotesi di un ulteriore rialzo dell’imposta al «22 per cento per coprire la riforma fiscale».
Non solo: preoccupa molto il prezzo della benzina, arrivata alle stelle e intenzionata a restarci. Ieri, infatti, nonostante i cali registrati nel prezzo del petrolio (il Brent è sceso a 108 dollari al barile) i listini delle compagnie (benzina no-logo a parte) sono rimasti fermi.
Visti i risultati di luglio, è già allarme per i consumi del prossimo Natale, periodo nel quale le aziende concentrano prospettive di vendita e di incasso: «A fine anno i dati peggioreranno e ciò comporterà un ulteriore indebolimento nelle prospettive di sviluppo», commenta la Confcommercio.
«Già a luglio eravamo indietro tutta – concorda Marco Venturi, presidente di Confesercenti – lamentandoci per l’Iva non abbaiavamo alla luna».
Preoccupa molto la contrazione dell’alimentare: le promozioni di iper e supermercati non riescono più a mantenere alti i volumi, precisano alla Copagri che teme «un’ulteriore contrazione delle vendite che peserebbe come un macigno sulle aziende agricole».
E si teme anche che il calo dei consumi inserisca il volano per ulteriori peggioramenti: «Se saranno confermate le previsioni sulla debolissima variazione del Pil – commenta Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione – saremo costretti a rivedere i conti e a pensare a nuove misure».
Anche per i consumatori è urgente un cambio di rotta: «I dati Istat sono il segnale di una catastrofe annunciata – analizzano Adusbef e Federconsumatori – e grazie alle manovre le famiglie avranno altri aggravi per ben 2.031 euro annui».
Bisogna stimolare la crescita e soprattutto, «trovare risorse colpendo modo il vergognoso fenomeno dell’evasione».
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Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
IL TIMORE DEI CONSUMATORI E’ QUELLO DI UN AUMENTO INDISCRIMINATO DEI PREZZI CON RELATIVA PENALIZZAZIONE DEI CONSUMI
Bllette elettriche e i detersivi. I giocattoli e le tv, ma anche auto, moto, abbigliamento e scarpe. 
Così pure caffè, vino, cioccolata, pacchetti vacanze e una serie di servizi, dalle riparazioni dell’idraulico al taglio del parrucchiere.
Sono i «protagonisti» dell’aumento dell’Iva dal 20 al 21% deciso in extremis dal governo. La scelta impopolare almeno porterà nelle casse dello Stato tra i 4 e i 5 miliardi all’anno. E avrà un impatto sui prezzi dello 0,8%.
In teoria.
In pratica i timori delle associazioni dei consumatori è un aumento indiscriminato dei prezzi.
Con conseguente penalizzazione dei consumi, già in sofferenza per la crisi prolungata che ormai si sta facendo sentire sulle famiglie.
Per il presidente del Codacons Carlo Rienzi «il rialzo porterà a un aumento di tutti i prodotti indistintamente perchè l’Iva viene scaricata sui consumatori. Saremo destinati a veder salire anche l’inflazione».
Il termine ricorrente è «stangata».
Che il Codacons quantifica in 290 euro l’anno, ma che salirebbero fino a 385 euro per una famiglia di 4 persone.
I calcoli della Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani, è invece meno catastrofista e parla di «aggravio contenuto», valutando la misura del governo il «male minore».
La Cgia ha diviso le famiglie per disponibilità di spesa, prendendo in considerazione le fasce di reddito che vanno da un minimo di 15 mila a un massimo di 55 mila euro e per ognuna è stata calcolata l’incidenza dell’aumento in tre casi: contribuenti senza familiari a carico, famiglie con coniuge e 1 figlio a carico e famiglie con coniuge e 2 figli a carico.
Nell’elaborazione è stato tenuto conto dei fattori che possono influenzare il reddito disponibile e la diversa propensione al consumo.
Il risultato mostra un aumento della spesa annua che va da 37,54 euro a 60,64 per chi ha un reddito di 15 mila euro senza familiari a carico oppure con coniuge e 2 figli.
Per chi guadagna 30 mila euro l’aumento va da 58,27 a 77,84 euro.
Più si sale con il reddito e più aumenterà l’incidenza: per le famiglie con entrate da 55 mila l’aumento andrà da un minimo di 99,75 a un massimo di 123,21.
Federconsumatori, invece, ha fatto un calcolo solo sul rincaro della benzina: un esborso aggiuntivo di 32 euro l’anno, che se si somma agli aumenti a caduta da agosto 2010 si potrà arrivare a oltre 470 euro in più all’anno per fare il pieno.
Certo, l’aumento dell’Iva sulla bolletta elettrica sarà pagato in automatico e così sul caffè o sul vino, sulla tv o sui giocattoli.
Ma c’è tutta una serie di servizi sulla quale crescerà la tentazione all’evasione. Niente ipocrisie.
Chiunque si è trovato a dover dare una risposta alla domanda «con o senza Iva?».
E in alcuni casi la differenza non sarà stata certo di poco conto.
Si va dal dentista all’imbianchino (nessuna delle categorie citate se ne abbia a male).
Del resto i numeri dell’evasione sono chiari: 60 miliardi di Iva non pagata all’anno, la metà dell’intero gettito mancato.
Si accende così un faro sul problema e la difficoltà dei controlli.
Tema che fa ciclicamente riaffiorare l’ipotesi di un ampliamento delle spese deducibili dal privato cittadino con l’obiettivo di far emergere il «nero».
In questo caso il conflitto di interessi si risolverebbe a favore della richiesta della fattura o dello scontrino per poi poter detrarre in parte la spesa sostenuta.
Ma guardando al passato, le misure prese in questa direzione non hanno prodotto grandi risultati.
Come ad esempio la deducibilità delle spese mediche, fa presente l’Agenzia delle Entrate: non c’è stata un’impennata del gettito in quel settore.
Mentre la Guardia di Finanza ricorda l’operazione «Pandora» portata a termine due anni fa sulle ristrutturazioni, per le quali erano stati richiesti sgravi fiscali.
Le Fiamme Gialle hanno scoperto oltre 5 mila imprese edili che avevano eseguito i lavori senza dichiarare alcun reddito (3 miliardi di euro occulti), mentre i clienti avevano richiesto lo sgravio fiscale nella loro dichiarazione dei redditi.
Dai controlli dei finanzieri sono risultati circa 500 milioni di Iva evasa.
Insomma, il problema controlli è determinante.
Per Enrico Zanetti, direttore di Eutekne.info , il quotidiano del commercialista, «l’ampliamento delle spese deducibili può sembrare a prima vista una soluzione per rimuovere le prassi consolidate di complicità , ma nei fatti è più complicato perchè solo il controllo verifica la vera spesa sostenuta. E dunque potrebbe invece portare i cittadini a dichiarare spese non sostenute. Oggi l’Agenzia delle Entrate già non riesce a fare i controlli sui 5 milioni di partite Iva. Come potrebbe garantirli sui 40 milioni di contribuenti per dissuaderli dal dichiarare il falso?».
Una soluzione però ci sarebbe: «Prevedere una modalità di certificazione delle spese detraibili – ragiona Zanetti – tali da consentire l’inclusione nei file telematici della dichiarazione dei redditi in modo tale che ci sia un riscontro diretto».
Intanto c’è l’aumento dell’Iva ordinaria al 21%, mentre le altre aliquote rimangono invariate.
La minima al 4%, che interessa alcuni generi alimentari come frutta, verdura e latte, i libri e i giornali e le vendite delle abitazioni quando si tratta di «prima casa».
L’aliquota ridotta resta al 10% ed è applicata, ad esempio, a uova e birra (mentre il vino è al 21%) e alle cessioni di abitazioni che non hanno il requisito di «prima casa», ma anche alle bollette elettriche per alcuni grandi clienti industriali come possono essere le acciaierie.
Il provvedimento, comunque, non stupisce più di tanto Zanetti: «Mi sembra coerente – conclude -. Da due anni si parla di riforma fiscale e di spostare la tassazione dai redditi alle cose. Sul tema erano d’accordo tutte le parti sociali. Ed è quello che è stato fatto. Certo, ci sono poi anche i patrimoni».
Francesca Basso
(da “Il Corriere della Sera”)
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Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DE “IL GIORNALE” DIVENTA “GUEST STAR” DEL TWIGA, LO STABILIMENTO “POPOLARE” DI MADAME SANTANCHE’
La Toscana è una regione misteriosa, selvaggia, pericolosa. 
Dove può capitare, ad esempio, di passeggiare sulla sabbia della spiaggia e all’improvviso trovarsi di fronte Alessandro Sallusti o Daniela Santanchè.
Anche perchè la signora Garnero ha ultimamente preso in consegna uno stabilimento, dove i villeggianti possono godersi il meritato mare e riposo.
Certo, a patto di avere 10mila euro d’avanzo.
Il buen retiro del sottosegretario Pdl e di Alessandro Sallusti è proprio lì, nella prima fila del Twiga a Forte dei Marmi, distante da tutti gli altri bagnanti: divano, poltrone, asciugamani in tinta, una guardia del corpo pronta ad allontanare ogni disturbatore.
E camerieri solerti a servire le prelibatezza del ristorante.
Lei arriva, saluta, fa un po’ di public relations, magari gioca a racchettoni con un sobrio cappello da cow —girl , risponde al cellulare e accoglie i suoi ospiti.
Ha costruito un stabilimento a misura sua e del socio, Flavio Briatore.
Quaranta tende, prezzi che vanno dai diecimila ai quindicimila euro a stagione, totem etnici ovunque, marchi di sponsor prestigiosi disseminati in ogni angolo, cuscini sparsi, personale belloccio (sia maschile che femminile) al quale sembra impedito sudare (asciutti e lindi nonostante i 35 gradi).
E cartelli inequivocabili: “I venditori ambulanti non possono disturbare gli ospiti”, firmato la direzione.
Bisogna vedere se gli “ambulanti” sanno leggere l’italiano e adeguarsi alla direttiva. “Però si sta bene, molto — racconta una signora —. Costerà caro, è vero, ma chi se ne importa! Cosa voto? Diciamo che la Daniela mi garba, e poi mi piace l’ambiente anche se ci sono meno vip degli scorsi anni…”.
Tasto dolente.
Ma soprattutto c’è il piacere dell’incontro con le celebrità .
Ad esempio Sallusti.
Insomma, persone con le quali, magari, fare business per la coppia Briatore-Santanchè.
In quanto ai nostri very important people da paparazzare, pochi, “magari qualche giocatore della Fiorentina — ci spiegano sempre dallo stabilimento — o il cantante Nek! Spesso abbiamo Sallusti”. Ecco. Silenzio.
Attesa imbarazzata, poi una luce negli occhi della nostra interlocutrice: “Aspetti, aspetti: sabato ospitiamo il matrimonio della sorella della Gregoracci”
Finalmente un sorriso.
Anche da parte della signora che quest’anno non ha potuto godere della presenza di vip.
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Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile
I RITARDI MAGGIORI AL SUD, BENE SOLO FRIULI, MOLISE E BASILICATA
«La debolezza dei consumi a livello pro capite, complice il biennio di crisi 2008-2009, lascia
prevedere un rallentamento generalizzato dell’uscita dalla crisi tanto che, a fine 2011, ben 17 regioni su 20 rischiano di registrare un livello di consumi inferiore a quello del 2000».
È quanto rileva un’indagine della Confcommercio, che evidenzia i ritardi del Sud.
Su 20 Regioni italiane, la dinamica dei consumi pro-capite indica che solo Friuli, Molise e Basilicata segnano livelli di consumi superiori a quelli di 11 anni fa.
Secondo la ricerca della Confcommercio «negli ultimi anni si riduce il contributo del Sud in termini di consumi rispetto al totale nazionale con una quota che è passata dal 27,2% del 2007 al 26,6% del 2011».
Risultano, invece, positive le dinamiche delle regioni settentrionali, «con quote – spiega – in costante aumento sia nel Nord-Est (dal 21,8% al 22,2%) che nel Nord-Ovest (dal 30,1% al 30,6%)».
L’associazione dei commercianti, fa, inoltre, notare, che «alle deboli performance del Mezzogiorno si associano anche gli effetti del calo demografico registrato in quest’area (la quota della popolazione sul totale nazionale è scesa dal 36,4% del 1995 al 34,4% del 2011) che hanno determinato il protrarsi del calo dei consumi anche nel 2010».
A livello di singole regioni, sottolinea la Confcommercio, «nel 2009 tutte fanno registrare una contrazione dei consumi in termini reali con picchi in Calabria (-4,2%), Puglia (-3,6%), Sicilia (-3,2%) e Campania (-3,0%), mentre nel 2010 solo il Nord-Est ha recuperato i livelli di consumo pre-crisi».
Per l’associazione in una prospettiva di più lungo periodo, nel 2017, «il Mezzogiorno avrà acuito il suo ritardo con una continua riduzione della spesa per consumi rispetto al totale nazionale».
In ogni caso, aggiunge, «al di là delle differenti dinamiche dei consumi che evidenziano una maggiore debolezza delle regioni meridionali confermando i divari territoriali presenti nel Paese, a livello generale va segnalato il tentativo delle famiglie di recuperare i livelli di consumo persi nel biennio recessivo anche se le previsioni per il 2011 sull’intero territorio restano modeste con un +0,8%».
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Agosto 27th, 2011 Riccardo Fucile
QUEST’ANNO LE FAMIGLIE SPENDERANNO IN MEDIA L’ 8% IN PIU’ RISPETTO AL 2010…. COLPA DEI RITOCCHI DEI PREZZI E DELLA MOLTIPLICAZIONE DELLE MATERIE…BANCARELLE DELL’USATO IN TUTTA ITALIA
Al ritorno dalle vacanze estive le famiglie italiane dovranno fare i conti con il caro-libri.
E le organizzazioni degli studenti lanciano i “mercatini dell’usato”.
Secondo il Codacons per l’acquisto dei libri di testo scolastici le famiglie italiane spenderanno in media l’8 per cento in più rispetto al 2010.
“Ad incidere sulla maggiore spesa – spiega in un comunicato l’associazione dei consumatori – non è solo l’aumento dei loro prezzi, ma anche quello del loro numero dovuto all’incremento delle materie insegnate, oltre che l’aumento dei tetti massimi di spesa fissati dal ministero dell’Istruzione”.
Quest’anno, “per venire incontro alle esigenze delle famiglie in questo periodo di crisi, il ministero ha pensato bene di alzare i tetti ministeriali in percentuali variabili tra l’1,4 ed il 3,8 per cento a seconda della scuola”, continua ironicamente il comunicato.
“E pensare – spiega il Codacons – che nel 2009 il ministero aveva pronosticato, entro i successivi tre anni, una diminuzione di spesa del 30 per cento per l’acquisto dei libri scolastici. Un dato fantasioso, salvo che il prossimo non avvenga un miracolo”.
E, come se non bastasse, secondo le prime rilevazioni condotte dall’associazione dei consumatori “nonostante il loro innalzamento, il 30 per cento delle scuole sforerà ugualmente i tetti di spesa fissati dal ministero”.
Dovrebbe essere, invece, più contenuto l’aumento dei prezzi per matite, penne, quaderni, zaini e per l’intero corredo scolastico: attorno al due per cento.
Per fronteggiare il rincaro della dotazione libraria gli studenti dell’Uds organizzano mercatini dell’usato in 25 città , dalla Friuli Venezia Giulia alla Sicilia.
“Secondo Federconsumatori – si legge in una nota degli studenti – un ragazzo di primo liceo spenderà ad inizio anno 728,6 euro per libri e dizionari più 461 euro di corredo scolastico. Per un totale di ben 1.189.6 euro. E in base ai conteggi del Codacons la spesa familiare per i libri di testo aumenterà dell’8 per cento”.
“Queste le tristi cifre che anticipano l’inizio dell’anno scolastico, rincari alla spesa e nessuno parla di diritto allo studio”, commentano i ragazzi.
Secondo gli studenti, “le passerelle mediatiche in cui si annunciava la soluzione del problema sono risultate vane”.
“Ad oggi – continuano – il mercato dei libri scolastici è dominato senza regole dalle lobby editoriali che annualmente modificano i testi senza sostanziali cambiamenti di contenuti. Abbiamo dichiarato da tempo guerra a chi specula sui libri scolastici – avvertono gli studenti – e sul caro libri.
“Per questo – comunicano quelli dell’Uds – abbiamo organizzato in tutt’Italia oltre 25 mercatini del libro usato per aiutare gli studenti abbattendo del 50 per cento i costi con il riuso, per sensibilizzare sul problema e rivendicare soluzioni concrete”.
Un’idea sposata anche dal Codacons che lancia per sabato 3 settembre la “giornata dell’usato”. “Per consentire alle famiglie di risparmiare sul costo dei libri”, il Codacons “invita le scuole ad organizzare la Giornata dell’usato”.
Le scuole dovrebbero allestire al loro interno un mercatino dei libri usati per favorire lo scambio diretto tra studenti.
“Inoltre, come già avviene in alcune realtà , le scuole potrebbero acquistare i libri di testo, per conto di tutti gli studenti, in modo da risparmiare sull’acquisto grazie al grande quantitativo e all’ordinativo all’ingrosso”.
Proposte concrete alle quali si aggiunge la richiesta dell’Uds di “una legge quadro nazionale sul diritto allo studio che imponga alle regioni di far applicare il comodato d’uso per i libri di testo in ogni scuola”.
“Già esistono buoni esempi – concludo gli studenti – non stiamo parlando della luna, ma di soluzioni concrete ed efficaci”.
Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)
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