Destra di Popolo.net

IL MINISTERO DEGLI INTERNI E’ SENZA SOLDI PER GESTIRE IMMIGRATI E PENTITI: LO AMMETTE PERSINO MANTOVANO

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

A FINE GIUGNO FINIRANNO I SOLDI PER I COLLABORATORI DI GIUSTIZIA MENTRE NON SI HANNO NOTIZIE PER GLI INTERVENTI SULL’EMERGENZA IMMIGRAZIONE, I CUI COSTI VENGONO SCARICATI SUL DIPARTIMENTO GIA’ GRAVATO DAI TAGLI… SPARITI 19 MILIONI IN TRE ANNI: ECCO IL DETTAGLIO DEI TAGLI ALLA SICUREZZA

Immigrati e pentiti, Mantovano ammette “Il Ministero sta finendo i soldi”
“Mancano i fondi per la gestione dei pentiti, con lo stanziamento del 2011 si riuscirà  appena a superare il semestre”.
A lanciare questo allarme è stato Alfredo Mantovano, il sottosegretario dell’Interno che nei giorni scorsi s’è dimesso (per poi ritirare le dimissioni) per contrasti con la politica governativa sull’immigrazione.
Mantovano, davanti a tutti i segretari nazionali dei sindacati di polizia che lo incalzavano chiedendogli quante risorse il governo fosse intenzionato a stanziare per l’emergenza immigrazione, ha risposto così: “Sappiate che il problema della mancanza dei fondi c’è. Io lo sto vivendo in prima persona come presidente della Commissione pentiti: rischiamo di non arrivare alla fine dell’anno”.
È la prima volta che un governo, da quando i “pentiti” sono diventati un’arma fondamentale per l’aggressione alle mafie, si trova in crisi di liquidità  addirittura per la gestione dei collaboratori di giustizia.
“Sì, è vero – ha confermato Alfredo Mantovano – il problema c’è, ma stiamo lavorando per risolverlo. Cercheremo di attingere al Fug, il Fondo unico giustizia”.
I pentiti sono circa 900, i loro familiari intorno ai tremila, un’ottantina i testimoni di giustizia e 300 i loro parenti.
Per capire il perchè dell’allarme del sottosegretario dell’Interno, basta osservare il trend delle spese per collaboratori di giustizia (in discesa negli ultimi anni dopo il picco di 70 milioni del 2006): 53 milioni nel 2009, 49 milioni nel 2010, 34 milioni nel 2011.
Un taglio nell’ultimo triennio di 19 milioni.
“È facile immaginare – commenta Enzo Letizia, segretario dell’Associazione funzionari di polizia – che non si possa arrivare alla fine dell’anno con il 35 per cento di risorse in meno rispetto a tre anni fa”.
Claudio Giardullo, segretario del Silp-Cgil, ricostruisce l’incontro con Mantovano: “Sono stato io a porre il caso dell’immigrazione perchè è inaccettabile che il governo la consideri una emergenza europea, e poi scarichi i costi solo sul dipartimento di Pubblica sicurezza. Volevo sapere se Palazzo Chigi fosse intenzionato a prevedere risorse specifiche perchè con i tagli di Tremonti abbiamo già  raschiato il fondo”.
Franco Maccari, del Coisp: “Mantovano ha fatto una battuta, “coi pentiti, ha detto, fra un po’ dovremo fare come per gli immigrati, e chiedere che gli altri Stati europei se ne prendano un po’ per uno”.
Enzo Letizia: “Il sottosegretario ci ha riferito che le risorse finanziarie per i pentiti non sono sufficienti per arrivare alla fine del semestre. Per quanto riguarda l’emergenza Libia, ci ha detto che “siamo solo all’inizio””.
Giuseppe Tiani: “Mantovano era amareggiato, ad un certo punto ha commentato: “Ragazzi, anche con il fondo dei pentiti fra un po sarò costretto a dire i fondi sono finiti, prendeteveli voi che non so più come fare”.
Non sono mancate le reazioni nel mondo della giustizia e in quello politico.
Pier Giorgio Morosini, gip antimafia a Palermo: “Al di là  della politica dei proclami e degli annunci rispetto all’azione antimafia, i fatti concreti per dimostrare che si fa davvero sul serio si manifestano anche attraverso una oculata politica di gestione dei fondi da dedicare a tutte le strutture di sostegno dell’azione anticriminalità . Il caso dei fondi per i collaboratori di giustizia è uno dei punti più importanti e delicati di questa politica di reperimento delle risorse in vista del contrasto alle mafie. Ai ministri della Giustizia e dell’Interno vorrei dire: meno proclami e più azioni concrete”.
Per il leader dell’Italia del valori, Antonio Di Pietro, il taglio al comparto sicurezza e giustizia “non può essere solo una esigenza di ristrettezze economiche, ma è una precisa scelta ideologica e programmatica del governo finalizzata non alla lotta al crimine, ma a rendere più difficile la lotta al crimine. Tagliare i fondi per i pentiti significa mettere il bastone tra le ruote agli operatori di giustizia sia sul piano della repressione che della prevenzione. È come togliere il bisturi al chirurgo”.
Le parole di Maroni secondo cui questo è il “governo che più di ogni altro ha combattuto la mafia” vanno ribaltate: questo è il governo che più di ogni altro ha tagliato fondi per la lotta alla mafia.
Ecco gli altri tagli alla sicurezza che stanno creando difficoltà  al Dipartimento di Polizia.
Acquisto automezzi: 40 milioni nel 2009, 45 nel 2010, e 31 nel 2011. Manutenzione automezzi: 60 milioni nel 2009, 59 nel 2010, 41 nel 2011.
Fondo funzionamento Dia: 18 milioni 2009, 17 milioni nel 2010, 15 nel 2011. Missioni interno (pedinamenti, appostamenti, cattura latitanti): 20 milioni nel 2009, 22 nel 2010, 15,5 nel 2011.
Missioni estero (indagini all’estero): 9 milioni nel 2009, 9 nel 2010, 6 nel 2011. Fondo riservato traffico stupefacenti (pagamento fonti): 800 mila nel 2009, 800 mila nel 2010, 500 mila nel 2011.
Fondo riservato lotta alla delinquenza: 1 milioni nel 2009, 1 milione nel 2010, 600 mila nel 2011.
Affitti: 154 milioni nel 2009, 152 nel 2010, 84 nel 2011).
E nonostante questo, Maroni e Co. hanno ancora il coraggio di prendersi il merito degli arresti di latitanti mafiosi, invece che vergognarsi.
Merito esclusivo di magistrati e forze dell’ordine costretti a lavorare in condizioni sempre peggiori.

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LA EX FINIANA SILIQUINI DIVENTA PRESIDENTE DI CONSAP: IL TRADIMENTO VALE UNA ASSICURAZIONE A VITA

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

E’ LA CONCESSIONARIA SERVIZI ASSICURATIVI PUBBLICI, UNA NOMINA CHE VALE SOLDONI…MASI DIVENTERA’ AMMINISTRATORE DELEGATO, ANCHE SE L’ASSEMBLEA E’ STATA RINVIATA ALL’11 MAGGIO… CHI SERVE IL SOVRANO PUO’ SEMPRE CANTARE “AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA”

Era data per certa, ma la nomina ad amministratore delegato di Consap (Concessionaria servizi assicurativi pubblici) per Mauro Masi – che avrebbe così chiuso il suo mandato alla Rai – è stata rinviata.
L’assemblea della concessionaria avrebbe dovuto mettere ai voti le nomine dei nuovi vertici oggi ma è slittata in seconda convocazione l’11 maggio, dopo che la prima, fissata per le 12,30, è andata deserta.
Sicuramente in quella data sarà  approvato il bilancio.
Il nodo delle nomine al vertice, con l’attuale dg della Rai Mauro Masi indicato come amministratore delegato e Maria Grazia Siliquini, ex Fli poi passata ai Responsabili, come presidente della Concessionaria, non è detto che venga sciolto in quella occasione.
Gli attuali vertici, il presidente Andrea Monorchio e l’ad Raffeale Ferrara possono rimanere in carica per ulteriori 45 giorni dalla data dell’assemblea.
“Che esisteva la Consap, la concessionaria dei servizi assicurativi pubblici, fino a ieri nessuno lo sapeva – ha spiegato un dirigente – oggi sembra che sia il paradiso che tutti conoscono… L’assemblea di stamattina è andata deserta, non c’era l’azionista (il Tesoro di Tremonti, ndr) quindi se ne riparlerà  l’11 maggio, in seconda convocazione. E anche in quel caso, se non ci dovesse essere accordo, il Tesoro potrebbe lasciare aperta l’assemblea per un altro mesetto”. Parlando con i dirigenti della Consap si avverte “sconcerto, e indignazione” per nomine di questo tipo “al di fuori di ogni logica istituzionale – dicono – delle schifezze che la Corte dei conti non permetterà  mai”.
E adesso si aspetta di conoscere che cosa pensa della vicenda l’attuale presidente, il professor Andrea Monorchio, il ragioniere dello Stato passato alla storia per i suoi ripetuti ‘no’ alle eccessive spese statali.
Nel Cda della Rai del 4 maggio, a quanto si apprende da fonti parlamentari, il direttore generale avrebbe dunque potuto rassegnare le proprie dimissioni ma con lo slittamento dell’assemblea Consap è di nuovo tutto in gioco.
Qualora l’assemblea degli azionisti della Consap nomini Masi amministratore delegato per il ruolo di direttore generale di Viale Mazzini, sarebbe in pole position Lorenza Lei, attuale vicedirettore, alla quale il Cda potrebbe affidare o l’interim o nominarla alla carica.
Con la nomina Consap si chiuderebbe per Masi il mandato da direttore generale della Rai, iniziato ad aprile 2009 e spesso al centro di polemiche e critiche da parte dell’opposizione.
L’ultimo fatto risale al 23 aprile con l’invio, da parte di Masi, di una lettera di richiamo, in tema di par condicio , a Bianca Berlinguer, direttore del Tg3, e a Mario De Scalzi, direttore ad interim del Tg2, per le trasmissioni Potere di Lucia Annunziata (Tg3), Ballarò (Tg2) di Giovanni Floris e Annozero (Tg2) di Michele Santoro.
In periodo di par condicio infatti i talk show e i programmi di approfondimento sono ricondotti sotto la responsabilità  delle testate giornalistiche.
Anche in quest’ultimo caso le reazioni dell’opposizione alla lettera di richiamo sono state dure.
Per il presidente di Viale Mazzini, Paolo Garimberti, sceso in campo dopo le denunce dei consiglieri di opposizione: “Perdere conduttori e trasmissioni di successo sarebbe un errore”.
Al centro di polemiche anche Maria Grazia Siliquini.
Dopo essere confluita in Fli per poi tornare nel Pdl di recente nominata nel Cda delle Poste, la deputata dei Responsabili il 15 aprile ha annunciato in una lettera a Silvio Berlusconi, a Giulio Tremonti e all’ad di Poste Massimo Sarmi, di voler rinunciare alla designazione a componente del Cda di Poste.
“Ringrazio il governo e in particolare il presidente Silvio Berlusconi per l’onore che ha voluto riservarmi con la designazione a componente del consiglio di amministrazione di Poste Italiane», scrive Siliquini.
“Ma – prosegue – in considerazione del delicato momento che vive l’attuale legislatura e delle importanti riforme avviate, comunico di non poter accettare l’incarico, per continuare a svolgere l’attività  parlamentare”.
Infatti dopo pochi giorni ecco che accetta la nomina a presidente di Consap, evidentemente più lucrosa di un posto nel Cda alle Poste.

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NUCLEARE, SUL VOTO DECIDE LA CASSAZIONE: IL GOVERNO RISCHIA L’EFFETTO BOOMERANG

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

PERPLESSITA’ SULLA MORATORIA PERCHE’ NON INDICA UNA RINUNCIA DEFINITIVA AL NUCLEARE…SECONDO MOLTI GIURISTI L’USCITA DEL PREMIER POTREBBE PESARE SULLA CORTE

Berlusconi potrebbe aver parlato troppo presto.
Di più: il bluff svelato dal premier potrebbe influire sulla stessa decisione della Cassazione e salvare il referendum sul nucleare.
Il potere di far saltare un quesito infatti non è nelle mani del parlamento, nè tantomeno del governo, ma di un giudice: l’Ufficio centrale presso la Corte di cassazione. A loro spetta la soluzione del rebus.
Procediamo per tappe.
La sentenza 68 del 1978 della Corte costituzionale è chiara: una nuova legge non provoca l’annullamento automatico di un referendum, ma può impedirne lo svolgimento solo se abbandona “i principi ispiratori della disciplina preesistente” che si vuole abrogare.
Altrimenti il referendum si tiene ugualmente, seppure sulle nuove disposizioni normative.
“In tal modo – spiega Gaetano Azzariti, costituzionalista alla Sapienza – si vuole impedire che un legislatore smaliziato possa modificare solo formalmente una legge, per evitare il pronunciamento popolare”.
Per questo spetta alla Cassazione valutare la nuova normativa alla luce dei quesiti referendari.
Sul caso nucleare, già  la formulazione dell’emendamento del governo solleva dei dubbi tra i giuristi, visto che rinviando a “ulteriori evidenze scientifiche” e a futuri “sviluppi tecnologici” non comporta una rinuncia definitiva alla scelta nucleare, che “è invece – sostiene Azzariti – il principio ispiratore dell’iniziativa referendaria”.
Insomma l’emendamento governativo bloccherebbe il piano nucleare,
riservandosi però la possibilità  di tornare sulla decisione.
E come possono influire ora le dichiarazioni di Silvio Berlusconi?
“La valutazione della Cassazione – chiarisce Roberto Borrello, costituzionalista a Siena – è strettamente tecnica, ma le parole del presidente del Consiglio esplicitano la intentio legislatoris e possono dare un’indicazione importante al giudice”.
“La Corte – conferma il costituzionalista Massimo Luciani – può decidere di valorizzare proprio l’interpretazione soggettiva fornita ora dal legislatore”.
Sulla stessa linea Azzariti, secondo il quale “la Cassazione può senz’altro avvalersi delle affermazioni di Berlusconi”.
Più cauto Michele Ainis, costituzionalista a Roma Tre: “Le intenzioni del premier non entrano nel giudizio della Corte, ma lo sgambetto a un istituto di democrazia diretta come il referendum è grave sul piano della correttezza costituzionale”. Certo i tempi sono stretti, la Cassazione dovrà  attendere che l’emendamento diventi legge dello Stato con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale.
La decisione potrebbe arrivare alla vigilia dei referendum, ma non mancano i precedenti: “Come nella decisione – ricorda Azzariti – relativa al referendum sulla Cassa del Mezzogiorno”.
La Cassazione, spiegano i giuristi, può di decidere anche in 48 ore.
A prescindere dal referendum, il destino del nucleare non è però segnato.
Se la Cassazione blocca i quesiti, il governo può ripristinare quando vuole la norma che dà  il via libera al nucleare.
E se si tiene il referendum, si raggiunge il quorum e vincono i Sì?
Secondo la dottrina passati cinque anni o comunque dopo il rinnovo del parlamento la nuova rappresentanza popolare può riproporre le norme abrogate (vedi il finanziamento ai partiti).
Una cosa è certa, se il referendum viene annullato dalla Cassazione e il governo torna al nucleare, la montagna di firme raccolte dai promotori diventano carta straccia e si dovrà  ricominciare da capo.

Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)

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PARMALAT, DEBACLE DELLA CORDATA TRICOLORE: LACTALIS LANCIA UN’OPA DA 3,3 MILIARDI E MANDA TUTTI A CASA

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

INTESA, UNICREDIT, MEDIOBANCA E CASSA DEPOSITI PRESI IN CONTROPIEDE: RISORSE INSUFFICIENTI PER RILANCIARE, APPENA 1,5 MILIARDI DISPONIBILI…LA REPLICA DEL VOLO ALITALIA STAVOLTA RESTA A TERRA

La cordata tricolore pronta a scendere in guerra per salvare Parmalat dai francesi rischia di alzare bandiera bianca prima di aver sparato un solo colpo. L’Opa da 3,3 miliardi di Lactalis ha spostato l’asticella a un livello (finanziario) inarrivabile persino per il Ghota del sistema bancario italiano e per l’arsenale in cassa alla Cdp.
Il pressing del governo (“Parmalat non andrà  ai francesi!”, pontificava giusto un mese fa Umberto Bossi) è servito a poco: semplicemente   –   dicono fonti attendibili   –   non ci sarebbero i soldi per sfidare Parigi a colpi di rilanci in Borsa.
L’ultima travagliata riunione alla vigilia di Pasqua tra Intesa-Sanpaolo, Unicredit, Mediobanca e la Cassa Depositi e prestiti   –   calcolati i mezzi a disposizione   –   era arrivata con fatica a ipotizzare un’Opa-bonsai da 1,5 miliardi sul 29,9% di Parmalat, una cifra lontana anni luce dai 5 necessari ora per conquistare Collecchio.
La famiglia Besnier è stata più veloce e più coraggiosa e ora   –   bontà  sua   –   è pronta al bel gesto: l’offerta di una quota nella società  (si parla del 10%) al nascituro Fondo di investimento strategico salva-imprese voluto da Giulio Tremonti.
Condita magari con un pacchetto di regole sulla governance che consenta al governo di salvare (almeno in apparenza) l’onore in Zona Cesarini.
La sconfitta è bruciante anche perchè Roma ha provato a replicare il modello Alitalia mettendo in campo la sua formazione migliore.
Prima Gianni Letta e Giulio Tremonti hanno lavorato ai fianchi Lactalis blindando con il milleproroghe il tesoretto di Parmalat (1,4 miliardi), varando in fretta e furia il decreto salva-imprese e schierando in campo la Cdp.
Poi è scesa in campo IntesaSanPaolo, già  deus ex machina dell’operazione salva-Magliana, per mettere assieme una cordata tricolore pronta a scalare Collecchio, un’impresa in cui è stata affiancata   –   grazie alla moral suasion del Tesoro   –   da Mediobanca e Unicredit.
L’Invencible Armada tricolore, pero, alla prova dei fatti, si è rivelata una sorta di armata Brancaleone.
I Ferrero, l’asso nella manica “industriale” di Cà  de Sass, si sono sfilati subito dalla partita.
Cdp ha bocciato l’ipotesi Granarolo.
In campo sono rimaste solo banche e Cassa depositi.
Ma alla resa dei conti, quando si è trattato di mettere i soldi sul tavolo per contrastare Lactalis, i soldi non sono arrivati: Cdp era pronta a mettere 500 milioni, Intesa 2-300, Unicredit e Mediobanca, tirate un po’ per la giacchetta, qualcosa come un centinaio a testa.
Spiccioli rispetto alla montagna di quattrini cavati dal cilindro (grazie a finanziamenti bancari) dai Besnier.
Che succederà  ora?
Qualcuno spera ancora di ribaltare le sorti della partita con un Vietnam giuridico destinato a scoraggiare Parigi.
Ma le aperture ai francesi di Silvio Berlusconi   –   in cuor suo forse contento della dèbacle di Tremonti   –   rendono improbabile questo scenario.
Magari la Consob alzerà  un po’ di fuoco di sbarramento facendo leva sulla scarsa trasparenza dei conti Lactalis (che non deposita bilanci) mentre Enrico Bondi potrebbe mettere i bastoni tra le ruote azionando i meccanismi del concordato.
Ma ben difficilmente questo basterà  a fermare Lactalis che dopo l’Opa   –   più o meno verso fine giugno   –   potrebbero alzare il tricolore (ma blu, bianco e rosso) su Collecchio grazie a un’operazione (va detto) trasparente e che alla fine premia tutti gli azionisti.
Il paradosso è che una parte del conto finale per l’operazione che porterà  l’ex impero dei Tanzi in mani transalpine lo pagheranno anche gli italiani.
I Besnier hanno stanziato in tutto per la scalata circa 4,5 miliardi.
Quasi un miliardo e mezzo se lo ritroveranno in tasca grazie alla liquidità  raccolta con le cause a banche e revisori da Bondi (forse oggi un po’ pentito di non averla spesa in acquisizioni o girata ai soci).
Qualche altro centinaio di milioni lo recupereranno riquotando la società  a Piazza Affari dopo l’offerta mentre un assegno (per il 10% della Parmalat potrebbero essere 4-500 milioni) lo incasseranno pure   –   quasi una beffa   –   dal Fondo salvaimprese destinato a salvaguardare l’italianità  delle aziende tricolori.
Una mission, visti i risultati della partita di Collecchio, quasi impossible.

Ettore Livini
(da “La Repubblica“)

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VICENZA: CANTANTE POP COORDINA IL CIRCOLO DI “FUTURO E LIBERTA”

Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile

IL NUOVO CD DI GEORGE AARON SI CHIAMERA’ “FUTURE AND FREEDOM”…”SCRIVERE L’INNO DEL PARTITO? NE HO PARLATO CON BOCCHINO”

«Future and freedom». Futuro e libertà .
Si chiamerà  così l’album in uscita di George Aaron, nome d’arte di Giorgio Aldighieri, pop singer vicentino che furoreggiava negli anni Ottanta quando andavano di moda mascara e ciuffoni biondi e che oggi, pur continuando a cantare, è coordinatore provinciale del circolo berico di Fli.
Di giorno l’impegno politico e le pubbliche relazioni per incrementare il popolo dei finiani, di sera i saltelli e gli acuti sul palco, spesso insieme ai colleghi di un tempo ed amici di oggi Den Harrow, Paul Young e P.Lion.
Così si racconta Aaron (bisnipote del baritono veronese Gottardo Aldighieri), all’attivo 10milioni di dischi nel mondo con singoli come «Somebody» e «She’s a devil».
Politica da una parte, musica dall’altra: quale è l’impegno e quale il divertimento? «Prendo entrambi con la massima serietà . Sono vissuto sempre nella musica, ma sento la voglia di impegnarmi nella società  civile, dunque le due cose convivono. Per un artista come me, poi, poter continuare a sognare dentro una forza politica che guarda al domani come Fli, viene assolutamente naturale».
A cosa sta lavorando ora?
« Il mio ultimo singolo «Love will tear us apart» è già  disponibile su I-tune: un brano di Joy Division quasi punk che ho voluto rileggere in una versione più moderna. In un primo momento l’ho fatto solo per me, nel mio studio, ma facendolo ascoltare ad altri è piaciuto, dunque sarà  inserito nel mio prossimo album. Un album che ho deciso di intitolare proprio «Future and freedom» e che avrà  tutte canzoni inedite: scritte, arrangiate e suonate da me. E con atmosfera musicale un po’ alla Duran Duran».
Un album destinato ad essere l’inno di Fli, dunque. Ha mai chiesto al presidente Fini di scrivere la musica del partito?
«Ne ho parlato con Bocchino. D’altra parte, loro sanno che, anche per una convention o qualche appuntamento del partito, io sono disponibile a curare la musica. Fini è un mio estimatore, ha tutti i miei dischi degli anni Ottanta!».
Essere di destra l’ha penalizzata nella sua carriera musicale?
«Sì. Avevo tantissime difficoltà  ad entrare in Rai. Detto questo, io ho sempre avuto la fortuna o sfortuna di essere seguito di più all’estero, prima che in Italia, e questo mi ha svincolato dal problema. A Luglio vado in tournèe in Messico, poco tempo fa mi hanno richiamato in Finlandia».
Lei, però, continua con le serate anche nel Belpaese.
«Sì, certo. Ma c’è una percezione diversa, fra Italia ed estero, della musica anni Ottanta: qui il pubblico è legato a quel periodo soprattutto per questione di ricordi, di atmosfera, di malinconia. All’estero, invece, la dance di quegli anni è considerata un genere musicale senza tempo, indipendente dal periodo e dal contesto storico in cui è nato».
E’ rimasto amico di qualche suo collega di quegli anni?
«Certamente. Ho un legame molto forte con Gazebo (un tempo suo «rivale» sul palco) e con Den Harrow. C’era meno competizione negli anni in cui abbiamo debuttato, dunque questo ci ha facilitato i rapporti».

Silvia Maria Dubois
(da “Il Corriere Veneto“)

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E’ SALTATO IL CONSIGLIO DEI MINISTRI: BOSSI SPARA CON LA PISTOLA AD ACQUA CONTRO IL PREMIER, MA COLPISCE SOLO SCILIPOTI

Aprile 27th, 2011 Riccardo Fucile

TRA DUE SETTIMANE SI VOTA E LA LEGA, COMPLICE FINO A IERI DEL PREMIER, SI SMARCA PER CERCARE DI FAR DIMENTICARE LE PROPRIE GRAVI   RESPONSABILITA’ NEL GOVERNO DEL PAESE…USA LA SCUSA DEL CEDIMENTO ALLA FRANCIA PER PRENDERE LE DISTANZE DAL PDL, MA NON DALLE POLTRONE…CI RIMETTONO SOLO I RESPONSABILI CHE DOVEVANO ESSERE NOMINATI DOMANI

Le differenti posizioni tra Lega e Pdl sulla crisi libica hanno generato una apparente frattura nella maggioranza.
Tanto che questa settimana è saltato il Consiglio dei ministri.
La riunione potrebbe tenersi, a quanto si apprende da fonti di governo, solo nei primi giorni della prossima settimana.
Questa mattina si è riunito il pre-consiglio dove però non è stata formalizzata nessuna data di convocazione.
Stando alle indiscrezioni circolate martedì il Consiglio dei ministri doveva tenersi venerdì.
Sul tavolo, come detto, c’è sicuramente la questione Libia e le tensioni con la Lega Nord contraria ai bombardamenti.
Oltre ai malumori del Carroccio, Berlusconi avrebbe dovuto fare i conti con i mal di pancia di alcuni ministri del Pdl che avrebbero colto l’occasione per porre il problema di una maggiore collegialità  nelle decisioni.
«La Padania» oggi in edicola riferisce anche di una telefonata intercorsa martedì sera tra il leader del Carroccio e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in merito alla decisione dell’Italia di bombardare la Libia. Decisione di cui la Lega non sapeva nulla.
Il leader leghista, secondo il quotidiano, avrebbe spiegato al Capo dello stato la posizione del Carroccio affermando che «il consiglio dei ministri non ha mai detto sì ai bombardamenti».
“Siamo diventati una colonia francese con un Berlusconi del tutto supino di fronte alle richieste del presidente francese. Berlusconi pensava che dicendo sì a tutto potesse acquisire nuovo peso internazionale, ma è il contrario. Non è bombardando poveracci in Libia che si conta di più. A questo punto Gheddafi ci riempirà  di clandestini” questa la sintesi del profondo pensiero bossiano.
Secondo Bossi, l’azione di Berlusconi avrebbe anche «travolto l’ottimo lavoro in senso contrario», fatto da «Roberto Maroni e Giulio Tremonti: ha fatto far loro la figura dei cioccolatai».
Il Pd, riunito in ufficio di presidenza alla Camera, non esclude a questo punto una mozione per testare la tenuta della maggioranza sul tema Libia dopo gli ultimi sviluppi.
Ci limitiamo a esprimere alcune considerazioni al riguardo.
1) Non ci sarà  nessuna crisi di governo: la Lega, come il Pdl, ha troppo paura delle elezioni anticipate che la vedrebbero perdente.
E per la famelica truppa padana restare fuori dalle stanze del potere sarebbe come condannare un affamato ad assistere dal vetro a un pranzo nuziale, con relative ricche portate.
2) Tra due settimane si vota per le amministrative e il Carroccio è ben lontano da quella quota del 13-14% che gli era stata riconosciuta dai sondaggisti fino a qualche mese fa.
Sta soprattutto perdendo colpi proprio nei suoi cavalli di battaglia: dalla lotta all’immigrazione al federalismo patacca che fa solo aumentare le tasse locali. Deve cercare di smarcarsi il più possibile dal Pdl per recuperare qualche frazione di percentuale e tenere insieme le sue due anime: quella del “cerchio magico” e quella possibilista maroniana.
Una mossa tattica di Bossi che non si può permettere di rompere con Silvio, visto che gli ha venduto pure il simbolo del partito.
Per non parlare di altro.
3) Nel merito della diatriba preferiamo non entrare, trattandosi di argomentazioni pretestuose.
Prendiamo solo atto che Bossi sta con un criminale di guerra e se ne frega delle vittime civili, bambini compresi, massacrati dal boia di Tripoli.
Per lui non conta l’essere umano, ha rilevanza solo che il boia adempisse al ruolo assegnatogli, in cambio di 20 miliardi di dollari, di affogare gli immigrati per conto terzi, liberandoci del loro “cattivo odore”.
Per la Lega tutto si fonda nel rappresentare gli egoismi umani e l’attaccamento ai soldi, altro da tutelare non esiste, se non l’ipocrisia, il becerume e gli interessi di bottega.
4) Fino ad oggi la Lega è stata complice delle leggi ad personam, della riduzione degli spazi democratici nel nostro Paese, di una politica estera che ci ha visto alleati dei peggiori dittatori del pianeta, di una deriva autoritaria, dell’uso della macchina del fango per colpire i dissidenti, di un impoverimento delle famiglie, di una corruzione parlamentare dilagante.
Mai un distinguo o una presa di distanza, ora si scoprono pacifisti per recuperare consensi.
Proprio loro che evocano spesso l’uso dei fucili secessionisti, seminando paure ed odio civile.
5) Il rinvio del Consiglio dei ministri e la lite tra Pdl e Lega una vittima sicuramente l’ha fatta: la pistolina ad acqua di Bossi ha colpito il partito scilipotiano che venerdi pensava di incassare 5-6 posti di sottogoverno e che ora vede nuovamente rinviato il pagamento del prezzo del tradimento.
Il rischio di una loro astensione e di qualche distinguo esiste, gli “avvertimenti” al governo non tarderanno ad arrivare.
Gira che ti rigira, è sempre questione di poltrone.
Le idee, i valori, la socialità  e il senso nobile della politica non hanno più cittadinanza.

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LA MAGGIORANZA IMPLODE, RABBIA LEGHISTA: “SIAMO UNA COLONIA FRANCESE, SILVIO NON CI CONSULTA”

Aprile 27th, 2011 Riccardo Fucile

CRITICHE AL PREMIER ANCHE DAI COMPAGNI DI MERENDE DI “LIBERO” E DELLA “PADANIA”:   ORA TREMONTIANI E RAZZISTI SPARANO SU BERLUSCONI…”NON HA DIFESO GLI INTERESSI NAZIONALI”: PERCHE’, LO AVETE MAI FATTO PRIMA?…DISSENTONO A PAROLE, MA NESSUNO PER DIGNITA’ MOLLA LA POLTRONA

“Berlusconi si inginocchia a Parigi”. “Alla Francia Parmalat, a noi gli immigrati”. “Silvio, ma che fai?”.
E’ un vero e proprio fuoco di fila quello che accoglie il premier con i giornali del mattino.
E stavolta le bordate non arrivano dalla stampa d’opposizione, ma da fogli solitamente amici, come La Padania, organo della Lega Nord, e Libero, di Belpietro e Feltri.
E’ il segnale di un malessere crescente negli ambienti della maggioranza, che potrebbe trovare sfogo già  oggi, quando i ministri La Russa e Frattini riferiranno alle Camere sui nuovi compiti delle forze italiane impegnate in Libia e l’opposizione potrebbe chiedere un voto per verificare la tenuta dell’alleanza Pdl-Lega.
La prima pagina del quotidiano del Carroccio non lascia adito a interpretazioni: “Siamo diventati una colonia francese”, sintetizza il pensiero di Umberto Bossi il foglio verde.
“L’accusa nei confronti del Cavaliere”, spiega La Padania, “è quella di non aver difeso minimamente le nostre posizioni, di essersi fatto travolgere dalla prepotenza d’oltralpe”.
Il sì ai bombardamenti in Libia è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso: le lamentele leghiste vanno dalle scalate a Edison e Parmalat da parte di gruppi francesi, alla posizione sul nucleare.
Il Carroccio rinfaccia inoltre al premier di non averlo consultato prima di fare le sue scelte, trattandolo alla stregua di un “cieco e sordo passacarte
di qualsiasi stravaganza”, e di aver travolto il lavoro di Tremonti e Maroni.
“Il quadro è fosco, a pochi giorni dalle amministrative”, conclude La Padania. Parole che sembrano indicare l’ultimo appello che la Lega è intenzionana a concedere a Berlusconi.
“Parmalat e Draghi alla Francia, a noi gli immigrati. Che affare”, titola in prima pagina Libero.
Nel suo editoriale, Maurizio Belpietro sintetizza così i risultati del vertice Berlusconi-Sarkozy:
“Se abbiamo capito bene, le intese raggiunte ieri tra i rappresentanti dei due Paesi prevedono di cedere il governatore di Banca d’Italia alla Bce, la Parmalat alla Lactalis e i nostri aerei agli interessi militar-elettorali del signor Bruni. In cambio otterremmo di tenerci i tunisini e tutti gli altri in arrivo sulle nostre coste. Non potevamo tenerci Draghi e cedere i clandestini a Sarko?”.
Quello che emerge è un quadro di forte insoddisfazione negli ambienti della maggioranza più vicini alla Lega e al ministro dell’Economia Tremonti.

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PICCHIARE LA MOGLIE? PER I POLITICI NON È POI COSÌ GRAVE

Aprile 27th, 2011 Riccardo Fucile

IN ITALIA TRE MILIONI DI DONNE SUBISCONO VIOLENZE E NEL 90% DI QUELLE RICEVUTE DAL PARTNER NON DENUNCIANO…OLTRE SETTE MILIONI DI DONNE HANNO SUBITO ALMENO UNA VOLTA UNA VIOLENZA FISICA O SESSUALE…IL 36% DELLE VITTIME DI STUPRI E’ LAUREATA, IL 64% VIVE AL CENTRO-NORD E IL 42% ABITA IN AREE METROPOLITANE

Picchiare la moglie, secondo i nostri politici, si può.
Nessuno, opposizione inclusa, ha avuto nulla da ridire sulla notizia che l’onorevole Pdl Remigio Ceroni ha menato la consorte.
Anche dopo la pubblicazione del referto medico del Pronto soccorso, che dimostra inequivocabilmente quanto accaduto, le scuse non arrivano: appare invece su Libero un’intervista al deputato Pdl in cui, poco elegantemente, Ceroni insinua che a pestare la compagna sia stato il padre (che non può replicare perchè è deceduto).
Il deputato, racconta, ha ricevuto tanta solidarietà , soprattutto dai colleghi di partito.
E Ceroni conta anche sulla solidarietà  della moglie: “Io non presenterò querela al Fatto, sarà  lei ad agire nelle sedi opportune”.
Ma una donna che prende le difese del marito non dimostra granchè.
Se i parlamentari studiassero i dati sulla violenza che si consuma tra le mura domestiche, quasi mai denunciata, forse sarebbero meno solidali con Ceroni e sentirebbero la necessità  di fare (almeno) qualche dichiarazione.
Nel mondo, oltre il 90 per cento delle violenze perpetrate su una donna dal suo partner non vengono denunciate.
E, anche se in Italia mancano dati ufficiali, la tendenza a tacere sembrerebbe essere la stessa: lo confermano al Fatto sia il ministero delle Pari opportunità  che le associazioni.
Racconta Antonella Faieta, avvocato del Telefono Rosa: “Le donne che vengono da noi per essere aiutate lo fanno, in media, dopo oltre dieci anni di violenze subìte in silenzio”.
E, per lo più, si recano nei centri di assistenza per informarsi: “Se mio marito mi prende a schiaffi dopo una lite, può considerarsi reato?”.
In Italia oltre 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni ha subito, almeno una volta nella vita, un episodio di violenza fisica o sessuale.
I legali del Telefono Rosa spiegano che non passa giorno senza che si presentino ragazze con occhi neri e nasi rotti: “Non si tratta di persone deboli. à‰ un fenomeno trasversale”.
Perchè il pensiero spesso corre ai piccoli paesi, dove l’emancipazione, se è arrivata, non ha attecchito.
Invece, dati alla mano, le storie che leggiamo sui giornali potrebbero capitare al nostro vicino di casa: basti pensare che il 36 per cento delle vittime di stupri, che spesso accompagnano le botte, ha una laurea.
Il 64 per cento vive al Centro-Nord, il 42 per cento abita in aree metropolitane.
E, soprattutto, nel 70 per cento dei casi l’autore della violenza è il convivente: ci sono circa 3 milioni di donne, in Italia, che sono state picchiate dal marito o dal compagno.
Però non parlano, e in alcuni casi la legge è dalla parte degli aggressori.
Prendiamo il caso (vero) di Maria, che arriva al pronto soccorso con il labbro rotto da un pugno e un ematoma sulla fronte.
à‰ la prima volta, racconta ai medici, che il marito la picchia.
Però non vuole sporgere denuncia, perchè con lui ha due figli, perchè lui minaccia di portarglieli via e perchè, ne è certa, non capiterà  più.
In questa situazione non si può fare nulla: il reato di lesioni si persegue solo se la vittima sporge querela. E se denuncia e poi ritira non c’è possibilità  di punire il marito.
Diverso è se i maltrattamenti sono continuati (in questi casi, come per lo stalking, la denuncia presentata non si può più ritirare): allora si può agire d’ufficio, il medico chiama la polizia e il giudice decide se allontanare il violento dalla famiglia.
Oggi i divieti di avvicinamento in atto in Italia sono 2.629.
Ma quali garanzie ci sono che l’uomo non si vendichi sulla compagna che l’ha esposto?
“L’allontanamento del violento — spiega l’avvocato Faieta — è una misura cautelare. Se lui torna, sta alla donna chiamare la polizia: anche per questo è nata la legge sullo stalking, così da mettere in carcere chi viola l’ordine restrittivo”.
Quando una donna trova la forza di denunciare, capita spesso che subisca poi episodi di stalking (a proposito: su Ceroni il ministro Carfagna non ha nulla da dire?).
Ogni mese, informa il ministero delle Pari opportunità , 547 persone vengono denunciate o arrestate per questo reato.
L’85 per cento sono italiani e quasi il 90 per cento sono uomini.
Le minacce e gli insulti, raccontano nei centri di assistenza, sono sempre uguali: “Ti spezzo le gambe, ti porto via i figli, non farai più niente senza di me, quando ti vedo ti uccido”.
E di solito sortiscono effetti proprio perchè arrivano dopo anni di violenze.
L’iter, spiega il Telefono Rosa, è questo: le botte cominciano da giovani, quando i due sono ancora fidanzati.
Il periodo in cui l’uomo diventa più aggressivo è durante la gravidanza: la donna incinta è più vulnerabile, non vuole crescere un figlio da sola.
Si abitua quindi più facilmente a essere picchiata, per motivi spesso futili: non ha apparecchiato la tavola, ha parlato troppo durante una cena, si è messa l’abito sbagliato.
Seguono periodi di calma, ma la rabbia — dicono gli assistenti sociali — si manifesta di nuovo”.
La ribellione avviene, di solito, “quando vengono coinvolti nelle liti anche i figli che prendono le difese della madre”.
Denunciare conviene. E non solo perchè la violenza domestica è la prima causa di morte accidentale (nel 2009 la Banca mondiale ha anche dichiarato che “il rischio di subire violenze domestiche o stupri è maggiore del rischio di cancro o incidenti”).
I tempi della giustizia, almeno per questi reati, si sono accorciati e la prima udienza viene solitamente fissata entro un anno. In quattro o cinque si può avere una sentenza di Cassazione.
Nel frattempo la vittima viene assistita: il piano nazionale antiviolenza varato a gennaio ha stanziato 20 milioni di euro per aprire 80 nuovi centri distribuiti in tutta Italia.

Beatrice Borromeo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PER GIUSTIFICARSI DALL’AVER PICCHIATO LA MOGLIE, ORA L’ON. PDL REMIGIO CERONI INCOLPA PURE IL PADRE MORTO

Aprile 27th, 2011 Riccardo Fucile

NON C’E’ LIMITE AL PEGGIO: IL DEPUTATO PDL CHE VUOLE CAMBIARE LA COSTITUZIONE PRIMA AVEVA NEGATO CHE LA MOGLIE AVESSE DOVUTO RICORRERE AL PRONTO SOCCORSO A CAUSA DELLE PERCOSSE DA LUI SUBITE (COME DA REFERTO MEDICO), ORA SCARICA LA COLPA SUL PADRE DEFUNTO…NE VA DELLA SUA IMMAGINE DI BUON CATTOLICO, BORGHESE, DIFENSORE DELLA FAMIGLIA

Fa quasi tenerezza leggere la divertente, puerile e miserabile intervista dell’onorevole Remigio Ceroni a “Libero”.
Un’intervista che ha qualcosa di tragico e di inconsapevolmente spensierato. Un’intervista che non è solo una tenera e menzognera autodifesa, ma un piccolo saggio sulla insostenibile fragilità  del reale nell’Italia berlusconiana.
Ricapitoliamo le puntate precedenti per chi se le fosse perse.
Uno: l’onorevole Remigio propone di modificare l’art 1 di questa vetusta e bolscevica Costituzione che per nostra fortuna ci ritroviamo per abolire i due pilastri dello Stato di diritto (i poteri del presidente della Repubblica e quelli della Corte costituzionale).
Due: l’onorevole Remigio ha il diritto di proporre quello che vuole, e noi di raccontare la sua storia di patriarca elettorale cattolico di provincia, tutto dedito al consenso e alla famiglia, (tranne ovviamente — a nostro modesto avviso — quando manda la moglie all’ospedale).
Tre: su “Libero” Vittorio Feltri tuona: ma come possono questi cialtroni de “Il Fatto” scrivere simili illazioni senza prove.
Quattro: sul medesimo giornale la moglie dell’onorevole Remigio, per salvare il nome della ditta, recita la parte che troppo spesso le donne sono costrette a interpretare di fronte alle violenze interfamiliari: quella della madre riproduttrice, moglie, santa e martire.
“Ma quali violenze? “Sono stata in ospedale solo quattro volte per partorire”.
Tra poco festeggia le nozze d’oro con l’onorevole, è in prima fila alle cerimonie religiose e quelle con il pennacchio, come potrebbe infrangere questo sogno di decoro provinciale con la sua verità ?
Cinque: “Il Fatto” pubblica il referto in cui — nella quinta volta che è stata in ospedale in vita sua — la moglie dell’onorevole Remigio denunciava botte da orbi, ecchimosi, contusioni orbitali.
Subite da chi? “Sono stata percossa da mio marito ieri alle 22,30 circa presso la nostra abitazione”, spiegava ai medici che si sono limitati a riportare le parole della signora non a suggerirle “scriva lite coniugale “per chiudere la partita. come sostiene l’onorevole.
Forse, dopo una simile catastrofe, per non imporre alla signora una terza violenza (tutta psicologica, ma non meno grave) sarebbe stato necessario e auspicabile il silenzio.
Ma l’onorevole Remigio ha il collegio, il coordinamento regionale del Pdl, la reputazione, la prima fila delle cerimonie impennacchiate da difendere e una ricandidatura a cui aspirare.
E siccome il primo postulato della neolingua berlusconiana è negare sempre tutto, anche l’innegabile, l’onorevole Remigio sceglie di emulare il suo modello.
E di gettare nel tritacarne non solo la moglie, ma persino il padre scomparso.
La potenza dei processi di autodegradazione, si sa è ineluttabile: se tu hai affermato con un voto solenne a Montecitorio di credere che Ruby era la nipote di Mubarak, puoi dire qualsiasi cosa.
E quindi l’onorevole Remigio si “dimentica” di aver affermato (e fatto affermare a lei) che quel referto non esisteva.
Adesso dice che sì, effettivamente il fatto è vero, ma lui quella sera era fuori casa.
E chi aveva picchiato, di grazia sua moglie, mandandola in ospedale?
La prego, implora l’onorevole, non me lo faccia dire.
Ma subito dopo ovviamente lo dice: “La nostra è una famiglia patriarcale, di umili origini, ma grandi lavoratori. Abitiamo tutti vicini. C’è stato un litigio familiare, lei ha risposto male a mio padre e…”. (Da notare, la colpa ricade sempre sulla moglie) E? E, spiega l’ineffabile onorevole berlusconiano, “lui forse, offeso, ha reagito” mandando la svergognata contestatrice dei sani principi patriarcali al Pronto soccorso, con venti giorni di prognosi e gli equilibri orbitali alterati.
Sei: ovviamente ce n’è anche per la perfida giornalista che ha osato raccontare un mucchio di verità : “Sa perchè ha scritto? — chiede l’onorevole alla collega di “Libero” — perchè abita qui, le sue vicende sono note in città  e ha agito su richiesta di un mandante preciso e so chi è”.
Sette: non essendo la sottoscritta ricattabile e non avendo mandanti se non la verità  dei fatti, l’onorevole Remigio risponderà  in tribunale di queste miserie (possibilmente senza attribuirne la paternità  a parenti defunti).
Otto: sarebbe bello che Feltri, i colleghi di “Libero”, il direttore Belpietro che ha una moglie bella, intelligente, che rispetta come una regina, dopo aver raccolto con la paletta le fantasiose scuse dell’onorevole Remigio-pennacchio-patriarcale, scrivessero anche un paio di righette per dirgli quello che qualsiasi persona di buonsenso (a partire dalla collega Brunella Bolloli) pensa di queste tenere arrampicate sugli specchi: ma vallo a raccontare a tuo nonno o allo zio di Ruby magari per spiegare loro, come scrive un nostro lettore, che l’ha picchiata a sua insaputa .

Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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