Aprile 26th, 2011 Riccardo Fucile
SARA’ IL COMANDO NATO A DEFINIRE DI VOLTA IN VOLTA LA MISSIONE CHE GLI AEREI ITALIANI DOVRANNO COMPIERE… L’ITALIA ENTRA A PIENO TITOLO NELLA MISSIONE ONU CONTRO IL CRIMINALE GHEDDAFI
Gli aerei con i quali l’Italia partecipa all’«operazione Libia» potranno utilizzare le loro
armi offensive e da bombardamento ogni volta che il comando operativo della Nato lo riterrà utile.
La svolta nella posizione italiana (fino a ieri si era detto che i nostri Tornado erano impegnati in numerose missioni, ma «non sparavano») è stata confermata nella conversazione telefonica di ieri sera tra Barack Obama e Silvio Berlusconi, ma nasce in realtà da una marcia di avvicinamento alla quale hanno lavorato per settimane i più stretti collaboratori del presidente del Consiglio, il Quirinale, i ministri Frattini e La Russa e la diplomazia italiana ai suoi livelli più alti.
Non è impossibile seguire il filo del nostro progressivo ripensamento.
Si ricorderà che l’Italia, a maggior ragione dopo che gli Usa avevano fatto un passo indietro rinunciando al comando delle operazioni in Libia, aveva insistito nella richiesta che ad assumere questa responsabilità fosse l’Alleanza Atlantica e non il duo anglo-francese.
Con qualche concessione alla «cabina di regia politica» voluta da Sarkozy, la linea italiana andò in porto e la Nato mise il suo dito sul grilletto.
Con alcuni risultati paradossali, però.
L’interpretazione della risoluzione 1973 dell’Onu sulla difesa dei civili non cambiò, i bombardamenti continuarono, e il ritiro di gran parte degli aerei Usa, lasciando in prima fila francesi e britannici, fece sorgere la necessità di coinvolgere altri velivoli che «sparassero».
Giunsero così a Roma le prime richieste del Segretario generale dell’Alleanza Rasmussen, ma la risposta italiana fu ancora no: in Libia eravamo l’ex potenza coloniale, facevamo già abbastanza, offrivamo le nostre basi agli alleati, insomma non volevamo andare oltre.
Un Consiglio dei ministri ratificò questo orientamento, ma non in maniera formale.
Dietro le quinte acquistavano contemporaneamente un peso non trascurabile le parole piuttosto univoche del capo dello Stato, che voleva piena e operativa fedeltà alle alleanze.
E diventavano più attivi, anche, quanti facevano presente che rimanendo a metà dal guado (partecipare sì, sparare no) ci facevamo carico di tutti gli oneri del caso ma non raccoglievamo alcun beneficio politico oggi nei rapporti con chi si esponeva e domani nella prospettiva di una revisione globale dei rapporti con la Libia dopo un eventuale e auspicato allontanamento di Gheddafi.
Espressione di questa scuola «realista», che tendeva a superare la nota contrarietà della Lega ad un nostro maggiore impegno in Libia, sono stati il riconoscimento del Consiglio di Bengasi come unico interlocutore libico dell’Italia, le dichiarazioni del ministro Frattini sulla riflessione da fare circa la fornitura di sistemi «non letali» agli insorti, e infine la decisione di inviare alcuni istruttori militari in Libia come avevano già fatto Gran Bretagna e Francia.
Gli ultimi dieci giorni hanno visto aprirsi la fase decisiva.
Mustafa Abdul Jalil, presidente del Consiglio di transizione di Bengasi, è venuto a Roma e, dopo averlo ringraziato per il riconoscimento, ha detto personalmente a Berlusconi che serviva un maggior impegno militare se ci si voleva liberare di Gheddafi senza spaccare la Libia in due.
Le stesse argomentazioni sono state espresse da Gates a La Russa, da Hillary Clinton a Frattini, ancora da Rasmussen a Berlusconi, ma la svolta si è verificata venerdì scorso quando il presidente del Consiglio ha ricevuto la visita del senatore Usa John Kerry, ex candidato alla Casa Bianca e notoriamente vicino al presidente Obama.
Da quel momento, acquisito il cambiamento, la nostra diplomazia si è mossa in discesa fino all’annuncio di Pasquetta.
I velivoli italiani potranno ora far uso di missili normalmente utilizzati per colpire postazioni antiaeree, ma è evidente che una volta eliminato il caveat sin qui in vigore sarà il comando Nato a definire di volta in volta la missione da compiere attraverso strutture di comando e controllo nelle quali peraltro l’Italia è puntualmente rappresentata.
La scelta fatta ieri dal governo, che rientra nel mandato parlamentare ricevuto, corregge una incongruenza che ci aveva collocati a metà strada tra la rispettabile posizione tedesca (un no su tutta la linea) e quella altrettanto rispettabile benchè opposta di Francia e Gran Bretagna.
Rimanendo nel mezzo, rischiavamo l’ambiguità e il ritorno di vecchi e poco edificanti stereotipi. Non solo.
Sul fronte interno, Berlusconi non dovrebbe essere a corto di argomenti per spiegare alla Lega che sbagliare approccio in Libia significa esporsi ancora di più alle ondate migratorie.
La vicenda libica, insomma, resta confusa e piena di trappole (come dimostra la continuazione dei bombardamenti lealisti su Misurata).
Ma la confusione italiana, almeno quella, è stata superata.
Franco Venturini
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: Berlusconi, Costume, governo, LegaNord, Libia, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Aprile 26th, 2011 Riccardo Fucile
AMMICCAMENTI SESSUALI, GIOCHI DI PAROLE AGGHIACCIANTI, PERSINO FOTO AL CIMITERO…LA CAMPAGNA ELETTORALE HA TOCCATO IL FONDO: DAL “PARTITO DEGLI ANGELI” ALL’ “ASSO DI BASTONI, ALL’INVITO “SCOPIAMO” ECCO I PROGRAMMI DI SPESSORE PER CUI DOVREMMO VOTARLI
Bisogna essere capaci anche a copiare, perchè c’è primavera e primavera
Il candidato del Terzo Polo a Milano, Manfredi Palmieri, ha pensato di guardare al rottamatore Matteo Renzi.
Comun denominatore la giovinezza e allora perchè non parlare di primavera. Solo che Renzi, quando si candidò a sindaco, non aveva messo delle gigantografie di se stesso, ma quelle della città , dei vecchietti, dei bambini down. Palmieri si è limitato alla sua.
E l’effetto primavera è decisamente svanito.
Il leghista Max Bastoni, che concorre per un posto di consigliere comunale a Milano, è il candidato di Mario Borghezio.
E già questo è una garanzia di una campagna elettorale ad effetto.
E infatti il suo manifesto “Per la tua Milano in Comune cala…l’asso” con dietro l’asso di bastoni, lascia il segno.
Quell’asso di bastoni si innalza come un simbolo fallico, anche se con il verbo cala l’effetto è tragicomico.
Se comunque qualcuno nutrisse dubbi sui celoduristi del Carroccio, non si preoccupi. “Bastoni contro l’immigrazione”, tuona su un manifesto il candidato. Nessun equivoco, “non posso farci nulla, ma per tranquillità delle sinistre, chiederò di cambiare le mie generalità . Mi farò chiamare Massimiliano Molotov”, ci rassicura l’asso di Bastoni
Sciura Moratti invece campeggia in quel di Milan.
Vestita in modo diverso a seconda delle situazioni.
Con l’elmetto per lanciare la nuova linea della metro linea 5, in color pastello con gli anziani quando annuncia il raddoppio dei centri di assistenza e poi con la ramazza e il gilet fosforescente, rigorosamente sopra il tailleur sartoriale, per la trasformazione in operatore ecologico.
Letizia modella, con lo smalto sempre intonato, è più patinata del Cavaliere. Miracoli di Photoshop effetto botox.
Visto il momento fortunato della squadra partenopea, i candidati campani si sentono come Cavani.
L’ex presidente di confindustria, Gianni Lettieri, in bianco azzurro lancia lo slogan “Far vincere Napoli”. Il genio della campagna è l’uomo di D’Alema, Claudio Velardi.
Eppure Lettieri è uomo del Pdl. Ma nelle strategie calcistiche poco conta. Come vincere? Prenderà in squadra Fabio Cannavaro.
Pronta la risposta di Mariano Anniciello, candidato del Pd al consiglio comunale, un’enorme olà della curva B dello stadio San Paolo con scritto ” ti amo”. “Amiamo Napoli come amiamo il Napoli” il suo programma elettorale. Quasi da Partito dell’Amore.
Ecco il prefetto Mario Morcone. Candidato sindaco partenopeo. 
Perchè “il futuro è Mo'” con ” nobilità senza miseria”, “orgoglio e giudizio” e ovviamente ” genio e regolatezza”.
Totò risponderebbe “ma mi faccia il piacere”.
Morcone è uomo attento ai suoi sostenitori, a cui permette tramite il sito, di creare nuovi manifesti per raccontare il loro sogno per Napoli.
“Il futuro è Ma’”, replica un tifoso, precisando che si riferisce a Maradona allenatore del Napoli, e così siamo a posto. Almeno al San Paolo.
A Grosseto arriva il neonato Partito del Sud. Il partito che vuole un’alleanza di forze meridionaliste, per una nuova classe dirigente meridionale con a cuore il riscatto del Sud.
Ma i grossetani lo sapranno di far parte del Sud? State attenti che in Maremma sta “per esplodere il Fuoco del Sud”.
Se a Ravenna è pronta in campo la “lista del cimitero”, con gli esponenti ritratti con alle spalle il cimitero della città e l’obiettivo del becchino “Seppelliamo la vecchia politica”, a Modugno è scesa dal cielo, in appoggio al candidato sindaco Giuseppe Vasile, addirittura “La politica degli Angeli”.
L’onorevole Cetto Laqualunque miete proseliti.
” Il partito del Pilu” ha un candidato a Oria, nel brindisino.
Solo che il “Pilu” è l’ acronimo di “Persone libere, indipendenti e unite”, frutto della mente dell’ aspirante sindaco, Francesco Arpa, un ispettore di polizia in pensione.
Luigi Gullo, avvocato candidato sindaco a Patti ha messo un enorme punto interrogativo come manifesto. Nulla da comunicare, se non un punto di domanda. Finalmente una comunicazione chiara.
Pino Carbone, sindacalista candidato sindaco del Pdl di Oria, in provincia di Brindisi, lancia la “grande coalizione riconciliatrice del centrodestra” .
Ci sono tutti Pdl, Fli, La destra, Azione e coraggio e un “non solo …” seguito dal simbolo dei lavori in corso. E’ la “Grande coalizione conciliatrice del centrodestra”.
Tutta la destra e non solo. Qui non cacciamo nessuno. Venite gente, venite.
Per sostenere il suo candidato a Bologna Manes Bernardini, la Lega Nord ha lanciato un nuovo gioco.
Si chiama “Indovina chi è l’ultimo”.
Ci sono gli stranieri in fila pronti a rubare gli alloggi popolari dei bolognesi. Ecco il cinese in pool position, la rom brutta, vecchia, sporca e con tanto di figlio a carico, il negro che si veste come i padani e il terrorista islamico. Ultimo della fila un vecchietto di pura razza petroniana.
Virginio Merola, il candidato del Pd, lancia il suo slogan “Se vi va bene tutto, io NON vado bene”.
Uno slogan piuttosto contorto ed è proprio quel “non” marcato che cattura l’attenzione.
“Non” va bene, tutto qua. Ma le dicotomie nell’uomo di centrosinistra continuano.
” Più arte e meno CO” e c’è da chiedersi cosa c’entri l’arte con il cambiamento climatico.
Il tutto in bicolore, giallo-blu.
Ma non sono i colori della città e nemmeno del Bologna, quella squadra che lui conosce bene e spera “torni in serie A, o forse in B”.
Su tutto campeggia una stella. Prima era rossa e ricordava tanto quella di Virgin Radio. Ma è “perchè lui è rock, mica uno lento”, si sono giustificati quelli del suo staff. Ora la stella è blu e fa tanto “sceriffo” o peggio ancora acqua San Pellegrino.
Non sarà mica gasato? Ma Merola ha raggiunto lo sdoppiamento totale in un’intervista doppia, modello Le Iene.
Virginio Vs Merola, perchè ” se siete indecisi su chi votare fate contenti tutti e due “.
Anche Stefano Aldrovandi, ex manager della multiutility Hera, ha scelto per la sua candidatura una dicotomia. “O così, o Aldrovandi”, su un enorme manifesto.
Da una parte il bianco, dall’altra l’arancione.
L’assonanza con la reclame della passata di pomodoro e il suo “o così o Pomì” è pressochè immediato. Un po’ come quello con l’arancione che fu il colore della campagna di Flavio Delbono.
Giovanni Carusone, candidato alla carica di consigliere comunale di Santa Maria Capua Vetere, per il Partito democratico lancia il suo ” il vostro voto…conSenso di responsabilità “.
Insomma finalmente si è trovato “un senso alla storia” di Bersani, anzi, il conSenso.
Giacinto Marra, detto Giangi ( e ci tiene tanto da scriverlo sui manifesti), presidente di “Azzurri italiani”, si candida a sindaco di Torino.
Il suo è “il partito nè di destra nè di sinistra, quello che rappresenta il movimento del non voto”. Per questo, visto che non votate e non siete nè di destra nè di sinistra, Giangi ci tiene a spiegarvi” non sbagliare fai centro”.
E se non vi avesse persuaso abbastanza Giangi vi offre un allettante invito: “Scopiamo?”. Come rifiutare? Per fortuna in piccolo spiega che vuol scopare la “via la vecchia politica”.
Ma tra centro e richiami al sesso sa tanto di vecchia.
Silvia Beltrami
(da “L’Espresso“)
argomento: Comune, Costume, elezioni, LegaNord, PD, PdL, radici e valori | Commenta »
Aprile 26th, 2011 Riccardo Fucile
UNA EX SCUOLA ELEMENTARE DI QUARTO OGGIARO ASSEGNATA ALLA SEDICENTE GUARDIA NAZIONALE PADANA….INSORGONO LE ASSOCIAZIONI DI QUARTIERI: “NON NE SAPEVAMO NULLA, CI HANNO TENUTO ALL’OSCURO DELLA GARA”…UN BANDO DI CUI NESSUNO HA SAPUTO NULLA PER FAVORIRE UNA ASSOCIAZIONE DI PADAGNI CHE SOFFRONO DI INSONNIA
Una scarna nota dell’ufficio stampa del Comune di Milano comunica che l’edificio di via Lessona 65, nel
quartiere milanese di Quarto Oggiaro, è stato assegnato alla Guardia Nazionale Padana.
È una ex scuola elementare, da anni inutilizzata.
Chi scrive — passatemi per una volta un riferimento personale — nelle sue aule ha frequentato la quinta.
“Il bando di gara per l’assegnazione dell’immobile si è tenuto lo scorso novembre”, ci informa la nota.
“La destinazione si inserisce nell’ambito delle funzioni di protezione civile assegnate al Comune di Milano. L’Amministrazione ha sviluppato nel corso di questi ultimi anni numerose forme di collaborazione con soggetti pubblici e privati in grado di supportare le strutture comunali ed in particolare proprio la Protezione Civile. Lo stabile di via Amoretti, che si estende su circa 1000 metri quadrati, pur trovandosi in discrete condizioni necessita di una seria opera di manutenzione, si trova in una zona a rischio vandalismi e occupazioni abusive. Si è ritenuto che l’utilizzo dell’immobile da parte di un’associazione onlus quale la Guardia Nazionale Padana possa essere funzionale alle strategie di sviluppo sociale perseguite dall’amministrazione”.
Proviamo a interpretare il burocratese.
Il Comune, dopo aver lasciato nell’abbandono l’edificio per anni, ora non ha i soldi per ristrutturarlo.
Dunque lo affida a qualcuno che provvederà a sue spese, par di capire, salvando la ex scuola da vandalismi e possibili occupazioni abusive.
Chi provvederà è la Guardia Nazionale Padana, accostata, non si capisce bene come, a non meglio precisate “funzioni di protezione civile”.
Dovrà ristrutturare l’edificio, chissà con quali finanziamenti.
La onlus del Carroccio, dice il comunicato, ha vinto una gara che si è “tenuta lo scorso novembre”.
E qui le associazioni del quartiere insorgono: nessuno a Quarto Oggiaro sapeva della gara.
Non il Circolo Perini presieduto da Antonio Iosa, che da decenni sviluppa attività culturale nella zona.
Non Quarto Oggiaro Vivibile e i tanti altri gruppi attivi in questa porzione di Milano agli estremi confini nord della città .
Come è stata pubblicizzata, a novembre, questa gara?
Chi vi ha partecipato?
Chi ha giudicato le eventuali candidature proposte?
In base a quali criteri ha vinto la Guardia Nazionale Padana?
Che cosa ci farà in quell’edificio, come lo utilizzerà ?
La verità è che Letizia Moratti, non molto amata dalla Lega, si deve guadagnare il sostegno del Carroccio nella difficile campagna elettorale in corso.
Anche a costo di regalare una sede alla Guardia Nazionale Padana.
A farne le spese, questa volta, un quartiere da cui è passato un pezzo della storia di Milano.
Quarto Oggiaro nasce negli anni Sessanta come “quartiere dormitorio”, sorge per ospitare l’immigrazione dal Sud Italia (di quei “terroni” che sono stati i primi nemici della Lega, poi sostituiti dagli extracomunitari).
È un “quartiere operaio” all’inizio senza servizi (viene chiamato “Corea”, o “Barbon City”), ma è anche un esempio di quel riformismo ambrosiano ormai irrimediabilmente perduto che comunque riusciva in pochi anni a creare migliaia di nuovi alloggi e ad accogliere migliaia di “nuovi milanesi”.
Poi il quartiere vede il crescere delle lotte sociali, dei movimenti popolari e, insieme, di una piccola frangia di terroristi.
Infine, l’aumento del disagio sociale, il dilagare della droga, la silenziosa occupazione delle famiglie legate alla ‘ndrangheta.
Negli ultimi anni Quarto Oggiaro, anche per merito delle sue associazioni e dei suoi preti, ha intrapreso un orgoglioso cammino, rivendicando una sua buona “normalità ”, pur fra tanti problemi.
Ha bisogno di presenza dello Stato, di cultura e di luoghi d’aggregazione. Invece Letizia Moratti gli manda le Guardie Padane.
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Bossi, Costume, denuncia, elezioni, Giustizia, governo, LegaNord, Milano, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Aprile 26th, 2011 Riccardo Fucile
VIAGGIO NEI COMUNI DOVE NELLA GESTIONE DELL’ACQUA C’E’ GIA’ LA PRESENZA DEGLI OPERATORI PRIVATI…NESSUN MIGLIORAMENTO DEL SERVIZIO E AD AREZZO AUMENTI DEL 57%
Gualdo Tadino si trova ai piedi dell’appennino umbro marchigiano.
Da queste parti l’acqua un tempo non si pagava nemmeno perchè c’è sempre stata in abbondanza. Pozzi dovunque.
Qui c’è la sorgente di una nota acqua minerale.
Ebbene qui – anche qui – l’acqua è diventata preziosa. E se dai tuoi rubinetti del terzo piano non sgorga perchè ha poca pressione e non riesce a salire, beh, ti paghi i nuovi tubi.
Seimila euro sono stati chiesti a un cittadino di Gualdo, che ora si è rivolto alle associazioni dei consumatori.
Avere l’acqua a casa non è più scontato.
Anche questa è la privatizzazione del servizio.
Privatizzazioni innanzitutto nelle logiche di gestione ancor prima che nelle proprietà .
Nella Umbria Acque, per esempio, il socio privato, controlla il 42%.
Ma – si è visto – non cambia nulla.
Ha inciso, un po’, per temperare l’inarrestabile ascesa delle tariffe: in dieci anni, dal 1998 al 2008 – riporta Antonio Massarutto nel suo “Privati dell’acqua”, appena uscito per il Mulino – sono aumentate del 47%.
E nel solo periodo 2005-2008 la spesa per il servizio idrico è cresciuta del 12%, circa il 4% in termini reali.
Una famiglia di tre persone spende in media 293 euro all’anno per l’acqua.
Di quella che si utilizza, perchè tanta se ne va persa in una rete idrica che è un vero colabrodo.
Circa il 37% dell’acqua immessa in rete non viene fatturata con punte fino al 70% in alcune aree del Mezzogiorno, lì dove la fornitura dell’acqua è anche un business per la mafia e le altre organizzazioni criminali.
In Calabria, per esempio.
Dove quasi il 45% della popolazione riceve un servizio a dir poco scadente.
E dove l’acqua, pur arrivando nelle case, viene chiusa dal gestore per morosità del Comune.
È accaduto all’inizio di marzo a Cinquefrondi, settemila anime nella piana di Gioia Tauro: per due giorni niente acqua. Rubinetti chiusi.
L’ha deciso la Sorical (società mista tra la Regione e i francesi della Veolia con il 46,5%) con la quale il Comune ha accumulato un debito di quasi un milione e 200 mila euro, pari a quattro anni di pagamenti arretrati.
Dopo tre decreti ingiuntivi, la società ha ridotto del 25% l’acqua erogata al cliente moroso, sostenendo la piena legittimità di questa decisione.
Il punto è che il paese si sviluppa in salita e, anche qui, il taglio ha fatto mancare la pressione nelle tubature.
Dai rubinetti nemmeno una goccia d’acqua, il sindaco ha dovuto ordinare la chiusura delle scuole per due giorni.
I cittadini, che pagano regolarmente le bollette, si sono infuriati.
Ma l’andazzo è questo. Dice Maurizio Del Re, amministratore delegato della Sorical: “È una cosa che stiamo facendo ormai da un po’ dove osserviamo che non solo il Comune non adempie al pagamento ma dall’altra parte richiede una quantità d’acqua abnorme”.
Insomma se non paghi ti staccano anche l’acqua, un tempo bene primario.
Accade al Sud ma anche al centro nord.
Da quando l’acqua è un servizio privatizzato che ha trasformato i cittadini in clienti-consumatori.
Senza che, però, ci sia un mercato, la concorrenza tra gli operatori, la possibilità di scegliere.
Racconta Sandro Peruzzi, presidente della Federconsumatori dell’Umbria, che ormai, un po’ dappertutto, quando devi spostare il contatore all’esterno della tua abitazione per consentirne la lettura al gestore, la ditta per eseguire i lavori “viene imposta” dalla società .
E ti impongono anche i prezzi. “In genere il doppio di quel che servirebbe”, chiosa Peruzzi.
Perchè l’acqua dei privati costa sempre di più.
A metà maggio è in arrivo la stangata per i cittadini-clienti dei 29 comuni campani nell’area sarnese-nolana-stabiese: incrementi sulla bolletta del 20%. C’è chi ha calcolato che da sei anni a questa parte gli aumenti delle tariffe siano stati nell’ordine del 300% senza che il servizio sia migliorato.
Ne sanno qualcosa nella zona di Arezzo che per prima ha sperimentato la privatizzazione: tariffe all’insù di quasi il 57%.
E sempre, al nord, al centro e al sud e nelle isole, ci sono i francesi – senza il clamore del caso-Parmalat – che hanno conquistato quote azionarie prestigiose: Suez, Veolia Water e Saur.
Gruppi potenti che hanno “imposto” il modello d’oltralpe.
Conclusione di Giuseppe Altamore in “Acqua spa” (Mondadori): “Il servizio idrico è ormai un’industria che produce utili i dividendi per grandi e piccoli azionisti. La metamorfosi da cittadino a cliente dei mercanti d’acqua è avvenuta”.
Pronto a restare a secco e anche in bolletta.
(ha collaborato Raffaella Cosentino)
Roberto Mania
(da “la Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Bossi, denuncia, economia, governo, LegaNord, PdL, Politica | Commenta »
Aprile 26th, 2011 Riccardo Fucile
IL PAPA PARLA E LA DESTRA ACCATTONA ANNUISCE E SE NE FREGA… SI FANNO IL SEGNO DELLA CROCE PER ABBINDOLARE UN ELETTORATO CHE VUOLE ESSERE A POSTO CON LA COSCIENZA PER POI FARSI GLI AFFARI PROPRI
Una cosa è parlare (o sparlare) di valori e un’altra è viverli nella quotidianità ; una cosa è
sproloquiare di “Dio, patria e famiglia” e un’altra è declinarle seriamente, quelle parole, nel proprio impegno pubblico.
Una cosa è cercare di allisciarsi la Chiesa e un’altra è seguirne davvero i precetti.
Ecco, in sostanza, cosa insegna la vicenda dei nomadi a Roma.
Quel che è successo è una lezione di buona politica: l’occupazione pacifica della basilica di San Paolo da parte dei rom, sgomberati dal Comune da un campo abusivo a Casal Bruciato, ai margini della capitale, si è conclusa grazie all’intervento della chiesa.
I nuclei familiari, tra applausi e abbracci, si sono tutti ricongiunti,, sono usciti da un ingresso laterale della basilica e, a bordo di autobus, sono partiti per raggiungere il centro dalla Caritas.
«I rom che in questi giorni hanno trovato riparo nel chiostro della basilica saranno trasferiti presso una struttura di accoglienza in città », ha reso noto nel tardo pomeriggio l’ente assistenziale del vicariato di Roma sottolineando che nella sistemazione dei rom saranno rispettati i nuclei familiari.
Quasi contemporaneamente la sala stampa vaticana ha fatto conoscere i sentimenti di Benedetto XVI sulla vicenda.
Il Vaticano ha auspicato che la disponibilità della Caritas «preluda a una sistemazione stabile adeguata».
Non stiamo qui a discutere sul merito.
Quel che interessa è mettere in risalto la vuota retorica di una destra che, a corto d’idee e d’ideali, in piena crisi d’identità , cerca disperatamente di appoggiarsi a una qualsiasi autorità “altra”: che sia Berlusconi o la Chiesa poco importa.
Quel che importa è prendere la scorciatoia, dando in appalto il cervello e sacrificando i residui di autonomia intellettuale, di vera “autorità “.
Senza accorgersi delle infinite contraddizioni a cui si va incontro.
E così la destra alemannian-papalina si trova a tradire i valori fondamentali della Chiesa cattolica.
L’accoglienza? Chi se ne frega!
La solidarietà ? L’altruismo? Roba da comunisti.
Tutto gettato nel cestino in nome di un populismo disperato e perdente.
In nome di un’antipolitica degna del peggior estremismo di destra.
Ascoltano le parole del papa, dicono.
Eccole, le parole del papa: «Ogni scelta politica sia ispirata dal rispetto per la persona umana. Bisogna accogliere con solidarietà profughi e rifugiati che, in questi giorni, arrivano dall’Africa. A loro arrivi la solidarietà di tutti; gli uomini di buona volontà siano illuminati ad aprire il cuore all’accoglienza, affinchè in modo solidale e concertato si possa venire incontro alle necessità impellenti di tanti fratelli».
Il papa parla, la destra valoriale annuisce e se ne frega.
Quel che è successo a Roma dimostra quanto sia bugiarda e ipocrita la propaganda di chi si fa il segno della croce solo per nascondere la propria anima nera, di chi parla di valori solo per abbindolare – così credono – un elettorato che vuole sentirsi a posto con la coscienza e poi farsi, amabilmente, i fatti propri.
(da “Il Futurista”)
argomento: Alemanno, Comune, Costume, denuncia, PdL, Politica, radici e valori, Roma, zingari | Commenta »
Aprile 26th, 2011 Riccardo Fucile
NESSUNO IN EUROPA E’ IN GRADO DI RACCOGLIERE OLTRE LA META’ DELLA QUOTA DI MERCATO….L’OCSE CHIEDE ALL’ANTITRUST DI “VALUTARE IL GRADO DI COMPETITIVITA’ NEI MEDIA”…IL TETTO DELLA PUBBLICITA’ IN RAI E’ DEL 12%, PER MEDIASET IL 18% (E SI VORREBBE PORTARLA AL 20%)
“Il settore televisivo resta dominato da società statali e da una società privata”. Parola dell’Ocse che nel rapporto Going for Growth ha dedicato particolare attenzione alla situazione italiana, raccomandando all’Antitrust di “valutare il grado di competitività nei media tv”.
Una competitività difficile da immaginare: nel 2010 il 63% dei 3,8 miliardi spesi per la pubblicità in tv è finito nelle casse di Mediaset.
La Rai si è accontentata del 23% e agli altri solo le briciole: il 6% per Sky e il 3,7% per La7.
Ma se per gli ultimi due i numeri rispecchiano anche l’audience, per i big la situazione è diversa.
Lo scorso anno lo share medio di Viale Mazzini, per l’intera giornata, è arrivato al 41,3%, per il gruppo della famiglia Berlusconi si è fermato al 37,6%.
Certo a Mediaset interessa il target commerciale (15-64 anni), ma anche in questo caso lo share non supera il 40%.
Come a dire che per gli investitori l’indice di ascolto non è un parametro così rilevante, merito forse dell’abilità dei venditori di Publitalia, ma anche delle norme che fissano al 12% del tempo di trasmissione il tetto per la pubblicità in Rai, un limite che per Mediaset sale 18%.
Un’asticella che il governo potrebbe portare anche al 20%.
Di certo, già oggi, nessun Paese europeo ha una situazione simile.
Secondo Screen Digest, in Spagna, Telecinco raccoglie il 33% della pubblicità seguita da Antena 3 che arriva al 27%; in Gran Bretagna ITV ha il 45% del mercato e Channel Four il 23%; in Germania Prosieben arriva al 43%, tallonata da Rtl al 41%; in Francia Tf1 è leader con il 49% degli investimenti, mentre M6 si accontenta del 23%.
Insomma in nessun Paese del Vecchio Continente c’è qualcuno in grado di raccogliere più della metà della spesa in televisione.
E mentre in Europa l’avvento del digitale terrestre ha spostato l’allocazione delle risorse dalle reti tradizionali, in Italia la raccolta dei nuovi canali sottrae risorse ai media tradizionali, quotidiani e periodici su tutti.
E intanto l’Antitrust ha deciso di allargare a tutti i media la sua indagine conoscitiva del settore della raccolta pubblicitaria.
Una proposta approvata con il voto favorevole dei consiglieri dell’authority in area di centrodestra perchè in un paniere più ampio (da 3,8 a 7,7 miliardi) il peso di Mediaset sarà diluito.
Resta tuttavia evidente che il mercato pubblicitario italiano abbia due padroni assoluti.
Da un lato Mediaset, dall’altro la televisione che nel 2010 ha raccolto il 49,3% dei 7,7 miliardi investiti.
“Colpa dell’abbassamento dei listini tv – dice un addetto ai lavori – In Italia un passaggio televisivo costa poco più di una pagina di giornale. In Europa, invece, la situazione è molto più chiara e i media vengono scelti in base al target da raggiungere”.
E i risultati si vedono.
Più piccolo del nostro c’è solo il mercato spagnolo che vale 5,6 miliardi ed è quello che più assomiglia all’Italia: la tv pesa il 42,3%, quotidiani e periodici il 27,3% e internet per il 13,8%.
Ma la vera gallina d’oro degli spot è la Germania che lo scorso anno ha speso 16,9 miliardi: il 23,6% in televisione, il 20% online e il 47,4% in quotidiani e periodici.
Che in Italia valgono appena il 25,5%
Giuliano Balestreri
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, emergenza, governo, PdL, Politica, radici e valori, RAI, televisione | Commenta »
Aprile 25th, 2011 Riccardo Fucile
BERLUSCONI VUOLE ESSERE TROPPO PRESENTE A MILANO, MENTRE LA MORATTI PREFERIREBBE SI DEFILASSE PER NON FAR PERDERE ALTRI VOTI AL CENTRODESTRA… IL CASO LASSINI SEGNA LA CAMPAGNA ELETTORALE
All’inizio, era una questione di principio. 
Quasi un dovere per un prototipo della buona (e moderata) borghesia milanese come Letizia Moratti: dissociarsi da quello slogan delirante e oltraggioso.
Il costo politico sembrava, tutto sommato, basso.
Già la sera precedente, il ministro della Giustizia Alfano – non esattamente una colomba – aveva preso le distanze dal contenuto dei manifesti dell’Associazione per la difesa della democrazia.
Poi, con il passare dei giorni, via via che il balletto delle dimissioni e delle retromarce, delle dichiarazioni di sdegno e delle manifestazioni di sostegno si è fatto più vorticoso, è diventata una colossale manfrina da campagna elettorale.
E Letizia Moratti, consigliata dai suoi spin doctor, ha deciso di cavalcarla nel modo più spregiudicato, quasi spudorato.
Fino a negare l’evidenza: “Per me il caso è chiuso”, ripete il sindaco, da tre giorni, come un 45 giri inceppato.
Sa benissimo che il caso chiuso non è, e provvedono quotidianamente a sottolinearlo il Giornale della famiglia Berlusconi e l’ala dura degli Stracquadanio, delle Santanchè, Tiziana Maiolo e compagnia assortita.
Che Roberto Lassini con ogni probabilità sarà eletto consigliere comunale ormai lo hanno capito tutti, dentro e fuori il Pdl.
Che ben difficilmente, all’indomani dell’elezione, rinuncerà al suo strapuntino è convinzione ugualmente diffusa.
Perchè allora la Moratti continua a ripetere ossessivamente la sua incompatibilità con Lassini, anche ora che i dirigenti del suo partito – dopo la prima ondata di dichiarazioni sdegnate – l’hanno praticamente lasciata sola?
“Ci sono sondaggi che stimano al minimo storico la popolarità di Silvio Berlusconi perfino nella sua città – spiega un dirigente milanese del Pdl – e nello staff dei consiglieri del sindaco qualcuno comincia a temere che la politicizzazione della campagna elettorale milanese e l’entrata in campo diretta di Berlusconi non solo non aggiungano consensi ma rischino di sottrarne”.
Ecco perchè la Moratti, che nell’ultimo scorcio del suo mandato si era completamente appiattita su Berlusconi e sul governo, perfino quando le decisioni dell’esecutivo hanno pesantemente penalizzato Milano, oggi, nel vivo della campagna per la riconferma, ha deciso di distinguere la sua posizione da quella dei falchi del suo partito, con ciò guadagnandosi la disapprovazione del presidente del Consiglio: “Berlusconi vuole che le polemiche finiscano il prima possibile e che tutto il partito si impegni per vincere a Milano – spiegava ieri all’Ansa un alto dirigente del Pdl – Certo, al presidente farebbe piacere che Lassini ottenesse tanti voti, sarebbe uno schiaffo degli elettori alla procura milanese”.
Oltre al tornaconto personale, c’è un’altra ragione che ha spinto Berlusconi a imprimere un’accelerazione violenta alla campagna milanese, che culminerà nella settimana dopo Pasqua con una lettera firmata di suo pugno ad ogni famiglia milanese e con uno tsunami di manifesti e volantini che – nelle intenzioni del premier – dovranno solleticare le reazioni “di pancia” dei milanesi sui temi consueti della contrapposizione tra destra e sinistra.
I sondaggi più attendibili danno la Moratti in lieve vantaggio (un punto, massimo due) al primo turno su Pisapia – grazie anche a un modesto recupero prodotto dalla sua campagna milionaria – ma comunque lontana dal 50%.
Al ballottaggio, partita apertissima.
Berlusconi sa che la Moratti, da sola, rischia di perdere e di trascinare il centrodestra tutto in un vortice di cui è difficile vedere il fondo.
“È vero che il caso Lassini accentua la percezione di un Pdl in preda al caos – continua l’assessore morattiano – ma in fondo tutto questo movimento fa gioco a tutti. A Berlusconi, e anche alla Moratti, che capitalizzerà personalmente i voti dei moderati e usufruirà di quelli conquistati dal premier e anche da Lassini”.
Il balletto del Lassini fuori-Lassini dentro, dunque, rischia di diventare un tormentone da qui al 16 maggio.
La Moratti, assicurano i suoi, “è pronta a tener botta fino in fondo”.
Se sarà rieletta, non sarà un problema ingoiare il rospo Lassini per rimettersi al più presto al timone dell’Expo e dei grandi affari milanesi.
Capitasse il guaio della sconfitta, avrà già pronto sul tavolo un buon argomento per addebitarla ad altri.
A quei manifesti sciagurati, e a chi non se n’è dissociato per tempo.
argomento: Berlusconi, Comune, Costume, denuncia, elezioni, emergenza, governo, Milano, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Aprile 25th, 2011 Riccardo Fucile
CI SONO ANCHE EX MINISTRI RINVIATI A GIUDIZIO E SINDACI SOTTO INCHIESTA…I CASI DE SIMONE, MATACENA, NONNO, MASTELLA, DE MAGISTRIS, LETTIERI, DE LUCA, DAMIANO, CINQUE
Altro che liste pulite.
A setacciare le candidature delle amministrative in Campania scovi di tutto: arrestati per collusioni con la camorra, indagati per riciclaggio, ex ministri rinviati a giudizio, sindaci che collezionano inchieste e processi come fossero tappi di birra.
E sullo sfondo le moine di sempre, di chi a parole censura l’arrivo di quei voti e nei fatti se ne servirà : io non sapevo, io mi dissocio, se vinco grazie a lui mi dimetto.
Lo disse anche il Governatore Stefano Caldoro l’anno scorso, quando gli infilarono di soppiatto in una lista alleata un condannato in primo grado per camorra, che peraltro è stato pure eletto e tra poco potrebbe essere reintegrato in consiglio regionale.
Senza che nessuna testa sia saltata.
Da chi cominciamo?
Il caso del momento è la presenza di Achille De Simone, consigliere comunale uscente, come capolista di Alleanza di Centro, una delle 11 liste a sostegno del candidato sindaco Pdl di Napoli Gianni Lettieri.
Il Gip Antonella Terzi nell’ordinarne l’arresto il 26 novembre del 2009 commentò così la partecipazione di De Simone a un incontro in cui una donna del clan Sarno minacciava l’animatore di un movimento antiracket: “Autentico raccapriccio, è forse l’episodio più intriso di mentalità malavitosa, inquinato dal concorrente apporto dell’inqualificabile De Simone”. Inqualificabile per il giudice, ma non incandidabile per la politica napoletana. Anche se Lettieri ne ha preso le distanze, invitandolo a ritirarsi e annunciando di essere sin da ora dimissionario se i voti di De Simone saranno determinanti per la sua elezione. Pionati, il capo dell’Adc, ha definito il suo inserimento in lista “un errore di distrazione”. Mannaggia.
Ma non è l’unica candidatura che fa discutere.
Nel Pdl di Napoli è in corsa Maurizio Matacena, commercialista, indagato per riciclaggio in concorso col senatore e sindaco Pdl di Afragola Vincenzo Nespoli, per il quale pende un’ordinanza di arresto fermata dal Parlamento. Matacena è accusato di aver fatto sparire circa 300mila euro nell’ambito delle indagini sulla bancarotta fraudolenta degli istituti di vigilanza riconducibili a Nespoli e sul dirottamento dei loro fondi verso alcune speculazioni immobiliari di Afragola.
Nella lista azzurra c’è pure Marco Nonno, consigliere uscente An.
à‰ imputato per concorso in devastazione, per aver coordinato la guerriglia urbana che impedì la riapertura della discarica di Pianura.
Vicenda per la quale ha trascorso 13 mesi agli arresti, tra carcere e domiciliari. In questi giorni Nonno ha presentato un libro dove racconta la sua versione su Pianura.
È un collezionista di armi antiche e il suo manifesto elettorale lo ritrae con l’elmetto in testa. “Per Pianura — spiega — ho combattuto”.
Qualche problemino giudiziario lo hanno anche alcuni candidati sindaci.
Clemente Mastella (Popolari-Udeur) è fresco di rinvio a giudizio per la compravendita della casa di Largo Arenula a Roma, immobile che era nella disponibilità dell’Udeur (ospitava la redazione de Il Campanile) ma che attraverso un tortuoso giro di cessioni azionarie è stato intestato ai suoi figli. L’ex Guardasigilli è stato però assolto dalle accuse di associazione per delinquere: il giudice ha detto no al teorema partito-clan.
Luigi De Magistris (Idv-Federazione della Sinistra) ha una richiesta di rinvio a giudizio a Roma per alcune presunte anomalie sulla gestione dei tabulati telefonici nel corso delle inchieste condotte dai pm a Catanzaro.
Ma va ricordato che per simili anomalie Genchi è già stato assolto.
Peraltro, non si tratta di reati comuni o a scopo di lucro ma contestati per via delle legge Boato del 2003, che si presta a varie interpretazioni.
De Magistris poi è stato assolto poche settimane fa a Salerno da una fastidiosa accusa di omissione d’atti d’ufficio per l’accusa — caduta — di non aver indagato a dovere su una denuncia.
C’è poi Lettieri (Pdl), che è sotto processo a Salerno per truffa e falso per la delocalizzazione in zona Asi di una delle sue aziende, la Manifatture Cotoniere Meridionali di Salerno. Prossima udienza, 7 giugno.
La prescrizione è vicinissima: i fatti risalgono alla prima metà degli anni 2000.
In caso di vittoria di Lettieri a Napoli e del Pd Vincenzo De Luca a Salerno, si realizzerebbe una singolare coincidenza: due sindaci di due città capoluogo della Campania, imputati nello stesso dibattimento e per lo stesso fatto.
De Luca il regista della variante urbanistica ritenuta illegittima, Lettieri l’utilizzatore finale, secondo la Procura.
De Luca, che si candida a un secondo mandato consecutivo (sarebbe il quarto negli ultimi 18 anni) deve difendersi in un secondo processo per un’altra variante, la trasformazione dell’ex Ideal Standard in un Parco Marino da realizzare con capitali emiliani.
Tra le accuse, quella di tentata concussione. Il dibattimento prosegue il 9 maggio. La prescrizione è vicina anche qui.
C’è pure una recente inchiesta del pm di Salerno Roberto Penna che contesta a De Luca il peculato per un incarico assegnato al suo fedelissimo dirigente Alberto Di Lorenzo.
Si tratta di una nomina firmata dal sindaco nella sua qualità di commissario governativo per la realizzazione del termovalorizzatore (ora non lo è più). L’inchiesta è praticamente finita, si attendono le determinazioni della Procura.
Torniamo a Mastella, un nome che ricorre quando si scrive di politica e inchieste giudiziarie.
A Benevento si candida al consiglio comunale l’assessore uscente Aldo Damiano.
Fa parte di una lista civica a sostegno del candidato sindaco Pd, l’uscente Fausto Pepe, sfiduciato in extremis per impedirgli di fare campagna elettorale da primo cittadino in carica.
Pochi giorni fa Damiano è stato raggiunto da un avviso concluse indagini per corruzione in concorso con il presidente del Palermo Maurizio Zamparini e con i coniugi Clemente e Sandra Mastella.
Secondo l’accusa, da assessore all’Urbanistica in quota Udeur nella giunta del 2006, Damiano avrebbe concesso corsie preferenziali non dovute alla realizzazione del centro commerciale ‘I Sanniti’, realizzato da Zamparini, nello stesso periodo in cui dal conto corrente dell’imprenditore friuliano della grande distribuzione partiva un bonifico di 50.000 euro per l’associazione culturale ‘Iside Nova’, presieduta dalla signora Mastella.
Per il pm quel bonifico era una tangente e Mastella ha parlato di ‘singolare coincidenza’ tra la notifica dell’avviso e l’ufficializzazione formale della sua candidatura a sindaco di Napoli.
Che però aveva annunciato con sei mesi di anticipo.
Ma il record di inchieste forse lo detiene Gennaro Cinque.
Il sindaco Pdl di Vico Equense si ricandida a dispetto di quattro richieste di rinvio a giudizio per reati che vanno dall’abuso d’ufficio all’omissione d’atti d’ufficio.
Più una quinta indagine — ma il fascicolo è ancora aperto — per omissione d’atti d’ufficio.
Vincenzo Iurillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Comune, Costume, criminalità, denuncia, Di Pietro, elezioni, Giustizia, PD, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Aprile 25th, 2011 Riccardo Fucile
LA STRANA COERENZA DELL’ESPONENTE FINIANO CHE A PAROLE VUOLE CHE FUTURO E LIBERTA’ SIA SEMPRE RADICATO A DESTRA…”MAI ALLEANZE CON LA SINISTRA” ? MA COME MAI ALLORA A CASSINO SI PUO’?
Cento chilometri separano Cassino da Latina. 
Eppure, seguendo le coordinate del dibattito interno a Futuro e libertà , le distanze tra le due città laziali sembrano essere siderali.
Sì, perchè mentre sulla lista Pennacchi – che si presenta al primo turno rigorosamente da sola, con il proprio candidato sindaco alternativo sia al Pdl che al Pd – piovono strali e accuse di ogni genere (si va da “morirete comunisti” a “roba da avanspettacolo”), su quel che accade in provincia di Frosinone, all’ombra dell’abbazia, non si muove foglia.
Eppure, lì a Cassino, Futuro e libertà si presenta – assieme ai sovversivi dell’Udc – alleato già al primo turno con “le sinistre”, ovvero con il pericolosissimo Partito democratico e con l’ancora più pericoloso Partito socialista.
In diretta competizione con il Pdl e con i vendolian-dipietristi, con serie probabilità che il candidato sindaco (Iris Volante) arrivi al ballottaggio.
Nessun dubbio: si tratta di un bell’esperimento, che vede mescolarsi storie politiche diverse per disegnare un’alternativa credibile e concentrata sul “buongoverno”, più che su sterili dispute a base di “identità ” e di “collocazioni”.
Non discutiamo quindi l’operazione che avrà sicuramente le sue motivazioni locali.
Resta solo da capire perchè le “colombe” finiane tacciano.
Forse perchè a gestire con bravura l’operazione è stato Alessandro Foglietta, coordinatore provinciale di Fli, che siede anche nel comitato promotore di Fareitalia, associazione fondata da Adolfo Urso? Chissà .
Forse un giorno ci verrà svelato l’arcano.
Resta il fatto che per ora quel che a Cassino si realizza sotto l’egida dei “moderati”, a Latina non si può nemmeno immaginare.
Per non parlare di Milano…
argomento: Costume, denuncia, elezioni, Fini, Futuro e Libertà, Politica, radici e valori | 1 Commento »