Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
ARRIVANO ALTRE DUE DEFEZIONI NELLA CASERMA CINQUESTELLE E I RIBELLI VANNO ALL’ATTACCO
La crepa si aprirà stanotte, al massimo domani.
Alessandro Furnari e Vincenza Labriola potrebbero sciogliere la riserva e lasciare il Movimento 5 stelle alla Camera.
Senza entrare in polemica con Grillo e Casaleggio, senza «fare i dissidenti».
Le loro motivazioni vogliono affidarle a un post su Facebook. La destinazione prescelta sarà il gruppo misto.
Non hanno avvisato gli altri “malpancisti” della loro decisione, i due deputati tarantini.
Non hanno preso parte a cene o incontri semiclandestini. La loro è una scelta autonoma, delle ragioni non vogliono ancora parlare.
Quel che è certo è che non si trovano più a loro agio nell’assemblea.
E che il malcontento avevano cominciato a manifestarlo nei giorni in cui si era discusso della restituzione della diaria: come tanti, avevano raccontato di non condividere un’imposizione che va al di là di quello che i parlamentari a 5 stelle si sono impegnati a fare (dimezzarsi l’indennità base).
«Non è una questione di soldi», dice Furnari a chi è riuscito a parlarci.
«Il problema è un altro – spiega una deputata che comprende la loro scelta – quello della diaria è solo l’inizio. Grillo e Casaleggio sanno che una volta ceduto su questo punto, su cui ovviamente tutti sono molto sensibili, finiremo per cedere su ogni cosa. Per farci imporre ogni decisione».
Così, il probabile abbandono dei due tarantini si unisce al malcontento di chi – da almeno un mese – è in cerca di vie di fuga.
«Sono buffi – racconta Pippo Civati – mi danno appuntamenti segreti, negli anfratti, dietro i vicoli, e poi arrivano i giornalisti a dirmi: hai parlato con tizio? Hai visto caio?».
Eppure il deputato Pd è certo che qualcosa si stia muovendo nella giusta direzione: «È ovvio che sarà un fatto esterno a far prendere loro una decisione. Magari una sentenza che faccia venir voglia a Berlusconi di mettere in pericolo il governo. Io ne conto in uscita 7 sicuri più 5 incerti alla Camera, e un’altra dozzina al Senato. Se Monti non facesse scherzi, per essere autonomi dal Pdl a Palazzo Madama basterebbero 20 voti: sono certo che davanti allo spettro delle elezioni anticipate ci si arriverebbe tranquillamente».
L’emorragia potrebbe cominciare dopo le riunioni cruciali di questi giorni.
La vicenda dei soldi non è affatto conclusa, il fondo dove mettere l’eccedenza di stipendi e rimborsi ancora non c’è (bisognerà aspettare un travagliato iter del ministero dell’Economia).
La creazione di un «salvadanaio temporaneo» non piace ai dissidenti.
Non si fidano: «Perchè dovrei affidarli a qualcun altro? Chi dovrebbe gestirli? chiede uno di loro – E se poi me ne vado? O se mi cacciano?».
In più c’è il problema delle leggi.
Il fatto che le proposte che vanno oltre il programma saranno sottoposte al blog prima di essere presentate è ormai assodato. Sullo ius soli, ad esempio, sta lavorando la commissione Affari Costituzionali, e il 5 stelle Giorgio Sorial fa parte di un intergruppo che conta di arrivare a qualcosa mettendo insieme le diverse sensibilità che esistono sul tema in Parlamento.
E però, racconta Federica Dieni, «credo che prima dovremo fare un sondaggio sul blog. La nostra proposta passerà prima da lì».
È il punto focale del malcontento dei dissidenti, l’autonomia.
È quello di cui ha parlato ai parlamentari Stefano Rodotà quando è stato alla Camera, la parte del suo discorso che ha dato più fastidio a Beppe Grillo.
Li ha invitati a scoprire il confronto, la mediazione. Li ha spronati a cercare di ottenere dei risultati uscendo dal solipsismo.
Non è che questa, la colpa di cui si è macchiato agli occhi del capo politico.
Ma non è in disarmo, il professore. Tutt’altro.
Adriano Zaccagnini e Tommaso Currò – in contatto costante con Civati continuano a guardare a lui e al movimento dei «beni comuni» come possibile approdo.
Oggi Civati andrà a trovarlo a un convegno della fondazione Basso, di fronte al Senato.
Gli parlerà ancora di un progetto che potrebbe vederlo protagonista. Rifletterà con lui sull’incontro che la rivista Left sta preparando già per la prossima settimana, invitando un fronte trasversale di Pd, Sel e 5 stelle.
Così, anche se ieri – prima della riunione – Zaccagnini diceva di voler proporre un armistizio ai “talebani”, una sorta di patto fondato sul «tornare a decidere tutto in assemblea», il piano B rimane dietro l’angolo.
La crepa aperta da Furnari e Labriola potrebbe diventare una voragine.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
SENTENZA SCONCERTANTE: ASSOLTI AGENTI E INFERMIERI, CONDANNATI SOLO I MEDICI
E così alla fine aveva ragione Giovanardi: Stefano Cucchi ha fatto tutto da solo. 
Non sono state le botte ricevute dagli agenti penitenziari a costringerlo in quel letto d’ospedale in cui è morto, sei giorni dopo il suo arresto per droga.
Non sono stati i vari “è caduto dalle scale”, o i commenti di altri detenuti “hai fatto un frontale con un treno” a provocare quell’incredibile percorso che ha portato poi alla sua morte.
Stefano Cucchi in quel letto d’ospedale ci è finito da solo.
E poco importa se quello era il reparto detentivo del Sandro Pertini, inaccessibile ai genitori che invano hanno bussato ogni giorno a quelle porte.
Poco importa se quel ragazzo di 31 anni col sogno della boxe aveva la faccia martoriata dai lividi, aveva lesioni vertebrali, tracce di sangue sui jeans.
Stefano Cucchi è morto di malasanità .
A ucciderlo, secondo la terza Corte d’assise di Roma che ieri ha pronunciato il suo verdetto di primo grado, in un’aula bunker blindata per paura di chissà cosa e dopo sette ore e mezza di camera di consiglio, sono stati i medici negligenti che non gli hanno somministrato le terapie giuste e necessarie, che non si sono accorti del suo deperimento, che non hanno arrestato con semplici mosse quel processo che ne ha determinato la morte.
Nicola Menichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici, gli agenti penitenziari imputati di lesioni, coloro che lo avrebbero pestato nelle celle di sicurezza del Tribunale, sono stati assolti.
Insufficienza di prove, avrebbe recitato la vecchia formula.
Evidentemente non sono bastate le decine di perizie prodotte da accusa e parte civile, spesso così in conflitto tra loro, a rendere evidenti le responsabilità anche ai giudici.
E sono stati dichiarati innocenti i tre infermieri a processo, Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe.
Pene lievi, molto di più di quanto chiesto dall’accusa, per i sei medici coinvolti: due anni di reclusione al primario Aldo Fierro, un anno e quattro mesi per Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi Preide De Marchis, Silvia Di Carlo, otto mesi per la responsabile del reparto, Rosaria Caponetti, condannata per falso.
Per tutti gli altri il reato è stato derubricato da abbandono di incapace a omicidio colposo.
Dovranno pagare alla famiglia Cucchi una provvisionale di 320 mila euro in attesa del giudizio civile, ma per tutti la pena è sospesa.
Per i giudici tanto vale la morte di un ragazzo, arrestato con indosso pochi grammi di hashish la notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009.
Bisognerà attendere 90 giorni per le motivazioni della sentenza, ma intanto il primo punto fermo in tre anni e mezzo è stato messo.
In aula c’erano tutti. Giovanni, Rita e Ilaria, genitori e sorella di Stefano, accompagnati dai loro avvocati, gli instancabili Fabio Anselmo e Alessandra Pisa. C’era il senatore Luigi Manconi, che con l’associazione “A buon diritto” ha seguito il caso dal primo giorno.
C’erano gli agenti e gli infermieri imputati e molti loro parenti.
C’erano decine di giornalisti, costretti ad accreditarsi per la prima volta dall’inizio del processo.
C’erano carabinieri e poliziotti, in divisa e in borghese, quasi come se in aula ci fosse un processo a pericolosissimi criminali .
C’era il pubblico nel loggione e c’erano anche Lucia Uva e Domenica Ferrulli, sorella e figlia di altri due morti ammazzati nelle mani dello Stato.
Ed è stato proprio da lassù in alto che è partito quel grido, “assassini, vergogna”, mentre di sotto i parenti degli imputati assolti si abbracciavano e festeggiavano.
Pochi banchi più avanti le lacrime di Ilaria, il volto rosso dalla rabbia e dalla commozione, la consapevolezza che la verità , la sua verità , non è ancora emersa. L’abbraccio, interminabile, con l’avvocato Anselmo e poi con Manconi, e subito le parole, calme e misurate come sempre, a favore di telecamera.
Stavolta anche la piccola mamma Rita ha il coraggio di parlare: “Me l’hanno ucciso una seconda volta”.
Lo sapevano, Rita e Giovanni, che sarebbe stata durissima.
“Abbiamo dormito poco — avevano detto prima di entrare in aula —, ma abbiamo la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile”.
Già la mattina, alle 9,30, poco prima che i giudici entrassero in camera di consiglio, il piazzale antistante l’aula bunker era stato teatro di tensioni.
Un gruppo di ragazzi aveva provato ad attaccare adesivi e a srotolare uno striscione con la scritta “Ilaria non sei sola. Giustizia per Stefano”, subito rimosso dagli agenti. E a lungo giornalisti e pubblico erano rimasti fermi ai cancelli, in attesa di accrediti che non arrivavano e di autorizzazioni alla spicciolata.
“La Corte non deve vedere quanta gente c’è”, aveva commentato qualcuno alzando la voce con la polizia, giunta in massa a blindare se stessa.
Minuti di tensione che si sono ripetuti al termine dell’udienza, quando gli imputati sono usciti dall’aula scortati dalle forze dell’ordine.
Per loro ieri è finito un incubo, per la famiglia Cucchi l’incubo non finirà mai. “Suo fratello si è spento”, avevano detto a Ilaria il giorno della morte di Stefano.
Ieri la Corte lo ha confermato.
Silvia D’Onghia
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
ANCHE PERCHE’ DI DE GASPERI, TOGLIATTI, BERLINGUER O ALMIRANTE IN GIRO NON SE NE VEDONO
Nel mondo orwelliano della neolingua il bianco è nero, il freddo è caldo, e la guerra è pace. Non abbiamo ancora un ministero della Verità deputato a tagliare le notizie che danno fastidio al Grande fratello, ma il sottile, continuo e sordo limare i significati delle parole prosegue a ritmo incessante.
Così il governo di emergenza diventa il governo delle larghe intese.
La difesa delle istituzioni un conservatorismo codino e reazionario, la legalità un fastidioso impedimento (non legittimo, ovviamente).
E infine, a coronamento di questo strisciante rovesciamento del mondo, una situazione eccezionale e transitoria – come giustamente l’ha definita lo stesso auspice di tale situazione, il presidente Giorgio Napolitano – diventa nientemeno che la «pacificazione nazionale».
Come fossimo all’indomani del 1945 dopo i due anni di morti e violenze per tutto il paese.
C’è da rimanere allibiti per paragoni del genere.
Nemmeno alla fine degli anni di piombo, nonostante venisse invocata anche allora dai protagonisti delle violenze, aveva senso parlare di pacificazione: non si poteva riconoscere alcuna legittimità a chi aveva imbracciato il mitra o maneggiato il tritolo contro la democrazia e i suoi rappresentanti.
Figurarsi se ha senso adesso quando, per fortuna la frustrazione e la rabbia di tanti non ha preso la via della disperazione distruttiva.
Una via che ha solcato la storia della nostra nazione.
Fino agli anni Ottanta lo scontro politico non conosceva limiti e l’avversario politico non aveva dignità alcuna, con tutte le conseguenze del caso.
Ma poi si aprì una stagione nuova, di «riconoscimento » reciproco, in cui i neofascisti, con Giorgio Almirante in testa, andavano a rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer, e i comunisti, guidati da Giancarlo Pajetta, onoravano il feretro di Almirante. Quella stagione ha posto le basi per il superamento di antichi steccati e per il crollo del vecchio sistema dei partiti. Si avviava una fase inedita.
Lo prova la fiducia che tanti riformatori riponevano nel cambiamento del sistema elettorale al tempo dei referendum del 1993: quel passaggio metteva in moto un «nuovo sistema», riformato ma intatto nell’impianto.
Il bilanciamento tra rinnovamento e conservazione era garantito proprio da un quel clima di ottimismo riformatore. Poi tutto si è invelenito.
Basti pensare al fallimento della Bicamerale.
Chi oggi invoca senza retropensieri la riscrittura della Costituzione dovrebbe tenere presente quella esperienza.
Finchè serve a Berlusconi il dialogo può continuare, ma se le «cose» cambiano allora viene buttato tutto alle ortiche.
E per «cose» intendiamo, ovviamente, i processi del leader della destra.
Il Cavaliere vuole una cosa sola, l’immunità /impunità .
La cerca attraverso varie strade: un ennesimo intervento legislativo ad hoc (e in poche settimane ne abbiamo contati un bel numero), un intervento dall’»alto» per ammorbidire i procedimenti giudiziari, e persino un laticlavio senatoriale.
E, in prospettiva, anche una repubblica presidenziale.
Il suo destino personale, ancora una volta, si sovrappone al normale funzionamento di un sistema democratico, che si fonda sul bilanciamento e l’autonomia reciproca dei poteri e sul primato della legge.
Contro il rispetto di questi cardini fondamentali la destra gioca le carte dell’emotività neo orwelliana, introducendo nel linguaggio politico il termine falso di pacificazione, e dello stravolgimento delle regole.
Non c’è nulla da pacificare – ed è sconcertante che questa espressione abbia circolazione al di là del manipolo dei fedelissimi del Cavaliere – perchè è la fedeltà alle norme democratiche sancite dalla costituzione che garantisce a tutti una «pacifica» cittadinanza politica.
Pertanto, ogni intervento su quel patto fondante va fatto con molta cura e attenzione, per evitare un esito da apprendisti stregoni.
Piero Ignazi
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
I DIECI GIORNI CHE POSSONO SCONVOLGERE IL MONDO (DI BERLUSCONI)
In politica va (quasi) tutto bene, dice Silvio Berlusconi, evidentemente soddisfatto di come sta
lavorando il governo che lo ha salvato dall’irrilevanza.
Intanto però si avvicinano i dieci giorni che potrebbero sconvolgere il mondo: almeno quello berlusconiano.
Salvarlo o affondarlo.
Si parte il 19 giugno: la Corte costituzionale si pronuncerà sul destino del processo Mediaset, in cui l’ex presidente del Consiglio è già stato condannato in appello a 4 anni; 24 giugno: prevista la sentenza per il caso Ruby, per il quale l’accusa ha chiesto una condanna a sei anni; 27 giugno: entra in scena la Corte di cassazione, che deciderà in maniera definitiva se Berlusconi deve pagare a Carlo De Benedetti i 560 milioni che gli sono stati imposti come risarcimento per avergli strappato la Mondadori grazie a una sentenza comprata.
In dieci giorni , due condanne penali e una batosta economica.
Lui, sulla scena della politica, manda segnali rassicuranti: “Siamo riusciti a mettere insieme il centrodestra e il centrosinistra ponendo fine a una lunga guerra fredda, a una guerra civile. Abbiamo un governo forte che può fare quelle riforme che una sola parte non poteva fare”.
Intanto i suoi avvocati, sulla scena giudiziaria, lo paragonano a Luigi XVI alla vigilia della ghigliottina.
Che cosa accadrà davvero?
I dieci giorni che sconvolgeranno il regno di Arcore si apriranno a Roma il 19, con il responso della Consulta su una vecchia questione rimasta per anni a riposare sotto le ceneri. Il 1 marzo 2010, il Tribunale di Milano, impegnato a giudicare in primo grado Berlusconi per la colossale frode fiscale del cosiddetto caso Mediaset (40 milioni di euro sottratti al fisco con giochi di prestigio tra società estere e società italiane impegnate a trattare diritti televisivi), non gli ha concesso il legittimo impedimento che aveva chiesto perchè impegnato in una riunione del Consiglio dei ministri.
I difensori Niccolò Ghedini e Piero Longo sollevano davanti alla Consulta un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato (quello giudiziario e quello esecutivo).
La Corte riceve il ricorso e lo tiene in un cassetto. Arriva la sentenza di primo grado, che condanna a 4 anni. Arriva l’appello che conferma.
Ora finalmente il cassetto si apre e la questione viene affrontata.
Se sarà data ragione al tribunale, avanti come prima.
Se la ragione sarà dell’imputato, su quell’udienza del 1 marzo dovrà pronunciarsi la Cassazione, che potrebbe perfino azzerare tutto e ordinare la celebrazione di un nuovo appello (in questo caso, la prescrizione salverà ancora una volta Berlusconi).
Più probabile però l’annullamento dell’ordinanza del tribunale emessa quel giorno, ma senza conseguenze sul resto del processo.
Così, la conferma definitiva della condanna farebbe diventare operativa anche la pena accessoria: 5 anni d’interdizione dai pubblici uffici, ovvero la perdita per Silvio del suo seggio in Senato.
Cinque giorni dopo la Consulta, arriverà la decisione del Tribunale di Milano che stabilirà se Berlusconi è colpevole di concussione (per le pressioni esercitate sui funzionari della questura per far liberare Ruby) e di prostituzione minorile (per i suoi supposti rapporti a pagamento con la ragazza).
Anche in questo caso c’è una pena accessoria, prevista per legge per chi è ritenuto colpevole di reati contro i minori: l’interdizione dai pubblici uffici, a vita.
Ma scatterà soltanto dopo l’eventuale conferma in appello e in Cassazione.
Tre giorni dopo, la Suprema corte dirà se la Fininvest di Berlusconi dovrà sborsare i 560 milioni alla Cir di De Benedetti.
Condannato in primo grado e in appello, questa sarà la decisione definitiva sulla questione. “È un esproprio”, aveva commentato a suo tempo Marina Berlusconi, “l’ennesimo scandaloso episodio di una forsennata aggressione che viene portata avanti da anni contro mio padre, con tutti i mezzi e su tutti i fronti, compreso quello imprenditoriale ed economico”.
Per i giudici, invece, è soltanto il congruo risarcimento per aver strappato al concorrente, con una sentenza comprata, la più grande casa editrice italiana.
Come se non bastasse, a luglio arriverà anche la sentenza su Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti, accusati, in un processo parallelo a quello chiamato Ruby1, di induzione e favoreggiamento della prostituzione, anche minorile.
Non coinvolge direttamente Berlusconi, ma potrebbe confermare il quadro delle feste di Arcore, poichè ai tre imputati è addebitato di aver portato all’ex presidente del Consiglio le ragazze, tra cui la minorenne Ruby.
Intanto la politica va avanti facendo finta di niente, come un mondo a parte, come un universo parallelo in cui lo statista Silvio Berlusconi è azionista di un governo impegnato a salvare l’Italia e a produrre grandi riforme.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
DIETRO LE QUINTE IN MOLTI PENSANO ALL’ARMA FINALE PER TIRARE FUORI IL CAVALIERE DAI GUAI GIUDIZIARI
Il Cavaliere rischia la condanna definitiva e l’interdizione dai pubblici uffici. Con conseguenze pesanti per il governo delle ‘larghe intese’.
Ecco perchè, zitti zitti, si preparano a usare l’arma finale
L’11 aprile Ignazio La Russa, che ogni tanto confessa, disse con l’aria di scherzare: «Il prossimo capo dello Stato sarà una donna: si chiama Salva di nome e Condotto di cognome».
Pensava alla ministra della Giustizia uscente Severino, che già aveva ben meritato agli occhi di Berlusconi tagliando pene e prescrizione della concussione e dicendosi favorevole all’amnistia.
Poi invece restò Napolitano che il 7 febbraio disse: «Se mi fosse toccato mettere una firma sull’amnistia, l’avrei fatto non una, ma dieci volte».
Comunque la battutaccia di La Russa piacque molto al Cavaliere, che promosse l’amico Gnazio a presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, ora chiamata a decidere su cinque suoi processi per diffamazione e cause per danni.
Ma nulla può contro l’eventuale condanna definitiva a 4 anni per frode fiscale nel processo Mediaset, con automatica interdizione per 5 anni dai pubblici uffici.
Nel qual caso il condannato dovrebbe lasciare il Parlamento entro un anno, rinunciare a candidarsi alle prossime elezioni e trascorrere 12 mesi agli arresti domiciliari (gli altri tre anni sono condonati dall’indulto del 2006, che però salterebbe in caso di nuova condanna al processo Ruby).
Eppure dal Pdl e dal Pd si continua a ripetere che una condanna non avrebbe effetti sul governo. Assurdità allo stato puro, visto che difficilmente il centrodestra terrebbe ferme le mani mentre il suo leader viene defenestrato dal Senato e accompagnato dai carabinieri a scontare la pena a domicilio.
Ma, se tutti ostentano sicurezza, significa che nei protocolli segreti dell’inciucio sul governo Letta è previsto un salvacondotto.
Già , ma quale? Si è parlato della nomina di Berlusconi, magari in tandem con Prodi, a senatore a vita. Sarebbe uno scandalo: il laticlavio è previsto dalla Costituzione per chi ha “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”.
Ma soprattutto non sarebbe un salvacondotto: i senatori a vita, se condannati, scontano le pene detentive e accessorie come i comuni mortali.
I falchi del Pdl ogni tanto minacciano una norma che cancelli le pene accessorie, ma difficilmente passerebbe: anche Pietro Maso, ora che ha scontato la pena, potrebbe candidarsi a un ufficio pubblico.
E il Pd, votando una legge ad personam per il Caimano dopo averlo riportato al governo, perderebbe pure i pochi elettori rimasti.
Anche la grazia, nonostante la manica larga con cui Napolitano la elargisce, sarebbe improponibile: per la Consulta è un “provvedimento umanitario” per lenire una pena detentiva oltremodo sofferta; e in base all’ex Cirielli il Cavaliere, avendo più di 70 anni, le galere non può vederle neppure in cartolina.
L’unico salvacondotto in grado di risparmiare a lui l’interdizione e al governo Letta la morte prematura è l’amnistia.
Anche se nessuno ha il coraggio di nominarla, anzi proprio per questo.
La guardasigilli Cancellieri insiste ogni due per tre sull’”emergenza carceri”.
Specie dopo che l’ha citata un Berlusconi sull’orlo delle lacrime in un passaggio ignorato da tutti del comizio anti-pm a Brescia.
Siccome l’uomo non è un apostolo degli ultimi e dei diseredati, è probabile che l’improvvisa commozione non riguardasse tanto gli attuali detenuti, quanto quelli futuri.
Soprattutto uno: lui. Del resto, nei dati sulla popolazione carceraria, non risulta mezzo evasore fiscale.
Dunque prepariamoci alle prossime mosse: qualche rivolta di detenuti nei mesi estivi; campagne “garantiste” contro il sovraffollamento sugli house organ di destra, seguiti a ruota dai finti ingenui di sinistra; i soliti moniti del Colle; le consuete giaculatorie cardinalizie.
Poi, come per l’indulto bipartisan del 2006, una bella amnistia urbi et orbi, estesa ai reati dei colletti bianchi e alle pene accessorie.
Così migliaia di detenuti usciranno per qualche mese (poi le celle torneranno a riempirsi: i delinquenti sono tanti e, per chi non lo è, nessuno ha interesse a cambiare le leggi che producono troppi reclusi).
E uno non uscirà dal Parlamento: lui.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
BONDI: “LA PACIFICAZIONE CONSISTE ANCHE NELLO STOP ALL’ACCANIMENTO GIUDIZIARIO”… BERLUSCONI PUNTA AL MODELLO FRANCESE CHE GLI GARANTIREBBE IL SALVACONDOTTO GIUDIZIARIO IN CASO ELEZIONE AL QUIRINALE
«Senza presidenzialismo non ci sarà mai alcuna riforma elettorale, se lo mettano in testa ». A chi
tratta per cambiare la Costituzione, Silvio Berlusconi ha iniziato a intimarlo perchè il concetto sia ben chiaro.
Elezione diretta del capo dello Stato, subito.
Ma ancora una volta, la svolta istituzionale nei piani del Cavaliere finisce col coincidere con una personale via di fuga dai guai giudiziari, nel momento in cui la situazione per lui si fa assai complicata.
«Sono l’unico che può farcela, se riuscissimo a votare col nuovo sistema, anche tra uno o due anni, posso ancora spuntarla e salvarmi».
Ne è convinto e lo ha ripetuto martedì notte nel vertice di Palazzo Grazioli col segretario Alfano, il coordinatore Verdini, i capigruppo Schifani e Brunetta, pochi altri dirigenti tra i quali Gasparri, Cicchitto e Fitto.
Squadra ristretta per parlare di partito da snellire e rilanciare. Di governo da tenere in vita, salvo contrordine. E di possibile voto a ottobre.
Tira aria pesante, al quartier generale del capo.
L’ex premier al loro cospetto non fa mistero di essere «molto preoccupato» per il doppio appuntamento processuale che lo attende a fine mese, la Consulta sul legittimo impedimento il 19 e la sentenza Ruby il 24.
«Lo vedete? L’attacco della magistratura è concentrico, picchiano forte su più fronti, dobbiamo restare uniti ».
Così, anche la strategia politica del Pdl nel cammino delle riforme appena intrapreso ne risulta condizionata.
«E ora elezione diretta del presidente della Repubblica» è il refrain nelle interviste registrate alle cinque tv locali per sostenere Alemanno e pochi altri candidati al ballottaggio di domenica.
«Il presidenzialismo è stato sempre il nostro cavallo di battaglia, la gente lo capisce, è una roba concreta, non come la riforma elettorale» spiegava l’altra notte l’ex premier ai suoi.
E nei suoi piani proprio la via del semipresidenzialismo alla francese costituirebbe l’approdo più sicuro. Non solo perchè il Pd sarebbe disposto a concedere con maggiore facilità la soluzione col doppio turno.
Ma anche perchè gli articoli 67 e 68 della Costituzione francese, viene fatto notare, stabiliscano come il presidente «può essere processato nell’esercizio delle sue funzioni solo in caso di alto tradimento» e «non può durante il mandato e di fronte a nessuna giurisdizione venir richiesto di testimoniare nè essere oggetto di nessuna azione, atto di informazione, di istruzione o processuale ».
Con una chicca finale: durante il mandato, i tempi di prescrizione vengono sospesi.
Se il blocco fosse così recepito – e questa è l’indicazione del Cavaliere – si tradurrebbe nel famoso salvacondotto a lungo agognato e mai per pudore invocato in modo esplicito.
Ma l’elezione diretta è lontana. Intanto c’è il doppio scoglio giudiziario di giugno da evitare per non affondare.
«Se non è legittimo impedimento presiedere un Consiglio dei ministri, non so cosa possa esserlo, se la Consulta non lo riconosce è un fatto grave» argomentava al vertice un Berlusconi agguerrito.
In ogni caso, ripetendo ai falchi in sala che il governo Letta per ora «non si tocca, deve andare avanti» e continuando a definirlo nelle interviste un evento «epocale».
Parla anche di «fine della guerra civile», il leader Pdl, laddove la fine dovrebbe passare attraverso garanzie di salvaguardia dai processi e in un intervento degli «arbitri» istituzionali.
Un fedelissimo come Sandro Bondi lo dice in tv: «La pacificazione consiste anche nello stop all’accanimento giudiziario».
Se tutto dovesse precipitare, poi, c’è l’opzione voto a ottobre: a Palazzo Grazioli viene tenuta in alta considerazione.
Ecco perchè al vertice notturno Verdini illustra il nuovo progetto di rilancio del partito leggero in cui perfino i parlamentari si trasformano in agenti di raccolta, stile Publitalia.
Causa taglio finanziamenti pubblici, non solo i coordinatori regionali ma anche i parlamentari avranno a breve un budget di fondi privati da raggranellare.
Pena la mancata ricandidatura.
E dopo l’addio di fine mese alla costosa sede di via dell’Umiltà , il Pdl trova casa in Piazza San Lorenzo in Lucina, a due passi da Montecitorio.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
“ALESSANDRO CATTANEO PARTECIPO’ IN CAMPAGNA ELETTORALE AD APERITI E CENE CON PINO NERI, IL BOSS DEI BOSS IN LOMBARDIA”: LA SENTENZA “INFINITO”
Prima di essere eletto nel 2009 còsindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo, l’ex ‘formattatore’ del Pdl e presidente facente funzione dell’Anci, “aveva partecipato” a “aperitivi e cene” organizzati da Giuseppe ‘Pino’ Neri, che secondo l’accusa ebbe il ruolo di ‘capo dei capi’ della ‘ndrangheta in Lombardia.
Lo scrivono i giudici di Milano in uno dei passaggi delle 1.400 pagine di motivazioni della sentenza per il processo ‘Infinito’, con cui lo scorso dicembre sono state condannate 41 persone.
Cattaneo era stato sentito come testimone al processo.
Nelle motivazioni il collegio dell’ottava sezione penale affronta anche il tema della “competizione elettorale dell’anno 2009 per il rinnovo del consiglio comunale della città di Pavia”, in cui Neri (condannato a 18 anni al termine del processo ‘Infinito’) si spende per l’elezione di Del Prete Rocco Francesco, candidato nella lista denominata Rinnovare Pavia, che sosteneva la candidatura a sindaco di Alessandro Cattaneo, di area Pdl, poi effettivamente eletto”.
Secondo i giudici, il “coinvolgimento diretto di Neri” in quella “campagna elettorale” era stato “molto attivo e lo aveva portato in prima persona a organizzare aperitivi e cene in casa propria e presso lo studio in piazza della Vittoria, cui aveva partecipato anche il futuro sindaco Alessandro Cattaneo, eletto nella lista Pdl con il sostegno anche di Rinnovare Pavia”.
L’elezione del capo al Nord Finanza e sanità , gli affari delle cosche I summit dei boss negli ospedali “La ‘ndrangheta colonizza la Lombardia”
Secondo i giudici, “decisamente scarso è stato il contributo dichiarativo”, come testi in aula, “di tutti i protagonisti delle vicende politico-elettorali esaminati in dibattimento”. Nelle oltre 1.400 pagine di motivazioni, iil collegio ripercorre anche tutti i presunti contatti fra l’ex direttore della Asl di Pavia, Carlo Chiriaco – condannato a 13 anni e ritenuto il “trait d’union” tra le cosche e la politica – ed esponenti politici (mai indagati), già emersi nel corso delle indagini: dall’ex deputato pdl Giancarlo Abelli, fino all’ex consigliere regionale Angelo Giammario.
Cattaneo, “eletto nel 2009 con il sostegno della lista Rinnovare Pavia, della quale faceva parte il candidato fatto votare da Neri, non ha potuto negare”, quando è stato sentito nel processo, “di avere partecipato – spiegano i giudici – a due eventi organizzati in campagna elettorale proprio da Pino Neri presso la propria abitazione e presso lo studio di piazza della Vittoria. Ha anche aggiunto di avere conosciuto l’imputato in quelle occasioni e di non sapere alcunchè sul suo conto”.
I presunti contatti ‘ndrangheta-politica vengono evidenziati in diversi passaggi delle motivazioni: negli ultimi 15 anni – scrive il collegio – la ‘ndrangheta lombarda si è evoluta dal punto di vista criminale (…) estendendo il proprio raggio d’azione anche ad ambiziosi progetti di controllo di attività economiche e imprenditoriali, ampliando i propri rapporti con pubblici funzionari (…) divenendo interlocutore appetibile per garantirsi voti in occasione di competizioni elettorali”.
(da “La Repubblica“)
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