Giugno 28th, 2013 Riccardo Fucile
“DOPO TANTE BATOSTE, L’ALLENATORE SI CAMBIA”….”SE SI VOTA NEL 2015 NESSUNO MEGLIO DI MARINA BERLUSCONI”
Se torna Forza Italia, torna la vecchia guardia. E se torna la vecchia guardia non può mancare Gianfranco Miccichè, che del partito è stato il fondatore in Sicilia, fino al mitizzato 61-0.
Oggi, da sottosegretario (alla Funzione pubblica) alquanto scettico su opere e durata del governo, fresco di incontro col Cavaliere come tutti i fedelissimi della prima ora, è pronto a dare il suo contributo alla «resurrezione».
Premette: «Non ho titoli per esprimermi sul Pdl, non faccio parte da tempo di un partito che non è mai nato. Guido con orgoglio Grande Sud. Ma se riparte Forza Italia, allora posso dire la mia».
È davvero convinto che vent’anni dopo funzioni?
«Assolutamente sì. Se oggi rinascesse Forza Italia con lo spirito del 94, dunque con gente nuova,col coinvolgimento vero della società civile, allora l’entusiasmo sarebbe coinvolgente per vecchi e nuovi elettori. Impensabile invece se restano queste figure al comando».
Si riferisce agli attuali dirigenti del Pdl?
«Parliamoci chiaro. Alfano per tante cose è bravo. Ma fare il segretario di un partito non è mestiere suo».
E cosa la porta a trarre queste conclusioni?
«Prendiamo ad esempio la Sicilia, la sua regione, quella in cui dovrebbe essere più forte. Ecco. Non puoi partire dal 61-0, da sei presidenti di province su nove, da sei sindaci di capoluogo su nove e poi perdere tutto. Regione compresa. Per non dire delle amministrative in tutto il resto d’Italia, da due anni a questa parte. Ripeto, parlo da osservatore esterno. Ma dopo tante batoste, l’allenatore si cambia. Oppure ti porta in serie C».
A lei Alfano non sta simpatico, vecchie ruggini…
«A me non fa simpatia, vero, ma ha dimostrato di avere delle doti, da vicepremier farà bene. La sua battuta infelice a Porta a Porta sulla Santanchè denota l’intenzione di resistere. Il consiglio che gli do, anzichè insultare Daniela, è di farsi da parte. La gente pretende una classe dirigente nuova. Lui ricopre già parecchi incarichi».
Rinasce Forza Italia e Miccichè che fa?
«Se rinascerà con lo spirito el’entusiasmo del ’94 non avrei esitazione a dare il mio contributo. L’importante sarà recuperare quello spirito del fare che purtroppo mi sembra non caratterizzi molto questo governo».
Il governo Letta del quale lei fa parte, intende?
«Beh, un governo nel quale i ministri stentano a parlare tra loro. In cui – rivelo un particolare per me poco piacevole – succede che il sottosegretario alla Funzione pubblica con una consolidata esperienza sui fondi strutturali europei cerchi il premier per dare qualche suggerimento utile e si sente rispondere che si può rivolgere al capo di gabinetto. Da viceministro, con Tremonti erano scintille. Ma almeno ci si confrontava. Così, non si va lontano. E poi i rinvii su Iva, Imu, un pacchetto economico solo in parte soddisfacente…».
Sembra non escludere che la situazione precipiti. Vede crisi e elezioni in autunno?
«In questo momento non mi sento di escludere nulla. Nemmeno il voto, certo. Questo governo oggi c’è ma domani non si sa se reggerà . Ed è un’ipocrisia sostenere che la persecuzione giudiziaria di Berlusconi, di fronte alla quale nessuno ha mosso un dito, non avrà ripercussioni. Ecco perchè l’operazione Forza Italia deve partire, siamo già in ritardo».
Silvio o Marina candidati premier di Forza Italia
«Il presidente non ha giustamente voglia di abbandonare. Se si voterà nell’arco di un anno, il candidato indiscusso resterà lui. Oltre il 2014, nessuno meglio di Marina potrà ricoprire quel ruolo. La conosco da vent’anni, donna straordinaria, è un leader nato. Mezza Italia si riconosce nel brand dei Berlusconi. E di Forza Italia».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Giugno 28th, 2013 Riccardo Fucile
IL PREMIER INGLESE FERMA L’ACCORDO SUL BILANCIO 204-2020 DELL’UNIONE EUROPEA E SENZA BILANCIO NIENTE FONDI PER COMBATTERE LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE
Il Consiglio europeo di ieri sembrava avviato a regalare a Letta l’unico risultato davvero
ottenibile: quello di immagine.
Da giorni circolavano le bozze delle conclusioni del summit: anticipo dei 6 miliardi del programma Youth Guarantee, invece di spenderli in sette anni venivano spostati su 2014-2016, pronti all’uso per i Paesi con disoccupazione giovanile sopra il 25 per cento (la quota italiana è circa 400 milioni).
Più ulteriori margini di flessibilità per i singoli Paesi che, contando su un po’ di risorse europee, potevano risparmiare qualcosa dai bilanci nazionali e usare anche quei soldi per i giovani senza far aumentare il deficit.
Ma Cameron blocca tutto: con la spregiudicatezza tattica che fu a suo tempo di Margaret Thatcher (“I want my money back”, ridatemi i miei soldi).
Nel progetto di bilancio su cui il Parlamento europeo aveva trovato l’accordo ieri mattina — dopo mesi di negoziati — la Gran Bretagna rischiava di rimetterci 3,5 miliardi, complice una riforma della Politica agricola comunitaria (i sostegni al-l’agricoltura) ispirata dalla Francia.
E quindi, con la benevola indifferenza di Angela Merkel, Cameron mette il veto sull’intero bilancio che ha bisogno dell’unanimità .
Nella notte Letta e il suo ministro per gli Affari europei Enzo Moavero hanno difeso un’altra conquista italiana che all’improvviso non sembrava scontata: la possibilità di fare 8 miliardi in più di deficit nel 2014 per co-finanziare investimenti, rimanendo a un soffio dalla soglia del deficit al 3 per cento del Pil.
“Ma come, sta finendo il bilancio 2007-2013 e dovete ancora spendere 30 miliardi tra nazionali e fondi europei, e ne volete ancora? Non sarà che vi servono semplicemente per mantenere i vostri assurdi livelli di spesa?”, obiettano gli sherpa rigoristi ai tavoli tecnici.
Non è la sola notizia preoccupante per Letta.
La Banca europea degli investimenti, guidata (e non è una coincidenza) da un tedesco, Werner Hoyer, è più preoccupata di salvare il proprio rating tripla A e quindi riduce gli esborsi nei Paesi come l’Italia, violando un po’ la sua natura.
Ma anche l’accordo raggiunto dall’Ecofin, il coordinamento dei ministri economici, all’alba di ieri preoccupa Letta e il ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni: le nuove regole per gestire i fallimenti bancari prevedono che, prima di far intervenire lo Stato e il fondo europeo Esm, le perdite siano caricate sugli azionisti e sui creditori meno tutelati. I singoli Stati, poi, hanno dieci anni per costruire un salvadanaio alimentato dalle singole banche (con un prelievo sugli utili) che possa intervenire a ridurre i danni quando si liquida un istituto.
Una specie di assicurazione.
Sono i primi passi concreti dell’Unione bancaria annunciata un anno fa che però ha un problema: non partirà prima del 2018.
E nel mezzo l’Italia, con le sue banche piene di crediti deteriorati e bisognose di risorse fresche, si trova senza difese: in caso di crisi bancaria non potrà contare sull’aiuto dell’Europa e neppure sui nuovi strumenti a livello nazionale, non ancora pronti. I problemi di domani, però, affliggono Letta meno di quelli immediati.
Il Pdl ha ottenuto il rinvio di tre mesi dell’aumento dell’Iva ma non esulta, il capogruppo alla Camera Renato Brunetta ringhia più di prima. “Volevano il rinvio? Gliel’abbiamo dato. Ma adesso trovino loro le coperture se sono così bravi”, dicono nei corridoi di Palazzo Chigi. A parte le tasse sulle sigarette elettroniche, la copertura nel decreto non c’è: aumentare gli acconti Irpef e Ires a dicembre, come ha ricordato ieri Letta, “non significa aumentare le tasse”.
È solo un trucco contabile, un anticipo di soldi dal 2014, politicamente una provocazione al Pdl che infatti è furente.
Quando il decreto arriverà in Parlamento bisognerà trovare i soldi veri. Per ora Silvio Berlusconi è quasi melenso: “Quando ho invitato Letta a fare un braccio di ferro con la signora Merkel non intendevo sminuire il ruolo del nostro capo del governo, ma rafforzarlo”.
Difficile che duri a lungo: perfino il ministro del Welfare Enrico Giovannini, guardando le previsioni del Pil di Confindustria, ieri ha detto che nel 2013 rischiamo di non stare sotto la soglia del 3 per cento del deficit.
E questo significa una cosa sola: manovra.
Parola che non piace a Berlusconi.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 27th, 2013 Riccardo Fucile
PRIMA DICE UNA SCIOCCHEZZA, POI IL TAPPULLO PEGGIOR DEL BUCO: VERSIONE UNO “SONO STATO FRAINTESO”, VERSIONE DUE “COLPA DI UNA STAGISTA”, VERSIONE TRE “ERRORE DI BATTITURA”…ECCO CHI E’ IL SUPER LETTIANO CHE STA FACENDO SGHIGNAZZARE IL WEB
Lo scivolone sugli F35 e soprattutto, le toppe che ci ha messo in rapida successione lo raccontano molto meglio di quanto forse lui stesso non sia pronto a riconoscere.
Francesco Boccia, 45 anni, Pd, presidente della commissione Bilancio della Camera, possiede infatti una foga, una passione per l’agone politico, e anche la polemica, che è la sua vena distintiva rispetto all’immagine di iper-lettiano, uomo d’apparato e giovane vecchio, che pure si porta dietro, e correttamente.
Un Letta qualsiasi, dopo aver scritto un infelice tweet in cui pareva confondere gli F35 con gli elicotteri («non si tratta di fare guerre, con gli elicotteri si spengono incendi, trasportano malati, salvano vite umane #F35»), a seguito degli sfottò della rete si sarebbe limitato a scivolare via con una battuta elegante.
Boccia, no.
Lui, l’uomo che per conto del presidente del consiglio di fatto gestisce e gestirà nomine e rapporti con gli enti pubblici (Finmeccanica, Eni, Enel eccetera), ha continuato implacabile a insistere: prima nello spiegare di essere stato frainteso («non ho mai pensato corbellerie del genere»), poi nel chiarire le proprie competenze in materia di «programmi di aerospazio italiani», quindi nel cancellare i tweet oggetto dello scherno, infine nel dichiarare che la colpa in fondo non era sua, ma del suo stagista-aiutante o insomma del tipo che scrive i tweet per suo conto.
L’ultimo chiarimento, in un’intervista: “E’ stato un errore di battitura”.
Insomma, fatto il buco ha continuato a scavare: errore classico da polemista sanguigno e ambizioso, quale lui è, e che in fondo lo rende simpatico, visto e considerato che, dalla questione F35, in quanto uomo dei numeri e presidente della Commissione Bilancio, poteva in teoria perfettamente starne fuori.
Per il resto, Francesco Boccia, il Letta meridionale e non esangue, ricalca alla perfezione i parametri del lettismo.
E’ stato creato politicamente da Andreatta e da Prodi, ha cominciato a lavorare all’Arel come economista, sguazza nel sistema politico delle larghe intese, ha come totem il rigore dei conti, l’Europa, e il rapporto coi poteri forti, nel senso di avere l’occhio attento al salotto buono del nord (Bazoli, Profumo, Passera).
Non del tutto caso, ricopre oggi la poltrona che negli anni Ottanta fu di Andreatta. Anche qui, tuttavia, con degli sconfinamenti tutti suoi: per esempio, nel rapporto di simpatia che ha instaurato di recente con Paolo Cirino Pomicino, che di Andreatta fu avversario, ma anche era, a suo tempo, l’uomo di Andreotti per i rapporti e nomine con gli enti pubblici. Cioè il Boccia dell’epoca.
Insomma a ben guardare, Boccia cammina sul bordo. Sempre garantito, sempre coperto, ma con scalpitii.
Ha accettato sì di candidarsi per ben due volte a perdere, come uomo di apparato, le primarie pugliesi contro Nichi Vendola, ma anche, nel 2009, ha accarezzato concretamente anche l’idea di prendere la piega Civati, cioè di fare il candidato segretario giovane che prova a spezzare gli accordi dei grandi vecchi del Pd.
‘Vedroide’ convinto, nel senso della lettiana e trasversale associazione “Vedrò”, è passato sentimentalmente dall’essere il compagno dell’anima organizzatrice di Vedrò, Benedetta Rizzo, a sposarsi con una degli ospiti fissi di Vedrò, la pidiellina Nunzia De Girolamo.
Un legame quest’ultimo che, secondo la più ovvia delle tradizioni, lo mette al centro dei sospetti di intelligenze col nemico: per esempio in privato il suo nome viene sempre citato dai piddini tra i sospettati numero uno, quando si tratta di elencare i possibili 101 “traditori” che non hanno votato Prodi presidente della Repubblica, facilitando così la strada verso le larghe intese.
Un sospetto che tralascia il fatto che anche col Professore di Bologna al Quirinale, per Boccia non sarebbe andata male, considerati i rapporti; ma che appunto rende l’idea della differenza da Letta, il quale nessun appiglio ha offerto per fare gravare su di sè l’identico sospetto
Susanna Turco.
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Giugno 27th, 2013 Riccardo Fucile
SOLO UN’OPERAZIONE DI MARKETING CON NESSUNA NOVITA’… PERSINO GASPARRI E’ SCETTICO: “VEDREMO QUELLO CHE VERRA’ FUORI”
Rullino i tamburi, squillino le trombe: il Cavaliere resuscita Forza Italia. Di nuovo. 
“Il progetto è avanzato e pressochè irreversibile”, ha annunciato Angelino Alfano l’altra sera a Porta a porta.
Certo, a molti è venuta una vertigine, tipo attacco di sindrome postraumatica da stress: “Il Pdl tornerà al vecchio nome di Forza Italia”, era l’annuncio che giusto un anno fa (il 16 luglio 2012) Silvio Berlusconi faceva alla “Bild” – prodromo di molte riunioni e molti programmi poi svaniti con la fine dell’estate.
Comunque Daniela Santanchè, data in pole position come volto nuovo del ritrovato partito azzurro, è felicissima: “E’ inutile che mi chieda cosa pensi dell’idea di tornare a Forza Italia: perchè non è un’idea, è una certezza. E’ stato deciso: ci sarà , entro fine mese. Non ci saranno leader perchè Forza Italia è un partito presidenziale: il presidente sarà Berlusconi e non ci saranno altri ruoli politici. Poi certo si discuterà dei ruoli apicali, e spero di farne parte – come è oggi del resto”.
E Angelino Alfano, il segretario del Pdl, che fine farà ?
“Il ministro, se avrà tempo, avrà un ruolo operativo. Se non avrà tempo, il ministro… Però lui ha ragione: è vero, come ha detto, che sono ‘contenta’ di esordire in Forza Italia. Essendo donna sono molto curiosa, mi piace esplorare le cose nuove: e poi, una cosa quando ce l’hai non l’apprezzi più, non la sai più valorizzare. Invece le novità provocano entusiasmi”, aggiunge con tono perfido in direzione del “ministro” Alfano.
Entusiasmi a parte (come la Santanchè, anche l’amazzone Michaela Biancofiore, Giancarlo Galan, Denis Verdini e Daniele Capezzone), nulla o poco è ancora chiaro, in realtà , circa il progetto dei ritorno al partito azzurro.
Naturalmente, proprio come l’estate scorsa, Berlusconi sogna un partito leggero, simil americano, e poi immagina azzeramenti di vertici locali e nuovi imprenditori assoldati per reperire fondi; naturalmente nel Pdl vi sono malumori e scetticismi, da parte degli ex An e non solo.
Fabrizio Cicchitto non a caso precisa: “Sulle caratteristiche che il partito dovrà assumere la discussione aperta, e non può certamente essere risolta a colpi di editti”.
Del resto, è ancora tutto molto vago.
Santanchè, per esempio, immagina che Forza Italia conviva per un periodo accanto al Pdl, e che magari “poi sia il Pdl a confluire in Forza Italia”.
Di tutt’altro avviso Maurizio Gasparri, che da sempre è scettico sui “ritorni al passato”, perchè “suscitano emozioni in chi l’ha vissuto ma non risolvono il problema”.
“Nelle linee che il Cavaliere ci ha fatto vedere l’estate scorsa, c’era l’idea di un Pdl che restava come perno dell’alleanza di centrodestra. Comunque di dettagli non si è ancora parlato”, precisa.
Senza chiarire fino in fondo se lui, a una nuova Forza Italia, si iscriverebbe o no: “Mi interessa il contenuto, più che l’abito. E sono contrario alla frammentazione. Vedremo che verrà fuori”.
E forse Gasparri gioca d’anticipo prudente.
Spiega infatti una voce parlamentare del Pdl: “Rispetto all’estate scorsa qualcosa è cambiato: non ci sono più gli alleati con cui discutere”.
In effetti, mentre la Lega boccheggia, la gran parte degli ex An o è politicamente asfaltata (Alemanno, Polverini), o è andata in Fratelli d’Italia (La Russa, Meloni), o tenta di ricostruire una destra che appare davvero residuale; e al centro è tutta una maceria, da Monti a Casini.
Le resistenze al ritorno di Forza Italia, insomma – che certo ci sono – potrebbero essere più flebili rispetto a dodici mesi fa.
Scanso equivoci, il democristiano Gianfranco Rotondi si prenota per adottare il Pdl dismesso: “Avendo contribuito a fondare, e addirittura ideato il Pdl, ho il diritto di chiedere a Berlusconi se me lo lascia. Non vedo perchè dovrebbe negarmi il diritto al rottame”.
Susanna Turco
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Giugno 27th, 2013 Riccardo Fucile
DIETRO IL NO A MARINO UNA STRATEGIA CHE PUNTA ALLA SUA SOVRANITA’ ASSOLUTA E A COMPIACERE BERLUSCONI
L’idea del «lavorare insieme», per il governo nazionale o per quello di un Comune, è il seme della democraticità , e presuppone un’umiltà di fondo: nessuno può pensare di aver ragione da solo e non è bene rifiutare a priori le proposte altrui.
Ignazio Marino, appena eletto sindaco di Roma, come aveva annunciato in campagna elettorale, sta cercando di allargarsi alle forze politiche e sociali che ritiene possano offrire qualcosa di buono alla città .
Per questo ha «aperto» ad una collaborazione che neppure significa alleanza politica con il Movimento Cinque Stelle, che si è presentato come forza di innovazione, offrendogli peraltro un’indicazione proprio sulla trasparenza e legalità .
Quale migliore occasione per mettere alla prova sobrietà , trasparenza e concretezza?
«In merito ad alcune iniziative dei consiglieri comunali di Roma si ribadisce che: il MoVimento 5 Stelle non fa alleanze, nè palesi nè tantomeno mascherate, con alcun partito, ma vota le proposte presenti nel suo programma. L’unica base dati certificata coincidente con gli attivisti M5S e con potere deliberativo è quella nazionale che si è espressa durante le Parlamentarie e le Quirinalie e quindi il voto chiesto da De Vito (il candidato sindaco M5S a Roma, ndr) online non ha alcun valore».
Così parlò Beppe Grillo, liquidando il M5S romano e negandogli la possibilità di pesare nel nuovo corso post Alemanno.
E così Grillo ha anche liquidato qualsiasi proposta di confronto e sondaggio con la base locale, quella che ha fatto la campagna elettorale, ha chiesto e ricevuto i voti reali, ha creduto di poter davvero fare qualcosa di buono per la propria comunità .
E invece no, Grillo getta la maschera, lo fa sulla linea-Travaglio «collaborare = inciucio», e ferma qualsiasi reale ipotesi di confronto dal basso, negando anche l’idea (cui ormai nessuno crede più) che uno vale uno: da oggi è evidente che vale solo lui.
Per il M5S, nella consueta logica manichea tra buoni e cattivi, che riguarda ormai tutta la vita del Movimento, a partire dai gruppi parlamentari, è il momento di fare chiarezza: essere il braccio di Grillo, i suoi meri esecutori, oppure no?
L’occasione magistrale sarà il Restitution-Day, creatura perfetta, datata anche al momento giusto per non accavallarsi con eventi mediatici «altrui».
Mossa semplice di Grillo per mettere a tacere ogni polemica interna e ogni dissenso, e unire la base: i parlamentari che dissentono sono quelli attaccati a soldi e poltrone.
E viene così cancellata ogni polemica.
Da un lato i buoni, dall’altro i cattivi. Nessun distinguo e nessuna via di fuga.
Tutto questo però non serve all’Italia, non serve alle persone normali, a quelle che non arrivano a fine mese, a quelle che non hanno un lavoro nè una speranza di averlo, non serve ai ragazzi che devono scegliere se restare qui o andare all’estero, non serve alle imprese, non aiuta i terremotati, non risolve alcun problema sociale.
Prima smetteremo di farci prendere in giro da queste retoriche, meglio sarà per tutti noi.
Perchè da questo comportamento di Grillo, l’unico che ci guadagna è Berlusconi, il quale, in uno scenario senza alternative acquisisce, grazie non solo maggiore legittimazione, ma soprattutto potere di condizionamento politico in virtù dello stato di necessità .
P.S. Un tempo Grillo sbandierava che «uno vale uno» e lui era un semplice megafono. Bene, gli attivisti 5 Stelle romani hanno scelto di dare un nome a Marino. Lui, da megafono e portavoce, dovrebbe supportare questa scelta.
Invece… l’unica base che lui riconosce sono gli iscritti al suo sito.
Tradotto, vuol dire che anche a Roma gli attivisti non contano nulla.
Michele Di Salvo
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Giugno 27th, 2013 Riccardo Fucile
SI ANIMA LA POLEMICA DOPO LA DENUNCIA DELLA MADIA
“Non è certo una cosa sulla quale si può passare così. Marianna Madia dovrebbe circostanziare
meglio quel che voleva dire quando ha parlato di piccole associazioni a delinquere sul territorio nel Pd. E il partito dovrebbe andare a fondo”. Il punto lo coglie Sandro Gozi.
Sì, perchè il 17 giugno, intervenendo a un’iniziativa con Fabrizio Barca, Marianna Madia ha lanciato accuse pesanti: “Nel partito ho visto un sistema di piccole e mediocri filiere di potere che sono così attaccate al potere e non vogliono cedere di un millimetro”.
Nelle diramazioni locali romane, però, è ancora peggio: la Madia fa un riferimento esplicito alle “associazioni a delinquere”.
Il Fatto quotidiano riprende il video, fa un pezzo, che esce martedì.
Poi ci torna il Corriere della Sera in un’intervista alla stessa deputata, voluta in Parlamento da Veltroni, ora molto legata a D’Alema.
La quale conferma tutto a livello di critica politica, anche se dice di aver esagerato nel lessico.
Al Fatto ci tiene a precisare che il riferimento alle “associazioni a delinquere” era un paragone: “Se no andrei in Procura”.
Ma l’attacco della Madia è pesantissimo. La parola “delinquenti” viene presa con circospezione dai suoi colleghi di partito, ma l’analisi per molti non fa una piega.
“Le correnti sono fondamentalmente gruppi di potere organizzati – conferma Paolo Gentiloni – e negli ultimi anni soprattutto a Roma il partito è stato un’accozzaglia di tensioni. Chi, come me, si è candidato alle primarie, non ha trovato un’organizzazione costruita in base a dei contenuti, se l’è dovuta dare”.
Anche Lorenza Bonaccorsi, renziana, che ha appena rifiutato un posto in Giunta affonda: “Nel Pd quel che prevale sono gli accordi tra correnti”.
“La parola delinquente presuppone una forma di reato. E per questo non la userei – dice Roberto Morassut, veltroniano, che del Lazio è stato anche segretario – ma io dico da tempo, è che la vita del Pd è fortemente condizionata non tanto da correnti, il che sarebbe anche normale, ma da cordate di potere”.
Spiega anche come succede: “Il tesseramento avviene con alcuni potenti che comprano pacchetti di tessere e in quel modo influenzano la vita del partito”.
Sulla stessa linea, pure Angelo Rughetti , romano e renziano, che la mette su un piano “alto”: “Non c’è più la politica”.
Insomma, non ci sono battaglie ideali o ideologiche, ma semplicemente una guerra tra bande.
L’aveva detto Massimo D’Alema qualche giorno fa: “Correnti nel Pd? Magari, c’è solo il caos”.
C’è anche chi s’irrigidisce. Matteo Orfini, selezionato dalle primarie a Roma: “Le primarie sono state gestite da giochi di potere? Anche la Madia le ha vinte a Roma: le telefonate che la Cgil ha fatto per lei come le chiamiamo? Non si può dire che le preferenze sono cattive e le primarie sono buone: il sistema è lo stesso”.
Pippo Civati per una volta elude la polemica: “La Madia? Lei dice quello che vuole D’Alema…”
Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 27th, 2013 Riccardo Fucile
SEMPRE PIU’ ITALIANI TORNANO A CERCARE IMPIEGHI DA ANNI ESCLUSIVI DI LAVORATORI STRANIERI… PREVALE LA COMPETIZIONE SULLE BASSE QUALIFICHE: MINIERE, CAVE, IMPRESE DI PULIZIA
Gli italiani “rubano” il lavoro agli immigrati. Suona strano, ma c’è da crederci.
Sempre più nostri connazionali tornano a cercare impieghi, da anni esclusiva dei lavoratori stranieri: venditori ambulanti, vasai, pescatori, operai delle cave.
Lavori pesanti e a volte anche rischiosi.
Tutta colpa della crisi, che sta rimescolando le carte in tavola.
Così l’espressione “gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare” rischia di apparire sempre più una fotografia sfocata.
Dalla complementarietà alla competizione.
A tracciare un imprevisto quadro dell’occupazione straniera è uno studio della Fondazione Leone Moressa.
Cosa emerge? Innanzitutto, che la complementarietà sembra oggi lasciare il passo alla competizione: sulle basse qualifiche si combatterà infatti la sfida futura tra migranti e italiani.
“La crisi economica e occupazionale che ha interessato l’Italia, insieme ad altri Paesi europei – scrivono i ricercatori della Fondazione – ha portato una serie di cambiamenti sostanziali nel mercato del lavoro, tra cui uno slittamento della forza lavoro italiana verso alcune professioni tipicamente considerate appannaggio della popolazione straniera”.
Il pianeta immigrazione.
Gli occupati stranieri nel 2012 ammontano a circa 2 milioni e rappresentano il 10,1% degli occupati totali.
La nazionalità più rappresentata è la Romania con oltre mezzo milione di persone, un quarto di tutta la manodopera immigrata. Seguono albanesi (232mila), marocchini (147mila) e ucraini (132mila).
Nel 2012 i disoccupati stranieri sono stati circa 382mila (in aumento).
Tra le professioni maggiormente etnicizzate, vale a dire in cui l’incidenza degli stranieri sul totale dei lavoratori è particolarmente alta, troviamo gli impiegati non qualificati e qualificati nei servizi domestici e personali (70,9% per i primi e 57,9% per i secondi), gli operai specializzati nelle costruzioni (32,5%), il personale addetto alle pulizie (27%), il personale addetto alla consegna e allo spostamento delle merci (24,6%) e infine il personale non qualificato nell’agricoltura (23,1%).
La badante tricolore.
Si dice: “I migranti fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”.
Ma da un paio d’anni siamo in controtendenza.
Secondo la Fillea-Cgil, nei corsi per muratori organizzati da privati e sindacati di settore, dopo tanti anni sono tornati a vedersi gli italiani.
Anche nel fortino del lavoro domestico, il monopolio delle lavoratrici immigrate è sotto assedio.
Dati Inps: dal 2008 a oggi le domestiche e le badanti di nazionalità italiana sono aumentate del 20%.
E ancora: stando alle Acli Colf, negli ultimi due anni tra le iscritte ai corsi di formazione le italiane sono più che raddoppiate.
Un esempio? Massimiliano, romano 45enne, si è reinventato e oggi è un badante italiano: “Ero già predisposto a lavorare con le persone in difficoltà , così ho deciso di farne una professione”. Massimiliano lavora per una cooperativa della capitale e assiste anziani e disabili: “È un lavoro tipico da immigrati, ma noi italiani siamo sempre di più”.
Il fortino del lavoro domestico.
Va però detto che la badante-tipo parla ancora straniero.
“Le professioni di assistenza e di cura domestica rimangono prevalentemente appannaggio della forza lavoro straniera, così come il settore delle costruzioni, dell’agricoltura e dei servizi di pulizia – affermano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa – in queste ultime professioni si registra tra il 2011 e il 2012 un lieve aumento della popolazione immigrata. Fondamentalmente invariato rimane, invece, il rapporto tra la popolazione italiana e quella straniera in mansioni che comprendono personale non qualificato per le costruzioni, la manifattura, la logistica e gli addetti alle attività di ristorazione”.
La carica degli italiani.
Un aumento degli italiani a fronte di un lieve calo degli stranieri si verifica tra i venditori ambulanti (+2,3% gli italiani nell’ultimo anno), il personale non qualificato addetto alla cura degli animali, vasai (+3% italiani), soffiatori, cacciatori e pescatori. Ma quali sono i settori i cui gli italiani “rubano” più lavoro agli immigrati?
“Le professioni maggiormente colpite da un ingresso di italiani a fronte di una consistente uscita di stranieri – sostengono dalla Fondazione – sono il personale non qualificato nelle miniere e nelle cave (qui gli italiani sono cresciuti nel 2012 dell’11,5%), i conduttori di impianti per la fabbricazione della carta, gli operai addetti alla pulizia degli edifici (italiani +9%) e gli addestratori”.
Il crollo delle roccaforti.
“In conclusione – per la Fondazione Moressa – vi sono sicuramente delle professioni che rimangono delle vere roccaforti del lavoro straniero, mentre in altri comparti si può registrare anche solo a distanza da un anno all’altro una tendenza al ritorno della popolazione italiana, a fronte o a causa di una fuoriuscita di lavoratori stranieri”. Insomma la crisi cambia il quadro.
Non è un caso se in un’indagine Istat del maggio scorso ammontano a 20 milioni e 800mila (51,4%) i cittadini italiani che si dichiarano d’accordo con l’affermazione secondo la quale “in condizione di scarsità di lavoro, i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli italiani rispetto agli immigrati”.
(da “La Repubblica“)
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Giugno 27th, 2013 Riccardo Fucile
UN EMENDAMENTO IN COMMISSIONE AL SENATO RIAPRE IL CONFLITTO: NON ERA NEGLI ACCORDI DI PROGRAMMA
Blitz del Pdl in Commissione Affari Istituzionali del Senato. Con un emendamento al ddl per le
riforme costituzionali il partito di Berlusconi crea uno strappo con le altre formazioni politiche e fa barcollare ancora di più gli equilibri.
La riforma della giustizia non doveva essere, secondo le indicazioni del presidente del consiglio Enrico Letta, una delle priorità del governo.
«Strappo inaccettabile. E’ una pirateria della giustizia», commenta il Pd, «il ddl era un percorso già definito e condiviso».
Soprattutto, con questa azione, subito condannata dal Pd, secondo i partiti è «venuto meno l’accordo» per tenere l’argomento della commissione dedicata alla modifica della Costituzione fuori dal pacchetto.
IL TEMA
Con il documento si chiede di intervenire anche e soprattutto sul titolo IV della seconda parte della Costituzione, quello che riguarda le prerogative e la disciplina degli organi della magistratura.
Su tutte le parti politiche però cala il monito del Governo che preme per un rapido passaggio del ddl alla Camera.
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, si è detto «particolarmente stupito che le forze di opposizione abbiano chiesto di non calendarizzarlo».
Il ddl, ricorda, è il frutto «di una mozione che è un atto parlamentare – ha aggiunto – e le riforme sono un interesse condiviso».
LE REAZIONI
Una decisione che fa già discutere.
Il primo firmatario dell’emendamento, il senatore del Pdl Donato Bruno, si è affrettato a chiarire che «non c’è stato alcun blitz del mio partito. Gli emendamenti sono stati consegnati quando non c’era alcuna sentenza relativa a Berlusconi».
Mentre Ignazio La Russa, ex Pdl ora transitato in Fratelli d’Italia, ammette che l’iniziativa potrebbe «aumentare le tensioni nel governo».
Il Pd non ci sta, «la strada era già condivisa», secondo Danilo Leva, Presidente Forum Giustizia Partito Democratico e Alfredo D’Attorre, Responsabile Riforme politiche istituzionali della Segreteria nazionale Pd: «Per noi la riforma della giustizia non è un tabù, ma non si può prescindere da quelle che sono le garanzie di indipendenza della magistratura sancite dalla Carta Costituzionale. La giustizia non può essere il terreno su cui scaricare vicende estranee agli obiettivi di riforma e ammodernamento dell’assetto istituzionale». E ancora: «La Costituzione è materia delicatissima che va trattata con la massima prudenza possibile, senza strappi e senza blitz», spiega il presidente dei senatori Pd, Luigi Zanda.
Netto, invece, l’altolà dei Cinque Stelle: «I fatti che riguardano le singole persone non devono incidere sul calendario della commissione Giustizia della Camera».
IL DISCUSSO EMENDAMENTO
Nell’occhio del ciclone è dunque l’emendamento firmato da tutti i membri del Pdl in commissione Affari Istituzionali al Senato, che modifica le competenze del Comitato dei 40, l’organo bicamerale che dovrà scrivere le riforme costituzionali. L’emendamento 2.12 del Pdl, prevede che il Comitato studi i progetti di riforma «degli articoli di cui alla parte seconda della Costituzione».
Il ddl del governo dispone, invece, che il Comitato «esamini i progetti di legge di revisione costituzionale degli articoli di cui ai titoli I, II, III e V della parte seconda della Costituzione». Ma non il IV.
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 27th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER CONVOCO’ IL CAPO DELLA DIPLOMAZIA CINESE A ROMA PERCHE’ IMPEDISSE LA TRASMISSIONE DA HONG KONG A MILANO DEGLI ATTI DEL PROCESSO MEDIASET: LO RIVELA L’EX SENATORE DE GREGORIO A “L’ESPRESSO”
Un pranzo romano tra Silvio Berlusconi e l’ambasciatore di Pechino. Non per discutere di questioni internazionali ma di argomenti molto più importanti per il Cavaliere: come fermare la rogatoria dei pm milanesi a Hong Kong sull’inchiesta per la compravendita di diritti Mediaset.
A rivelare la sindrome cinese del Cavaliere è l’ex senatore Sergio De Gregorio in due capitoli del suo prossimo libro “Operazione libertà “, che “l’Espresso” ha letto in anteprima.
L’ex parlamentare, oggi sotto accusa per i fondi pubblici sottratti assieme a Valter Lavitola, sostiene di averne parlato anche ai pm di Napoli, davanti ai quali ha ricostruito i pagamenti di Berlusconi per provocare la caduta del governo Prodi.
La manovra risale all’aprile 2007, ma è di grandissima attualità .
I documenti sequestrati dai pm nell’ex colonia britannica potevano diventare un’ulteriore prova nel processo più insidioso per il Cavaliere: in appello è stato condannato a 4 anni di reclusione e 5 di interdizione dai pubblici uffici.
E dopo il recente no della Consulta, il verdetto della Cassazione potrebbe trasformarsi in un ko politico-giudiziario.
Ma l’accusa avrebbe potuto essere più pesante, se le autorità asiatiche non avessero proibito l’uso di quella rogatoria chiave su centinaia di milioni trasferiti dai referenti di Mediaset.
All’inizio del 2007 invece i magistrati milanesi avevano ottenuto da Hong Kong, regione ad amministrazione autonoma della Cina, una collaborazione tanto ampia quanto sorprendente.
De Gregorio scrive di avere informato lui Berlusconi e Ghedini del blitz dei pm, grazie a una nota ricevuta dal console italiano a Hong Kong.
E di «essere entrato a gamba tesa» per mettere al riparo il Cavaliere dalla minaccia legale.
Anzitutto, si sarebbe rivolto a Dong Jinyi, ambasciatore cinese a Roma, manifestando l’indignazione dell’ex premier per la presenza di due magistrati italiani a perquisizioni e interrogatori a Hong Kong «senza una regolare procedura autorizzativa».
Poi fa presente al diplomatico che Berlusconi tornerà presto alla presidenza del Consiglio e lo convince ad accettare un invito a Palazzo Grazioli, «riservatissimo» vista «la delicatezza del tema».
De Gregorio scrive poi di essersi mosso a tutto campo, per dimostrare l’interesse dell’Italia a migliorare i rapporti commerciali con Hong Kong.
«Avrei conseguito due obiettivi: accontentare il capo nella sua personale crociata contro i pm milanesi intestandomi il primato delle relazioni diplomatiche».
Come presidente della Commissione Difesa organizza incontri con deputati della metropoli asiatica e crea a Roma l’Associazione parlamentare di amicizia Italia-Hong Kong.
La presenta ai suoi colleghi dicendo: «Qui si tratta di togliere dal fuoco le castagne di Berlusconi». E aggiunge: «La parola d’ordine era accontentare la politica di Hong Kong per riceverne di contro un pronunciamento positivo dell’Alta corte di giustizia contro l’iniziativa della procura di Milano».
De Gregorio mobilita imprenditori, accompagna delegazioni di funzionari e parlamentari cinesi, si rivolge anche a Duncan Pescod rappresentante di Hong Kong presso l’Unione europea.
Che lo avrebbe rassicurato: «Riferirò nel dettaglio di questa spiacevole vicenda giudiziaria. Andrò personalmente a rappresentare la situazione ai miei referenti di governo».
Alle controparti interessava soprattutto che l’ex colonia britannica venisse depennata dalla lista nera dei paradisi bancari, istanza subito patrocinata dal senatore.
Il parlamentare torna ancora in Asia nel settembre 2007 e discute persino con Li Ka-Shing, uno degli uomini più ricchi del mondo che in Italia possiede pure la compagnia telefonica 3. «La parola d’ordine era fermare quei giudici».
Alla fine l’obiettivo viene raggiunto: «Non posso dire se siano state le pressioni del governo centrale sul ministero della Giustizia di Hong Kong o le innumerevoli pressioni all’indirizzo dei vertici della regione amministrativa speciale, ma alla fine il risultato arrivò a compimento».
Non solo viene bloccata la rogatoria dei pm milanesi, vietando l’utilizzo degli atti, ma si avvia persino un’istruttoria sull’attività dei magistrati italiani.
Una grande operazione di lobby internazionale, che finora non ha salvato Berlusconi dalla condanna
(da “l’Espresso”)
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