Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
CRITICHE A RENZI PER AVER SMANTELLATO IL MINISTERO PARI OPPORTUNITA’: “PESSIMO SEGNALE”
Un incontro, il loro, che è diventato amicizia, complicità , progetti comuni.
Michelle Hunziker anni fa si rivolse a Giulia Bongiorno perchè viveva sulla propria pelle la tragedia dello stalking.
L’avvocato l’ha aiutata, insieme hanno condiviso tante lotte, hanno impiegato anni a spiegare all’Italia la parola «stalker» che all’inizio nessuno capiva.
Insieme, non da sole naturalmente, sono riuscite a dar vita a una legge che punisce gli stalker.
Nel frattempo è nata «Doppia difesa», la fondazione che aiuta le donne, le donne violentate, abusate, abbandonate. Avvocati, psicologi, medici: i migliori consulenti sono a disposizione.
IL PROBLEMA
Hunziker vive a Milano, Bongiorno a Roma. Entrambe mamme, donne realizzate, ottime professioniste.
«Privilegiate» si definiscono loro. Per questo ancor più motivate a impegnarsi per chi privilegi non ha.
E ora hanno in mente una battaglia precisa: chiedere uno stipendio per le casalinghe, un reddito minimo per le donne che devono o scelgono di stare a casa a curare figli e famiglia, e anche dare contorni definiti alla possibilità per gli uomini di fare i casalinghi (senza urlare allo scandalo).
«Finora abbiamo contrastato la violenza – spiegano all’unisono la showgirl e l’avvocata – ora vogliamo prevenirla. Dobbiamo andare all’origine. La violenza sulle donne si fonda su un dato: ti considero un essere inferiore. Per questo pensiamo che più si valorizza la donna, più si abbassa la discriminazione».
LA PROPOSTA
Il ragionamento è chiaro: quanto più le donne «deboli» – e il loro lavoro considerato di poco conto, come quello della casalinga – verranno rese forti, grazie a un minimo di indipendenza economica, tanto più si rafforzeranno nella loro autostima.
C’è un dato oggettivo di cui è in possesso Doppia difesa: meno le donne sono autonome economicamente, più sono soggette alla violenza.
Per questo hanno deciso di proporre che la casalinga sia riconosciuto come mestiere. «Se lei fa la nobile scelta di dedicarsi alla casa, è giusto che il marito/compagno se ha un buon reddito, oppure lo Stato, le riconoscano uno stipendio per il lavoro svolto».
Hunziker e Bongiorno sono pronte alla battaglia: «Ci diranno che con la crisi non ci sono soldi. Ma noi chiediamo: quali sono le priorità dello Stato?».
Insomma una nuova fase dove la violenza da combattere «non è quella da stadio, ma quella sottile, strisciante».
Commenta Bongiorno: «Non ho affatto condiviso il decreto passato con il governo Letta che aumentava le sanzioni e basta. Non è questo il modo di risolvere la questione. Bisogna appunto rendere indipendenti le donne, risolvere il problema degli asili nido, dare aiuto alle donne che scelgono il part time, consentire il cognome della madre ai figli, tutelare i diritti delle madri single».
E se Bongiorno non risparmia l’ex governo Letta, maggiore è la sua perplessità nei confronti del governo Renzi: «Come mai manca il ministero delle Pari opportunità ? Un pessimo segnale».
Una sorta di ipocrisia dei governi, ma pure del Parlamento e della società : paiono tutti molto interessati al problema della violenza delle donne, poi sono pochi a muoversi. Sottolinea Michelle: «Il Parlamento era vuoto quando si parlava di violenza sulle donne. Tutti ne discutono nei salotti, poi si fa poco».
Le fa eco Giulia: «Negli ultimi anni si fa il conteggio delle donne morte e così pare che tutti si occupino del problema. Non si affronta il tema della violenza sulle donne se non si affronta la causa: che non è la follia, ma la discriminazione».
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
I SOSPETTI DI BERLUSCONI: DOMANI IN AULA RISCHIO VOTO SEGRETO
Un lungo colloquio con Alfano nel pomeriggio. Un altro fissato per stamattina. 
E la probabile presenza questa stasera alla riunione del gruppo parlamentare del Pd alla Camera.
La prima vera prova per Matteo Renzi è la legge elettorale, mancano una manciata di ore.
Oggi a mezzogiorno scade il termine per la presentazione degli emendamenti. Domani pomeriggio si comincia a votare in aula.
«Non voglio rinvii e non voglio neanche dare l’impressione che l’approvazione dell’Italicum sia legata ad altri giochi di palazzo. Bisogna procedere con la riforma, entro la settimana va votata alla Camera. Abbiamo preso un impegno, andiamo avanti. Il resto verrà dopo».
Su questo si gioca la tenuta dell’accordo con il Nuovo centrodestra, che teme un’accelerazione verso le elezioni, e l’unità del Partito democratico.
Berlusconi per il momento sta alla finestra. Ma è lui il coautore dell’accordo
Nei contatti con Alfano però è spuntato uno schema di mediazione che gli uomini di Renzi giudicano praticabile.
A dimostrazione che in questo momento il premier guarda più alla stabilità del governo che alla sponda di Forza Italia. Che tra le due maggioranze ha scelto quella che lo ha portato a Palazzo Chigi.
Secondo il compromesso di cui si discute in queste ore, l’Italicum verrebbe approvato nel giro di due mesi e senza collegarlo alle riforme costituzionali.
Ma varrebbe solo per la Camera dei deputati e non per il Senato.
Come se Palazzo Madama fosse già abolito.
In questo modo, si realizzerebbe comunque un deterrente a elezioni anticipate, magari tra un anno come ha dichiarato Silvio Berlusconi.
In effetti, è difficile immaginare che la politica porti i cittadini al voto con due sistemi diversi per Camera e Senato anzichè procedere all’abolizione del secondo.
Una garanzia per Alfano e per Renzi uno strumento per calibrare la sua azione di governo verso orizzonti temporali non limitati.
È un’intesa da costruire nelle prossime ore e che incontra l’opposizione di Forza Italia come dimostrano le parole di Brunetta.
Ancora giovedì scorso Renzi diceva ai suoi di non cercare «arzigogoli strani».
Ma sono passati quattro giorni e i contatti dentro la maggioranza tra gli esperti e il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi non si sono mai fermati.
La minoranza del Pd e l’Ncd hanno messo su una saldatura di fatto, intorno all’emendamento Lauricella, il deputato Pd che ha scritto una norma transitoria che collega l’entra in vigore della legge elettorale alla definitiva abolizione del Senato. Emendamento rifiutato da Berlusconi e Verdini e non gradito nemmeno a Renzi che non vuole precludersi l’uso di elezioni anticipate.
Ora però si lavora a un’intesa di compromesso
Oggi sarà Alfredo D’Attorre, bersaniano, a presentare l’emendamento che prevede la validità dell’Italicum solo per Montecitorio.
«Non vedo come Renzi possa dire di no. La sua legge funziona solo con una Camera, quel sistema è congegnato così. Lo ha detto anche lui», ricorda D’Attorre.
Ma Lauricella ritirerà la sua proposta? «Non lo so – dice il deputato bersaniano – ma non è un problema. Il suo emendamento verrebbe votato dopo quello che stiamo preparando noi».
I tecnici sono convinti che una legge valida solo per un ramo del Parlamento non avrebbe i problemi di costituzionalità di altre forme di vincolo alle riforme costituzionali.
«Un emendamento che impedisce di andare a votare prima di una certa data non si può fare», taglia corto Roberto Giachetti, il renziano che ha fatto più di uno sciopero della fame contro il Porcellum.
Eppure la partita è ancora aperta. La riunione del gruppo Pd, che alla Camera conta ben 293 deputati, è decisiva. Giachetti non si fida e mette le mani avanti: «Discuteremo e poi decideremo. Se ci sarà un’indicazione a maggioranza mi auguro che tutti la rispettino in aula. Così come io ho dovuto ritirare la mia mozione a favore del Mattarellum».
In effetti l’aula, da domani, può diventare un Vietnam per il governo.
I voti segreti sono tantissimi, ciascuno è una trappola potenziale per Renzi, per il suo accordo e per il governo.
Per questo il capogruppo Pd Roberto Speranza è in contatto con il premier ed è avvisato di una sua possibile presenza all’assemblea di stasera. Se la situazione fosse ancora in bilico, la partecipazione di Renzi appare scontata.
Perchè quello sull’Italicum è il primo passaggio parlamentare che affronta da presidente del Consiglio.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
L’AUTORE DELL’EMENDAMENTO AL CENTRO DELLE TRATTATIVE TRA ALFANO E RENZI: “LA DURATA DELLA LEGISLATURA PASSA DA QUI”
«C’è una forte pressione, per usare un eufemismo, da parte di Forza Italia, per evitare il mio emendamento».
L’emendamento in questione è quello del deputato del Pd, Giuseppe Lauricella, che aggancia l’entrata in vigore dell’Italicum alla riforma costituzionale del bicameralismo
Teme un blitz azzurro anti-Lauricella?
«Non credo che riusciranno ad inficiare l’approvazione del mio emendamento».
Però anche FI ha sottoscritto l’intesa sull’Italicum…
«Ma non ha alcun interesse a fare le riforme costituzionali. Ha solo l’obiettivo di approvare una legge elettorale per andare subito al voto, pur sapendo che, senza la parallela revisione del bicameralismo, non garantirà alcuna governabilità . Credo che questo sia ormai evidente a tutti».
L’emendamento Lauricella è diventato l’indicatore della durata della Legislatura?
«Piuttosto segna una linea di demarcazione tra chi vuole davvero le riforme e chi, invece, sta solo bluffando».
Tra pro e contro?
«Chi lo vota sposa l’idea di un percorso di riforme, comprendendo la necessità di agganciarvi anche quella della legge elettorale. Chi non lo vota è contrario a quel percorso. D’altra parte, il mio emendamento pone un problema di assetto del sistema».
In che termini?
«Ho solo tradotto in norma il percorso indicato dal segretario del mio partito, dal momento che il primo passo è stato mosso proprio sul terreno della legge elettorale. Se fossimo partiti dalla riforma del bicameralismo il problema non si sarebbe posto».
Sul suo emendamento potrebbero incombere le insidie del voto segreto…
«E’ ancora da vedere. Ma visto che il regolamento della Camera prevede che, se viene richiesto, sulla legge elettorale si vota a scrutinio segreto, anche una norma che ne fa parte dovrebbe essere votata a scrutinio segreto»
Esponendosi al rischio dei franchi tiratori, non crede?
«Ovviamente. Ma, ciò detto, per il solo fatto di averlo presentato, il mio voto è già palese. Lo stesso vale per il Pd».
C’è chi pensa che il suo emendamento miri solo ad allungare la Legislatura…
«L’effetto è questo, ma il senso è un altro. Se approvassimo l’Italicum senza il mio emendamento, la sua applicazione ad entrambe le Camere non garantirebbe la governabilità ».
Antonio Pitoni
(da “La Stampa”)
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Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
LO STRANO E INTERESSATO SILENZIO DI GOVERNO: COME MAI RENZI NON HA RISOLTO LA VICENDA “VELOCEMENTE” ?
Dal cinghiale alla pitonessa, del caso di Antonio Gentile ieri hanno parlato tutti. 
Tutti, tranne uno: Renzi Matteo, di professione premier e dante causa politico del sottosegretario alle Infrastrutture calabrese, accusato di aver bloccato l’uscita di un giornale — L’Ora di Calabria — per evitare la pubblicazione di una notizia sgradita su suo figlio.
“Non l’ho fatto”, ha detto ieri l’esponente calabrese di Nuovo centrodestra, caro ad Angelino Alfano e al governatore Scopelliti: “La macchina del fango partita dalla mia regione ha contaminato i grandi giornali”.
In sostanza, secondo Gentile, la ricostruzione de L’Ora di Calabria è falsa.
Motivo? Pietro Citrigno, ex editore del giornale e padre dell’attuale, Alfredo, è un suo avversario: “Vivo sotto scorta da tre anni per avere denunciato le stabilizzazioni operate nel periodo di gestione del vecchio centrosinistra all’Asp di Cosenza. In quella stessa Asp sedeva un pregiudicato, rinviato a giudizio con Citrigno per oscene operazioni immobiliari del servizio pubblico”.
Il direttore de L’Ora di Calabria, Luciano Regolo, che per primo denunciò l’episodio, ha replicato che “non si farà intimidire”: “Ho letto le parole di Gentile , ma piuttosto che fornire una spiegazione del fosco accaduto preferisce sparare fango sul padre del nostro editore per confondere le acque”.
Il cdr del giornale, peraltro, ha annunciato querela nei confronti del sottosegretario.
Anche sul fronte politico per Gentile non è una giornata piacevole.
Parte Daniela Santanchè: “Renzi lancia i 5 punti per combattere le mafie. Bene, ma finchè anche lui ha paura dei ‘cinghiali feriti’ di Alfano le sue restano parole vuote”.
Anche la presidente dell’Antimafia Rosi Bindi, a non contare il Pd calabrese, chiedono le dimissioni di Gentile, M5S e Lega valutano la mozione di sfiducia.
Quelli di Ncd, però, non ci stanno e da Cicchitto a Schifani e Sacconi fanno a gara per difendere il collega.
Il renziano Ernesto Carbone dice che “per la soluzione bisogna aspettare qualche giorno”.
Il presidente del Consiglio? Non pervenuto.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
IN UNA INTERCETTAZIONE DEL 2006 EMERGEVA UN GIUDIZIO POCO LUSINGHIERO DA PARTE DELLA COLLEGA
“Con Tonino Gentile non bisogna avere a che fare perchè non è un galantuomo, anzi è un mafioso”. Il giudizio sull’attuale sottosegretario alle Infrastrutture è stato espresso 8 anni fa da Enza Bruno Bossio, oggi deputato del Pd calabrese che sostiene il Governo.
La telefonata è stata intercettata dai carabinieri sul telefono del suo interlocutore: Antonio Saladino, leader della Compagnia delle Opere in Calabria, indagato nell’inchiesta Why Not dell’allora pm Luigi De Magistris, conclusa dopo alterne vicende, tra condanne nei primi gradi, prescrizioni, rinvii e assoluzioni in un nulla di fatto.
Anche Bruno Bossio è stata assolta definitivamente e poi si è candidata.
La conversazione avviene quando Enza Bruno Bossio è un pezzo grosso in Calabria: amministratore della Intersiel, gruppo Telecom, e moglie di Nicola Adamo, allora segretario regionale Pd.
Il 18 febbraio 2006 Bruno Bossio commenta al telefono un pranzo al quale Saladino ha appena partecipato.
C’erano i due fratelli Gentile: Giuseppe (oggi assessore alle Infrastrutture in Calabria) e Antonio (oggi sottosegretario) poi tra gli altri l’architetto Mario Occhiuto e il re dei supermercati Despar in Calabria Tonino Gatto, allora in buoni rapporti con Adamo. Quando Enza Bruno Bossio scopre che l’imprenditore Gatto e l’architetto Occhiuto (nel 2011 eletto sindaco di Cosenza con vicesindaco Katia Gentile del Pdl, figlia del sottosegretario Antonio) se la fanno con Gentile si infuria.
Il pranzo serviva — secondo lei — per convincere (tramite l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Angelo Sanza, che poi non andò) Giuseppe Pisanu a liberare il posto per far salire Antonio Gentile al Senato.
Si capisce che pochi giorni prima Bruno Bossio ha avuto un duro scontro verbale con Gentile in aereo e sostiene che con lui non bisogna parlare: “Dovevano quindi stabilire delle relazioni romane favorevoli a Tonino Gentile, perchè parliamoci chiaro se Pisanu non si dimette dalla Calabria… Antonio Gentile non sale… quindi è evidente che si sta facendo una lobby a favore di Antonio Gentile . Il fatto stesso che l’ha invitato è un fatto negativo (…) ma scusami Tonino… ma tu non sai quello che mi ha detto quella ‘m…’ di Gentile sopra l’aereo… ma te l’ho raccontata? Siccome io ho detto a Nicola (Adamo, il marito, Ndr) che doveva sfidare a duello Tonino Gentile. Nicola non può andare dietro a Tonino Gatto che va dietro a Tonino Gentile. Per me il cerchio si chiude. Cioè Tonino Gatto non può continuare a fare quello che da le carte a tutti e si deve dare una regolata da questo punto di vista. Non dico tra destra e sinistra ma tra galantuomini e non galantuomini e Tonino Gentile non è un galantuomo. Anzi è un mafioso”.
“Nu mafius”, per l’esattezza, nell’audio.
Bruno Bossio ha in parte sminuito in un’intervista successiva quelle parole. “Quando ci fu la polemica per la sua nomina a membro della commissione Antimafia, qualcuno tirò fuori la telefonata — racconta oggi — e un emissario di Gentile mi chiese di precisare in suo favore. Io dissi che la frase era stata decontestualizzata e che, dall’intera telefonata, si capiva il senso. Non volevo dire che Gentile fosse davvero un mafioso . Feci questa dichiarazione principalmente perchè sono contraria alle intercettazioni ma lui, per ringraziamento, annunciò, dopo l’intervista, che mi querelava per quella frase detta anni prima. Immagini la mia rabbia”.
Fatta questa precisazione sul senso di quella parola, Enza Bruno Bossio non arretra sul giudizio negativo: “Avete scritto che io non mi sarei espressa contro Gentile. Ma scherziamo? Abbiamo fatto mercoledì sera un gruppo dei parlamentari del Pd per segnalare il rischio al segretario regionale appena eletto, Ernesto Magorno, che si professa amico di Renzi, prima della nomina. Non penso che Renzi sia stato avvertito del rischio che correva con questa nomina”.
Conferma che non è un galantuomo? “Premesso che non tutti possono avere lo stesso concetto che ho io del galantuomo, certamente esprime un modello politico che non è il nostro. Questa ultima vicenda della mancata uscita del giornale non è casuale. Il modello di potere di Tonino Gentile si incarna in questa vicenda: la gente deve stare sotto lo schiaffo se no la politica non funziona. Quindi Gentile non è mafioso e non volevo dire che lo fosse, ma siamo di fronte a prepotenza e arroganza”.
Il peso determinante del Ncd in Calabria, con 5 senatori, salverà Gentile?
“Questa non è una vicenda calabrese ma — spiega Bruno Bossio — è una battaglia politica nazionale. Lo dimostrano le posizioni dei direttori delle maggiori testate nazionali pubblicate sul Fatto quotidiano ieri. Il rinnovamento vero non sta negli slogan ma nei contenuti. E per questo non sto con Renzi ma con Cuperlo. Gentile non è il rinnovamento, incarna un modello medievale, tailandese. Nell’epoca dei social network non vuole nemmeno che si parli male di lui sui giornali. Questo modello nemico della libertà e della democrazia non deve vincere. Se Gentile resterà al governo, la gente capirà la lezione e continuerà ad abbassare la testa”.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
IL MIGLIOR FILM STRANIERO A SORRENTINO: “GRAZIE A SCORSESE, FELLINI E MARADONA”
La grande tensione si scioglie a metà serata, quando Paolo Sorrentino, premiato da Ewan
McGregor e Viola Davies, stringe tra le mani la statuetta per il miglior film straniero e pronuncia il suo discorso di vincitore: «Sono molto emozionato e felice, questo premio non era scontato, i concorrenti erano temibili, ora finalmente mi sento sollevato».
Le dediche e i ringraziamenti sono precisi e pensati.
Prima di tutto «Nicola e Toni» cioè il produttore Nicola Giuliano e il protagonista del film Toni Servillo, poi i debiti artistici, le fonti d’ispirazione, ovvero «Federico Fellini, i Talking Heads, Diego Maradaona e Martin Scorsese. Quattro campioni, ognuno nella loro arte, che mi hanno insegnato cosa vuol dire fare grande spettacolo».
Poi la famiglia, «le mie personali grandi bellezze, Daniela, Carlo e Anna», e ancora le due città «Roma e Napoli», «i miei genitori» e quelli della moglie «Nunzia e Sasà ».
Dopo 15 anni l’Oscar torna in Italia, e, a pochi chilometri dal Chinese Theatre, il gruppo degli italiani a Los Angeles festeggia nella casa del console Giuseppe Perrone dove è stato organizzato un party per la visione collettiva della cerimonia.
Con Sorrentino festeggiano, da questa notte, Steve McQueen, regista del miglior film «12 anni schiavo», Alfonso Cuaron che, con «Gravity», ha portato a casa ben sei Oscar compreso quello per la migliore regia, Matthew McConaughey, protagonista di «Dallas Buyers Club», Cate Blanchett migliore attrice in «Blue Jasmine» e poi Jared Leto, che affianca McConaughey nel ruolo del trans dal cuore d’oro di «Dallas Buyers club» e Lupita Nyong’o, la schiava amata e umiliata da Michael Fassbender in «12 anni schiavo».
Il film di McQueen vince anche il premio per la migliore sceneggiatura (non originale) e il regista vuole che sul palco salga l’intera squadra del film, per condividere il riconoscimento con tutti quelli che hanno contribuito alla sua realizzazione. La migliore sceneggiatura originale è invece quella di «Her», firmata da Spike Jonze, mentre «Frozen» sbaraglia la concorrenza nel settore dell’animazione.
I grandi esclusi sono soprattutto «American Hustle» di David O. Russell che si pensava avrebbe messo insieme un bel numero di riconoscimenti tra i tanti annunciati ed è uscito a mani vuote dalla competizione, e «Il lupo di Wall Street» di Martin Scorsese.
Lo schiaffo più sonoro tocca ancora una volta a Leonardo Di Caprio che non riesce, nonostante la grandiosa interpretazione del truffatore protagonista, a mettere le mani su un premio che gli è sfuggito tante altre volte.
C’è già chi dice che il destino di DiCaprio sarà forse quello di un riconoscimento alla carriera in tarda età , come è accaduto spesso a superdivi trascurati da Hollywood.
Sorprese anche sul fronte della miglior canzone, dopo la toccante performance dal vivo di Bono,che ha cantato «Ordinary love», dal film «Mandela: Long walk to fredom», si pensava che il premio sarebbe andato a lui, e invece vince «Let it go» di «Frozen».
Anche «Il Grande Gatsby», gran delusione della passata stagione cinematografica, si aggiudica premi che si pensava sarebbero andati ad «American Hustle» come l’Oscar per i costumi e per la scenografia. La cerimonia, guidata da Ellen De Generes, è stata meno magniloquente del solito, più asciutta, più divertente, più autoironica.
Commovente il ricordo dei numerosi scomparsi dell’anno, chiusa dall’immagine di Philip Seymour Hoffman, e bellissimi i due intermezzi comici in cui la conduttrice ha preso in giro mode e abitudini del momento, la foto di gruppo «selfie» e l’arrivo delle pizze pagate con colletta fra superdivi. Gli sguardi più innamorati sono stati quelli lanciati da Brad Pitt a Angelina Jolie, e da Jared Leto a sua madre, oggetto (molto commosso) di un ringraziamento lungo e denso di affetto.
(da “La Stampa”)
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Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
AEROPORTO DI FIRENZE: L’ACQUIRENTE E’ SOTTO PROCESSO PER IL CRAC DI VOLARE… E CERCO’ DI FORZARE BERNABE’ A CEDERE TELECOM ARGENTINA
Chi si aspettava dal regime renziano la rottamazione degli intrecci più opachi tra politica e affari, si rassegni a una paziente attesa.
Le solite compagnie di giro continuano a tessere le loro trame come prima, e trovano tra gli amici di Matteo Renzi le loro sponde.
“Entusiasmo e soddisfazione” ha manifestato il vicesindaco di Firenze Dario Nardella (storico braccio destro del premier) per l’acquisto del 34 per cento della Adf (Aeroporto di Firenze, società presieduta da Marco Carrai, altro fedelissimo del capo) da parte dell’ottantenne imprenditore argentino Eduardo Eurnekian.
La sua Corporacion America ha pagato 40 milioni al fondo F2i guidato da Vito Gamberale, e adesso si prepara all’offerta pubblica di acquisto su tutto il capitale, per un investimento totale di 120 milioni, che andranno agli attuali azionisti e non alle strutture aeroportuali.
Le ragioni di tanta gioia da parte di Nardella e Carrai (e Renzi) si scorgono con fatica. Mentre balzano all’occhio diverse stranezze.
La prima è la palese sponsorizzazione di Eurnekian da parte di Vito Riggio, da oltre dieci anni inamovibile padre-padrone dell’Enac, l’ente di controllo sull’aviazione civile. L’Enac sta agli aeroporti come la Banca d’Italia alle banche.
Basta dire che una pista è troppo corta o troppo vicina alle case e l’aeroporto è morto. Riggio si comporta da regista del sistema, promuovendo gli investitori: “Questo è un gruppo vero, che sa gestire aeroporti in maniera manageriale”, ha detto già tre anni fa di Eurnekian.
Fatto sta che (seconda stranezza) nessuno dice perchè Gamberale, impegnato da anni nella costruzione di un polo aeroportuale, ha venduto le azioni dello scalo di Peretola. Ma autorevoli testimoni parlano di pressioni molto forti per dare spazio all’amico argentino e convincere Gamberale ad accettare la spartizione del mercato.
La terza stranezza, di cui sicuramente si occuperà la Consob, è che le azioni Adf, dopo anni di stasi attorno ai 9,5 euro, due mesi prima dell’annuncio dell’affare hanno cominciato a volare in Borsa, crescendo repentinamente del 20 per cento.
Qualcuno evidentemente ha saputo e si è arricchito. Ma questo sarebbe il meno, per così dire.
Benchè il plenipotenziario in Italia di Eurnekian sia un noto e ben collegato ingegnere fiorentino come Roberto Naldi, Carrai e Nardella sembrano ignorare con chi hanno a che fare. Eurnekian è il perno attorno a cui ruota una giostra di affari e relazioni talmente vorticosa doverla guardare alla moviola.
Eurnekian è in questi mesi a processo a Vicenza, con altri dieci imputati tra cui Naldi stesso, per la bancarotta della compagnia aerea Volare, di cui era azionista.
Si è sempre dichiarato parte lesa, ma i pm sostengono che, dopo il fallimento, il commissario (oggi defunto), Eurnekian e Naldi “avrebbero dato vita a un accordo corruttivo finalizzato a favorire Alitalia nell’acquisto rispetto ad altre pretendenti”. Quando Eurnekian si presenta davanti ai magistrati il legale che lo accompagna è Giuseppe Bonomi.
Sì, proprio lui, l’ex parlamentare leghista, poi presidente della Sea (aeroporti milanesi di Linate e Malpensa), poi presidente dell’Alitalia, poi di nuovo alla Sea e oggi, indovinate un po’, consulente del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi per il settore aeroportuale.
Eurnekian ha in Italia un sacco di amici. È rimasta celebre la grigliata di carne argentina nella villa del suo socio Ernesto Gutierrez, cui partecipò l’allora presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera Mario Valducci, berlusconiano della prima ora, oggi piazzato alla Authority per i trasporti.
Era il 2009 ed Eurnekian puntava al controllo di Telecom Argentina: lo spalleggiava il governo di Buenos Aires, lo spalleggiavano gli amici politici italiani, gli chiuse la porta in faccia il numero uno di Telecom Italia, Franco Bernabè, che disse no alla vendita e spiegò alla Procura di Roma i suoi sospetti: “Abbiamo ricevuto pressioni per cedere quella partecipazione, in particolare al gruppo Eurnekian-Gutierrez. La vicenda è stata effettivamente strana”.
Per Eurnekian la voglia di aeroporti italiani è antica.
Nel 1998 con il presidente della Sea Bonomi, suo futuro avvocato, fece l’accordo per un investimento comune su alcuni aeroporti argentini.
In breve tempo, con un’acrobazia poi oggetto di durissime controversie, Eurnekian è riuscito a prendere il controllo del Consorzio Argentina 2000, lasciando alla Sea l’onere di mettere i soldi senza l’onore di comandare.
Il successore di Bonomi, l’ex presidente della Confindustria Giorgio Fossa, mandò un dirigente della Sea in Argentina per sciogliere l’aggrovigliata matassa: era Roberto Naldi, oggi rappresentante di Eurnekian in Italia. Sulla scorta delle investigazioni di Naldi, Fossa comunicò al sindaco di Milano Gabriele Albertini (azionista di controllo della Sea) che non c’erano gli estremi per un’azione di responsabilità contro Bonomi.
Oggi Fossa è imputato insieme a Eurnekian e Naldi nel processo di Vicenza per la bancarotta della Volare.
In seguito Eurnekian ha cominciato ad ambire agli aeroporti italiani. Nel 2005 voleva la Sea, poi ha puntato a Comiso, a Genova, ad Ancona-Falconara, a Bologna, a Palermo.
Ci ha provato con Il Barajas di Barcellona, e con gli aeroporti portoghesi. Gli hanno sempre chiuso la porta in faccia.
Alla fine ha preso da privati il 23 per cento dell’aeroporto di Pisa e da F2i il 34 per cento di Firenze. I due scali sarebbero destinati alla fusione ma adesso la cosa si complica con la rivolta di Pisa.
Dalla città di Enrico Letta il deputato ex sindaco Paolo Fontanelli e il sindaco ex deputato Marco Filippeschi si sono già detti pronti a bloccare la holding unica di cui si parla da tempo.
I due scali sono divisi da un’aspra rivalità , e sotto la torre pendente cominciano a temere che quando Renzi dice che gli secca andare a prendere l’aereo a Pisa non sia solo una battuta.
Vai a vedere che l’opaca trama di Eurnekian e dei suoi sponsor politici magari si arena in una guerra di campanile.
Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
ROGNONI, LEGATO A COMUNIONE E LIBERAZIONE, E’ SOTTO INCHIESTA PER AVER PILOTATO UNA GARA DI 270 MILIONI
Lega e Cl hanno trovato un nome comune su cui puntare per entrare nella partita milionaria dei
lavori di Expo: Antonio Rognoni, da oltre vent’anni fedelissimo uomo di Roberto Formigoni e ora passepartout del Governatore Roberto Maroni che l’ha proposto come subcommissario della società a nome della Regione.
Per l’esposizione internazionale 2015 le opere infrastrutturali da assegnare ammontano a 11,5 miliardi.
E Rognoni conosce bene il settore opere pubbliche. Per dieci anni è stato presidente di Infrastrutture Lombarde (Ilspa) società pensata, voluta e creata da Formigoni nel 2004 per gestire tutte le opere regionali; società che gestisce appalti e strutture per cinque miliardi annui e macina ricavi compresi tra i 150 e i 200 milioni.
Rognoni ha lasciato l’incarico un mese fa ma fino ad Aprile rimarrà sulla poltrona per l’avvicendamento. Ma conserva saldamente la carica di amministratore delegato di Cal, Concessioni autostrade lombarde, altra società ideata e creata da Formigoni, costituita nel 2007 in modo paritetico da Regione Lombardia, proprio attraverso Infrastrutture Lombarde e dal Ministero delle Infrastrutture con Anas.
Cal si occupa delle procedure di affidamento, della realizzazione, e della gestione di tre importanti autostrade collocate in Lombardia: Pedemontana; la Brescia-Bergamo-Milano (Brebemi) e la tangenziale Est esterna di Milano (Tem).
Opere, inutile dirlo, strategiche per Expo e che ancora devono essere terminate.
Rognoni ha molta esperienza dunque in appalti e concessioni edilizie. Inoltre è un uomo di Comunione e Liberazione che, per quanto di ortodossia formigoniana, non dispiace a Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture del governo Letta e confermato ora dal neopremier Matteo Renzi.
Maroni si è lasciato convincere e in un incontro mercoledì nella sede di Expo in via Rovello ha caldeggiato il nome di Rognoni anche al sindaco Giuliano Pisapia e al commissario unico della società Giuseppe Sala.
I tempi stringono e le opere sono tutte da realizzare. In particolare i 60 edifici che devono essere assegnati ai singoli Paesi che parteciperanno quindi, questo il ragionamento di Maroni, meglio affidarsi a un uomo di esperienza come Rognoni.
Nel 2009 finì indagato insieme ad altri otto dalla procura di Potenza che ipotizzava tangenti da 185 milioni di euro nell’appalto per larealizzazione del più alto grattacielo d’Italia: la nuova sede della Regione Lombardia voluta dall’amico Formigoni.
Le intercettazioni che lo riguardavano, chieste dal pm Henry John Woodcock e autorizzate dal gip Rocco Pavesi, arrivarono a Milano ma i pm lombardi archiviarono.
Pochi mesi fa invece, proprio per un appalto assegnato da Ilspa nell’area di Rho Pero nell’ambito dei lavori per Expo, Rognoni è finito nel registro degli indagati insieme ad altri con l’accusa di aver pilotato la gara del valore di 270 milioni.
Era il secondo cantiere che veniva assegnato per l’esposizione universale milanese.
Ora gli appalti si susseguono giorno per giorno: c’è solo un anno di tempo. E manca ancora una parte dei fondi promessi dal Governo. Maroni lo sa. E si agita.
E ha annunciato che lunedì, quando i ministri Dario Franceschini, Maurizio Martina, Federica Guidi e Lupi verranno a Milano per un primo incontro su Expo, gli “presenterò la lista della spesa”.
E magari anche Rognoni.
Per alcuni già un amico, per altri lo diventerà .
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
PER COSTRUIRE UN NUOVO MONDO SEMBRA INEVITABILE AFFIDARSI AI PEGGIORI
Ecco s’avanza uno strano soldato, vien dall’Oriente e non monta destrier, si chiama Claudio Messora, pentastellato e non vuol fare prigionier: «Una guerra si può fare in molti modi, ma una volta che è iniziata deve essere portata a termine».
Sui dissidenti grillini il blogger Messora ha le idee chiare: «Si vive o si muore».
Nei comizi per le Europee i «morti» saranno rivendicati come segno di purezza!
Ma chi è Messora, frequentatore assiduo dei programmi di Paragone, balzato agli onori delle cronache per gli insulti osceni rivolti alla Boldrini e prima ancora a Carfagna, Gelmini e Prestigiacomo?
Di sè scrive: «Messora è nato ad Alessandria d’Egitto da genitori italiani. Ha studiato il pianoforte fin dall’età di cinque anni e ha compiuto studi scientifici. Prima musicista, con all’attivo molti dischi venduti in numerosi Paesi del mondo, poi project manager e amministratore delegato in start up di innovazione tecnologica…».
Di sue autobiografie ne girano parecchie, spesso contraddittorie: in alcune si vanta di aver vinto come autore testi un festival di Castrocaro, in altre si confessa «berlusconiano pentito» (ha votato Berlusconi per due volte prima di insultarlo con ferocia), in altre ancora sostiene di aver «realizzato un doppio dvd sul tema della prevedibilità dei terremoti… che mette a confronto diretto i risultati della scienza e le nuove frontiere della ricerca indipendente».
Messora ha molte identità : musicista, informatico, scienziato, project manager, interior designer, startuppista, complottista in stile Gaia («L’Aids non è una malattia infettiva, nè è contagiosa, nè tantomeno è causata da un virus…»), opinionista, antilobbista, forse solo un po’ ballista.
Nonostante le molte attività intellettuali, dal suo blog Byoblu disprezza gli intellettuali: «Che significa “intellettuale”? Dov’è che ci si laurea in “intellettualità ”?… È un’altra casta, con le sue baronie, i suoi intoccabili, quasi sempre schierati, che mangiano alla tavola dei privilegiati, che vanno alle prime, che scrivono prefazioni, che si invitano reciprocamente ai convegni…».
Frasi sinistre già sentite in passato.
Un tipo così è stato nominato responsabile della comunicazione del M5S al Senato.
Per costruire un nuovo mondo sembra inevitabile affidarsi ai peggiori.
Aldo Grasso
(da “La Repubblica“)
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