Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile
VERTICI DI MAGGIORANZA, ALFANO AVVERTE: “COSI’ NON LO VOTIAMO”
Una drammatizzazione del genere nessuno se l’aspettava.
Già dalla scorsa settimana il governo aveva ipotizzato di porre la questione di fiducia sul decreto Poletti, al voto tra oggi e domani alla Camera.
Ma certo non si immaginava di dover convocare un vertice di maggioranza, con i ministri del Lavoro, Giuliano Poletti, e delle Riforme, Maria Elena Boschi, per ritrovare un’intesa con il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, su tutte le furie per le modifiche apportate in commissione al decreto sul lavoro.
Di fatto, prima che entrino nel vivo le riforme costituzionali al Senato, il decreto su contratti a termine e apprendistato diventa la prima causa di tensioni nella maggioranza del governo Renzi. Complice: la campagna elettorale per le europee.
Perchè, nel Pd, il motivo dei malumori del Ncd è stato subito ripescato nella competizione con Forza Italia in vista del voto del 25 maggio.
Così i Dem si sono spiegati i mal di pancia degli alfaniani di fronte alla scelta di modificare in commissione il decreto Poletti, per rispondere alle critiche dell’area del Pd più vicina alla Cgil (il presidente della Commissione Cesare Damiano e tutta la sinistra interna).
Insomma, raggiunta la quadra con la minoranza del partito — tra le modifiche principali, la riduzione da 8 a 5 del numero massimo di rinnovi per i contratti a termine — si è rotto l’equilibrio con il Nuovo Centrodestra, vittima degli attacchi di Fi: “Siete finiti schiacciati dalla sinistra”.
E’ questo difficile equilibrio che il vertice di maggioranza in corso alla Camera sta cercando di ricomporre.
Perchè anche l’eventuale decisione di porre la questione di fiducia a Montecitorio – scelta che resta assolutamente in campo — i problemi si trasferirebbero al Senato, dove gli alfaniani promettono battaglia per introdurre modifiche che riportino il decreto Lavoro alla versione originaria.
E non sfugge che a Palazzo Madama questa discussione capiterebbe proprio nella settimana immediatamente precedente al voto delle europee, visto che il dl Poletti, difeso in queste ore anche dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, scade il 20 maggio prossimo.
Da qui la decisione di convocare un vertice di maggioranza per dirimere fin da ora le questioni sul tavolo, comprese le riforme costituzionali che, nei piani del premier Matteo Renzi, dovrebbero ottenere il voto di Palazzo Madama in prima lettura entro il voto delle europee. Proprio sulle riforme istituzionali non rientra per ora l’opposizione del senatore Vannino Chiti, primo firmatario di un testo alternativo a quello del governo.
Decreto Lavoro e Riforme sono i due grandi appuntamenti del governo prima del voto di maggio.
Non è un caso che oltre a Poletti, al vertice in corso a Montecitorio partecipi anche il ministro delle Riforme Boschi.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile
MILANO, OSPEDALI A CACCIA DI FONDI, CEDUTI 213 SPAZI, ORMAI SIAMO ALLA FRUTTA
Gli spazi dove verranno effettuate le affissioni saranno più di duecento. Con totem e pannelli
in cui compariranno pubblicità di biberon, tettarelle e cooperative per aiutare gli anziani.
Ma anche negozi di ottica, abbigliamento, scarpe.
Gli Istituti clinici di perfezionamento affidano a una concessionaria privata la gestione di 213 spazi pubblicitari, distribuiti nei 23 poliambulatori e nei quattro presidi – il pediatrico Buzzi, il Centro ortopedico traumatologico e gli ospedali di Cinisello Balsamo e Sesto San Giovanni – che fanno capo all’azienda ospedaliera la cui sede centrale è in via Castelfidardo.
La concessione durerà cinque anni, e permetterà all’ospedale di incassare 363 euro l’anno per ogni affissione: in tutto quasi 80mila euro ogni dodici mesi, a cui aggiungere ogni anno il cinque per cento del fatturato ricavato dai contratti stipulati con gli inserzionisti.
Un modo per racimolare nuove risorse per le casse dell’ente ospedaliero, in tempi di spending review e tagli alla spesa, “e di sfruttare delle risorse che finora non erano state utilizzate – spiega il direttore generale, il leghista Alessandro Visconti – Il ricavato sarà destinato al miglioramento dei servizi offerti dall’amministrazione sanitaria ai pazienti”.
La convenzione è stata firmata dopo un bando pubblico che ha messo a gara gli spazi degli Istituti clinici di perfezionamento insieme con quelli dell’ospedale Guido Salvini di Garbagnate: “Una procedura aggregata, per risparmiare sui costi di gara” spiega Visconti.
Ad aggiudicarsi il contratto, al termine del bando pubblico, è stata la Meneghini & Associati, concessionaria pubblicitaria con sede a Vicenza e che ha già all’attivo convenzioni simili, che rientrano nel progetto ‘Partner Sanità ‘, con ospedali, poliambulatori e centri specialistici distribuiti tra Lombardia (ad esempio all’Azienda ospedaliera di Como), Liguria, Veneto ed Emilia Romagna.
L’agenzia si occuperà di vendere gli spazi pubblicitari interni alla struttura ospedaliera ai vari clienti. Facendo però una ‘scrematura’ a priori, per evitare che sponsor poco adatti a un luogo di cura possano essere pubblicizzati all’interno dell’ospedale: così, per esempio, saranno banditi gli spot di agenzie di pompe funebri, di case farmaceutiche, di sexy shop o di prodotti vietati ai minori.
Gli spot saranno allestiti in pannelli e totem in cui saranno pubblicizzati sia prodotti sanitari e di servizio alla persona (come le residenze sanitarie per anziani), ma anche abbigliamento e giocattoli per bambini, ottici, centri termali.
Tutti i prodotti, prima di poter essere pubblicizzati all’interno dell’ospedale, dovranno comunque passare al vaglio di una “commissione etica” costituita all’interno della direzione sanitaria degli Icp, che darà il via libera definitivo allo sponsor.
Alessandra Corica
(da “La Repubblica“)
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Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile
MENTRE IL PAPA SCEGLIE UN BILOCALE, BERTONE HA UN ATTICO DA 600 MQ CON 100 DI TERRAZZO E I CARDINALI SI CONCEDONO DAI 200 AI 250 MQ… LA CHIESA HA IMMOBILI PER 2 MILA MILIARDI
Papa Francesco non ha saputo solo due giorni fa che l’ex Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, aveva deciso di vivere in un mega attico con tanto di terrazzo.
Il Papa sa che Bertone non si è accontentato dell’appartamento ordinario dal 20 dicembre scorso, quando il Fatto (a firma Marco Lillo) ha pubblicato la notizia.
Ora Repubblica racconta la reazione di Bergoglio, arrabbiato per la scelta dell’ex sottosegretario di Stato di unire due appartamenti in uno: quello a lui assegnato, dove prima viveva l’ex capo della gendarmeria vaticana, Camillo Cibin, morto nel 2009; e quello di monsignor Bruno Bertaglia, vicepresidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, deceduto nel 2013.
Totale del super attico: circa 600 metri quadri (riporta Repubblica) con 100 metri quadri di terrazzo.
L’appartamento dove Bertone trascorrerà la sua pensione si trova nel Palazzo San Carlo, a pochi passi dalla Domus Sanctae Marthae, dove invece risiede Papa Francesco, che ha scelto un bilocale, di 70 metri quadri.
Qui vive anche il Segretario di stato, Pietro Parolin, che si è accontentato di un semplice monolocale.
E nello stesso edificio vivono (sempre in due monocamere) anche i due segretari di Bergoglio, monsignor Alfred Xuereb e monsignor Fabian Pedacchio Leaniz.
Ma non tutti, tra cardinali e alti prelati, hanno fatto la stessa scelta del Papa e dei suoi fidatissimi. Molti vivono in appartamenti molto più grandi di quello di Bergoglio.
Tra gli immobili in ristrutturazione, ad esempio, c’è quello del capo della Gendarmeria, Domenico Giani, intercettato dalla Procura di Roma mentre scriveva su carta intestata agli organi italiani di Polizia per aiutare monsignor Nunzio Scarano (ora sotto processo per aver fatto rientrare illegalmente in Italia 20 milioni di euro) a recuperare 400 mila euro dati all’agente dei servizi segreti Giovanni Zito.
Giani in un primo momento era andato ad abitare in una casa sull’Aurelia, in territorio italiano. Sistemazione temporanea. Infatti stavano ultimando i lavori di ristrutturazione del suo appartamento con affaccio su via di Porta Angelica.
Sopra il terzo piano è comparso all’improvviso un piano nuovo con tre finestre e due ampie vetrate, a cui si aggiungono due bagni con una vasca idromassaggio e una terrazza.
Ma passeggiando all’interno delle mura vaticane , ci sono tanti sontuosi palazzi, con all’interno appartamenti che vanno dai 200 ai 250 metri quadri.
Molti di questi, sono abitati da cardinali, che non li usano del tutto, lasciando molte stanze completamente chiuse.
A Palazzo Sant’Uffizio, accanto a piazza San Pietro, ad esempio, alloggia insieme a due suore, il cardinale Velasio De Paolis, presidente della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede. Il cardinale Giuseppe Bertello, presidente del governatorato dello Stato della Città del Vaticano, vive all’ultimo piano del palazzo del Governatorato.
Anche in questo caso viene utilizzata solo una parte della casa.
Il cardinal Angelo Sodano, invece, vive in un piano della palazzina che ospita il Collegio Etiopico, dietro San Pietro, dopo aver dovuto abbandonare il più sontuoso appartamento nella Prima Loggia del Palazzo Apostolico.
E questi sono solo alcuni esempi. Appena fuori le mura vaticane — sempre in grandi appartamenti di proprietà della Santa Sede — vivono altri alti prelati.
Nello stesso palazzo, nella piazza della città leonina, ci vivono ad esempio il cardinale Walter Kasper, teologo tedesco e il vescovo bavarese Gerhard Ludwig Mà¼ller, che ha avuto il privilegio di abitare nello stesso appartamento che prima era di Ratzinger, e dove si trova ancora parte della sua biblioteca.
Questi citati sono solo alcuni degli immobili di proprietà del Vaticano.
Non esiste una stima pubblica del valore immobiliare di tutti questi palazzi.
Negli anni scorsi, secondo alcune notizie di stampa, il patrimonio immobiliare disseminato nel mondo di proprietà del Vaticano ammontava a circa 2 mila miliardi di euro.
Circa la metà si trova in Italia e si tratta del 20% del patrimonio nazionale.
Con un patrimonio di questa entità , da anni si discute della possibilità di far pagare l’Imu anche alla Chiesa.
Mario Monti, per evitare la multa europea, nel 2012 stabilì che gli enti ecclesiastici dovevano pagare per la parte commerciale dei loro immobili.
Il regolamento normativo però non è stato emanato prima dei termini delle dichiarazioni. La partita quindi si gioca quest’anno.
Valeria Pacelli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile
GIÙ AL NORD: “ALLA FINE PER AVERE UN TETTO SOPRA LA TESTA ABBIAMO DOVUTO OCCUPARE QUI IN PERIFERIA, AL NIGUARDA”
Non è difficile trovare una famiglia a zero reddito a Milano, neppure a Pasquetta, quando la
metropoli si svuota, i parenti si spostano, i figli partono.
Loro restano tutti qui, genitori e figli.
Valentina e Giuseppe Lomoro, tre bambini di 12, 10 e 7 anni, non sono riusciti neanche stavolta a lasciare il dedalo delle case popolari di via Asturie, dove vivono da dieci anni come abusivi “paganti”.
“Siamo stati invitati dallo zio a Pavia, ma il treno ci sarebbe costato 50 euro. Non li abbiamo. La macchina? Un lusso che impari a sacrificare, noi l’abbiamo fatto da un pezzo”.
Zero vuol dire proprio zero, non 500 o 700 euro. Zero.
Pino, 49 anni, ha perso il lavoro due anni fa, Valentina, 38 anni, assiste ogni 15 giorni un anziano del quartiere Niguarda, periferia nord della città .
In una giornata piovosa e fredda aprono la porta di casa per spiegare come si sopravvive senza uno stipendio .
Il forno è spalancato e acceso perchè dal 15 aprile il gestore ha staccato il riscaldamento.
È la loro stufa, perchè di comprarne una vera, a corrente, non è aria.
Loro sono la famiglia-tipo fotografata dall’indagine Istat quando riferisce di 343 mila nuclei familiari al Nord che campano senza reddito, in aumento da due anni a questa parte.
E sono, loro malgrado, maestri di sopravvivenza. “La spesa per noi coincide con la pensione della nonna. Appena la ritira si trasforma in un carrello. Poi c’è il discount, ma anche le catene tradizionali perchè le offerte bisogna inseguirle tutte, mai rifornirsi in un posto solo”.
Oltre ai viaggi i Lo-moro rinunciano a molte cose, oppure si ingegnano.
Perchè la condizione d’indigenza non deve precludere nulla ai figli. Questo il mantra che Valentina e Giuseppe si ripetono ogni sera. Così si usa la rete sociale che c’è a Milano, residuo di quel welfare ambrosiano che ha sostenuto la città per mezzo secolo e oggi è in crisi anch’esso.
“Per la spesa, non mi vergogno a dirlo, c’è anche la Parrocchia di San Giovanni, a due passi. Ogni 15 giorni riforniscono le famiglie in difficoltà di generi di prima necessità , latte, uova, pane etc. Serve tutto il quartiere e a volte c’è la fila e non c’è pasta per tutti”.
Per l’estate dei bimbi c’è la casa vacanze del Comune a Pietra Ligure “l’unico treno che prendiamo e l’unica uscita da Milano che ci concediamo”.
E la casa? Quando entrambi hanno perso il lavoro si sono ritrovati senza i soldi per l’affitto e l’hanno fatto: “Abbiamo occupato, non lo avremmo mai detto. Abbiamo fatto richiesta di un alloggio, da dieci anni lo aspettiamo ma uno dei bambini si è ammalato e dargli un tetto, purchè fosse, era nostro dovere”.
A Milano sono oltre 20 mila le famiglie in graduatoria. Per questo vige una pace non scritta tra enti e abusivi.
Se pagano un canone, benchè occupanti senza titolo, lo sfratto è rimandato. A maggior ragione se con minori. “Ma è salito da 200 a 538 euro al mese. Se li ho io ci faccio mangiare i figli”, sbotta Giuseppe.
E gli 80 euro di Renzi? “Un insulto. Dare soldi a chi è ricco è una cosa di destra. Perchè uno che guadagna mille euro al mese per me, per noi, oggi è ricco. Dovrebbe creare lavoro, non elargire mance a chi lo ha”.
La famiglia tipo non rinuncia a tutto. “Qualche volta andiamo al cinema”, quasi confessa Valentina. “Ma a modo nostro. In 5 ci costa 42 euro”.
Così la mamma tipo accumula i bollini del super che con 250 punti regala due biglietti.
Popcorn e bevande se li porta da casa. “Comprarli lì costa 5 euro a confezione. Io li prendo surgelati, li faccio e li metto in borsa insieme alle lattine di Coca da 1,74 che costerrebbe tre euro. Tutto in borsa. È il nostro piccolo segreto”.
Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile
OLTRE UN MLIONE DI FAMIGLIE SENZA REDDITO
Campano con qualche aiuto delle famiglie di origine e lavoretti in nero.
Ma il dramma è che la crisi economica ha aperto ferite profonde nel corpo sociale. Ferite enormi, che non si sanano sperando nel lento incremento di qualche frazione di Pil.
Qui ci sono milioni di persone (si badi: milioni) che annaspano mese per mese per restare a galla.
Quattro milioni si mettono in fila per pasti caritativi. È una tragedia in Italia, non in un paese desolato del Terzo mondo.
Domani la notizia sarà archiviata, ma è urgente fermarsi a riflettere. Lo stato di indigenza e di “fame”, che si annida ormai corposamente nelle pieghe di tante società avanzate, non si cura lasciando a se stesso il meccanismo economico secondo la ricetta neoliberista in auge da trent’anni.
Ricetta che considera ininfluente l’esistenza di consistenti sacche di povertà .
Ottanta euro di aumento agli stipendi bassi, tagliare sprechi, limitare i superstipendi dei manager statali sono passi.
Però qui serve qualcos’altro.
Un rimodellamento del sistema economico-finanziario (come avvenne nel secolo scorso negli Usa con il New Deal di Roosevelt e la creazione del Welfare in Europa) mettendo al centro la non-accettazione della povertà strutturale.
Papa Francesco lo sottolinea spesso, mettendo in guardia dal rischio di esplosioni di violenza. Non può rimanere un’esortazione.
Economisti e politici devono tornare a pensare a un nuovo modello di sviluppo. Perchè così non va. Guai a ignorare la rabbia dei poveri.
Marco Politi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile
IL 28 APRILE ESORDIO CON GLI ANZIANI E SILVIO PREPARA UN RAID IN TV
È preoccupato, Silvio Berlusconi. Dalla velocità di Matteo Renzi e da un partito che perde
pezzi.
Angustiato da sondaggi devastanti, eppure pronto a risalire la corrente. Nonostante tutto: «Lunedì prossimo – ha annunciato ai commensali di Arcore – dovrei iniziare i servizi sociali». Il 28 aprile, dunque, si cimenterà con ogni probabilità nell’attività di volontariato in un centro anziani di Cesano Boscone, a due passi da Milano. Entro giovedì, invece, sottoscriverà all’Uepe il vademecum dei giudici per l’affidamento.
Il sorriso va e viene, nel rifugio del Capo. Ma Pasquetta va onorata al meglio, senza perdere il sorriso: «Vado ai servizi sociali, a fare amicizia con i miei coetanei… », ha giocato in privato. Berlusconi, in realtà , vuole convincere gli elettori più anziani, mostrando un volto rassicurante. Per questo si lascia immortalare – senza trucco – in un selfie con la compagna Francesca Pascale e la fidata eurodeputata Licia Ronzulli, mentre è alle prese con un uovo di Pasqua gigante o stuficato alla scrivania un po’ di documenti.
Proprio sui social network Berlusconi ha bisogno di sfondare. Tutto può servire, anche i tweet della fidanzata in prima linea per sponsorizzare il club Forza Dudù.
Ma la campagna elettorale incombe e le previsioni, almeno per ora, sono cupe come i sondaggi. «Solo io posso recuperare terreno», ripete l’ex premier.
Per correre ai ripari, il leader ha convocato ieri in Brianza Giovanni Toti e Antonio Palmieri, Deborah Bergamini e il fidato uomo immagine Roberto Gasparotti.
Ne è uscito un progetto di occupazione dei media, piani parlamento, fin nei minimi dettagli nell’insolita Pasquetta di lavoro
Il primo si terrà a Porta a Porta, nel salotto televisivo di Bruno Vespa.
Nel mirino del Cavaliere, infatti, c’è proprio la puntata di giovedì prossimo, anche se l’appuntamento manca ancora della conferma definitiva. Ma non basta.
L’idea è quella di non risparmiarsi, soprattutto sul piccolo schermo, e infatti i telegiornali d’area sono già mobilitati. In cantiere, poi, ci sono anche video messaggi da distribuire all’occorrenza e una serie di comizi in giro per l’Italia
Questa campagna per l’Eurodia però, presenta un problema in più: Matteo Renzi.
Facendo il punto con i consiglieri per la comunicazione, Berlusconi non ha nascosto le difficoltà di tenere testa al premier: «È un ottimo presentatore, non dobbiamo inseguirlo».
E però il rischio che Forza Italia finisca terza, sorpassata anche da Grillo e schiacciata nella tenaglia Pd-M5S, incombe.
Non a caso, il Cavaliere cercherà di rilanciare: «Renzi regala ottanta euro – ha ragionato ieri durante il summit di Arcore – ma ha lasciato fuori pensionati, partite iva, commercianti e artigiani. Sono loro che dobbiamo convincere».
Fosse facile. Il leader azzurro resta un condannato affidato ai servizi sociali, alla testa di una galassia politica sempre più caotica. Eppure Berlusconi non ha alternative, deve lottare. Picchierà duro su Angelino Alfano, poi punterà tutte le fiches sul rush finale: «Si decide tutto nelle ultime tre settimane».
La rincorsa partirà con una kermesse, in agenda per sabato 3 maggio. Doveva tenersi a Milano, ma ora si valuta di organizzarla a Roma, lasciando al capoluogo lombardo l’onore della chiusura della campagna elettorale più difficile.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile
NON C’E’ MAI STATO UN “SEGRETO DI STATO”, MA PIUTTOSTO ATTI CHE NON SONO STATI RESI PUBBLICI… E A QUELLI DELEGATI ALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA NON SI PUO’ ACCEDERE
Il presidente del Consiglio ha dato l’annuncio: desecretare gli atti relativi alle stragi e trasferirli all’Archivio di Stato.
Da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, dalla Stazione di Bologna a Ustica fino alle bombe di mafia del 1993.
Tutto, dice Matteo Renzi intervistato domenica da Repubblica , sarà accessibile: annotazioni, informative, veline. Ma la decisione presa venerdì scorso in una riunione al Comitato per la sicurezza nazionale (Cisr), non ha ancora una pianificazione concreta. Esattamente quella che chiedono le associazioni delle vittime di queste stragi.
Qui non si tratta di segreto di Stato, che per queste vicende non è mai stato messo, si tratta, invece, di tutti quei documenti riservati chiusi negli archivi militari e in quelli dei Servizi segreti. Per Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione delle vittime di Ustica, la parola chiave è una sola: “Aprire tutti gli archivi, di tutti gli apparati dello Stato, senza esclusione, per confrontare quello che ci è stato riferito in aula con quello che fu realmente redatto, solo così avremo finalmente la verità ”.
Un’operazione trasparenza che trova d’accordo anche Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione delle vittime per la strage di Bologna del 2 agosto 1980: “Una buona percentuale degli apparati dell’epoca che depistarono e occultarono, sono ancora in pista”. Certo Andreotti non c’è più, ma l’idea che Renzi su questa strada potrà trovare molta resistenza è ben chiara a Bolognesi: “Staremo a vedere, ma per avere normali livelli di trasparenza, bisogna disporre degli archivi militari, del ministero degli Esteri e di quello dei carabinieri”. Anche perchè, in certi casi, come avvenuto per l’inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia (28 maggio 1974), alcune informative rilevanti non sono mai arrivate sul tavolo della magistratura. Spiega Manlio Milani presidente dell’Associazione delle vittime della strage di Brescia: “È capitato con una velina redatta dal generale Gianadelio Maletti inviata alla magistratura e mai arrivata, per essere poi ritrovata nel 1996 in un magazzino abbandonato lungo la via Appia Antica a Roma”.
Perchè la domanda è: quanti documenti riservati non sono mai arrivati all’autorità giudiziaria? “Anche per questo — ragiona Milani — nel momento in cui gli archivi saranno aperti, la gestione deve essere separata da chi li ha prodotti”.
Un punto sul quale è d’accordo anche Bolognesi. “Chi controllerà questi atti non dovrà certo rendere conto al generale di turno”.
Ben si capisce che in questa partita storica il segreto di Stato c’entra poco.
Spiega Felice Casson, segretario dell’organo di controllo dell’intelligence (Copasir): “Non c’è nessun segreto di Stato sulle stragi. Ma ci sono ancora una serie di atti che possono riguardare polizia o carabinieri che, se resi pubblici, possono contribuire a fare luce sui fatti”.
Staremo a vedere, anche se un investigatore che si occupò delle bombe di Cosa Nostra resta scettico sulla possibilità di accedere a tutti gli atti: “Molti — ci dice — sono stati delegati dall’autorità giudiziaria, i servizi segreti non c’entrano, e su questi, che sono i più rilevanti, non c’è possibilità di accesso”.
Davide Milosa
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Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile
SULLA LOTTA ALL’EVASIONE BOCCIATURA TOTALE DI RENZI
Ha fatto il giro del web la foto dell’immigrato arrestato a Roma in piazza del Pantheon e
trascinato in manette come un boss mafioso sotto gli occhi esterrefatti della gente impegnata nello shopping pasquale.
Non aveva ucciso nè picchiato nè stuprato nè scippato nessuno: vendeva borse taroccate. Naturalmente nessun garantista un tanto al chilo ha protestato contro la “gogna mediatica” e le “manette facili”, come avrebbe fatto se fosse toccato a qualche frequentatore di un palazzo lì vicino: Montecitorio.
Intendiamoci: nessuno giustifica i contraffattori e i loro complici, che vanno perseguiti con severità , visto che sottraggono risorse non solo alle griffe della moda, ma anche al fisco e dunque alla collettività .
Ciò che stona non è l’arresto del venditore abusivo: è il mancato arresto di chi fa le stesse cose, frodando il fisco con i più svariati raggiri, ma resta a piede libero.
C’è qualcosa di mostruosamente sbagliato in un paese che porta via in catene l’immigrato delle borse farlocche e intanto manda un frodatore incallito, condannato per 7,3 milioni evasi e miracolato dalla prescrizione per altri 300, a fare il volontario in un ospizio per 4 ore alla settimana per 10 mesi fra una campagna elettorale, un Italicum e una riforma costituzionale. Abbiamo dato volentieri atto a Matteo Renzi delle cose buone annunciate nel Def: gli 80 euro in più nelle buste paga più sottili, anche se escludono incapienti e pensionati, sono meglio di un calcio nel sedere; il tetto ai compensi dei manager pubblici e anche dei magistrati è sacrosanto; l’aumento delle tasse alle banche sul regalo miliardario delle quote Bankitalia è un’inversione di rotta dopo anni di bancocrazia (anche se era meglio evitare tout court quel pacco dono).
Ma sulla lotta all’evasione la bocciatura è totale.
L’altro giorno, intervistato da Repubblica , il premier ha dichiarato che l’evasione “non si combatte con nuove norme”, bensì con “la volontà politica di incrociare i dati” e “perseguire i colpevoli” con l’“uso massiccio della tecnologia”. La solita supercazzola.
Per punire i colpevoli, occorrono pene severe e figure di reato efficaci che oggi non ci sono. Infatti il neocommissario anti-corruzione Raffaele Cantone le chiede eccome: prescrizione, falso in bilancio, autoriciclaggio e veri poteri alla sua Authority, oggi ridotta a ente inutile perchè non può sanzionare le amministrazioni che non rispettano le regole.
Si spera che Renzi sia così evasivo perchè non conosce la materia e non perchè teme di perdere voti alle prossime elezioni europee (i 10-11 milioni di evasori votano e fanno votare).
Nel primo caso, può rimediare informandosi con qualcuno che ci capisca.
Nel secondo, è in malafede e non c’è niente da fare. Come ricorda il pm milanese Francesco Greco, “il sommerso del Pil ammonta a 420 miliardi con mancate entrate fiscali per 180 all’anno”.
Cifre spaventose che imporrebbero — dice Greco — “una spending review che riduca i costi della criminalità economica, anche con tagli lineari”.
Ma nessuna delle slide delle televendite renziane dice niente sulla prima emergenza nazionale: basterebbe grattarne il 10% per far recuperare decine di miliardi, anzichè elemosinare le briciole con le spending à la Cottarelli, le pochade delle auto blu su eBay e le false riforme del Senato e delle Province.
Per farlo, occorrono proprio le “nuove norme” che Renzi non vuole.
La prima è sull’autoriciclaggio, per punire finalmente chi reinveste in proprio il bottino dei suoi delitti e per garantire che il prossimo decreto sul rientro dei capitali dall’estero non diventi l’ennesimo scudo-condono.
La seconda è sulla prescrizione, che garantisce l’impunità a qualunque colletto bianco che derubi la collettività .
Ma, per approvarle, ci vuole una maggioranza diversa da quelle del governo (avete presente l’Ncd?) e delle riforme istituzionali (col partito dell’evasore e dell’evaso).
I 5Stelle, anch’essi finora piuttosto evasivi, si facciano avanti e sfidino Renzi a presentarle, garantendo i loro voti.
Tutto il resto è frottola.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 21st, 2014 Riccardo Fucile
“IN REALTA’ E’ UN TRASFORMISTA IMPENITENTE, CAPACE DI SFRUTTARE IL TUTTO E IL CONTRARIO DI TUTTO”
Grillo è populista? La domanda non è oziosa.
Non nel momento in cui in Europa partiti e movimenti che si definiscono tali costituiscono la vera novità dello scenario politico.
Per la loro crescita di consenso, più che per la loro effettiva comparsa nei sistemi istituzional-parlamentari dei singoli stati membri dell’unione.
Non lo è ancor di più per la disponibilità del leader del Movimento 5 stelle a definirsi tale.
“Il M5S non è di destra, nè di sinistra, è dalla parte dei cittadini. Fieramente populista”, scriveva l’ex comico lo scorso dicembre, lanciando un apposito hashtag su Twitter.
Non lo è per il frequente accostamento tra i movimenti populisti europei (primo fra tutti il Front National francese) e la creatura gestita dalla Casaleggio associati.
Domandarsi se Grillo sia populista è cosa quasi dovuta in vista del rinnovo del Parlamento europeo, la cui futura composizione potrebbe prevedere per la prima volta un gruppo che raccoglierà le formazioni che si professano tali e che si presenteranno alle elezioni.
“I neo-populisti sono antieuropeisti ma rifiutano Grillo e la destra reazionaria dell’est Europa”, spiegano Guido Bolaffi e Giuseppe Terranova, autori di un ebook che fa anche da bussola per chi vuole orientarsi meglio nel magma del populismo europeo in vista del voto del prossimo 25 maggio.
Il libro, ovviamente, punta il focus sull’astro nascente di questo complicato universo: “Marine Le Pen & co. Populismi e neopopulismi in Europa”.
Le conclusioni dei due studiosi della materia – Bolaffi è tra i massimi esperti europei in tema di immigrazione, Terranova è docente di sviluppo sostenibile e flussi migratori alla Luiss, rispettivamente direttore e condirettore della rivista di approfondimento West – sono che l’ex comico e il M5s non possono essere inseriti nella categoria del neo-populismo.
Il loro giudizio è netto: “Grillo più che un neo-populista è fondamentalmente un trasformista impenitente e di lunga lena. Con una bassa, bassissima attitudine per le idee ma una formidabile capacità nello sfruttare, all’occasione, tutto e il contrario di tutto”.
Andando più in profondità , si potrebbe osservare come il leader stellato possa essere inquadrato come populista per lo meno nelle modalità in cui affronta i problemi e rispetto al tipo di pubblico al quale si rivolge.
Mentre sfugge da tale definizione per la mancanza di un filo conduttore stabile nella definizione programmatica delle proprie issues politiche.
Scrivono Bolaffi e Terranova che i neo-populisti “non sono anti democratici ma anti istituzionali, perchè nemici di qualsiasi forma di mediazione frapposta tra il popolo e l’esercizio effettivo e diretto del potere. Criticano la democrazia rappresentativa in nome e per conto di quella diretta. Le loro posizioni non sono anti sistema ma di protesta, anche estrema, contro il funzionamento difettoso dei meccanismi della democrazia rappresentativa”.
Una visione dei meccanismi che regolano la vita pubblica facilmente riscontrabile nel Movimento 5 stelle. Il cui approccio al sistema delle regole può essere certamente definito populista.
Anche nella scelta della platea elettorale di riferimento i punti di contatto sono più d’uno.
Tre sono le minacce dalle quali i neo-populisti vogliono “difendere il popolo: crisi economica, immigrazione ed eurocrazia”.
Temi che, nella loro declinazione pratica, costituiscono la reale linea di frattura tra il M5s e gli altri movimenti europei.
Ma che nelle motivazioni del loro utilizzo, fotografano ancora solidi punti di contatto. L’intento, scrivono i due autori, “è quello di elevare il tasso del consenso e del livello di credibilità politica in aree sociali e settori della popolazione sinora molto diffidenti nei loro confronti […] Affiancando il nucleo duro della classe operaia in rotta con la sinistra e gli spaesati poveri delle periferie metropolitane con le leve, ben più numerose e politicamente decisive, dei ‘perdenti del nuovo tipo’. Ceti medi e giovani web 2.0 in prima fila”.
Sovrapponibile anche la concezione della leadership così come intesa sia dal neo-populismo sia dalle truppe grilline.
“Il populista è un imprenditore politico che cerca, al pari dei suoi concorrenti, di massimizzare a suo vantaggio il profitto elettorale e mediatico”. Fin qui nulla di nuovo.
Bolaffi e Terranova approfondiscono però in modo estremamente interessante la forma attraverso cui ciò si declina: “Una volta individuato un nemico nelle istituzioni statali, nelle classi dirigenti o, come nel caso di oggi, nelle forze ‘espropriatrici’ della globalizzazione e della burocrazia di Bruxelles, li attacca per nome e per conto del popolo. Che ne è la vittima innocente. Il populista contrappone un popolo virtuoso e omogeneo contro una serie di elites e pericolosi ‘altri’ che sono descritti come uniti nel privare (o cercare di privare) il popolo sovrano dei suoi diritti, valori, identità e voce”.
Una descrizione perfetta delle tecniche comunicative di Grillo e di Casaleggio. I quali, al pari dei (quasi) omologhi movimenti europei, giocano sul filo dell’ambivalenza, potendo essere tanto “conservatori e reazionari”, quanto “espressioni di istanze democratiche dirette e partecipative”.
I neo-populisti si richiamano alla Gemeinshaft così come definita nel 1969 da Isaiah Berlin. Un’idea di comunità che è “apolitica, in quanto radicata per lo più nella sfera sociale”, “ha un afflato rigeneratore, poichè intende ridare al popolo la centralità sottrattagli”, e “vuole impiantare i valori di un mondo idealizzato del passato in quello attuale”.
Un concetto spesso ripreso da Grillo. Che ad Ancona, lo scorso 15 maggio, spiegava da un palco: “A noi ci considerano il movimento che crea la violenza, ma siamo esattamente il contrario, vorrei che ci abbracciassimo un po’ tutti. La rabbia la convogliamo in un Movimento di affetto, siamo una comunità di persone che si abbracciano”.
Considerati tutti i punti di contatto riguardanti la concezione di se stessi, la visione del sistema istituzionale e politico, il bacino di consenso a cui attingere, perchè le formazioni neo-populiste europee, pur guardando con interesse a Grillo, rifiutano di essere accostati al Movimento 5 stelle (e viceversa?).
Secondo Bolaffi e Terranova l’incomunicabilità è dovuta alle profonde divergenze nello sviluppo della propria piattaforma politica.
Neopopulisti, euroscettici e partiti di destra radicale (44 parlamentari europei uscenti), pur guardandosi ancora con una certa diffidenza, stanno pensando di saldarsi in un unico gruppo parlamentare, come ribadisce la stessa Le Pen in un’intervista inedita pubblicata nel libro: “Con Geert Wilders non abbiamo firmato nessun accordo […] Il nostro è stato un incontro ufficiale per annunciare agli elettori europei che una collaborazione tra partiti sovrani è possibile per sconfiggere il mostro burocratico e federale europeo. […] I nostri incontri riguardano la possibilità di formare, dopo le elezioni, un gruppo parlamentare nel Parlamento europeo”.
Un’intesa che nasce da tre grandi linee direttrici che accomuna la galassia di partiti à la Le Pen: un anticonformismo libertario in tema di diritti civili declinato in chiave nazionalistica e a scapito degli stranieri; una lotta all’immigrazione intesa non come crociata contro la diversità tout-cout (come in passato) bensì quale conseguenza dei danni economico-sociali e politico culturali di cui è latrice; l’abbandono delle battaglie antipolitiche e il tentativo di portare avanti istanze comuni in forme federate e coordinate.
Tre elementi rispetto ai quali il Movimento 5 stelle è ondivago, se non proprio refrattario.
Al punto che è stato lo stesso Front National a sottolinearlo, guardando ad altri interlocutori nel Belpaese:
“I 5 stelle – diceva lo scorso 13 febbraio Ludovic De Danne, consigliere di Marine Le Pen intervistato su West – oltre a dire ‘no euro’ non hanno un progetto preciso e coerente. E nel loro blog hanno pubblicato solo ridicoli, diffamatori articoli contro il Front National e la nostra leader. Meglio la Lega Nord che Beppe Grillo”.
È l’assenza di un programma preciso, di linee guida stabili, che da un lato porta i movimenti neo-populisti a diffidare del M5s e dall’altro fa ribadire a Grillo, rimasto ancorato alle ragioni dell’antipolitica e guidato dagli istinti del momento, di non avere nulla a che fare con le destre europee.
Il libro, tra le altre cose, raccoglie le dichiarazioni rese nel corso del tempo dal leader stellato su tre temi tipici del populismo continentale: l’uscita dall’euro, l’immigrazione, i diritti degli omosessuali.
Le contraddizioni sono evidenti. Sulla moneta unica Grillo ha detto che “uscire dall’euro non è un tabù, si può fare, non è mai troppo tardi per tornare indietro da una strada lastricata per l’inferno” (20 aprile 2012), per poi virare su un referendum rispetto al quale non si vuole pronunciare: “Non rispondo cosa farei perchè non spetta a nessun leader decidere cosa fare, nè tantomeno influenzare le opinioni altrui” (8 agosto 2013).
Stesso discorso sulla questione degli immigrati, che ha generato un clamoroso cortocircuito tra l’ex comico e due senatori M5s.
“È gente che va via per non morire – spiegava nel gennaio del 2012 – Bisogna inserirli pian piano a far le cose, perchè è gente straordinaria. È un processo di cui non si può fare a meno: arrivano a riprendersi un po’ di quello che gli abbiamo tolto”.
Il 10 ottobre 2013 il registro era già cambiato: “Lampedusa è al collasso e l’Italia non sta tanto bene. Quanti clandestini siamo in grado di accogliere se un italiano su otto non ha i soldi per mangiare?”.
Sulle unioni omosessuali invece si è passati dal “Ti saluto culattone” rivolto nel maggio 2011 a Nichi Vendola, al “Se sono d’accordo? Forse”, reso a un giornalista nel giugno 2012.
Per arrivare allo scorso gennaio, quando l’ex comico spiegava: “La mia opinione personale l’ho data: se vogliono sposarsi si sposino pure, ma deciderà la gente con un referendum”.
I neo-populisti d’Europa lo hanno già deciso.
E su questa, e su altre battaglie comuni, proveranno a sparigliare a Strasburgo.
Senza Grillo, per ora.
Pietro Salvatori
(da ““Huffingtonpost“)
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