Aprile 17th, 2014 Riccardo Fucile
FREQUENTARE STUDI TELEVISIVI CON POLITICI E GIORNALISTI CONDANNATI POTREBBE SPEDIRE AI DOMICILIARI L’EX PREMIER
Quando il Tribunale di Milano ha deciso di concedere a Silvio Berlusconi la pena alternativa, cioè l’affidamento ai servizi sociali, lo ha automaticamente inserito in un percorso da soggetto redimendo.
Un viaggio rieducativo che prevede condizioni accessorie piuttosto interessanti se a muoversi è un imprenditore multi-milionario nonchè politico con tanto di nome piazzato nel simbolo di partito in disperata rincorsa alle prossime elezioni europee.
Per esempio, il condannato non costretto a vivere chiuso in casa ma libero di andarsene dove ha i propri interessi — secondo quanto concesso dalle autorità — deve mantenere un comportamento specchiato, e abbandonare le cattive abitudini del passato.
In concreto: non può assolutamente frequentare persone condannate per reati penali in via definitiva, altrimenti il tribunale di sorveglianza interviene e revoca subito la misura leggera per passare a quella più pesante, ovvero gli arresti domiciliari.
Il problema è dunque che alla blanda costrizione materiale del leader (mezza giornata con gli anziani a settimana, e poi tre giorni a Roma per seguire gli affari correnti) dovrebbe corrispondere un imperioso ritorno d’immagine fatto di ospitate, interviste, show.
A tirare la carretta di Forza Italia in Europa deve pensarci ancora una volta il Cavaliere in carne e ossa, ma ogni passo andrà studiato con cura per evitare qualsivoglia irritazione dei controllori milanesi: niente attacchi ai giudici, e frequentazioni esemplari.
Tg e talk-show non aspettano altro: quando potrà tornare in studio Silvio?
Come garantirgli una vera agibilità televisiva a consolidamento di quella politica?
Il primo limite sta negli orari, perchè Berlusconi deve rientrare a casa entro le 23. Certo tra registrazioni anticipate e collegamenti dal salotto di casa si può trovare la soluzione più adatta. Poi ci sarebbe la questione del pregiudicato che non può frequentarne altri, e lì l’affare si complica perchè diversi habituè televisivi hanno sulle spalle una condanna in Cassazione.
Per dire: un amarcord con Gianni De Michelis e Paolo Cirino Pomicino?
Azzardato dimostrare che il congresso funga da raduno criminale, eppure formalmente l’incontro è poco auspicabile. Le provocazioni di Vittorio Sgarbi o Umberto Bossi per scaldare il vecchio leone? L’amore di polemica dovrebbe sanare il vulnus tecnico-giuridico, eppure qualche pignolo potrebbe bussare agli uffici milanesi per far notare la scarsa correttezza della procedura.
Oltretutto, per la Rai valgono regole più severe.
Il Codice etico, le linee guida e tutto il corollario di norme che sovrintendono alla qualità del servizio pubblico impongono particolarissime cautele sulla presenza di soggetti dalla fedina penale sporca.
Nei meandri dei regolamenti c’è chi giura vigente una leggina per cui i pregiudicati non dovrebbero proprio mettere piede tra Saxa Rubra e dintorni.
Bruno Vespa non ci vuole neanche pensare: “Mi pare prematuro fare questi calcoli, o almeno io ancora non so che dire. Ignoro regole e dettagli, vedremo più avanti”.
Il dettaglio anche i giornalisti sono spesso colpiti da sentenze definitive.
Per questo a Berlusconi è teoricamente vietato il colloquio con i suoi direttori presenti e passati: Alessandro Sallusti (Il Giornale), Giorgio Mulè (Panorama) e Maurizio Belpietro (ex di entrambe le testate). Per dirla tutta, lo stesso Vespa ha una condanna per diffamazione vergata dalla Cassazione.
E far arrabbiare i magistrati prendendo alla leggera i vincoli di legge sarebbe una mossa azzardata: specie da ieri, quando la Corte di Strasburgo ha rigettato la richiesta di sospensione della pena da qui al 25 maggio.
Le Europee, Silvio, dovrà farle in tivù.
Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 17th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DELL’AMBIENTE E’ ACCUSATO DI FINANZIAMENTO ILLECITO
Scambi di favori con imprenditori. Questa in sostanza l’accusa con cui l’ex ministro
dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio andrà a processo a Roma.
Il rinvio a giudizio è stato deciso dal gup di Roma Giulia Proto con l’accusa di finanziamento illecito dei partiti. Il processo è stato fissato per il 29 settembre prossimo.
Con l’ex ministro sarà giudicato il fratello Marco, già senatore e anche lui esponente dei Verdi.
A processo anche imprenditori e uomini di affari che, secondo l’accusa, avrebbero messo a disposizione dei politici passaggi in elicottero, vacanze e l’acquisto di un terreno nella zona del lago di Bolsena per la costruzione di un agriturismo mai realizzato.
Per tutti cade invece, perchè il fatto non sussiste, l’accusa in relazione al pagamento delle utenze telefoniche riconducibili all’ex esponente dei Verdi e al suo staff.
Oltre a Pecoraro Scanio e il fratello, a processo anche gli imprenditori Mattia Fella, all’epoca dei fatti consigliere delegato della società di viaggi ‘Visetur’, Gualtiero Masini, Francesco Ferrara, e l’ex autista del ministro Cosimo Ventruti, il perito tecnico Gianfranco Chiavani e Vincenzo Napoli.
L’indagine su fatti che risalgono a sei anni fa era stata spostata dalla Procura di Potenza a quella di Roma nel corso del 2008.
L’allora pm di Potenza Henry John Woodcock aveva indagato su presunti “favori” ottenuti da imprenditori in cambio di appalti.
I “favori” cui fa riferimento la procura sarebbero il pagamento il pagamento di fatture per trasferimenti in elicottero, di vacanze private in Italia e all’estero e l’acquisto di un terreno destinato ad essere utilizzato per l’edificazione di un agriturismo biologico mai realizzato.
Assolti invece “perchè il fatto non sussiste” Carlo Pangia, della società ‘Undicidue’, e Marco Gisotti, della ‘Modus Comunicazione’, accusati di avere fornito diverse utenze cellulari.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 17th, 2014 Riccardo Fucile
BOTTE DI FERRO…LA PROTEZIONE DELL’EX PRIMO MINISTRO HARIRI
Solo dopo quattro giorni di detenzione nella foresteria della Caserma di Polizia di Beirut, Marcello Dell’Utri per “ragioni umanitarie” è stato trasferito nell’ospedale privato convenzionato con lo Stato Al Hayat che in libanese vuol dire vita.
Sulla base del referto del cardiologo il procuratore generale ha decretato incompatibili con la detenzione le sue condizioni di salute che necessitano di monitoraggio continuo.
Nell’ospedale, dove Dell’Utri è piantonato, lo ha incontrato il collega Francesco Viviano (Repubblica ) che quando ha tentato di fotografarlo è stato fermato dalla polizia (insieme a Giuseppe Guastella del Corriere ).
“Era molto affaticato — ha raccontato Francesco Viviano — indossava una tuta marrone, aveva la barba lunga e le manette ai polsi”.
Quali sviluppi potrebbe avere la vicenda? Per capirlo è bene sapere chi è e quanto conta l’uomo che secondo il gemello dell’ex senatore gli avrebbe garantito protezione.
Il suo nome è Saad Hariri, figlio dell’ex Primo ministro libanese Rafiq assassinato, leader di “Movimento Futuro”, anche lui è stato premier negli anni in cui lo fu Berlusconi.
Hariri, che vive tra Parigi e l’Arabia Saudita, secondo Forbes è il 522° uomo più ricco del mondo con un patrimonio di 1,4 miliardi di dollari, presidente della Commissione Esecutiva di Oger Telecom che gestisce le telecomunicazioni in Africa, della Omnia Holdings, siede nel cda della Oger International Entreprise de Travaux Internationaux. Hariri, come ci conferma uno dei rappresentanti del suo movimento a Roma, a fine marzo, proprio mentre Dell’Utri preparava la sua fuga in Libano, si è recato in visita privata nella capitale.
Ma su chi ha incontrato all’hotel Parco dei Principi bocche cucite.
Nel governo libanese Hariri ha i suoi uomini: il Primo Ministro Tamam Salam e il Ministro della Giustizia, Nuhad Al Masch Nuc, deputato del suo stesso partito, proprio quelli ai quali spetterà dire l’ultima parola sulla richiesta di estradizione di Dell’Utri dopo quella del Procuratore generale Samir Hammoud, che, come tutti i magistrati più alti in carica, è una nomina politica e risponde al Ministro della Giustizia.
Anche la scelta di Dell’Utri di farsi difendere da Nasser Al Khalil, musulmano sunnita come Saad Hariri, non suona casuale.
Se la richiesta di estradizione, come sancito dall’accordo bilaterale tra Italia e Libano del 1975, non dovesse arrivare entro 30 giorni, quindi entro il 12 maggio (Dell’Utri è stato arrestato il 12 aprile) ,scadrebbe la custodia cautelare provvisoria della durata di un mese e di conseguenza anche l’estradizione non potrebbe più essere richiesta. Intanto dal Libano arriva la richiesta che tutti gli atti a corredo per l’estradizione, migliaia di pagine della storia processuale, siano tradotti in arabo.
Il ministero della Giustizia italiana risponde di non aver ricevuto alcuna richiesta in tal senso, che il trattato Italia-Libano prevede invece la traduzione in francese e assicura che tutto perverrà , ben prima del termine di scadenza.
E aggiunge che se la Cassazione confermerà la sentenza di Appello, il Ministero sarà pronto ad inoltrare immediatamente la domanda di estradizione a fini esecutivi.
Ma tutto si gioca sul filo del rasoio. L’udienza è stata fissata per venerdì 12 maggio ma la sentenza potrebbe slittare a lunedì 12, quando scadrebbe l’arresto provvisorio.
E anche fosse di condanna e venisse emessa in tempo, i difensori potrebbero appellarsi al fatto che il reato di “concorso esterno in associazione mafiosa” in Libano non esiste, o potrebbero invocare l’art. 17 del trattato che esclude l’estradizione per i reati politici.
Insomma, i giochi sono aperti e le carte infinite. Il tempo e la disponibilità che sarebbe stata garantita da Saad Hariri, giocano a favore del braccio destro di Berlusconi che potrebbe tornare ad essere un libero cittadino in Libano dove avrebbe già potuto aver messo al sicuro ciò che gli servirebbe per vivere serenamente il tempo che verrà , in uno dei tanti conti cifrati di quello che, nonostante non faccia parte della black-list è, di fatto, un paradiso fiscale.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 17th, 2014 Riccardo Fucile
DOMANI IL DECRETO DEL GOVERNO, PER LE COPERTURE OGNI GIORNO SI CAMBIA VERSIONE
“Dicevano che era una televendita. Poi che non c’erano le coperture. Poi le coperture sì, ma
non quelle. #Amicigufi ma aspettare venerdì no?”. Matteo Renzi su Twitter occupa così lo spazio mediatico in attesa del decreto che domani dovrebbe garantire a dieci milioni di italiani la “quattordicesima”, vale a dire circa 900 euro l’anno in più da spendere.
Al di là dell’insofferenza del premier, è notevole come “l’operazione 80 euro” si trasformi ogni giorno che passa in uno spot elettorale: è difficile, infatti, realizzare qualcosa di equo e sensato a partire dalle detrazioni (il rischio — come sottolinea l’Istat — è che la maggior parte dei soldi finiscano alle fasce di reddito più alte) e quindi a palazzo Chigi stanno di nuovo puntando sull’idea del bonus, che ha pure il vantaggio di risultare evidente in busta paga.
In sostanza, il datore di lavoro anticipa la “quattordicesima” di Renzi e poi la sconta dai contributi Inps che deve versare: alla fine del giro, il Tesoro rifonde l’ente previdenziale.
È evidente, però, che questa operazione avrebbe un conclamato carattere di una tantum: sarebbe cioè garantita per il 2014 e basta. Ovviamente, dicono dalla maggioranza, nella legge di Stabilità in autunno si interverrà per rendere strutturale la cosa, magari con gli sgravi Irpef.
La seconda novità di giornata riguarda la platea: Renzi vuole che anche gli incapienti — coloro che, guadagnando meno di 8 mila euro l’anno non pagano tasse sul reddito e quindi non beneficerebbero dello sgravio Irpef — partecipino alla sua festa. Si tratta di circa quattro milioni di italiani in tutto e per dare qualcosa anche a loro il Tesoro ha stimato una spesa di poco più di due miliardi l’anno. Se si parte da maggio, per il 2014 la spesa complessiva sarebbe di quasi 8 miliardi, ma in molti dubitano che si trovino le coperture così in fretta (e questo al netto della natura recessiva di tagli lineari di questa entità in un paese in cui la crescita del Pil è prossima allo zero).
A quel punto, l’unica possibilità sarebbe rimanere a un fabbisogno di 6,6 miliardi e abbassare la soglia di reddito dei beneficiati: non più — per capirci – quelli che guadagnano 1.500 euro al mese, ma quelli che ne prendono 1.300 o 1.200.
Sempre i dieci milioni di italiani annunciati da Renzi, ma con altri confini per individuarli.
Le fonti di finanziamento dell’operazione 80 euro non sono ancora del tutto note: una gran parte la dovrebbe fare il comparto sanità (anche sotto forma di tagli all’acquisto), contributi saranno chiesti alla Difesa (blocco degli arruolamenti) e agli altri ministeri esclusa l’Istruzione.
Una mazzata è prevista anche sugli statali: il tetto in quattro parti per gli stipendi dei dirigenti (dai 270mila l’anno dei vertici agli 80 mila di quelli di seconda fascia) dovrebbe portare mezzo miliardo, che potrebbe salire quasi fino a due se si dovessero coinvolgere quelli che guadagnano all’ingrosso 60 mila euro l’anno.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 17th, 2014 Riccardo Fucile
DA FITTO, MASTELLA E SCOPELLITI A PODESTA’, CESA E LUPI…C’E’ LA RAGAZZA DI “UOMINI E DONNE”, L’ASSESSORE CHE GIRA CON LA PISTOLA E IL CHIRURGO PLASTICO DEI VIP
Le quote rosa sono al 40 per cento più o meno. Quote con guai giudiziari ce ne sono quanto basta. Poi un po’ di ex personaggi dello spettacolo e della televisione, imprenditori, un militare, un chirurgo plastico, un assessore che gira con la pistola.
Le liste di Forza Italia per le Europee sono state consegnate (con grande fatica) e su 72 nomi 30 sono di candidate donne.
Al sud il capolista è l’ex ministro per gli Affari regionali e ex presidente della Regione Puglia Raffaele Fitto: in primo grado è stato condannato a 4 anni di reclusione per corruzione, illecito finanziamento ai partiti e abuso d’ufficio.
A processo si trova anche uno degli eurodeputati uscenti che provano a tenere il seggio all’Europarlamento: Clemente Mastella è accusato di associazione a delinquere nella vicenda che ha travolto tutto il suo vecchio partito, l’Udeur.
Anche il molisano Aldo Patriciello – pure lui uscente — è un condannato in via definitiva a 4 mesi per una storia dell’inizio degli anni Novanta per un finanziamento illecito: è stato poi coinvolto in altre tre inchieste, ma è sempre stato assolto.
Altro indagato è l’imprenditore modenese Giampiero Samorì, il leader del Mir (i Moderati in Rivoluzione) che al tempo della “stella cometa” delle primarie del Pdl (a fine 2012) era considerato — più a torto che a ragione — il “nuovo Berlusconi”. Samorì — numero 5 in lista nel nord est — è accusato di associazione a delinquere insieme ad altri imprenditori per la vicenda della bancarotta della Banca Tercas.
Cerca la riconferma Fabrizio Bertot, l’ex sindaco di Rivarolo, terzo Comune piemontese sciolto per mafia proprio durante il suo mandato.
Fu lui a rappresentare l’Italia come osservatore al referendum per la secessione della Crimea: “Tutto regolare” assicurò.
Nella circoscrizione delle Isole c’è poi l’ex capogruppo all’Ars del Pdl Innocenzo Leontini, ritenuto “campione” di spese sospette dalla Guardia di Finanza che ha condotto l’inchiesta sulle spese pazze in Regione Sicilia (84 indagati).
La maggior parte delle spese che potrebbero essere contestate dai pm sono relative ai contributi extra busta per i collaboratori e i dipendenti, secondo la Finanza illegittimi: nel caso di Leontini si sarebbero negli anni accumulati oltre 700mila euro, relativi ai consulenti e portaborse dei vari deputati.
Poi, oltre a borse griffate, cene e hotel di lusso, ci sono spese per gioielli, per materiale elettronico, libri, un bollettino e una multa, lavaggi auto e carburante.
Il Nuovo Centrodestra non vuole certo essere da meno in materia.
All’ultimo momento e dopo una lunga trattativa all’interno del partito conferma la presenza in lista del presidente dimissionario della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti.
Il governatore è stato condannato in primo grado a fine marzo a 6 anni di reclusione in un processo per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico: in sostanza secondo la tesi della Procura accolta dal tribunale sapeva della falsificazione di alcuni bilanci del Comune di Reggio Calabria, quando lui era sindaco.
Poi, visto che gli alfaniani hanno stretto un accordo elettorale con l’Udc, c’è anche il segretario dei centristi Lorenzo Cesa: indagato per finanziamento illecito nelle inchieste su Finmeccanica.
E ancora l’ex presidente della Provincia Guido Podestà , a processo per le presunte firme false poste a sostegno del listino di Formigoni per le Regionali del 2010.
Un altro indagato è il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi che se è vero che non si dimetterà mai dal governo per andare a fare l’europarlamentare, è comunque sotto inchiesta per abuso d’ufficio a Tempio Pausania per via della nomina del presidente dell’Autorità Portuale di Olbia.
Gli altri di Fi: dalla ragazza di “Uomini e donne” all’assessore con la pistola
Al sud tra i “confermati” in lista c’è Enzo Rivellini: europarlamentare campano eletto a Bruxelles nel 2009, è rimasto famoso per il suo intervento in “napoletano” il giorno dell’insediamento nell’assemblea Ue.
Sono due europarlamentari da riconfermare anche i pugliesi Raffaele Baldassarre e Barbara Matera. Il primo è capo delegazione di Forza Italia (dopo che Mario Mauro è passato con Mario Monti, primo di uno dei suoi salti degli ultimi due anni). La Matera è invece l’ex ballerina e attrice di fiction (da Carabinieri a Don Matteo) che tanto fece discutere nel 2009 tanto da diventare il simbolo della polemica contro le “veline” in politica.
Lei si riscattò raccogliendo oltre 130mila preferenze, seconda solo al capolista, cioè Silvio Berlusconi.
In pista anche Fulvio Martusciello, assessore regionale alle Attività produttive della Regione Campania (alla quarta legislatura in Regione e tra i fondatori di Fi nel 1994).
Tra le new entry il giornalista televisivo Alessandro Cecchi Paone.
Poi c’è Jonny D’Andrea, classe 1981, paracadutista della Folgore del 187° reggimento, medaglia d’oro al valor militare dopo essere stato vittima nel 2011 di un’imboscata dei guerriglieri talebani durante una missione di pace in Afghanistan.
E ancora Federica De Benedetto, blogger pugliese che fa parte del gruppo dei formattatori di Alessandro Cattaneo e che in alcune presenze in tv ha sostenuto la necessità di un superamento della leadership di Berlusconi (e si battè contro la candidatura eventuale di Emilio Fede in Parlamento). Infine il calabrese Santo Raffaele Mercuri, primario di dermatologia del San Raffaele di Milano.
Chiusa la partita anche per il Nord Est.
Capolista è l’eurodeputata uscente, ex attrice e presentatrice tv Elisabetta Gardini, mentre al numero due ci sarebbe Lia Sartori, a Bruxelles dal 1999.
Tra le new entry Simone Furlan, leader del cosiddetto esercito di Silvio, collocato in terza posizione, e il manager Mattia Malgara (figlio di Giulio, quello che si è inventato la Chiari e Forti, storica azienda dell’agroalimentare).
Tra i candidati per il Nord Est anche il il cosiddetto chirurgo estetico dei vip Paolo Gottarelli, grande frequentatore di programmi di salute e benessere (in particolare sui canali Mediaset), milionario, proprietario di elicottero e yacht, che un paio d’anni fa finì anche nel mirino della Guardia di Finanza per alcune detrazioni contestate.
E infatti è il leader del “Movimento Italiano Lavoratori Uniti” che come principale campo di battaglia è appunto l’abbassamento delle tasse.
L’ultima uscita di questo movimento è datata 28 marzo: l’iniziativa si chiamava “Mai più martiri del fisco”. Cerca l’elezione a Bruxelles anche l’assessore al sociale della Regione Veneto Remo Sernagiotto.
A novembre si scoprì che gira in Regione con il suo revolver P38 special a volte visibile, portato alla cintura, di cui si era armato quando, da imprenditore, temeva per la propria sicurezza. La pistola, come lui stesso raccontò all’Ansa, gli fa “compagnia” da 30 anni con regolare porto d’armi ed acquistata quando, da imprenditore, aveva ricevuto delle minacce.
Altro candidato veneto è il sindaco di Albignasego (Padova) Massimiliano Barison che nell’ottobre scorso si distinse per aver confermato nel regolamento comunale — come scoprì il Gazzettino — la norma per la quale sulle tombe non potevano esserci scritte diverse dall’italiano: nè lingue straniere nè il latino.
In lista anche la coordinatrice di Forza Italia in Friuli Venezia Giulia Sandra Savino, primatista di dichiarazioni sulle agenzie di stampa soprattutto quando si tratta di commentare le innumerevoli vicende giudiziarie del proprio leader.
Sarà l’ex sottosegretario del governo Letta e fondatore di Grande Sud Gianfranco Miccichè a guidare la lista berlusconiana nelle isole.
L’ex sottosegretario leader del Grande sud è noto, tra l’altro, di aver più volte criticato la scelta del nome dell’aeroporto di Palermo intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino perchè trasmette “un’immagine negativa” della Sicilia.
Sempre nella circoscrizione Isole c’è Ylenia Citino, autrice di un libro che vanta la prefazione di Berlusconi e più volte ospite di “Uomini e donne” (Canale5) per volontà dello stesso capo del partito.
Nel Nord Ovest il capolista è il consigliere politico di Berlusconi e ex direttore del Tg4 e Studio Aperto Giovanni Toti.
Come ligure ci sarebbe Susy De Martini, ex docente universitaria, candidata alle ultime elezioni per il sindaco di Genova con la Destra.
Al Centro si presenta come capolista il vicepresidente della Commissione Ue Antonio Tajani, tra i nuovi il professore Adriano Redler, preside della Facoltà di medicina alla Sapienza di Roma.
Nelle ultime ore sarebbe tramontata la candidatura dell’ex attrice e parlamentare Pdl Fiorella Ceccacci Rubino e sarebbe spuntata, a sorpresa, quella del giornalista ed ex parlamentare azzurro, Paolo Guzzanti.
Capilista dei Verdi anche Susy Blady e Fabio Granata
Rispolverano nomi apparentemente archiviati i Verdi che formano una lista unitaria ecologista sotto il nome di Green Italia.
La capolista nel nord est sarà la conduttrice tv Susy Blady (famosa per il programma Turisti per caso), alla sua prima esperienza politica, e che intende portare a Bruxelles tutto il suo bagaglio di esperienze e impegno in favore della biodiversità .
A capeggiare le circoscrizioni Nord ovest e centro sono due volti giovani, Oliviero Alotto e Annalisa Corrado.
Al sud il capolista è Vincenzo Fornaro, allevatore, tra i simboli della battaglia per liberare Taranto dalla diossina, che con la sua denuncia ha dato il via alle indagini della Procura locale.
La vera sorpresa è trovare capolista della circoscrizione delle isole Fabio Granata, ex Msi, An e Fli, da sempre promotore per la legalità e la lotta alle mafie.
La Lega si presenta al sud, Vannoni (Stamina) si candida con il Maie
Tra gli elementi di curiosità la lista della Lega Nord nella circoscrizione Sud, con 9 candidati meridionali su 17.
Capolista è il segretario federale Matteo Salvini, seguito da Angelo Attaguile, 66 anni, nato a Grammichele (Catania), eletto con il Pdl alle politiche del 2013 e iscritto al gruppo Lega alla Camera, e da Antonio Coppola, 39 anni di Napoli, già candidato con la lista “3 L” (quella di Tremonti) alle scorse elezioni politiche.
Quattro i candidati campani, due i siciliani, un calabrese di Sambiase (Cosenza), un lucano di Montemurro (Potenza) e un abruzzese di Trasacco (L’Aquila).
Altra star tra i candidati è Davide Vannoni, inventore del metodo Stamina, controverso trattamento rivolto alle malattie neurodegenerative proposto dalla Stamina Foundation, un’organizzazione presieduta dallo stesso Vannoni.
A metterlo in lista il movimento politico Io cambio-Maie (Movimento associativo italiani all’estero che ha anche alcuni eletti nel Parlamento italiano). Nelle stesse liste (nord ovest) anche l’ex presidente della Lega Nord Angelo Alessandri, terzo in lista. Alberto Torregiani, figlio del gioielliere Pierluigi Torregiani ucciso nel 1979 a Milano da un commando dei Proletari armati per il comunismo, è invece tra i candidati di Fratelli d’Italia nella circoscrizione nord ovest. Capolista è Giorgia Meloni, poi Guido Crosetto e l’europarlamentare uscente Carlo Fidanza.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 16th, 2014 Riccardo Fucile
L’INFORTUNIO DEL TESORO SULLA LETTERA ALLA UE… PADOAN: “SPEDITA MARTEDI”, MA LA DATA E’ SUCCESSIVA… E BRUNETTA HA BUON GIOCO A INFIERIRE
Il Governo scrive alla Commissione europea e per giustificare lo slittamento al 2016 del
pareggio di bilancio invocando le “circostanze eccezionali”.
A partire dall’ulteriore pagamento di 13 miliardi di debiti arretrati della P.A.
Risponde l’Ue: ok, valuteremo il percorso indicato dall’Italia. Anche in vista dell’esame del piano di riforme e del semestre di presidenza.
Dopo una giornata di polemiche e scontri alla Camera con Fi che minaccia anche l’ostruzionismo il Tesoro mette “on line” il carteggio Roma-Bruxelles.
Attorno al documento inviato dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan con la notifica informale all’Europa del rinvio di un anno del pareggio di bilancio strutturale programmato nel Def si registra un piccolo mistero.
Il Tesoro, per chiudere la polemica con chi – come il presidente dei deputati di Forza Italia Renato Brunetta – aveva chiesto conto al ministro delle parole di un portavoce di Bruxelles, che in mattinata aveva smentito che la Commissione avesse ricevuto la missiva, in serata ha pensato di chiudere la questione.
Il ministero dell’Economia ha pubblicato integralmente lo scambio “epistolare” con l’Europa: la lettera inviata dall’Italia e la risposta del commissario Siim Kallas.
Insomma, come annunciato martedì sera in audizione alla Camera da Padoan, la comunicazione era effettivamente già partita.
“È stata inviata una lettera, una notifica formale per segnalare il tema alla Commissione”, ha detto martedì il ministro a chi gli chiedeva conto se la comunicazione fosse stata effettivamente spedita.
Ma la lettera ufficiale pubblicata, reca in testa la data del 16 aprile, il giorno successivo alle parole di Padoan. Insomma, la lettera è partita mercoledì, non martedì. Un pasticcio, quello dell’annuncio di un documento non ancora inviato, che avrebbe fatto innervosire anche Palazzo Chigi.
In giornata Brunetta non aveva risparmiato critiche al ministro, proprio in relazione al mancato invio della comunicazione all’Europa.
“La Ue smentisce il ministro Padoan”, aveva attaccato dopo la prima precisazione dell’Europa.
“Renzi e Padoan – aveva aggiunto – messi alle strette dalla nostra lettera inviata al Presidente della Repubblica lunedì 13 aprile, inventano di avere inviato `notifica formale` alla commissione europea per ottenere il rinvio al 2016 del pareggio di bilancio strutturale attualmente previsto per il 2015. Peccato che la commissione europea non abbia ricevuto nulla. La vicenda è grottesca e inquietante”.
Dall’Europa non arriva alcuna valutazione di merito, ma soltanto una mera notifica della corretta ricezione della comunicazione del Tesoro.
“La Commissione – si legge nel testo -prende atto della deviazione temporanea annunciata dagli obiettivi di bilancio e il rinvio fino al 2016 dell’obiettivo a medio termine (il pareggio)”.
La commissione – continua la risposta del commissario Kallas – valuterà il percorso di aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine nel contesto della sua valutazione del programma di stabilità e del programma nazionale di riforme” presentati dal governo italiano che “sarà pubblicata il 2 giugno”.
Brunetta ha commentato: “Finalmente capiamo perchè il presidente Renzi e il ministro Padoan hanno temporeggiato tanto: si tratta di una lettera assolutamente confusa e probabilmente sbagliata. Forse si vergognavano a pubblicarla”.
Quanto alla risposta, secondo l’esponente di FI è “pilatesca, oltre che comprensibilmente imbarazzata” e “rinvia al 2 giugno ogni valutazione”.
Le ragioni dello scostamento dell’Italia dall’obiettivo di medio termine “continuano ad essere oscure, data l’inconsistenza di quelle addotte dal governo”, dice Brunetta. I 13 miliardi di pagamenti da parte della pa, infatti, “sono ben al di sotto dell’obiettivo iniziale di 40 miliardi, tra l’altro già autorizzati dalla Commissione ad aprile 2013, affinchè il governo italiano li effettuasse tra il 2013 e il 2014″.
Il carteggio, è la conclusione, “conferma tutte le nostre perplessità sul Def. A pensar male avevamo ragione”.
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Aprile 16th, 2014 Riccardo Fucile
E NELLA COMPRAVENDITA SENATORI IL PM CHIEDE NUOVE INDAGINI SULL’EX CAV
La Corte di Strasburgo ha respinto anche la seconda, nuova richiesta presentata dall’avvocato Ana Palacio in nome di alcuni parlamentari di Forza Italia e di cittadini italiani per far sospendere immediatamente le pene accessorie che impediscono a Silvio Berlusconi di candidarsi alle europee.
Intanto Silvio Berlusconi è tuttora indagato dalla Procura di Napoli per finanziamento illecito dei partiti e per tale vicenda i pm hanno emesso una richiesta di proroga delle indagini.
È quanto emerge dagli atti depositati oggi dal pm Henry John Woodcock al processo, che si sta svolgendo davanti alla prima sezione del Tribunale, per la presunta compravendita dei senatori in cui l’ex premier è imputato di corruzione insieme con l’ex direttore dell’Avanti Valter Lavitola.
Tra i documenti depositati dalla procura, oltre a una serie di informative della Guardia di Finanza, vi è infatti la notifica di una richiesta di proroga delle indagini preliminari nei confronti di Berlusconi per i finanziamenti erogati negli anni scorsi al Movimento Italiani nel Mondo che fa riferimento all’ex senatore Sergio De Gregorio.
Berlusconi, per la vicenda della presunta compravendita dei senatori, era stato già indagato sia per corruzione (vicenda approdata al dibattimento che è ora in corso) sia per finanziamento illecito ma successivamente le ipotesi erano state separate in due diversi procedimenti, uno dei quali, relativo ai fondi a favore di De Gregorio, si trova ancora nella fase delle indagini preliminari secondo quanto si è appreso oggi in aula.
Proprio per esaminare la nuova documentazione depositata dalla procura, è slittata la testimonianza del capitano della Guardia di Finanza Sebastiano Di Giovanni.
Per consentire ai legali di esaminare gli atti in vista dell’interrogatorio del teste, il Tribunale ha rinviato il processo al prossimo 23 aprile, accogliendo la richiesta del collegio di difesa: gli avvocati Michele Cerabona e Niccolò Ghedini, legali di Berlusconi, e gli avvocati Maurizio Paniz e Antonio Cirillo, difensori di Lavitola, nonchè dell’avvocato Bruno Larosa, legale di Forza Italia nella qualità di responsabile civile.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 16th, 2014 Riccardo Fucile
LA LEGGE DELL’ABOLIZIONE APPENA APPROVATA AVRà€ COME EFFETTO COLLATERALE CHE CI SARANNO PIÙ CONSIGLIERI COMUNALI E ASSESSORI
La grande infornata è pronta. 
Il “regalino” del sottosegretario Graziano Delrio sarà scartato il 25 maggio, giorno delle elezioni amministrative che riguardano 4.106 comuni italiani (di cui 3.908 appartenenti a regioni a statuto ordinario).
Da quel giorno, in attesa di svuotare le Province, il governo Renzi comincerà a gonfiare i piccoli Comuni.
Il ddl Delrio prevede l’incremento dei consiglieri e degli assessori eletti in tutte le cittadine e i paesi con meno di 10 mila abitanti.
La prima tranche arriva con il rinnovo dei consigli comunali di fine maggio.
Le poltrone sono così distribuite: 13.488 nuovi seggi per consiglieri comunali, 2.612 per assessori.
L’opera sarà completata mano a mano che anche le altre città torneranno al voto.
Alla fine in Italia ci saranno circa 25mila consiglieri e 5500 assessori comunali in più. La riforma riguarda proprio tutti. Anche i paesi con meno di 1000 abitanti. Figurarsi quelli con meno di 100.
Valerio Maxenti è il sindaco di Pedesina, il comune più piccolo d’Italia: la bellezza di 33 anime, in una manciata di case stipate sulle pendici del Monte Rotondo, in provincia di Sondrio.
Con lo “Svuota province”, il Comune non dovrà più accontentarsi di 6 consiglieri (come stabilito dopo i tagli di Monti) ma potrà eleggerne fino a 10 (con due assessori, prima erano zero).
Il sindaco, artigiano del legno prestato al servizio della sua cittadina, non benedice le nuove poltrone. Dei nuovi consiglieri non sa che farsene: “Ne bastavano sei, non capisco perchè il governo viene a rompere le scatole pure qui”.
Oltretutto, sarà un caso, l’aumento delle poltrone ha portato la competizione politica pure a Pedesina.
Nel 2009 Maxenti era l’unico candidato, ora si parla di due, forse tre liste (una ogni 10 abitanti). “Vengono da fuori — si lamenta il sindaco — e lo fanno per interessi personali”.
La lievitazione dei seggi di Delrio cancella la parsimonia del governo Monti.
Le manovre del professore del 2011 e 2012, in piena ansia da spread e spending review, avevano tagliato i numeri dei rappresentanti dei piccoli comuni: al massimo 6 (e senza assessori) per i centri con meno di 1.000 abitanti, al massimo 10 (e non più di 3 assessori) per quelli con più di 5000 e meno di 10.000 abitanti.
La riforma di Delrio semplifica e moltiplica.
Solo due categorie per i piccoli comuni: meno di 3.000 e meno di 10.000 abitanti.
I primi possono eleggere 10 consiglieri e 3 assessori, i secondi 12 consiglieri e 4 assessori.
Il risultato finale è nei numeri citati sopra. Oltre 30 mila poltrone in più, per una riforma che Renzi aveva presentato con queste parole: “Dobbiamo dare un segnale chiaro, forte e netto, con 3 mila posti per i politici in meno. Tremila persone smetteranno di fare politica e proveranno l’ebbrezza di trovare un lavoro”.
Le Province, come noto, non saranno abolite. Non prima, per lo meno, della riforma del titolo V della Costituzione.
Saranno cancellate le cariche elettive (i tremila posti politici a cui si riferisce Renzi, tralasciando l’aumento degli altri) ma non le strutture di governo, che conserveranno diverse funzioni.
I nuovi consigli provinciali saranno eletti e composti dai sindaci e i consiglieri dei comuni da loro rappresentati.
Gli eletti, quindi, dovranno lavorare sia per il comune che per la relativa provincia, con uno stipendio solo.
La promessa del governo, infatti, è che l’infornata di poltrone nei piccoli comuni non porti un euro di spesa in più: ogni centro dovrà rivedere gli importi di indennità e gettoni.
Difficile, però, immaginare che un consiglio comunale con 6 dipendenti abbia le stesse spese di uno con 10 consiglieri e 2 assessori (non fosse altro che per la dimensione dei nuovi uffici e per l’acquisto di beni e servizi per un numero maggiore di persone).
L’impatto complessivo della riforma, in ogni caso, non dovrebbe essere trascendentale: la Corte dei Conti ha stimato i risparmi in non più di 35 milioni di euro.
Tommaso Rodano
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Aprile 16th, 2014 Riccardo Fucile
SPRECHI E RISORSE: SI TAGLIANO LE PATTUGLIE, MA NON SI UTILIZZANO I SOLDI DEL FONDO UNICO GIUSTIZIA… E IL VIMINALE SPENDE MILUONI DI EURO DI AFFITTI
Quanta benzina si potrebbe acquistare con 2 miliardi di euro?
O quante ‘volanti’ della polizia si potrebbero riparare?
O, ancora meglio, quanti immobili si potrebbero ristrutturare e, magari, smettere di pagare esorbitanti affitti ai privati?
Due miliardi di euro è la cifra, stimata dal neo sindacato di polizia Sed (Sicurezza e diritti), che giace immobile nelle casse di Equitalia, provento di confische alle organizzazioni criminali.
Confische, non sequestri: quindi beni che non potranno tornare nelle mani di mafiosi, camorristi o ‘ndranghetisti.
Si tratta di un miliardo di euro in contanti e di un altro miliardo in titoli.
Equitalia amministra per conto dello Stato il Fug, Fondo unico Giustizia, in cui confluiscono appunto denaro o proventi di sequestri e confische, e ha l’obbligo di versare le risorse nelle casse dello Stato.
Basterebbe, dunque, che il ministero del Tesoro li esigesse, e quei 2 miliardi sarebbero a sua disposizione.
Non è dunque, a differenza di quanto detto ieri dalla presidente della commissione nazionale Antimafia, Rosy Bindi, solo una questione di tempi: “Noi ci siamo resi conto che se i mafiosi riescono a tenere per molto tempo alcuni beni è perchè qualcuno si è girato dall’altra parte, è perchè qualcuno gli ha dato una mano. Adesso noi — ha sostenuto la Bindi — chiediamo a tutti, dopo aver tolto i beni ai mafiosi, di dare una mano alle istituzioni per restituire questi beni alla comunità . Il procedimento di questi anni tra sequestro, confisca e assegnazione dura anche dieci anni, ma ci sono state buone pratiche che ci sono riuscite in cinque. Noi ci auguriamo di dimezzare questi tempi”.
Sì, ma poi? — si chiedono i poliziotti del Sed — Perchè tutto rimane fermo?”.
Al di là del denaro, infatti, c’è un elenco lunghissimo di immobili confiscati, parliamo di undicimila strutture.
La legge imporrebbe al Tesoro di venderli dopo 180 giorni dal provvedimento giudiziario e dopo aver verificato la possibilità che vengano utilizzati dalle Regioni e dallo Stato.
“Il problema è che si tratta di edifici non destinati all’uso pubblico. Ci dicono dunque che non possono essere destinati a ospitare la polizia — commenta il Sed —. Come la mettiamo con il 70 per cento dei commissariati d’Italia, che si trova in immobili privati? Il ministero dell’Interno — cioè lo Stato, cioè noi — paga milioni di euro di affitto ai proprietari degli stabili, quando potrebbe decidere di destinare un bene confiscato a questo utilizzo”.
Qualche esempio? Il commissariato “Libertà ” di Palermo costa ai cittadini 300 mila euro l’anno.
Frascati e Marino, due dei Comuni dei Castelli Romani, hanno un commissariato ciascuno per cui il Viminale paga oltre 450 mila euro ai privati.
A metà strada tra l’uno e l’altro, a Grottaferrata, esiste un ristorante, “La Bazzica”, sottratto all’usura una decina di anni fa e affidato poi al ministero per “finalità sociali”.
In tutti questi anni nessuno ci ha più fatto nulla e la struttura, che è grande circa mille metri quadri, oggi cade a pezzi.
Si continua a parlare di tavoli di confronto e non si è riuscito neanche a sfruttare un finanziamento di 150 mila euro da parte della Regione Lazio
“Ristrutturarlo costerebbe un milione di euro— sostiene ancora il Sed — ma se poi accorpassero i due commissariati in due anni la cifra sarebbe ripagata”.
Un caso ancora più paradossale è quello del commissariato Mondello, la località balneare vicina a Palermo.
I poliziotti sono ospitati all’interno di Villa Elena, una struttura di pregio di proprietà del Fondo edifici di culto
Chi gestisce il Fondo, circa 700 chiese di grande interesse storico-artistico e tutto le opere in esse conservate? Il ministero dell’Interno .
“Il Dipartimento della pubblica sicurezza paga l’affitto al Fondo edifici di culto. Quindi il Viminale paga l’affitto a se stesso — conclude il sindacato di polizia —. Il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie indebolisce il consenso nei confronti delle grandi organizzazioni criminali, rafforzando la fiducia nelle istituzioni e instillando nella società civile l’idea che vivere nell’illegalità è una scelta che non paga. Oltre tutto siamo in un periodo in cui la coperta è troppo corta e si chiede al comparto sicurezza di stringere ulteriormente la cinghia, arrivando a ipotizzare tagli lineari alla Polstrada o alla polizia postale. Quei 2 miliardi reinvestiti sarebbero un ottimo segnale da parte del governo Renzi”.
Silvia D’Onghia
(da “il Fatto Quotidiano“)
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