Aprile 12th, 2014 Riccardo Fucile
L’ACCORDO ENTRATO IN VIGORE IL 5 APRILE 1975 IMPEGNA ITALIA E LIBANO A CONSEGNARSI RECIPROCAMENTE I SOGGETTI CONDANNATI A UNA PENA SUPERIORE A UN ANNO… MA NON E’ CONCESSA SE VIENE RITENUTA “CONNESSA A MATERIA POLITICA”
Sulla base di un accordo bilaterale firmato a Beirut nel 1970 ed entrato in vigore il 5 aprile 1975, Italia e Libano di sono impegnate a “consegnarsi reciprocamente” “gli individui che, trovandosi nel territorio di uno dei due stati, sono perseguiti e condannati dalla autorità giudiziarie dell’altro stato”.
La convenzione sulla reciproca assistenza giudiziaria — il cui testo è disponibile sul sito del ministero della Giustizia — si compone di 47 articoli.
Il capitolo I del titolo III tratta — dall’art. 14 all’art. 32 — le procedure di estradizione.
Ferma restando la protezione che ciascuno dei due stati garantisce ai propri cittadini, la Convenzione prevede che siano sottoposti a estradizione “gli individui che sono perseguiti per crimini o delitti puniti dalle leggi delle parti contraenti con una pena restrittiva delle libertà di almeno un anno” e “gli individui che sono condannati, in contraddittorio o in contumacia dai tribunali dello stato richiedente per crimini o delitti puniti dalla legge dello stato richiesto con pena restrittiva della libertà di almeno di almeno sei mesi“.
Dell’Utri, arrestato a Beirut sabato mattina, ha una condanna a 7 anni nel processo di appello bis per concorso esterno in associazione mafiosa e il 15 aprile è previsto il pronunciamento della Cassazione
Il trattato prevede inoltre che in caso di urgenza, segnalata dalle autorità richiedenti, si proceda all’arresto provvisorio, sulla base di una domanda trasmessa anche via Interpol, in attesa che arrivi l’istanza di estradizione corredata dei documenti necessari.
Riguardo invece ai casi di diniego, la Convenzione stabilisce che “l’estradizione non sarà concessa se l’infrazione per la quale è domandata è considerata dalla parte richiesta di materia politica o connessa a tale infrazione”.
“Si potrà porre fine all’arresto provvisorio se, nel termine di trenta (30) giorni dall’arresto, il governo richiesto non avrà ricevuto uno dei documenti menzionati al secondo comma dello articolo 21 (i documenti relativi alla condanna, ndr).
La liberazione esclude l’arresto e l’estradizione se la domanda di estradizione perviene successivamente”.
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Aprile 12th, 2014 Riccardo Fucile
UOVA, BOTTIGLIE E PETARDI CONTRO LE FORZE DELL’ORDINE, LA POLIZIA CARICA… MANIFESTANTE FERITO MENTRE CERCA DI LANCIARE UNA BOMBA CARTA
Lanci di oggetti, tensione, poi gli scontri, le cariche della polizia e i lacrimogeni. I movimenti
sociali contro la precarietà e l’austerity tornano in piazza in una mobilitazione nazionale per il diritto all’abitare, contro il governo Renzi, il jobs act e il piano casa del ministro Lupi.
E in via Veneto, davanti al ministero del Lavoro, dopo un lungo stallo, le forze dell’ordine hanno reagito al lancio di petardi e “bomboni” da parte di una delle teste del corteo composto soprattutto da manifestanti con i caschi calzati e il volto coperto, caricando il gruppo fino a piazza Barberini.
Feriti alcuni attivisti, di cui uno, straniero di 47 anni, in maniera grave: ha perso alcune dita della mano, probabilmente per l’esplosione di un petardo ed è stato soccorso dagli altri
manifestanti prima dell’arrivo dell’ambulanza che lo trasportato all’Umberto I.
Colpiti anche due agenti delle forze dell’ordine medicati al San Giovanni, alcuni poliziotti e un funzionario.
Gli scontri sono proseguiti fino a piazza Barberini e l’inizio del via del Tritone tra fughe, scoppi di petardi e fumo dei lacrimogeni. Alcuni manifestanti sono stati bloccati a terra dagli agenti e poi portati nelle retrovie per il fermo.
La manifestazione era partita da Porta Pia, punto di inizio e d’arrivo, intorno alle 15 con in testa lo striscione “Ribaltiamo il governo Renzi. Cancelliamo il decreto Lupi”, seguito da un
camion per musica e interventi su cui campeggia la scritta: “Casa, reddito e dignità “. Direzione ministero del Lavoro: “Siamo 15mila. Assaltiamo i palazzi del potere in maniera colorata e rumorosa con la giusta rabbia” dice il leader dei Blocchi precari metropolitani Paolo Di Vetta.
Poi, nei pressi del ministero un gruppetto di circa 70 manifestanti ha calzato i caschi coprendosi il volto con fazzoletti o maschere di Guy Fawkes salendo in via Veneto verso le camionette di carabinieri e polizia che chiudono la strada in direzione di Porta Pinciana. Sono stati esplodi alcuni petardi e lanciati uova, ortaggi e un paio di bottiglie contro le forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa. Il “servizio d’ordine” della manifestazione li ha però invitati a restare calmi. Altri manifestanti hanno invece indossato impermeabili azzurri: “Siamo i blu-bloc”. Poi è esplosa la tensione.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 12th, 2014 Riccardo Fucile
IL REATO DI ASSOCIAZIONE MAFIOSA NON E’ RICONOSCIUTO IN LIBANO
“Chi parte per Beirut, e ha in tasca un miliardo. Na-na-na-na-na-na-na. E il cielo è sempre più bluuu-u-u…”. Parole di Rino Gaetano.
Citazione dedicata a Felice “Felicino” Riva, presidente del Milan nel 1965 e bancarottiere da 46 miliardi di lire nel 1969 (15mila lavoratori del Cotonificio Vallesusa mandati a casa).
Ma soprattutto latitante a Beirut fino al 1982. Quando la guerra sconsigliò a tutti di esibirsi nello sci d’acqua davanti ai lettini dell’hotel St. Georges. E anche a lui.
Beh, a quanto pare la storia si ripete.
E “Felicino” lascia il posto a Marcello “Marcellino” Dell’Utri. Che non ama lo sci d’acqua ma, dicono, il “fermento culturale” della Parigi del Medio Oriente.
Dove è vero che ogni tanto qualcuno salta in aria, però il martini cocktail è ancora un martini cocktail, accidenti, i tramonti ispirano affari e la primavera, più che d’arabia, sa di quell’odore acre ma eccitante che solo il carburatore di una Ferrari è capace di spandere nell’aria.
Ora, noi tutti ci auguriamo che “Marcellino” sia finito lì (questo direbbero le intercettazioni) per curarsi e non per sfuggire a una possibile conferma della condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa da parte della Cassazione.
E prendiamo le parole che ha dettato ieri al suo difensore, non sappiamo se da una clinica o da una villa nel lussuoso quartiere di Ashrafieh, come oro colato: “Non intendo sottrarmi al risultato processuale”.
Ma questa sua, diciamo così, lontananza un po’ sospetta lo è. Per modi e per tempistica.
C’è una linea di confine etica, non solo politica, che nessun uomo delle istituzioni, per quanto ex (onorevole, senatore, parlamentare europeo), dovrebbe varcare: quella dell’assunzione di responsabilità di fronte alla legge. Piaccia o non piaccia.
Ma da questo punto di vista Beirut è sempre stata elastica. Di linee ne ha viste tante. Quella “verde” che segnava il confine tra Est e Ovest, ai tempi della guerra che rovinò la latitanza di “Felicino”, era l’incubo dei conducenti di taxi perchè negli scheletri dei palazzi che la segnavano s’annidavano i cecchini.
Tanto che, per attraversarla, contavano i colpi dei caricatori dei kalashnikov.
E, appena si convincevano che fossero esauriti, avevano sette secondi per passare. A volte.
Oggi ritrovarla è un po’ come andare a caccia del Muro a Berlino. Cancellata da una sontuosa ricostruzione. Sono rimasti i kalashnikov, ma quelli pure in Sicilia.
Dove Cosa Nostra non è mai stata schizzinosa tra chi l’appoggiava dall’interno o dall’esterno.
Fattispecie di reato, quest’ultima, che difficilmente verrebbe accolta dalla magistratura libanese in una eventuale richiesta di estradizione.
Ecco perchè Dell’Utri potrebbe rimanere libero
Martedì è attesa la sentenza della corte di Cassazione: se venisse confermata la condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, le carte passerebbero agli uffici competenti libanesi i quali, non esistendo nel paese il reato in questione, potrebbero non avallare l’estradizione.
Dunque l’ex senatore potrebbe restare in libertà a Beirut.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 12th, 2014 Riccardo Fucile
“AVEVA CON SE’ DECINE DI MIGLIAIA DI EURO”…. PER L’AVVOCATO “E’ LA DIMOSTRAZIONE CHE NON INTENDEVA SOTTRARSI ALLA GIUSTIZIA ITALIANA”
È già finita la grande e imbarazzante fuga di Marcello Dell’Utri. 
L’ex senatore di Forza Italia è stato fermato a Beirut, questa mattina alle 9.30 (10.30 in Libano). L’annuncio è venuto direttamente dall’ex compagno di partito il ministro dell’Interno Angelino Alfano al congresso del Nuovo Centrodestra: “Sarà estradato”. Sull’ex numero di Publitalia, amico personale di Silvio Berlusconi, nonchè cofondatore di Fi, pendeva un ordine di cattura emesso dai giudici di Palermo per la condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Dell’Utri era in un lussuoso albergo l’Intercontinental Phoenicia.
L’ex senatore, che aveva con sè “alcune decine di migliaia di euro” al momento dell’arresto ed era in possesso di un passaporto italiano, si trova ora negli uffici della polizia libanese.
Quando i poliziotti hanno bussato alla porta della sua camera era a letto e non ha detto una parola. La sua individuazione è stata stata possibile grazie a una segnalazione dell’Interpol.
I pagamenti effettuati da Dell’Utri sono avvenuti con le sue carte di credito.
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando firmerà a breve la richiesta di estradizione. Il Guardasigilli sta rientrando a Roma (era a Torino per l’apertura della campagna elettorale del Pd) per dare il suo via libera.
Dall’ambasciata in Libano fanno sapere che a Dell’Utri è stata data “assistenza consolare come in tutti casi di connazionali arrestati” anche se allo stato non è il personale diplomatico non ha avuto ancora modo di potergli parlare.
Gli inquirenti del Dipartimento di intelligence della polizia libanese lo non stanno interrogando.
Il primo commento arriva da Palermo, il pg Luigi Patronaggio, che aveva chiesto l’arresto, dice: “Nonostante la forte pressione mediatica che talvolta rischia di vanificare il nostro lavoro e quello delle forze di polizia che ci collaborano, ritengo che, in sinergia con la Dia e l’Interpol, con l’arresto di Dell’Utri abbiamo ottenuto un ottimo successo operativo. Attendiamo adesso con serenità l’esito del processo in Cassazione”.
Il 15 aprile è prevista infatti l’udienza che dovrà confermare o annullare quel verdetto. Per questo gli inquirenti di Palermo avevano chiesto e ottenuto, dopo aver ottenuto in passato due no, il mandato di arresto.
L’8 aprile l’ex parlamentare però non era stato rintracciato dagli investigatori che erano andati in carcere a cercarlo e il 10 per lo Stato italiano l’ex parlamentare è diventato formalmente latitante.
Ieri, dopo la diffusione della notizia della sua scomparsa, era stato emesso il mandato di arresto internazionale eseguito dalla polizia libanese. È il Dipartimento di intelligence della polizia libanese, che ha competenze anche su questioni di criminalità organizzata e terrorismo, che al momento tiene in custodia Dell’Utri.
Ieri Dell’Utri tramite una nota aveva fatto sapere: “Mi sto curando. È aberrante la richiesta“.
“Tengo a precisare che non intendo sottrarmi al risultato processuale della prossima sentenza della Corte di Cassazione; e che trovandomi in condizioni di salute precaria — per cui tra l’altro ho subito qualche settimana fa un intervento di angioplastica — sto effettuando ulteriori esami e controlli”, senza però dire dove. Un indizio che Dell’Utri potesse essere in Libano era stato captato dagli investigatori nei mesi scorsi, quando il fratello Alberto al telefono disse: “In Libano Marcello starebbe bene”.
“Ora è trattenuto dagli agenti e spero possa essere liberato in attesa della procedura di estradizione — dice l’avvocato Giuseppe di Peri che non ha ancora sentito Dell’Utri. ”Spero che la polizia locale gli abbia fatto contattare un avvocato del posto. Le procedure per l’estradizione — spiega il legale — sono partite ma passerà almeno qualche settimana”.
Intanto, spiega l’avvocato, Dell’Utri potrebbe essere considerato in stato d’arresto o rilasciato in attesa dell’esito delle procedure di estradizione: “Dipende dalle leggi del posto”.
Le ultime tracce che Dell’Utri aveva lasciato erano in Libano.
Il 3 aprile l’ex senatore era nel paese mediorientale perchè uno dei suoi telefoni è stato intercettato “nei dintorni della città libanese di Beirut”. L’ex parlamentare era stato visto inoltre sul volo Parigi-Beirut il 24 marzo. Il testimone aveva visto l’ex senatore viaggiare “in business” e aveva assicurato di averlo visto ritirare il bagaglio una volta atterrato e uscire dall’aeroporto. L’intercettazione che aveva fatto scattare l’ordine di cattura risale a novembre.
Nella conversazione il fratello Alberto parlando col proprietario del ristorante Assunta Madre di Roma Vincenzo Mancuso, diceva di “accelerare i tempi” e faceva riferimento alla Guinea che “concede facilmente i passaporti diplomatici”.
Mentre in un’altra intercettazione il fratello Alberto, sempre con Mancuso, affermava: “Il programma è quello di andarsene in Libano perchè lì è una città dove Marcello ci starebbe bene perchè lui c’è già stato la conosce, c’è un grande fermento culturale… per lui andrebbe bene”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 11th, 2014 Riccardo Fucile
IL PARTITO PERDE ATTRAZIONE: “SIAMO MORTI”
Lo sguardo si fa cupo alla vista delle prime ipotesi di liste elettorale: “Ma che gente abbiamo. Questi nomi non sono competitivi”. Silvio Berlusconi è nero.
Perchè è chiaro che nulla sarà più come prima. Ormai è “sotto osservazione”.
Costretto a una campagna elettorale col freno a mano: una parola fuori posto, e scattano i domiciliari.
E per la prima volta non si trova gente da mettere in lista.
Tra gli imprenditori di peso nessuno vuole prestare la propria faccia a un partito sul ciglio del precipizio giudiziario: “La verità — dice un big azzurro — è che non siamo attrattivi. Diamo l’idea di quelli che stanno morendo”.
I nomi più noti che il Cavaliere è riuscito a coinvolgere sono Mattia Malgara, figlio di Giulio (quello che si è inventato la Chiari e Forti per intenderci) e Giampiero Samorì.
Per il resto non solo non arrivano facce nuove, ma tra le vecchie si registrano diversi no.
Perchè adesso la frana è iniziata davvero. Con i sondaggi che danno Forza Italia stabilmente sotto il 20. E col peggio che deve ancora venire.
Nessuno è certo che Silvio Berlusconi finirà la campagna elettorale da uomo libero. Perchè è provato, ha i nervi a fior di pelle e quando si allenta il cordone sanitario che gli hanno costruito attorno le parole sono fuori controllo.
Il crollo del Capo fa paura: “Dopo di lui — trapela dalle stanze di San Lorenzo in Lucina — cadremo tutti, uno ad uno”. Insomma la diga si è aperta. Berlusconi è indebolito. Dell’Utri latitante. Le notizie sulla latitanza di Dell’Utri sono da brivido.
Per anni è stato il cuore pulsante dello Stato berlusconiano, quello economico. Ora è irreperibile alla vigilia della sentenza più temuta.
Fa sapere che è all’estero per “cura e riposo” e che non intende sottrarsi alle decisioni dei giudici. Ma in molti pensano che non rientrerà in caso di condanna definitiva. Sette anni, carcere, per aver mediato — così scrivono i giudici dell’Appello — tra Berlusconi e Cosa Nostra.
Eccolo l’altro masso della frana, destinato ad precipitare martedì, quando su Berlusconi peserà l’ombra dei rapporti con la mafia, mediati da Dell’Utri.
Potrebbe esserci una coincidenza temporale tra Cassazione su Marcello e la pronuncia del tribunale di Milano in merito a “come” il Cavaliere dovrà scontare i servizi sociali.
E le liste di Forza Italia sono in alto mare.
Dai territori arrivano notizie di una faida tra bande. In Piemonte, in Campania che assomiglia a una polveriera. E i portatori di voti iniziano a fuggire.
L’ex sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza — Berlusconi lo chiamava “il mio sindaco” – se ne è andato con Alfano.
In Sicilia il grosso dei portatori di voti ha lasciato Forza Italia.
Sul territorio, il minuto dopo le europee “può succedere di tutto” ammette più di un dirigente.
È in questo quadro che Berlusconi ha chiamato i “riservisti”, messi da parte in questi mesi in nome del rinnovamento.
Giancarlo Galan, per recuperare consensi nel Veneto, che non assomiglia neanche lontanamente al granaio di Bossi e Berlusconi di qualche anno fa.
In Sicilia ha chiesto a Saverio Romano. Al centro si è affidato a Tajani.
La notizia è che per parecchi riservisti hanno declinato l’offerta sentendo aria di flop. Pare ci stia pensando Miccichè, il grande artefice del 61 a zero di 14 anni fa.
Il risultato per ora, ammettono a microfoni spenti i parlamentari di Forza Italia, è “disastroso”. Al nord-est la capolista, al momento, è la Gardini.
Al nord Ovest è Toti però che “non tira”, e che non sarà sostenuto da pezzi importanti di Forza Italia come il vicepresidente della Regione Mantovani.
Al centro Tajani. Al Sud Fitto, unico che ha voti suoi.
Le Isole sono un mistero.
Per la prima volta manca l’entusiasmo da rimonta, come alle scorse elezioni. Nessuno crede più in Berlusconi.
A microfoni accesi non viene ancora ammesso. Ma basta chiedere due chiacchiere a microfoni spenti e il ritornello è sempre lo stesso: “Siamo morti”.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 11th, 2014 Riccardo Fucile
FORSE NON HA COMPRESO CHE IL PROBLEMA ERANO I SOLDI DIROTTATI PER ALTRI SCOPI…MAGARI TRA QUALCHE ANNO CI ARRIVA
Giulia Sarti, esponente di punta dei Cinquestelle, ancora ieri sera su La7 intervistata dalla
Gruber, ha inserito sulla sua pagina Fb la foto e il commento che riproduciamo qua accanto.
La foto di una stazione ferroviaria con 5 cartelloni elettorali cerchiati e la frase scoop: “Ecco dove finiscono i rimborsi elettorali: soldi rubati ai cittadini italiani”.
Di fronte a una miriade di scandali locali dove i soldi destinati ai partiti hanno preso le strade più traverse, tra mutande e profumi, prosciutti e cene, pranzi di nozze e vestiti, alberghi e viaggi di lusso, ci aspettavamo che la Sarti giudicasse scandalosi tali comportamenti.
Invece va a fotografare proprio l’unica cosa che è giustificabile: ovvero che i rimborsi elettorali debbano servire alla propaganda elettorale.
Ricordiamo alla Sarti semmai che i rimborsi, ora aboliti, avevano in origine lo scopo di restituire i soldi effettivamente spesi: invece si era arrivati, a fronte di note spese dei partiti, a rimborsare persino una cifra dieci volte superiore.
Permettendo a molti di mantenere sedi e personale, al di là di quanto effettivamente speso in campagna elettorale.
Qualcuno obietterà : ma almeno i Cinquestelle hanno rinunciato ai rimborsi.
E’ inesatto: come sottolineato dal presidente del Senato Grasso, il M5S non avrebbe potuto riscuoterli in ogni caso, quindi non hanno rinunciato a un bel nulla.
Il motivo è risaputo: il loro Statuto manca di qualsivoglia crisma di democrazia interna e controllo amministrativo pubblico, pertanto non avrebbero avuto accesso ai finanziamenti pubblici.
A Grillo e Casaleggio conviene mantenerlo cosi, liberi di farlo, ma non dicano che hanno rinunciato a quello che non gli spetta.
E la Sarti magari eviti di scoprire l’acqua calda: i rimborsi avrebbero dovuto servire proprio a quello immortalato nella sua foto.
Si scandalizzi per un motivo migliore: ce ne sono tanti, anche a casa sua.
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Aprile 11th, 2014 Riccardo Fucile
SONO QUATTROCENTO, TRA POLIZIOTTI E CARABINIERI, LE FORZE DELL’ORDINE IN SERVIZIO A MONTECITORIO PER “PROTEGGERE” LA CAMERA… E I DEPUTATI PRENDONO “L’INDENNITà€ DI PALAZZO”
Chissà se un numero così elevato si giustifica con la paura di una rivolta popolare. 400 a 630, un rapporto di uno a più di uno e mezzo.
Dopo la Presidenza della Repubblica, la Camera dei deputati sembra un fortino di guerra.
Protetto, anzi blindato da un piccolo esercito. I poliziotti in servizio presso l’Ispettorato interno a Montecitorio sono 198; almeno altrettanti i carabinieri dell’omologo Comando.
Circa 400 uomini e donne in divisa a tutela di 630 onorevoli deputati.
Per comprendere meglio questo dato, bisogna equipararlo a quello di una periferia romana, dove troviamo — in media — un poliziotto ogni 2.100 abitanti.
Ai dipendenti del Viminale è affidata la sicurezza interna a Montecitorio e a tutti gli altri palazzi della Camera, oltre alla scorta al presidente e ai suoi predecessori.
Tanto per fare un esempio, come ha tenuto a sottolineare la stessa Boldrini, è stato proprio il dirigente dell’Ispettorato a decidere, “sulla base di proprie autonome valutazioni, fondate sui fatti accaduti a Montecitorio e sulle tensioni che ne sono derivate”, di concedere la scorta a Stefano Dambruoso, il questore di Montecitorio che a gennaio, durante una protesta del Movimento 5 Stelle, ha rifilato una manata in faccia alla collega grillina Loredana Lupo.
Ecco, da quel giorno sono i poliziotti interni ad assicurare a lui, non a lei, l’incolumità fisica.
Ai militari dell’Arma spetta invece la vigilanza all’esterno.
Da non confondere, attenzione, con le divise che vediamo garantire l’ordine pubblico in occasione delle manifestazioni: quelli sono altri carabinieri o altri poliziotti, tutti dei reparti mobili.
Stipendio base 1.300 euro per prendersi insulti e pure qualche sputo.
Ieri il Fatto Quotidiano ha raccontato come il Quirinale sia un posto di lavoro molto ambito anche dal punto di vistaeconomico.
In misura leggermente minore, questo vale anche per la Camera.
Secondo i dati raccolti dal sindacato di polizia Sed, a fare la differenza, ancora una volta, sono le indennità (chiamate proprio “indennità di palazzo”) che — come nel caso del Colle — vengono erogate direttamente dall’istituzione.
Si va dai 200 euro mensili per gli agenti (rispetto ai 400 della Presidenza della Repubblica) ai 1.300 di un dirigente generale .
C’è poi una voce in più sulla busta paga: una sorta di indennità notturna, pari a circa 5 euro l’ora.
Una cifra che, se di per sè non dice niente, va confrontata con i pochi centesimi di euro che guadagnano in più sullo stipendio i poliziotti delle Volanti.
La differenza è che mentre i primi si trovano a dover badare alla sicurezza (interna) di un palazzo che per definizione ormai viene associato alla Casta, i secondi devono fronteggiare microcriminalità e degrado, rischiando la pelle nelle nostre periferie.
È più che comprensibile, dunque, che siano in molti a voler essere impiegati all’Ispettorato.
Naturalmente la domanda passa dal Dipartimento di pubblica sicurezza o dal Comando generale dell’Arma e non è certo automatico che venga accettata.
Non vengono richiesti requisiti particolari e dopo cinque anni — vale per i militari — si è sottoposti a un nuovo trasferimento.
Quanto costa agli italiani la sicurezza di Montecitorio?
Non raggiungiamo l’esorbitante cifra di 40 milioni di euro come per il Quirinale, ma le divise pesano sui bilanci dello Stato per almeno 15 milioni di euro l’anno.
Ancora una volta: se il governo ha deciso di tagliare gli sprechi, forse più che partire dalla Polizia stradale potrebbe partire dai palazzi del potere.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 11th, 2014 Riccardo Fucile
“HANNO SEQUESTRATO UNA VILLA CHE NON E’ MIA E UN CONTO IN ROSSO”
“Per i pm sarei un re Mida al contrario”. 
Torna a difendersi il senatore Ncd ed ex governatore lombardo Roberto Formigoni.
E, a due settimane dal rinvio a giudizio per associazione a delinquere e corruzione in merito allo scandalo Maugeri, convoca oggi una conferenza stampa nella sede milanese della fondazione ciellina ‘Europa Civiltà ‘, della quale è presidente onorario.
Sul terrazzo con vista su quel palazzo Lombardia da lui stesso voluto, Formigoni chiarisce: “Mi hanno sequestrato una Panda, una Multipla, una villa in Sardegna — che non è mai stata mia — e un conto corrente in rosso”, continua Formigoni in riferimento ai sequestri a suo carico disposti ieri dal tribunale di Milano, che congiuntamente ai sequestri disposti per le altre persone sotto processo ammonterebbero a 49 milioni di euro.
“Sull’altro mio conto ho 18 euro”, continua il senatore di Ncd, che spiega di attendere lo stipendio da parlamentare che arriverà il 21 del mese.
“Nel frattempo ho chi mi dà da mangiare e a Roma mangio alla buvette”.
Più spartano di un grillino, facciamo notare.
“E’ vero — conferma Formigoni — sono abbastanza spartano”
Franz Baraggino
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Aprile 11th, 2014 Riccardo Fucile
“A CANDIDARSI ALLE EUROPEE NON SAREI STATA IO, MA LAMPEDUSA CON IL SUO CARICO DI UMANITA’ E DI PROBLEMI”
Giusi Nicolini, la sindaca di Lampedusa, la rivoluzione — da non confondersi con quella “rosa” fiore all’occhiello del premier — la fa ogni giorno, affrontando i mille problemi della sua isola.
Lei, che non ha diritto a un segretario comunale, che ha affrontato a testa alta e con il cuore la carneficina di 366 immigrati, aveva accettato di essere capolista per il Pd alle Europee su richiesta pressante dei vertici del Nazareno.
Lo aveva fatto per garantire a Lampedusa quella forza di cui avrebbe bisogno per contare di più in Europa.
Ma il Pd, rimangiandosi la parola data, le ha preferito Caterina Chinnici, figlia del magistrato del pool antimafia assassinato dalla mafia, ex assessore della giunta Lombardo, braccio destro della ministra Cancellieri.
E Giusi Nicolini ha detto: no, grazie.
Ci spiega perchè essere capolista era così importante?
A candidarsi alle Europee non era Giusi Nicolini, ma Lampedusa. Lo avevo spiegato forte e chiaro, tant’è che nel caso in cui fossi stata eletta avrei continuato a fare il sindaco. Ma visto che Lampedusa, evidentemente, non è stata ritenuta degna di essere capolista, scelta che avrebbe avuto un alto significato simbolico, ho rinunciato.
Non teme che questa scelta possa essere letta come la paura di non farcela non essendo più capolista visto che nelle isole si eleggono due parlamentari e il Pd in Sardegna gioca la carta di Renato Soru?
Non ho fatto tutti questi calcoli. Ho solo preso atto che la richiesta fattami e reiteratami dal deputato del Pd Faraone per conto di Renzi, era venuta meno. Giusi Nicolini non ha ambizioni personali, dedica tutte le sue energie ad affrontare fatiche disumane per amministrare e tentare di dare dignità alla sua isola. Qui tutto è più complicato di altrove. Qui la normalità è emergenza.
Lei scrive “evidentemente nel Pd sono prevalse altre logiche”. Quali sarebbero queste logiche?
Non sono una maga. Non faccio parte della direzione nazionale, non sono neppure iscritta al Pd. Dico questo intuendo che Renzi non sia riuscito a difendere quella sua volontà rappresentatami con insistenza da Faraone di correre da capolista e a conti fatti non è stato così. La mia parola vale quanto me e mi piacerebbe che fosse così anche in politica, anzi soprattutto in politica. Non ero certamente alla ricerca di una poltrona, mi era sembrata una opportunità per Lampedusa: il mio amore viscerale, la mia dannazione.
Non teme che questo suo rifiuto potrà far venire meno o che possa indebolire l’attenzione verso Lampedusa?
Non voglio neppure pensarlo. Lampedusa è carne viva, è orgoglio di questo Paese e dell’Europa non merce di scambio, di rivalse. Sono certa che durante la presidenza italiana del prossimo semestre europeo, il governo terrà fede agli impegni assunti a ottobre di fronte alle 366 bare allineate nel piccolo aeroporto. Così come sono certa che non dimenticherà i tanti bisogni della mia comunità e non abbandonerà mai più le Isole Pelagie alla solitudine alla quale sono state relegate per troppo tempo.
Altrimenti, come sempre, farà sentire la sua voce?
Su questo non ci sono dubbi: chi combatte per una causa giusta lo fa sempre non a corrente alternata.
Sandra Amurri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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