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COSENTINO INTERCETTATO: “BERLUSCONI MI DIA QUELLO CHE CHIEDO O QUI COLA TUTTO A PICCO”

Aprile 26th, 2014 Riccardo Fucile

SANTANCHE’: “BERLUSCONI HA INTORNO DEI CRETINI”… NUOVI ATTI DEPOSITATI AL RIESAME DI NAPOLI

Nicola Cosentino e il drappello dei suoi fedelissimi in Senato non volevano arrendersi. Mandavano ultimatum al Cavaliere attraverso Denis Verdini.
Chiedevano la candidatura alle europee per Nicola e le poltrone dei vari coordinamenti provinciali. Nick ‘o mericano ordinava ai suoi senatori: “Andate da Berlusconi 4 o 5 di voi, ditegli o si fa così oppure significa che noi ce ne andiamo, mo’ ormai i senatori valgono dieci volte tanto. O ci date tutti i coordinatori provinciali oppure qua va a picco tutto”.
Non solo. Negli ultimi mesi elaboravano una strategia di dissenso da Forza Italia “su scala nazionale”, immaginavano un gruppo “di 24, 25 senatori” nelle chiacchierate con Raffaele Fitto, si confrontavano proprio con l’attuale capolista Fi nel Mezzogiorno, sulle fratture esplose nel partito del Cavaliere.
Trenta pagine fitte di conversazioni; tutte recentissime, datate gennaio, febbraio o marzo scorso. Cosentino al telefono con D’Anna, con l’inseparabile “socio” Denis Verdini, con Daniela Santanchè. Sono i nuovi atti depositati al Riesame di Napoli dai pm Antonello Ardituro, Francesco Curcio e Fabrizio Vanorio per dimostrare che l’ex sottosegretario Pdl deve restare in carcere e che il suo potere non è finito.
A detta del senatore Enzo D’Anna che chiedeva la vicinanza del parlamentare pugliese al caso Campania, Fitto li sosteneva e caricava, mentre ancora combatteva le resistenze del Cavaliere, e soprattutto del suo nuovo entourage, per conquistare la cima della lista sud alle europee. “Dopo il 10 aprile – avrebbe promesso Fitto, secondo ciò che riferisce D’Anna a Cosentino – Digli a Nicola che qui cambia tutta la strategia. Che, se ce ne andiamo adesso, questo ci fa passare per traditori e facciamo la fine di Alfano”. E Nicola, ascoltanto al telefono, approvava: “Ah no, quella non la dobbiamo fare”.
Numerosi gli sfoghi anche con la Santanchè, la quale gli dice: “Ma io lo so che tu sei un uomo con le p… Lo hai dimostrato con quello che hai fatto finora. Perciò allora tu devi andare lì, da Berlusconi, e devi dirgli chiaramente in faccia come stanno le cose… Perchè chi vuole bene a Berlusconi deve preservarlo da errori catastrofici, perchè se no qua tra un po’ non ci ritroveremo più nessuno. Perchè Berlusconi può anche avere intorno dei cretini, ma lui non è cretino”.
E Nicola adirato: “Ma io non riesco a incontrarlo, non me lo passano neanche al telefono … La sua corte me lo proibisce”.
In un’altra conversazione, l’instancabile Cosentino torna sull’argomento e spiega con una chiara metafora il suo allontanamento dal cerchio magico. “A Dudù non sto simpatico…dice che non mi vuole molto bene”.
E ride al telefono, alludendo in maniera inequivocabile al rapporto conflittuale che ormai lo oppone a Francesca Pascale, la first girl berlusconiana, napoletana, già  consigliere provinciale a Napoli ai tempi di Cosentino “regnante”: come deputato, come leader regionale e come sottosegretario al fianco di Tremonti.
Tempi lontanissimi. Oggi è enorme, e pubblica, la distanza che separa l’allora potente proconsole campano dall’attuale fidanzata del Cavaliere. Proprio nella sua prima intervista politica a Repubblica, del 20 marzo scorso, Francesca Pascale aveva puntato il dito contro Cosentino, a suggellare il no contro l’ipotesi di un suo rientro: “Cosentino con il suo atteggiamento sta imbarazzando tutto il partito”, scandì Francesca.
Scatenando così l’ira pubblica di Cosentino.
Intanto, Nick era alla vigilia di un altro arresto e non lo sapeva.

Conchita Sannino
(da “la Repubblica“)

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INTERVISTA AL PM GUARINIELLO: “THYSSEN, COLPE ORMAI CERTE, PER LA PRIMA VOLTA PAGHERANNO I VERTICI”

Aprile 26th, 2014 Riccardo Fucile

DOPO LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE E I TIMORI DEI PARENTI DELLE VITTIME

Fin dalla tarda notte di giovedì Raffaele Guariniello ha analizzato ogni codicillo della decisione della Cassazione.
Poi ieri ha emesso la sua personale sentenza: «Sono molto soddisfatto. La Cassazione ha stabilito un principio molto importante: per la prima volta si riconosce che i colpevoli di un incidente sul lavoro siedono anche in consiglio di amministrazione»
Dottor Guariniello, i parenti delle vittime protestano. Che cosa risponde loro?
«Rispondo che hanno ragione a chiedere giustizia. Siamo al termine di una vicenda paradossale: noi ci abbiamo messo tre mesi a chiudere le indagini complesse su un dramma che ha scosso il Paese. Lo abbiamo fatto grazie a una preparazione specifica che si è accumulata nel corso del tempo alla Procura di Torino. Poi però ci sono voluti sei anni per arrivare al giudizio della Cassazione. Questa è una distorsione che va sanata. Lo dico a chi governa: a mio parere è necessario mettere mano a un sistema così. Per evitare che i tempi lunghi diano l’idea dell’impunità  ai colpevoli e della giustizia negata alle vittime».
Nel processo Thyssen c’è il rischio della prescrizione dei reati?
«Quel rischio non c’è ma bisogna agire comunque in fretta. Per rispondere a una legittima domanda di giustizia da parte dei cittadini e dei parenti delle vittime. Io considero la Cassazione un punto di riferimento imprescindibile per la giustizia italiana. Dal 1988 mi leggo tutte le sentenze. Quante volte ho trovato scritto che un certo fatto era reato ma che non era più perseguibile perchè era passato troppo tempo? Ecco, questa è la distorsione da superare».
Che cosa la convince della sentenza della Cassazione?
«Il riconoscimento della colpevolezza di tutti gli imputati. Fino a poco tempo fa di fronte a un incidente sul lavoro ci si limitava a indagare sulla meccanica dei fatti e sul comportamento delle figure intermedie, capisquadra e capireparto, responsabili di quel tratto del processo produttivo. Ora invece si è riconosciuto che la responsabilità  è anche di chi compie le scelte strategiche dell’azienda. Per questo dico che con questa sentenza il processo per un incidente sul lavoro entra per la prima volta nella stanza del consiglio di amministrazione».
Nel nuovo appello potrete chiedere pene più severe?
«Certamente e, se mi sarà  assegnato, come mi auguro, l’incarico di seguire quel processo, credo che lo farò. Fino a ieri i reati ascritti agli imputati erano due (omicidio colposo e disastro colposo) e ora diventano tre».

Paolo Griseri
(da “La Repubblica”)

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RENZI E BERLUSCONI OBBLIGATI A CONVIVERE: DA SOLI DOVE VANNO?

Aprile 26th, 2014 Riccardo Fucile

DIETRO LE DICHIARAZIONI BELLICOSE, OLTRE GLI ULTIMATUM, AL DI LA’ DEI PATTI NON RISPETTATI, RESTANO TROPPI FRENI ALL’IDEA DELLE URNE

Dove potrebbe andare Berlusconi e dove mai potrebbe andare lo stesso Renzi? La verità  è che nessuno – per interessi diversi – pensa oggi di sfidare la sorte, precipitando verso elezioni politiche anticipate.
Non le vuole il Cavaliere e neanche il premier, «l’unico a sperare che salti tutto è Grillo», dice infatti il vice segretario del Pd, Guerini: «Grillo soltanto, però. Non i grillini che stanno nel Palazzo»
Certo, l’incidente di percorso va sempre messo in conto, ma ai partiti di centrodestra e centrosinistra già  basta e avanza la roulette russa del voto europeo, autentico spartiacque in questa fase di transizione, perchè in base al risultato saranno tracciati i confini del futuro sistema politico.
E a meno di non volersi consegnare ai Cinquestelle, sanno di essere condannati a fare insieme le riforme.
D’altronde c’è un’analogia tra l’attuale legislatura e quella passata alla storia come il «Parlamento degli inquisiti», ultimo atto della Prima Repubblica.
Allora le forze del pentapartito erano consapevoli che solo producendo riforme avrebbero potuto sperare di sopravvivere: non si erano mai visti deputati e senatori tanto operosi.
Ma quando il Pds decise di rompere gli indugi, pensando finalmente di conquistare Palazzo Chigi, al voto vinse Berlusconi.
È un precedente da tenere in considerazione.
E adesso che la Seconda Repubblica volge al termine, «solo con le riforme – come dice il coordinatore del Nuovo centrodestra, Quagliariello – si può confidare in una transizione morbida. Altrimenti…».
Perciò non è un caso se – dietro un surplus competitivo dovuto alla campagna elettorale – tanto Berlusconi quanto Renzi non sono interessati alla rottura.
«Vogliamo andare avanti», dice infatti il premier: «Non per durare ma per fare». Certo è piccato per l’atteggiamento del leader di Forza Italia, che però non ha rotto il patto del Nazareno – così si è affrettato a precisare – ma ha chiesto di «rivederne i termini».
E qui si entra nei «dettagli» a cui Renzi si mostra allergico, e che tuttavia fanno parte delle regole del gioco in una trattativa assai complessa.
Di sicuro non sono stati i «costituzionalisti» a far capire a Berlusconi che la riforma del Senato «così com’è non va bene», e che l’Italicum è «incostituzionale»: più semplicemente si è fatto (fare) due conti e ha capito che le due riforme sono per lui a saldo negativo, che soprattutto la legge elettorale «è tagliata su misura per Renzi. Troppo su misura».
E siccome la trattativa per Forza Italia è stata gestita da Verdini, la considerazione del Cavaliere ha fatto di nuovo levare nel movimento azzurro quel venticello sull’affinità  elettiva tra il premier e il plenipotenziario forzista, anch’egli fiorentino, che avrebbe esortato il suo leader a non spezzare il filo – come fece a suo tempo con D’Alema e Veltroni – per non perdere di credibilità .
Di sicuro c’è che Berlusconi si sente ed è incastrato: se rompesse sulle riforme, romperebbe con una parte consistente dei suoi elettori (che le vuole) e con una parte altrettanto consistente del suo partito (che non vuole le elezioni).
Per certi versi anche Renzi è incastrato: la minaccia delle urne infatti è un’arma scarica, siccome l’Italicum – che ancora non è nemmeno legge – è inservibile perchè è stata pensata per una sola Camera, e il Consultellum lo costringerebbe quasi certamente dopo il voto alle larghe intese. Eppoi, come ai tempi del «Parlamento degli inquisiti», deputati e senatori faranno di tutto pur di non venire rottamati in anticipo.
Ma la sortita del Cavaliere non ha solo infiammato la campagna elettorale, ha anche prodotto un paradosso politico, perchè – come sostiene Quagliariello – «con la sua nuova posizione, che è strumentale e in quanto tale inaccettabile, sui contenuti delle riforme Berlusconi si è portato sulle nostre posizioni».
Che il Senato non possa trasformarsi in un «dopolavoro» l’aveva già  detto proprio il coordinatore del Nuovo centrodestra, e fin dall’approvazione alla Camera il suo partito aveva chiesto di «modificare l’Italicum».
Si vedrà  come si svilupperà  la trattativa, quale tattica e quale tempistica adotterà  Renzi, che nel suo partito incontra ancora forti resistenze ed è deciso a superare l’impasse con un passaggio ai gruppi parlamentari e in direzione.
Non c’è dubbio però che i protagonisti delle riforme non vogliono e non possono rompere.
La difficoltà  di un’intesa non è dettata dalla vicinanza delle elezioni, sta piuttosto nel fatto che non si conosce l’esito delle elezioni.
Perchè i futuri rapporti di forza avranno un peso determinante nella conclusione della vertenza. Cosa accadrebbe, per esempio, se uno dei contraenti il patto dovesse fare crac?

Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera“)

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IL PIANO B DI RENZI: “ITALICUM PURE AL SENATO E POI AL VOTO IN AUTUNNO”

Aprile 26th, 2014 Riccardo Fucile

“FORZA ITALIA NON ROMPE, DEVE RECUPERARE SU GRILLO”

Ne ha parlato soltanto con pochissimi e fidati. Ma il piano esiste, eccome. Se tutto dovesse finire nelle sabbie mobili, se Berlusconi si dovesse rivelare un ostacolo insormontabile sulle strade per le riforme, Matteo Renzi ha in già  in mente cosa fare. «Non mi faccio cuocere a bagnomaria. Facciamo l’Italicum anche per il Senato e torniamo a votare»
Certo, per ora si tratta di una nube lontana, un’operazione rischiosa da adottare soltanto come extrema ratio.
Escluso che Renzi solleverà  la questione oggi al Quirinale, nel colloquio che avrà  con Napolitano.
Per il momento il premier ha ordinato di gettare acqua sul fuoco rispetto ai proclami bellicosi di Forza Italia. «Keep calm and carry on», come ha scritto in un sms.
Tanto più che, nei numerosi contatti di ieri tra palazzo Chigi e il quartier generale forzista, a Renzi è stato assicurato che solo di campagna elettorale si tratta.
Tanto è vero che la linea pacta servanda sunt è stata ribadita in serata da una dichiarazione alla camomilla di Giovanni Toti: «Nessuno può osare pensare che Forza Italia non rispetti i patti».
Eppure l’operazione Italicum di Renzi resta nei cassetti di palazzo Chigi, pronta a essere dispiegata nel caso le elezioni europee portassero il Pd a un risultato lusinghiero e la riforma della Costituzionale finisse impantanata.
La legge elettorale per il Senato sarebbe ricalcata su quella della Camera — ballottaggio compreso — ma per venire incontro al Nuovo centrodestra le soglie di sbarramento interne alle coalizioni sarebbe abbassate al 4 per cento.
Perchè è chiaro che, se Forza Italia si sfilasse, il nuovo Italicum dovrebbe passare con i soli voti della maggioranza.
«Se Fi dovesse cambiare idea e tirarsi indietro — ha ribadito ieri sera Maria Elena Boschi — andremo avanti con la maggioranza, con i numeri che abbiamo». A quel punto, Napolitano permettendo, sarebbe solo un problema di convenienza elettorale. Votare a ottobre 2014 sarebbe possibile, anche se ovviamente durante il semestre europeo il capo dello Stato farà  di tutto per non “regalare” al paese un’altra campagna elettorale.
Altra ipotesi sarebbe quella della primavera 2015. Entrambe le finestre elettorali darebbero comunque a Renzi la possibilità  di ripresentarsi davanti agli elettori senza il pesante fardello di tagli — 17 miliardi — che la spending review prevede per il 2015.
Oltretutto sarebbe il prossimo Parlamento, a quel punto, a scegliere il nuovo presidente della Repubblica.
Il premier potrebbe contare su gruppi parlamentari più fedeli e meno a rischio di imboscate come quelle dei 101 che tradirono Prodi.
E tuttavia, almeno fino al voto del 25 maggio, questi discorsi restano tra le quattro mura dello studio del premier. Ora è il momento di concentrarsi sul presente ed evitare quella che Renzi con i suoi definisce la «bersanizzazione della campagna elettorale ». Ovvero la sindrome pericolosissima che prende il Pd quando i sondaggi sono favorevoli.
Quell’atteggiamento “abbiamo già  vinto” che costò la vittoria a Bersani. Il premier è fiducioso sul risultato ma resta prudente. «Grillo inventa la storia della rimonta ma non è così. Comunque non dobbiamo mollare ».
Semmai i renziani iniziano a essere preoccupati per i sondaggi al ribasso del Cavaliere. Gli esperti elettorali democratici hanno infatti rilevato che ogni voto in uscita da Forza Italia, invece di andare all’Ncd, finisce per ingrossare il paniere del M5s.
Per cui una Forza Italia crollata al 16 per cento equivarrebbe a un M5S cresciuto oltre il 26 per cento. Un risultato che certo a palazzo Chigi nessuno si augura.
In ogni caso gli sforzi di Renzi e dei suoi collaboratori sono ora tutti concentrati a far rientrare la fronda interna al Pd, una ricucitura indispensabile per andare avanti.
Sms sono partiti in queste ore dal ministro Boschi, dal sottosegretario Delrio e dallo stesso Renzi indirizzati ai dissidenti. L’appello è: non offriamo sponde a Berlusconi, «evitiamo le divisioni». Ma il premier ha anche ammesso che il governo non si impiccherà  su una settimana in meno o in più di discussione. Lo fa sapere in un giro di telefonate alle «teste calde» dem Lorenzo Guerini, il vice segretario: «I tempi slittano, è inevitabile. Il 16 maggio il Senato sospende l’attività . Però entro quella data potremmo chiudere in commissione. Il risultato politico ci sarebbe comunque».
La sinistra del Pd spera in questo allungamento dei tempi per cambiare il testo.
I dissidenti dem sono convinti che sia l’unico effetto positivo del caos scatenato da Berlusconi. «Togliere la riforma del Senato dalla campagna elettorale per le europee è un bene, così possiamo riprendere a parlare dei contenuti», osserva Felice Casson. Tutto questa apertura al dialogo non convince un renziano duro e puro come Giachetti, sempre più pessimista.
«Il nostro problema — confida — non è Berlusconi ma la minoranza interna. Si accaniscono sulla riforma del Senato ma è l’Italicum il loro vero obiettivo. Faranno di tutto per fermarlo».

Francesco Bei e Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)

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LA RIFORMA POLETTI PRODURRA’ OCCUPAZIONE? L’OPINIONE DI IMPRESE E PRECARI

Aprile 26th, 2014 Riccardo Fucile

“NON AIUTERA’ AD ASSUMERE, MA A SFRUTTARE”…. “NON CAMBIA NULLA, E ADDIO CAUSE DI LAVORO”

Lo scontro interno alla maggioranza ha distolto l’attenzione dai veri effetti sul campo del decreto lavoro.
Ad oggi, il testo è un ibrido che scontenta tutti (Ncd e Sc in testa), ma non mette di traverso nessuno. “Il decreto creerà  occupazione”, si è difeso il ministro Poletti.
La cognizione delle novità  arriva più dalle imprese che dai lavoratori. Il motivo è semplice: i destinatari sono i precari, milioni di persone con contratti “atipici”, fuori dalla rappresentanza dei grandi sindacati. Nessuno gliele ha spiegate.
DAL LATO IMPRESA
È un’arma. E come tutte le armi nelle mani sbagliate farà  molti danni. Per le aziende serie, diciamo con un’etica, non cambia molto, anzi in parte peggiora la situazione, per le altre… molte imprese non vedevano l’ora di avere mano libera”.
La sintesi del decreto lavoro — lato imprenditori — è di Francesca, 31 anni, che da tre guida le filiali italiane di una grande multinazionale dell’abbigliamento con centinaia di dipendenti.
“Pochi giorni fa ricevo una chiamata dalla direzione — spiega al Fatto — mi avvisano che siamo al 21 per cento di contratti a tempo determinato sul totale dei dipendenti, bisogna scendere al 20 come prevede il testo del governo”.
Cosa comporta? “Che dovrò graziarne qualcuno mettendolo a tempo indeterminato e spremere all’osso tutti gli altri. Detto brutalmente: la riforma non mi aiuterà  ad assumere nessuno, ma a sfruttare di più quelli che ho”.
In cambio, il testo introduce limiti al ricorso ai contratti atipici, fissando delle soglie sul totale dell’organico.
“La cosa incredibile è che per compensare la libertà  di manovra fino a 36 mesi dei contratti a termine, si sono imposti questi paletti. Da una parte ti do mano libera, dall’altra ti impongo soglie arbitrarie. Come si fa a dire a un’azienda che da un giorno all’altro deve stabilizzare l’80 per cento dei dipendenti? Giustamente non si fidano delle imprese, ma così puniscono chi, come noi, era già  vicino alla soglia e comunque non faceva più di 12 mesi di tempo determinato”.
È il paradosso di un testo che scontenta Ncd e Scelta civica che invece lo giudicano troppo blando sulla flessibilità  in entrata.
Chiedono di liberalizzare ancora di più i contratti a termine con un numero maggiore di proroghe.
“Da me funziona così: entri con un contratto di 6 mesi, rinnovabile per altri sei. Finiti i due contratti, o scattava l’indeterminato o finiva il rapporto di lavoro — spiega Francesca —. Molte aziende, invece, alla seconda scadenza ti fanno stare a casa venti giorni e poi ti fanno un altro contratto. Il vantaggio è indubbio: perchè prorogano il contratto senza bisogno di motivarlo con la cosiddetta causale e nessuno può impugnarlo davanti al giudice del lavoro”.
“Certo ci fanno un favore — spiega Paolo, proprietario di una piccola azienda torinese che lavora nel campo dell’impiantistica industriale —. Prima potevo fare un solo rinnovo all’anno, adesso arrivo a cinque. È un modo per sfruttare il lavoro temporaneo, uno strumento che andrebbe maneggiato con cura, lo dico da imprenditore”.
La differenza, quindi, la fa soprattutto il fattore umano. “La mia è un’azienda di famiglia con 40 anni di esperienza, c’è tutto l’interesse a stabilizzare e fidelizzare i dipendenti — spiega Paolo —. Ma con la crisi non è facile. Io lavoro con la Fiat, vi lascio immaginare. Abbiamo picchi di lavoro e lunghi tempi morti senza commesse. Ricorrere ai contratti a termine è inevitabile. Assumere costa troppo, e da questo punto di vista il decreto non sposta di una virgola la situazione. È l’Italia del gattopardo”.
Eppure il testo è stato presentato quasi in concomitanza con l’uscita dei dati Istat sulla disoccupazione (al 13 per cento). “Il decreto non precarizza, anzi crea lavoro”, ha spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti.
“L’occupazione si crea abbassando i contributi, cioè il cuneo fiscale, così si aiutano solo gli imprenditori a evitare grane, ma non ad assumere. A me fanno concorrenza le aziende dell’Est, un mio collega paga solo 300 euro di contributi al mese. Non c’è contratto che tenga”.
DAL LATO DI CHI CERCA
So che così è anche peggio di prima, ma, è triste dirlo, la percezione di chi è già  precario è che non si possa peggiorare più di così”.
Aldo, romano, 29 anni, da 4 entra e esce da una grande azienda pubblicitaria con sedi in tutto il mondo. Le novità  introdotte dal decreto lavoro lo lasciano quasi indifferente. Neanche le proroghe fino a cinque volte senza motivazione lo spaventano. “Lì si usa già  di tutto, anche contratti di un mese e mezzo con ritenuta d’acconto. Dovresti lavorare da casa e invece ti chiedono di andare lì tutti i giorni. Se superi il numero di rinnovi o proroghe, ti fanno assumere da un’altra azienda, che però fa sempre parte del gruppo e si ricomincia”.
Una differenza rispetto a prima, però, riesce a intravederla: “Ad oggi ci sono persone che stanno in azienda da nove anni con contratti a termine.
Molte, esauste, alla fine hanno fatto causa. Adesso, senza obbligo di motivare rinnovo del contratto a termine sarà  difficile appigliarsi a qualcosa. Ma gli espedienti si erano già  trovati”.
Quali sono li spiega dopo essersi assicurato per l’ennesima volta l’anonimato: “Si accordano con il lavoratore, gli danno 500 euro e lui promette di non fare causa quando se ne va. Nello stipendio compare una voce fittizia, tipo ‘consulenza’ e tu te ne stai buono. Certo non possono mettere per iscritto l’accordo ma alla fine accetti e porti a causal’aumento una tantum”.
Aldo non è l’unico che non riesce a leggere le novità  del decreto. Eppure gli esempi non mancano, a partire dall’apprendistato.
Il testo uscito dalla camera abbassa dal 30 al 20 per cento il vincolo all’assunzione degli apprendisti già  sotto contratto: senza, non è possibile siglarne di nuovi.
“C’erano tre apprendisti nell’ufficio di Roma. Uno l’hanno cacciato, agli altri due hanno fatto un contrattino di sei mesi, mai rinnovato”.
“E’ curioso — spiega Luca, 30 anni di Modena, che lavora in un impresa di macchine agricole — dove lavoravo prima avevo un contratto di apprendistato, ma facevo le stesse cose degli altri impiegati, con le stesse responsabilità . Ce n’erano anche altri come me, ma solo uno è rimasto dentro. Però ci sarebbe la formazione, che da contratto è obbligatoria, e invece non l’ho mai fatta, nè io nè gli altri apprendisti in azienda. Ora il decreto lascia margine di libertà  all’azienda se farla interna o affidarsi alla regione. Non so se sia un bene”.
Nella versione del testo uscita dalla Camera, l’impresa, in mancanza di un progetto formativo regionale entro 45 giorni dal contratto, può anche fare a meno della formazione.
Anche se gli sgravi sono legati proprio alla formazione “esterna” (e non sul lavoro). “Quindi è peggio, perchè il contratto verrebbe snaturato. Ma anche così, non mi sembra cambi molto, io non la facevo e gli altri neanche. Col tempo mi sono reso conto che è solo un contratto che gli permette di pagare meno contributi e risparmiare sui costi. In pratica cercano ‘apprendisti con esperienza’”, spiega Luca.
La flessibilità  non lo preoccupa. “Ci sono abituato. Quando me ne sono andato in un’altra azienda, mi hanno fatto un contratto di sei mesi, poi uno di due anni mezzo, tutto entro la soglia dei 36 mesi. Alla fine non me l’hanno rinnovato. L’avvocato mi diceva: dai che gli facciamo causa, ma ho rinunciato. Inutile restare dove non ti vogliono. Ma io sono fortunato, vivo a Modena, dove c’è un tessuto produttivo che ti aiuta. Fossi nato in Sicilia o in Campania questo discorso non potrei farlo”.
“È normale che un giovane precario dica che per lui non cambia niente”. Spiega Luigi Marinelli, dell’Unione sindacale di base: “È la conseguenza del fatto che i sindacati li hanno lasciati soli”.

Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ECCO PERCHE NAPOLITANO PUNTA SU PADOAN COME GARANTE: TUTTO QUELLO CHE RENZI NON E’

Aprile 26th, 2014 Riccardo Fucile

ECONOMISTA DI AREA PCI, CONSIGLIERE DI D’ALEMA E AMATO, GRANDE CARRIERA INTERNAZIONALE

Oggi è il giorno dell’incontro riparatore: Matteo Renzi ascenderà  al Colle più alto di Roma per chiacchierare con Giorgio Napolitano dopo che giovedì il capo dello Stato lo aveva snobbato convocando il suo ministro Pier Carlo Padoan e non lui per avere “ulteriori chiarimenti” sul decreto Irpef.
Il premier non l’aveva presa bene (“una cosa mai vista”) e così oggi potrà  riassumere formalmente il suo ruolo (“attendo la convocazione”, ha detto ieri, deferente, al capo dello Stato durante la cerimonia per il 25 aprile al Vittoriano).
In realtà , Napolitano ha anche due cosette da dire al giovane capo del governo: non gli sono piaciute le uscite dei renziani — tipo quella di Roberto Giachetti — che invocavano il voto visto la mezza retromarcia di Silvio Berlusconi sulle riforme.
La stabilità , il nuovo bicameralismo e l’Italicum — per il Quirinale — valgono più di ogni altra cosa.
L’incontro, insomma, non cambierà  la scenografia in cui il presidente della Repubblica ha inserito la vita politica italiana giovedì: il garante della tenuta dei conti pubblici è Padoan, quello della riuscita delle riforme lui (la chiamata a rapporto della recalcitrante Anna Finocchiaro lo ha sancito sempre giovedì).
Ma perchè Napolitano si fida così tanto del ministro dell’Economia tanto da farne il garante di un pezzo così rilevante degli obiettivi del suo fine regno?
Il motivo sta nella biografia di Pier Carlo Padoan (Pcp): se Mario Monti era “il più tedesco degli economisti italiani”, l’attuale ministro è il più politico dei tecnici.
Non solo: è un politico che viene da un mondo particolarmente consonante con quello del capo dello Stato. Pcp, infatti, all’ingrosso viene dal Pci ed è arrivato a Bruxelles. Come Napolitano.
Classe 1950, laurea alla Sapienza, vicino in gioventù al circolo di Franco Rodano — nume tutelare dei cattocomunisti d’antan — il suo nome comincia a farsi conoscere nel mondo della sinistra italiana nel 1975, quando pubblica su Critica marxista una relazione intitolata nientemeno che Il fallimento del pensiero keynesiano, che bordeggia con una certa insistenza certe critiche al riformismo socialdemocratico care agli amendoliani del Pci, il più famoso tra i quali è proprio Giorgio Napolitano.
Padoan cercava una sua terza via — ieri, per confermarlo, ha citato sul Foglio un articolo del 1980 sulla rivista del Mulino in realtà  somigliava molto a un superamento da sinistra del capitalismo.
Non che si tratti di scetticismo sull’autobiografia del nostro: le radici di certe conversioni sono sempre profonde e difficilmente accertabili dall’esterno.
L’Accademia, levatrice e culla del nostro, viene abbandonata nel 1998, quando Padoan se ne va a Palazzo Chigi a fare il consulente di Massimo D’Alema per l’economia internazionale in un trittico di economisti che comprende il suo amico Claudio De Vincenti (oggi viceministro allo Sviluppo) e Nicola Rossi.
Insieme a Marcello Messori — oggi alla Luiss — formano il gruppo che ai tempi veniva chiamato con un certo disprezzo — e a torto, per la verità  — dei “blairiani alle vongole”.
Va detto che dopo Palazzo Chigi — dove rimase fino al 2001, quando premier era Giuliano Amato — la carriera di Pier Carlo Padoan esplose: dal 2001 al 2005 è stato direttore esecutivo per l’Italia del Fondo monetario internazionale (l’ex viceministro Stefano Fassina fu suo assistente), incarico che lasciò per diventare direttore della fondazione ItalianiEuropei, fondata da D’Alema e che vedeva Amato alla guida del comitato scientifico.
L’aria di famiglia, insomma, l’inquilino del Colle la sente lontano alcune miglia, ma non è solo quello che ha fatto di Padoan il suo garante: ancor più rilevante è la confidenza che il nostro vanta coi circoli economici internazionali.
Il ministro dell’Economia, infatti, oltre che al Fmi ha fatto il consulente per la Banca mondiale e la Commissione europea, ha insegnato al “College of Europe” di Bruges, che è la principale sede produttiva della suprema burocratja bruxellese e — soprattutto — lavorato all’Ocse dal 2009 all’inizio di quest’anno: vicedirettore e capo economista
In questa veste il nostro è rimasto anti-keynesiano come nel 1975, ma non pare cercare più alcuna terza via, andandogli bene la prima.
Ad esempio Paul Krugman — premio Nobel per l’Economia, keynesiano — ha duramente attaccato i report prodotti sotto la guida di Padoan per ben due volte nell’ultimo anno nel suo blog sul sito del New York Times, classificando l’Ocse tra i più pervicaci sostenitori dell’austerità  (e il Def recentemente pubblicato dal ministro o le sue interviste decisamente non danno torto al polemista statunitense).
In definitiva, Pier Carlo Padoan è il garante di Napolitano perchè è in perfetta continuità  — tolta la vernice della personalità  e le mutate condizioni nel dibattito europeo — con i gabinetti Monti e Letta, entrambi voluti, creati, tenuti in vita e infine giubilati dall’attuale presidente della Repubblica in nome della stabilità  e del rispetto dei vincoli di bilancio europei.
In questo senso, e solo in questo caso, venire da sinistra dà  persino una certa precedenza.

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’ANALISI DEI SONDAGGISTI: PER LE EUROPEE TUTTO PUO’ ANCORA CAMBIARE

Aprile 25th, 2014 Riccardo Fucile

M5S STIMATO AL 25/27%: META’ DEGLI ELETTORI DEL 2013 NON LO RIVOTERANNO, MA ALTRETTANTI NUOVI LI HANNO SOSTITUITI… FORZA ITALIA AL 20% COME BASE DI PARTENZA… CALA LA FIDUCIA IN RENZI

«L’impennata dei Cinque Stelle negli ultimi dieci giorni ha sorpreso anche me». Roberto Weber dirige l’istituto di ricerche Ixè che, nella sua ultima rilevazione sulle intenzioni di voto per le Europee, assegna al movimento di Grillo il 27,4%. Un boom.
Weber è prudente: «Vediamo la prossima settimana, qui le cose cambiano in fretta, certo ci sono alcuni elementi che si tengono»
Gli «elementi» rilevati da Ixè sono tre: oltre al dato dei Cinquestelle, cresce anche la fiducia verso Beppe Grillo (+5%), cala quella in Matteo Renzi e nel governo (-3%).
E cala il Pd (dal 32,8% al 32,1%).
Questi sussulti risultano anche ad altri istituti: «Per noi – risponde Carlo Buttaroni di Tecnè – Grillo è al 27% e ha guadagnato l’1,6% in una settimana, cose che si vedono di rado».
La settimana dello scatto dei Cinquestelle è stata registrata anche da Alessandra Ghisleri di Euromedia Research: «A noi risultano al 25,3%, ma con un balzo del 3% rispetto alla rilevazione precedente».
Nel match tra Renzi e Grillo c’è l’ incognita di Forza Italia: per Tecnè ed Euromedia è poco sopra il 20%, per Ixè è al 17,5%: «È molto bassa, è vero – dice Roberto Weber – ma storicamente Berlusconi poi si mette a fare la campagna elettorale e recupera».
C’è un’altra ragione, secondo l’istituto, per cui gli azzurri faticano nei sondaggi: «Ncd e Udc per ora tengono, la lista è al 5,1%» dice Weber.
Il leader di Forza Italia non sarebbe riuscito, come altre volte, «a fare piazza pulita» di chi compete con lui nello stesso campo del centrodestra.
«Alle Europee è così – dice Alessandra Ghisleri – non ci sono coalizioni, quindi anche chi ti è vicino – Ncd e Fratelli d’Italia – è un tuo “nemico”».
Ghisleri, storica sondaggista di Berlusconi, non è stupita dall’andamento degli azzurri: «Il 20% è la base di partenza, Forza Italia – a differenza di Grillo che è in campagna elettorale permanente – sta definendo adesso le sue linee guida».
Il rischio terzo posto, dopo il Pd e il M5S, per i sondaggi è assai concreto e sarebbe questa la ragione per cui l’Italicum a Berlusconi non piace più.
A proposito di Grillo invece il pensiero corre al gennaio 2013.
Un mese prima delle Politiche la media dei sondaggi di allora lo segnalava al 15,3%, poi, mano a mano che il voto si avvicina, viene rilevato sulla soglia del 20%.
Nelle urne il Movimento 5 Stelle otterrà  invece il 25,5%, risultando di gran lunga il partito più sottostimato dai sondaggi pre-elettorali.
«Stavolta – azzarda Roberto Weber – quello che rileviamo adesso potrebbe corrispondere di più a quello che succederà  il 25 maggio».
Da un mese e mezzo i Cinquestelle sono segnalati in crescita, sopra il 20%. In più emergono alcuni elementi: «A noi risultano il primo partito tra gli elettori fino a 55 anni – dice il direttore di Ixè – intercettando un elettorato popolare che altre volte ha votato per Berlusconi».
Carlo Buttaroni di Tecnè aggiunge: «I Cinquestelle sono in assoluto il “secondo partito” più forte». Significa questo: nelle ricerche viene sempre chiesto agli intervistati di indicare una seconda opzione oltre al partito scelto. E in questo caso Grillo trionfa, sia a destra che a sinistra: «Vuol dire – argomenta – che se al momento del voto un elettore è arrabbiato con il suo partito, sceglie Grillo: da questo punto di vista non mi stupirei di ritrovare il M5S al 30%, tecnicamente è possibile».
Queste rilevazioni vanno prese con le pinze e sono gli stessi sondaggisti a ribadirlo: «Sono tempi di grande emotività  – conclude Buttaroni – di consensi che salgono e scendono in modo repentino: la base elettorale di Grillo, per esempio, rispetto al 2013 è cambiata quasi del 50%: significa che metà  di quelli che l’hanno votato alle Politiche dicono che non lo rivoteranno, ma altrettanti, e nuovi, stanno arrivando».

Massimo Rebotti
(da “Il Corriere della Sera”)

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IL GIORNO DEI DUE PAPI: UN MILIONE DI FEDELI PER LA CANONIZZAZIONE DI GIOVANNI XXIII E GIOVANNI PAOLO II

Aprile 25th, 2014 Riccardo Fucile

UN ESERCITO DI VOLONTARI E MAXISCHERMI PER L’EVENTO DA RECORD, CHIESE APERTE NELLA NOTTE E SOCCORSO MEDICO IN METRO’

È tutto pronto. “Al momento pensiamo che gli arrivi varieranno tra gli 800mila e un milione di persone. Quindi un numero considerevole”.
Nonostante le cifre da record, il sindaco di Roma, Ignazio Marino, non sembra preoccupato, così come non si era spaventato davanti alle parole di Papa Francesco che, alla fine della scorsa estate, aveva annunciato al primo cittadino: “Lei ballerà “. Un presagio che, con l’avvicinarsi della data delle canonizzazioni di Papa Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, il 27 aprile, si è trasformato in certezza.
Ma Marino, alla vigilia del grande evento, è convinto che la città  abbia tutte le carte in regola per fare bella figura: “Sarà  un test importante per Roma e per tutti coloro che si stanno spendendo affinchè sia un giorno di grande gioia e di partecipazione, ma anche di orgoglio romano e italiano”.
Delegazioni da tutto il mondo.
Le delegazioni internazionali presenti alla messa di canonizzazione sono arrivate a un totale di 93.
Molte le personalità  di spicco presenti sul sagrato di Piazza San Pietro. L’Unione europea è rappresentata ai massimi livelli dal presidente del Consiglio, Hernan Van Rompuy e dal presidente della Commissione, Manuel Barroso.
La folta delegazione dello Stato italiano sarà , invece, giudata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano mentre saranno presenti anche i reali del Belgio e della Spagna. Ovviamente anche le autorità  polacche saranno presenti in massa e guidate dal presidente della Repubblica, Bronislaw Komorowski.
Maxi-schermi nei punti strategici.
Per un evento come quello delle due canonizzazioni, gli spazi intorno a San Pietro non possono bastare. Per questo il Comune ha predisposto la collocazione di 18 maxischermi: tra questi   tre su via dei Fori imperiali, totalmente pedonalizzati dal 18 aprile, uno in piazza Navona, uno in Piazza del Popolo, uno a Castel Sant’Angelo, uno a piazza Santa Maria Maggiore e due al Colosseo.
“Vogliamo evitare che, nel caso si riempisse piazza San Pietro, le persone si ammassino una zona dove non possono partecipare all’evento”, ha detto Marino.
Chiese aperte.
La notte tra il 26 e il 27 aprile le chiese di Roma resteranno aperte per accogliere i pellegrini. In alcune di esse è possibile pregare in diverse lingue e confessarsi.
Si comincia alle 19 nella chiesa di Santa Maria in Montesanto (Chiesa degli Artisti) a piazza del Popolo, con animazione liturgica in lingua italiana.
Dalle 21 gli altri luoghi di culto interessati sono Sant’Agnese in Agone a piazza Navona, con animazione in lingua polacca, San Marco al Campidoglio (piazza omonima), con animazione in italiano e inglese, Sant’Anastasia (piazza omonima), con animazione in lingua portoghese, Santissimo Nome di Gesù all’Argentina, con animazione in italiano e spagnolo, Santa Maria in Vallicella (via del Governo Vecchio, 134) e San Giovanni Battista dei Fiorentini (via Acciaioli, 2), con animazione in lingua italiana,   Sant’Andrea della Valle (piazza Vidoni, 6), con animazione in lingua francese, San Bartolomeo all’Isola Tiberina, con animazione in italiano e arabo, Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio (via del Caravita, 8/a), Chiesa delle Sante Stimmate (largo omonimo), Santi XII Apostoli (piazza omonima), Sacro Cuore di Gesù a via Marsala, Santa Maria in Montesanto (piazza del Popolo), con animazione in lingua italiana. In queste chiese la preghiera è organizzata secondo uno dei tre schemi elaborati per l’occasione dall’Ufficio liturgico del Vicariato.
L’esercito dei volontari.
Per assistere la folla dei pellegrini, la Protezione civile ha messo in campo 26mila volontari, un esercito pronto a distribuire quattro milioni di bottigliette d’acqua. Potenziato anche il servizio sanitario della Croce Rossa: seicento volontari provenienti da tutta Italia, 6 strutture di Posto Medico Avanzato, 23 ambulanze per soccorso avanzato (MSA), 33 ambulanze di soccorso di base (MSB), un punto mobile di rianimazione, 2 automediche, 43 squadre sanitarie a piedi, una tenda per codici bianchi, 4 Punti Mamma e account dedicati sui social network a disposizione dei pellegrini.
Quasi mille bagni chimici.
Sono 990 i bagni chimici che l’azienda dei rifuti di Roma, Ama, posiziona nei punti più affollati per l’evento. 149 sono per disabili, con presidi e interventi di igienizzazione.
Trasporto h24.
Bus e metro attivi per 24 ore. Atac e Polizia Locale di Roma Capitale hanno da tempo iniziato l’attività  di informazione attraverso i canali a loro disposizione. Nelle giornate di sabato 26 e domenica 27 aprile, l’attività  informativa verrà  ulteriormente potenziata con aggiornamenti in tempo reale sull’intera piattaforma e in stretto collegamento con il Centro Operativo Comunale di Porta Metronia. Per i pellegrini inoltre verranno distribuite 200 mila cartine della città .
Potenziato anche il trasporto ferroviario: oltre 1.000 ferrovieri impegnati, 43 collegamenti regionali straordinari, 6 treni charter in arrivo dalla Polonia, servizi informativi e di assistenza nelle stazioni potenziati e centri operativi di Trenitalia e di Rfi, sia nazionali sia territoriali, attivi già  dalla mattina di sabato 26 aprile. Così il gruppo Fs Italiane si prepara al forte afflusso di pellegrini.
Voli charter. Oltre a navi e treni, sono circa 60, secondo la Questura di Roma, i voli charter esclusivi per pellegrini attesi negli aeroporti di Fiumicino e Ciampino.
Spese alle stelle.
Era stata di cinque milioni la spesa preventivata per organizzare l’evento, ma il costo finale è stato di tutt’altro genere, tanto che il sindaco di Roma ha scritto al ministro Padoan per segnalare gli extracosti.
“Ho parlato con il sottosegretario Del Rio e con il ministro Alfano. E la scorsa settimana ho scritto una lettera anche al ministro dell’Economia Padoan non perchè Roma vuole chiedere altri soldi, ma mi sembra abbastanza evidente che la canonizzazione non è un evento che riguarda solo Roma e i romani. È un evento planetario che riguarda la nostra nazione e non deve ricadere come costi solo sulle tasse dei cittadini che abitano a Roma”, ha spiegato Marino, che ha ricordato che le spese ulteriori che dovrà  sostenere la Capitale ammontano a oltre 7 milioni di euro. D’altronde, ha sottolineato, solo per le forze dell’ordine “ci saranno 12mila ore di straordinario”.
Ancora stanze libere negli alberghi.
Nonostante Roma sia invasa di turisti italiani e stranieri, negli alberghi, soprattutto di fascia media e alta, per questo fine settimana ci sono ancora camere disponibili messe in vendita a prezzi ragionevoli, ovvero tra 100 e 200 euro. Ad assicurarlo è il presidente di Federalberghi Roma, Giuseppe Roscioli, che spiega: “Per questo particolare fine settimana, che prevede la canonizzazione dei due Pontefici, ci sono ancora, negli alberghi, diverse camere disponibili, basta dare un’occhiata su Internet, anche perchè ci sono state numerose cancellazioni. Spesso infatti quando c’è un grande evento, il cliente tradizionale tende a non visitare quel luogo, quella città , per andarci in un momento più tranquillo. C’è quindi una sorta di sostituzione di clientela”.
Roma è comunque, dal primo aprile in un periodo considerato di “alta stagione” per il turismo, e dunque la clientela non manca. Non c’è, quindi, il tutto esaurito che si prevedeva e, soprattutto, alcune strutture non hanno alzato i prezzi oltre misura.
Francobolli speciali e ‘Papa bit’.
Due francobolli autoadesivi da 70 centesimi, uno dedicato a Papa Roncalli e l’altro a Papa Wojtyla: è l’iniziativa di Poste Italiane, che ha reso note le vignette dei due valori postali: sulla destra, rispettivamente Papa Giovanni XXIII e Papa Giovanni Paolo II, nell’atto di benedire; sulla sinistra sono riportati i titoli delle encicliche da loro promulgate che danno forma, graficamente, a una croce. L’emissione per Papa Roncalli è “congiunta” con le Poste Vaticane: nella corposa emissione che le poste papali hanno realizzato per l’evento (che comprende vari francobolli e foglietti) c’è infatti anche un francobollo analogo a quello italiano. Anche Atac ha voluto dedicare all’evento biglietti speciali: si chiamano ‘Special editino Papa bit’ quattro biglietti integrati per il trasporto pubblico, con quattro soggetti diversi legati alle figure di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.
In bici per i due Papi.
Si chiama “Sappada-Roma. Pedalando con i papi Santi” l’iniziativa promossa dall’assessorato allo sport e al sociale di Sappada, comune bellunese lungo i cui sentieri hanno camminato sia Papa Roncalli che Papa Wojtyla, alla quale parteciperanno anche gli ex campioni di ciclismo Francesco Moser e di sci di fondo Silvio Fauner. Partendo il 23 aprile da Sappada, 25 pellegrini-ciclisti arriveranno il 30 a Roma in bicicletta e incontreranno Papa Francesco. Del gruppo faranno parte ciclisti amatoriali di Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna.

Piera Matteucci

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LA GUERRA DI RENZI CONTRO I TECNICI DEL TESORO CRITICI SULLE COPERTURE

Aprile 25th, 2014 Riccardo Fucile

DURO SCONTRO IN RAGIONERIA GENERALE: IL VIA LIBERA AL DECRETO A RISCHIO FINO ALL’ULTIMO, POI DANIELE FRANCO FIRMA… ECCO LE CIFRE CHE NON TORNANO

Il decreto ha la sua versione definitiva, che è quella che abbiamo chiuso mercoledì sera”.
Da Palazzo Chigi, prima che Giorgio Napolitano firmasse il decreto, ostentavano sicurezza: le coperture ci sono e sono rigorose tanto che le ha bollinate la Ragioneria generale dello Stato (Rgs), il meccanismo di distribuzione del bonus funziona, è tutto a posto.
Vero fino a un certo punto.
Prima di apporre il suo sigillo al decreto Irpef, infatti, proprio la tecnostruttura della Ragioneria aveva sollevato più di un dubbio sui meccanismi di finanziamento della “quattordicesima” di Renzi: la guerra con Palazzo Chigi è andata avanti per giorni, tanto che una leggenda metropolitana dei palazzi romani vuole che lo stesso premier si sia presentato a via XX Settembre per ricordare ai funzionari che loro lavorano per lui.
Come che sia, a quanto risulta al Fatto Quotidiano, alcuni tecnici della Ragioneria avevano proposto a Daniele Franco – l’ex Bankitalia voluto da Fabrizio Saccomanni alla guida della struttura — di non “bollinare” il decreto: un atto di guerra a Palazzo Chigi che Franco non si è sentito di avallare.
Ne è venuta fuori una relazione tecnica al testo piena di sottolineature di “elementi di criticità ” nelle coperture che ha allarmato il Quirinale non tanto per il 2014, quanto per la tenuta del bilancio negli anni a venire.
Tra gli elementi del decreto meno apprezzati al Tesoro c’è di sicuro il capitolo “risorse recuperate all’evasione fiscale”: il governo ha già  messo a bilancio 300 milioni quest’anno, certificati dall’Agenzia delle Entrate, e addirittura tre il prossimo (almeno a stare alle tabelle esibite da Renzi in conferenza stampa): peccato, fanno notare, che lo straordinario risultato di questo inizio 2014 sia dovuto alla cosiddetta “rottamazione delle cartelle”, i cui effetti vanno già  scemando.
Altro possibile anello debole dei 6,9 miliardi “trovati” da Renzi è quello che riguarda effetto e sostenibilità  dei tagli lineari per quasi tre miliardi (2,1 dagli acquisti di beni e servizi di Stato, regioni e comuni, il resto nel cosiddetto capitolo “sobrietà ), miliardi che diventano addirittura sette nel 2015: a parte il fatto che la Consulta ha già  sentenziato che i tagli lineari sono incostituzionali, non è chiaro se gli acquisti 2014 non siano già  chiusi e quale sia l’effetto su bilanci in larga parte già  scritti (anche se non ancora presentati).
Infine anche la clausola di salvaguardia che scatterebbe in caso di mancato introito dei 650 milioni messi a bilancio dal pagamento immediato di 9,6 miliardi di debiti commerciali della Pubblica amministrazione: aumento delle accise su tabacco, alcol, carburanti e elettricità . Curiosamente la stessa clausola già  posta a guardia della fantasiosa abolizione dell’Imu 2013 da Enrico Letta: la stangata su sigarette e benzina, se entrambe dovessero attivarsi, potrebbe anche far diminuire i consumi al punto da non raggiungere l’obiettivo previsto.
Anche la copertura del taglio Irap del 10 per cento non è giudicata congrua: Renzi quantificò il minor gettito in 2,4 miliardi qualche settimana fa e ha messo a bilancio l’aumento dal 20 al 26 per cento su tutte o quasi le rendite finanziarie per oltre tre miliardi l’anno (gli interessi su depositi, conti correnti, libretti postali e certificati di deposito valgono 755 milioni l’anno): obiettivo difficile da raggiungere per intero secondo i tecnici della Ragioneria.
Quel che preoccupa maggiormente il Quirinale, in ogni caso, non è l’una tantum del 2014, ma la tenuta strutturale del bilancio dello Stato: per questo il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, ha promesso di presentare il suo piano definitivo non entro la fine dell’anno, ma il prossimo ottobre, in modo da legare i suoi 32 miliardi di tagli entro il 2016 alla discussione sulla prima legge di Stabilità  del governo Renzi.

Marco Palombo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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