Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
GLI AFFILIATI RINCHIUSI NEL CARCERE DI LARINO PROTESTANO CONTRO LA SCOMUNICA DEL PAPA
Dopo la scomunica pronunciata da Papa Francesco per i detenuti è inutile – hanno detto al cappellano don Marco – andare a messa – È inutile quando si è stati esclusi dai sacramenti.
L’anatema di Bergoglio è giunto potente e inaspettato nelle carceri che ospitano gli uomini di ‘ndrangheta.
Gran parte del mondo ha interpretato la scomunica come una mossa teologica, un’operazione morale fatta più per principio che per reale contrasto alle organizzazioni criminali.
Un gesto morale considerato importante per dare una nuova direzione alla Chiesa ma che difficilmente avrebbe potuto incidere nei comportamenti dei padrini, degli affiliati, dalla manovalanza mafiosa.
Quale danno avrebbe mai recato ad un boss una condanna metafisica che non ha manette, non ha sequestri di beni, non ha ergastoli ma che semplicemente esclude spiritualmente dalla comunità cristiana e dai suoi sacramenti?
Da queste domande era nata la diffidenza di molti che temevano che la presa di posizione del Papa contro i clan fosse inutile. Un gesto bello, nobile, ma innocuo.
Ma non è così e la “protesta” dei duecento detenuti affiliati lo dimostra.
Intanto è una prima volta, un unico nella storia criminale e non è affatto quello che potrebbe sembrare ad una prima lettura: ossia una semplice conseguenza della scomunica.
Quando si tratta di organizzazioni mafiose ogni azione, ogni parola, ogni gesto non può esser letto nel suo significato più semplice e elementare.
Dev’essere inserito nella complessa grammatica simbolica che è la comunicazione dei clan
Questo sciopero della messa non parla ai preti, non parla alla direttrice del carcere, non parla nemmeno al Papa. Questo sciopero non dice: «Il Papa ci ha tolto la patente di cristiani, non possiamo più battere le strade della messa e della comunione ». Perchè questo è falso.
Papa Francesco nel suo viaggio in Calabria ha fatto un gesto comunicativamente geniale, è andato a trovare i detenuti nel carcere di Castrovillari e ha detto loro «anche io sbaglio, anche io ho bisogno di perdono»: è in questa frase la vera forza della sua dichiarazione di scomunica.
Non è contro l’uomo che in carcere appartiene all’organizzazione ma contro l’organizzazione.
La scomunica non è all’assassino, all’estorsore, all’affiliato, al sindaco corrotto, al giudice compromesso, al boss, la scomunica è contro chi continua a sostenere l’organizzazione.
La scomunica è all’assassinio, all’estorsione, alla tangente, alla corruzione quindi alla prassi mafiosa
Quella degli affiliati non è quindi una sorta di protesta contro una Chiesa che ha abbandonato in contraddizione con il vangelo («ero carcerato e siete venuti a trovarmi») il conforto ai detenuti. È un manifesto.
È una dichiarazione di obbedienza alla ‘ndrangheta, la riconferma del giuramento di fedeltà alla Santa.
Questo sciopero è un gesto che deve arrivare all’organizzazione stessa. La scelta di andare a messa nonostante la scomunica avrebbe potuto far apparire gli affiliati sulla strada del tradimento, alla ricerca di quel nuovo percorso di pentimento che Francesco gli ha indicato.
Sottolineano: siamo scomunicati perchè ‘ndranghetisti, e nessuna occasione simbolica è lasciata sfuggire dagli uomini dei clan per ribadire soprattutto dalle segrete di un carcere la loro fedeltà .
Si sciopera contro la messa in questo caso per dichiararsi ancora uomini d’onore e non lasciare alcun sospetto di allontanamento dalle regole dell’Onorata Società .
Quando ci si affilia la “santina” di San Michele Arcangelo viene fatta bruciare tra le mani unite e aperte a forma coppa e le parole pronunciate sono definitive: «In nome di nostro Signore Gesù Cristo giuro dinanzi a questa società di essere fedele con i miei compagni e di rinnegare padre, madre, sorelle e fratelli e se necessario, anche il mio stesso sangue»
La scomunica di Papa Francesco sta diventando un meccanismo in grado di alzare come un grimaldello le inaccessibili blindate che isolano i codici mafiosi dal resto della società civile.
Bisogna insistere e agire, isolare quelle parti di chiesa saldate alla cultura mafiosa che ancora resistono, come dimostra quel che è accaduto sempre ieri a Oppido Mamertina, in Calabria, dove la processione ha reso l’omaggio alla casa di don Giuseppe Mazzagatti.
Un “inchino” dovuto per non alterare un vecchio boss che ancora tiene (rispetto alle giovani generazioni) al vecchio rito e che – come in molti hanno lasciato trapelare – da decenni finanzia feste patronali e iniziative religiose nel suo territorio
Nell’Italia della crisi i simboli contano come reale e spessa sostanza, non sono un orpello di facciata.
Alla scomunica religiosa deve seguire una scomunica civile assoluta, che permetta l’esclusione del meccanismo mafioso dalle dinamiche quotidiane, economiche, sociali.
Un’esclusione vera, radicale, definitiva.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica“)
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Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
500.000 PROGETTI DI FORMAZIONE NON SONO SERVITI A CREARE LAVORO… SOLO 233 NUOVI ASSUNTI CONTRO I 30-50.000 DI GERMANIA E FRANCIA
Una montagna di miliardi, sfuggita di mano. 
Ogni anno l’Italia spende cifre impressionanti in progetti finanziati con fondi strutturali europei, eppure nessuno è in grado di valutarne gli effetti.
Se ad esempio favoriscono davvero l’inclusione sociale, se creano nuova occupazione e se questa è strutturale e come viene retribuita. Anzi, va persino peggio.
Non solo non conosciamo l’efficacia della spesa, ma ogni euro di fondi ricevuti ce ne costa due in tasse: uno da versare all’Europa come membri dell’Unione e un altro come cofinanziamento, obbligatorio per utilizzare quei fondi.
Eppure, nonostante il clamoroso black-out informativo, in cinque anni sono stati messi in campo ben 504 mila progetti di formazione, per una spesa di quasi 7 miliardi e mezzo.
Con quali benefici? La risposta dello studio curato dagli economisti Roberto Perotti e Filippo Teoldi e pubblicato sul sito lavoce. info è una sola: i benefici sono ignoti
«Nessuno riesce a districarsi tra piani europei, nazionali e regionali », osserva Perotti, docente alla Bocconi e in passato consigliere economico di Renzi.
«Centinaia di documenti stilati per fissare obiettivi che nessuno rispetta. E i soldi diventano una mangiatoia pazzesca per sindacati, assessorati regionali e provinciali ». La soluzione per Perotti è una sola: «Non diamo più soldi a Bruxelles, così non rischiamo di vederli finire nelle mani dei maestri dello spreco, in un sottobosco politico parassitario ».
La tesi è ardita, ma suffragata dai numeri dello studio dal titolo “Il disastro dei fondi strutturali europei”.
Nel 2012 l’Italia ha versato 16,5 miliardi come contributi alla Ue e ne ha ricevuti in cambio solo 11, di cui 2,9 di fondi strutturali, tra Fse (per formazione, sussidi al lavoro, inclusione sociale) e Fesr (sussidi alle imprese e infrastrutture).
Questi fondi per essere spesi devono essere “doppiati” tramite il cofinanziamento, dunque denari italiani.
«Ottima idea, per coinvolgere il beneficiario. Ma se prendiamo il solo Fse, appena il 4% del finanziamento totale viene dalle Regioni (quasi niente dalle Province), il resto è finanziato in parti uguali da Stato italiano e Ue».
I soldi di questo fondo dunque «sono completamente gratuiti per i soggetti che poi attuano il progetto, cioè Regioni e Province». Di qui la prima stortura. «Lo scopo del cofinanziamento è completamente negato».
Lo studio passa poi ad esaminare la spesa per i progetti di formazione, che rappresentano la quasi totalità dei progetti dell’Fse (504 mila su 668 mila).
Nel periodo 2007-2012 (dati Open-Coesione) ben 7,4 miliardi su 13,5 sono stati impiegati qui.
La valutazione di questi corsi è «un’industria che non conosce crisi» e tiene in vita «decine di centri di ricerca» che hanno prodotto tra 2007 e 2011 ben 280 documenti di valutazione, per la stragrande maggioranza «inutili, un sottobosco nel sottobosco ». Poichè nessuno è davvero in grado di raccontare l’efficacia dei corsi.
Le variabili di solito citate sono la percentuale di soldi spesi e il tasso di occupazione. Ma la prima non è per forza indice di successo: si possono spendere molti soldi in progetti inutili o dannosi.
E la seconda spesso è effetto della congiuntura, se non si riesce a misurare i posti di lavoro che davvero i corsi di formazione e gli stage favoriscono.
Il confronto europeo è poi agghiacciante.
Se l’Italia tra 2007 e 2013 ha offerto corsi a 21 mila persone, la Francia aveva 254 mila iscritti e la Germania 208 mila (dati del network di esperti sulla spesa dell’Fse per l’inclusione sociale).
Ebbene, tra quelli che hanno completato le attività (appena 233 italiani, contro 50 mila francesi e 32 mila tedeschi), solo il 14% risultava poi occupato in Italia, contro l’85% della Francia e il 35% della Germania.
Ma, aggiunge lo studio, «è possibile che i partecipanti italiani abbiano ricevuto servizi non finalizzati a trovare un posto di lavoro».
Ma allora a che cosa servono questi corsi
La Commissione europea, lo scorso marzo, sosteneva che grazie ai fondi Ue in Italia sono stati creati tra 2007 e 2013 più di 47 mila posti, 3.700 nuove imprese, banda larga estesa a più di 940 mila persone, sostegno per 26 mila pmi, 1.500 chilometri di ferrovie e progetti di depurazione delle acque.
La Corte dei Conti però, in febbraio, diceva che dal 2003 ad oggi gli “eurofurti” (frodi, imprenditori fasulli, finti progetti, costi gonfiati, incarichi irregolari) hanno raggiunto la cifra record di un miliardo e 200 milioni.
Solo nel 2012 ne sono stati scovati 344 milioni (al top la Sicilia con 148 milioni finiti nelle tasche sbagliate, vedi il caso del deputato pd Genovese che secondo le accuse in cinque anni avrebbe lucrato ben 6 milioni di euro di fondi europei destinati proprio alla formazione professionale).
Nel 2013 poi la Guardia di Finanza ne ha recuperati altri 228 di milioni. Arrivati come fondi strutturali, poi finiti nelle tasche del malaffare. E certo non usati per creare posti o crescita.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO GLI SCANDALI DI ‘NDRANGHETA ALCUNI ISCRITTI SI NON FATTI UN CIRCOLO A PARTE, MA IL PARTITO HA COMMISSARIATO TUTTI: ONESTI E COLLUSI
Viadana. Il ponte sul Po divide Brescello — che ha dato i natali ai celebri personaggi di Guareschi, Don Camillo e Peppone — da Viadana, a sud della provincia di Mantova nella Bassa Padana.
Un ponte che marca anche la linea di confine tra due ‘ndrine rivali.
Su una sponda spadroneggia quella di Nicolino Grande Aracri di Cutro, capo dell’omonima cosca, arrestato per aver ucciso, bruciato e gettato in un tombino la collaboratrice di giustizia Lea Garofalo.
Sull’altra quella degli Arena di Isola Capo Rizzuto che si è infiltrata nel tessuto economico, sociale e anche politico.
“Fin dentro il circolo del Pd di Viadana nell’indifferenza dei dirigenti provinciali, regionali e nazionali”, spiega Paolo Zanazzi, capogruppo dei democratici in consiglio comunale, fuoriuscito dal circolo assieme ad altri militanti per fondare quello di Cogozzo – Cicognara
Il PD, dopo aver fatto per molto tempo il pesce in barile, li ha commissariati entrambi, generando l’indignazione dei militanti del nuovo circolo fuoriusciti proprio a causa di iscritti non proprio immacolati a Viadana
Andiamo con ordine.
Il 17 marzo del 2013 Claudio Meneghetti , dirigente del partito regionale e autore di La ‘ndragheta all’assalto delle terre dei Gonzaga, invia una lettera all’allora segretario regionale del Pd, oggi ministro renziano all’agricoltura, Maurizio Martina per metterlo in guardia sulle possibili infiltrazioni mafiose nel circolo di Viadana e segnalando circa una quarantina di tessere sospette.
Tra queste c’è anche quella dell’assessore alle Nuove povertà , Carmine Tipaldi, che, secondo la Dda, sarebbe una delle persone citate nella telefonata intercettata tra Nicola Lentini, “rappresentante del clan Arena per la zona emiliana”, con un mafioso di Cutro: “Ci possono dare 30, 40, 50 anni, che importa? Ormai Viadana è nostra”. Assessore che si è dimesso quando l’intercettazione è divenuta pubblica incassando la solidarietà di Giorgio Penazzi, sindaco Pd per quattro anni.
Alle elezioni amministrative Carmine Tipaldi, con 316 preferenze, era risultato il più votato
Un caso emblematico è quello che riguarda la presentazione del libro di Nando dalla Chiesa, Manifesto dell’antimafia.
“Faccio fatica a raccontare fatti incredibili che però fotografano lo stato in cui versa il Pd — premette Paolo Zanazzi, ex capogruppo dei democratici in Comune e cofondatore del nuovo circolo Cogozzo-Cicognara —. Il commissario Fabrizio Santantonio, telefona al nostro segretario, Daniele Mozzi definendo l’iniziativa illegittima in quanto solo lui può usare il simbolo del partito. Il compagno risponde che già siamo stati commissariati come se fossimo noi responsabili degli iscritti in odore di mafia dell’altro circolo e ora ci impedisce anche di organizzare un’iniziativa sulla legalità come la presentazione del libro di dalla Chiesa? E non è finita. Chiedo all’ufficio tecnico del Comune l’autorizzazione per la piazza, dapprima si rifugiano dietro a mille scuse fino a quando non scopriamo, è tutto documentato, che il commissario del Pd aveva inviato una nota al dirigente in cui gli chiedeva di sospendere l’autorizzazione. Il commissario del partito dice all’ufficio tecnico del Comune di negarci l’autorizzazione per la presentazione del libro di Dalla Chiesa. Alzo la voce e alla fine l’ingegnere ci rilascia l’autorizzazione anche senza l’ok del commissario. E non è ancora finita. Diana De Marchi, responsabile legalità della segreteria nazionale candidata di Civati, mi chiede di inserire il suo nome nel comunicato stampa che presentava l’evento. Il giorno dopo mi invia una serie di sms per dirmi di toglierlo perchè crea problemi al Pd milanese. Non ho cancellato il suo nome e le ho risposto di essermi pentito di averla votata. Quando ha appreso che l’iniziativa aveva avuto molto successo mi ha chiamato per dirmi: ‘se lo avessi saputo sarei venuta lo stesso’. Da rabbrividire: così si è ridotto questo partito”.
Un partito che nel circolo di Viadana conta anche tessere fatte nel bar Mymont, quello gestito e frequentato da calabresi trapiantati lì
“Ho vissuto una cosa stranissima — racconta Antonella Forattini, segretaria provinciale —. Nel febbraio 2013 durante una cena elettorale sono stata avvicinata da alcune persone che mi hanno offerto 350 preferenze e io ho rifiutato”.
E di fronte a uno scenario così allarmante “l’attuale ministro Martina e tanti altri come lui si sono girati dall’altra parte — rincara la dose Meneghetti —. Nonostante Roberto Vitali, presidente della commissione regionale abbia cercato in tutti i modi di sollecitare il loro intervento. La mia lettera riservata è anche finita nelle mani del presidente della commissione di garanzia Candido Roveda che l’ha consegnata al circolo di Viadana. Dopo poco Roveda si dimette, si candida a segretario per i renziani e vince a Viadana per 140 a zero”.
Questa storia che sembra inventata finisce, per ora, con il Pd che, non potendo più chiudere gli occhi, commissaria entrambi i circoli.
“Come se anche noi avessimo tesserati pregiudicati”, ribatte Zanazzi che non vuole arrendersi di fronte al fatto che, forse, anche per il suo partito le tessere e i voti non hanno nè sapore nè odore.
Sandra Amurri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile
BOOM DELLE IMPOSTE LOCALI CON IL TAGLIO DEI TRASFERIMENTI…E IL DECENTRAMENTO FA CRESCERE GLI SQUILIBRI
Un piccolo imprenditore milanese quest’anno smetterà di lavorare per pagare le tasse il 27 agosto. 
Un torinese tre giorni prima, il 24.
A quel punto avrà poco più di quattro mesi per occuparsi di se stesso e del proprio profitto.
Se però la sua attività fosse insediata altrove, potrebbe chiudere i suoi conti con il Fisco anche un mese prima.
A Cuneo, il suo «tax free day», il giorno in cui si libera dalla morsa dello Stato, sarebbe addirittura il 25 luglio, a Gorizia e Sondrio il 28.
In fondo, è meglio che non si lamenti. Potrebbe andare peggio: ad esempio, i suoi colleghi romani o bolognesi annasperanno fino al 29 settembre, come i fiorentini e i reggini; i cremonesi fino al 17, i biellesi all’11.
Il più grande prestigiatore di questi ultimi anni è stato il Fisco: tra i 2007 e il 2014 lo Stato ha eliminato ai Comuni trasferimenti per 7,5 miliardi.
E i sindaci si sono rivalsi su cittadini e imprese, aumentando le imposte locali. Ovviamente per 7,5 miliardi.
I presidenti di Regione, poi, ci hanno messo del loro, facendo lievitare le addizionali Irpef di 2,4 miliardi.
Risultato: non solo il macigno fiscale sulle imprese si è appesantito (la pressione sui profitti delle aziende è passata dal 59,1% del 2011 al 63,1 del 2014), ma soprattutto si è diversificato da regione a regione e, ancor di più, da città a città , producendo grossolani squilibri anche a distanza di pochi chilometri, realtà dove mantenere un’attività è diventato un atto d’eroismo più che una scommessa.
L’osservatorio permanente degli artigiani di Cna sulla tassazione delle piccole e medie imprese mostra un’Italia formato ottovolante, dove un artigiano romano perde per strada (lasciandoli a Stato, regione e comune) il 74,4% dei suoi profitti, un milanese il 65,1%, un cuneese il 56,2%.
Fino al 2011 il quadro era molto più uniforme. Poi è arrivata l’Imu. Dopo ancora la Tares, che oggi si chiama Tari. Infine la Tasi.
E una quota sempre più consistente della leva fiscale è passata nelle mani dei sindaci. Doveva essere il principio base del federalismo: il risultato, per ora, è un feroce e diffuso aumento della pressione fiscale. Ma non dappertutto. O, almeno, non con le stesse dimensioni.
Ad esempio, a Roma, il Comune fa pagare alle aziende 8 mila euro di Imu (o Tasi) e 6 mila di tassa rifiuti, Bologna tartassa i fabbricati (10.700 euro) ma è meno esosa sull’immondizia (2.700).
Sommando le imposte, parliamo comunque di 13-14 mila euro, mentre Cuneo si accontenta di 2.600 euro in tutto, Arezzo di nemmeno 4 mila.
Reggere la concorrenza, con disparità così macroscopiche, diventa una chimera.
Tre anni fa non c’era poi tutta questa differenza: il carico fiscale su un’azienda romana era il 65,7%; per una partita iva cuneese, all’opposto della classifica, era il 55,3%.
La situazione del cuneese non è cambiata granchè – anche se di certo non è migliorata -, in compenso i romani sono rimasti strangolati: per loro la pressione del Fisco è cresciuta del 10%.
E il gap con i territori che meno s’accaniscono sui contribuenti è raddoppiato.
In un certo senso chi fa impresa là dove i tributi locali sono fortemente aumentati è penalizzato due volte: dall’eccessivo peso fiscale che grava su tutte le aziende italiane, e dalla particolare condizione del suo comune.
Gli basterebbe, ad esempio, trasferirsi da Firenze ad Arezzo per intascare 700 euro in più al mese. O, se volete, per pagare 700 euro in meno di tasse.
Oppure potrebbe migrare da Genova a Imperia e risparmiare 5 mila euro l’anno, lasciare Biella per Cuneo e poter contare su 6 mila euro in più l’anno.
L’esito del federalismo all’italiana su chi fa impresa, alla fine, è questo: l’imprenditore romano quest’anno lascerà sul campo oltre 37 mila euro (mille in più dei suoi colleghi fiorentini), contro i 29 mila di un concorrente di Udine, i 32.500 di un milanese, per non parlare dei 28 mila del solito “fortunato” cuneese.
Ciascuno, quando tira le somme a fine anno deve guardarsi in casa, in tutti i sensi: non conta solo la bontà del lavoro, le intuizioni, la capacità d’innovare e scoprire nuovi mercati, ma anche – molto più banalmente – le decisioni del sindaco di turno.
O, direbbero i sindaci, le scelte dei governi che, tagliando i trasferimenti, li obbligano a inasprire le tasse.
Il rapporto causa-effetto è comunque impietoso: là dove le imposte comunali sono cresciute molto, dal 2011 a oggi gli imprenditori sono stati fortemente penalizzati rispetto ai loro concorrenti che lavorano altrove, dove si è comunque calcato la mano ma senza strangolarli.
Andrea Rossi
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Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile
COSIMO FERRI NON SI RENDE NEANCHE CONTO CHE COME COMPONENTE DEL GOVERNO HA UNA FIGURA SUPER PARTES
Il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri irrompe nella campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio superiore della magistratura.
Ha fatto girare un sms chiedendo il voto per due candidati di Magistratura Indipendente.
Alcuni magistrati di altre correnti, ma anche di Mi, si sono infuriati per quella che ritengono una indebita ingerenza di un esponente del governo nelle elezioni.
Ecco il messaggio che Ferri ha inviato al cellulare di un magistrato-elettore: “Per le prossime elezioni del Csm mi permetto di chiederti di valutare gli amici Lorenzo Pontecorvo (giudice) e Luca Forteleoni (pm). Ti ringrazio per la squisita attenzione, Cosimo Ferri”.
Pontecorvo è un giudice del tribunale di Roma, mentre Forteleoni è pm a Nuoro. Entrambi sono pupilli di Ferri, che di Magistratura Indipendente è stato il segretario. Ma anche da sottosegretario alla Giustizia degli ultimi due governi è rimasto il leader della corrente di destra delle toghe.
L’sms è arrivato — secondo quanto ci hanno raccontato diverse fonti — a decine di magistrati.
Un candidato al Csm ha scritto sulla mailing di Magistratura Indipendente un lungo messaggio, a tratti sarcastico: “Un autorevole componente del governo (Ferri, ndr) invita i colleghi a votare per due candidati al Csm. E indovinate un po’? Nessuno dei due sono io! Chissà perchè?… Visto che c’è, potrebbe anche farci sapere per il collegio di legittimità (quello della Cassazione, ndr) se ha un suo candidato o se il voto può essere libero:)))”.
Il candidato al Csm non “ferriano” lancia online anche alcune domande ai colleghi e, tra il serio e il faceto, si rivolge pure ai rappresentanti politici: “Che ne pensano tutti gli altri candidati, di corrente e non, e gli amici elettori, di una simpatica campagna elettorale condotta da uno stimatissimo politico-magistrato per due magistrati-candidati al Csm? Che ne pensano i media, i cittadini, le forze politiche, il ministro, il presidente del consiglio dei ministri, il capo dello Stato e così via? Nulla, eh? Mica è un atto formale del governo, diranno. In effetti è solo un sms. Oddio, uno. Magari qualcuno in più. Ma a chi volete che importi? In mancanza di una delibera del consiglio dei ministri che ci dica quali sono i candidati al Csm graditi, accontentiamoci di qualche semplice sms. In fondo il governo vuole riformare il Csm, no? Ecco, magari il voto via sms su suggerimento del governo semplificherebbe tanto le cose ed eviterebbe quelle costose e fastidiose telefonate per sostenere questo o quel magistrato per questo o quell’incarico. Ovviamente, si fa per scherzare:))) Mica crederemo veramente che basta un sms a fare cambiare idea a un magistrato elettore, no? Saluti a tutti e buone elezioni anche a chi non ha le idee chiare sugli insegnamenti di Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède e, a tempo perso, di Montesquieu. Indubbiamente idee antiquate”.
Un altro magistrato, appartenente ad Area, la corrente di sinistra, vorrebbe l’intervento del ministro della Giustizia: “Penso che la vicenda imponga un immediato chiarimento da parte dell’interessato: o gli sms sono stati fatti ‘usurpando’ nome e volontà del magistrato sottosegretario Ferri; o il ministro Orlando deve prendere atto del coinvolgimento diretto di un esponente governativo nella campagna elettorale per un diverso organo costituzionale, trarne o farne trarre le conseguenze”.
Il Fatto ha cercato il sottosegretario al telefono, senza ricevere risposta.
Tra i magistrati non manca l’autocritica: “Anche a noi magistrati il culto del familismo amorale e del ‘A Fra’ che te serve?’ non dispiacciono poi così tanto, visto che le telefonate e altri tipi di contatto non sono mai a senso unico, e che ormai nessuno sembra più scandalizzarsi del fatto che — ad esempio — in un determinato posto vada un amico degli amici, e non un altro professionalmente più valido ma…. meno incline alle pubbliche relazioni”.
Le elezioni per i membri togati del Csm si svolgono oggi e domani. Per la prima volta ci sono state le primarie dell’Anm con tutte le correnti.
Primaria anche per Altra proposta, che ha scelto i candidati con un complesso sorteggio.
Antonella Mascali
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Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile
SOLO 2 ITALIANI SU 10 SONO CONTRARI A UNIONI CIVILI
Coppie gay, svolta di cattolici e centrodestra Il 78% degli italiani si schiera per i diritti Maggioranza
favorevole alle unioni civili.
Ma 7 su dieci sono contrari alle adozioni
In un Paese nel quale molti ritengono che non cambi mai nulla, in realtà , senza che ce ne accorgiamo, cambiano molti atteggiamenti e molte opinioni.
Il sondaggio odierno, dedicato al tema dei diritti degli omosessuali, ne è una dimostrazione.
A differenza di qualche anno fa, oggi la maggioranza assoluta degli italiani si dichiara molto (64%) o abbastanza (14%) favorevole al riconoscimento alle coppie omosessuali di alcuni dei diritti delle coppie eterosessuali, per esempio in materia di assistenza ospedaliera ed eredità .
Si osserva la stessa apertura riguardo alla possibilità di consentire anche in Italia le nozze civili per le coppie omosessuali: il 38% si dichiara favorevole al matrimonio, il 40% è contrario al matrimonio ma favorevole alle unioni civili e il 20% è contrario sia al matrimonio sia alle unioni civili.
Nell’arco di soli due anni si registra una forte riduzione dei contrari: da un intervistato su tre a un intervistato su cinque.
Pur in un contesto in larga misura favorevole al riconoscimento dei diritti, permangono alcune differenze di opinioni nei diversi segmenti sociali, sebbene fortemente attenuate rispetto al passato: per esempio sono nettamente più favorevoli al matrimonio tra gay le donne, i giovani, le persone più istruite, quelle residenti nelle regioni settentrionali e nei grandi centri e gli elettori del Pd e del M5s.
La contrarietà , ancorchè minoritaria, risulta più elevata tra le persone di oltre 60 anni, quelle meno istruite, nelle regioni meridionali, nei piccoli comuni, tra coloro che hanno una pratica religiosa assidua e tra gli elettori di Forza Italia.
Il cambiamento del clima è testimoniato da molti aspetti.
Basti pensare al grande successo di film che hanno trattato questo tema, oppure al sempre più frequente ricorso a coppie omosessuali negli annunci pubblicitari dei più svariati prodotti, dai mobili ai cibi pronti, il cui intento è quello di rappresentare la diversità in termini di normalità .
Al contrario i messaggi troppo «provocatori» radicalizzano le opinioni, determinando spesso reazioni di chiusura e di rifiuto.
Il cinema e la pubblicità solitamente anticipano e favoriscono i cambiamenti culturali, mentre la politica tende a cavalcare le tendenze e il clima d’opinione.
Ed è proprio il significativo mutamento da parte degli elettori di centrodestra a sorprendere.
Oggi alcuni esponenti appoggiano apertamente le battaglie degli omosessuali, l’iscrizione di pochi giorni fa di Vittorio Feltri e Francesca Pascale all’Arcigay e la presa di posizione di Silvio Berlusconi rappresentano una conferma di questo mutamento.
Ma sorprende anche il cambiamento di opinione tra i cattolici.
Con il pontificato di papa Francesco la Chiesa sembra rinunciare ad atteggiamenti difensivi e a battaglie di retroguardia, mostra un volto amorevole e uno sguardo diverso sul mondo.
Il cambiamento di prospettiva, rispetto al tema dei gay, è racchiuso nella frase pronunciata dal pontefice un anno fa: «Chi sono io per giudicare un gay?».
L’apertura nei confronti dei diritti degli omosessuali non è tuttavia indiscriminata. Infatti, a fronte del consenso elevato per il riconoscimento del matrimonio o di unioni civili permane una forte contrarietà riguardo alla possibilità di adozione: il 71% si dichiara molto o abbastanza contrario contro il 28% di favorevoli.
Il dissenso prevale tra tutti gli elettorati, con valori più accentuati tra gli elettori centristi, seguiti da quelli di Forza Italia, del Pd e del M5s.
Anche in questo caso si rileva un maggior consenso da parte delle donne, dei giovani, degli studenti, dei ceti più acculturati.
Prevale, dunque, l’idea che per crescere un figlio siano necessarie sia la figura materna che quella paterna e la genitorialità delle coppie omosessuali rappresenti ancora un tabù.
Ma anche in questo caso, come per le unioni civili, forse è solo questione di tempo.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile
ORA PROVVEDIMENTI ENERGICI E NON SOLO CHIACCHIERE ALLA RENZI
Erano passati appena undici giorni. Non uno di più.
Undici giorni dopo la scomunica ai mafiosi espressa dal Papa durante la Messa nella spianata di Sibari a Cassano all’Ionio, una processione con una statua della Madonna si è fermata davanti alla casa di un boss della ‘ndrangheta per omaggiarlo: trenta secondi di sosta per simboleggiare l’«inchino» a Giuseppe Mazzagatti, 82enne già condannato all’ergastolo, adesso ai domiciliari per ragioni di salute. È accaduto il 2 luglio a Oppido Mamertina (RC), come riferisce il Quotidiano della Calabria.
SI SALVANO SOLO I CARABINIERI
La processione è partita normalmente dalla piccola chiesetta di Tresilico con in testa molti amministratori comunali, alcuni sacerdoti ed i carabinieri.
Giunti nei pressi dell’abitazione di Mazzagatti l’effige della Madonna si è fermata per mezzo minuto con un tentennamento, chiamato `Inchino’, in segno di saluto.
Quando il comandante della stazione dei carabinieri si è accorto di quanto stava accadendo è uscito dalla processione ed ha avviato le procedure per l’identificazione di tutte le persone che stavano partecipando al rito religioso.
I militari hanno anche realizzato un video di quanto stava accadendo in modo da poter avere uno strumento per identificare in modo inequivocabile tutti i partecipanti.
LE INDAGINI
La relazione fatta dai carabinieri è ora confluita in una informativa che gli investigatori invieranno alla Procura della Repubblica di Palmi ed alla Dda di Reggio Calabria.
L’inchino durante la processione è stato rivolto al boss Peppe Mazzagatti, condannato all’ergastolo per omicidio ed associazione mafiosa, ritenuto uno dei principali protagonisti di una delle più sanguinose faide della ‘ndrangheta di Oppido Mamertina verificatasi negli anni ’90. Sulla vicenda il Vescovo di Oppido-Palmi ha espresso parole di dura condanna perchè si tratta di «un fatto grave. Faremo chiarezza fino in fondo e prenderemo provvedimenti».
Il sindaco, Domenico Giannetta, ha affermato che «se ci sono stati gesti non consoni siamo i primi a prendere le distanze ma ci pare che durante la processione è stata ripetuta una gestualità che va avanti da oltre 30 anni, con la Vara rivolta verso una parte del paese».
Alfano si è complimentato con i Carabinieri che hanno preso le distanze da quelli che il Ministro giudica «atti incommentabili».
LA CHIESA IN CAMPO
Le reazioni sono immediate. Dalle Chiesa alla politica. «La Madonna non si inchina ai malavitosi. Chi ha fatto fare l’inchino alla Madonna le ha fatto fare un gesto che la Madre di Dio non ha mai fatto. Si è inchinata la statua, non la Madonna», dice monsignor Nunzio Galantino, vescovo di Cassano allo Ionio e segretario generale della Cei.
È fortemente contrariato anche il vescovo della diocesi di Oppido-Palmi, monsignor Francesco Milito, che promette un’indagine. «Saranno presi provvedimenti energici in modo da far capire che non ci possono essere alleanze contro la fede – dice a Radio Vaticana – e quindi c’è la più grave riprovazione per quanto successo».
Milito, 66 anni originario di Rossano (Cosenza), guida la diocesi di Oppido-Palmi dal 4 aprile del 2012. Stamane dopo aver saputo della vicenda della processione della Madonna delle Grazie, il prelato non ha esitato il fatto come «molto grave».
«In tempi brevi – ha aggiunto – prenderemo tutte le informazioni in modo da avere un quadro completo, sia sui fatti che sulle persone, di quanto è accaduto. La cosa certa è che prenderemo dei provvedimenti».
Il Vescovo, che stamane era a Oppido Mamertina, è poi partito per impegni pastorali. Ma il suo pensiero è sempre rivolto a quanto accaduto in questi ultimi giorni.
«Non c’è bisogno di comprovare, perchè c’è il fatto, e basta. C’è soltanto necessità di avere elementi di comprensione maggiore. Al di là di questo, le mie posizioni saranno molto energiche sull’argomento».
IL PARROCO INVITA I FEDELI IN CHIESA A “PRENDERE A SCHIAFFI IL GIORNALISTA”
“Vi invito a prendere a schiaffi il giornalista che è in fondo alla chiesa”. Don Benedetto Rustico pronuncia queste parole dal pulpito della chiesa della Madonna delle Grazie di Oppido Mamertina (Reggio Calabria).
Non gradisce le telecamere del Fatto dopo le polemiche sulla processione di lunedì scorso in cui la vara si è fermata davanti a casa del boss ergastolano Giuseppe Mazzagatti per omaggiarlo.
Il prete ordina e i fedeli eseguono. Il giornalista è stato aggredito e allontanato dalla chiesa
LE REAZIONI DELLA POLITICA
Anche la politica insorge in un coro d’indignazione. Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, definisce l’accaduto un «deplorevole e ributtante rituale». Il ministro si è inoltre complimentato con i Carabinieri. «Esemplare il loro comportamento visto che si sono allontanati – dice il ministro – mentre altri compivano quel gravissimo gesto, per mantenere pulita la loro divisa e integro l’alto valore delle istituzioni che rappresentano. Per questo motivo, mi sono complimentato con il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Leonardo Gallitelli. Confido che anche altri prendano presto le distanze da atti incommentabili».
La Presidente della commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, ha telefonato al maresciallo dei carabinieri Andrea Marino per ringraziarlo per la lealtà alle istituzioni e il senso dello Stato dimostrati.
«Quanto è avvenuto nel corso della processione – ha detto – sconcerta e addolora e la Commissione antimafia intende approfondire i fatti incontrando anche lo stesso maresciallo Marino».
Duro è anche il commento del procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, secondo il quale il gesto compiuto è «un vero e proprio atto di sfida alle parole di scomunica pronunciate da Papa Francesco. Bene il comportamento dei Carabinieri ora la Procura farà il suo lavoro».
I PRECEDENTI E LA “SCOMUNICA” DI FRANCESCO
Non è la prima volta che in Calabria emergono ingerenze della criminalità nei riti religiosi. In occasione della festa di Pasqua in due comuni del vibonese c’era stata una forte polemica sullo svolgimento della processione dell’Affruntata. Papa Bergoglio, al termine della visita pastorale nella diocesi di Cassano allo Jonio, aveva lanciato la scomunica per i mafiosi e la richiesta di combattere la ‘ndrangheta perchè adora i soldi e disprezza il bene.
«Quando non si adora il Signore – aveva detto il Papa – si diventa adoratori del male, come lo sono coloro che vivono di malaffare, di violenza»; e «la vostra terra, tanto bella, conosce le conseguenze di questo peccato. La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato, bisogna dirgli di no. La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre più spendersi perchè il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi». «Quelli – aveva concluso – che non sono in questa strada di bene, come i mafiosi, questi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati».
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Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile
A OPPIDO MAMERTINA DURANTE LA PROCESSIONE L’OMAGGIO DAVANTI LA CASE DEL CAPO CLAN… SOLO I CARABINIERI ABBANDONANO IL CORTEO PER PROTESTA: ORA FUORI TUTTI A CALCI IN CULO
Ci sono i preti che lottano contro la ‘ndrangheta e ci sono quelli che davanti ai boss ancora s’inchinano e
fanno inchinare pure i santi in processione.
E successo ancora, è successo in Calabria, dove Papa Francesco solo due settimane addietro aveva tuonato contro i mafiosi scomunicandoli pubblicamente, davanti a 200 mila persone che erano andati ad ascoltarlo a Rossano.
E successo lunedì scorso, a Oppido Mamertina, in provincia di Reggio, dove il vescovo Giuseppe Fiorini Morosini per combattere i boss, la scorsa settimana ha chiesto di sospendere per 10 anni la figura dei padrini ai battesimi e alle cresime.
E’ successo, e succede ancora spesso. Solo che questa volta i carabinieri non hanno solo fatto una relazione di servizio ai loro superiori, ma hanno lasciato platealmente la processione del paese, sottolineando come lo Stato, o almeno lo Stato da loro rappresentano, davanti ai boss non s’inginocchiano.
La notizia è stata diffusa dal Quotidiano della Calabria stamattina che fa la cronaca di quanto avvenuto a Oppido, città nota per una delle più cruente guerre di mafia calabresi.
Una faida che contò quasi cento morti ammazzati, non risparmiando neppure donne e bambini.
Come da tradizione, lunedì era in corso la processione della Madonna delle Grazie. Un rito secolare particolarmente sentito dai fedeli della parrocchia che si trova nella frazione Tresilico. La processione ad un certo punto è stata clamorosamente abbandonata dal comandante della stazione dei carabinieri di Oppido e da due carabinieri che come ogni anno accompagnano la processione.
Il maresciallo Andrea Marino ed i suoi uomini ha fatto marcia indietro dopo aver assistito ad una scena ritenuta intollerabile per chi porta la divisa.
La statua della Madonna delle Grazie, preceduta dai sacerdoti, ma anche da mezzo consiglio comunale, arrivata all’incrocio tra Corso Aspromonte e via Ugo Foscolo, era stata fatta fermare da alcune decine di portatori davanti alla casa del boss del paese.
Uno stop di meno di un minuto, seguito da un inchino dell’effige alla dimora di Giuseppe Mazzagatti, vecchio capo clan di 82 anni, già condannato all’ergastolo per omicidio e associazione a delinquere di stampo mafioso.
Un padrino temuto e ancora potente, che da tempo si trova ai domiciliari per motivi di salute. Assistendo all’episodio, il maresciallo ha immediatamente ordinato a suoi carabinieri che si trovano ai lati della statua di abbandonare la cerimonia.
Un gesto clamoroso è fatto in maniera plateale, proprio a marcare le distanze con quanto accaduto.
Vicenda grave anche perchè sembra che prima della processione, Marino — forse avendo avuto sentore di qualcosa — avesse incontrato personalmente i componenti della commissione della festa avvertendoli di non effettuare gesti particolari o inchini durante il tragitto. Una raccomandazione rimasta evidentemente inascoltata.
Una brutta scena insomma, che ha scosso i militari, ma non gli altri presenti.
Tant’è che quando i carabinieri hanno lasciato la processione nessuno tra le autorità civili e religiose presenti sembra lo abbia seguito.
E questo nonostante avesse spiegato le ragioni del suo gesto. Tutti presenti e tutti consapevoli dunque. Tutti ossequiosi. Qualcuno per paura, altri per complicità .
Con il Rosario in mano e la Madonna sulle spalle, a riverire i boss che Papa Francesco vorrebbe scomunicare.
Giuseppe Balsessarro
(da “La Repubblica”)
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Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile
“NESSUNA DELEGA IN BIANCO A RENZI, VUOLE SOLO ANDARE ALLE ELEZIONI ANTICIPATE PER AVERE PIENI POTERI: PERCHE’ MAI FORZA ITALIA DOVREBBE DARGLIELI?”
Senatore Minzolini, Giuliano Ferrara scrive che lei, che “fu da retroscenista portavoce ufficioso di D’Alema e di altri pro tempore”, adesso è tra i “rompicoglioni” di Berlusconi…
«Voglio bene a Giuliano, ma il suo problema è che ha sempre bisogno di un principe a cui fare da consigliere o plenipotenziario. Ricordo che fece un rap in cui chiedeva a Monti “tienici da conto”. Adesso forse vede in Renzi un altro principe o forse vuole essere il custode dell’accordo con Berlusconi. Io con D’Alema non avevo particolari rapporti. Forse ne ha avuti più lui».
Ferrara si chiede comunque perchè in Forza Italia c’è una fronda nonostante Berlusconi resti l’unico leader possibile
«Io non rompo le scatole a Berlusconi. A me non piace l’idea di un Senato non eletto. Rispetto a questa ipotesi preferisco che il Senato non ci sia del tutto. Altrimenti nasce un organismo che ora ha alcune funzioni importanti, ma che se non è eletto diventa nocivo»
Ma oggi non tira una buona aria per i politici eletti.
«Io non amo la parola casta. Ma questa elezione del Senato è proprio l’esegesi della casta. I senatori dovrebbero essere eletti dai consiglieri regionali, ma ben 570 sono inquisiti. E in questo momento questa è una scelta convincente? Noi abbiamo proposto il presidenzialismo. E alla fine non avremo il presidenzialismo ma l’elezione indiretta del Senato. E convincente questo? Ancora: abbiamo fatto una campagna elettorale sul colpo di Stato del 2011, abbiamo dimostrato che la nostra democrazia è fragile e permeabile agli interessi internazionali. E invece di dare ai cittadini la possibilità di votare i propri rappresentanti gliela togliamo? Come si vede non faccio il rompiscatole…».
Ma sono critiche molti pesanti…
«E non sono le sole. Proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo alla Costituente se fosse stato il governo a proporre il progetto di Costituzione?. Questo è un inedito e non solo per l’Italia. Inoltre c’è il presidente del Consiglio che dice: bisogna fare in fretta».
Come si spiega questa fretta?
«Con un calcolo. Queste riforme potrebbero concludere l’iter in primavera. Il premier vuole avere un sistema elettorale che gli permetta d andare al voto presto. Perchè realizzare le promesse è difficile, la situazione economica non migliora e vediamo cosa accade nel rapporto con l’Europa. E allora meglio giocare la carta elettorale, presentando come risultato la riforma e chiedendo un altro mandato ai cittadini. Quello che non capisco è perchè questo debba convenire a Forza Italia. E non so perchè convenga a Berlusconi…»
Si dice che ci sia in ballo la riforma della giustizia.
«Non lo so, ma fosse vero servirebbero delle garanzie serie. Non vorrei vedere altri tweet tipo Letta stai sereno…».
Teme il movimentismo di Renzi?
«Queste riforme concedono un potere incredibile al segretario del partito di maggioranza che sceglie i parlamentari. È un caso che Renzi non abbia mollato quella poltrona? Una classe politica ci penserebbe due volte a varare queste riforme. E l’opposizione dovrebbe chiedersi perchè si deve dare una delega in bianco a Renzi. Domani poi, potrebbe esserci un altro segretario del Pd. O Grillo a Palazzo Chigi».
Silvio Buzzanca
(da “La Repubblica”)
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