Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL SOTTOSEGRETARIO REGGI LE SPARA COSI’ GROSSE CHE CI CREDONO SOLO I VELINARI DEI MEDIA AL SERVIZO DI RENZI
Sentite questa: “Taglieremo una delle quattro sedi ministeriali, il Palazzo della ricerca, all’Eur, oggi in
affitto. Ho scoperto che per i 1.200 dipendenti ministeriali ci sono 80 metri quadrati a testa. Per ogni studente italiano, in classe, ce ne sono otto”.
Autore della dichiarazione (che cito da la Repubblica, 2 luglio) è il sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi.
Nessuno studente la passerebbe liscia, in un tema scolastico, con un simile salto logico.
Infatti a) non sappiamo che cosa è, e che cosa si fa, nel Palazzo della ricerca e se sia uno spreco o una attività indispensabile, con tutta quella gente (1.200) che passa le ore di lavoro nella solitudine di vastissime stanze vuote; b) non sappiamo se il rapporto fra dipendenti e vastità della costruzione sia dovuto alla precedente spensieratezza di una quarantina di governi, oppure se il rapporto 80 metri-una persona sia determinato dal fatto che la costruzione prevede aree vuote per ragioni di progetto (per esempio vastissima area di ingresso, balconi sproporzionati); impossibile vedere la connessione fra gli 80 metri di cui godono i perdigiorno che saranno immediatamente aboliti dal rigoroso sottosegretario, e gli otto metri destinati agli studenti.
Il salto logico è pauroso. Come dire che il problema delle carceri troppo affollate si risolve abolendo i saloni troppo grandi del ministero della Giustizia in Via Arenula.
Però è un parere autorevole, e i poveri insegnanti dovranno tenerne conto.
Pare che Reggi sia il vero riformatore della nuova scuola italiana o così ci viene presentato, e lui incoraggia affermando “Ho scoperto…
Che significa una severa ispezione in prima persona in una remota sede ministeriale all’Eur” (Sud di Roma) .
Sentite questa. Domanda: “Volete togliere un anno ai licei?” Risposta: “È un’altra scelta europea. E poi se vuoi fare più musica, più storia dell’arte e non hai soldi, devi rimodulare quello che hai”.
Quando sia stata compiuta la scelta europea, e se sia vincolante non è detto.
Ma è il concetto che spaventa: se tagli un anno di scuola, hai più soldi, se hai più soldi, insegni più e meglio per gli anni che ti restano.
Inevitabile una riflessione che sembra sfuggita al riformatore: se invece di un anno se ne tagliano due, il risparmio permetterebbe ancora più musica e più storia dell’arte. Dunque con tre anni di meno si raggiungerebbe una scuola d’eccellenza, anche se resterà qualche ragazzino in più per la strada.
L’affermazione, nel Paese europeo che ha la più alta percentuale di abbandono scolastico prima del diploma, appare di una leggerezza allarmante.
Ma proprio questo è il tratto tipico del giovane governo Renzi, un tratto che si ripresenta intatto, dopo le prove di chiarezza, rigore logico e consapevolezza delle condizioni reali, dimostrate nella riforma del Senato (composto di sindaci con immunità parlamentare), nella riforma della Pubblica Amministrazione (mobilità forzata dei dipendenti entro cinquanta chilometri), nella legge Franceschini (nei musei pagano soltanto i vecchi) e che già si intravedono nella riforma della Giustizia (soprattutto un bel taglio alle fastidiose intercettazioni).
Sono rappresentazioni che puntano a meravigliare, con taglio spettacolare in cui deve esserci sempre qualcosa di sorprendente, ma non necessariamente qualcosa di vero e di utile.
Soprattutto nessun rapporto con fatti e persone e pubblico realmente coinvolti nei settori “riformati”.
Ma nella “Riforma della Scuola” (responsabile il ministro Giannini, direttore dei lavori il sottosegretario Reggi) ci sono altre cose incredibili nel senso di radicalmente separati dalla realtà .
Uno è che le supplenze saranno fatte dagli insegnanti già in ruolo e già al lavoro nell’Istituto che ha bisogno di un supplente.
In altre parole, il prof Rossi, se necessario (e se non vuole essere trasferito, nell’ambito di 50 chilometri) deve insegnare in Prima A, ma contemporaneamente assumere anche la supplenza della Prima B. Altro che “fermare l’attimo”.
Un’altra è che i giorni di scuola passeranno da 208 a 230.
Tutti diranno “bravi! così si studia di più!”, dimenticando che, intanto, viene annunciato il taglio niente meno che di un anno intero di liceo, perchè altrimenti i soldi non bastano per insegnare musica e storia dell’arte (senza badare al fatto che, nelle scuole italiane, la musica non si insegna).
Tra le “idee nuove” per un nuovo mondo della scuola, c’è anche il principio che, in teoria, è possibile compensare i docenti che lavarono di più, pagando qualcosa in più. Non si dice quanto.
Si dice però che la decisione spetta ai dirigenti scolastici. Diventano, in tal modo, depositari di un arbitrio che promette tempesta.
Ma è bene essere preparati alla vera grande novità : senza soldi e senza supplenti, le scuole non solo funzioneranno 230 giorni e non 208, ma dovranno anche restare aperte dalle ore 7 alle ore 22 di ogni giorno scolastico.
Difficile capire che cosa può avere motivato, in un mondo informato di genitori, insegnanti, cittadini, una affermazione così priva di ogni possibile rapporto con la realtà . Ma c’è una risposta. Siamo qui a parlarne.
Con l’aiuto dei media, dimenticheremo (salvo le famiglie e gli insegnanti) questi penosi dettagli e sentiremo dire: beh, dopo tutto hanno fatto anche la riforma della scuola.
E purtroppo ci saranno giornali che prenderanno tutto come se fosse possibile, come se fosse vero.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile
“MAI UNA RIFORMA ELETTORALE ERA STATA AFFRONTATA PER ASSICURARE LA GOVERNABILITA’ ATTRAVERSO LA STESSA FORMA DI GOVERNO CHE SI PREDICA DI VOLER TRASFORMARE”
Tra le parole che in questi anni sono diventate spugne succhia-tutto svetta quella “riformismo”.
Tutti per le riforme: necessarie, urgenti, ovunque e comunque, senza se e senza ma.
Una volta riformismo significava: l’analisi delle trasformazioni sociali e dei rapporti di produzione costringe al superamento di vecchi assetti politici e istituzionali, alla ricerca di forme di rappresentanza coerenti con i ceti, gli interessi e le culture emergenti.
Sotto il segno di questo riformismo hanno avuto luogo svolte e conflitti decisivi del “secolo breve”, grandi “battaglie culturali” all’interno del socialismo europeo.
Forse con qualche concessione all’ideologia “che-sa-dove-va-il-mondo”, ma certo non con retoriche delle quali non si capisce il destinatario e che non presentano alcuna relazione logica tra le loro diverse “grida”.
Mai si era visto discutere di riforma delle assemblee rappresentative in assenza di qualsiasi prospettiva in materia di esecutivo.
Mai il problema istituzionale era stato considerato, dai “riformisti”, a prescindere dagli interessi concreti che si riteneva di dover rappresentare.
Mai una riforma elettorale era stata affrontata per garantire la “governabilità ” attraverso la medesima forma di governo che si predica di voler trasformare!
La confusione regna sovrana sotto il cielo, e ciò potrebbe,senza ironia, essere anche salutato come un buon segno.
Difficile nascere tutti armati come Minerva dal cervello di Giove. Ma si mettesse finalmente mano a quelle riforme, che sono le sole a interessare davvero gli italiani! Possibile affrontare seriamente il capitolo “risorse umane” con insegnanti sottopagati, programmi arcaici, università pubbliche totalmente burocratizzate?
A quando l’applicazione dei costi standard alla sanità ?
E per il lavoro? Probabilmente sono decine di migliaia i posti disponibili per giovani anche nel settore manifatturiero, ma per sbloccarli non basta qualche incentivo fiscale, occorrono solidi, credibili ammortizzatori e programmi di recupero per quei lavoratori che il salto tecnologico ha reso anzitempo “maturi”.
Bene gli 80 euro — e ora? (A proposito, grande scoperta che gli 80 euro non sono finiti nei supermercati. Sono finiti a pagare le maggiori tasse di ogni tipo, soprattutto a livello locale).
Un piccolo sospetto: perchè tutto il dibattito incentrato su Senato, Titolo V e via dicendo, invece che su queste questioncelle?
Forse si pensa (o si pensava) che su Senato, ecc., fosse più facile portare a casa la palma della vittoria… Berlusconi garante.
Perchè sulle vere riforme, alla cui logica dovrebbe accordarsi quella istituzionale, latitano non solo le decisioni,ma anche la discussione?
Questa domanda riguarda il cuore stesso della nostra Costituzione. Essa è progressiva poichè impegna esplicitamente a rimuovere tutti gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, uguaglianza di condizioni nell’usufruire dei servizi fondamentali e nell’accesso al lavoro (articoli 3 e 4).
La Costituzione intende la partecipazione dei cittadini alla vita politica in questo senso: come battaglia per la realizzazione di queste condizioni di reale uguaglianza.
Ma chi avrebbe dovuto condurla? Nello spirito dei costituenti è del tutto evidente che avrebbero dovuto essere le forze politiche, i partiti in primis. Il venir meno della forza propulsiva della Carta coincide con il collasso del sistema dei partiti, con la loro impotenza a auto-riformarsi.
La Carta pensava che attraverso la discussione e elaborazione strategica al loro interno sarebbero emersi i programmi concreti di riforma volti a “rimuovere gli ostacoli” che impediscono “il pieno sviluppo della persona umana”.
Non certo da individualità carismatiche o da “grida” populistiche.
Se non comprendiamo questo spirito della Costituzione, possiamo modificare altre mille volte il Titolo V, senza che i disoccupati diminuiscano di una unità o un giovane laureato in più cessi di dover “pregare” per un lavoro( e cioè di essere precarius).
Massimo Cacciari
(da “L’Espresso”)
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Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile
INUTILE PROMETTERE LA LUNA SENZA SPIEGARE COME SI PENSA DI FARLA AVERE
Renzi è uomo di marketing. Ma anche il miglior marketing deve essere credibile. 
Se si promette la luna a gente che la sta chiedendo da venti anni e che non l’ha mai ottenuta, si deve anche spiegare come si pensa di fargliela avere.
Altrimenti ti prendono per l’ennesimo imbroglione.
Ecco, i suoi 12 punti in materia di riforma della Giustizia, sono incredibili.
Nel senso che tutti li condividono; ma chi è del mestiere sa benissimo che sono irrealizzabili.
Prendiamo i primi 2 (per ora, gli altri seguiranno ).
1 — Giustizia civile: riduzione dei tempi — un anno in primo grado
Si può fare, basta buttare nel cestino l’attuale codice di procedura. Il fatto è che il processo civile è fatto di “atti”: citazioni, comparse di costituzione e risposta, memorie, reclami. Bisogna abolirli, altrimenti i tempi non si riducono.
Oggi come oggi, gli atti previsti dal codice di procedura civile e i termini che si devono rispettare tra un atto e l’altro ammontano, da soli, a 11 mesi e 5 giorni. Possibile? Sì, certo.
Nel processo civile le parti si chiamano attore (quello che pretende qualcosa) e convenuto (quello che dice di non dover dare nulla).
L’attore va da un avvocato che prepara un atto di citazione e lo notifica al convenuto: ci vedremo davanti al giudice tra 90 giorni (termine minimo, prima non si può per legge).
L’avvocato del convenuto gli risponde con una “comparsa di costituzione e risposta”. I due atti sono depositati in Tribunale.
Scaduti i 90 giorni, gli avvocati spiegano al giudice quello che hanno già raccontato nella citazione e nella comparsa di risposta.
Il giudice si “riserva” e rinvia a 30 giorni; deve pur capire di cosa si tratta. Ma siccome ha centinaia di processi, in realtà rinvierà a 60 giorni minimo, quando non di più.
Ma nemmeno a questa udienza si fa qualcosa di concreto perchè gli avvocati chiedono termine per memorie: riscriveranno le stesse cose che hanno già scritto nella citazione e nella comparsa di costituzione.
Il giudice è obbligato a concederlo: minimo di legge 30 giorni. Depositate le memorie, il giudice deve assegnare un nuovo termine di 30 giorni perchè ognuno possa replicare all’altro; e ne assegnerà un altro di 20 giorni per ulteriori repliche.
Dopodichè, siccome si deve leggere tutto, si prende 30 giorni per studiare gli atti.
E finalmente si comincia. Teoricamente sono passati solo 9 mesi e 20 giorni; ma bisogna aggiungerci 1 mese e 15 giorni di sospensione dei termini: le vacanze giudiziarie che vanno dal 1° agosto al 15 settembre. Tutto fermo per legge.
Così si arriva a 11 mesi e 5 giorni, appunto.
Il Processo vero e proprio parte da qui: si devono interrogare i testimoni di tutt’e due le parti, fare le perizie e quanto altro serve per capire chi ha ragione e chi ha torto. Tutto questo si fa nell’ “udienza”.
Quante ne servono? Non si sa, dipende dal numero dei testimoni, dalla complessità delle perizie, dai reclami che ogni avvocato può fare in corso di causa e che interrompono il processo fino a che il Collegio (altri 3 giudici) decide.
E, soprattutto, dipende da quanti altri processi ha il giudice perchè, più ne ha, più i rinvii tra un’udienza e l’altra saranno lunghi: proprio come dal dentista.
“Dottore, quando mi può visitare?”. “Tra 1 mese”. “Ma come?”. “Prima non posso, guardi la mia agenda”.
Alla fine gli avvocati depositano le loro comparse conclusionali (ognuno spiega perchè lui ha ragione e l’altro ha torto) e poi finalmente ci sarà la sentenza.
In media, oggi, un processo civile in primo grado dura 3 anni, quando va bene.
Si può fare diversamente? Certo che sì.
Gli avvocati scrivono tutto quello che hanno da dire, scambiandosi tra di loro lettere e documenti. Si sentono i testimoni ognuno alla presenza dell’altro. Ognuno si fa le sue perizie. Poi vanno dal giudice e gli danno tutti gli “atti”.
E, dopo un po’ (quanto? Dipende sempre dal numero dei processi che ogni giudice ha in carico) arriva la sentenza.
Non è una cosa fantascientifica; più o meno è quello che avviene negli Stati Uniti.
Però una giustizia civile così costa un sacco di soldi: ognuno dovrebbe pagarsi i suoi periti, le spese di trasferta per i testimoni, un’organizzazione di ufficio ben diversa dall’attuale segretaria divisa tra 2 o 3 avvocati che fa anche da centralinista. Diventerebbe una giustizia per ricchi.
Meglio o peggio di una giustizia che non funziona per niente? Mah.
2 — Giustizia civile: dimezzamento dell’arretrato.
Che si fa con i processi cominciati con il vecchio sistema? Certo, si potrebbe restituire tutto alle parti: da oggi il codice è cambiato, tocca a voi istruire il processo, datevi da fare e tornate quando avete finito.
E chi non ha soldi? E poi: l’arretrato c’è perchè i giudici che ci sono non riescono a smaltire i milioni di cause che hanno e che ogni anno aumentano.
Se lo si vuole dimezzare, si deve mettere in conto che, per x anni — se si adotta il sistema nuovo — o per xxx anni — se si continua con il sistema attuale, non potranno fare altro.
E i processi nuovi chi li fa? Altri giudici, si capisce.
Ora, a parte che, su circa 10.000 giudici previsti in organico, ne mancano 1.200; a parte che il Paese, più di 200/300 nuovi giudici all’anno non li dà ; sta di fatto che ogni nuovo giudice richiede corrispondenti risorse (uffici, computer, personale amministrativo).
Chi paga? Dove sono i miliardi necessari per una riforma del genere?
Capito perchè c’è una differenza tra il marketing e l’imbonimento da fiera?
Bruno Tinti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile
SOLO DOPO DIVERSE ORE SONO ARRIVATE LE SCUSE PATETICHE SENZA DIMISSIONI: “AUGURO AL PRESIDENTE NAPOLITANO UNA VITA LUNGA E SERENA”
Infine Debora Billi si è scusata.
Cercando di frenare la polemica scoppiata in Rete per la sua ‘battuta’.
La responsabile web dei Cinquestelle a Montecitorio aveva scritto “Se ne è andato Giorgio. Quello sbagliato. #faletti”, sul suo profilo twitter con un nemmeno tanto velato riferimento al capo dello Stato.
Un tweet, postato ieri in tarda serata, che ha subito raccolto pesanti denunce da parte dei suoi followers e che è rimbalzata su altri social network.
“Le battute infelici scappano, speriamo stavolta siano scappate per sempre. Desidero scusarmi personalmente con il Presidente Napolitano per l’accaduto, augurandogli naturalmente una vita lunga e serena, e con il M5S a cui ho creato imbarazzo. Non accadrà più”, ha scritto su Facebook.
Non l’aveva fatto subito.
La “giornalista, blogger, estremista, mamma. Resp. Web M5S Montecitorio”, come si definisce sul suo profilo Twitter, nonostante gli attacchi, non aveva rimosso il messaggio ma ne aveva aggiunto uno diverso (“così imparo a rubare le battute”) e poi un altro in cui scriveva: “Madre miserabile” “bestia” “schifosa”… Ahem sì, sono io la maleducata”.
Le critiche erano arrivate però anche dai 5 stelle che le chiedevano di scusarsi.
Patrizia Menchiari, “blogger e cittadina in movimento” di Brescia sintetizza il pensiero di molti senza troppi giri di parole: “Vai a studiarti gli epic fail e impara che scusarti e piantarla è meglio di fare la vittima. Con la tua cazzata danneggi il m5s”.
Ma una che confermi e si dimetti, mai?
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Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile
“TARANTO, STRAGE DEI BAMBINI, REATI REITERATI PER ANNI”
“Presenterò un esposto per omicidio e disastro ambientale continuato. Chiedo alla Procura di Taranto
di aprire un nuovo filone d’inchiesta, ora che i dati dell’Istituto Superiore della sanità hanno dimostrato che questi reati sono stati reiterati per anni”. Per il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, i responsabili non sono più, solo, i dirigenti dell’Ilva: “È colpevole anche lo Stato”.
Cosa contesta, Bonelli, allo Stato?
Di non aver fatto nulla, di essere stato inadempiente. Questo immobilismo ha consentito all’inquinamento di perdurare. E ora a Taranto vediamo un incremento della mortalità infantile per tutte le cause: il 21 per cento in più rispetto alla media regionale. È il dato più alto che si sia mai registrato. E l’eccesso dell’incidenza dei tumori nella fascia 0-14 anni è addirittura del 54 per cento. Sono studi che si riferiscono al 2011, mentre il processo “ambiente svenduto” si ferma prima. Tocca ai magistrati agire.
Eppure erano stati stanziati 119 milioni di euro per le bonifiche.
Ne hanno usati solo 15, per interventi marginali. Intanto però il decreto del ministro Galletti alza il limite degli scarichi tossici a mare, e la ministra Guidi vuole ammazzare le energie rinnovabili. Il governo di Matteo Renzi ha ben poco di ambientalista. Preferisce fare i regalini alle acciaierie e alle centrali a carbone. E poi, se la mortalità infantile di Taranto è cresciuta in media del 21 per cento, immaginate quanto è salita nel quartiere Tamburi. Il sub-commissario Ilva Edo Ronchi dice che qui l’aria è più pulita che a Milano? Sono senza parole.
Ronchi, nell’intervista rilasciata al Fatto, spiega che in Lombardia si sfora il limite delle polveri sottili più che nel capoluogo pugliese.
Peccato che questo non voglia dire nulla. L’aria di Roma o Milano è sicuramente avvelenata dallo smog, ma le polveri di Taranto hanno una composizione chimica che non si può paragonare ad altre città : dentro ci sono metalli pesanti, cromo, benzo(a)pirene. È altamente tossica .
Questo però, ribatte il sub-commissario, non è regolato da alcuna normativa.
È vero: la legge non ne parla. Ma che quelle polveri siano pericolose per la salute, pure in quantità ridotte, lo sa benissimo anche Ronchi. Persino quando indagava la procura, non c’erano particolari sforamenti di polveri.
Il sub-commissario cita dati dell’Arpa, che sono ufficiali.
L’Arpa l’ha pure smentito. E noi abbiamo assistito alla trasformazione di un ambientalista in un tecnocrate, che deve dimostrare a chi l’ha messo su quella poltrona di essere affidabile, sulla falsariga di chi sosteneva che i tumori dei tarantini sono dovuti alle sigarette. La diminuzione della polvere non è figlia del risanamento: è la diretta conseguenza della riduzione della produzione. Non sono stati applicati i filtri perchè costano 70 milioni di euro . A Taranto si accumulano veleni da decenni.
Infatti Ronchi dà la colpa all’inquinamento storico.
E dice pure che non gli risulta che dall’Ilva esca piombo, il che fa rabbrividire. In Italia, secondo i dati del registro Ines — che quantifica le emissioni inquinanti in atmosfera — vengono sparsi nell’aria quasi 100 mila chili di piombo ogni anno. L’Ilva Spa, proprio quella di Taranto, ne spara circa 75 mila chili. Il che significa che il coefficiente d’incidenza dell’Ilva sulla quantità di piombo che si respira è quasi del 70 per cento. Che un sub-commissario non sappia queste cose fa accapponare la pelle.
Ronchi sostiene però che il piombo — ritrovato anche nel sangue dei bambini di Tamburi — non sia particolarmente dannoso per la salute.
Uno studio di Oxford ha testato 141 tarantini, metà uomini e metà donne. Il valore medio di piombo nel loro sangue è di 10,8 microgrammi al litro, mentre la quantità tollerabile per l’organismo è tra gli 0,5 e i 3,5 microgrammi al litro.
Quali sono gli effetti del piombo sull’organismo umano?
Agisce sul sistema nervoso, provoca danni renali ed è molto pericoloso per le donne incinte, perchè causa deficit neurologici sui nascituri. Infatti a Taranto l’incidenza di queste patologie è molto alta.
Quindi lei sostiene che i dati Arpa non siano indicativi?
Sì, e non sono solo: anche il direttore generale di Arpa Giorgio Assennato, quando gli hanno fatto notare che l’aria dentro l’acciaieria risulta meno contaminata di quella di Taranto, ha detto che quei dati non sono attendibili. Come si spiega questo fenomeno? Vogliamo dire che è la città di Taranto ad avvelenare l’Ilva?
Beatrice Borromeo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile
DISPOSTI CONTROLLI A TAPPETO SUI CACCIA DELLA LOCKHEED
Tutti a terra.
I 97 supercaccia F-35 dell’aviazione Usa non potranno decollare fino a nuovo ordine.
Il Pentagono ha deciso di sospendere tutti i voli (siano test o addestramento) dopo l’incidente che a Eglin (in Florida) ha visto coinvolto uno dei nuovi aerei della Lockheed Martin.
Il 23 giugno era andato a fuoco il motore mentre il caccia era in fase di decollo, nessun ferito, molta paura, servizi d’emergenza che avevano funzionato ma il danno era fatto
Con la sicurezza non si scherza, quegli aerei venduti in tutto il mondo e che costeranno agli americani la bellezza di 398 miliardi di dollari (per 2.433 esemplari), non dovrebbero avere falle.
Anche l’Italia ha già firmato il contratto per sei caccia (per un programma di acquisto di 90 esemplari), ma Gianpiero Scanu, capogruppo Pd in commissione Difesa, avverte: «Non compreremo aerei che non siano assolutamente affidabili».
Tutti fermi dunque, fino a quando le indagini non avranno accertato i motivi dell’incendio
Un comunicato stringato (e imbarazzato) quello del Pentagono.
Sulla base dei risultati iniziali dell’incidente sulla pista di decollo di glin, l’Air Force e la Navy hanno dato direttive affinchè gli F-35 rimangano a terra.
La causa dell’incidente è ancora sotto inchiesta e ulteriori ispezioni sono state ordinate per i motori. La ripresa dei voli verrà stabilita sulla base dei risultati delle ispezioni e delle analisi».
Nato tra mille contestazioni (per i costi, ma non solo) il programma F-35 ha avuto fin dall’inizio una serie di anomalie, imprevisti e polemiche.
Il motore del supercaccia (prodotto dalla Pratt & Whitney) non è nuovo a incidenti (nel febbraio scorso venne rivelata una frattura su una turbina) anche se tutte le inchieste fatte finora hanno “assolto” l’aereo.
Critici molti piloti, dopo che in un rapporto del Pentagono nel 2013 è stato scritto nero su bianco che l’F-35 avrebbe limitate capacità di combattimento
La decisione di ieri è ancora più amara per questioni di marketing.
In questi giorni l’F-35 aveva infatti in programma diversi appuntamenti internazionali. Il primo era il passaggio in cielo per il battesimo della nuova portaerei britannica H. M. S. Queen Elizabeth, che ovviamente è stato cancellato.
Gli altri due sono gli appuntamenti previsti per due air show sempre in Gran Bretagna: il Royal International Tattoo (11 luglio) e il Farnborough International Air Show (14 luglio).
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile
LO STUDIO DELLA CGIA: TARIFFE DELL’ACQUA + 85,2%, RIFIUTI +81,8%, AUTOSTRADE +50,1%, TRASPORTI URBANI +49,6%, ASSICURAZIONI +200%… E’ LA FOTOGRAFIA DEL FALLIMENTO DELLE LIBERALIZZAZIONI
Altro che effetti benefici delle liberalizzazioni, viene da dire guardando i dati raccolti dalla Cgia di
Mestre.
Negli ultimi 10 anni, le tariffe dei principali servizi pubblici hanno registrato un aumento record.
E’ il caso dell’acqua, ad esempio, terreno di scontro di referendum che hanno rappresentato un punto importante della storia politica recente italiana e intanto aumentata dell’85,2%; o dei rifiuti, che hanno subito continui cambi di denominazioni (dalla Tarsu alla Tari), ma nella sostanza sono rincarati dell’81,8%.
Ancora, non c’è pace per i viaggiatori: i costi dei pedaggi autostradali sono saliti del 50,1%; nel caso dei trasporti urbani, la dinamica è stata simile: +49,6%.
A denunciarlo è appunto la Cgia, l’associazione degli artigiani di Mestre.
Tra le dieci voci prese in esame in questa analisi, solo i servizi telefonici hanno subito una diminuzione: -15,9%.
Sempre nel periodo considerato, l’inflazione, invece, è aumentata del 23,1%. “Nonostante i processi di liberalizzazione avvenuti in questi ultimi decenni abbiano interessato gran parte di questi settori, i risultati ottenuti sono stati poco soddisfacenti. In linea di massima oggi siamo chiamati a pagare di più, ma la qualità dei servizi non ha subito miglioramenti sensibili”, osserva il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi.
“Nonostante i forti aumenti registrati dalle bollette dell’acqua – segnala ancora Bortolussi – la nostra tariffa rimane la più bassa d’Europa. La stessa considerazione può essere fatta per i biglietti ferroviari: anch’essi sono tra i meno cari in Ue. Preoccupa, invece, il boom registrato dall’asporto rifiuti. Nonostante in questi ultimi sei anni di crisi economica sia diminuita la produzione di rifiuti e sia aumentata la raccolta differenziata, le famiglie e le imprese hanno subito dei rincari ingiustificati”. Gli aumenti del gas hanno sicuramente risentito del costo della materia prima e del tasso di cambio, mentre l’energia elettrica dell’andamento delle quotazioni petrolifere e dell’aumento degli oneri generali di sistema, in particolare per la copertura degli schemi di incentivazione delle fonti rinnovabili.
I trasporti urbani, invece, hanno segnato gli aumenti del costo del carburante e quello del lavoro.
Non va dimenticato che molti rincari sono stati condizionati anche, e qualche volta soprattutto, dall’aggravio fiscale.
L’associazione dice invece che i taxi hanno registrato umenti percentualmente meno rilevanti.
L’ultima parte dell’analisi elaborata dall’Ufficio studi della Cgia ha preso in esame l’aumento delle tariffe registrato da alcune voci nel periodo intercorso dall’anno di liberalizzazione fino al 2013.
Ebbene, le assicurazioni sui mezzi di trasporto sono aumentate del 197,1% (4 volte in più dell’inflazione), i pedaggi autostradali del 62,7% (1,7 volte in più dell’inflazione), i trasporti ferroviari del 57,4% (1,7 volte in più dell’inflazione), il gas del 53,5% (2,3 volte in più dell’inflazione), mentre i servizi postali hanno subito un incremento del 37,8% pressochè uguale a quello registrato dall’inflazione.
Solo i servizi telefonici hanno subito una riduzione dei prezzi: -18,8%, contro un aumento dell’inflazione del 38,5%.
“Sia chiaro – conclude Bortolussi – noi non siamo a favore di un’economia controllata dal pubblico. Ci permettiamo di segnalare che le liberalizzazioni hanno portato pochi vantaggi nelle tasche dei consumatori italiani. Pertanto, invitiamo il Governo Renzi a monitorare con molta attenzione quei settori che prossimamente saranno interessati da processi di deregolamentazione. Non vorremmo che tra qualche anno molti prezzi e tariffe, che prima dei processi di liberalizzazione/privatizzazione erano controllati o comunque tenuti artificiosamente sotto controllo, registrassero aumenti esponenziali con forti ricadute negative per le famiglie e le imprese”.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO L’EPOCA DEI TRADITORI, SIAMO ARRIVATI AI SABOTATORI: A QUANDO LA FUCILAZIONE DI CHI HA CAPITO CHE ABBIAMO COME PREMIER UN VENDITORE DI PENTOLE BUCATE?
«Adesso i frenatori spostano il tiro sull’Italicum: bene, vuol dire che sulla riforma del Senato si sono già rassegnati». Matteo Renzi è fatto così, la nuova pioggia di critiche che arriva dalla sinistra del partito quasi lo galvanizza.
L’irritazione per i «frenatori» delle riforme si trasforma in una rinnovata spinta al processo in corso a Palazzo Madama.
Un impulso che passa, necessariamente, per una blindatura del patto con Berlusconi. Renzi e Berlusconi, dopo la visita dell’ex Cavaliere a Palazzo Chigi, si sono infatti parlati di nuovo. Stavolta per telefono.
È accaduto giovedì sera, dopo la drammatica assemblea dei parlamentari forzisti. Tutte quelle voci fuori dal coro, specie da parte dei senatori azzurri (voti decisivi per impedire i «ricatti» dei bersaniani), hanno infatti innalzato il livello di allarme a Palazzo Chigi.
«Forza Italia tiene?» Il premier l’ha chiesto a Denis Verdini, ma a sorpresa l’ambasciatore forzista gli ha passato «qualcuno che ti può dare, meglio di me, le rassicurazioni che stai cercando».
Era Berlusconi, ovviamente, stanco per la lunga e caotica riunione della Sala della Regina. «Matteo, ne ho appena riparlato con i nostri capigruppo. Noi ci stiamo, il patto per me è valido. Io ho una parola sola».
Ma il premier ha chiesto un gesto in più, una presa di posizione ufficiale, oltre a quelle di Romani e di Toti, per rimettere in riga i ribelli di Minzolini e Fitto.
Qualcosa di inappellabile, che provenisse dal gran capo in prima persona. «Mi sembra giusto, adesso ci rifletto».
Così è stato, il comunicato ufficiale di Berlusconi è arrivato ieri. Per il leader forzista la discussione è chiusa, a questo punto non c’è nemmeno bisogno di convocare di nuovo tutti i parlamentari per riaprire lo sfogatoio.
Basterà un ufficio di presidenza a sancire la decisione presa. O magari nemmeno quello.
Stretti i bulloni del patto con Berlusconi, Renzi si è potuto dedicare al fronte interno. Impostando la strategia in una riunione ieri pomeriggio con Lorenzo Guerini, Luca Lotti e il ministro Boschi.
Al premier infatti quelle accuse del suo predecessore non sono piaciute affatto. Bersani che gli affibbia l’etichetta di “Grande Nominatore” per voler portare a casa una legge elettorale che gli darà potere assoluto sulle liste elettorali.
La critica per lo «squilibrio democratico» che si verrebbe a creare sulle istituzioni di garanzia, l’affondo sulle liste bloccate.
«Non possiamo lasciar correre», ha deciso Renzi.
Il contrattacco si svilupperà in più stadi. Ieri è arrivato l’avvertimento di Guerini. Martedì, in un’assemblea congiunta di deputati e senatori dem, alla vigilia dell’arrivo in aula del ddl Boschi, a parlare sarà direttamente il premier.
Un discorso duro, sostanzialmente già impostato. Da martedì i «frenatori» diventeranno forse anche «sabotatori».
Non delle riforme Renzi, ma dell’Italia. Un renziano del cerchio stretto la spiega in questo modo: «Noi stiamo giocando una partita vitale e strategica in Europa per chiedere maggiore flessibilità E Matteo ha dato la sua parola alla Merkel che, in cambio, le riforme finalmente arriveranno. A partire da quella del Senato. Riforme in cambio di flessibilità , è questo il vero patto tra noi e Berlino. Chi ci ostacola sulle riforme a questo punto sta mettendo in gioco la possibilità che l’Italia esca dalla crisi».
Certo, poi c’è anche il merito di alcune modifiche che potranno essere introdotte. Boschi, Finocchiaro e Guerini infatti riconoscono in privato che il progetto costituzionale contiene qualche fragilità sul piano delle garanzie.
E su questo si agirà con dei correttivi, ad esempio allargando la platea dei grandi elettori del capo dello Stato ai 73 eurodeputati (eletti con il proporzionale puro) o prevedendo maggioranze qualificate.
Ma sulla legge elettorale i margini di cambiamento sono minimi, a dispetto delle richieste della sinistra Pd e di un alleato come l’Ncd.
Sull’introduzione delle preferenze infatti Berlusconi è irremovibile. E l’intesa a mandare avanti la riforma del Senato prevede, in cambio, la promessa di Renzi di non rendere scalabile Forza Italia.
Semmai, per venire incontro alle richieste dei democratici e togliersi di dosso l’accusa bersaniana di essere un «Grande Nominatore», il premier e la sua squadra stanno pensando di aggirare il problema in un altro modo.
Un’ipotesi sarebbe quella di garantire l’elezione ai capilista, lasciando libera la corsa alle preferenze solo per chi viene dietro (Il “lodo Boschi) . Una soluzione immaginata tempo fa da Alfredo D’Attorre, che consentirebbe a Berlusconi di controllare gli eletti.
Ma la soluzione che piace più a Renzi è un’altra, in linea con la tradizione dem: primarie di partito per entrare in lista, obbligatorie per legge.
E Berlusconi? L’idea è quella di inserire una norma transitoria che, solo per il primo rinnovo del Parlamento, lascerebbe i partiti liberi di farle o meno.
«Primarie facoltative» dunque, almeno la prima volta.
E comunque qualcosa su questo fronte si sta muovendo anche dentro Forza Italia. Laura Ravetto, incaricata un paio di settimane fa dal leader di scrivere un regolamento per le primarie di centrodestra (chieste a gran voce da Lega e FdI), ha presentato il suo lavoro a Berlusconi.
In attesa che se ne discuta in un ufficio di presidenza.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile
RIVOLTA NEL PD SULLE RIFORME, ITALICUM A RISCHIO….”VOTIAMO SI’, MA LA GUSTIZIA RESTI FUORI”
Cresce il malumore nel Pd sull’Italicum dopo il nuovo vertice con Berlusconi. 
Bersani ha ribadito che la proposta di legge elettorale «va modificata». E l’uscita ha dato libero sfogo al malcontento.
Gianni Cuperlo solleva perplessità di ordine costituzionale e Vannino Chiti chiede di correggere lo sbarramento.
Non va meglio in Forza Italia. Tanto che Berlusconi ha dovuto scrivere una lettera-appello ai parlamentari in cui chiede che «Forza Italia sostenga convintamente le riforme».
“Abbiamo già discusso e deciso a larga maggioranza nel partito su riforme e legge elettorale. Adesso lo facciamo in Parlamento «per mettere a punto dettagli significativi. Ma non deve diventare l’occasione per frenare». Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd cerca di mettere un argine al malumore che cresce nel partito dopo il nuovo incontro con Silvio Berlusconi.
Perchè è tornato in campo Pierluigi Bersani che ieri ha ribadito a SkyTg24 che «l’Italicum va modificato, lo capisce anche un bambino. Ci sono le soglie, le liste che prendono voti ma non deputati. E poi bisogna fare in modo che il cittadino possa scegliersi il deputato. Le democrazie che funzionano non sono le democrazie padronali ».
L’ex segretario spiega che il combinato disposto di legge elettorale e riforma del Senato alterà gli assetti costituzionali e, dunque «la Camera, che diventa l’unica camera elettiva, dovrà occuparsi credo degli equilibri generali del sistema».
Il problema del rapporto fra riforme e Costituzione viene sollevato anche da Gianni Cuperlo. «Se noi licenziamo l’Italicum così com’è uscito dalla Camera, io credo che ci siano margini di rischio di costituzionalità di quella legge», dice
Una critica che ribadisce anche Vannino Chiti che chiede di modificare le soglie di sbarramento, di varare un Senato elettivo e di permettere ai cittadini di scegliere gli eletti con i collegi uninominali o con le preferenze.
Il clima però non è molto tranquillo neanche in casa dell’altro contraente del patto del Nazareno. Silvio Berlusconi, infatti, giovedì non ha concluso l’assemblea dei gruppi che doveva decidere sulle riforme e sembra proprio che la riunione non avrà un seguito.
Berlusconi pensa infatti che si debba andare avanti. E per chiarire ai suoi il percorso ha scritto una lettera-appello ai parlamentari in cui chiede che «Forza Italia sostenga convintamente le riforme».
L’ex Cavaliere ricorda che «il dialogo« con Renzi è sulle riforme, mentre su tutto il resto «Forza Italia resta all’opposizione ».
Inoltre Berlusconi insiste sul fatto che Renzi lo vuole coinvolgere anche nella riforma della giustizia. Parole che però non convincono Augusto Minzolini: «Sarebbe paradossale — dice — non avere il presidenzialismo e perdere contemporaneamente il Senato elettivo».
E un no sulla legge elettorale arriva anche da Gaetano Quagliariello: «Se resterà questa il Nuovo centrodestra non la voterà , e porrà un problema serio. La legge elettorale non può essere imposta a partire da un accordo a due».
Silvio Buzzanca
(da “La Repubblica“)
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