Agosto 18th, 2014 Riccardo Fucile
BRUXELLES NEGA TRATTATIVE CON LA UE PER PIÙ FLESSIBILITà€…PADOAN ALLA BCE: “OGNUNO FACCIA LA SUA PARTE”…. L’EFFETTO ELEZIONI È GIà€ FINITO
La risposta europea, formalmente, si limita a un “no comment”.
Riferendosi all’ipotesi di una “trattativa segreta” tra la Commissione Ue e l’Italia su “flessibilità in cambio di riforme”, rilanciata ieri dai quotidiani Repubblica e Messaggero, Simon O’Connor, portavoce del commissario Ue per gli Affari economici, ha detto: “Non commentiamo questa congettura. Lo stato delle finanze pubbliche sarà analizzato in autunno”.
La sostanza delle parole del funzionario Ue, però, si trova da un’altra parte: “È troppo presto — spiega O’Connor — per aggiornare le stime del deficit 2014, questo sarà fatto nelle previsioni di novembre e saranno la base per la nostra valutazione della legge di stabilità del prossimo anno”. Per Bruxelles, quindi, i numeri sul tavolo restano quelli fissati finora, stabiliti dal Documento di economia e finanza varato dal governo Renzi lo scorso aprile e che resta il testo di riferimento: “Come raccomandato a giugno, l’Italia deve dare stretta esecuzione a quanto previsto nel Def, ed ovviamente la raccomandazione è ancora valida”.
La differenza tra le indiscrezioni di ieri e quanto riferito dal portavoce europea può essere stimata in 6-9 miliardi di euro. Una cifra non indifferente.
Quanto l’Italia sia appesa all’Europa si misura anche nelle parole del ministro Piercarlo Padoan che, rivolgendosi alla Bce di Mario Draghi, invita “tutti a fare la propria parte”.
L’Italia farà le riforme ma la Banca centrale “faccia salire l’inflazione al 2%”.
Se fino a qualche settimana fa, il governo renziano era fiero e sicuro delle proprie risorse, prima fra tutte il 40,8% ottenuto alle Europee, ora è chiaro che nella crisi tutti hanno bisogno di tutti.
E l’Italia ha bisogno di appigli fuori dai confini nazionali. Siano essi la Bce o la Commissione. Secondo le indiscrezioni di ieri, da qualche settimana sarebbe in corso una trattativa per aumentare la flessibilità nell’applicazione dei parametri europei.
In particolare andrebbe rivisto l’obbligo, previsto dal Fiscal compact, per i paesi il cui debito supera il 60% del Pil di convergere verso l’obiettivo di pareggio di bilancio con un miglioramento annuale dei saldi pari ad almeno lo 0,5%.
Un parametro che potrebbe essere ridotto allo 0,25%.
Allo stesso tempo, non sarebbe obbligatorio rispettare nel 2015 l’obiettivo fissato nell’ultimo Def di un rapporto deficit/Pil all’1,8% spostando il limite attorno al 2,2-2,4%.
La differenza tra l’obbligo all’1,8 e quello al 2,2-2,4 è, appunto, di 6-9 miliardi di euro.
Una cifra più che necessaria al governo per evitare di intervenire con tagli pesanti nella prossima Legge di Stabilità .
Della trattativa segreta a Roma non si parla. Da Palazzo Chigi non viene nessuna smentita ufficiale ma nemmeno conferme informali.
Il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei (vedi intervista sotto), tra gli economisti dell’entourage renziano, dice di non saperne nulla.
In questo quadro spiccano le parole di Padoan, soprattutto per l’accusa mossa alla Bce. Chiedere che “tutti facciano la propria parte”, infatti, significa ammettere implicitamente una critica all’istituzione guidata da Mario Draghi.
Tanto più che Padoan ammette l’errore nelle previsioni economiche (come fare altrimenti, ormai?) ma, soprattutto, indica in almeno 18 mesi il tempo necessario a vedere i risultati delle riforme annunciate dal governo.
“Sono fiducioso che le riforme che stiamo realizzando dispiegheranno i loro effetti nel medio termine, che significa nei prossimi due anni”.
Un tempo che gli attuali accordi europei, a cominciare dal Fiscal compact, non assegnano all’Italia. Le parole di Padoan, comunque, sono importanti.
Come riporta il lungo articolo dedicato ieri dal Corriere della Sera al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel dare pieno sostegno al governo Renzi considera “la vigilanza” di Padoan “un riferimento e una garanzia” per la “sua autorevolezza e competenza”. Parole che il sospettoso Mattinale di Renato Brunetta legge come un “commissariamento” del premier per conto del Quirinale.
Come Renzi , comunque, anche Padoan è convinto che saranno le riforme a fare la differenza. E sarà questo il tormentone delle prossime settimane.
“Sblocca Italia”, riforma del mercato del lavoro, della giustizia, della scuola, etc. saranno gli elementi del “Big bang” che il governo vuole far scoppiare per guadagnarsi la “credibilità ” necessaria. In ogni caso, una qualche trattativa con Bruxelles andrà fatta.
E non potrà che essere una trattativa a tutto campo. Basata non solo sui numeri della prossima Legge di Stabilità ma anche sugli equilibri interni alla Commissione che saranno discussi il prossimo 30 agosto.
A cominciare dal nome di Federica Mogherini alla guida della Politica estera.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 18th, 2014 Riccardo Fucile
IL GOVERNO STUDIA UN PROVVEDIMENTO CHE REPERIRA’ LE RISORSE PER EVITARE GLI ESODATI
La riforma del lavoro potrebbe prevedere un contributo di solidarietà sulle “pensioni d’oro”, a sostegno
dei lavoratori esodati.
L’ipotesi è allo studio, conferma il sottosegretario al Lavoro Luigi Bobba: «Dovremo fare un intervento legittimo (in modo che non venga bocciato dalla Consulta), ed equo: ovvero chi ha redditi da pensione particolarmente alti attraverso un contributo sostiene gli interventi a favore di coloro che non hanno nè salario nè pensione».
Non è ancora stabilito a partire da quale cifra scatterà il contributo: da ambienti vicini al ministero si apprende che «chi ha una pensione modesta, fino a 1500, 2000 euro al mese, certo non potrà essere chiamato a versare questo contributo»
«Le pensioni d’oro sono poche, la maggior parte dei pensionati prende un assegno da 800 euro bloccato da 16 anni e non ha neanche avuto il contributo di 80 euro», obietta Annamaria Furlan, segretario generale aggiunto Cisl.
E a proposito dell’articolo 18, osserva che «tutto questo discutere da parte della politica è assurdo, e con tre milioni di disoccupati e il 50% dei giovani senza lavoro è anche stucchevole. I veri problemi sono la mancanza e la precarizzazione del lavoro». «La questione non è quello di diminuire, ma semmai di estendere a tutti i lavoratori le tutele dell’articolo 18 – dice Serena Sorrentino, segretario confederale Cgil – Noi siamo favorevoli alla sperimentazione del contratto a tutele crescenti, ma sarà una vera innovazione solo se il governo lo introdurrà sostituendolo alle oltre 40 forme contrattuali esistenti».
Anche il segretario confederale della Uil Guglielmo Loy guarda con favore alla riforma: «Senza l’economia che tira ogni discussione rischia di essere velleitaria. Detto questo, noi siamo per la semplificazione, seguita però da scelte chiare: bisogna evitare l’eccesso di flessibilità . Oggi per le imprese il contratto a termine è troppo facile, troppo conveniente».
Un’osservazione condivisa da Cesare Damiano (Pd), presidente della commissione Lavoro della Camera: «Dobbiamo far sì che il contratto a tutele crescenti sia più conveniente di quello a termine, se non vogliamo che anzichè i contratti a progetto e le partite Iva fasulle divori il contratto a tempo indeterminato.Come? Rendendo strutturale una diminuzione consistente dell’Irap a favore di chi trasforma i contratti a termine in tempi indeterminati. Lo sconto ci sarà anche per il periodo di prova, ma scatterà solamente con la stabilizzazione. E dopo, stesse tutele per tutti».
Rosaria Amato
(da “La Repubblica”)
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Agosto 18th, 2014 Riccardo Fucile
“ORA MI SENTO SULLA SCIA DELLA STORIA DI BORDIN E BALDINI”
Daniele Meucci, dopo l’oro si è finalmente convertito dalla pista alla strada?
«Direi di sì, la maratona è la regina dell’atletica: la pista è bella, mi piace, mi manca ma oggi correndo per strada ho capito che è un’altra cosa. E’ partita la scintilla».
Chi l’ha convinta?
«Ci hanno provato in tanti ma ho dovuto decidermi io. Continuavano a ripetere che potevo proseguire la tradizione di Bordin e Baldini, che c’erano le potenzialità ma solo oggi sento di aver preso davvero quel testimone. Loro hanno fatto la storia di questo sport, io posso provare a seguire la strada».
Prima maratona?
«Roma, nel 2010: contro la mia volontà ».
E come ci è tornato?
«Con una scommessa sui tempi con il mio tecnico Massimo Magnani. Ha vinto un pronostico e io gli dovevo un altro tentativo. E poi Gelindo Bordin mi ha fatto firmare con il mio sponsor, la Diadora, e al momento dell’accordo mi ha detto: se metti il tuo nome lì passi alla maratona».
E quando si è convinto davvero?
«Dopo New York, l’anno scorso. Ma solo dopo questo oro so che è la direzione è giusta».
Dove lo trova il tempo per il dottorato in università ?
«Fermo da 4-5 mesi causa atletica. Devo ringraziare il mio tutor. Lavoriamo su un progetto di automazione dei robot marini per le esplorazioni fondali, arrivano a 300 metri di profondità ».
Per questo si allena nell’acqua, per sperimentare.
«Già , sono nella fase subacquea. Corro in piscina e quando il tempo lo permette in mare. Preserva dagli infortuni»
Cosa ha pensato quando ha visto il traguardo in solitaria?
«Ai miei figli, mi riempiono la vita»
La sua vita è pienissima. Dottorato, atletica, famiglia.
«E’ bello non stare concentrati solo sulle gare, sono importanti sì ma non possono essere il centro dell’universo. Sono grato di avere anche un’esistenza che non dipende dai risultati»
Giulia Zonca
(da “La Stampa”)
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Agosto 18th, 2014 Riccardo Fucile
IL CANTAUTORE FESTEGGIA MEZZO SECOLO DI CANZONI E 45 ANNI DI DISCHI
Cinquant’anni fa, nel quartiere romano di Centocelle, per la festa del Santo Patrono, San Felice da
Cantalice, Ottorino Valentini decise di organizzare un piccolo concorso canoro, con tanto di festa in piazza.
È lì che inizia l’avventura di Claudio Baglioni nel mondo della musica.
Baglioni, come se la ricorda oggi quella serata?
«Be’, che nulla era previsto. Non c’era nell’aria il segno che avrei dovuto fare quella strada, non c’era nessuna tradizione familiare. Abitavo nella periferia romana, a Centocelle. Venni a sapere che uno degli amici che vivevano nel mio palazzo si era iscritto a quel concorso. Per non essere da meno, lo feci anch’io. Mia madre mi confezionò un meraviglioso insieme di camicia rosa e pantaloni celesti, e mio padre fece da direttore artistico, scelse la canzone, un pezzo che era andato a Sanremo, scritto da Robi Ferrante e cantato da Paul Anka, Ogni volta. Provai per una settimana le mosse davanti allo specchio, ne avevo anche inventata una con la gamba un po’ da urlatore, e mi presentai. Non vinsi. Ma lo feci l’anno successivo, con grande soddisfazione di tutti».
Ma poi come continuò?
«Un maestro di musica andò da mio padre e gli disse che non ero male, allora i miei mi iscrissero ad un corso di musica e mi comprarono la chitarra».
Se dovesse trarre un bilancio di questi cinquant’anni, a parte il successo, quali sono le cose essenziali della sua carriera
«Innanzitutto che sia durata così tanto. Non avrei mai pensato che sarei arrivato a questo punto, davvero. L’altro fatto è che in fondo non mi sono reso conto mai che fosse una professione. È un mestiere che si impara ogni giorno, e se non fosse così potresti non avere più “fame”, non avere più passione. Ma ho anche un rammarico, perchè alla fine scopri che in tutti questi anni avresti potuto fare di più. Io ho avuto anche lunghe pause, ho “perso” del tempo ».
Ma è diventato Baglioni…
«Si, ma ho faticato molto a mettere me stesso nel personaggio, il mio è un mestiere pubblico, lo richiede, e io non ero fatto per questo, sono sempre stato schivo ho dovuto imparare a non esserlo. Sei Baglioni anche quando il palco non c’è, non sei mai fuori servizio, sei sempre al lavoro con il resto del mondo, e questo è stato un percorso parallelo, una sfida tra due anime che credo si sia risolta».
Ha mai perso la testa per il successo avuto?
«Il delirio di onnipotenza? Quando sali sul palco e tutti urlano il tuo nome come al Colosseo, la trappola è forte. Puoi benedire le folle, hai centomila watt che amplificano la tua voce, che diventa messianica, ogni parola assume una profondità che non avrebbe senza l’apparato e il rituale. Però devo dire che sono stato fortunato, ogni volta che c’era questo rischio ho beccato uno schiaffo, un successo minore, quando potevo montarmi la testa qualcosa mi ha tolto il piedistallo. Certe volte ho anche sfidato la fama: tanti anni fa avevo paura di giocare il ruolo di quello che sembra democratico ma in realtà si sottrae al pubblico e alla vita. Allora mi comprai una macchina scoperta e decisi di andare in giro per Roma mostrandomi. Molti mi riconoscevano, mi salutavano e mi chiamavano per nome, finchè non arrivo il momento della chiamata: “Baglioni!”, alla quale rispondi girando la testa e sorridendo, e arriva l’inevitabile “Ma vaffa…”. Mi è servito, la malattia della presunzione credo di averla evitata».
Tra successi e cambiamenti si può dire che lei sia rinato molte volte in questi 50 anni.
«Non so se me lo sono andato a cercare o se me lo sono meritato, ma di certo mi sono dato da fare. Il successo non dura mai per sempre. Devi cercare altre cose, stimoli, sentimenti…».
Rispetto agli altri cantautori della sua generazione lei aveva una matrice musicale molto più forte
«Si, molto variegata. Piccolo grande amore per esempio ha una struttura complessa, così come tutto il resto del disco. La musica è quasi matematica, ha le sue leggi. Questa forse è stata la vera differenza tra me e gli anni Settanta di altri protagonisti della canzone».
Curiosità musicale che il 30 agosto la porterà per la prima volta in una rassegna jazz. Un’altra rinascita?
«E chi può dirlo, io stesso sono molto curioso di vedere cosa farò. Mi piaceva l’idea di andare a cantare a Ischia per un motivo sentimentale: io sono frutto di una vacanza d’amore dei miei genitori a Ischia. Quindi ho detto di si e poi dopo due o tre giorni ho letto il programma e mi è venuto un groppo alla gola. Con me ci sarà Danilo Rea, e in questi giorni stiamo cominciando a scegliere il repertorio. Magari potrebbe nascere qualcosa di curioso ».
E poi si ricomincia il tour?
«Si, riprendo con il tour “Convoi”, che diventa “reTour”, con i tredici polistrumentisti di questo straordinario supergruppo che mi accompagna. Partiremo il 18 ottobre da Bruxelles. Ha avuto un grande successo, più di duecentomila spettatori».
Ha intercettato un sentimento, il cambiamento del paese.
«Credo di si. Il paese si è stancato negli ultimi venti anni, ha iniziato a immalinconirsi, sfasciarsi, perdere la certezza. Noi facciamo la nostra parte, come tutti, mettiamo in gioco idee, valori, volontà . Non mi piace che vinca il senso della disfatta, del sospetto, del “tanto non ce la si fa, il paese è finito”, quello che posso fare, che dovremmo fare tutti, è fare bene il mio mestiere, assieme agli altri».
E il nuovo disco?
«Quello che ho fatto mi ha messo una grande frenesia. Dopo 50 anni di musica e 45 di dischi, pensi sempre che sia il momento del gran finale. E invece fai qualcosa di diverso».
Ma il pubblico vuole Baglioni…
«Il mio lavoro è condannato tutta la vita ad essere popolare, non potrei diventare più un artista di nicchia. E questa è una bella cosa ma è anche una grande difficoltà . È una sfida che ti dà benzina anche se c’è il pericolo di essere banali o troppo ecumenici».
Ernesto Assante
(da “La Repubblica“)
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Agosto 18th, 2014 Riccardo Fucile
E’ GUERRA IN VIA BELLERIO: SALVINI SI RIMANGIA L’IMPEGNO A VERSARE 400.000 EURO L’ANNO AL SENATUR CHE LO PORTA IN TRIBUNALE… BOSSI ERA RIUSCITO A FAR RECUPERARE SEI MILIONI ALLA LEGA CON LA RINUNCIA DI BRIGANDI’ A UNA CAUSA MILIONARIA
Umberto Bossi denuncia Matteo Salvini.
Proprio così, il Senatur che ha fondato la Lega Nord ha deciso di portare in tribunale l’attuale segretario del Carroccio.
È quanto riporta il quotidiano la Repubblica. Il motivo della lite è pecuniario: Salvini avrebbe infatti negato a Bossi un vitalizio annuo di 400mila euro, venendo meno ai patti messi nero su bianco in una scrittura privata.
Ecco l’antefatto.
Bossi da tempo percepisce dalla Lega un “vitalizio” di 900 mila euro -così si legge nella citazione di Bossi contro Salvini -per sostenere le sue spese mediche, e finanziare quelle del suo staff politico, il famoso “cerchio magico”.
Il legale del Senatur, inoltre, l’avvocato Matteo Brigandi, aveva presentato alla Lega una parcella milionaria per la sua attività professionale dal 2000 al 2013.
E, per farsi liquidare l’esosa parcella, aveva chiesto e ottenuto dal Tribunale il sequestro cautelativo di sei milioni di euro sui conti leghisti.
Dall’altra parte, il segretario del Carroccio, Salvini, al momento del suo insediamento aveva manifestato l’intenzione di non versare più alcuna somma al fondatore leghista, non voleva pagare la parcella Brigandi, e aveva annunciato la volontà di costituirsi parte lesa, come Lega, nei processi contro lo stesso Bossi e i suoi figli, Renzo e Riccardo.
Una faida che sembrava risolta con la mediazione di Stefano Stefani, tesoriere del partito. Con Salvini, Bossi, Stefani e Brigandi che firmano una scrittura privata lo scorso febbraio.
Ecco gli accordi tra i quattro.
Bossi avrebbe imposto al suo legale di rinunciare alla sua parcella e di svincolare i sei milioni di euro.
In cambio Salvini avrebbe garantito al Senatur un “vitalizio” di 400 mila euro annui, e si sarebbe impegnato a non costituirsi parte lesa nei processi contro la famiglia Bossi.
Soltanto che, se da una parte Bossi ha liberato i soldi leghisti fatti sequestrare dal suo legale che ha rinunciato alla parcella, il Carroccio i sei milioni li ha spesi tutti per la campagna elettorale per le scorse elezioni Europee.
Col bilancio della Lega in rosso Salvini ha fatto sapere a Bossi di non potergli più garantire i 400 mila euro promessi.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso, infine è stato l’annuncio che la Lega alla prima udienza del 10 ottobre contro i familiari di Bossi, si sarebbe costituita parte lesa. (…)
Così il Senatur ha deciso di citare in tribunale Salvini per danni.
E riservandosi di procedere sul fronte penale per truffa.
(da “Huffingtonpost”)
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