Agosto 23rd, 2014 Riccardo Fucile
I FAMILIARI: NON CI RIMBORSANO NIENTE, NEMMENO I MATERASSI ANTI-PIAGHE… NEL 2010 IL GOVERNO BERLUSCONI TAGLIO’ DI 2,5 MILIARDI IL FONDO PER I NON AUTOSUFFICIENTI
“Aspiriamo il muco dalle vie respiratorie di mio figlio trenta volte al giorno. Con una canula
ripuliamo la trachea per evitare che soffochi. Altre volte dobbiamo a ricorrere all’aerosol, nei casi estremi alla macchina della tosse”.
Giancarlo Petrangeli, architetto 79enne ed ex docente universitario, da tre anni fa i conti con la malattia che ha colpito suo figlio Stefano, 50enne ex karateka di livello mondiale: la sclerosi laterale amiotrofica, meglio conosciuta con l’acronimo di Sla.
Lo Stato gli riconosce un assegno di 1300 euro al mese. Giancarlo, per curare suo figlio, ne spende 10 mila.
“Ci occupiamo di lui in sette: io, mia moglie, il fratello, un’infermiera, un’ausiliaria e due persone che coprono le notti”.
Lo Stato non c’è: “Siamo abbandonati da tutti: abbiamo chiesto un materasso anti-piaghe, ci hanno risposto dopo sette mesi. Ci hanno detto di no perchè ‘costa troppo’”.
I malati di Sla in Italia sono 5 mila, pochi possono affrontare le spese dei famigliari di Stefano.
Suo padre fa parte dell’associazione Viva la vita, una di quelle che lotta per chiedere un miglior assegno di cura, cioè il contributo mensile che lo Stato riconosce ai famigliari che scelgono di tenere i malati di Sla a casa.
Curarlo in un ospedale costa dai 70 ai 100 mila euro l’anno, l’assegno per le famiglie che decidono di farsi carico della malattia — e fare risparmiare decine di migliaia di euro allo Stato — sono mediamente sotto i mille euro al mese.
Quella dei malati e dei loro famigliari è una lotta che va avanti da quattro anni quando — era il 2010 — il governo Berlusconi decise di cancellere il fondo per la non autosufficienza e le politiche sociali: 2,5 miliardi di euro tagliati in un colpo solo, una parte dei quali andava alle famiglie dei malati di Sla.
Da allora, le associazioni sono costrette a tornare dal governo con il cappello in mano ogni qualche mese: presidi, sit in, flash mob, scioperi della fame.
Attualmente lo Stato stanzia per le famiglie 350 milioni l’anno, ripartiti attraverso un sistema capzioso che crea enormi sperequazioni regionali: “le famiglie di un malato in Lombardia ricevono assegni doppi rispetto a quelle campane”, spiega Mariangela Lamanna, del comitato 16 novembre.
A settembre si siederà a un tavolo insieme ai rappresentanti dei ministeri delle Finanze, del Welfare e della Sanità : “Chiederemo che il fondo sia innalzato a 600 milioni (ma secondo l’ex sottosegretario al Welfare, Cecilia Guerra, ci vorrebbe un miliardo e mezzo) e che il fondo diventi strutturale: è inaccettabile essere costretti a tornare ad elemosinare dai politici ogni pochi mesi. L’abbiamo fatto 12 volte in quattro anni, siamo stanchi”, attacca.
Anche lei è parente di un malato, ma non ha le disponibilità economiche di Petrangeli. “Mia sorella riceve un assegno di mille euro. Per curarla a casa ne spendiamo 3 mila. Non possiamo permetterci un’infermiera, per questo abbiamo insegnato a una badante a inserire la Peg, il tubo per l’alimentazione, nello stomaco. Ci arrangiamo come possiamo”.
Se ci fossero più risorse, molte famiglie rinuncerebbero a rinchiudere nelle residenze sanitarie i malati, ma forse è questo che la politica non vuole:
“Dietro ogni casa di cura c’è un assessore, perchè mai dovrebbero rinunciare ai soldi che lo Stato stanzia per i malati?”, attacca Petrangeli.
Sulla stessa linea anche Simonetta Tortora dell’associazione Viva la vita: “Il ministro Lorenzin (che ieri ha fatto l’Ice bucket challenge) ci ha promesso che sarebbero stati aggiornati i livelli essenziali di assistenza, ormai fermi da dieci anni, e che avrebbe aggiornato la lista di farmaci e ausili pagati dallo Stato. Ha presente il computer per comunicare che usava Stefano Borgonovo? Costa 20 mila euro, ma lo Stato non lo rimborsa”.
Le colpe vengono da lontano, ma in questi mesi nessuno ha cambiato verso: “L’attuale Governo non è riuscito a introdurre una mentalità nuova per affrontare il problema delle disabilità ”, spiega Mauro Pichezzi, presidente di Viva la Vita.
Ancora più tranchant La-manna: “Se il governo non decide di darsi una mossa, la doccia gelata la riceveranno i malati di Sla”.
Alessio Schiesari
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Agosto 23rd, 2014 Riccardo Fucile
PRECARI, CHI HA PIU’ CONTRATTTI E REDDITI NELLA FASCIA 24-26.000 EURO: SOLO A FINE ANNO SI AVRA’ LA CERTEZZA DI AVERNE DIRITTO
Quando Paola ha letto al rigo “Credito dl 66/2014” del suo cedolino di maggio la cifra di 80 euro ha tremato.
Ha capito subito che si trattava del bonus Renzi, visto il grande rilievo dato alla notizia da stampa, radio, tv e siti.
Ma la momentanea soddisfazione per qualche soldo extra in busta paga si è subito tramutata in nube nera. “E se poi mi chiedono di restituirli?”.
Paola, nome di fantasia, lavora per un’importante società di consulenza e ha un contratto a tempo indeterminato. “Mi sono detta: com’è possibile, guadagno poco più di 24 mila euro lordi annui, sono fuori target. Ci deve essere un errore”, racconta.
“Ma se non dico niente, a dicembre vorranno indietro 640 euro e io non mi posso permettere, con mutui e figli, Tasi e tasse varie, di ridarli tutti insieme”.
Così ha chiamato l’ufficio del personale e ha chiesto spiegazioni. Scoprendo che a maggio il suo “reddito presunto annuo”, l’elemento chiave usato dalle aziende per assegnare o meno il bonus, era ancora nella fascia giusta. Entro i 24 mila euro.
“E comunque sta a lei comunicarci se il bonus le spetta o meno”, è stata la risposta secca.
Vero? Solo in parte.
Paola non è la sola ad aver trovato a sorpresa il bonus non dovuto nello stipendio. Come lei, molti lavoratori precari: cocopro, tempi determinati, part-time.
Ma in questi casi, come chiarisce la circolare dell’Agenzia delle entrate datata 28 aprile 2014, è compito del dipendente indicare l’esistenza o meno di più contratti e quindi di altre fonti di reddito.
Cumulando più entrate da datori diversi, l’asticella può facilmente superare il limite massimo oltre il quale il bonus non spetta.
E comunque dopo qualche mese l’accredito cessa, se non dovuto, e le somme incassate decurtate in sede di conguaglio a dicembre.
Ma un lavoratore a tempo indeterminato in teoria non dovrebbe avere questi problemi. L’azienda conosce tutti gli elementi, a partire dal “reddito presunto annuo”.
Anche Fabio, dipendente di una società di tlc, a maggio ha trovato 9,84 euro nel cedolino. Lì per lì non ci ha fatto caso. Poi la segnalazione di un altro collega ha fatto scattare l’allarme.
Sì, quello era proprio il bonus Renzi. Ma non dovevano essere 80 euro? Non per tutti. La legge dice che il bonus da 640 euro per il 2014 spetta ai lavoratori dipendenti e assimilati (dunque anche cocopro) che guadagnano tra 8.145 e 24 mila euro lordi annui (senza altre entrate da fitti o da investimenti, ad esempio).
Coloro che ricadono invece nella fascia tra 24 e 26 mila euro ricevono sì il bonus, ma ridotto in modo assai repentino fino ad azzerarsi, secondo una formula precisa, stabilita dalla legge.
In pratica, per ogni cento euro di stipendio sopra i 24 mila euro il bonus mensile cala di 4 euro.
Chi guadagna 25 mila euro l’anno, ad esempio, riceverà 320 euro in otto mesi: 40 al mese, la metà del bonus pieno.
Ecco spiegati i 9 euro e 84 centesimi.
Il reddito di Fabio è vicino ai 26 mila euro, la fascia “pericolosa” in cui ricadono tra un milione e un milione e trecentomila lavoratori dipendenti, a questo punto a rischio restituzione.
Basta una promozione, uno scatto, qualche ora di straordinario, per andare fuori fascia. E fuori dal bonus.
Con il giusto obbligo di restituire le somme non dovute. “Ma non era meglio basarsi sul reddito certo del 2013?”, si chiedono i lavoratori.
Non la pensa così il decreto 66/2014.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Agosto 23rd, 2014 Riccardo Fucile
GLI OTTANTA EURO SONO FINITI IN SIGARI, LUMINI VOTIVI E ANGOSTURA
La mancata crescita economica turba i governi europei e leva il sonno agli economisti. Come è
possibile che i cittadini oppongano una così tenace resistenza all’attività virtuosa dei governi, rifiutandosi di spendere e consumare?
Perchè tanta insensibilità ? Perchè tanta ostilità ? E quali sono i rimedi ancora praticabili?
ITALIA
Come è stato speso il bonus di ottanta euro elargito dal governo Renzi? Il campione di italiani preso in esame dagli esperti ha offerto risposte piuttosto deludenti.
Il trentenne tipico li ha spesi tutti in Bloody Mary con qualche goccia d’angostura e molta vodka, con un impatto appena percepibile per l’economia ma devastante per il suo fegato.
Tra gli anziani e nelle zone rurali gli ottanta euro sono finiti, secondo tradizione, sotto il materasso, con il forte rischio di deterioramento nel caso di anziani incontinenti.
Le famiglie più povere, già duramente colpite dalla crisi, non osano spenderli e li hanno messi in una teca con lumino votivo, facendone oggetto di venerazione.
Quelle ricche hanno usato la banconota da cinquanta euro per accendersi il sigaro (i non fumatori hanno appositamente comperato un sigaro facendolo fumare al maggiordomo) e gli altri trenta euro li hanno lasciati allo Stato come mancia.
Il bilancio è sconfortante: solo un leggero aumento del consumo di sigari, di lumini votivi e di angostura.
L’INDUSTRIA
In ogni casa ci sono ormai lavatrice, lavastoviglie, frigorifero e almeno un paio di televisori. Il mercato è saturo.
Per risollevarsi, l’industria si sta dunque ingegnando di proporre elettrodomestici di nuovo tipo. Riciclando i milioni di pezzi in giacenza con un ingegnoso assemblaggio, ecco dunque il lavastoviglie per piatti delicati, indicatissimo per lavare stoviglie di lana o posate di cotone; la lavatrice-freezer che congela il bucato in un solo, comodo blocco, conservabile anche per mesi nel caso non si abbia il tempo di stirare; lo stirabistecche a vapore (trasformabile con un semplice “clic” in stiracotolette), utilissimo per ridare una forma distesa e gradevole a petti di pollo con le orecchie o bistecche tagliate in modo maldestro dal macellaio.
Nonostante i forti incentivi dell’Unione europea, questi prodotti stentano a decollare, per ragioni che gli esperti di marketing non riescono a individuare.
LE OFFERTE
Neppure le offerte commerciali più allettanti riescono a risvegliare l’entusiasmo del consumatore.
Fallita l’operazione “compra tre Maserati al prezzo di due”, è andata deserta anche l’asta delle Fiat Croma trasformate in Volkswagen o in Volvo, su richiesta del cliente, grazie a una comoda fodera di cartongesso applicata sopra la vettura originale.
Male anche la campagna Coop “torna a casa con il tuo carrello”, destinata ai clienti con una spesa superiore ai cinquanta chili: specie nei punti vendita posti lungo tangenziali e raccordi anulari, i clienti hanno trovato non poche difficoltà a controllare il loro carrello nel traffico.
EDILIZIA
In tutta Europa, e soprattutto in Italia, le case sfitte sono milioni e quasi tutto il territorio è cementificato. Perchè dunque accanirsi a costruire nuovi edifici residenziali, se nessuno è disposto a comperarli?
Ecco dunque il progetto europeo “case WR” (without resident), che per non inflazionare il mercato abitativo finanzia edifici destinati a non essere mai abitati: o senza porte, o ripieni di cemento anche all’interno, o così brutti e malsani che è di gran lunga preferibile pernottare sotto i ponti.
In alternativa, ecco il progetto “VR” (virtual resident), che permette di costruire case con inquilino già incorporato, grazie a uno o più inquilini-ologramma: visti dall’esterno, ecco il nonno che legge il giornale, la mamma che scongela il merluzzo, il papà che gioca a Playstation, il cane che rompe le balle abbaiando senza ragione.
È tutto finto, ma evita lo spettacolo deprimente degli appartamenti sfitti e offre al passante l’idea, rassicurante, che tutto sia come prima.
Michele Serra
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Agosto 23rd, 2014 Riccardo Fucile
QUANDO NON CONTANO CAPACITA’ E COMPETENZE, MA FORME E CURA DELL’IMMAGINE
Prandelli e Balotelli, gli eroi negativi dell’ultimo Mondiale, si sono appena accasati all’estero con stipendi raddoppiati.
Pur non essendo dei fenomeni, sono delle icone: uno del buonismo e l’altro del cattivismo.
Il loro è solo l’ultimo esempio di una tendenza universale che privilegia l’immagine alla bravura, i venditori di forma ai costruttori di sostanza.
Nello sport il modello, anzi il fotomodello irraggiungibile rimane Beckham: uno che ha guadagnato il triplo di Maradona senza valerne la metà , supplendo con l’avvenenza fisica e le giuste frequentazioni alla cronica mancanza di vittorie e di talento.
Dal cinema alla musica, dalla politica alla finanza, ma in realtà in qualunque ambiente di lavoro, gli uomini e le donne «di relazione» prevalgono su quelli «di prodotto».
Le energie che gli altri, i perdenti, mettono nell’attività specifica, essi le concentrano sulla comunicazione.
Godono di una fama immeritata ma luccicante e le loro banalità , pronunciate sempre nel luogo o sul «social» giusto, oscurano le manifestazioni di intelligenza di chi fatica nell’ombra.
Hanno compreso che, in un mondo superficiale e distratto, nessuno ha più l’interesse e forse la capacità di valutare le competenze, mentre ci si lascia volentieri ammaliare dai contorni di una persona che ciascuno potrà poi riempire come vuole.
Un mio amico li chiamava «bravi a prescindere».
La loro filosofia di vita fu riassunta in modo scherzoso ma definitivo da un attento osservatore della categoria, Carlo Rossella, quando si congedò da un pranzo con queste parole: «Torniamo al lavoro… Tutto tempo sottratto alla carriera».
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Agosto 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LA SVOLTA A DUE MESI DALL’INCHIESTA: LE RIVELAZIONI DI “REPUBBLICA”… I LEGALI: “INDISCREZIONI IMPRECISE”
Computer acceso in casa di Massimo Giuseppe Bossetti.
Sul motore di ricerca viene digitata la parola “tredicenni”, seguita da caratteristiche e dettagli porno.
Computer di nuovo acceso in casa Bossetti, di nuovo si scaricano immagini dal contenuto pedopornografico.
Stanno iniziando a parlare i supporti informatici che, per ordine della procura bergamasca, vennero sequestrati a giugno nella casa gialla del muratore, il quale da due mesi e cinque giorni si trova in carcere, cella d’isolamento.
L’ultimo accesso pedoporno in casa Bossetti risale appena allo scorso maggio, un mese prima del clamoroso fermo del capofamiglia, scattato quando il laboratorio di genetica forense di Pavia accertò che il Dna di Massimo, 44 anni, padre di tre figli, coincide alla perfezione con quello di “Ignoto uno”, e cioè con il presunto assassino della tredicenne Yara Gambirasio.
Ricapitoliamo il punto di vista dell’accusa.
Il Dna di Bossetti, misto con il Dna di Yara, è molto probabilmente sangue. Questa mistura, analizzata dal Ris e da quattro laboratori, è stata trovata in “buona quantità ” non su una manica del giubbotto, ma sugli slip (parte interna) e sui leggins di Yara. Una sentenza della Cassazione, del 2004, che riguardava uno straccio con tracce di sangue misto, parla esplicitamente “della natura di prova delle risultanze genetiche sul Dna, allo stesso modo in cui in tempi ormai non più recenti, venne riconosciuto il valore probatorio delle “impronte digitali””.
Il Dna, dunque, è ritenuto prova. Non solo: quel Dna corrisponde a uno che di mestiere fa il muratore e, come si ricorderà , nei polmoni della tredicenne, e sui suoi resti, c’era polvere di cantiere.
Non solo: Bossetti frequentava le vie di Brembate di Sopra dove Yara andava a prendere il bus e andava dal dentista.
Non solo: il furgone Iveco di Bossetti è inquadrato dal benzinaio davanti alla palestra frequentata da Yara.
Non solo: dai computer – la perizia non è finita, trapela che gli accessi siano per ora cinque e non tutti databili – emerge un interesse sessuale per le tredicenni.
Ed è, come si comprende, una svolta clamorosa, nell’inchiesta che il sostituto procuratore Letizia Ruggeri conduce da tre anni e mezzo, senza mai mollare, con carabinieri e polizia.
Perchè, a meno di non ipotizzare l’uso del computer da parte di moglie, suocera o figli piccoli, è l’uomo accusato dell’omicidio di Yara a cercare, attraverso Internet, scene di sesso con protagoniste giovanissime. È lui, che sinora ha offerto di sè un’immagine casa e famiglia, tanto da negare persino di farsi le lampade abbronzanti, a inoltrarsi nelle morbosità dei siti.
Marita Comi, moglie di Bossetti, su consiglio dei legali s’era avvalsa della facoltà di non rispondere proprio sul delicato tema dei computer. E, affidando la difesa del marito a un settimanale, scriveva: “So che non è lui, io gli credo. La banalità felice della nostra esistenza è il nostro alibi, la mia sicurezza”.
Proprio mentre il rotocalco andava in stampa, gli inquirenti consultavano i tabulati sul traffico telefonico della famiglia, trovando numerosi contatti tra la moglie di Massimo Bossetti e due uomini. In periodi diversi. Uno prima l’omicidio di Yara (26 novembre 2010), uno più recente. “Nessuna relazione fuori del matrimonio”, s’indigna lei. Ma i due, convocati in caserma, hanno messo la firma sotto un verbale d’interrogatorio in antitesi con la “banalità felice” dei coniugi.
La difesa di Bossetti, con Silvia Gazzetti e Claudio Salvagni, ha annunciato ricorsi e richieste di libertà , ma non li ha presentati. Ha nominato come consulenti due note genetiste torinesi.
Attende la fine degli esami tecnici su auto e attrezzi di Bossetti in corso nei laboratori del Reparto investigazioni scientifiche di Parma. Sostiene che “Bossetti ribadisce con forza la sua innocenza”.
E come sarebbe finita quella sequenza di macchie di Bossetti su Yara? Frequenti perdite di sangue dal naso e attrezzi rubati, su questo insiste Bossetti: sembra insomma puntare sul sofisticato complotto ordito da un carpentiere-mostro. Gli investigatori, dopo i controlli, scuotono la testa.
I legali di Bossetti: “Indiscrezioni imprecise”.
“Non ci sono stati accessi a siti pedopornografici”. Lo ha detto Claudio Salvagni, difensore di Giuseppe Bossetti, in carcere per l’omicidio di Yara Gambirasio, sulle indiscrezioni riguardo ai primi esiti degli accertamenti sul pc sequestrato a casa del suo assistito e dai quali emergerebbe che l’uomo si sarebbe collegato 5 volte con siti pedoporno.
“Poichè sono esami ripetibili – ha aggiunto – verificheremo la circostanza con i nostri consulenti. Per ora non posso commentare in quanto sono indiscrezioni imprecise”.
Paolo Berizzi e Piero Colaprico
(da “la Repubblica”)
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Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile
L’ESIBIZIONISTA DI BATTISTA QUANDO PARTIRA’ PER LA SUA MISSIONE?
E’ unanime il coro che si è levato contro il deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista.
Il post sul suo profilo facebook, con cui ha provato a spiegare meglio le sue idee sull’Isis e sulla necessità di un dialogo con i terroristi ha provocato accese reazioni.
La classica toppa peggiore del buco.
A Di Battista è arrivata anche la replica dell’ambasciatore iracheno a Roma Saywan Barzani: “Se l’onorevole Alessandro Di Battista ha la possibilità di entrare in contatto con i terroristi e vuole andare nelle zone sotto il loro controllo per intavolare con loro una discussione, sappia che il suo visto di ingresso in Iraq è pronto: può andare ad Erbil, raggiungere in qualche modo Mosul e convincere i terroristi a fermare il genocidio di cristiani e musulmani come sta avvenendo in questi giorni”.
“Diamo il benvenuto a qualsiasi iniziativa lodevole – continua l’ambasciatore – quindi anche a quella dell’onorevole Di Battista, atta a porre fine al massacro della minoranza cristiana e yezidi nel nord del paese dove i terroristi seminano il terrore uccidendo bambini e rapendo donne su base unicamente identitarie”.
Ma critiche sono piovute da ogni parte: “Rimango incredulo e disgustato dalla profonda ignoranza del collega Di Battista rispetto alla natura dell’Isis e la sua profonda ideologia di morte, che non ha risparmiato bambini, donne e uomini con centinaia di sgozzamenti, tombe comuni, crocifissioni e stupri in Siria e Iraq”, ha dichiarato il deputato Pd Khalid Chaouki.
Su Facebook Andrea Mazziotti, capogruppo di Scelta Civica alla Camera scrive: “Faccio appello a tutti i colleghi e giornalisti: smettiamola di rispondere scandalizzati alle stupidaggini storico-geopolitiche di Di Battista come se fossero cose serie. Oramai si è capito che finchè il Medio Oriente sarà sui giornali, ci toccherà leggere quotidianamente una dichiarazione provocatoria del collega M5S fatta al solo fine di destare scalpore e finire sui telegiornali”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile
CON L”ECONOMIA ILLEGALE MIGLIORA IL NOSTRO RAPPORTO DEBITO-PIL: CON I NUOVI STANDARD EUROPEI STIME MIGLIORI GRAZIE A 35 MILIARDI DI ECONOMIA ILLEGALE
Finora l’aiutino – chiamiamolo così – lo abbiamo chiesto ad Angela Merkel. 
Con lei sta andando male: pur non citando chicchessia, di fronte ad un consesso di economisti e di premi Nobel riuniti in bassa Baviera, la Cancelliera ha ribadito che nei confronti di chi non rispetta le regole europee bisognerebbe applicare sanzioni persino «più dure» di quelle già in vigore.
«Con il 7 per cento della popolazione, il 25 per cento del Pil e il 50 per cento della spesa per welfare mondiale» l’unica speranza per dare un futuro all’Europa è puntare su innovazione e competitività . Punto.
Se per Parigi il problema è il deficit stabilmente oltre il 3 per cento, per noi si chiama «obiettivo di medio-termine»: in breve, la regola che ci costringerebbe nel 2015 a ridurre l’entità del debito per almeno nove miliardi di euro.
Con l’inflazione e la crescita a quota zero numeri del genere sono a dir poco irraggiungibili. Tutte le nostre speranze sono riposte nell’abilità diplomatica del nuovo presidente della Commissione Jean Claude Junker, uno che della faccenda si intende.
Preannunciando lo slittamento di dieci giorni della presentazione delle nuove stime ufficiali del governo (dal 20 settembre al primo ottobre) il Tesoro ci ha ricordato però che esiste un altra soluzione.
Nulla che cambi la sostanza delle cose, ma poichè alla fine nelle stanze europee la politica è ancora sovrana sui numeri, la causa se ne potrebbe avvantaggiare eccome.
Già da tempo l’Europa ha deciso di introdurre nel calcolo del Pil la cosiddetta «economia non osservata», in particolare quella illegale: contrabbando, prostituzione e traffico di droga.
A queste voci va aggiunta poi un altra novità : d’ora in poi le spese per armamenti e quelle destinate alla ricerca saranno conteggiate fra gli investimenti.
Sembrerà assurdo, ma la decisione ha a che vedere con il tentativo di valutare in maniera il più possibile omogenea la ricchezza prodotta da ciascun Paese europeo.
Poichè in alcuni Paesi nordici la prostituzione è legale e regolarmente tassata, che senso aveva tenerla fuori dal calcolo del Pil di quelle nazioni in cui invece è ancora vietata?
Insomma, piaccia o no, la questione per noi assume una particolare rilevanza.
La Banca d’Italia stima che l’intera economia illegale varrebbe fino all’11 per cento della ricchezza.
Nello specifico, il fatturato delle droghe è stimato in 20-24 miliardi, quello della prostituzione in 7-8, il resto sarebbe quello del contrabbando di alcool e sigarette: in tutto 30-35 miliardi, circa due punti di Pil.
Ora proviamo a sommare questi numeri ai due noti parametri europei, il rapporto fra deficit e Pil e quello invece fra debito e ricchezza prodotta.
Sul primo l’impatto potrebbe essere minimo, attorno ad un decimale.
Nulla di trascendentale, ma è pur vero che per restare dentro il famigerato tre per cento l’anno scorso il governo Letta si trovò costretto ad una manovrina di tre miliardi di euro.
Sul debito l’impatto potrebbe essere ben più alto, fino a 2,7 punti di Pil, secondo le stime del capo economista di Nomisma Sergio De Nardis.
Enrico Morando, il più rigorista dei politici al Tesoro, quasi inorridisce: «Prendiamo atto di questa novità che è meramente contabile. Ma non illudiamoci che tutto ciò possa essere una scorciatoia rispetto al sentiero che dobbiamo percorrere».
La decisione è nelle mani dell’Istat la quale, attraverso criteri standard, ora ci dirà a quanto ammonti effettivamente l’economia illegale del Belpaese.
Piaccia o no, quanto più sarà ampia la stima, tanto meglio sarà per i conti pubblici.
Mai come stavolta, pecunia non olet.
Alessandro Barbera
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Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile
A COSTRUIRE LA “CITTADELLA DEL CIBO” DI FARINETTI SARA’ UNA CORDATA GUIDATA DALLE COOP… E A CHI CONTESTAVA IL BANDO ORA VIENE ELARGITA QUALCHE BRICIOLA
Come da attese. A vincere il bando da 39 milioni di euro per la costruzione di Fico Eataly World, la cittadella bolognese del cibo firmata da Oscar Farinetti, è stata la cordata guidata dal Consorzio cooperative costruzioni (Ccc), braccio di Legacoop, e dominata dai colossi Coop Costruzioni di Bologna e Cmb di Carpi (entrambi hanno il 40%).
Ma non restano a bocca asciutta nemmeno le piccole imprese, che pure due mesi fa avevano gridato alla “penalizzazione” perchè il bando .
Al consorzio bolognese Unifica, che riunisce pmi artigiane dell’edilizia e dell’impiantistica, va il 10% della torta, mentre l’ultima fetta è divisa tra la Impresa Melegari del presidente di Ance Bologna Luigi Melegari, firmatario della nota che criticava il bando preparato dalla società di gestione Prelios sgr, e la Montanari.
A permettere la loro partecipazione è stata proprio la discesa in campo di Ccc, che ha fatto da “ombrello” permettendo così di rispettare la contestata clausola in base alla quale avrebbero potuto partecipare alla gara, riservata alle “imprese singole”, anche “i consorzi di cooperative di produzione e lavoro costituiti a norma della legge vigente”.
Il raggruppamento, stando a quanto ha riferito l’edizione di Bologna del Corriere, ha fatto un’offerta inferiore di circa il 20% rispetto alla base d’asta, battendo così l’altro concorrente, il gruppo austriaco Strabag, che ha un avamposto a Bologna da quando, nel 2008, ha rilevato dal gruppo Maccaferri l’azienda delle costruzioni Adanti.
Certo è che il “colpo” è una boccata di ossigeno che arriva proprio al momento giusto per le coop emiliane: Coop Costruzioni, in particolare, è in forte difficoltà e in aprile ha messo 380 dipendenti in contratto di solidarietà .
Fico, che sta per Fabbrica italiana contadini, nelle intenzioni si presenterà come una “Disneyworld del cibo”: 80mila metri quadri con ristoranti, spazi dedicati ai produttori, orti, aree didattiche e esposizioni sulla storia e la cultura dell’alimentazione.
Il piano industriale messo a punto da Farinetti prevede, a regime, 6 milioni di visitatori l’anno.
I lavori di costruzione nell’area del Caab, il Centro agro-alimentare, dovrebbero partire a settembre, mentre la fine dei lavori è programmata per lo stesso mese del 2015 e il taglio del nastro è previsto per novembre.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile
INIZIANO A CHIEDERE AIUTO ANCHE GLI ITALIANI… AL SUD QUATTRO MEZZI GIRANO PER LE CAMPAGNE PER CURARE I LAVORATORI STAGIONALI CHE SI SPACCANO LA SCHIENA NEI CAMPI
Emergency non offre cure chirurgiche solo nelle zone “calde” del mondo: a fine 2013 l’associazione
fondata da Gino Strada ha raggiunto le 120mila prestazioni mediche fornite in Italia.
Soprattutto nelle campagne del Sud, svolge un ruolo importante per la tutela della salute. “Abbiamo iniziato nel 2006 – racconta Andrea Bellardinelli, responsabile per l’Italia – con l’apertura di un poliambulatorio a Palermo, a cui sono seguiti quelli di Marghera (Venezia) a fine 2010 e, un anno fa, di Polistena (Reggio Calabria), insieme a Libera, in uno stabile confiscato alla ‘ndrangheta”.
A Sassari, invece, l’associazione gestisce uno sportello di orientamento socio-sanitario e a Siracusa cura i migranti ospitati nell’ex scuola Umberto I dopo gli sbarchi.
Polibus e Minivan.
Ma al Sud servono anche le unità mobili: “Tante volte – continua Bellardinelli – i presidi sanitari non sono raggiungibili, per esempio per la mancanza di trasporti; inoltre, le persone che subiscono l’emarginazione, come gli stagionali sfruttati nell’agricoltura o le prostitute nel Casertano, accedono difficilmente alle cure”.
Per questo, quattro unità mobili girano le campagne di Puglia, Basilicata, Campania, Calabria e Sicilia.
All’interno di due torpedoni rossi, pullman turistici rivisitati, ci sono l’ambulatorio di medicina di base, la sala d’aspetto, quella per la mediazione, il bagno e il generatore.
Altri due presidi mobili sono invece ospitati nei minivan “Articolo 32” e “Articolo 11”, che percorrono l’area della Capitanata, quella del pomodoro salentino: “Qui l’intervento è in collaborazione con l’Asl locale ed è finanziato dalla Regione”, spiega Bellardinelli. Sulla salute per i migranti, la Puglia è infatti un esempio positivo: “Questo vogliamo fare: supportare e strutturare azioni istituzionali che rendano le cure accessibili a tutti”.
I pazienti italiani.
Negli ambulatori, sempre di più arrivano anche gli italiani. A Marghera, sono uno su cinque.
Soprattutto senza fissa dimora, “nuovi poveri” e numerosi anziani: “Alcune famiglie – racconta il responsabile di Emergency – sono costrette a scegliere se pagare il ticket delle visite specialistiche per i figli piccoli o i genitori anziani”.
Infatti, secondo il Censis, il 31% delle famiglie italiane ha dovuto rinunciare almeno una volta negli ultimi due anni a visite specialistiche, esami diagnostici o cicli di riabilitazione.
Del resto, nel periodo 2011-13, in Italia la spesa per i ticket è salita del 10%, con costi per le visite specialistiche (oculistica, cardiologica, ortopedica e ginecologica) che oscillano secondo le aree geografiche: da un minimo di 20 euro al Nord-Est a un massimo di 45 al Sud.
C’è anche chi bussa ai Polibus perchè ha bisogno di un luogo che ti accolga e ti ascolti. Fernanda, infermiera volontaria, racconta che la scorsa settimana, a Castel Volturno, un’anziana di 79 anni che voleva controllare la pressione si è presentata dicendo: “Oggi non mi sono sentita bene, abito qui vicino e vi vedo sempre. Mi sono detta: provo ad andare, forse possono fare qualcosa per me”.
Vive da sola e aveva bisogno di parlare. Racconta Fernanda: “Mi ha parlato quasi senza interruzioni, come fossimo vecchie amiche, il tempo scorreva, lei chiedeva consigli al medico e, quando si è sentita rassicurata, ci ha ringraziato dicendoci che avrebbe parlato con una sua amica per farla venire”.
Gli uomini trasparenti. I pazienti degli ambulatori mobili rimangono, comunque, soprattutto stranieri, lavoratori in nero che vagano da una campagna all’altra del Meridione seguendo le stagioni: le arance a Gioia Tauro e Rosarno, le primizie a Caserta, i pomodori nel Foggiano, il melone in Basilicata, le olive ad Alcamo.
Vivono come “uomini trasparenti”: presenti quando c’è da spezzarsi la schiena, ma invisibili quando si parla di diritti.
In Puglia, Emergency ha un’intesa con la Regione per la distribuzione di acqua potabile, protocolli che di solito si firmano in altre zone del mondo.
Enrico, un volontario, racconta: “Vivono la fame “vera”, letteralmente giorni e giorni senza niente nello stomaco, in case senza servizi, senz’acqua, sovraffollate, e condizioni di lavoro devastanti. Non possono permettersi le cure, nè possono perdere un giorno di lavoro per andare dal medico”.
I Polibus di Emergency sono aperti dalle 16 alle 21 per intercettare i migranti al ritorno dai campi.
Si curano “patologie da lavoro usurante”, come gastriti da stress, problemi muscolo-scheletrici da affaticamento, raffreddamenti d’inverno, e malattie non curate e quindi aggravatesi, da problemi ai denti a patologie croniche scompensate.
Adu, per esempio, è arrivato sorreggendosi al manico di una vecchia scopa: aveva una ferita alla gamba non curata ed era ridotto male.
Talvolta, c’è poi la componente psicologica, legata al fallimento del progetto migratorio, che aggrava il quadro.
Un ponte verso il Servizio sanitario nazionale.
Spiega Bellardinelli: “Facciamo molto ascolto, prevenzione e medicina di base, poi cerchiamo di indirizzare verso il Sistema sanitario nazionale”.
Secondo Medici per i Diritti Umani, nella Piana del Sele, in provincia di Salerno, il 50% degli stranieri regolarmente soggiornanti non ha la tessera sanitaria anche se ne avrebbe diritto.
“Alla scarsa conoscenza dei propri diritti – aggiunge il coordinatore di Emergency – si sommano difficoltà linguistiche, incapacità di muoversi all’interno di un sistema sanitario complesso, con normative e maglie burocratiche che cambiano da regione a regione”. Invece, per chi non ha il permesso di soggiorno, alcune prestazioni sono negate e in generale c’è la paura – infondata – di essere denunciati come irregolari. Per questo, sui mezzi di Emergency c’è sempre un mediatore culturale: “Cerchiamo di essere un ponte tra chi non riesce a comprendere e le istituzioni; la nostra azione quotidiana è quella di mettere tutte le persone con i loro diritti davanti alle istituzioni”.
Stefano Pasta
argomento: sanità | Commenta »