Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
“DA TUTTI, ANCHE DA SCAJOLA”
Diego Anemone parla. E Roma trema.
Il suo nome è infatti accoppiato alla celebre “Lista Anemone”, dove il favore ai potenti si
mescolava ai lavori particolari per le caserme dei servizi segreti o per le strutture della Presidenza del Consiglio.
L’uomo chiave della cricca dei Grandi Eventi non ha mai detto nulla per quattro lunghi anni nè ai magistrati nè tanto meno ai giornalisti.
Ora, dopo avere incontrato più volte i pm romani Ilaria Calò e Roberto Felici, ha deciso di parlare a tutto campo anche con Il Fatto: dalla casa di Scajola a quella di Ercole Incalza, dai suoi rapporti con i Servizi Segreti fino ai cantieri dei lavori del G8.
Anemone ovviamente fa il suo gioco anche ai fini processuali e tiene molte carte coperte.
La novità è però il cambiamento di atteggiamento nel processo ‘Grandi eventi’, che vede alla sbarra tra gli altri l’ex direttore della Protezione civile Guido Bertolaso, l’ex presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici, Angelo Balducci, l’ex commissario straordinario per i mondiali di nuoto del 2009, Claudio Rinaldi, l’architetto dei cantieri del G8, Mauro Della Giovampaola.
Da qualche tempo, a Roma, Anemone si presenta a tutte le udienze al fianco del suo avvocato, Emilio Ricci.
La difesa sta depositando documenti e memorie piene di allegati.
L’imprenditore, dopo anni di silenzio, ha deciso di rendere dichiarazioni nei procedimenti nei quali è indagato o imputato.
E basta scorrere la ‘lista Anemone’ per capire perchè a Roma, da qualche settimana, si è sparso il terrore anche se Anemone dice di volere solo precisare la sua posizione di fronte alle accuse.
Magistrati importanti, dirigenti dei servizi segreti e della Polizia, generali della Guardia di Finanza, funzionari di alto grado della Presidenza del Consiglio e anche molti giornalisti e vip della televisione sono nella lista dei lavori.
Anemone ha contabilizzato 10 milioni di euro di lavori non pagati e ha cominciato a inviare lettere per chiedere i soldi indietro.
Intanto sta raccontando la ‘sua versione dei fatti’.
Anemone, perchè ha deciso di parlare per la prima volta dopo quasi 5 anni?
ll’inizio sono stato travolto dall’esperienza del carcere e del processo. Non avevo nemmeno un avvocato penalista di fiducia perchè non ero mai stato in una Procura. Mi hanno consigliato di tenere un profilo basso e sono diventato il capro espiatorio. In questi anni mi hanno addebitato qualsiasi nefandezza mentre vedo che i politici e i dirigenti pubblici che hanno ottenuto lavori da me, mai pagati, vivono serenamente nelle loro case.
Ci sono i suoi cantieri alla Maddalena che giacciono inutilizzati e gridano vendetta. Lei e i suoi coimputati ci avete guadagnato. Come fa ora a fare la vittima?
Lei ha ragione a dire che è uno scandalo. Ma sbaglia a prendersela con me. La mia impresa i lavori li ha fatti a regola d’arte e gli appalti sono stati assegnati regolarmente. La mia società è stata scelta da una commissione e nessuno è indagato. I miei lavori sono stati collaudati e nessun collaudatore è indagato.
Lei era socio del figlio di Angelo Balducci nel circolo Salaria Sport Village. Insieme al suo controllore faceva affari immobiliari a Roma.
Balducci era una persona corretta . Quando viaggiavamo insieme lui pagava per me. Nel circolo Salaria, invece, Balducci vedeva un futuro lavorativo per il figlio Filippo. Però non era corruzione perchè era un socio vero: è lui che ha prestato la fideiussione per partire. Poi è uscito perchè non voleva impegnarsi di più finanziariamente. Il problema non è Balducci ma sorge dopo. L’appalto lo vinci regolarmente poi ci sono i funzionari che ti devono firmare gli stati avanzamento lavori. Magari alla vigilia di Natale quando la Ragioneria dello Stato chiude e tu sai che se quello non firma, non ti pagano fino a marzo, se ti chiedono un favore non puoi rifiutarti. Per esempio Angelo Zampolini mi ha chiamato a casa di Scajola per fare il lavoro, l’ho fatto. Pensavo mi pagasse. Poi non è che puoi chiedere i soldi a un ministro. Non funziona così. Ora ho capito di essere stato strumento di un sistema e sto chiedendo indietro i soldi. Abbiamo stimato 10 milioni di euro di lavori non pagati e abbiamo inviato le lettere. Molti non mi hanno risposto, alcuni dicono che sono matto.
Lei sta chiedendo indietro i soldi dei lavori a tutti i vip presenti nella famosa lista Anemone?
Bisogna distinguere. Molti nomi sono stati tirati in ballo ingiustamente. Con i miei collaboratori abbiamo calcolato una decina di milioni di euro di lavori fatti dalla mia società e non pagati. A molti ho già fatto scrivere dal mio civilista. Ci sono giornalisti, funzionari della presidenza del consiglio ed ex ministri. Per Scajola sto preparando la lettera.
Secondo l’accusa lei avrebbe pagato un milione di euro circa a beneficio di Scajola e poi avrebbe fatto anche i lavori per 100 mila euro nella casa del Colosseo. Tutto è stato dichiarato prescritto in appello. E ora vuole chiedere indietro il milione a Scajola?
La lettera non è ancora partita proprio perchè la questione è complessa. Bisogna distinguere. Io accetto l’accusa di avere fatto gratis i lavori a casa di Scajola perchè è vero che lui non li ha pagati. L’importo però è molto inferiore: si trattava solo di un bagno padronale e qualche mobile, circa 20 mila euro.
E il milione del prezzo pagato?
I soldi non sono usciti dalla mia società .
Però 450 mila euro in contanti escono dalla società Medea, fondata da sua moglie con Mauro della Giovampaola. L’architetto Zampolini dice che sono stati trasformati in assegni da lui.
Peccato che mia moglie non era più socia della Medea e l’atto con Scajola è di luglio. Angelo Zampolini mi accusa e patteggia una pena minima però è lui che porta gli assegni. Ed è lui che segue le trattative con le venditrici. Io non so come siano andate le cose. Comunque di certo Scajola non ha pagato. Lui stesso lo dice ed è giusto quindi che restituisca quei soldi. Ora ho scoperto — grazie al Fatto — che ha incassato un milione e 600 mila euro dalla vendita. Penso sia giusto che mi paghi i lavori e anche che mi dia una parte del guadagno della vendita, come risarcimento del processo che ho subìto.
Cosa fa adesso?
Mi difendo nei processi e cerco di mandare avanti la mia impresa. Avevo concordato un piano di rientro con l’Agenzia delle Entrate, ma rischia di saltare perchè lo Stato non mi paga i crediti per milioni di euro per i lavori della Maddalena.
Al processo le contestano proprio l’aumento dei costi alla Maddalena e sostengono che i funzionari chiudevano un occhio in cambio dei suoi favori.
I costi sono aumentati ma non certo perchè io ho sperperato i soldi. Sono cambiate le esigenze in corso d’opera. Per esempio abbiamo dovuto aumentare le quantità in relazione alle richieste dei capi di Stato che dovevano partecipare al G8. Per esempio c’era bisogno di più spazio per ospitare le delegazioni che inizialmente dovevano andare con i capi di Stato nell’albergo esterno fatto da un’altra impresa. Oppure è stato necessario cambiare la pavimentazione che era troppopesante,sostituireilmetallo del progetto iniziale della facciata con il cristallo: con il vento della Maddalena avrebbe fischiato. E poi l’ancoraggio della struttura sospesa sulla roccia. Tuttoapprovato in fase di collaudo.
Ma lei si rende conto di quanto sarebbero utili i 400 milioni sperperati in quell’opera inutile con la crisi attuale?
Io ho fatto il mio lavoro. L’opera è fatta a regola d’arte, come ha detto l’architetto Tito Boeri. Non è certo colpa mia se è abbandonata e nessuno fa la manutenzione. Per quei lavori non mi hanno ancora pagato integralmente nonostante lo Stato abbia riconosciuto con una transazione il suo debito.
Lei è accusato di avere corrotto Bertolaso con 50 mila euro cash, più l’affitto di una casa e persino un massaggio “particolare”. Le ha mai chiesto qualcosa?
Non mi stava simpatico. Era lui che comandava su tutto. Ed era una persona fredda e poco comprensiva nei miei confronti. Non è vero che ho preso i 50 mila euro da Don Evaldo per consegnarli a Bertolaso. La casa non la pagavo io.
Al circolo però avete organizzato per lui un massaggio particolare con una brasiliana. Lei chiama i suoi collaboratori alle 23 e 20 per sapere come era andata. E i suoi collaboratori poi tra loro parlano di preservativi da fare sparire…
Io non conosco questa Monica. Mai vista. Ho chiamato per capire come era andata con un ospite di riguardo come Bertolaso, come facevo sempre quando veniva. Non voglio scaricare nessuno perchè quello che succedeva al circolo era sempre responsabilità mia. Però quando uno ha un gruppo con tante imprese deve delegare e, anche se io credo non sia successo nulla, qualcosa può essermi sfuggita di mano. Un’altra casa comprata anche con i suoi soldi, secondo l’architetto Angelo Zampolini, è quella del genero di Ercole Incalza, attuale capo della struttura delle grandi opere del ministero. La Guardia di Finanza ha accertato un prelievo di 140 mila euro effettuato da suo fratello lo stesso giorno in cui Zampolini paga 140 mila euro in assegni per bloccare quella casa.
Ci spiega perchè è stata fatta quell’operazione?
Zampolini mi ha accusato ed è uscito indenne. Ma io Incalza non lo ho mai conosciuto nè è stato controparte nei miei cantieri. Non avevo interesse a comprare la casa per fargli un favore. Io ammetto invece di avere pagato la casa al generale Pittorru, come prestito. Però il generale lo ha ammesso e mi ha messo i soldi sul conto per restituire il prestito quando ero ancora in galera. Su Scajola e Incalza invece le cose non sono andate come dice Zampolini. Secondo me è facile accusare gli altri e patteggiare. Anche lui dovrebbe raccontare tutta la verità .
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI BARI: “MANCANO ALL’APPELLO 179 PERSONE”
Sono stati riconosciuti dai parenti i corpi di due dei quattro camionisti italiani che risultavano dispersi dopo il rogo del traghetto Norman Atlantic, che ha preso fuoco il 28 dicembre al largo di Corfù mentre viaggiava verso Ancona.
Gli uomini della capitaneria di porto di Bari hanno mostrato ai parenti dei camionisti campani, dipendenti dell’azienda Eurofish, le foto di due corpi recuperati in acqua non lontano dal traghetto andato in fiamme.
I due erano a bordo del traghetto assieme a un terzo collega e sarebbero stati tra i primi a salire sulle scialuppe di salvataggio non appena scattata l’emergenza a bordo.
“Chiuso per lutto” è il cartello che è stato affisso all’esterno della sede di Volla (Napoli) dell’Eurofish, l’azienda attiva nel commercio del pesce per cui lavoravano i tre camionisti napoletani.
I tre erano andati in Grecia per ritirare un carico di anguille e subito dopo l’incendio avevano comunicato con il titolare dell’azienda dicendo che si erano messi in salvo su una scialuppa. Da allora non hanno dato più notizie.
La Guardia costiera ha poi confermato su Twitter che tra le dieci vittime accertate ci sono anche tre italiani.
Otto sono i corpi recuperati in parte già arrivati in Puglia o in procinto di arrivare.
Morti due marinai albanesi.
All’elenco dei morti vanno aggiunti anche due marinai albanesi, che si trovavano a bordo del rimorchiatore Iliria, morti durante le manovre per l’aggancio del Norman, al largo di Valona: lo hanno confermato fonti del ministero albanese della Difesa.
I numeri del procuratore di Bari.
Giuseppe Volpe, il capo della procura di Bari competente per le indagini, ha enunciato in conferenza stampa i numeri del disastro: le persone a bordo erano 499 e c’erano anche numerosi clandestini, nascosti nelle stive.
Il timore, per Volpe, è che “recuperato il relitto troveremo a bordo altri morti”.
Di 179 persone non si hanno notizie, “forse sono sui mercantili”, ha continuato il procuratore. Sono stati inoltre acquisiti i verbali “delle persone ascoltate e i telefonini che avevano ripreso immagini nave naufragata”.
Per due delle 10 vittime del Norman Atlantic “non è stato possibile il recupero delle salme”, che sono disperse in mare. L’autorità giudiziaria di Tirana, ha precisato ancora Volpe, ha accolto la rogatoria internazionale disposta dalla procura di Bari che ordina il sequestro del traghetto.
Superstiti a Taranto.
Fra mille difficoltà dovute alle condizioni del tempo, si sta dirigendo verso il porto di Taranto il mercantile ‘Aby Jeannette’ di bandiera maltese a bordo del quale ci sono 96 naufraghi Il forte vento e il mare grosso ha reso impossibili le operazioni di sbarco nel porto di Manfredonia (Foggia).
Sul mercantile ci sono anche due persone con ferite lievi, gli altri sarebbero tutti in buone condizioni.
La San Giorgio in serata a Brindisi
La nave della Marina militare San Giorgio, che dal pomeriggio di domenica sta operando nell’area dell’incidente assieme all cacciatorpediniere Durand de la Penne, raggiungerà il porto di Brindisi ins erata. A bordo del Norman, da ieri pomeriggio, non c’è più nessuno, mentre sulla San Giorgio ci sono 214 persone, incluso l’equipaggio, fra cui molti naufraghi e il comandante del traghetto, Argilio Giacomazzi, che da ieri è indagato insieme all’armatore, Carlo Vicientini, per naufragio colposo.
I dispersi
Resta incerto, però, il numero di quanti mancano all’appello. Pare, infatti, che vi fossero due liste passeggeri (una con 458 e l’altra con 478 nomi) sulle quali comparivano nomi differenti: a conferma di questa anomalia ci sono alcuni superstiti i cui nomi non si trovano su nessuna delle due liste.
I camionisti
Ancora irrintracciabili altri due autotrasportatori italiani: l’altro camionista campano e Giuseppe Mancuso, 57 anni di Messina imbarcato sul traghetto, non risponde ai familiari dal giorno dell’incidente.
Il traghetto verso Valona
Intanto il Norman Atlantic è stato rimorchiato da un mezzo navale albanese verso Valona. Al seguito ci sono anche i rimorchiatori italiani della famiglia brindisina Barretta. Quest’ultima è stata delegata dalla procura di Bari, in qualità di ausiliario di polizia giudiziaria, di eseguire il sequestro della nave e di occuparsi della custodia giudiziale della imbarcazione. Il custode nominato è Francesco Barretta.
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
IL DRAMMATICO RACCONTO DI UN CLANDESTINO AFGHANO SOPRAVVISSUTO
“Ho visto il fumo e mi sono buttato in mare. Mi hanno tirato sulla scialuppa e ho chiuso gli occhi,
fin quando non ho sentito le prime voci. Ho pensato: sarebbe stato meglio morire sotto le ruote di quel camion che mi doveva portare in Italia, invece che finire qui, in mezzo a questo inferno».
Partiamo da qui. Ramazan Mohammadi, 25 anni, afgano, profugo e clandestino, naufrago della Norman Atlantic.
Il suo nome non risulta in alcuna lista dei passeggeri. Eppure era su quel traghetto, come i suoi amici Aziz e Ibrahim, che ora sono qui con lui nella saletta d’attesa della Capitaneria di porto di Bari.
Viaggiavano abusivamente, ecco perchè i loro nomi non sono nella lista passeggeri. Non è un buona cosa: se aumentano i passeggeri reali, aumenta anche il numero delle vittime. Per tre vivi qui, ce ne sono altri tre morti in fondo al mare.
È spietata la matematica della tragedia. E c’è voluto poco per capire che la storia della Norman Altantic andasse in quella direzione: non si contano più i sopravvissuti ma i morti.
Quanti quelli del naufragio? Uno, si diceva ieri a inizio giornata. Alle 22 erano però già diventati dieci a cui bisognava aggiungere un numero imprecisato di dispersi, 39 secondo i greci, meno ma chissà quanti rispondono gli italiani.
I conti sono difficili da fare e già per questo si capisce che c’è qualcosa che non va in questa storia e che le procure di Bari, Lecce e Brindisi, avranno molto da fare.
I PASSEGGERI
La prima domanda è questa: in quanti viaggiavano sulla Norman Atlantic?
Secondo Anek Lines i passeggeri partiti da Patrasso erano 478.
Dicono le autorità italiane però che a Igoumenitsa potrebbero esserne scesi in venti, diventando così 458.
Ma questo, a una prima visione degli atti, sembrerebbe non essere poi così chiaro. Perchè le persone salvate sono 427. I cadaveri recuperati dieci e non tutti erano passeggeri “legali”.
All’appello ne mancano dunque un numero che va da 19 a 39, a seconda se la storia la si legga con i numeri italiani o greci. E la tragedia potrebbe trasformarsi in strage, con i numeri dei clandestini a moltiplicarsi.
«Alcuni passeggeri potrebbero non essere partiti», ha provato a spiegare il ministro Maurizio Lupi. «È troppo presto per fare una stima».
MIGRANTI E ILLEGALI
Gli investigatori non sono affatto ottimisti, però. Il perchè è nelle storie di Ramazam, Aziz e Ibrahim. A bordo della Norman viaggiavano da clandestini. È un fatto.
Questi tre ragazzi sono afgani e probabilmente non erano i soli a bordo. Lo hanno raccontato alcuni camionisti greci agli inquirenti e anche loro hanno fatto mezze ammissioni in questo senso. «Là sotto ce ne sono molti altri» hanno detto. Se è vero, sono bruciati vivi.
Ramazam è partito da casa, passato dalla Turchia e poi salito a Patrasso.
«Ho pagato il camionista perchè mi portasse in Italia». Si è nascosto prima in un’intercapedine del cassone, per saltare i controlli alla frontiera. Era pronto ad agganciarsi sotto il veicolo quando sarebbero sbarcati ad Ancona. Per fuggire via, correndo il più veloce possibile. Tutto per arrivare in Italia.
«Siamo stati svegliati prima da uno scoppio e poi dal fumo. Abbiamo raggiunto un ponte e ci siamo buttati in mare».
Le prime scialuppe erano già in acqua, è stato un ragazzo albanese ora ricoverato all’ospedale di Bari a issarli sulla scialuppa in attesa dei soccorsi. «Dietro di noi c’era la nave che bruciava, davanti sono arrivati i primi pescherecci che ci hanno tirato su a bordo. Poi siamo arrivati qua».
I CADAVERI
Diventa difficilissimo fare un conto di quante sono esattamente le vittime di questo naufragio proprio per questo motivo. Dieci i cadaveri recuperati. Due già a Brindisi, in attesa di autopsia: un greco e una turca.
Ma quanti erano i clandestini a bordo? «Viste anche le dichiarazioni di alcuni dei passeggeri, la tratta particolare e la coincidenza con le feste, periodo nei quali cresce il numero dei passeggeri e quindi è più facile farla franca ai controlli, non escludiamo che ce ne possano essere anche altri», spiegano dalla Polizia di frontiera.
Non servono numeri per vedere che agghiacciante giano bifronte è la Norman, un po’ Concordia, e cioè traghetto di vacanzieri, e un po’ carretta del mare, e cioè mezzo di trasporto di disperati.
Tra il disastro del Giglio e la strage di Lampedusa. Da qualsiasi parte la si guardi è una nave cimitero.
Ha gli occhi ancora lucidi uno dei soccorritori che ha parlato con Aziz, il ragazzino che ha raccontato di essere minorenne. «Se davvero ce ne erano altri lì sotto, sono bruciati vivi. No, così non è possibile. Davvero così non è possibile».
LE LISTE
«In questo momento l’identificazione delle vittime è la nostra priorità » spiegano Guardia Costiera e Marina Militare, mentre provano a far quadrare i conti della lista passeggeri. Ogni linea che si riesce a tratteggiare è un sospiro di sollievo.
Ogni casella che rimane vuota, un disastro. «Non ci sono più possibilità di trovare persone vive, è passato troppo tempo. Bisogna capire però quante persone effettivamente erano a bordo. E quante invece erano il mare».
Ora infatti che il gigante è agganciato – nella serata di ieri lo ha preso un rimorchiatore albanese per evitare che continuasse a scorracciare – e il mare ha dato un po’ di pace, non c’è più da guardare in alto.
Bisogna soltanto cercare in basso. «Cavolo… Cavolo… Due cadaveri a vista», sussurravano in radio i soccorritori quando hanno avvisato gli ennesimi due corpi alla deriva.
«I ricordi sono confusi ma è possibile che nella prima fase di soccorsi, quando l’incendio era appena arrivato e le motonavi italiane non erano ancora arrivate, ci sia stato qualche problema».
Tutti i testimoni raccontano di grande confusione nelle prime fasi del soccorso. Di un allarme arrivato in ritardo, quando ormai le fiamme avevano avvolto la nave e reso incandescente tutto quello che si poteva.
Hanno raccontato di botte e spinte, di persone calpestate e di altre finite a mare.
Per dire: che fine ha fatto padre Ilia? Aveva meno di 30 anni, era georgiano, in viaggio con un gruppo di amici e fedeli proprio in direzione di Bari. Per la prima volta avrebbe dovuto visitare la cripta di San Nicola, un Santo partito qualche secolo fa dalla Turchia per Bari, anche lui scuro di pelle come Ramazam, anche lui, a suo modo, un clandestino.
Giuliano Foschini
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
TRA ROMA E ATENE VERSIONI CONTRASTANTI E LITIGI SULLA DESTINAZIONE DEL RELITTO, NUMERO DELLE VITTIME E RESPONSABILITà€
Conference call, collaborazione, sinergie, coinvolgimento.
L’atteggiamento ufficiale del governo italiano, della Capitaneria di porto e della Marina militare non risparmia sul vocabolario per descrivere il rapporto con Grecia e Albania sui soccorsi alla Norman Atlantic.
Eppure, dalle 4 e 47 di domenica mattina, quando è partito il segnale di Sos dall’imbarcazione, i tre soci non fanno che discutere su tutto, dal futuro porto di attracco del traghetto alla lista di passeggeri.
A complicare le cose ci sono stati gli spostamenti della nave alla deriva, che si è mossa dalle acque internazionali a quelle albanesi.
Così durante le prime ore Bari, il Pireo e Valona non avevano chiaro che dovesse mettersi in testa alle operazioni.
Fino a che, quattro ore dopo, Roma non ha preso in mano le redini del comando.
Il secondo terreno di scontro, ancora irrisolto, è stato il porto di destinazione della nave: la Grecia insisteva per il porto albanese di Valona, quello più vicino al relitto.
Hanno però trovato l’opposizione delle autorità italiane e dell’armatore, che spingevano per Brindisi.
Anche per questo la nave, due giorni dopo l’incidente, è ancora alla deriva senza che sia stato nemmeno stabilito il porto di destinazione.
Durante la conferenza stampa di ieri pomeriggio Roberta Pinotti e Maurizio Lupi, ministri della Difesa e dei Trasporti, assicurano che durante la conference call con i loro omologhi greci hanno messo in campo la massima collaborazione.
Eppure basta una seconda domanda sul perchè, a quasi 40 ore dalla prima emergenza, ancora non si sapesse quanti fossero i dispersi perchè Lupi iniziasse i distinguo.
E a ridistribuire le responsabilità .
Il governo greco dice 38? “Spetta al porto di imbarco verificare la coincidenza con la lista di imbarco”. Quindi, ai greci.
Poi parla di “numeri ballerini”: 458 o 478 persone ancora non si sa. “Sono tutti effettivamente saliti a bordo? Possiamo solo sentire le autorità greche. Ma — precisaLupi — nessuna polemica”.
I latini la chiamavano excusatio non petita.
L’ammiraglio della Capitaneria di porto, Felicio Angrisano, opta peri paragoni: “Da quando l’Italia ha rilevato il comando delle operazioni in mare, alle nove di domenica, solo due persone sono finite in mare e sono state recuperate vive”.
Come dire, i morti sono morti prima.
Chiedete a chi comandava prima.
Alessio Schiesari
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
IN TUTTO LE VITTIME DEL NORMAN POTREBBERO ESSERE OLTRE 40… “C’ERANO CLANDESTINI IMBARCATI”
“Li ho visti, nella stiva della Norman Atlantic c’erano decine di clandestini”. I camionisti sul
traghetto in fiamme confermano che, sull’imbarcazione alla deriva, c’erano persone non registrate: per la precisione stranieri che cercavano di entrare illegalmente in Italia.
Ed erano nascosti proprio tra il centinaio di tir imbarcati nella stiva dell’imbarcazione, là dove è divampato l’incendio.
Anche se tre clandestini sono stati visti buttarsi in mare. Una parte di loro, o forse tutti, non si trovavano nella stiva al momento dell’incendio.
La presenza di irregolari a bordo è stata confermata anche dalle autorità italiane: alcune delle persone tratte in salvo non comparivano infatti nella lista ufficiale di passeggeri fornita dalla compagnia greca.
In questa situazione appare quasi impossibile avere un conteggio delle vittime affidabile.
Il bilancio ufficiale, ma solo parziale, parla di dieci morti e 432 tra passeggeri ed equipaggio tratti in salvo dall’imponente spiegamento di mezzi messo in campo da Marina, Guardia costiera e Aeronautica.
Il numero di dispersi oscilla invece tra i 18 e i 38, a seconda che venga presa in considerazione la lista d’imbarco in possesso delle autorità italiane o quella dei greci (più numerosa).
Poi, appunto, ci sono gli irregolari. Nessuno sa quanti fossero, e non è detto che si riuscirà a scoprire nemmeno quando, finalmente, il traghetto verrà agganciato e si riuscirà a decidere in che porto dovrà essere trasportato.
La stampa greca parla anche della moglie di un marinaio, non si sa se uno dei 34 greci o dei 22 italiani, che sarebbe stata trovata a bordo pur senza comparire nella lista “ufficiale” dei 478 passeggeri.
L’armatore e il capitano sono finiti nel registro degli indagati per omicidio colposo plurimo, ma si tratta di un provvedimento obbligato in questi casi, che non dice nulla sulle effettive responsabilità .
Gli inquirenti di tre diverse procure pugliesi stanno cercando di capire come sia originato l’incendio. Nella serata di ieri il ministero dei Trasporti ha fatto sapere che la nave, benchè ancora alla deriva al largo delle coste albanesi, sia stata posta sotto sequestro.
Ed è proprio dal confronto tra la magistratura italiana e quella albanese che si deciso di trasportarla a Valona.
Anche sulla questione dell’origine dell’incendio gli irregolari che presumibilmente percorrevano la rotta dell’immigrazione clandestina potrebbero avere giocato un ruolo chiave. Non è infatti da escludere che all’origine del rogo ci possa essere proprio una stufetta utilizzata dai migranti per riscaldarsi.
Rimane in piedi però anche la prima ipotesi, quella dello sfregamento di una delle cisterne d’olio contro il tetto della stiva.
Secondo il racconto degli stessi autotrasportatori alla stampa greca, “i tir erano schiacciati come sardine, ballavano per le onde alte. Facile che una scintilla sia partita da lì”.
Per questo la procura sta cercando di capire se la nave fosse stata caricata oltre il limite consentito.
E resta ancora da chiarire se i sei malfunzionamenti rilevati dall’ispezione del 19 dicembre svolta dall’agenzia internazionale Paris Mou siano stati risolti prima della partenza, come sostenuto dall’armatore veneto Carlo Visentini.
Tra le irregolarità era stato rilevato anche un problema con le porte tagliafuoco e alcune mancanze nei sistemi di emergenza.
In difesa della Visemar, l’azienda rodigina proprietaria del traghetto poi affittato ad Anek Lines, è intervenuto ieri l’ammiraglio della Marina Carlone: “La nave era stata ispezionata il 19 dicembre a Patrasso: erano state riscontrate sei deficienze di cui due immediatamente risolte” e comunque “senza rilevanza nell’incendio. Per le altre quattro era stata prescritta la soluzione in 14 giorni. La nave era pienamente efficiente, rispondeva a tutti i requisiti”.
Sono però le testimonianze degli stessi passeggeri, raccolte sul sito internet del Fatto Quotidiano, a far pensare che qualcosa possa non avere funzionato correttamente. Stando al racconto dei naufraghi, l’allarme sarebbe scattato in ritardo, quando i passeggeri avevano già avvertito la presenza di fumo e avevano iniziato a svegliarsi l’un l’altro.
Intanto, sul campo sono proseguite tutta la notte le ricerche dei dispersi. Nonostante l’imponente schieramento di mezzi (dodici elicotteri, due aerei, tre motovedette, una nave anfibia, un cacciatorpediniere, cinque rimorchiatori e nove navi mercantili), l’operazione è complessa ed è resa ancor più difficile dalle condizioni del mare, definite “proibitive” dagli ufficiali della Marina.
Nella giornata di ieri sono stati ritrovati nove cadaveri, gli ultimi due solo a tarda sera. Alcuni dei corpi erano a bordo del traghetto.
Ancora non si hanno notizie dell’identità nè della loro nazionalità . Nella conferenza stampa di ieri il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi ha confermato che sono stati tratti in salvo tutti e 22 i marinai italiani e anche 22 passeggeri.
Un numero che coinciderebbe con la lista di imbarco ma, come ha specificato lo stesso ministro, non si può essere sicuri che i connazionali a bordo non fossero di più. E, infatti, c’è il sospetto che un autotrasportatore messinese, il 57enne Giuseppe Mancuso, sia disperso.
L’ultimo membro dell’equipaggio a essere stato tratto in salvo è stato il comandante della nave Argilio Giacomazzi. L’uomo è provato ma sta bene.
Sbarcherà però solo oggi: dopo il trasbordo si è infatti fermato sulla nave anfibia San Giorgio, dove ha trascorso la notte.
Anche molte delle salme si trovano sulla nave della Marina Militare che non ha ancora ripreso la via del ritorno.
Oltre alla ricerca delle decine di dispersi, l’imbarcazione è alla ricerca della scatola nera. “Questa è per noi un’operazione fondamentale, l’unica in grado di poterci dare indizi precisi sulle cause del disastro” ha spiegato il comandante della capitaneria di porto Mario Valente.
La San Giorgio, fondamentale per il coordinamento e il rifornimento dei mezzi aerei in mare, è attesa al porto di Brindisi nelle prime ore di questa mattina.
Antonio Massari e Alessio Schiesari
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
A FRONTE DI TANTI CAPITAN TREMARELLA, UN UOMO CHE NON SFUGGE ALLE RESPONSABILITA’
Scrivo queste righe per tacitare la parte di me stesso che considera il comandante del traghetto in fiamme Argilio Giacomazzi un eroe.
Nel leggere le parole che egli ha pronunciato al culmine della tragedia («Non sto molto bene, ma sarò l’ultimo a mettere i piedi fuori di qui») ci siamo commossi un po’ tutti.
E la commozione ha ceduto il passo all’ammirazione quando, facendo seguire i gesti alle parole, il comandante ha abbandonato la nave soltanto dopo avere coordinato i soccorsi.
Eppure non ha fatto nulla di straordinario. Come nulla di straordinario fanno i funzionari pubblici che rifiutano una mazzetta e in genere le tantissime persone che compiono ogni giorno il proprio dovere senza lasciarsi peggiorare dall’abitudine e dalla paura.
L’avere trasformato la normalità in comportamento eroico è il frutto di una società dello spettacolo che si nutre di cattivi esempi, e se talvolta ne sbandiera di buoni non è per slancio etico ma per la necessità di variare la trama.
Depurata dall’enfasi retorica, la condotta coerente di Giacomazzi nell’emergenza è un inno al lavoro ben fatto.
Chi ha una responsabilità non scappa.
Non si tratta di una scelta epica, ma di una prassi umana che l’esistenza di tanti capitan Tremarella, non soltanto a bordo della Concordia, ha ammantato di una vena simbolica sproporzionata alle circostanze.
Gli eroi sono coloro che fanno qualcosa che non sarebbero tenuti a fare.
Mentre il comandante che comanda fa esattamente ciò per cui è stato scelto.
Non è dunque un eroe, ma qualcuno di più socialmente utile perchè più facilmente imitabile.
Un uomo.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
ARMATORE E COMANDANTE INDAGATI PER OMICIDIO COLPOSO… LA LISTA DI BORDO NON CORRISPONDE AL NUMERO DEI PASSEGGERI SALVATI
Dopo 40 ore in balia delle onde altissime, del gelo, del fumo e delle fiamme che hanno avvolto il
traghetto Norman Atlantic in viaggio dalla Grecia all’Italia, di certo al momento ci sono due numeri: i naufraghi messi in salvo, che sono 427 e quello degli italiani salvi, che sono 44 italiani (di cui 22 passeggeri).
Il numero dei morti sembra purtroppo destinato a salire: con il recupero di altri due corpi, se ne contano 10.
In serata si apprende che il comandante Argilio Giacomazzi, e l’armatore della nave, Carlo Visentini, sono stati iscritti nel registro degli indagati per i reati di naufragio colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose.
E rimane il giallo se la nave trasportasse altre persone che non risultano nella lista dei passeggeri.
Che certamente dovevano esservi: già stamattina due clandestini afghani sono comparsi nel gruppo dei 49 naufraghi giunti al porto di Bari su un mercantile.
Per questo oggi, mentre il settimanale greco To Vima, considerato tra i più autorevoli, ha diffuso il numero di 38 dispersi, il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi, si è affrettato a precisare che «fare le previsioni sul numero dei dispersi, l’abbiamo detto anche al ministro greco, ci sembra assolutamente prematuro. I numeri sono ballerini».
Sulla Norman Atlantic – ha spiegato il ministro – sono state salvate 427 persone (tra cui 56 membri dell’equipaggio), otto sono i morti (in serata sono stati però trovati altri due corpo ndr), per un totale di 435.
Sulla lista d’imbarco però i passeggeri erano 478, ma alcuni dei nomi delle persone salvate non figuravano su quella lista.
Dunque il «porto d’imbarco dovrà ora verificare la corrispondenza delle liste» anche perchè, durante il tragitto, il traghetto aveva effettuato uno scalo nel corso del quale alcuni passeggeri potrebbero essere scesi.
E mentre tre procure, Bari, Brindisi e Lecce indagano su quanto avvenuto, la nave Norman Atlantic è stata posta sotto sequestro.
«La magistratura albanese e quella italiana – ha spiegato in serata il ministero dei Trasporti – sono in contatto per decidere in quale porto verrà rimorchiata».
L’ammiraglio Nicola Carlone, della Guardia Costiera, poco prima aveva chiarito che «la nave era perfettamente efficiente, rispondeva a tutti i requisiti»: durante l’ ispezione il 19 dicembre a Patrasso erano state riscontrate 6 deficienze, di cui 2 immediatamente risolte e comunque «senza rilevanza» nell’incendio.
Per le altre 4 era stata prescritta la soluzione in 14 giorni, ma comunque «l’autorizzazione ottenuta per partire significa che rispondeva a tutti i requisiti».
(da “La Stampa”)
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