Aprile 25th, 2015 Riccardo Fucile
UTILIZZATO UN CONTRATTO DI SERIE B CHE CORRISPONDE A UNA RETRIBUZIONE DI 800 EURO
Lo scorso luglio alla firma del protocollo c’erano tutti: il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, l’ad di Expo
Giuseppe Sala, il vicesindaco di Milano e il presidente della Regione, i rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl e Uil e pure quello della grande agenzia interinale che aveva vinto l’appalto per le assunzioni di Expo, Manpower.
Il documento metteva a disposizione dei Paesi stranieri un contratto di lavoro standard per le future assunzioni: quello classico del commercio, per sua natura poco costoso e assai flessibile.
In più il sindacato prometteva di non fare cause durante la fiera e di prevenire le agitazioni.
“Dimostriamo che si può gestire un evento straordinario come Expo non facendone un porto franco dove la legge è sospesa per l’eccezionalità del momento”, si felicitò il ministro.
Bene: a dispetto degli annunci e delle dichiarazioni di principio, le agenzie interinali (Manpower in testa) stanno offrendo sì il contratto del terziario, ma quello di ‘serie B’, cioè non siglato dalle maggiori organizzazioni sindacali: il ‘Cnai’, che – ecco spiegato tutto – costa il 20-30 per cento in meno rispetto all’altro.
Per chi verrà assunto con il ‘Cnai’, si parla di retribuzioni medie di 1.100 euro lorde per un orario di lavoro classico (tra le 28 e le 36 ore settimanali): cioè qualcosa come 800-900 euro al mese. Una miseria.
LA POLEMICA SUL VOLONTARIATO
È anche per questo motivo che, su pressione dei sindacati, Expo ha convocato le agenzie interinali per un vertice che si terrà lunedì 27 aprile in via Rovello.
I diretti interessati per ora fanno spallucce: “Manpower, come più volte detto, avvia i lavoratori in somministrazione utilizzando il contratto indicato dall’azienda utilizzatrice “, dice la società di reclutamento.
Insomma, non è colpa nostra, sono gli altri che ci chiedono di farli spendere meno, cioè pagando meno i dipendenti presi in prestito dalle agenzie interinali.
È anche vero che il protocollo lasciava ampi margini di ambiguità , e infatti quell’accordo presentato in pompa magna si sta dimostrando poco più che carta straccia.
“Potevano dirlo davanti al ministro, che poi alla fine avrebbero somministrato un contratto capestro come quello del ‘Cnai’. Formalmente obblighi non ce n’erano e non ce ne sono, è vero, ma eticamente è un comportamento inqualificabile”, dice Antonio Lareno della Cgil.
Non a caso sempre la Cgil in questi giorni sta lanciando una campagna di informazione e sensibilizzazione, 100mila cartelline con il numero di telefono del sindacato per segnalare gli abusi: “Siamo preoccupati per la correttezza e legalità dei rapporti di lavoro all’interno del sito espositivo e nei luoghi interessati dalle iniziative Expo in città “.
Questo perchè “a una settimana dall’apertura di Expo, i rapporti di lavoro nei padiglioni e negli stand dei Paesi sono un buco nero”, si spiega da corso di Porta Vittoria.
E ormai per metterci una pezza con nuovi accordi è decisamente troppo tardi.
Dalla Uil c’è Stefano Franzoni che si inalbera: “Sempre la solita storia, quando bisogna applicare gli accordi spariscono tutti. Se però a questo punto il 2 maggio ci incavoleremo non ci vengano a dire che siamo i soliti guastafeste”.
Nel frattempo le selezioni per venire assunti stanno comunque continuando; si cercano soprattutto hostess e ‘operatori dell’accoglienza’, operatori della ristorazione e autisti. Ancora 800 profili ricercati.
Mentre gli assunti ad oggi nei padiglioni sono oltre 3mila.
Ma per capire la differenza di trattamento economico che ci sarà tra i vari lavoratori (quelli con il contratto del commercio ‘vero’ e quelli col contratto ‘basic’), basta andarsi a vedere come sono andate le cose per gli assunti direttamente in Expo Spa, questione anch’essa regolata da un accordo sindacale, ma che in quel caso fu assai più stringente.
Ai 406 apprendisti, con un’età media di 26 anni, andrà una retribuzione netta mensile di circa 1.300 euro; per 247 team leader, con un’età media di 36 anni, lo stipendio è di 1.700 euro.
Rispetto agli altri, dovranno considerarsi fortunati.
Matteo Pucciarelli
(da “La Repubblica”)
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Aprile 25th, 2015 Riccardo Fucile
CAOS GRADUATORIE E BLUFF DEL POSTO FISSO
La scuola, e i suoi docenti precari eternamente insoddisfatti, oggi sono il fronte più avanzato della contestazione al Governo Renzi.
Quelli che avversano il disegno di legge “La Buona Scuola” – un’agguerrita e organizzata minoranza – hanno una capacità di persuasione sui pari grado e di pressione sull’esecutivo superiore ad altri gruppi antirenziani: i metalmeccanici di Landini, il mondo antagonista.
Il premier lo sa e ha deciso di saltare i contestatori sindacalizzati parlando direttamente agli insegnanti, con una lettera che sta partendo in queste ore e che vuole spiegare a un milione di dipendenti pubblici malpagati di che cosa è fatta la riforma. Di 101mila assunzioni (potrebbero salire di seimila unità ), concorsi regolari ogni due anni, 500 euro ai docenti da spendere in cultura, dodici materie nuove o rinforzate
Fuori il clima è surriscaldato.
Il governo si è complicato la vita cambiando più volte l’istituto di legge che avrebbe dovuto trasformare la scuola – delega, poi decreto, poi disegno più delega – e più volte anche il merito delle questioni.
Via tutti gli scatti d’anzianità , si diceva. Poi di nuovo scatti fissi con riduzione dei premiali.
Prima 148mila assunti, poi ridotti di un terzo.
Tutto questo intervenendo sul problema dei problemi della scuola italiana: l’affastellamento ventennale di graduatorie di insegnanti che hanno dato fino a ieri la speranza di un posto fisso a un esercito fuori controllo e tutt’altro che necessario: 600mila precari.
La partita scuola è stata centrale fin dall’insediamento del governo, quattordici mesi fa. E il governo ha scelto di portarla avanti senza parlare con il sindacato, che si è ribellato aprendo – ieri, con i mille dell’universo Cobas in piazza – la stagione dei boicottaggi e delle manifestazioni.
Si approderà allo scioperone del 5 maggio, che i Cobas vorrebbero trasformare in una grande marcia per Roma mentre i confederali temono l’abbraccio da sinistra.
Quindi il boikot test Invalsi (5 e 6 maggio) e forse una manifestazione a chiusura il 12.
Ieri alla Festa dell’Unità di Bologna, a consumare il cacerolazo contro il ministro Stefania Giannini, c’erano i precari di seconda fascia, in gran parte esclusi dalle assunzioni del prossimo primo settembre.
Al loro fianco gli studenti dei collettivi. «Squadristi, violenti, antidemocratici», li definisce il ministro Stefania Giannini.
Ma la tensione nel corso di maggio sembra destinata a salire. Non è un caso che gli scolastici del governo – il sottosegretario Davide Faraone e la capoclasse Pd Francesca Puglisi – sul disegno di legge stanno cercando accordi con le opposizioni in commissione Cultura per venire incontro ai precari prima illusi e poi delusi.
Gli uffici parlamentari stanno contando gli emendamenti – anche qui sono stati chiusi, riaperti e richiusi i termini di consegna – e oggi si saprà quanti sono sopravvissuti (oltre duemila i presentati).
Ma sono già chiare le possibili novità , che soddisfano la Cgil, non i Cobas.
Il Pd voterà per far rientrare tra gli assunti subito i seimila “secondi” del concorso 2012, gli idonei.
E poi, per rispettare la sentenza della Corte di giustizia europea senza tagliare le gambe ai supplenti di lungo corso, approverà un articolo ponte per consentire a chi ha almeno 36 mesi di supplenze di insegnare fino al 2016, quando potrà accedere con punteggi speciali al concorsone.
È di queste ore l’emendamento Malpezzi-Ghizzoni che reintroduce una vecchia idea del Pd: il “prof apprendista”.
Dice che per diventare docenti ci si dovrà affidare a una laurea magistrale che permetterà di partecipare a concorsi annuali e quindi all’apprendistato triennale, pagato.
La VII commissione dovrebbe infine decidere che al concorso 2016 parteciperanno solo abilitati.
E qui si accontentano coloro che oggi hanno pagato e passato i tirocini di Taf, Pas, Scienze della formazione primaria.
Lunedì si inizia a votare.
Corrado Zunino
(da “La Repubblica“)
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Aprile 25th, 2015 Riccardo Fucile
TROPPO ERRORI E COLPI DI MANO NON HANNO TROVATO OPPOSIZIONE NEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Ci vuole qualcuno che ricordi a Renzi che è lì per governare, non per cambiare la Costituzione,
dichiaratamente con la riforma del Senato e surrettiziamente con l’Italicum.
Ci vuole qualcuno che ricordi a Renzi che le leggi elettorali non le modificano i governi e le loro maggioranze (specie se inesistenti come la sua, che sta in piedi solo grazie al premio di maggioranza del Porcellum abrogato dalla Corte costituzionale), ma i Parlamenti, con maggioranze possibilmente più ampie.
Ci vuole qualcuno che ricordi a Renzi che sia lui sia i suoi ministri hanno prestato questo giuramento nelle mani del capo dello Stato: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione…”.
La Costituzione del 1948, non quella che hanno in mente lui e Verdini.
Ci vuole qualcuno che ricordi a Renzi che il suo consulente per l’Italicum, il professor Roberto D’Alimonte, ha candidamente confessato ciò che molti giuristi, anche su questo giornale, vanno sostenendo da tempo: “In realtà questo sistema elettorale introduce l’elezione diretta del capo del governo”.
Cioè non si limita a cambiare le tecniche di voto, ma modifica i rapporti fra il governo e il Parlamento.
Di fatto, trasforma l’Italia in una Repubblica presidenziale senza toccare la Costituzione, che invece è costruita intorno alla Repubblica parlamentare, dove la sovranità appartiene al popolo ed è affidata per delega alle due Camere: non al governo, nè tantomeno al suo capo.
Ci vuole qualcuno che ricordi a Renzi il comma 4 dell’art. 72 della Costituzione: “La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale”; il che sembra escludere il ricorso alla fiducia, che strozza il dibattito, blocca gli emendamenti e coarta la libertà dei parlamentari.
Ci vuole qualcuno che ricordi a Renzi l’art.67 della Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Sostituire con 10 fedelissimi altrettanti deputati Pd in commissione Affari costituzionali perchè non obbediscono ai suoi ordini e minacciano di votare secondo coscienza è un tradimento della Carta.
Specie se il mandato che hanno ricevuto dagli elettori, il 25-26 febbraio 2013, non prevedeva alcuna riforma elettorale simile all’Italicum, ma al contrario il superamento del Parlamento dei nominati con un sistema che restituisse la parola ai cittadini.
Ci vuole qualcuno che ricordi a Renzi ciò che diceva il centrosinistra quando, nel 2005, il governo Berlusconi impose a colpi di maggioranza (ma senza fiducia)la controriforma costituzionale “Devolution” e poi quella elettorale “Porcellum”, e in particolare ciò che disse alla Camera il 20-10-2005 il deputato della Margherita Sergio Mattarella: “Oggi voi del governo e della maggioranza vi state facendo la vostra Costituzione, avete escluso di discutere con l’opposizione, siete andati avanti solo per non far cadere il governo, ma le istituzioni sono di tutti, della maggioranza e dell’opposizione”.
Ci vuole qualcuno che ricordi a Renzi che porre la questione di fiducia sull’Italicum è un ricatto al Parlamento.
E porla sulle pregiudiziali di costituzionalità è un abuso inaudito per impedire alla Camera di ravvisare eventuali profili incostituzionali della legge: infatti nella storia repubblicana i precedenti sono soltanto due, risalgono al 1980 e non riguardano leggi elettorali.
Ci vuole qualcuno che ricordi a Renzi che le repubbliche presidenziali prevedono robusti contrappesi allo strapotere del presidente della Repubblica-capo del governo.
Negli Usa e in Francia accade sovente che il presidente sia di un colore e la maggioranza parlamentare del colore opposto.
Nulla di tutto ciò è previsto nel premierato presidenzialista che esce dal combinato disposto Italicum-nuovo Senato.
Che, anzi, consegna al capo del governo e del primo partito il controllo assoluto della gran parte dei parlamentari, non più scelti dai cittadini ma nominati con i trucchetti dei capilista bloccati (Camera) e dei consiglieri regionali e sindaci cooptati (Senato).
Ci vuole qualcuno che ricordi a Renzi che un’emergenza umanitaria come l’esodo biblico di decine di migliaia di cittadini in fuga dalle guerre del Medioriente e dell’Africa non può essere affrontata come un problema di ordine pubblico con strumenti militar-polizieschi (peraltro spuntati, come i nostri droni da ricognizione Predator di fabbricazione Usa, che per fortuna sono disarmati e necessitano di riconversione a scopi bellici, previa autorizzazione americana, tempo previsto almeno un anno).
Ci vuole qualcuno che ricordi a Renzi che, al di là della propaganda elettorale, le sue recenti missioni a Washington e a Bruxelles spacciate per strepitosi successi hanno ottenuto risultati vicini allo zero: Obama non l’ha autorizzato ad armare i droni, ha respinto le richieste di un coinvolgimento Usa nel Mediterraneo e in Libia e gli ha chiesto di prolungare la missione militare italiana in Afghanistan; e l’Ue ha rinviato ogni decisione seria a data da destinarsi.
Ci vuole qualcuno che ricordi a Renzi che perseverare nell’operazione Triton che ha aumentato di 1700 unità i morti nel Mediterraneo nei primi tre mesi e mezzo del 2014, per risparmiare 30 milioni, anzichè ripristinare subito la missione Mare Nostrum che salvava più vite perchè si proponeva non solo la difesa dei sacri confini, ma anche il recupero e il salvataggio dei migranti, si chiama “strage di Stato”.
L’unico che può, e forse deve, ricordare a Renzi tutte queste cose si chiama Sergio Mattarella.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 25th, 2015 Riccardo Fucile
“VUOLE SOLO AFFERMARE IL PROPRIO POTERE, INSOFFERENTE NON SOLTANTO AI CONTROLLI, MA ANCHE AI CONTRIBUTI”
Non è per sottolineare il “ve l’avevamo detto”. È perchè se qualcuno avesse dato retta prima ai professoroni forse il clima attorno alle imprescindibili riforme targate Renzi-Boschi, sarebbe stato un po’ meno giubilante.
“Quando abbiamo messo in guardia sul rischio che si correva con questo tipo di cambiamenti c’è stata una levata di scudi”, spiega Stefano Rodotà .
“Poi, pian piano, tanti commentatori sono giunti alle nostre stesse conclusioni, magari attraverso parole diverse come “democratura” o rischio plebiscitario. Ci si è resi conto tardi di quello che stava avvenendo. Non è solo una valutazione di cronaca. Ma una riflessione che ci porta a dire che se fosse stato condiviso quel giudizio da subito, probabilmente si sarebbe formata un’opinione pubblica in grado di costituire un minimo di argine”
Questo secondo lei avrebbe fermato Renzi?
No. Ma non avrebbe costruito attorno a lui un’aurea da riformatore illuminato, di persona che coglieva un’esigenza fondamentale, che poteva essere soddisfatta esclusivamente da lui e in quel modo. Forse ci sarebbe stato un discorso pubblico meno appiattito e meno incolto: la cattiva politica è figlia della cattiva cultura. E — aggiungo — la cattiva politica è anche quella della minoranza del Pd. All’inizio era Renzi a essere minoritario, non dimentichiamolo. L’inadeguatezza si è tradotta in incapacità politica.
Dicono che siete distruttivi.
Non è così: abbiamo fatto diverse proposte, per migliorare il bicameralismo e andare incontro all’esigenza di una maggiore speditezza dei lavori. Si poteva ottenere un buon risultato, prevedendo la concentrazione di una serie di poteri nella Camera, con contrappesi adeguati. Invece si è tutto chiuso attorno all’idea della “decisione” come unico bene che cancella tutto quello che il sistema delle garanzie rappresenta. Sono arrivato a dire che Renzi aveva perduto una grande occasione! Si poteva fare una buona riforma costituzionale complessiva, in cui integrare naturalmente anche la legge elettorale: la legge elettorale è un pezzo cardine di qualsiasi sistema costituzionale. Affermare che cambia solo il meccanismo politico significa ignorare un principio elementare.
Cosa pensa della sostituzione dei dieci del Pd in Commissione?
Sappiamo tutti cosa significa il divieto di vincolo di mandato previsto dall’articolo 67 della Carta. Dire che “vale solo per l’aula e non per le Commissioni” è una sgrammaticatura costituzionale.
S’invoca la disciplina di partito.
Ma la disciplina di partito non si fa rispettare forzando le regole della Costituzione! Esistono meccanismi interni alle forze politiche. La quantità di parlamentari sostituiti indica anche la qualità del cambiamento di fronte al quale ci troviamo. C’è stata una sorta di espulsione di un pezzo di partito, messo in condizione di non potersi esprimere su una materia così delicata: non ci si sta occupando di una legge qualsiasi, ma della legge elettorale, cioè quella regola che consente ai cittadini d’intervenire nel processo politico. Questa espulsione è di estrema gravità .
A questo si aggiungono i canguri, le sedute fiume, i voti di fiducia…
Una volta la buona borghesia — quando si voleva stigmatizzare il comportamento di qualcuno, senza arrivare a una condanna definitiva — diceva: “Quello vive ai margini della legalità ”. Ecco, Renzi e la sua maggioranza vivono ai margini della legalità costituzionale. Possiamo dire, in riferimento alla sentenza della Consulta sul Porcellum, continuano a essere pienamente immersi in una situazione di illegittimità costituzionale
Forzature che svelano un’insofferenza o la volontà di mostrarsi più forte di tutto e di tutti?
L’agire di Renzi è la migliore prova della fondatezza delle critiche che gli sono state mosse. C’è un bisogno di affermare il proprio potere, insofferente non solo dei controlli, ma anche dei contributi. Pensiamo al Jobs Act, a come sono stati ignorati i pareri delle Commissioni lavoro sui licenziamenti collettivi. Le leggi approvate, compreso il Jobs Act, sono vere e proprie deleghe in bianco: tutto questo trasferimento di poteri nelle mani del governo alla fine arriva nelle mani del presidente del Consiglio. Ha ragione il professor Gianni Ferrara quando dice che l’esito finale è il governo del primo ministro. Vedo, nelle dichiarazioni e nei comportamenti del premier, un ossessivo bisogno di affermare una supremazia. Ma contemporaneamente anche il segno di una debolezza, cioè la possibilità di imporsi solo attraverso continue forzature, senza le quali non è in grado di costruire un consenso. E le debolezze sono sempre pericolose
Siamo in grado di fare un bilancio politico?
I fatti di queste settimane possono essere considerati una prova generale di quello che sarebbe il modo di governare di Renzi, se la legge elettorale e la riforma del Senato venissero approvate: concentrazione del potere e assenza di un adeguato sistema di controlli. In una parola, quel mutamento della forma di governo che il ministro Boschi — non sempre a suo agio con le categorie del diritto costituzionale — aveva smentito
Che giudizio dà della minoranza del Pd?
Tutte le fragilità dell’attuale situazione dipendono dal non aver colto immediatamente i rischi delle proposte del premier-segretario. E questo ha reso più difficile ricondurre a ragione e a Costituzione i progetti di riforma. Viste le difficoltà , cadere nella trappola della trattativa su eventuali modifiche alla legge di riforma del Senato, significa rimanere in una condizione politica minoritaria e di poca presa. L’influenza su ciò che accade mi pare nulla: si sono presi ripetuti schiaffi in faccia.
Silvia Truzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 25th, 2015 Riccardo Fucile
LA RIFORMA CHE INTERESSA GLI ITALIANI? VEDERLI TUTTI IN AULA
La vera riforma istituzionale sarebbe vederli finalmente in aula. Tutti. O almeno qualcuno. 
Non è la prima volta che disertano, ma ci sono situazioni in cui fa più male.
Ieri, per esempio. Il ministro degli Esteri riferiva alla Camera sulla tragedia di Lo Porto, l’italiano ucciso da un drone di Obama, e ad ascoltarlo erano in trentacinque. Gli altri seicento assiepavano stazioni e aeroporti, ma forse erano già ripartiti il giorno prima o quello prima ancora.
Forse non erano mai arrivati.
Tanto chi li controlla? Chi dà peso al loro lavoro?
Gli scranni vuoti svuotano di senso il rito della democrazia.
Le polemiche contro il governo che risuonavano ieri mattina nell’aula deserta erano urla nel silenzio, meri esercizi di stile.
Come puoi pensare che il Paese ti ascolti, se non ti ascoltano nemmeno le persone che sono state elette con te?
La Camera è la piazza dove si discute, ma una piazza abbandonata toglie autorevolezza a qualunque cosa vi accada.
Prima di decidere la legge elettorale che servirà a selezionare gli inquilini futuri di Montecitorio, bisognerebbe chiedersi quale sarà il loro ruolo.
Quello attuale oscilla tra il passacarte, il menefreghista e il latitante. E, con un morto di mezzo, lo squallore della scena diventa insopportabile.
A proposito della falsa partecipazione dei potenti al suo lutto, il padre di Lo Porto ha detto: «Tanto domani berranno il caffè e si saranno già dimenticati tutto».
È stato ottimista, perchè domani era già ieri.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
DAL DNA DI LO PORTO AI TEMPI CHE NON TORNANO
Qualche dettaglio tecnico non collima. Qualche dato temporale è ancora da sistemare.
Ma più le ore passano, più la ricostruzione dell’Huffington Post sulla morte di Giovanni Lo Porto a un soffio dalla sua liberazione e l’identificazione del suo cadavere nel compound bombardato dagli americani trovano conferme.
Però aumentano anche i dubbi sulla versione ufficiale accreditata dal presidente Barack Obama, che si è assunto personalmente la responsabilità dell’attacco.
Il New York Times rivela che la Cia avrebbe messo al corrente il presidente degli Stati Uniti dell’uccisione dei due ostaggi la scorsa settimana.
Cioè, qualche giorno prima che il premier Matteo Renzi arrivasse a Washington (16/17 aprile).
E che Obama, ripreso dalle televisioni durante la conferenza stampa mentre sorrideva e scherzava sulla qualità del vino ricevuto in dono da Renzi, gli avrebbe taciuto la tragica notizia per non turbare la visita ufficiale.
Renzi ha smentito il Nyt: “Lo abbiamo appreso mercoledì, e credo anche gli americani”. Ma i dubbi restano.
Peraltro la rivelazione del Nyt (confermata in Italia da molte fonti nella giornata di giovedì) era arrivata poco dopo che il ministro degli Esteri Gentiloni aveva ribadito in Parlamento che Renzi era stato informato con una telefonata da Obama solo mercoledì 22.
Ma il punto è un altro.
Come avrebbe fatto la Cia ad avere la certezza che il Dna dei reperti organici recuperati da un agente sotto copertura in mezzo ai resti del compound al confine tra Pakistan e Afghanistan appartenevano a Lo Porto, senza avere in mano qualcosa con cui compararli?
E se, come ha aggiunto il ministro Gentiloni, non c’era certezza sull’identità dei due ostaggi uccisi nel compound — Lo Porto e il cooperante americano Warren Weinstein — tanto che sono stati necessari “tre mesi di verifiche” (due, secondo quanto risulta dalle fonti interpellate dall’Huffington Post, che daterebbero a fine marzo l’identificazione con “il più alto livello di certezza” delle due vittime), chi e quando avrebbe fornito alla Cia gli elementi per effettuare queste verifiche sul Dna?
E perchè la Cia non ha tempestivamente informato le autorità italiane?
Non solo.
Il bombardamento compiuto dal Drone americano e autorizzato dallo stesso Obama, sarebbe avvenuto il 15 gennaio scorso.
A 24 ore dalla liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, sequestrate in Siria. Cioè nei giorni, anzi nelle ore in cui la nostra intelligence era ragionevolmente certa di avere aperto un canale affidabile di comunicazione con i rapitori di Giovanni Lo Porto (un gruppo jihadista che stava transitando dalle file di Al Qaida a quelle dell’Isis, e aveva bisogno di fare cassa), con buone chances di riportarlo sano e salvo a casa.
Come l’Huffington Post ha scritto e Gentiloni ha confermato in Parlamento, la nostra intelligence era riuscita ad ottenere la prova che Lo Porto fosse in vita.
Un’”evidenza” che Gentiloni ha datato allo “scorso autunno”, ma che altre fonti collocano a cavallo tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio di quest’anno.
Cioè, a ridosso del via di Obama al bombardamento del compound in cui i due cooperanti erano tenuti in ostaggio.
Come aveva fatto la Cia a puntare quella installazione? Come ci era arrivata? Attraverso quali informazioni o strumenti?
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
ECCO CHI SI MUOVE CON LUI CONTRO IL PREMIER
Anche oggi non è mancato all’appello. 
Ormai Enrico Letta non se ne tiene una. Da quando è uscito il suo libro ‘Andare insieme, andare lontano’ (Mondadori), l’ex premier è un vulcano scatenato contro il governo del rivale, Matteo Renzi.
Oggi interviene di nuovo sulle riforme, in una tenzone – pacata ed elegante, com’è nel suo stile — con i costituzionalisti Stefano Ceccanti, Augusto Barbera e Francesco Clementi, di area renziana.
Tenzone sulla quale oggi il ministro Boschi dice la sua: “Noi stiamo sbloccando lo stallo del governo Letta sulle riforme”.
Fino a ieri Letta ha tuonato sull’emergenza migranti, insieme alla Cei, i gesuiti, gran parte del mondo cattolico e Romano Prodi, anche lui con un libro fresco di stampa, ‘Missione incompiuta’ (Laterza).
Il verbo ‘tuonare’ non fa rima con la tempra posata di Letta.
Dunque, cosa succede?
Renzi, ospite da Lilli Gruber a ‘Otto e mezzo’ la sbriga così: “Letta e Prodi hanno due libri in uscita, lasciamo loro il diritto delle promozioni”.
Ma di fatto è iniziata una ricerca dell’orgoglio perduto. Contro il rischio di ‘mutazione genetica’ del Pd, certo. Ma lanciata per portare la politica altrove, fuori dal recinto del partito, lì dove la vuole anche Renzi con il suo Partito della Nazione, stesso campo ma idee diverse, per dare inizio a una vera e propria contesa culturale oltre che politica, tutta interna ad un mondo solo: quello cattolico.
Come accade sempre nella storia, un po’ è stato il caso a metterci sale e pepe. E dunque certo l’uscita dei libri di Letta e Prodi viene spinta quasi naturalmente dagli accidenti che stanno investendo il Pd, con lo scontro sull’Italicum e la sostituzione dei dieci di minoranza in commissione, e poi — tristemente — dal naufragio del Canale dei Sicilia, che ha spostato i riflettori europei sulla tragedia dell’immigrazione.
Facile a questo punto entrare a gamba tesa nel dibattito: contro l’Italicum e l’idea di approvarlo con una “maggioranza risicata”, scrive Letta; “contro il Partito della Nazione”, sentenzia Prodi.
Entrambi uniti a lodare l’operato del governo Letta sui migranti, Mare Nostrum contro il Triton dell’era Renzi.
Ed è un coro quasi unanime: Letta, Prodi e un gran pezzo di mondo cattolico.
Non a caso su questi temi l’ex premier ieri ha parlato attraverso un contributo scritto per il rapporto sull’immigrazione del Centro Astalli, il centro studi dei gesuiti.
E non sfugge che l’anno scorso, le prime parole che pronunciò dopo la ‘cacciata’ da Palazzo Chigi furono su Civiltà Cattolica, pubblicazione che non esce dal Vaticano senza l’approvazione della segreteria di Stato. Per dire della portata della cosa.
Che succede?
Gli esperti la spiegano come la volontà di rientrare in campo di un pezzo del mondo cattolico. C’è da dire, come ammettono gli stessi renziani in Parlamento, che tra il premier attuale e il Papa, il gesuita Francesco, non è mai scoccata la scintilla.
Non c’è grande feeling. E si vede.
Il Papa invece chiamò Letta, quando fu ‘deposto’ dal governo l’anno scorso. E in effetti, a guardarsi bene intorno, i renziani di stretta osservanza ammettono allargando le braccia che gli unici contatti più o meno diretti di Renzi con il Vaticano dell’era Bergoglio sono l’ex Popolare Giuseppe Fioroni e il ministro Maria Elena Boschi, di famiglia aretina storicamente Dc.
Poi c’è Graziano Delrio, che però è un caso a sè e non a caso era l’unico renziano nel governo Letta. La cosa non preoccupa il giro del premier, che anzi ancora si vanta per non essere stato coccolato dalla Curia vescovile di Firenze, quando era sindaco.
Per Renzi lo scontro con le gerarchie paga sempre. Però c’è anche che il giro cattolico di Letta arriva comunque fino al Quirinale: a Sergio Mattarella, il presidente voluto da Renzi al Colle, l’uomo al quale Letta ha comunicato la propria intenzione di dimettersi dal Parlamento, prima di annunciarlo in tv.
Qui c’è di più del semplice bonton istituzionale.
Ci sono i fili di un rapporto interno allo stesso mondo. Non che la rivincita di Letta su Renzi passi per Mattarella, il quale in questi giorni non fa che chiedere a Renzi se abbia i numeri per approvare l’Italicum, preoccupatissimo. Presto per dirlo.
Ma di certo il lavoro messo in piedi dall’ex premier non è solo marketing per vendere il libro, come ogni casa editrice impone agli autore e come racconta l’autore stesso agli amici (oltre che come dice Renzi). Invece, c’è di più.
Perchè nel caso di Letta il marketing si fa Anche a colpi di “metadone”, il bollino che Letta ha piazzato sulla retorica renziana, trovata comunicativa che gli è valsa anche un comunicato di protesta da parte di Federserd, la federazione che rappresenta i Servizi pubblici per le dipendenze (Sert): “Il metadone è utile ad aiutare i malati di eroina…”. Tiè. Ma c’è di più, al di là delle battute.
C’è la rivincita o meglio la ricerca della rivincita, il tentativo di non buttare a mare una storia nata dentro il mondo cattolico.
E’ quel mondo cattolico un po’ scettico su Renzi, convinto che non stia facendo abbastanza per la famiglia, vecchio cruccio dei cattolici, ma anche per la povertà e i migranti, che è un cruccio di Papa Francesco.
E’ quel mondo che aspetta il premier al varco sul Partito della Nazione, vuole capire che sarà .
Ed è un mondo che parla bene con la minoranza Pd spaventata dai nuovi arrivi al partito: dopo Bondi e Repetti, ora si parla di Denis Verdini, le sue truppe e i suoi guai giudiziari. Il renzismo è calamita di casi da ‘questione morale’?
E’ l’interrogativo più frequente intorno all’allarme ormai alle stelle nella minoranza su quella che chiamano ‘mutazione genetica’ del Pd all’ombra dell’Italicum.
Ci sta che i pochi parlamentari di fede ancora lettiana sperino in Enrico per una rivincita anche di partito.
Per dirla in termini spiccioli: una sua candidatura al congresso 2017, “se il Pd sarà ancora il Pd”, aggiunge qualcuno.
Mentre Renzi, in vista della settimana rovente sull’Italicum, tenta un aggancio con Bersani: “Ha ragione sul mancato invito alla festa dell’Unità . Giustissimo chiamarlo: hanno chiamato i ministri e non gli ex segretari. Noi lo andiamo a prendere in macchina, così non va a piedi”.
Ma Letta, che sa di non avere il consenso elettorale di Renzi (si candidò alle primarie 2007, 392mila voti, cioè l’11,8 per cento, e come capolista alle europee 2004, 174mila voti), gioca su un altro piano, per ora.
E chissà : se il Partito della Nazione diventasse territorio di gente chiacchierata alla Verdini, “potrebbe nascere qualcos’altro”, ragiona uno dei suoi.
Svuotando dall’interno la creatura di Renzi.
Chissà .
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
CONTESTATI RIMBORSI BENZINA PER 78.000 EURO
Nuovi in guai per il sottosegretario ai Beni Culturali Francesca Barracciu.
Il pubblico ministero Marco Cocco ha chiesto il suo rinvio a giudizio per peculato aggravato.
L’accusa è mossa nell’inchiesta sul presunto uso illecito dei fondi destinati alle attività istituzionali dei gruppi politici nel consiglio regionale della Sardegna.
Si riferisce a una contestazione di spese ritenute dalla Procura non giustificate per un totale di 78mila euro.
E riguarda la fase nella quale — alcuni anni fa — l’attuale esponente del governo Renzi faceva parte, sempre nelle file del Pd, dell’assemblea isolana.
L’udienza davanti al gup, Lucia Perra, è fissata per il prossimo 24 giugno
Nessun commento da parte del sottosegretario, che nel primo interrogatorio aveva parlato di rimborsi per il carburante, poi nei successivi faccia a faccia aveva fornito spiegazioni e presentato documenti.
«Abbiamo protestato per la scelta di separare la posizione dell’onorevole dagli altri 24 indagati per il medesimo fatto: l’unico elemento che la differenzia è che lei fa parte del governo», ha commentato il suo difensore, l’avvocato sassarese Franco Luigi Satta. «Questa decisione – ha proseguito il legale – era legata alla richiesta della misura interdittiva di sospensione dalla carica chiesta dal pm ma respinta dal gip. Ora dunque non ci spieghiamo perchè la sua posizione figuri separata addirittura da quella del tesoriere e del capogruppo che le avevano dato i soldi»
Nel novembre scorso era stato comunicato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.
Terminati gli accertamenti giudiziari, che si sono protratti per parecchi mesi e hanno interessato 70 altri consiglieri regionali di tutti i partiti, l’altra sera il pm ha formulato il capo d’imputazione.
La Procura contesta le spese fatte da Francesca Barracciu durante la XIII legislatura. L’esponente dem si era presentata a metà dicembre 2013 dal pm Cocco. E aveva risposto a una prima serie di accuse, per un importo di costi pari a 33 mila euro.
«Abbiamo chiarito ogni cosa con una memoria di 70 pagine – avevano sottolineato gli allora difensori Carlo Federico Grosso e Giuseppe Macciotta, poi sostituiti da Satta – e fornendo i documenti relativi sui rimborsi chilometrici per manifestazioni a cui la nostra assistita ha partecipato in quanto componente di varie commissioni: circa 24mila km all’anno».
Pochi mesi più tardi, nel marzo 2014, Barracciu era stata nuovamente sentita in Procura. Alcuni giorni dopo il pm le aveva contestato spese per altri 40-45 mila euro.
Piergiorgio Pinna
(da “La Repubblica”)
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
COSI APPARE IL FIORE ALL’OCCHIELLO DI EXPO
A pochi giorni dall’inaugurazione di Expo il Primo maggio, si vedono calcinacci ovunque, tra gru e operai
al lavoro.
Varcando la soglia di Palazzo Italia, fiore all’occhiello del paese ospitante, ad accoglierci c’è solo la gigantesca struttura, il resto è ancora ‘work in progress’.
Gli enormi pannelli sono stati sistemati, e cinque uomini si apprestano a rendere agibile il piano superiore, mentre i servizi igienici sono ancora in fase di realizzazione.
“Qua faranno una grande figura di merda. Ti sembra normale che a una settimana dall’inizio sia tutto ancora così?”.
Non ha mezze misure, Luca (nome di fantasia), addetto che ci accompagna all’interno del mega cantiere di Expo a Rho.
E a guardare l’avanzamento dei lavori le perplessità sono molte.
All’esterno dell’enorme stand tricolore, il manto stradale è ancora tutto da asfaltare: “Ci vorrà almeno una settimana”, sentenzia Luca senza incertezze.
Passeggiando tra i tanti padiglioni, ci si imbatte in grandi buche rotonde: “Devono ancora piantate gli alberi”, osserva Luca.
E mentre passiamo tra le ruspe, amaramente dichiara: “Non ce la faranno mai. Una volta finito, devono portare via tutta la merda che rimane”, dice riferendosi ai troppi materiali di scarto, rifiuti e calcinacci disseminati ovunque.
Altra nota dolente, poi, la sicurezza.
E’ noto che i collaudi saranno sostituiti da autocertificazioni. “Bisogna solo essere ottimisti e sperare che non crolli nulla”.
Perchè se il mondo è stato creato in sette giorni, per l’Expo sembrano davvero troppo pochi
Valerio Lo Muzio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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