Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
LA CLAMOROSA PROTESTA DI DOCENTI E STUDENTI CON PENTOLE E POSATE IMPEDISCE AL MINISTRO DI PARLARE
Dopo 20 minuti di contestazioni è stato annullato il dibattito in programma alla festa dell’Unità di Bologna con il ministro dell’istruzione Stefania Giannini.
Nonostante i ripetuti appelli al dialogo i manifestanti non hanno interrotto la loro rumorosa protesta con pentole e posate ed il ministro se ne è andato .
Quando, poco dopo le 18.30, è cominciato il dibattito, gli organizzatori si sono resi conto che la platea dello spazio dibattiti della festa nazionale dell’unità di Bologna, era in larga parte composta da studenti e precari della scuola.
Quando il ministro ha preso la parola sono cominciate le proteste con pentole e posate che hanno di fatto reso impossibili gli interventi del dibattito.
Oltre al ministro Giannini ha lanciato appelli al dialogo anche la responsabile scuola del Pd Francesca Puglisi, ma ad ogni affermazione la protesta, alla quale nel frattempo si erano aggiunte altre persone, non faceva che aumentare di intensità , accompagnata anche da grida di contestazione all’indirizzo della Giannini.
Questa situazione è andata avanti per circa 20 minuti fino a che il ministro Giannini ha lasciato la festa, visibilmente indispettita.
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
SONO 40.000 LE COMBATTENTI, IL 40% DELLE FORZE CURDE: SONO PIU’ TEMUTE DALL’ISIS CHE GLI UOMINI… TRA LORO ANCHE VOLONTARIE EUROPEE, TURCHE, ARABE, SIRIANE E IRACHENE… HANNO TRA I 19 E I 28 ANNI
Gli scontri vanno avanti incessantemente, le armi sono contingentate. Trasmettere coraggio, è dura. 
La metà sono ragazze, giovanissime, tra i 19 e i 28 anni per la maggior parte. Divise improvvisate, scarpe da corsa, niente anfibi. Eppure il morale è sempre alto. “Nell’ultimo villaggio liberato – inizio marzo, nord-est della Siria – abbiamo sottratto all’Is: 3 veicoli armati, 5 veicoli corazzati tipo Hammer, 7 pick-up, 3 camion militari, 1 carro armato, 2 minibus, 1 ambulanza, 2 motociclette, due veicoli carichi di esplosivi TNT per gli attentati esplosivi”.
È una guerra di posizione, gomito a gomito, corpo a corpo.
“Il mio nome è Xabur Efrin, ho 22 anni, il mio battaglione ha riconquistato la città di Til Hemà®s strappandola all’Is”.
La città di Til Hemà®s nel cantone di Cizà®rઠnel Rojava, Kurdistan occidentale, è stata completamente liberata.
Una rivoluzione nella rivoluzione: qui le donne sono alla testa della guerriglia, la cultura curda è frutto di una rivoluzione femminista che dura da 40 anni. È un avamposto del socialismo internazionale, si dice da queste parti, tanto da attrarre altre donne da tutto il mondo che qui, tra le lande della Mesopotamia, coltivano la culla della civiltà per edificare un futuro che nutra la figura della donna come protagonista e non vittima.
Ci sono donne europee, arabe, siriane, turche, curde, irachene e non solo.
Tra loro, purtroppo, ci sono anche delle martiri: l’ultima a Tell Tamr, 50 chilometri dalla frontiera turca, è stata Ivana Hoffmann, tedesca, 19 anni; in questo fazzoletto di terra, tra polvere e sangue, è morta difendendo un corridoio cruciale verso la roccaforte dell’Isis in Iraq, Mosul.
Queste le parole che lascia in eredità , a tutte le guerrigliere.
Parole crude scritte in una lettera che aveva indirizzato alle combattenti, poco prima di morire. “Scoprirò cosa si prova a tenere un’arma in mano e lottare per la rivoluzione. Forse scoprirò i miei limiti e cadrò all’indietro, ma non rinuncerò mai al mio spirito per combattere e andare avanti”.
Giovanissime.
Nelle prime linee ci sono donne giovanissime. “Sono Zilan, ho 20 anni, non ho avuto tempo per avere figli nè un marito, da tre anni la mia vita è nella resistenza del Kurdistan occidentale”.
Si vive tra notti insonni, sacrifici e continue mancanze, ma il morale è alto, nonostante le vite frammentate e sempre in lotta.
Queste donne si fanno carico di secoli d’ombra di regimi che si sono succeduti nelle regioni di confine. L’Isis è solo l’ultimo dei nemici in senso cronologico.
Le combattenti curde stanno avanzando e riprendono avamposti che erano nella mani dello Stato Islamico:16 villaggi sono stati liberati a nord, in Siria il 24 febbraio; altri il 23, 25 e 26 marzo, portando il centro della città di Til Hemà®s e tutti i punti strategici della zona sotto il loro controllo: un’area di 2940 chilometri quadrati, che comprende 390 villaggi e centinaia di borghi, è stata ripulita dagli jihadisti e liberata come risultato dell’operazione terminata il 10 aprile.
Mentre il numero delle vittime dell’operazione non può essere ancora verificato, L’ufficio d’informazione del Kurdistan dirama questi numeri: 211 jihadisti sono caduti dall’inizio dell’operazione, inclusi i comandanti sul campo ai quali spetta il nome di “amir”, comandanti, appunto. 
L’operazione è stata sostenuta anche dagli attacchi di artiglieria delle forze peshmerga dal confine del Kurdistan del sud e dagli attacchi aerei della coalizione internazionale anti-Is.
La morte e la vita.
“Vivo tra gli scontri, gli spari; ogni giorno, nei nostri occhi, esiste solo la morte e la convinzione che un giorno torni la vita”, racconta la miliziana curda con la voce rotta da un groppo in gola.
Ora l’avanzata dell’esercito curdo si dispiega sul fronte Bdoulih, il nuovo campo di battaglia.
“Ogni volta che liberiamo un’area, un villaggio dai terroristi Dash, troviamo bombe Vega, cinture esplosive e veicoli minati per far saltare gli estremisti. Ho visto dove erano stati decapitati i corpi, corpi bruciati ovunque”.
Per i sikcs curdi si tratta di legittima difesa: così la definiscono. Combattono contro gli estremisti islamici ma anche contro il regime di Assad.
“Per quanto riguarda il numero delle nostre unità sono 100mila. Le donne svolgono un ruolo importante e attivo all’interno delle Popular protection Units: costituiscono il 40% degli effettivi e hanno un ruolo significativo nei campi di battaglia”, ci spiega ancora Zillan.
Che aggiunge: “I terroristi hanno paura della morte per mano di una donna perchè dicono che la scomunica per chi è ucciso per mano femminile è tale da non farti entrare in Paradiso”.
Quello che i curdi invocano oggi è l’intervento delle Nazioni Unite.
Chiedono un contributo per la ricostruzione di Kobane. In quattro mesi di battaglie e di assedi è stata distrutta per il 60 per cento.
Ottenere il supporto logistico e militare della Nato e chiedere il riconoscimento ufficiale dell’Unione europea come entità autogestita sarebbe per i curdi una soluzione buona. Per il momento, almeno.
Un piccolo passo verso una soluzione più ampia della grande crisi del Medio Oriente. Il Kurdistan, del resto, è uno Stato che esiste solo nella realtà . Ma non nella carta geografica. La sua orografia identitaria si snoda lungo il confine di cinque paesi: Siria, Turchia, Iran, Iraq, Armenia.
Una storia secolare. Scandita da continue battaglie. Per resistere ed esistere.
Contro Saddam, contro la Turchia, contro Assad. Adesso anche contro il Califfato nero.
Peter D’Angelo
(da “La Repubblica”)
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
QUANDO LICENZIARE E’ VANTAGGIOSO, COME DIMOSTRANO QUESTI CASI
Quando sono entrati nel locale che sulla carta ospitava la nuova azienda tessile, i carabinieri dell’Ispettorato del lavoro sono rimasti di sasso: non solo non c’erano i 49 dipendenti da poco ingaggiati (tutti a tempo indeterminato) ma nemmeno i macchinari. Nulla di nulla.
Per l’impresa di Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta, solo le agevolazioni concesse dallo Stato sarebbero state vere.
Centinaia di migliaia di euro da mettere in tasca grazie alle misure pensate per rilanciare l’occupazione.
Il governo festeggia con solennità le rilevazioni sul primo mese di vita del Jobs act. D’altronde i numeri, per quanto ancora parziali e suscettibili di variazioni, sembrano incoraggianti: 92 mila nuovi contratti attivati a marzo, un quarto dei quali a tempo indeterminato .
«Merito della riforma del lavoro» esulta Palazzo Chigi.
Ma non ci sono solo le luci. Perchè per il modo in cui sono congegnati, gli incentivi a disposizione delle aziende rischiano di stimolare appetiti di tutti i tipi.
Compresi quelli di chi sembra voler approfittare unicamente della possibilità di risparmiare su tasse e contributi previdenziali.
A Cinisello Balsamo, ad esempio, l’azienda Call&Call è intenzionata a chiudere lo stabilimento e dare il benservito a 186 operatori a tempo indeterminato del call center. Ma al tempo stesso, denunciano i sindacati , assumendo personale nelle altre sedi di Roma e Locri, che fanno capo ad altre srl del gruppo.
Tutti dipendenti ingaggiati col contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs act, meno oneroso, e con gli annessi sgravi previsti per le nuove assunzioni: da 6 mila a 8 mila euro l’anno ciascuno.
Una circostanza – la sostituzione dei vecchi contratti col nuovo – che l’Espresso aveva già paventato fra le possibili conseguenze della riforma del lavoro nel settore.
Andando a scavare si scopre tuttavia che, per quanto al momento isolati e numericamente poco rilevanti, i casi non mancano.
Nemmeno nel Veneto ricco e produttivo.
A Rubano, in provincia di Padova, a fine marzo la Industria confezioni – di proprietà del gruppo Ermenegildo Zegna – ha annunciato l’intenzione di chiudere lo stabilimento, che produce capispalla maschili di alta sartoria.
Di conseguenza i 230 dipendenti (per lo più donne e con stipendi attorno ai 1.100 euro) avrebbero dovuto accettare di essere riassorbiti in uno degli altri impianti di Parma, Novara o Biella. Ovvero spostarsi a centinaia di chilometri da casa.
Soluzione che ai sindacati è persa come un grimaldello per accedere alle agevolazioni: «Se un lavoratore rifiuta lo spostamento scatta il licenziamento per giusta causa e a quel punto l’azienda è libera di assumere col nuovo contratto e di usufruire della decontribuzione» afferma Angelo Levorato della Femca-Cisl. Adesso, dopo un duro confronto iniziale, sul tavolo c’è la possibilità di ricorrere ai contratti di solidarietà e di lavorare 4 ore al giorno, ipotesi che non porterebbe alla società alcun beneficio dalle nuove norme.
Ma se la trattativa fallisse, lo spettro del trasferimento tornerebbe di nuovo in campo.
In qualche caso anche le stabilizzazioni possono riservare sorprese.
A Lodi le Industrie cosmetiche riunite (Icr) a partire dal prossimo autunno internalizzeranno 180 lavoratori che lavorano da anni per la società ma che finora erano alle dipendenze di alcune cooperative.
Prima dell’agognata meta, però, per tutti quanti sono previsti sei mesi con un contratto a somministrazione di un’agenzia interinale.
Esattamente il periodo di tempo senza posto fisso richiesto a un neo-assunto perchè un’azienda possa beneficiare di una decontribuzione triennale.
In questo modo, calcolano i sindacati, l’Icr risparmierà 1 milione di euro l’anno mentre i lavoratori, che prima erano inquadrati a tempo indeterminato col contratto collettivo del settore chimico, perderanno le garanzie di cui godevano.
«E potranno essere licenziati più facilmente» spiega il segretario generale della Uil di Brescia, Mario Bailo: «La legge Fornero prevedeva da 12 a 24 mensilità per i licenziamenti individuali. In tal caso invece, azzerando l’anzianità di servizio, dopo un anno potrebbero essere mandati via con la corresponsione di appena 4 mesi di stipendio».
Si verificherebbe, cioè, proprio ciò che uno studio del Servizio politiche territoriali della Uil aveva messo in luce: il rischio che licenziare sia vantaggioso .
Del resto il timore di peggiorare la propria situazione contrattuale a causa di una nuova assunzione agita in queste settimane anche i 50 lavoratori in esubero del Maggio fiorentino.
Per i dipendenti del teatro è previsto l’assorbimento in Ales, la società per azioni di proprietà del ministero dei Beni culturali.
Solo che così tutti quanti perderebbero i diritti acquisiti con gli anni di servizio e così le organizzazioni sindacali hanno chiesto un’apposita deroga al Jobs act.
Tutto questo è però nulla rispetto a quanto si è iniziato a vedere in alcuni cantieri edili e nel settore delle costruzioni, zone di frontiera per eccellenza sul terreno dei diritti dei lavoratori: qui nemmeno le tutele crescenti sembrano essere abbastanza convenienti.
«Dopo l’offerta di contratti di lavoro romeno che abbiamo scoperto a Modena , in alcune realtà della Lombardia stiamo assistendo a un’esplosione dei voucher» dichiara Marinella Meschieri, della segreteria Fillea-Cgil.
E la differenza non è di poco conto: 7 euro e 50 centesimi netti l’ora, grosso modo la metà di quanto previsto dal minimo tabellare. Ma soprattutto niente tfr, tredicesima, ferie maturate nè scatti di anzianità .
E il modo in cui la legge è scritta ci ha messo del suo, sostiene Meschieri: «Prima i buoni potevano essere utilizzati solo per i lavori “occasionali”.
Ma il Jobs act ha tolto questo termine e adesso temiamo che possano diventare una consuetudine».
Così il sindacato, che ha avviato un monitoraggio sulla questione, ha diramato alle sedi sul territorio la disposizione di segnalare tutte le anomalie riscontrate nei cantieri o segnalate dai lavoratori.
Una casistica varia, quella pensata per approfittare delle agevolazioni introdotte dal Jobs act, che non meraviglia il segretario confederale Uil Guglielmo Loy, che aveva già denunciato i rischi insiti nella modalità con cui gli incentivi sono stati concepiti per le imprese : «Il risparmio sui contributi previdenziali per le società è sproporzionato rispetto al costo di un licenziamento illegittimo.
E gli incentivi, anzichè essere selettivi, premiano tutti».
Il risultato è che diventa impossibile distinguere fra chi vuole davvero creare occupazione, chi si limita a fare ristrutturazioni aziendali che avrebbe messo in atto comunque e chi punta solo a una tattica “mordi e fuggi” per pagare meno tasse. Proprio come nella notte di Hegel, in cui “tutte le vacche sono nere”.
Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso“)
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
DIECIMILA INSEGNANTI IN CORTEO A ROMA CONTRO I VANEGGIAMENTI RENZIANI
Abito nero e cerino acceso in 70 piazze d’Italia per celebrare il funerale della scuola pubblica e chiedere
al governo Renzi di ritirare il disegno di legge sulla buona scuola. Ieri sera, giovedì 24 aprile, migliaia insegnanti hanno tenuto un flashmob con un lumino da cimitero in mano, in protesta contro la riforma della scuola
Il coordinamento è partito sui social network, ma la manifestazione ha invaso il Paese da Nord a Sud, da Bari a Roma, da Reggio Calabria a Foggia, da Rieti a Modena.
Gli insegnanti hanno inscenato una veglia funebre, restando immobili per cinque minuti.
Poi un applauso finale al grido “sciopero, sciopero” ha anticipato la prima manifestazione contro il ddl sulla scuola, iniziata questa mattina a Roma, indetta da alcuni sindacati, tra cui Usb, Unicobas e Anie
Il corteo – diecimila persone secondo gli organizzatori – sfila tra le strade del centro storico della capitale e arriverà a Piazza Santi Apostoli.
Tra gli striscioni esposti, “Vendesi libertà di insegnamento” e ‘Disegno di legge la buona scuola bocciato!”.
“Bisogna stracciare e buttare nel cestino il ddl “Buona Scuola” – dice Stefano D’Errico, segretario di Unicobas – La scuola voluta da Renzi è medievale, incentrata sulla figura autoritaria e padronale del dirigente scolastico”.
Uno spiraglio in tal senso sarebbe stato aperto nei giorni scorsi proprio dal premier, preoccupato di perdere il consenso della classe docente, da sempre zoccolo duro dell’elettorato Pd.
Per questo le prossime modifiche al ddl potrebbero riguardare il ridimensionamento dei poteri del preside-capo azienda e maglie più larghe per l’assunzione dei precari.
Ad essere contestata dagli insegnanti è la trasformazione della scuola in senso verticistico, con un preside che potrà scegliere direttamente la propria “squadra” di professori scelti, sulla base dei curricula, direttamente dagli albi territoriali.
Requisito per l’iscrizione nei registri gestiti dagli uffici scolastici regionali, a partire dal 2016, sarà il superamento di un concorso.
Ed è questo il secondo motivo di protesta: in questo modo, chi da anni insegna nelle scuole da supplente senza aver mai conseguito un titolo di abilitazione (frequentando la ex Siss o tfa) – ovvero fa parte della cosiddetta “terza fascia” – sarà inevitabilmente tagliato fuori e non potrà più lavorare.
Su twitter intanto, con l’hashtag #lascuolalacambiano noi, gli insegnanti chiedono che i soldi risparmiati dallo Stato in questa giornata di sciopero vengano utilizzati per l’edilizia pubblica e risanare le scuole fatiscenti.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
“QUANDO VERDINI AVEVA GUAI FINANZIARI SI E’ RIVOLTO A ME, ORA CHE HA PROBLEMI CON LA GIUSTIZIA SI AFFIDA A RENZI”…VERSO ANTONIO TAJANI COORDINATORE
Lo strappo si consumato nel corso dell’ultimo incontro.
Quando Denis Verdini gli ha urlato in faccia: “Silvio, hai capito che ormai sei irrilevante e non contiamo più nulla? Non puoi vivere nella nostalgia di essere il numero 1. Ora il numero 1 è Renzi, tu puoi essere al massimo il numero 2”.
È stato a quel punto che Berlusconi, più che concavo, si è fatto convesso: “Forse non ci siamo capiti. Io con quel dittatorello non faccio patti. Diciamoci le cose in faccia. Quando te ne vai e fai i gruppi? Tanto è lì che vuoi arrivare”.
Ed evidentemente Berlusconi ha colto bene il punto, considerata la frase con cui Verdini, in versione sibilla fiorentina, si è congedato: “Resterai solo. Su questa posizione ti lasceranno tutti”.
È da quel momento che il granitico sodalizio tra i due si è rotto.
E i due complici di tante battaglie hanno iniziato a muoversi come capi di eserciti che si preparano alla battaglia finale. Tra loro.
Battaglia che per Verdini consiste nello svuotare Forza Italia portando le truppe nel Partito della Nazione di Renzi.
E per Berlusconi è una Forza Italia dove “Denis” non conti più nulla. E che torni competitiva col “dittatorello che sta a palazzo Chigi”.
Ormai Berlusconi è convinto che la politica non c’entra più nulla nella scelta di Verdini. Il suo ex plenipotenziario ha puntato su Renzi perchè lo considera la sua scialuppa di salvataggio.
A più di un amico l’ex premier ha consegnato questo ragionamento: “Così come quando aveva difficoltà economiche Denis stava con me, ora pensa che Renzi lo possa aiutare sulla giustizia”.
Già perchè il pluri-indagato ha diversi processi a carico, tra cui uno a Firenze, dove è rinviato a giudizio per associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta.
Proprio in merito al processo fiorentino i giornali, tempo fa, avevano pure raccolto voci di arresto.
Ecco, la paura della procura di Firenze sarebbe una delle molle alla base della manovra “fiorentina” di Verdini a livello Nazionale, anticipata da Sandro Bondi e Manuela Repetti.
Manovra che porterà , dopo le regionali, un drappello di verdiniani al misto, tappa intermedia (nelle intenzioni di Verdini) verso l’approdo definitivo del partito della Nazione.
Ed è proprio un partito senza Verdini e verdiniani il dossier che Berlusconi ha squadernato sul suo tavolo in queste settimane.
Agli enti locali, dove stava Matteoli che è amico di Verdini, ci ha messo Fiori, uomo di Bertolaso.
Alla comunicazione è arrivato pure Ruggieri, il nipote di Bruno Vespa con il compito di gestire le ospitate in tv. E con un’unica regola di ingaggio: cancellare dallo schermo Verdini e verdiniani.
Ora, il vero colpo a sorpresa è il nuovo coordinatore nazionale.
Berlusconi ha detto un mezzo sì all’ex commissario europeo Antonio Tajani, sponsorizzato da Gianni Letta. E non è un caso che proprio Tajani sia stato il regista del grande ritorno di Silvio a una cena del Ppe.
È una scelta però attorno a cui non si avverte un grande entusiasmo. Perchè in parecchi, dentro Forza Italia, e lo stesso Berlusconi, ricordano ancora quando Tajani, assieme all’allora capogruppo del Pdl a Strasburgo Mario Mauro, non lo difese più di tanto in Europa ai tempi del “complotto” del 2011 che lo portò alle dimissioni.
La verità è che, nell’ambito dell’operazione rinnovamento, l’ex premier vorrebbe puntare su Mara Carfagna.
Anche il suo nome è circolato come coordinatore: “Chi l’ha sovraesposta in queste settimane — sussurrano i ben informati — lo ha fatto per bruciarla”.
È comunque un dato di fatto che Berlusconi pensa che Mara sia cresciuta, funziona, buca il video.
Sia come sia, è evidente che il nuovo quartier generale chiamato alla rifondazione di Forza Italia, modello Repubblicani americani, non ha più le tracce nazareniche di Verdini.
Ed è solo in attesa di un leader, visto che il vecchio leone ha confidato a più di un amico che ormai ha intenzione di fare il “padre nobile”.
Proprio nei giorni in cui la “figlia nobile”, Marina con la sua uscita “maoista” (“la politica non è un pranzo di gala, ma le portate di Renzi sono avvelenate”) ha fatto sognare in molti dentro Forza Italia.
E, per l’ennesima volta, riparte il tormentone sulla discesa in campo di Marina.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
SOLO IL 36% SI RICONOSCE IN QUEGLI IDEALI
Resistenza addio. 
Alla vigilia delle celebrazioni del 25 aprile, un sondaggio Ixè per il programma Agorà su RaiTre afferma che il 58 per cento degli italiani non considera più attuali i valori della guerra di liberazione dal nazi-fascismo.
Poco più di 1 italiano su 3 (36 per cento) si rivede ancora in quegli ideali.
Inoltre il 51 per cento dice che sabato non parteciperà alle celebrazioni, mentre il 22 per cento dichiara che sarà in una delle tante piazze italiane e un altro 27 per cento sostiene che seguirà la ricorrenza davanti alla tv.
Il sondaggio arriva proprio nel giorno in cui il Capo dello Stato, Sergio Mattarella – in un’intervista rilasciata al quotidiano la Repubblica – ricorda che “nella nostra democrazia confluiscono molti elementi storici nazionali, ma quello dell’antifascismo ne costituisce l’elemento fondante”.
Mattarella aggiunge: “L’abitudine alla libertà e alla democrazia rischia talvolta di inaridire il modo di guardare alle istituzioni
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
EXPO, L’EVENTO COMICO DELL’ANNO
Malgrado abbia già dato da mangiare a un sacco di gente, attualmente in galera, non è stata una buona idea dedicare l’Expo Milano 2015 al cibo.
Era molto meglio dedicarlo al riso.
Non nel senso del prodotto nazionale cinese, ma di quello italiano: le pazze risate.
Il grande baraccone che si inaugura, pare, il 1° maggio alla presenza del presidente del Consiglio Renzi (quello della Repubblica adesso si chiama Mattarella, e mica è fesso: si tiene a debita distanza), si annuncia come l’evento comico dell’anno, forse del decennio, se tutto va bene del secolo.
Le cronache dal fronte dei lavori, peraltro proibito ai giornalisti, ai fotografi e ai cameramen per evitare l’effetto-gufi, sono strepitosamente esilaranti.
Si parla di lavori completati soltanto per il 25 per cento: tre su quattro sono ancora in pieno cantiere e non saranno pronti che fra qualche settimana, o mese, o anno.
E il calcolo comprende soltanto le opere di responsabilità Expo, esclusi dunque i padiglioni stranieri, anch’essi in altissimo mare (quello del Nepal, per dire, un edificio tutto in teak intagliato a mano, sarà pronto non prima del 2025).
Ma il commissario Giuseppe Sala si è detto sereno: “L’Expo parigina del 1890 fu molto peggio” (in realtà la data esatta è il 1889, e in effetti quegli incapaci dei parigini costruirono soltanto la Torre Eiffel: straccioni).
Anche il governatore Bobo Maroni, che è riuscito a infilare nella struttura due sue amiche e, last minute, pure il suo avvocato, ha gettato acqua sul fuoco col suo sottile umorismo: “Tanto l’evento dura sei mesi”.
C’è tempo. Infatti si era pensato di spostare la cerimonia di inaugurazione all’ultimo giorno anzichè al primo.
Ma l’idea, come tutte quelle buone, è stata inspiegabilmente scartata.
Comunque, assicurano le expompe, cioè le cronache dei giornali finanziati da Expo a botte di paginoni pubblicitari e altri lubrificanti all’ottimismo obbligatorio, “si lavora giorno e notte: solo per il Padiglione Italia ci sono 500 addetti 24 ore su 24”.
Non dormono mai e sperano che non piova per non dover rallentare vieppiù: approfittando del bel tempo, hanno già posato la bellezza di “750 pannelli di cemento biodinamico del peso di 2 mila tonnellate”.
Una cosetta leggera che, se ha richiesto cinque anni per fare metà dei lavori, ne richiederà una ventina per smontarli.
Eppure i ritardi più clamorosi vengono segnalati proprio nel Palazzo Italia e negli edifici del Cardo, sedi delle cosiddette “eccellenze made in Italy”, orgoglio e vanto del Belpaese.
Fra sette giorni saranno aperti, ma solo un po’, diciamo per finta: “gli uffici —
informa La Stampa — saranno lasciati per ultimi”, anche per ostacolare gli accertamenti della Guardia di Finanza su appalti e libri contabili.
Ma niente paura: “Ai piani alti si fanno professioni di fede: ‘Tutto quello che non sarà visibile non darà fastidio’”.
I visitatori, muniti di apposite aste da equilibrista, potranno passeggiare basculando su comode assi di legno a strapiombo sui cantieri, che però saranno invisibili grazie all’ultimo appalto andato a segno: quello da oltre 2 milioni di euro per coprire i ritardi, i camion, le betoniere, le gru, le impalcature e le altre vergogne con paratie, camouflage, trompe l’oeil, prefabbricati e teli.
Per esempio: un pannello dipinto a olio e raffigurante il santo patrono Francesco d’Assisi che si spoglia dei suoi averi nasconderà un gruppo di faccendieri intenti a scambiarsi le ultime mazzette.
Un finto pavimento in cartongesso ricoperto di fresche frasche celerà poi una botola per inghiottire i carabinieri e i poliziotti inviati dalla Procura ad arrestare gli appaltatori, farli precipitare in una vasca di cemento a pronta presa e trasformarli in piloni portanti dell’Albero della Vita (l’agile simbolo dell’intera kermesse, 35 metri di legno e acciaio, per il modico costo di appena 7 milioni di euro).
Purtroppo non ci sarà neppure il tempo per le bonifiche dall’amianto di cui i terreni sono riccamente impregnati, e nemmeno per i collaudi delle opere che verranno così testati direttamente dai visitatori, anche con opportuni incentivi: il primo che si azzarda a entrare in un padiglione incompleto vincerà il Premio Expo Cavia e, se sopravvive, avrà un biglietto omaggio per tornare con qualche amico.
La vigilanza agli ingressi, com’è noto, è affidata alla stessa ditta di security che ha così ben vigilato gli accessi al Palazzo di Giustizia.
Poi c’è il famoso drone che sorvola tutta l’area, o meglio la sorvolava fino a qualche settimana fa, prima che i vertici di Expo decidessero di tenere lontana la stampa e di pilotare essi stessi le informazioni sullo stato di avanzamento (anzi di arretramento) lavori.
Pare che ora, opportunamente riconvertito dagli scopi ricognitivi a quelli militari, il drone verrà paracadutato sul Mediterraneo, per colpire e affondare i barconi degli scafisti in base al lodo Santanchè- Salvini-Alfano-Renzi.
E si spera che gli abbiano disattivato la memoria: non sia mai che si ricordi da dove viene e vada a bombardare Expo.
Della qual cosa, peraltro, nessuno si accorgerebbe, visto che l’area somiglia ancora a Dresda dopo il passaggio dell’aviazione britannica.
Nel caso in cui l’operazione Tempesta sul Mediterraneo dovesse fallire, si potrebbero caricare i migranti appena sbarcati su treni per Milano Centrale e su voli charter per Linate e convogliarli su Expo per incrementare i visitatori, a giudicare dalle prenotazioni ancora pericolosamente lontani dalla prevista quota di 29 milioni. Farinetti li attende con l’acquolina in bocca nei 20 ristoranti regionali sui suoi 8 mila metri quadri senza gara.
L’amico Renzi aveva pensato di ribattezzare il Padiglione Italia “Padiglione Eataly”. Poi però ha optato per “Padiglione Italicum”.
Così la colpa dei ritardi è di Bersani.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
IMMIGRAZIONE, NESSUN IMPEGNO DALLA UE SU ACCOGLIENZA E INTERVENTO
“È stato un appuntamento molto significativo. Capiremo se si passa dalle parole ai fatti. Ma per la prima
volta abbiamo avuto la possibilità di un Consiglio straordinario”.
Matteo Renzi esce in conferenza stampa a Bruxelles poco prima delle 22. E rivendica quello che può rivendicare: il fatto di aver ottenuto un vertice straordinario dopo il naufragio nel canale di Sicilia.
Perchè nel merito dall’Unione europea ha avuto poco e niente.
Il Consiglio doveva durare tre ore e si è protratto per cinque. Sulle richieste italiane (mandato politico Ue per un intervento in Libia, diversa ripartizione dei profughi e rafforzamento di Triton) c’è stata molta resistenza da alcuni dei Paesi membri.
Sono le parole della Merkel a far capire com’è andata: “Abbiamo triplicato i fondi per Triton. Ma non abbiamo parlato dell’ampliamento. Non c’era accordo, troppe divergenze”.
E sull’intervento: “Serve una base di diritto internazionale per una missione militare in Libia”.
Pure sulla richiesta italiana di una revisione delle quote di rifugiati destinati a ogni Paese, la Merkel è netta e non risparmia la bacchettata: “Nessuna decisione sulle cifre. Siamo pronti a sostenere l’Italia ma la registrazione dei rifugiati deve essere fatta secondo le regole Ue”.
Insomma, ha un bel dire Renzi che “per la prima volta c’è una strategia europea”. Quello che c’è è un documento, “che ricalca i 4 punti richiesti dal governo”, sottolinea il premier.
Li ricalca, evidentemente, nel senso che li prende in considerazione.
A metterci più mezzi e più soldi — non tanti in assoluto, ma comunque il triplo di prima — i leader dei 28 paesi sono pronti.
Un po’ meno a spartirsi i disperati che approdano sulle coste italiane e a cambiare le regole del diritto d’asilo, che oggi va chiesto nel Paese d’arrivo nell’Ue e non in quello di destinazione.
Quanto all’imboccare la via del decisionismo contro gli “scafistischiavisti”, l’Ue vuole pensarci sopra.
E affida alla Mogherini l’incarico di definire mandato e dettagli operativi di un’azione comunitaria tesa a contrastare la tratta di esseri umani.
Prima di passare all’azione, bisognerà coinvolgere l’Onu, perchè si tratta d’intervenire nelle acque e lungo le coste libiche, di un Paese terzo senza un governo credibile.
E i tempi si annunciano lunghissimi: si parla di mesi.
I capi di Stato e di governo sono d’accordo sulla necessità di lottare contro i trafficanti, almeno sulla carta, ma ci sono molti dubbi su quale sia il mezzo migliore. La Mogherini si metterà al lavoro per studiare una “possibile operazione”.
L’idea è quella di “montare” un’azione militare che preveda azioni chirurgiche, con obiettivi precisi, per distruggere i barconi prima del loro utilizzo, quindi anche sulle coste libiche.
Si è parlato in questi giorni del modello Missione Atalanta, quella in Somalia: ma non sarà così. Critico verso questa opzione è stato anche il presidente del Parlamento europeo Schulz. Nessun intervento militare, per ora.
Con buona pace dell’interventismo esibito da Renzi in questi giorni. Che però in questa direzione ha spinto fino alla fine durante il vertice: “Abbiamo chiesto a Francia, Regno Unito e anche Spagna una mano per la risoluzione Onu”.
Un percorso pieno di “se”: “Se non ci sarà la missione Onu studieremo le vie alternative”, ammette Renzi.
Niente di fatto sulla richiesta italiana di rivedere gli accordi Dublino 3 sulla ripartizione dei migranti.
La Commissione propone un progetto pilota per reinsediare nei vari Stati, su base volontaria, circa 5000 fra i rifugiati in arrivo e il ricollocamento di una parte dei migranti sbarcati in Italia, Grecia e Malta negli altri Paesi Ue. Un gesto simbolico.
Le risorse di Triton aumentano ma non cambierà il mandato di sorvegliare le frontiere (e non di ricerca e salvataggio, come Mare Nostrum).
Nonostante le pressioni Onu, molti Paesi hanno fatto resistenza. Il vertice, infine, ha stabilito di rafforzare le operazioni di polizia ai confini della Libia per evitare le partenze.
“L’Europa non gira gli occhi rispetto a quanto accaduto. Entro giugno elaborerà una road map”, continua a ripetere il premier.
Giugno è lontano.
Giampiero Gramaglia e Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 24th, 2015 Riccardo Fucile
LE COMICHE FINALI: IN SOCCORSO DEL PARACADUTATO TOTI ARRIVANO ANCHE NCD E UDC, FINO A POCHI GIORNI FA A SOSTEGNO DELLA PAITA… E LA LEGA SI CALA LE BRACHE, AMMESSO CHE NE POSSEDESSE ANCORA UN PAIO
Trovato l’accordo tra Giovanni Toti, candidato di Forza Italia alla presidenza della Regione (sostenuto da Lega, FdI, Liberali, Nuovo Psi, Riformisti Italiani), e Area Popolare, che nei giorni scorsi aveva manifestato la volontà di correre da sola.
«Dopo un confronto su obiettivi e programmi, portato avanti con tutti gli alleati della coalizione abbiamo raggiunto un accordo con cui Area popolare – Liguria si unisce al nostro sforzo per cambiare il governo di questa regione. L’accordo è di carattere regionale», ha detto Toti.
«L’accordo con Ncd e Udc si basa sul comune convincimento che l’attuale amministrazione non abbia prodotto risultati apprezzabili per la regione e che sia giunto il momento di cambiare tornando al governo della Liguria dopo 10 anni», ha detto Toti.
L’accordo si fonda «su programmi amministrativi condivisi e ricette comuni per lo sviluppo del territorio», ha precisato il consigliere di Silvio Berlusconi.
Secondo indiscrezioni all’accordo hanno lavorato per Ap Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc, Rosario Monteleone leader dell’Udc in Liguria, Alessio Saso ed Eugenio Minasso, del Nuovo centro destra ligure e Dore Misuraca, responsabile degli enti locali di Area popolare.
Secondo quanto appreso, Area popolare ha ottenuto di avere nel “listino del presidente” che contiene i sei nomi che entrano in Consiglio in caso di vittoria, anche se non eletti, Andrea Costa, sindaco di Beverino (La Spezia), mentre il capolista su Genova dovrebbe essere Luigi Zoboli, coordinatore regionale di Ncd.
(da “il Secolo XIX“)
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