Aprile 21st, 2015 Riccardo Fucile
CON CHE FACCIA CHI AFFOSSO’ MARINI NEL SEGRETO DELL’URNA OGGI VUOL NEGARE ALLA MINORANZA INTERNA IL DIRITTO AL DISSENSO?
Era già accaduto al Senato nel giugno 2014, con la sostituzione- destituzione dalla commissione Affari costituzionali di tre senatori del Pd (Mineo e Chiti) e di Scelta civica (Mauro), rei di dissentire sulla controriforma costituzionale di Renzi.
E siccome nessun’autorità , tantomeno Napolitano, fece una piega per difendere la Costituzione contro quella scandalosa purga ordinata dal capo del governo, ora la scena si ripete pari pari alla Camera, con la cacciata dalla commissione gemella di 10 deputati Pd colpevoli di dissenso sull’Italicum: Bersani, Cuperlo, Bindi, D’Attorre eccetera.
Ma solo per 10 giorni: giusto il tempo di far votare i 10 sostituti come soldatini obbedienti sull’Italicum, poi, a missione compiuta, torneranno i titolari.
E naturalmente anche stavolta nessuno fa un plissè, nemmeno gli epurati.
Eppure l’articolo 67 della Costituzione afferma: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Si può contestarlo (Grillo vorrebbe abolirlo, e secondo noi sbaglia), ma intanto la regola è quella.
Poi ci sono i regolamenti parlamentari: i membri delle commissioni sono nominati dai presidenti delle due Camere su indicazione dei gruppi e possano essere sostituiti se si dimettono o assumono altre cariche elettive o di governo.
Non certo perchè non s’inchinano agli ordini di scuderia, per giunta del governo.
E poi qui non si tratta di un singolo deputato, ma di 10: tutti quelli che dissentono dal governo che — altro fatto inaudito — pretende di cambiare la legge elettorale a colpi di maggioranza (che poi -ennesima anomalia- è minoranza, senza il premio del Porcellum cancellato dalla Consulta).
Inoltre — paradosso dei paradossi — Renzi invoca il vincolo di mandato dimenticando che il mandato elettorale del Pd è esattamente l’opposto dell’Italicum: i suoi parlamentari sono stati eletti nel 2013 promettendo agli elettori di cancellare il Porcellum per restituire ai cittadini il diritto di scegliersi i propri rappresentanti, non per perpetuare il potere dei capi di nominarseli col trucco delle liste o dei capilista bloccati.
Quindi a tradire il mandato (peraltro mai ricevuto, essendo stato eletto per fare il sindaco di Firenze) è Renzi, non i “dissenzienti”.
E, come ricorda Pippo Civati, il programma elettorale Pd diceva: “Dobbiamo sconfiggere l’ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando. È una strada che l’Italia ha già percorso, e sempre con esiti disastrosi”.
Poi ci sarebbe lo Statuto del gruppo Pd alla Camera, che recita: “Il pluralismo è elemento fondante del Gruppo e suo principio costitutivo. Esso si basa sul rispetto e la valorizzazione del contributo personale di ogni parlamentare alla vita del Gruppo, nel quadro di una leale collaborazione e nel rispetto delle norme del presente Statuto”. Quello del gruppo al Senato addirittura “riconosce e valorizza il pluralismo interno nella convinzione che il continuo confronto tra ispirazioni diverse sia fattore di arricchimento del comune progetto politico… Il Gruppo riconosce e garantisce la libertà di coscienza dei senatori… Su questioni che riguardano i principi fondamentali della Costituzione e le condizioni etiche di ciascuno, i singoli senatori possono votare in modo difforme dalle deliberazioni dell’Assemblea del Gruppo…”.
Ma che pluralismo è quello che rimuove i deputati che non s’inchinano supinamente agli ordini di scuderia, per giunta del governo, per giunta sulla riforma costituzionale ed elettorale, cioè sulle regole fondamentali del gioco democratico?
Sentite queste parole: “La sostituzione in commissione di Vigilanza del senatore Paolo Amato è del tutto illegittima. Il Regolamento prevede la sostituzione di un commissario solo in caso di sue dimissioni, incarico di governo o cessazione per mandato elettorale. Checchè ne dica il presidente Schifani, che sta esercitando le funzioni di presidente del Senato con modalità che vanno totalmente censurate sotto ogni profilo, istituzionale e regolamentare. Modalità più da giocoliere che da interprete del diritto”.
Così parlò il 4 luglio 2012 Luigi Zanda, allora vice e ora capogruppo del Pd al Senato, sdegnato perchè Schifani aveva epurato l’azzurro dissidente Amato.
E invocava l’art.67, che ai vertici del Pd piace molto quando c’è da sbatterlo in faccia a Grillo (che non lo vuole) e molto meno quando c’è da rispettarlo in casa propria. Cos’è cambiato da allora a oggi, a parte il colore degli epuratori e degli epurati?
La Costituzione e il Regolamento per i nemici si applicano e per gli amici si interpretano, anzi si calpestano.
Il refrain del Politburo Renziano, graziosamente detto Giglio Magico, è che l’assemblea del gruppo ha votato a maggioranza pro Italicum, quindi ora tutti devono adeguarsi per disciplina di partito.
Ma questo può valere per le leggi di ordinaria amministrazione, non certo per le regole e i passaggi fondamentali della vita democratica.
Altrimenti, di grazia, perchè il 18 aprile 2013, quando l’assemblea dei grandi elettori Pd scelse Franco Marini per il Quirinale, Renzi e la sua minoranza si ribellarono alla maggioranza votando Chiamparino?
Con che faccia, oggi che sono maggioranza, vogliono negare alla minoranza il diritto al dissenso?
Ps. Siccome è già partita la black propaganda per squalificare i dissenzienti come conservatori del Partito No Tutto, perfetto corollario del refrain “meglio l’Italicum che nessuna legge elettorale”, sarebbe cosa buona e giusta se la minoranza Pd, M5S, Sel e chi ci sta presentassero subito in Parlamento un ddl di una riga: “È ripristinato il Mattarellum”.
Chissà che ne pensa il capo dello Stato.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 21st, 2015 Riccardo Fucile
LA SOSTITUZIONE DEI DIECI COMMISSARI PD NON HA PRECEDENTI IN PARLAMENTO
Stazza robusta e spalle coperte, i guardiani dell’Italicum — Emanuele Fiano e Gennaro Migliore —
cercano un po’ di adrenalina in un caffè alla buvette di Montecitorio.
Sono appena usciti dall’ennesima seduta della commissione Affari Costituzionali, ma lì dentro, ammettono “non si è avvertita nessuna tensione”.
La truppa dei dieci dissidenti che ha annunciato il no alla riforma elettorale ha già posato le armi. E ieri, a poche ore dalla loro defenestrazione d’ufficio, hanno pensato bene di portarsi avanti, sparendo in anticipo.
Solo Alfredo d’Attorre si è presentato nell’auletta: ha illustrato i suoi emendamenti, ultima fiammata prima di finire nel congelatore.
Ieri sera, come previsto, l’ufficio di presidenza del gruppo (alla guida Ettore Rosato, reggente dopo le dimissioni di Roberto Speranza) ha messo nero su bianco la “sostituzione ad rem ” di dieci esponenti democratici fuori sincrono con il cronoprogramma di Matteo Renzi.
Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo (la frattura con la “ditta” è tale, che nessuno dei due parteciperà alla Festa nazionale dell’Unità che si inaugura oggi a Bologna), Rosy Bindi, Andrea Giorgis, Enzo Lattuca, Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini, Marilena Fabbri, Roberta Agostini, Marco Meloni: tutti chiedevano modifiche che avrebbero inevitabilmente rallentato la corsa dell’Italicum.
Tanto nel calendario di quella commissione, di cose importanti non ce ne sono più.
La sostituzione di dieci commissari non ha precedenti nella storia recente del Parlamento. In passato, accadde per la valutazione di questioni regionali, in cui si era ritenuto utile affidarsi a deputati territorialmente competenti (e il presidente Pertini bollò pure quell’uso come rischioso, perchè foriero di “visioni parziali”).
Ma un “utilizzo politico” dell’istituto della sostituzione, ricorda il presidente del gruppo Misto Pino Pisicchio, “non c’è mai stato”.
E perfino alcuni sopravvissuti in commissione osano definire la scelta della dirigenza Pd come“antiestetica”.
La tesi della maggioranza democratica è che in commissione il parlamentare rappresenta il gruppo, dunque non può appellarsi all’articolo 67 della Costituzione che lo libera dal vincolo di mandato.
Crinale avventuroso, che ieri ha già provocato una serie di reazioni a catena.
Scelta Civica e Cinque Stelle (che, per la verità , dell’autonomia del parlamentare non hanno mai fatto una bandiera) minacciano di abbandonare i lavori della commissione, Sel e Forza Italia criticano la decisione di Renzi ma ricordano che l’esame
dell’Italicum proseguirebbe anche se rimanesse in Affari Costituzionali anche solo un quarto dei suoi componenti.
Ma ormai, quella della commissione, è acqua passata. E in aula, non potendo sostituire il centinaio di allergici all’Italicum, si fa strada l’ipotesi della fiducia.
Gianni Cuperlo ieri è partito in quarta dicendo che sarebbe “uno strappo” che “metterebbe seriamente a rischio il proseguimento della legislatura”.
Ma, tranquilli: stamattina ci sarà una riunione tra Sinistra dem e Area riformista per ricucire anche questo.
Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL PRESSING DI CONFALONIERI E DORIS…. LA SVOLTA DOPO LA TRAGEDIA AL LARGO DELLA LIBIA
«Guarda, Silvio, che tu devi riprendere il rapporto con Renzi, devi mettere da parte i toni di queste settimane, così non si va da nessuna parte».
Berlusconi ascolta in silenzio, al tavolo con lui, ad Arcore, siedono i compagni d’avventura di una vita, due delle pochissime persone delle quali il leader si fidi per davvero.
Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, Ennio Doris, presidente di Banca Mediolanum
Ultimo fine settimana, a Villa San Martino non si parla solo di cessione del Milan al thailandese Mr Bee, non solo dell’operazione Mondadori-Rcs libri, ma anche del futuro politico dell’ex Cavaliere.
Ora che la pena è stata espiata e che Forza Italia dal primo giugno si prepara ad essere pressochè rasa al suolo e rifondata.
Ma secondo i due vecchi consiglieri del capo, al restyling andrà affiancato un cambio di strategia. Fare un’immediata inversione a “U” sul patto del Nazareno non è possibile.
L’Italicum che andrà al voto la prossima settimana alla Camera, non sarà ancora un test probante dei dubbi emersi a Villa San Martino. Certo, a voto segreto qualcuno dei “verdiniani” non mancherà di lanciare un segnale
Quando invece la riforma del bipolarismo tornerà all’esame del Senato, allora sì che i giochi potranno riaprirsi.
Berlusconi non ne farà cenno di certo nelle prossime cinque settimane: con le regionali alle porte (il 31 maggio) l’esigenza è marcare Renzi, criticarlo semmai sull’attività di governo, ed evitare di lasciare lo scettro dell’opposizione a Salvini.
Il quadro tuttavia è destinato a cambiare a urne chiuse. Ne sono convinti Raffaele Fitto e i suoi trenta parlamentari che, dopo lo strappo in Puglia e l’imminente battaglia legale sull’uso del simbolo, si preparano allo strappo e alla creazione di nuovi gruppi parlamentari.
Si preparano a fare altrettanto Verdini e i suoi, per opposti motivi: se la linea non cambierà appunto sulle riforme che pure Fi ha sostenuto finora.
Del resto dopo il brusco faccia a faccia della scorsa settimana, tra Silvio e Denis il gelo è pressochè totale.
La situazione ad ogni modo è fluida.
Domenica sera, dopo la tragedia del Mediterraneo, la mano tesa da Berlusconi a Renzi in nome dell’emergenza.
Quel «basta alle accuse e alle contrapposizioni» e la proposta di un immediato «tavolo tra tutti i protagonisti dei governi passati e presenti». Sottolineata e apprezzata non poco, ieri mattina, dal presidente del Consiglio («Ha detto cose più sagge di Salvini »).
Premessa di una svolta da qui a un paio di mesi?
Quel che è certo è che i sondaggi commissionati negli ultimi giorni dall’ex Cavaliere sulle aspettative degli elettori moderati gli hanno confermato quel che aveva previsto.
E così lo ha spiegato in queste ore ai dirigenti di prima fascia di Forza Italia: «La nostra gente si aspetta da noi buon senso. Dunque, da questo momento in poi, i toni devono essere più sfumati, moderati, meno urlati e i contenuti più ispirati alla linea del Ppe».
Anche perchè – ha continuato – «se copiamo i contenuti e i metodi della Lega, è chiaro che gli elettori preferiranno Salvini. Da lui invece dobbiamo prendere sempre più le distanze». Convinto che così potrà recuperare l’elettorato moderato in fuga da Fi anche perchè impaurito dal mood barricadero.
Con questa operazione, dai contorni ancora poco definitivi, Berlusconi innanzitutto punta a riaccreditarsi e a recuperare centralità sul piano nazionale: unico interlocutore di Renzi in una fase di emergenza, anche se per il momento non più seduto al tavolo delle riforme.
E in secondo luogo, l’ex premier vuole confermare la sua leadership italiana del Ppe, frontman dei leader popolari europei.
E la dichiarazione di domenica, al di sopra delle parti, è stato un biglietto da visita in vista dell’appuntamento Ppe di Milano di giovedì e venerdì centrato proprio sull’immigrazione.
Intanto, la rifondazione del partito è iniziata.
Ancora prima di sbarcare oggi a Roma, ieri da Arcore ha nominato Marcello Fiori (già coordinatore dei club Forza Silvio) responsabile degli Enti locali.
Non ha ricevuto investitura ufficiale invece Andrea Ruggieri, ex avvocato e autore tv, nonchè nipote di Bruno Vespa, inserito nello staff comunicazione con delega alle presenze tv, al fianco di Deborah Bergamini.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Aprile 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL CALL CENTER DI CINISELLO BALSAMO LAVORA PER TRE IMPORTANTI SOCIETA’ FINANZIARIE E BANCARIE
Chiudere lo stabilimento alle porte di Milano, mandare a casa 186 persone e nel frattempo assumerne
altre fra Roma e la Calabria approfittando delle agevolazioni previste dalle nuove norme inserite nel Jobs act.
Ottenendo così un doppio risultato: prendere giovani con contratti meno costosi e più flessibili e ottenere gli sgravi fiscali del governo.
La storia arriva da Cinisello Balsamo e l’azienda è la Call&Call Milano srl, un call center che si occupa dei servizi di customer care per tre importanti società finanziarie e bancarie italiane: Ing Direct, Agos Ducato e Fiditalia.
Il gruppo Call&Call nasce nel 2002 proprio a Cinisello (dove tuttora risiede la holding): da qui la società si espande su tutto il territorio nazionale e oggi ha in tutto 2.500 dipendenti e fattura 57 milioni all’anno, come si legge sul sito della stessa società .
Solo che il 10 aprile scorso il consiglio di amministrazione dell’azienda ha aperto la procedura di licenziamento collettivo per la chiusura del sito.
Già da luglio il personale di Cinisello era in contratto di solidarietà di tipo difensivo, riuscendo così a evitare il licenziamento di 41 persone.
«Ma con una mossa spregiudicata – dice Sara Rubino (Slc Cgil) – la proprietà , senza aver mai comunicato le difficoltà legate alla gestione del contratto di solidarietà , ha dirottato parte del flusso di lavoro su altre sedi del gruppo, anche assumendo nuovo personale con il contratto a tutele crescenti e senza averci dato risposte rispetto a ciò che già vedevamo e di cui chiedevamo informazioni».
Ma come fa un’impresa che attiva la legge 223, cioè la procedura per i licenziamenti collettivi, ad assumere contemporaneamente nuovi lavoratori in altre zone d’Italia?
«Il sistema sta in piedi perchè Call&Call ha costituito più società , come in un gioco di scatole cinesi: c’è Call&Call Milano srl, Call&Call La Spezia srl, Call&Call Lokroi srl», spiega Adriano Gnani (Uilcom Uil). Quindi quella milanese può risultare effettivamente in crisi, a differenza di quella di Roma, o di Locri, o della Spezia. La perdita annuale su Cinisello sarebbe di 500mila euro: «Colpa dei costi eccessivi del lavoro, secondo l’azienda. Questo nonostante lo stipendio medio degli operatori sia sui 1.200 euro mensili, che però con i nuovi assunti possono scendere a 1.000».La versione della holding è che «negli ultimi anni ci sono state perdite di esercizio significative non più sostenibili a seguito di un calo delle commesse e in presenza di costi generali incompatibili con il nuovo contesto di mercato, soprattutto per una fra le pochissime imprese del settore che ha scelto di non spostare lavoro italiano in offshoring e, dunque, non ha potuto mediare l’incidenza del costo del lavoro ricorrendo alla delocalizzazione. Da qui la necessità non più rinviabile di attivare la procedura di mobilità , trattandosi di una situazione strutturale e non congiunturale». Già lo scorso 10 aprile i lavoratori avevano reagito alla comunicazione con uno sciopero: adesso l’intenzione è trasformare una vertenza locale in una questione che riguardi nel complesso la società .
Matteo Pucciarelli
(da “La Repubblica”)
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Aprile 20th, 2015 Riccardo Fucile
IN DIECI PAESI PER PRODURRE BANALITA’: A LORO INTERESSA SOLO SALVARE LA FACCIA, LA COSCIENZA SE LA SONO VENDUTA DA TEMPO
Al vertice congiunto di ministri degli Esteri e dell’Interno dell’Unione europea a Lussemburgo, il commissario per l’Immigrazione Dimitris Avramopoulos ha presentato un piano d’azione di 10 punti per “azioni immediate” da intraprendere in risposta alla situazione di crisi nel Mediterraneo dopo la strage nel canale di Sicilia costata la vita a 900 migranti.
Per l’Italia il paragone tra Triton — il piano di controllo delle frontiere marittime finanziato dall’agenzia europea Frontex — e il vecchio Mare Nostrum — operazione italiana varata nel 2013 con un bilancio in attivo di 150mila persone salvate — è inevitabile.
L’Unione europea dovrà rafforzare le operazioni congiunte nel Mediterraneo, Triton e Poseidon, aumentando le risorse economiche e il numero di equipaggiamenti.
È questo il primo dei dieci punti del piano presentato a Lussemburgo.
Proprio questo è spesso contestato all’operazione Triton nel confronto con l’italiano Mare Nostrum: il costo di 9 milioni di euro al mese della prima operazione ha permesso nell’arco di un anno di dispiegare, entro 100 miglia dalla costa, una nave e due corvette della Marina militare, 2 pattugliatori, 6 elicotteri, 2 aerei droni e circa 700 militari.
I finanziamenti messi a disposizione da Triton sono invece di 2,9 milioni di euro al mese e l’area di azione è di 30 miglia marine dalla Sicilia.
Triton si è dimostrato inadeguato, se ne sono accorti solo dopo aver affogato qualche migliaia di esseri umani.
Dopo aver ridotto a un terzo l’esborso, ora si parla di “aumento” indefinito del budget: c’e’ solo da sperare nella grande professionalità della nostra Marina militare che sta facendo miracoli.
Il secondo punto del piano d’azione europeo prevede uno sforzo sistematico per catturare e distruggere le navi usate dai trafficanti.
Questa fissa è ridicola: in primis perchè il guadagno dei trafficanti è tale che si possono pure permettere di perdere il barcone usato, secondo perchè queste imbarcazioni partono ormai persino dall’Egitto e dalla Turchia per fare poi tappa in Libia.
Salvo che non si vogliano distruggere tutti i barconi del Mediterraneo, non servirà a nulla, solo propaganda.
Gli altri otto punti sono fumo negli occhi: si va da un generico “rafforzamento dei contatti tra le agenzie Ue per la raccolta di informazioni sul modus operandi dei trafficanti” “alla garanzia da parte degli Stati membri di prendere le impronte digitali”, da “meccanismi di ricollocazione di emergenza” al “rimpatrio veloce dei migranti irregolari”, da nn precisate “azioni esterne per l’impegno con i Paesi che circondano la Libia” fino all’invio “di ufficiali di collegamento sull’immigrazione in Paesi terzi chiave”.
A parte l’aumento di fondi e il fare un buco nei barconi, nulla si dice sulla creazione di campi di sosta e sulla creazione di un canale umanitario per filtrare gli arrivi degli aventi diritto.
Per non parlare di investimenti che creino occupazione in modo da ridurre la richiesta di espatrio o la ripartizione dei profughi tra più Paesi europei.
Un’altra patacca in vista.
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Aprile 20th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX SINDACO MARTINELLI ACCUSA IL SENATORE VOLPI: “VOTAI CONTRO IN CDA SU UNA MUNICIPALIZZATA DI CUI LUI ERA PRESIDENTE E HA TRAMATO CONTRO DI ME”… VOLPI: “DOVEVA ASPETTARSI DELLE CONSEGUENZE”
Il senatore Raffaele Volpi, braccio destro di Matteo Salvini e fautore della svolta meridionalista del
Carroccio, nel novembre scorso avrebbe agito politicamente per far cadere l’amministrazione di Rovato.
L’accusa è dell’allora sindaco leghista della cittadina bresciana Roberta Martinelli, fatta durante la presentazione della sua candidatura alle prossime elezioni comunali, tra le fila di una lista civica, naturalmente, e non più col Carroccio.
Questa storia è ambientata nel mondo delle municipalizzate di provincia.
Rovato è azionista di Cogeme Spa, multiservizi che serve 71 comuni, a sua volta fondatrice di Lgh Group Spa, altra azienda energetica pubblica dal fatturato di quasi 700 milioni di euro l’anno, che dalla provincia di Brescia si espande a quelle limitrofe.
Fondazione Cogeme è nata invece coi soldi della municipalizzata omonima, per promuovere iniziative a favore del territorio e dell’ambiente.
All’epoca dei fatti il suo presidente era proprio il senatore Raffaele Volpi. Ma a fine settembre l’operato di questi è messo in discussione da una cordata di 16 sindaci, che si lamentano per i pochi progetti realizzati e per gli incarichi professionali dati. Roberta Martinelli è scelta come loro portavoce, in quanto prima cittadina della municipalità che detiene il 22 per cento della multiservizi.
Volpi verrà quindi sfiduciato dal consiglio di amministrazione di Fondazione, nel quale a votare contro c’è anche il presidente di Cogeme, Dario Fogazzi, sempre in quota Lega.
Due notabili locali del Carroccio che mettono i bastoni tra le ruote a un senatore: non è tollerabile.
Fogazzi e Martinelli, su decisione della segreteria provinciale della Lega, vengono sospesi dal partito e a Rovato il 21 novembre 9 consiglieri comunali si dimettono improvvisamente, facendo cadere l’amministrazione comunale.
Oggi la Martinelli sostiene che dietro quei fatti ci fu la regia del senatore Volpi. Questi evita di rispondere direttamente all’accusa ma commenta: “Allora ci si è stupiti della caduta dell’amministrazione, ma chi faceva riferimento alla Lega in Fondazione, mettendo in minoranza un senatore, doveva aspettarsi qualche conseguenza, o no?”. “Se io fossi stato un militante qualunque — continua Volpi — penso non ci sarebbero stati problemi. Ma se te la prendi con un parlamentare, che poi è uno che si dà da fare, cosa ti aspetti succeda?”.
Questa nuova storia di diatribe intestine alla Lega, a qualcuno farà venire in mente la vicenda Tosi.
Ed in effetti, tra gli altri, con chi parla Dario Fogazzi nel confidarsi su cosa gli sta capitando? Ma col sindaco di Verona, “col quale — ammette il presidente di Cogeme — è nato un rapporto, nel momento che io mi recai nella città veneta per osservare il lavoro della loro municipalizzata, la Agsm Verona, quando era addirittura in progetto un’unione aziendale tra loro e Cogeme”.
Tosi rassicura l’amico con una frase di circostanza: “Cose che succedono”.
Ma la domanda è: quell’amicizia risultava invisa ai vertici del Carroccio?
Non è poi un segreto che a Rovato circolassero da tempo una decina di tessere della fondazione “Il faro” dello stesso Flavio Tosi, che però pare non abbiamo mai trovato un titolare.
Per cui oggi tutti escludono che dietro la caduta dell’amministrazione rovatese ci sia la volontà di punire vicinanze troppo compromettenti con la realtà scaligera.
“Certo, dalle parti di Verona, almeno dal punto di vista del mio lavoro, si respira un’aria molto simile alla nostra” ribadisce il presidente di Cogeme Fogazzi, che comunque non si considera un “tosiano” e che avendo fatto in passato, il portavoce proprio del senatore Volpi, è difficile dire complottasse alle spalle di una personalità così vicina a Salvini. “
Fabio Abiati
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 20th, 2015 Riccardo Fucile
IL RISCHIO DI AGGUATI SU APPARENTAMENTO E CAPILISTA
Appena 20 emendamenti dei grillini, 27 di Sel, 7 della minoranza Pd (Bindi e D’Attorre, per ora), nessuno dei centristi di Alfano (esclusa la Di Girolamo), una ventina di Forza Italia e poca roba anche da Scelta civica, Fratelli d’Italia e Lega. Stando ai numeri delle proposte emendative alla legge elettorale depositate in commissione alla Camera, il premier Matteo Renzi e il ministro Maria Elena Boschi potrebbero dormire sonni tranquilli.
Ma, si sa, il diavolo si annida nei dettagli.
E all’Italicum 2.0, ormai arrivato in dirittura di arrivo, basterebbe una virgola in più, o in meno, per rimpiombare in quella che il segretario del Pd chiama «palude» del Senato e che minoranza dem e opposizioni si ostinano a definire libera dialettica parlamentare.
Sul potenziale attrattivo degli emendamenti (che in aula alla Camera verrebbero votati a scrutinio segreto, se il governo non spazza via tutto con la fiducia) la maggioranza ha già alzato le antenne alla ricerca di «scudi» per probabili agguati trasversali.
II tema più sensibile è quello che abbraccia un arco trasversale davvero ampio. Proposto dalla minoranza del Pd (Bindi e D’Attorre), da Forza Italia, da Sel, da Scelta Civica – e soprattutto appoggiato dai grillini – c’è l’emendamento che punta a scardinare il bipartitismo con l’introduzione dell’apparentamento tra partiti al ballottaggio e, dunque, anche del premio di maggioranza alla coalizione.
Spiega Danilo Toninelli (M5S): «Non abbiamo presentato l’emendamento perchè lo hanno fatto gli altri. Ma lo voteremo, di sicuro…».
Secondo tema, in termini di pericolosità per il governo, il ridimensionamento dei capilista bloccati nei 100 collegi.
D’Attorre (Pd) propone che ai capilista con il miglior risultato venga riservato il 25% dei seggi mentre tutti gli altri si giocano il posto con le preferenze.
Analoga la proposta del costituzionalista Roberto Zaccaria che Area riformista (Bersani, Giorgis, Agostini) proporrà in aula.
I grillini spingono nella stessa direzione, Scelta civica non è insensibile, Sel è d’accordo ad eliminare i nominati e Nunzia Di Girolamo (Ap) ha presentato un emendamento per «far correre tutti con le preferenze».
Terzo tema, con un occhio di riguardo alla Consulta, quello delle pluricandidature volute da Alfano.
La proposta di Giorgis (Pd) mira a far scattare un automatismo: il pluricandidato dovrà optare per il collegio in cui ha riportato la più alta percentuale di voti.
Per Scelta civica, invece, il seggio scatta laddove il capolista ha riportato il minor numero di voti.
Interessante, poi, il meccanismo individuato da Giuseppe Lauricella (Pd) che «probabilmente» verrà presentato in aula: il pluricandidato opta per il collegio in cui il secondo arrivato (con le preferenze) riporta il peggior risultato: «Questo per evitare che venga escluso un candidato che ha preso 30 mila voti e venga ripescato uno che ne ha ottenuti solo 3 mila».
Ma sono insidiosi per il governo anche altri emendamenti «fuori tema»: abolizione del ballottaggio (Sel in commissione, Lauricella in preparazione per l’Aula), soglia minima di partecipazione per la validità del ballottaggio (Giorgis, Pd, per l’aula), cancellazione del nome del capo del partito dalla scheda (D’Attorre), divieto di ingresso in Parlamento per gli inquisiti (M5S), allineamento della vigenza dell’Italicum e della riforma costituzionale (Lauricella), incremento della soglia dal 3% al 4,5% (Sel).
I grillini, poi, hanno presentato emendamenti neutri che potrebbero risultare pericolosi per la maggioranza.
Come quelli che chiedono di installare «urne trasparenti di plexiglass» o di eliminare le tendine dalle cabine (per evitare scambi di schede) o di scegliere per sorteggio gli scrutatori.
Si inizia oggi in commissione ma il Pd, in vista dei voti di domani, stasera formalizzerà l’avvicendamento dei 10 «ribelli» che non sono disposti a votare la legge senza correzioni come ha chiesto Renzi.
Poi il secondo tempo, decisivo, si giocherà in aula.
A maggio.
Dino Martirano
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 20th, 2015 Riccardo Fucile
GLI ESEMPI DI GIORDANIA, SIRIA E LIBANO
È vero, non possiamo farci carico di tutti i drammi del mondo. 
Eppure, la più grande tragedia del mare – che non sarà l’ultima – impone una presa di coscienza collettiva, al di là delle parole d’indignazione e solidarietà .
Rischiamo di perdere la nostra umanità , come ha detto il presidente Sergio Mattarella. Ne va dei fondamenti di civiltà e cultura europea
Alla politica – nazionale ed europea – spetta il compito di trovare soluzioni e contromisure, non essendo possibile attendere che la Libia e i Paesi da cui provengono i migranti si stabilizzino come per miracolo e riducano i flussi.
Ma a tutti, come cittadini, s’impone di comprendere la dimensione dei fenomeni, di dominare la psicosi dell’invasione, di non invocare la difesa del giardino di casa che lascia spazio a sterili polemiche, a miserabili calcoli politici, a strumentalizzazioni il cui effetto è di rendere più fragili e indecisi governi e istituzioni europee che dovrebbero invece agire in modo forte e coeso.
Basterebbero uno sforzo di memoria e uno sguardo al di là del proprio naso.
Certo, trecentomila migranti verso le nostre coste fanno paura.
Ma sappiamo quanti profughi si sono riversati nella piccola Giordania (sei milioni di abitanti) dalla Siria devastata dalla guerra civile?
Un milione e mezzo, che andrebbero aggiunti, per le statistiche, al milione e mezzo di palestinesi affluiti nei decenni.
Ricordiamo quante centinaia di migliaia di siriani hanno invaso il Libano?
La stessa Siria è stata a sua volta invasa da un milione di iracheni, in seguito alla sciagurata guerra americana, prima causa della destabilizzazione dell’area.
Oggi, il flusso più ampio proviene dalla Libia, lasciata colpevolmente nel caos dopo avere immaginato, nella Francia di Sarkozy, che fosse sufficiente togliere di mezzo Gheddafi per esportare democrazia.
Ai migranti libici, si aggiungono decine di migliaia dai Paesi limitrofi, a loro volta resi più fragili dalle nuove emergenze. Basti pensare alle pesanti difficoltà della piccola Tunisia, invasa da centinaia di migliaia di libici che hanno esposto la giovane democrazia al terrorismo e all’instabilità economica e sociale.
E come dimenticare le emergenze che nei decenni passati hanno colpito Paesi non certo così ricchi e progrediti da subire senza conseguenze l’invasione di milioni di esseri umani.
Pensiamo ai campi profughi dei cambogiani in Thailandia, ai boat people vietnamiti approdati in Malesia e nella stessa Thailandia, ai profughi ruandesi che sconfinarono nella Repubblica democratica del Congo.
La psicosi dell’invasione di oggi non soltanto ci fa dimenticare tante tragedie della nostra epoca, ma impedisce un salutare confronto con la condizione sociale ed economica di altri Paesi .
Ad ogni tragedia del mare, nonostante gli appelli alla solidarietà , sembra di vivere in una sorta di miopia irrazionale o egoistica che impedisce di trasformare la generosità e l’impegno di molti o di pochi in un solido e consapevole atteggiamento di tutti.
I disperati che approdano sulle nostre coste e le migliaia di vite che il mare cancella pagano anche la memoria corta, la percezione travisata dei fenomeni, forse la malapianta del razzismo.
Come se fossero esseri inferiori rispetto alle decine di migliaia di tedeschi dell’Est che fuggivano dal comunismo e trovarono al confine della Germania campi di accoglienza, indirizzi d’ospitalità e persino contratti di lavoro.
O rispetto ai boat people vietnamiti che gli Stati Uniti – anche per senso di colpa – trasformarono in cittadini americani.
O rispetto ai profughi della ex Jugoslavia, sparsi a decine di migliaia nelle città europee. Meritavano, loro, più comprensione e solidarietà ?
Anche i flussi di questi ultimi anni andrebbero indagati con cura.
Se è vero che l’Italia affronta quasi in solitudine il primo impatto e giustamente invoca un maggiore impegno europeo, è anche vero che Germania e Svezia hanno accolto la metà delle domande d’asilo giunte in Europa dalla Siria.
Ed è anche vero che fra il 2010 e il 2014, la Germania, da sola, ha accolto 434.260 persone, 5,3 rifugiati per mille abitanti.
È ovvio che i numeri di queste tragiche notti spaventino.
Ed è ovvio che la memoria storica e la statistica non rappresentano da sole una soluzione.
Ma ci aiutano a non perdere umanità . Ci ricordano, come diceva il grande scrittore serbo Milos Crnjanski, uno che di migrazioni e diaspore se ne intendeva, che «nessuno va dove vuole».
Massimo Nava
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 20th, 2015 Riccardo Fucile
LO SCRITTORE PARLA DELL’IMPOTENZA DELL’EUROPA E DELLA MANCATA MOBILITAZIONE DEI MUSULMANI
«Negli anni Settanta, quando scoppiò la crisi dei boat people vietnamiti e la gente annegava nei mari del Sud, con Bernard Kouchner e Yves Montand tra gli altri abbiamo affittato una nave e siamo partiti per andare a salvare dei naufraghi. Oggi nessuno pensa di mobilitarsi per fare un gesto del genere a due passi da qui, nel Mediterraneo. Lo trovo straordinario»
Lo scrittore Marek Halter, 79 anni, co-fondatore di Sos Racisme, parla della nota impotenza dell’Europa, della distrazione dei cittadini (abitanti di Lampedusa a parte), e in particolare della mancata mobilitazione dei musulmani.
Le crisi umanitarie ci hanno stancato?
«Le nostre società sono vecchie e stanche, ma quel che mi sorprende di più è che anche i musulmani che vivono qui in Europa sembrano non accorgersi di quel che sta succedendo nel Mediterraneo. Gli slanci di solidarietà scattano magari per Gaza o per altre crisi dal forte contenuto ideologico, ma nessuno che abbia pensato di attivarsi, prendere delle barche e andare ad aiutare i pescherecci che si ritrovano a caricare decine di naufraghi morenti ogni giorno. Eppure questi poveretti sono in gran parte correligionari islamici. Oltre al gesto di altruismo, pensate che avventura personale sarebbe, per tanti ragazzi delle banlieue»
Non sono le istituzioni a dovere agire per prime?
«Un’emergenza epocale simile non può essere gestita solo dalla marina italiana o dalle istituzioni europee. Mi dico che anche io dovrei fare qualcosa, allo stesso tempo ho una certa età e forse sono stanco. Ma dove sono quelli che dovrebbero prendere il testimone? Perchè nessuno, neanche i musulmani, pensa ad andare a salvare i boat people del Mediterraneo?».
Oltre alla tragedia di centinaia di morti innocenti, quali sono le conseguenze di questi tentati sbarchi?
«Non abbiamo le prove, ma è lecito sospettare che a organizzare o almeno a incoraggiare le traversate siano elementi di Daech (lo Stato islamico, ndr ) che hanno preso il controllo delle coste libiche. Che i migranti innocenti muoiano a centinaia o riescano a raggiungere l’Europa, per i terroristi è comunque un modo per sfidarci e mettere in crisi ancora di più il nostro modo di vivere. Spendiamo già miliardi per la sicurezza negli aereoporti, nelle scuole. Ci costringono a cambiare vita, e sperano che i nuovi arrivi provochino xenofobia, tensioni, magari scontri tra europei e immigrati . La mia paura più grande è la guerra di religione».
Crede che l’incremento degli arrivi faccia parte di una strategia?
«Lo temo. I terroristi islamici sono barbari, malvagi, ma non stupidi. La loro logica è la guerra di religione, applicata persino ai barconi dei migranti, con il caso dei musulmani che hanno buttato a mare i cristiani. Spero che gli ebrei come me e i cristiani non cadano nella trappola. L’ho detto anche a papa Francesco: “non riusciranno a trasformarci nell’Occidente di Urbano II, il Papa delle Crociate”. I terroristi usano la tattica stalinista della provocazione e della quinta colonna alla Comintern, sfruttano ogni occasione – adesso è l’immigrazione – per scatenare il caos e provare a radicalizzare finalmente i milioni di musulmani che vivono in pace con noi».
Che succederà adesso?
«Non lo so, posso dire però che mi piacerebbe vedere i miei amici musulmani prendere l’iniziativa. Dovrebbero girare dei video in cui li si vede salvare dei naufraghi, altro che le immagini dei tagliatori di teste. Non è Voltaire che dobbiamo brandire di fronte al Corano. Quel che serve è Corano contro Corano, Allah contro Allah».
Stefano Montefiori
(da “il Corriere della Sera”)
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