Aprile 18th, 2015 Riccardo Fucile
“E’ IL COMPIMENTO DI QUANTO AVVIATO A POMIGLIANO NEL 2010: LA FINE DEL CONTRATTO NAZIONALE”
La replica di Maurizio Landini alla nuova politica retributiva inaugurata dalla Fca di Sergio
Marchionne, e sancita ieri con un verbale di intesa siglato con Fim, Uilm, Fismic e Ugl, è nettta: “Il rischio è il ritorno agli anni 50, con l’aggravante di favorire il contratto aziendale e, di conseguenza, il sindacato aziendale”.
Ieri, i sindacati che sono d’accordo con Fca hanno commentato aspramente le posizioni del segretario Fiom, sostenendo che non è vero che gli aumenti legati ai risultati siano sostitutivi del salario di base. Perchè l’accordo che propone Marchionne è per lei così negativo?
Perchè è la conferma che è definitivamente cancellato il contratto nazionale e i due livelli di contrattazione. Si completa il disegno cominciato nel 2010 e si sancisce che il salario è totalmente variabile e non incide, come avviene negli aumenti contrattati nazionalmente, sulla paga base, su Tfr, ferie, scatti. È un bene che finalmente si parli di possibili aumenti salariali anche in Fca, dove si guadagnano 750 euro l’anno in meno rispetto al contratto dei metalmeccanici, ma i sindacati che aderiscono alla proposta di Marchionne devono essere consapevoli che stanno accompagnando il processo di cancellazione del contratto nazionale.
Perchè dice che ci sarà un congelamento del salario di base?
Da quello che abbiamo letto, visto che siamo stati esclusi dal confronto, la novità assoluta è che il salario è variabile e le cifre sono ipotetiche. In tutti i contratti ci sono degli aumenti contrattati che vanno a incidere sui vari istituti della retribuzione, come ferie, indennità , Tfr. Questa proposta, unilaterale, introduce una logica che prima non c’era: il salario si contratta da una sola parte, in azienda.
I lavoratori non potrebbero guadagnarci?
La prestazione di chi lavora è fissa, ed è stata aumentata con l’abolizione della pausa di dieci minuti e la saturazione dei tempi di lavoro. In Fca si lavora di più e per più tempo ma alla fine, quell’operaio che va a lavorare tutti i giorni, non sa se avrà un aumento o no, perchè gli aumenti fissi non ci saranno più. Deve sperare che le cose vadano bene. Se le cose andranno male si dovrà accontentare di 330 euro lordi l’anno, che sono 25 euro al mese.
Che c’entra Pomigliano?
Per Marchionne si tratta di realizzare oggi quello che voleva fare nel 2010. Già allora c’era una strategia precisa: uscire da Confindustria, avere un unico contratto con una politica retributiva coerente. Ha ragione la Fismic quando dice che finalmente è prevalso il modello Fismic-Fiat contro quello di Confindustria e Cgil, Cisl e Uil firmatari di un accordo in cui si diceva che i livelli contrattuali dovevano restare due: uno nazionale e uno aziendale.
Cambiano quindi le relazioni sindacali?
Si conferma un dato vero da cento anni a questa parte: quando si muove qualcosa in Fiat questa ha influenza nel Paese. Vedo che ci sono sindacati confederali che applaudono alla cancellazione del contratto nazionale. Allora chiedo: se altre aziende vogliono fare come Fca, cosa gli didiranno? Alla fine degli anni 50, quando alla Fiat nacque il Sida, poi divenuto Fismic, fu l’allora segretario della Cisl, Giulio Pastore, che disse che la Cisl non avrebbe mai firmato un contratto aziendale sostitutivo del contratto nazionale perchè altrimenti il principio su cui si era costruito il sindacato confederale non sarebbe più esistito. Ci vorrebbe quella coerenza.
Sia Confindustria che Federmeccanica plaudono alla proposta Fca.
La Confindustria, nello stesso documento che ha ispirato il Jobs Act di Renzi, chiedeva che un’azienda possa scegliere se applicare il contratto nazionale o aziendale. Come si vede, si erano portati avanti.
Cosa devono fare Cgil, Cisl e Uil?
La Cgil ha dichiarato in modo preciso che c’è un elemento di contraddizione nella proposta della Fca. Dovrebbero chiarire cosa pensano davvero quelli che hanno firmato l’intesa, cioè Cisl e Uil e che hanno anche firmato l’accordo con Confindustria. Hanno deciso che non c’è più il contratto nazionale?
In un’intervista al Foglio, Susanna Camusso l’ha criticata per non aver firmato il contratto Fiat dopo il referendum di Pomigliano. Cosa risponde?
Quella è una discussione che abbiamo fatto allora e allora dicemmo che in quei referendum erano stati messi in discussione dei diritti indisponibili. Trovo singolare che si tirino fuori problemi già discussi con posizioni comuni tra Cgil e Fiom. Quello che è successo in Fiat ha portato tutta la Confindustria a mettere in discussione il contratto nazionale. Mi sembra si stia avverando quanto la Fiom diceva allora.
Cosa proponete?
Che in Fca ci sia un problema salariale è evidente. Chiederemo quindi che ci siano gli aumenti certi in paga base a partire dai 750 euro di scarto con il contratto metalmeccanici. In secondo luogo, bisogna riunificare i contratti: 280 contratti diversi sono una follia. Servono alcuni grandi contratti, come l’industria e fare in modo che i lavoratori possano liberamente votare. E poi, bisogna chiedere al governo di defiscalizzare non gli aumenti legati agli utili o alla produttività ma gli aumenti dati a tutti i lavoratori nei contratti nazionali.
Chiederà un incontro a Marchionne?
L’ho sempre fatto e lo confermo.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 18th, 2015 Riccardo Fucile
ESPONENTI DEL PD CON FORZA ITALIA E MS5 PUNTANO A POCHI EMENDAMENTI CHIAVE
Qui si fa l’Italicum o si muore, perciò Renzi ha deciso che sulla legge elettorale porrà la fiducia, siccome non si fida dei grillini e di Verdini, che gli aveva promesso l’appoggio anche di Fitto a scrutinio segreto.
La battaglia alla Camera si avvicina.
E nell’attesa si assiste a un gioco di alleanze contro natura, a una sequenza di dichiarazioni zeppe di sgrammaticature costituzionali e procedurali dietro le quali il premier si nasconde per scaricare al momento opportuno sui nemici delle riforme, e dunque della Patria, la responsabilità del gesto a cui ha preparato da tempo il Parlamento e l’opinione pubblica.
Sarà fiducia, infatti, perchè Renzi non può nè vuole esporsi al rischio degli scrutini segreti: basterebbe l’approvazione anche di un solo emendamento per consegnare se stesso e l’Italicum nelle grinfie del Senato.
Sarà fiducia, perchè la coalizione dei volenterosi – organizzata in gran segreto da Palazzo Chigi e composta da alcuni pentastellati ed (ex) forzisti – non è abbastanza solida nei numeri per garantire al premier la certezza di prevalere sulla coalizione degli oppositori, l’altra alleanza trasversale organizzata da esponenti della «ditta», autorevoli dirigenti cinquestelle, fedelissimi berlusconiani e gladiatori che militano nella maggioranza.
Tutto è pronto, e il gioco tattico rivela qual è il disegno dei due schieramenti.
Gli avversari di Renzi, per la loro parte, si sono ripromessi di presentare poche e mirate modifiche alla riforma, così da non fornire al premier l’alibi di esser stato «costretto» alla fiducia contro manovre ostruzionistiche.
Ecco a cosa sono serviti i contatti riservati tra esponenti del Pd, di Forza Italia e di M5S: a organizzarsi per puntare al bersaglio grosso, magari con l’emendamento che consentirebbe ai partiti di apparentarsi al secondo turno.
Dall’altro lato Renzi, per evitare queste trappole, deve muovere d’anticipo per blindare la sua creatura.
Certo non regge la minaccia di salire al Colle se l’Italicum venisse cambiato dalla Camera: «Salirebbe e scenderebbe», per dirla con Bersani, visto che la legge elettorale non sarebbe stata bocciata ma solo modificata dal ramo del Parlamento.
Il punto però è che la sfida non si consumerà nell’emiciclo di Montecitorio.
Perchè è vero che – per «asfaltare» i suoi oppositori e i loro emendamenti – il premier dispone della fiducia, ma il governo potrebbe chiederla in Aula sul testo che verrà votato dalla Commissione.
Perciò Renzi – parlando con Repubblica – ha fatto mostra di aprire al dialogo con la minoranza del Pd sulla riforma costituzionale, nel tentativo per metà di ammansirla e per l’altra metà di spaccarla più di quanto già non lo sia.
Ma ha compiuto un doppio passo falso: ha offerto ciò che tecnicamente non può offrire, a meno di non ricominciare da capo tutto il percorso delle riforme, e soprattutto ha dato un segnale di debolezza politica, cedendo su un tema – l’elettività del Senato – contro cui aveva issato le barricate.
Con il premier sull’altra sponda dell’Atlantico, è toccato al ministro Boschi metterci una toppa, spiegare urbi et orbi che Renzi voleva offrire una «disponibilità a inserire delle garanzie»: «Non siamo chiusi nel castello. Siamo pronti a trovare un modo per equilibrare il sistema» con alcune modifiche costituzionali.
Ma davvero verrà così scongiurato lo scontro sull’Italicum, visto che lunedì scadono i termini per presentare gli emendamenti?
E quanti margini può avere la proposta avanzata dal centrista Quagliariello di riporre l’arma della fiducia a patto che tutte le votazioni sulla legge elettorale avvengano a scrutinio palese?
Gli eserciti sono ormai in armi e non da ieri.
Renzi per vincere la guerra in Aula deve prima vincere la battaglia in Commissione. Solo allora potrà mettere in pratica la sua strategia, dando alla fiducia una motivazione «politica».
Dovrà arrivarci per gradi – così ha spiegato – e limitando al massimo gli strappi, per un verso assicurando deputati e senatori che «la legislatura terminerà a scadenza naturale» e per l’altro drammatizzando sempre di più la situazione, in modo da dare una valenza chiara alla sua scelta.
Tutto ciò gli servirà per attutire la campagna mediatica dei suoi avversari – che equipareranno la decisione del governo a un «golpe» – ma soprattutto per prepararsi all’ultimo passaggio: perchè la fiducia anticiperà il voto finale sull’Italicum a scrutinio segreto.
Ecco la differenza. Un conto sarebbe venir battuto su un emendamento, altra cosa veder sconfessata la riforma.
«In quel caso – dice il premier – se si andrà sotto si andrà a casa».
E la minaccia secondo Renzi smantellerà d’incanto la coalizione degli oppositori.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 18th, 2015 Riccardo Fucile
IL MINISTRO NEL 2012 RACCOGLIEVA LE FIRME PER GRAZIARLO: LO VOLEVA LIBERO A TUTTI I COSTI, ORA PAGA GLI AVVOCATI PER FARLO CONDANNARE
Lo voleva libero a tutti i costi, ora paga gli avvocati per farlo condannare. 
“Sedici mesi di odio belluino”, poi la resa dei conti.
Alfano non ce la fa più e per frenare gli attacchi de Il Giornale ha deciso di denunciare per diffamazione il suo direttore, Alessandro Sallusti.
Sarebbe tutto normale, se non si trattasse dello Sallusti per il quale due anni fa proprio Alfano si era speso anima e corpo, pur di fargli ottenere la grazia ed evitargli il carcere dopo una condanna per diffamazione.
Alfano, da alfiere della grazia a istigatore della condanna. Nel giro di due anni.
Fu proprio Angelino Alfano, allora parlamentare Pdl, a firmare per primo l’appello al Capo dello Stato che si materializzo sul tavolo di Napolitano con 328 firme tra deputati e senatori. Così, a dicembre del 2012, il Presidente della Repubblica decise di graziare il giornalista.
Chi non ci trovasse alcuna coerenza deve andare a cercarla nell’oggetto della presunta diffamazione.
Allora la vittima era un giudice, Giuseppe Cocilovo, che sporse querela per un corsivo diffamatorio a firma Dreifus, comparso nel 2007 su Libero.
Oggi la vittima è invece Alfano stesso, che si ritiene colpito da una serie di articoli diffamatori da parte del Giornale. Articoli che prendono le mosse da un’inchiesta dell’Espresso (“Gli affari della lobby di Alfano”) e vengono ulteriormente ripresi e calcati dal quotidiano di casa Berlusconi.
In modo, a detta del ministro Ncd, diffamatorio.
In realtà gli articoli hanno ad oggetto le numerose consulenze che la moglie del ministro dell’Interno, Tiziana Miceli, ha ottenuto dalla Consap, la concessionaria dei servizi assicurativi pubblici controllata dal ministero dell’Economia che fornisce servizi al ministero dell’Interno e a quello dello Sviluppo Economico.
Alfano passa in ogni caso al contrattacco, dalla difesa di Sallusti all’attacco di Sallusti. Perchè, spiega in una nota, “avrei dovuto farlo tante altre volte in questi sedici mesi di odio a tratti belluino, ma non l’ho mai fatto nonostante il confine della diffamazione fosse stato superato in innumerevoli circostanze. Questa volta il confine è stato superato da un lato ancora più inaccettabile poichè non riguarda solo me, ma mia moglie in quanto tale e come professionista”.
“Sono ahimè costretto — prosegue il ministro — a procedere non solo in sede civile, ma anche penale, per il particolare carattere soggettivo del direttore de Il Giornale, già condannato definitivamente alla reclusione e graziato dal precedente Capo dello Stato e ancora una volta tendente alla recidiva diffamatoria”.
Dettaglio: la condanna che viene citata oggi da Alfano come prova di una reiterata propensione diffamatoria stride come un’unghia sul vetro rispetto alla difesa sperticata di qualche tempo fa.
Al tempo, Alfano giudicava la condanna di Sallusti “un fatto abnorme e incredibile”, tanto da auspicare una profonda revisione delle norme sulla diffamazione a mezzo stampa “ per far si’ che non si verifichino più episodi che riportano indietro a epoche oscurantiste”.
Sallusti, nelle dichiarazioni di Alfano, assurgeva a eroe nazionale: “Il direttore Sallusti ha messo le istituzioni e l’intero Paese di fronte alla sconcertante incoerenza rispetto al normale spiegarsi di una democrazia moderna e matura”.
E ora il salvatore Alfano ci ha ripensato.
E chiede di punire il suo eroe, con buona pace dei timori oscurantisti.
Thomas Mackinson
(da il Fatto “Quotidiano”)
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Aprile 18th, 2015 Riccardo Fucile
GLI ORGANIZZATORI AMMETTONO: A 13 GIORNI SOLO IL 25% DEI LAVORI ULTIMATI… E NON TUTTO FINIRà€
Meno 13. Mancano solo 13 giorni e poi i cancelli si apriranno per la manifestazione più celebrata, attesa, contrastata e discussa degli ultimi anni in Italia.
“Expo 2015 sarà certamente inaugurata il primo maggio”, assicura Piero Galli, il direttore generale della divisione sales and entertainment. “Il tema del rinvio dell’inaugurazione non si pone proprio. Abbiamo già mandato gli inviti ai capi di Stato e alle istituzioni”.
Già doverlo ribadire segnala però che “il tema del rinvio” è tutt’altro che campato per aria, visti i ritardi accumulati e le opere ancora non terminate.
Certo, i cancelli dovranno essere aperti la mattina del 1 maggio.
Expo, Milano e l’Italia non possono permettersi una figuraccia planetaria. Ma intanto il capo di Stato del Paese ospitante non ci sarà : Sergio Mattarella verrà a Milano il 25 aprile, per celebrare la Resistenza, e si terrà invece fuori dalle incertezze dell’esposizione universale.
L’apertura, infatti, si farà , ma con tre incognite: le incompiute, la sicurezza, il dopo Expo.
Il cantiere eterno: perfino i giornali cinesi parlano di ritardi. Non tutto sarà finito Tutto pronto, dice il commissario Expo Giuseppe Sala.
Ma l’expottimismo strategico dei vertici cozza perfino con i dati pubblicati sul sito ufficiale Openexpo.
L’ultimo aggiornamento, del 10 aprile, dice che è finito solo il 25 per cento dei lavori di responsabilità di Expo (dunque tutto meno i padiglioni stranieri).
Su 20 aree, sono ultimate solo quattro. E alcune aree, tra cui proprio Palazzo Italia e gli edifici del Cardo, sede delle eccellenze made in Italy, hanno ritardi ormai irrecuperabili per il 1 maggio.
Saranno aperti, ma solo parzialmente.
Un brutto colpo lo hanno avuto anche gli industriali dell’asso — ciazione “Sistema Brescia per Expo”.
Hanno “salvato” loro l’Albero della vita, il simbolo dell’esposizione che stava per essere archiviato per i costi troppo alti, per l’opaca gestione degli appalti e per l’arresto del responsabile dei lavori Antonio Acerbo.
Il loro consorzio “Orgoglio Brescia” ha realizzato l’opera in poco più di tre mesi e mettendoci 3 milioni di euro, meno della metà del costo previsto.
Però ora Expo ha comunicato che il 7 maggio non potranno celebrare la prima delle sei giornate dedicate a Brescia: perchè gli spazi di Palazzo Italia non saranno pronti. Se ne riparla il 4 giugno.
“Non c’è alcuna intenzione di rivalsa economica per il danno”, ha reagito il direttore di “Sistema Brescia”, Piero Costa, “a meno di ulteriori rinvii”.
Che le cose nel cantiere non siano messe bene, del resto, lo hanno capito anche i cinesi (1 milione i visitatori attesi dalla Cina, anche se i visti richiesti tra gennaio e marzo erano solo 13 mila in più dell’anno scorso).
Sentite che cosa scriveva quattro giorni fa il China Daily , quotidiano cinese in lingua inglese: “A meno di tre settimane dall’apertura dell’Expo MilaMilano, il 1 maggio, il sito dell’evento è ancora una massa di camion che solleva polvere e di lavoratori con l’elmetto in corsa per finire le costruzioni tra ritardi, corruzioni e costi fuori controllo”.
Sicurezza: 1.200 militari, agenti e carabinieri Ma non c’è tempo per fare i test
Forse non si arriverà ai 29 milioni di ingressi promessi, ma comunque le persone che nei prossimi sei mesi entreranno nel sito Expo, tra visitatori e personale, saranno milioni.
Questo pone due problemi nel campo della sicurezza. Il primo è connesso ai controlli e alla vigilanza. Dopo i morti al Palazzo di giustizia di Milano, ha fatto impressione sapere che l’azienda chi vigila sugli ingressi degli uffici giudiziari, la AllSystem, è la stessa che controlla gli accessi a Expo.
Chi ha sparato a Milano era però entrato dall’unico accesso non controllato dalla AllSystem (che peraltro ha ottenuto un incarico che vale più di 2,3 milioni di euro con il metodo della “procedura ristretta semplificata”, che permetterebbe invece affidamenti per cifre non superiori al milione e mezzo: ma questa è un’altra storia).
Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha comunque promesso che servizi segreti, polizia e carabinieri veglieranno su Expo, anzi hanno già cominciato a farlo, affiancati anche da 1.200 militari impegnati a Milano nell’operazione “Strade sicure”.
E l’altroieri il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, presieduto dal prefetto Francesco Paolo Tronca, ha “disposto un’intensificazione massima degli interventi di prevenzione generale e di controllo del territorio”.
Il secondo problema che attiene alla sicurezza di visitatori e lavoratori di Expo si chiama collaudi.
L’esposizione è una grande macchina fatta di edifici stabili, edifici temporanei, strade, passerelle, tendoni, ristoranti, chioschi…
Come ogni opera, pubblica e privata, dopo la fine dei lavori e prima di essere utilizzata deve essere collaudata
Con collaudi statici per gli edifici e per gli impianti, piuttosto complessi poichè ogni padiglione avrà elettricità , acqua calda e fredda, gas, scarichi, cucine.
E perchè ci sarà un grande afflusso di pubblico.
Per i collaudi sarebbero necessario almeno un paio di mesi. Non ci sono. Anche perchè molte opere non sono ancora finite.
La soluzione trovata: l’autocertificazione, ogni oste dirà che il suo vino è buono. E poi incrociamo le dita, e niente gufi: speriamo che tutto funzioni e che Mercurio, il dio dai piedi alati del commercio e delle esposizioni, protegga Expo da incidenti e incendi.
Il dopo: nessuno, per ora, s’è fatto avanti per sviluppare l’area (deve sborsare 314 milioni)
È l’incognita più aperta: che cosa succederà dell’Expo dopo Expo? Chi vigilerà , nei mesi successivi all’esposizione, perchè l’area non si trasformi in una landa desolata tipo “Fuga da New York”, occupata da senzatetto e disperati?
Tra 13 giorni l’esposizione aprirà , ma ancora non si sa che cosa succederà dopo che i padiglioni saranno smontati.
Con un problemino: non si è fatto avanti nessuno disposto a pagare i 314 milioni di euro necessari per assicurarsi la possibilità di “sviluppare” l’area (cioè costruirci su). La gara, nel novembre 2014, è andata deserta.
Così non si sa chi pagherà a Comune di Milano e Regione Lombardia i 160 milioni (più oneri e interessi) messi sul piatto per comprare un’area privata: è il peccato originale di Expo, il primo realizzato su terreni non pubblici.
Le banche che hanno prestato i soldi — Intesa, Popolare di Sondrio, Veneto Banca, Credito Bergamasco, Bpm e Imi — avrebbero voluto già cominciare a incassare le restituzioni del debito.
Invece rischiano di restare con l’area sul groppone, a meno di provocare il fallimento di Comune e Regione.
Il rettore della Statale di Milano, Gianluca Vago, vorrebbe farci la nuova Città Studi per le facoltà scientifiche: costo previsto 400 milioni. Gianfelice Rocca di Assolombarda ipotizza una Silicon Valley padana.
Ma bisogna trovare i soldi: per le aree e per costruirci su. Dei 160 milioni per le aree, 45 dovrebbero andare nelle casse del “centauro”: la Fondazione Fiera che è, nello stesso tempo, venditrice (in quanto proprietaria iniziale di due terzi del terreno) e compratrice (in quanto socia di Expo spa).
“Mi interessa che il governo entri e metta soldi”, dice chiaro il presidente della Regione Roberto Maroni.
Il vicesindaco Ada Lucia De Cesaris chiede “una forte regia pubblica”.
Il ministro delegato a Expo, Maurizio Martina, e quello alle Infrastrutture, Graziano Delrio, stanno studiando il dossier e venerdì 24 aprile avranno un incontro per affrontare la questione.
La speranza è che arrivi, con i suoi soldini, la Cassa depositi e prestiti, come la fata buona capace di dissolvere il cattivo sortilegio e garantire il lieto fine.
Ma sarà dura anche per la magica creatura presieduta da Franco Bassanini.
Gianni Barbacetto e Marco Maroni
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 18th, 2015 Riccardo Fucile
“PARTITO ORMAI ARROGANTE, INCREDIBILE L’INTERVENTO DI BAGNASCO”… “IN LIGURIA NON CI SARA’ MAGGIORANZA PER GOVERNARE”
Cofferati Il leader della Cgil ai tempi del Circo Massimo è stato il rivale sconfitto da Paita in
un’elezione opaca, con contestazione di brogli e garanti in campo
In seguito a quella vicenda lasciò il Pd
“Ormai il Pd è al di là del bene e del male».
Sergio Cofferati da quando è arrivata la notizia dell’indagine su Raffaella Paita ha parlato con pochissime persone. Chi lo ha sentito sa però che le sue affermazioni sono molto dure, in queste ore.
Quando fu sconfitto da Paita denunciò brogli, che poi sono stati in buona misura confermati anche dal Collegio dei garanti del partito. Quindi Cofferati è uscito dal Pd: qualcosa che – per un ex capo della Cgil – appariva oltre l’inaudito.
«Era evidente che la magistratura intervenisse – dice adesso – e indagasse l’allora assessore. Vi rendete conto che c’è stato un morto, e una catena molto discutibile di intervento?».
La difesa di Paita è che non tocca all’assessore, dal punto di vista normativo, dare l’allerta, ma al dirigente della protezione civile.
Cofferati la smonta. «Innanzitutto non è vero. Ma facciamo come se fosse vero: resta il fatto che, dopo un’indagine del genere, bisognerebbe almeno prendere atto delle enormi responsabilità politiche. Paita ha preso provvedimenti contro questi dirigenti? No. Li hanno licenziati in tronco, subito, il giorno dopo? No».
Il discorso che va facendo l’ex segretario generale della Cgil si allarga.
«Era uno dei temi che sostenni molto in campagna elettorale. Non mi piace fare il La Malfa, quello che dice “io l’avevo detto”, ma Burlando e Paita non hanno usato i finanziamenti europei per mettere in sicurezza il Bisagno e il Fereggiano, non hanno predisposto le azioni di intervento per contenerli. Poi è chiaro che le esondazioni non dipendono certo da loro, ci mancherebbe. Ma i mancati interventi politici sì».
In Liguria la situazione è complicata, ora, per il Pd.
«La gente non sopporta più l’arroganza di questo Pd», sostiene Cofferati. «Io ci ho messo la faccia perchè pensavo fosse giusto, e pensavo che l’autoriforma di certi comportamenti, molto diffusi dentro il partito, arrivasse dalla politica, perchè la politica arrivasse prima della magistratura».
Ma, ha raccontato Cofferati a chi lo ha sentito, «era inevitabile l’indagine della magistratura, esattamente come era successo a Marta Vincenzi; semmai l’unica cosa che sorprendeva era che non fosse ancora giunto, questo avviso di garanzia».
Cofferati giudica «incredibile» l’intervento della Curia: «Ma in quale paese il Cardinale, capo dei vescovi, interviene criticando la magistratura?».
Cosa succederà adesso? La sinistra, che poteva approfittarne, è totalmente spaccata. Il M5S a percentuali altissime, ma inutili. Qui rischia di vincere Toti, il che è absurdum. «Credo ne sia terrorizzato lui stesso», è la battuta di Cofferati che ci viene riferita.
«La verità è che a oggi, comunque vada, le elezioni non andranno a finire bene. Non c’è un’ipotesi credibile di governo, nessuno avrà la maggioranza per guidare una regione che va assolutamente rilanciata».
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Aprile 18th, 2015 Riccardo Fucile
IL GIALLO DELL’ALLERTA: I PRIMI SEGNALI DI ALLARME SOLO MEZZ’ORA DOPO L’ESONDAZIONE
Il telefonino del direttore della Protezione Civile Regionale sarebbe rimasto spento il 9 ottobre , mentre su Genova si scaricava una valanga di acqua e fango.
Il funzionario reperibile Stefano Vergante avrebbe provato a contattare il suo superiore, Gabriella Minervini, senza esito.
È uno degli elementi su cui si basa l’inchiesta della Procura che ha indagato l’assessore Paita e il direttore di omicidio e disastro colposi.
Anche se Gabriella Minervini si difende e ricorda che quel giorno non si era in stato di “Allerta”, che quindi non c’era alcuna ragione per avere il telefono acceso.
Nelle carte dell’inchiesta sull’alluvione del 2014 c’è un particolare che per la Procura della Repubblica non è un dettaglio.
La sera del 9 ottobre il telefonino del direttore della Protezione Civile Regionale era spento. Nonostante il giorno prima l’Arpal avesse emanato un avviso che annunciava temporali intensi e persistenti sul Genovesato.
Alle 22,20, quando sulla Val Bisagno si riversa una valanga d’acqua, l’ingegnere Stefano Vergante, funzionario reperibile della Protezione Civile, avrebbe provato ad avvisare il suo superiore.
E però Gabriella Minervini ai magistrati avrebbe ammesso che il suo cellulare era rimasto spento un paio d’ore perchè non c’era nessuna allerta, quindi alcun motivo per tenerlo acceso.
E’ uno degli elementi su cui i pm Gabriella Dotto e Patrizia Ciccarese hanno indagato l’assessore Raffaella Paita e Minervini, chiamate a rispondere di omicidio e disastro colposi: “per inosservanze di plurime disposizioni in materia di Protezione Civile”. Non hanno emanato lo stato di “Allerta-Due”, hanno tenuto chiusa la sede della Protezione Civile, ritardando quindi i soccorsi, “cagionando la morte dell’ex infermiere Antonio Campanella”.
E nella ricostruzione temporale della disastrosa giornata l’addetto alle previsioni dell’Arpal, Elisabetta Trovatore, nel suo promemoria consegnato alla polizia giudiziaria ha scritto di avere emanato un primo avviso meteo l’8 ottobre, con il quale l’indomani si prefiguravano temporali significativi (triangolino nero con punto esclamativo, massimo grado di allarme); alle ore 18,10 del 9 un altro bollettino di situazione in corso, con miglioramento.
Due ore dopo, però, le condizioni peggiorano, i previsori tornano in ufficio. Attenzione: la sede è in viale Brigate Partigiane; un piano sotto di quella della Protezione Civile.
Alle 21,20 emanano un altro avviso, con netto peggioramento sullo spartiacque di Creto.
In quel momento Vergante si trova a casa, a Molassana, e non può raggiungere viale Brigate Partigiane perchè la zona è allagata e la viabilità è in ginocchio.
Minervini (sarà interrogata dopodomani) avrebbe detto ai pm che comunque il funzionario ha chiamato due colleghi che abitano lì vicino, che hanno le chiavi della sede e l’hanno aperta intorno alle 22.
Paita, la candidata alla Presidenza della Regione, è invece a Villanova d’Albenga, viene raggiunta telefonicamente dall’ingegnere, assicura che rientrerà a Genova prima possibile.
«Mi ha assicurato di avere avvertito la Protezione Civile Nazionale, la Prefettura ed i comuni di Genova e Montoggio», sostiene l’assessore (sarà interrogata martedì prossimo).
Monica Bocchiardo, responsabile della Protezione Civile del Comune, ribatte invece che la telefonata di Vergante è delle 23,25.
Venticinque minuti dopo l’esondazione del Bisagno.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 17th, 2015 Riccardo Fucile
VOLEVANO RAPPRESENTARE LA DESTRA LEPENIANA IN ITALIA, NON RIESCONO A METTERSI D’ACCORDO NEANCHE PER LE REGIONALI: OGNUNO PENSA AI PROPRI INTERESSI DI BOTTEGA
Dovevano marciare uniti almeno al suono della Marsigliese, visto che Salvini conosce più le note dei
“napoletani che puzzano come cani” che quelle dell’inno di Mameli che Giorgia ha cercato vanamente di fargli imparare.
Ma visto i pellegrinaggi di entrambi da Marine Le Pen e l’appiattimento delle tesi di Fdi su quelle leghiste, ci si aspettava che le elezioni regionali del 31 maggio avrebbero visto i due partiti coalizzati in nome del mito lepenista.
Invece alla prima prova di «convivenza» la coppia è scoppiata.
In vista delle Regionali l’asse FdI-Lega appare frantumato e i due sono felicemente insieme solo in Umbria e, dopo molte titubanze, in extremis anche in Liguria.
Discorso diverso in Veneto, dove il partito della Meloni ha scelto Zaia, ma sono in molti a preferire Tosi, ricordando anche la partecipazione di quest’ultimo a diverse edizioni di Atreju, la kermesse di FdI.
Nel resto d’Italia, la situazione è invece da «separati in casa».
In Puglia FdI appoggia Schittulli, apriti cielo, contro un membro del suo stesso partito (Adriana Poli Bortone», sostenuta da Lega e FI).
Fratelli d’Italia poi è pronta a correre da sola nelle Marche.
Situazione analoga in Toscana, dove FdI punta tutto sul suo Giovanni Donzelli. La Lega sostiene invece Claudio Borghi, lanciato da tempo.
E il saggio Carlo Fidanza di Fdi chiede provocamente a Salvini: “Se il problema (o il pretesto) è la presenza di esponenti di Ncd, allora perchè Maroni non li estromette dalla sua maggioranza in Regione Lombardia?”
Tempi duri per la famiglia Addams della pseudo-destra italiana.
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Aprile 17th, 2015 Riccardo Fucile
IL SOSPETTO DI SILVIO: VERDINI GIOCA A PERDERE… ZAIA PREOCCUPA LA LEGA: A DICEMBRE AVEVA 28 PUNTI DI VANTAGGIO, ORA LA MORETTI LO INCALZA
È anche lo spettro del “cappotto” alle regionali ad alimentare la tensione a palazzo Grazioli. Perchè Silvio Berlusconi è convinto che qualcuno si sia messo a giocare allo “sfascio” davvero. Una sensazione maturata quando Denis Verdini ha preso la parola nel corso della riunione coi coordinatori regionali bollando come folle la strategia sulle regionali.
Poco dopo è arrivato, a rincarare la dose, anche il capogruppo Paolo Romani, che con violenza ha criticato i metodi da “casting” nella sensazione della nuova classe dirigente riferendosi agli astri del momento mandati in tv, dalla Sardoni a Cattaneo.
Nell’inner circle dell’ex premier sussurrano: “Denis ha fermato le macchine ovunque, a partire dalla Campania. Già la situazione è difficile, se qualcuno gioca a perdere si rischia il disastro”. Un’analisi che fa il paio con l’ottimismo che si respira a palazzo Chigi. Dove Renzi al cappotto crede davvero.
E domenica sarà prima a Mestre, poi a Venezia al teatro Toniolo per lanciare la volata finale ad Alessandra Moretti.
L’impresa, in Veneto, pare possibile.
Antonio Noto, dell’Ipr Marketing dice all’HuffPost: “Al momento Zaia è attorno al 40 per cento e la Moretti solo tre punti sotto”. Il trend è di recupero.
E non solo per effetto della candidatura di Flavio Tosi, stimato attorno al dieci.
“L’aria sta cambiando” ripetono al Nazareno. Il migliore indicatore è il nervosismo in casa leghista. Il governatore uscente, che a dicembre quando era 28 punti sopra, dichiarava che non avrebbe fatto un giorno di campagna elettorale perchè “impegnato a governare” ora ha invaso i talk show nazionali.
E soprattutto per la prima volta Salvini ha iniziato a nominare ed attaccare la Moretti, ignorata fino a pochi giorni fa.
Ecco perchè Renzi ha deciso di andare più volte in Veneto: la vittoria è possibile.
Più le regionali si politicizzano come test nazionale più è possibile il cappotto, che avrebbe l’effetto del 40 per cento alle europee dello scorso anno: “Il trend nazionale — spiega Noto — è a favore del centrosinistra. Nonostante il Pd dia segnali di crisi è al 37, 5 e soprattutto Renzi non ha avversari che rappresentano un’alternativa. La sua fiducia, anche se in calo è al 47, venti punti sopra il secondo visto che Salvini è 24”.
È il crollo, drastico, di Forza Italia a rendere aperta la partita anche nelle regioni in bilico. Compresa la Campania, zoccolo duro ai tempi d’oro del berlusconismo.
Ora Caldoro rischia. Prosegue Antonio Noto: “Se non ci fosse il candidato della sinistra-sinistra che al momento è attorno al tre, De Luca e Caldoro sarebbero alla pari. Rispetto alle regionali di cinque anni fa il centrodestra perde 15 punti. Insomma, la partita è aperta, anche perchè il 50 per cento dell’elettorato non ha ancora deciso se andare a votare e chi cosa votare”.
E Berlusconi non ha ancora deciso quanto impegnarsi nelle regioni in bilico.
Mentre Renzi le idee ce l’ha molto chiare. Al ritorno dalla visita alla Casa Bianca, andrà a Pompei.
Nel fine settimana invece, oltre alla kermesse veneta, andrà a Sanremo.
In Liguria poi è già fissata una seconda uscita, a Genova, tra un paio di settimane. Ed è legato anche alla Liguria lo spettro del cappotto.
Perchè è vero che l’ultimo sondaggio della Ghisleri dà il candidato Toti tre punti sotto, ma è solo un capitolo del sondaggio.
Gli altri due capitoli raccontano che la coalizione di centrodestra è dieci punti sotto e il consigliere politico di Berlusconi non è neanche forte sotto il profilo della “credibilità del candidato”.
Fin qui le regioni in bilico. Poi le altre, dove non c’è storia.
Anzi c’è la cronaca di una debacle annunciata: Puglia, Umbria, Toscana.
E le Marche, dove il governatore uscente del centrosinistra Spacca, che da quelle parti ha governato un ventennio, è il candidato del centrodestra.
Un’operazione che secondo i sondaggisti produce un effetto boomerang, perchè l’elettore medio di centrodestra non si mobilita per uno che non percepisce come uno dei suoi.
E la macchina di Forza Italia è ferma: “C’è chi gioca allo sfascio – ripetono a palazzo Grazioli — e sono quelli che di fatto sono già fuori da Forza Italia, come Fitto e Verdini”.
Per limitare i danni Berlusconi si sente costretto a scendere in campo. Ma non subito. L’idea è che concentrare i fuochi d’artificio negli ultimi venti giorni, con una campagna elettorale tutta all’attacco di Renzi.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 17th, 2015 Riccardo Fucile
BASTERA’ L’EFFETTO INCHIESTE? REGIONALI DECISIVE, BLUFF O TENDENZA DI LUNGO PERIODO?
L’ultimo dei tanti sondaggi li dà per l’ennesima volta in risalita. 
Il Movimento 5 stelle è ancora lontano dalle incredibili percentuali del febbraio 2013, ma dopo un periodo di vero e proprio crollo, è stabilmente in risalita nelle intenzioni di voto. Ixè, questa mattina, accredita le truppe di Beppe Grillo del 20%.
E il numero “due” è ormai da qualche settimana stabilmente il primo nella quota accreditata ai grillini, che nel recente passato sembravano destinati a stabilizzarsi verso cifre intorno al 15%.
Dati sorprendenti, soprattutto se paragonati alla potenza di fuoco comunicativa e all’attività politica sui grandi temi della pattuglia grillina.
Entrambe, negli ultimi mesi, vicine allo zero.
Il palcoscenico è tutto per l’attivismo di Matteo Renzi e le dinamiche interne del Partito democratico (come tra l’altro il M5s denuncia, dati dei tg alla mano, Roberto Fico in testa).
La parte residuale di taccuini e telecamere è puntata sulle convulsioni di una Forza Italia in preda ad una vera e propria guerra civile.
Sono lontanissimi i tempi in cui si attendeva con trepidazione l’arrivo di Beppe Grillo a Roma, in cui una battuta estemporanea del leader faceva titolo, in cui le pagine dei quotidiani erano piene di retroscena su quel che succedeva dietro il portone della Casaleggio Associati.
Gli ultimi sono stati tempi nei quali le truppe stellate hanno dovuto incassare l’incartamento sull’elezione del Capo dello Stato, la prima defezione organizzata di una pattuglia di parlamentari, e la sostanziale perdita di interesse da parte di Matteo Renzi nell’instaurare un dialogo con la principale forza di opposizione.
E nei quali hanno scontato la rotazione dei capigruppo, che, dopo un primo periodo che ha portato sugli scudi le personalità più forti del gruppo parlamentare, adesso vede avvicendarsi le seconde linee.
Oggi i post del blog finiscono, bene che vada, su un trafiletto nelle pagine interne, e c’è bisogno di un’azione tanto clamorosa quanto controversa come quella di Luigi Di Maio di andare a parlare con le procure che indagano sul rapporto tra cooperative e politica per risalire faticosamente nella foliazione dei giornali e nelle scalette dei tg.
“Non ci sono grandi cose in ballo – spiegano all’Huffpost i comunicatori M5s – forse fra un paio di settimane facciamo il punto sul referendum sull’euro, ma per il resto niente di che”.
Eppure la freccia verde verso l’alto accanto ai numeri nei sondaggi rimane fissa. Complice, probabilmente, il grande numero di inchieste che ha coinvolto amministratori locali e politici nazionali negli ultimi mesi.
Dal Mose all’Expo, passando per l’affaire Incalza e il recentissimo caso Ischia, passando per le iscrizioni sul registro degli indagati di numerosi candidati alla poltrona di governatore, in special modo nelle file del Pd.
Un tasto su cui stanno battendo molto i parlamentari a 5 stelle (vedasi la già citata visita di Di Maio alla procura di Napoli e a quella nazionale dell’Antimafia) e che, a partire dai territori per poi ripercuotersi a livello nazionale, sta alimentando il consenso verso il M5s.
È per questo che proprio le prossime elezioni regionali saranno un test cruciale per verificare la stabilità o, viceversa, l’estemporaneità di questa tendenza.
Numeri alla mano, non ci si aspetta la vittoria degli uomini di Grillo in nessuna delle sette regioni al voto.
Ma lo spartiacque tra percentuali al di sotto del 5%, come avvenuto per esempio in Calabria, e cifre che si avvicinano a quelle nazionali, potrebbe essere fondamentale per i prossimi mesi del Movimento.
Come al solito ci si affida ad attivisti votati sul web dai militanti locali.
Si va dalle 804 preferenze personali di Valeria Ciarambino, campana di Pomigliano D’Arco, concittadina di Di Maio e già candidata non eletta alle elezioni europee, alle 200 del marchigiano Giovanni Maggi, che nel Cv spiega di essersi occupato della comunicazione dei consiglieri comunali di Ancona.
La lista dei candidati trombati alle europee si allunga.
Vi troviamo Alice Salvatore, che proverà a strappare la Liguria alla renziana Paita e al forzista Toti, e Antonella Laricchia, pugliese, che scrive nelle propria presentazione che tra i 32 esami sostenuti (gliene mancano “uno e mezzo” alla laurea) figurano 9 “trenta e lode”.
In Umbria, dopo il ritiro di Laura Alunni, correrà Andrea Liberati, già collaboratore di consiglieri regionali, un’esperienza in America a sostegno della campagna elettorale di Barak Obama, da cui è nato un libro: “Licenziarsi e volare in America per Obama”.
In Toscana, infine, toccherà a Giacomo Giannarelli portare il vessillo, scienziato politico con alle spalle una tesi sulla decrescita felice.
Sei uomini sulle cui spalle grava la responsabilità di alzare l’asticella in una tipologia di elezioni storicamente non congeniale al M5s.
Una responsabilità tanto più pesante quanto più trovano conferme le notizie che vogliono un sostanziale disimpegno di Grillo, che non sembra voglia spendersi in uno di quei tour elettorali che tanto consenso hanno racimolato in vista delle urne.
Fino alla fine di maggio, dunque, lo strano limbo che mescola un sostanziale inattivismo a una crescita nei sondaggi sembra sia destinato a durare.
Una volta chiuse le urne, sarà tutta un’altra storia.
(da “Huffingtonpost”)
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