Ottobre 10th, 2015 Riccardo Fucile
LA FOGLIA DI FICO S’E’ STRAPPATA… ORA BISOGNA INVENTARNE UN’ALTRA
Se quella di Roma fosse soltanto la tragedia di un uomo ridicolo — Ignazio Marino detto Ignaro — si
potrebbe liquidarla con una grassa risata e passare oltre.
Invece è la tragedia non solo di un’intera città , incidentalmente la capitale d’Italia, ma anche di un intero sistema di potere che davanti, dietro e intorno al sindaco ha mostrato tutto il suo plateale, catastrofico, definitivo fallimento.
Marino paga colpe sue e altrui. La sua storia di chirurgo-marziano nato a Genova da madre svizzera e padre siciliano, vissuto in Inghilterra, in America, a Palermo e incidentalmente a Roma, faceva comodo a tutti nel 2013,quando Alemanno lasciava la Capitale come neanche Nerone. E il Pd, tanto per cambiare, non sapeva chi candidare.
Il centrosinistra montò su quel taxi intestandoselo come “società civile” e riuscendo a nascondere il suo pedigree politico di uomo di D’Alema (in Parlamento e alla fondazione Italiani europei) sposato dalle correnti che spadroneggiano in città : dalemiani, veltroniani (vero Bettini?), rutelliani, zingarettiani ben contenti di rifilare all’allegro chirurgo il cetriolo di una città già morta e fallita.
Anche i boss di Mafia Capitale dissero che col marziano un gancio si trovava, nella vecchia politica che gli stava dietro e nell’apparato burocratico che non muore mai. I palazzinari che controllano la stampa capitolina ci giocavano come con i pupazzi: lo coccolavano quando assecondava i loro interessi e lo infilzavano con gli spilloni quando li ostacolava.
Scandali e scandaletti si gonfiavano e si sgonfiavano a seconda delle convenienze del momento. Dieci mesi fa, quando scattò la prima retata di Mafia Capitale,si discuteva delle multe della sua Panda.
Tutto perchè lui non obbediva al Pd e ai poteri retrostanti.
Poi si scoprì che il guaio non era la Panda, ma la Banda. Della Magliana.
Il Pd ci era dentro fino al collo, come il centro e la destra: ma si salvò grazie a lui, che non s’era accorto di nulla ed era persino credibile, come Ignaro, perchè era appena arrivato.
Così Matteo Orfini — il transformer ex dalemiano, ex bersaniano, ora renziano che il Pd romano lo conosce come le sue tasche fin dalla più tenera età e dunque non può fare lo gnorri—gli montò in groppa in veste di commissario moralizzatore facendosi bello dell’altrui ignaritudine.
Marino, che fino al giorno prima attendeva l’avviso di sfratto dal Pd, iniziò a sentirsi onnipotente e a comportarsi come tale.
Per il sol fatto di non prendere mazzette,si autoconvinse di essere un gran sindaco, inamovibile e indispensabile.
Si fece persino l’idea di averli fatti lui, gli arresti: così, mentre ogni mese gli portavano via un pezzo di giunta, di maggioranza e di opposizione, sfilava davanti alle telecamere con le dita alzate a V come vittoria.
Renzi cominciò ad attaccarlo, come se spettasse a un premier mai votato sfiduciare un sindaco eletto dal popolo. Poi gli spiegarono che cacciarlo subito significava votare in autunno, alla vigilia del Giubileo, e con la certezza di perdere contro un 5Stelle qualsiasi.
Così toccò a Orfini Transformer tornare a difendere Marino e prestargli alcuni assessori di stretta osservanza: uno di Moncalieri, una di Gaeta, uno di Palermo e il vicesindaco palermitano Causi, già disastroso assessore al Bilancio di Veltroni.
Il resto lo fa la standing ovation alla festa dell’Unità col give me five della Boschi: mentre Roma continua a non governarla nessuno, Marino cade preda della sindrome del presidente francese Paul Deschanel: quello che nel 1920 all’Eliseo si arrampicava sugli alberi, nuotava nel laghetto con le papere e pescava le carpe a mani nude, cadeva giù dai treni, firmava le leggi con la N di Napoleone o la V di Vercingetorige, finiva i discorsi in piazza e se l’applaudivano li rileggeva da capo, riceveva gli ambasciatori in dèshabillè indossando solo il cordone della Legion d’Onore. Ignaro, finge di non vedere che il Pd l’ha di nuovo scaricato con la pantomima della badante Gabrielli e la scusa delle sue vacanze in America (come se non fossero un suo diritto e se la sua presenza a Roma potesse evitare il funeral show Casamonica).
E porta acqua al mulino dei suoi accusatori tornando negli Usa. Millanta inviti vaticani,ma il Papa smentisce.
Dice che la trasferta è gratis, ma si scopre che è costata al Comune 20 mila euro.
E quando i 5 Stelle e il Fatto tirano fuori le spese “istituzionali” con la carta di credito del Comune, minaccia querele, grida al complotto, poi racconta cene mai avvenute con giornalisti,direttori sanitari, ambasciatori vietnamiti, preti,rappresentanti di Sant’Egidio e della World Health Organization
Il problema non è penale, a dispetto dei tartufi renziani che si tengono tre inquisiti al governo e il condannato De Luca in Campania e usano contro Marino l’indagine dovuta della Procura sulla denuncia M5S.
E nemmeno morale: se fosse un ladro, Marino non ruberebbe 20 mila euro a cena, con tutti i milioni che gli passano sotto il naso.
È politico: un sindaco inefficiente e pure sospettato di aver mentito, visto che nessuno ricorda più di aver cenato con lui.
Un po’come il Pd e Sel, che non ricordano di averlo candidato e difeso anche quand’era indifendibile (“parliamo di politica, non di scontrini” salmodiava Orfini ancora l’altroieri).
Un po’ come il centrodestra, che dimentica di aver fatto molto peggio.
E un po’ come molti dei 664.490 romani che due anni fa l’hanno eletto e ora sono pronti a lapidarlo.
La foglia di fico s’è strappata, bisogna inventarne un’altra.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 10th, 2015 Riccardo Fucile
“QUANDO ABBIAMO SCOPERTO LE DOPPIE NOTE SPESE E I SUOI RAPPORTI CON ALTRI OSPEDALI AMERICANI, GLI ABBIAMO IMPOSTO LE DIMISSIONI”
Al 600 di Grant street dicono che quel nome – Ignazio Marino – vogliono solo dimenticarlo.
“Era un chirurgo, trapiantava organi. Non era indispensabile, ci ha creato tanti problemi”. Davanti alla fontana che spruzza acqua rosa, sotto la sede distribuita su venti piani, parlano due dirigenti del Medical center universitario di Pittsburgh, l’Upmc che gestisce venti ospedali nella Pennsylvania dell’Ovest e trentotto centri oncologici negli Stati Uniti: “Il dottor Marino si è formato da noi, ha iniziato a operare con noi, gli abbiamo affidato il centro di Palermo, una frontiera in Europa. Poi abbiamo scoperto le doppie note spese, i suoi rapporti con altri ospedali americani. Gli abbiamo imposto le dimissioni dall’Ismett di Palermo e non avremmo voluto più occuparci di quella storia, nè del medico italiano. Avremmo solo sperato nel silenzio”.
Invece quel medico italiano, 650 trapianti in carriera, 213 pubblicazioni, ambizioso non solo come clinico, a 51 anni è stato fatto senatore, a 54 si è candidato alla guida del Partito democratico (perdendo) e a 58 si è lanciato nella campagna per diventare sindaco di Roma, mayor come dicono qui. E ha vinto.
“Eravamo sorpresi che della storia degli ottomila dollari contestati non si fosse detto più nulla, ma noi non avevamo alcun interesse a sollevare un caso”, dicono ancora gli amministrativi subito dopo aver chiesto di non essere citati.
L’Upmc aveva chiuso ogni rapporto con il dottor Marino come tante volte succede, e invece a tredici anni di distanza “siamo di nuovo qui”.
A riprendere in mano vecchi dossier, rileggere audit interni che rimandano a scontrini fiscali. “Sì, dopo tredici anni confermiamo: il dottor Marino aveva creato una doppia contabilità per le spese di trasferta. Una richiesta di rimborso la consegnava al suo centro di Palermo, l’Ismett appunto, e una alla nostra sede. Avevamo prove evidenti che la cosa fosse andata avanti per mesi e che fosse una scelta consapevole, non un caso, tantomeno un errore. Abbiamo agito subito, allora. Il 6 settembre 2002 inviammo un fax all’ospedale di Palermo e il dottor Marino nell’arco di mezza giornata controfirmò tutte le nostre condizioni. Aveva chiesto lui di dimettersi alcune settimane prima, il sei settembre abbiamo accettato senza esitazioni. Abbiamo chiuso lì ogni rapporto: uno dei nostri quattromila medici aveva perso la nostra fiducia, ma la carriera politica del dottor Marino non ci ha mai permesso di abbandonare quel dossier”.
E’ qui, dove la confluenza di Allegheny e Monongahela forma il fiume Ohio, non lontano dal Canada, che Ignazio Marino ha conosciuto i primi guai con le ricevute per le cene, qui che ha subito un oltraggio alla sua carriera e al consolidato orgoglio. Cresciuto sfiorando un nume tutelare della trapiantologia moderna, Thomas Starzl, che nel 1963 innestò il primo fegato su un bimbo di tre anni, nel 1997 Marino riuscì a farsi affidare da Jeffrey A.
Romoff la direzione dell’Istituto Mediterraneo per trapianti e terapie ad alta specializzazione, ottanta posti letto voluti a Palermo dal governatore Cuffaro e inaugurati due anni dopo.
In quelle stagioni siciliane, oltre ad operare in sala, il dottor Marino iniziò a sperimentare l’arte dell’amministrazione pubblica, palestra per una futura politica già avvistata.
“Gestivo venti milioni l’anno”, ha raccontato. Ma è sulle minuzie che arrivano le contestazioni.
Un precedente che tornerà negli anni da sindaco, una coazione a ripetere che taglierà le gambe prima a un chirurgo scalatore e poi a un intraprendente politico.
Ottomila dollari contestati in nove mesi (in attesa di controllare a ritroso i cinque anni precedenti). Una piccola cresta.
Messa così, nero su bianco il 6 settembre 2002, dal superpresidente Romoff: “Riteniamo di aver scoperto una serie di irregolarità intenzionali e deliberate con note scritte da lei a mano e sebbene le ricevute siano per gli stessi enti, i nomi delle persone indicate sulle ricevute presentate a Pittsburgh non sono gli stessi di quelli presentati all’Upmc di Palermo”.
Dozzine di ricevute duplicate, scrisse il presidente. Irregolarità intenzionali e deliberate, sottolineò. Dimissioni immediate, da controfirmare seduta stante.
“Come restituzione dei rimborsi spese doppi da lei ricevuti accetta di rinunciare a qualsiasi pagamento erogato dall’Upmc ai quali avrebbe altrimenti diritto, compreso lo stipendio per il mese di settembre 2002”.
Ci sono anche le ferie pagate, eventuali malattie accumulate. Nulla da pretendere per il futuro da parte del direttore Ismett per rientrare degli 8.000 dollari.
A Marino fu concessa una settimana per liberare l’ufficio di Palermo, gli venne indicato nome e cognome della persona a cui lasciare auto, chiavi dell’auto e dell’appartamento, telefonino, cercapersone, computer portatili, carte di credito aziendali, gli fu anche intimato di non fare ritorno a Pittsburgh.
“Tutti i libri e i giornali acquistati da noi dovranno restare nell’ufficio di Palermo”, scrisse Romoff, “e se lei deciderà di trattenerne qualcuno potrà acquistarli a un prezzo ragionevole”.
Oltre alle cene, si scopre oggi, il dottor Marino chirurgo di trapianti aveva l’abitudine – secondo gli accertamenti dell’audit dell’Upmc – di mettere in doppia contabilità tutte le spese personali.
“C’è una fattura, rimborsata sia a Pittsburgh che a Palermo, sulla ricarica d’inchiostro per la penna stilografica del medico”. Otto euro e quaranta, richiesti due volte.
Ignazio Marino successivamente avrebbe detto che, in realtà , quei fogli erano solo un fax di presa visione, che l’università di Pittsburgh gli era diventata ostile perchè lui si era accordato per un nuovo incarico direttivo con l’ospedale Thomas Jefferson di Philadelphia, che era stata una sua scelta quella di dimettersi da Palermo quando aveva scoperto che in una gara d’appalto c’era un’azienda in odor di mafia e in corsia le pressioni per favorire alcuni clinici erano diventate opprimenti.
Oggi i dirigenti dell’Upmc, qui a Pittsburgh, ribadiscono: “Nel 2002 il dottor Marino controfirmò una lettera di dimissioni immediate e quelle dimissioni dipesero soltanto dalla sua condotta contabile, non c’entrano Palermo nè Philadelphia. Non è neppure vero che i controlli erano partiti dopo una segnalazione del medico, fu un’iniziativa del nostro audit di fronte a conti che non tornavano. Dopo quella lettera, sottolineaiamo, non c’è stata alcuna transazione e, d’altro canto, il dottor Marino non ci hai mai querelato nè per falso nè per danni subiti”.
Querela che, pure, il medico aveva promesso.
Il chirurgo romano riottenne, con la mediazione dell’avvocato Vittorio Angiolini, il pc utilizzato all’Ismett, alcune pubblicazioni e studi in archivio a Palermo.
Tre anni dopo il senatore sarebbe riuscito a prendere 90 mila euro di risarcimento da parte di quattro giornali italiani e tredici giornalisti.
Il Tribunale civile di Milano aveva riconosciuto un danno alla sua carriera nei modi in cui l’offesa di Pittsburgh era stata raccontata.
Corrado Zunino
(da “la Repubblica“)
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Ottobre 10th, 2015 Riccardo Fucile
REQUISITI E BUROCRAZIA NE LIMITANO LA DIFFUSIONE: ENNESIMO FLOP
Per sostenere le famiglie italiane più povere spunta una social card con un bonus fisso tra gli
80-120 euro procapite, con corsie preferenziali per i casi di estremo bisogno. Questa una delle ipotesi allo studio del governo in vista della legge di Stabilità da 27 miliardi euro che dovrebbe destinare un’attenzione particolare alle fasce deboli della popolazione.
Se il nuovo sostegno sarà davvero inserito nella manovra lo vedremo.
Quel che si sa per certo è che dal 2008 è già in vigore una carta acquisti contro la povertà assoluta che dovrebbe essere destinata proprio ad aiutare i nuclei familiari più deboli grazie all’erogazione di 40 euro mensili (ma viene caricata automaticamente ogni due mesi con 80 euro) per spesa alimentare, prodotti farmaceutici e parafarmaceutici e pagamento delle bollette della luce e del gas.
È una tessera concessa agli anziani di età superiore o uguale ai 65 anni o ai bambini di età inferiore ai tre anni (in questo caso il titolare della carta è il genitore) il cui reddito Isee sia bassissimo.
Per il 2015 il limite è salito da 6.781,76 a 6.795,38 euro, non tenendo però conto che, con il nuovo indicatore, migliaia di italiani si sono ritrovati più ricchi perchè, all’aumentare del nuovo valore reddituale, non sono state ridefinite dagli enti locali le soglie che danno diritto alle agevolazioni.
Di fatto escludendo, anche per poche decine di euro, molti beneficiari che fino allo scorso anno rientravano nella social card.
E il condizionale è ancor più d’obbligo, visto che negli ultimi 7 anni questa carta acquisti non ha lasciato traccia e gli effetti sono poco visibili.
Non solo, infatti, è difficile rientrare nelle condizioni per accedervi (non essere intestatari di più di una utenza elettrica domestica e di più di due utenze del gas nè proprietari di più di due autoveicoli nè proprietari, con una quota superiore o uguale al 25%, di più di un immobile ad uso abitativo o titolari di un patrimonio mobiliare superiore a 15mila euro), ma anche l’iter burocratico è costellato da intrecci tortuosi. Sono coinvolti due ministeri (Lavoro ed Economia), l’Inps e Poste Italiane.
Un tale rompicapo che per accedere al modulo di domanda si deve cliccare su un link presente sul sito dell’Istituto di previdenza, nella sezione ad hoc Carta acquisti ordinaria, ma da qui si viene rimandati a un altro indirizzo delle Poste che, però, non funziona (qui il link corretto).
La richiesta deve, infatti, passare obbligatoriamente per Poste che la trasmette in via telematica all’Inps per le necessarie verifiche.
E meglio non va se si tenta di accedere alla domanda dal sito del ministero del Lavoro.
Non tanto per un errore di collegamento, quanto per la sensazione di impotenza che arriva quando, scorrendo le varie voci (Scheda di sintesi, Esempi di situazione economica dei cittadini e Modalità di adesione degli enti locali) si legge “Aggiornamenti novembre 2009”.
Questi, infatti, sembrerebbero gli ultimi dati relativi alla social card, con il solito rimpallo di responsabilità da parte degli enti coinvolti.
E, quindi, poco importa se sei anni fa su 830mila sono state accolte 627mila richieste, visto che i requisiti erano meno stringenti e, soprattutto, era stata utilizzata una campagna di comunicazione con l’invio a casa di 780mila lettere ai potenziali beneficiari.
Del resto che la social card non sia uno strumento in grado di far fronte a una povertà assoluta che, secondo gli ultimi dati Istat, riguarda il 5,7% delle famiglie (per un totale di oltre 4 milioni di persone), lo ha detto chiaramente anche un folto gruppo di associazioni e sindacati.
Oltre 30 sigle, tra cui Caritas e Save The Children, secondo cui questa problematica non si risolve “a colpi di spot” e “con interventi emergenziali di poche decine di euro”.
Appelli inascoltati, visto che nonostante la social card avesse già dimostrato tutti i suoi limiti, nel 2014 le è stata affiancata la Sia (Sostegno per l’inclusione attiva), una nuova carta sperimentale (si va da 231 euro per due componenti del nucleo familiare a 404 euro mensili per 5 componenti), richiedibile dai residenti di 12 città italiane (Roma, Milano, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Napoli, Palermo, Torino, Venezia, Verona e Bari).
Il target di riferimento è sempre la lotta alla povertà minorile a partire dalle famiglie in cui chi lavorava ha perso il posto di lavoro e non ha più diritto a sussidi.
Cosa è successo dopo oltre un anno e mezzo dal suo avvio?
Sono più di 8mila i potenziali beneficiari che attendono notizie e i romani, ai quali è stata destinata un quinto delle risorse totali (oltre 11 milioni di euro), mancano addirittura all’appello: il Comune di Roma, infatti, non ha mai comunicato al ministero del Lavoro gli aventi diritto.
Così come emerge dal report pubblicato a settembre 2014.
E, comunque, da altri dati elaborati da M5S emerge che anche con questa social card, a parte la burocrazia con un doppio controllo tra comune e Inps, i requisiti sono talmente stringenti (perdita del lavoro negli ultimi 36 mesi, aver avuto un reddito inferiore ai 4mila euro nei sei mesi precedenti la richiesta e i soliti vincoli sull’abitazione e le automobili) che il numero delle famiglie che alla fine ha ottenuto il beneficio è inferiore alla metà del totale dei richiedenti.
Patrizia De Rubertis
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 10th, 2015 Riccardo Fucile
BALLARO’ E DI MARTEDI INSIEME ARRIVANO SOLO ALL’8,6% DI SHARE, IL CALO E’ DI OLTRE UN TERZO DI TELESPETTATORI
Che sia calata l’attenzione per i talk show politici è ormai noto e delle ragioni si discute variamente: la politica che fa riforme, piacciano o non piacciano, non è riducibile a barzelletta o a scandalo e meno si presta allo “spettacolo”; i redattori cresciuti in quella fase mal si ritrovano in questa successiva della quale sembrano capire meno degli spettatori; i talk sono diventati troppi e spesso sovrapposti, dividendosi e rendendo sparuto l’ascolto che in precedenza i marchi più celebri (Ballarò, Servizio Pubblico) accaparravano in solitaria; e infine, proprio perchè l’aria dello studio non è più quella frizzante di una volta, nei talk ora ci vanno i politici di seconda schiera, con ciò contribuendo a rendere meno seduttivo il tutto.
Pur sapendo ed essendoci ridetti mille volte queste ed altre diagnosi della crisi, ci ha sorpreso accorgerci che nella settimana scorsa, se si guarda al cuore della serata, e cioè dalle 21.30 alle 23, Ballarò e Dimartedì sommati insieme si fermano all’8,6% mentre la coppia del giovedì, Virus e Piazza Pulita, resta addirittura sotto l’8%.
Insomma, la “crisi” è arrivata al punto che a seguire i talk show si dedica un pubblico che non arriva ai due terzi di quello di un tempo.
Sono rimasti evidentemente solo i più appassionati del genere, quelli che Rai Uno può inventarsi qualsiasi fiction e Canale 5 ri-inalberare ogni Grande Fratello e loro non li prendono in considerazione perchè amano innanzitutto lo spettacolo degli umani che parlano.
Questi appassionati della parola purchessia formano un popolo, prevalentemente nordico, di meno di 2,5 milioni di persone, distribuito in ogni classe di età , sociale e ad ogni livello di istruzione. Ma che ha tuttavia le sue preferenze.
Quali conduttori, ad esempio, sono maggiormente seguiti dagli spettatori che possiedono il titolo di studio più basso?
La risposta è, in ordine decrescente, Del Debbio (sì, proprio il filosofo che ha smesso di interpretare la realtà ed ora vuole raccontarla), Giannini, Porro.
E chi il più disdegnato dai laureati? Sempre Del Debbio, mentre in quell’ambiente chi svetta è di gran lunga Floris.
Chi è il più rifuggito dalle donne, specie se giovani? Gianluigi Paragone.
E sì che per anni ci hanno fatto credere che a essere rockettari e magari anche motociclisti si sarebbe rimorchiato un sacco.
Mentre Formigli è il generalista della situazione, abbastanza seguito, rispetto a tutti gli altri, in ogni target, con un solo exploit tutto suo fra i maschi dagli 8 ai 14 anni.
E nessuno, neppure Formigli, sarà mai in grado di capire il perchè.
Stefano Balassone
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 10th, 2015 Riccardo Fucile
IL SENATORE PUNTA IL DITO CONTRO I “TRASFORMISTI” DELLA POLITICA
Domenico Scilipoti non ci sta. 
Questa cosa che ora tutti parlano di Denis Verdini come del vero “responsabile”, che – «senza entrare in maggioranza», provano a precisare dal Pd – contribuisce a portare a compimento le riforme, proprio non gli va giù.
E scrive una lettera per dire che lui, insomma, è «l’unico vero responsabile».
«È ormai prassi che numerosi deputati decidano di utilizzare l’articolo 67 della Costituzione», scrive, «ma tanti di loro addirittura si costituiscono in nuove formazioni politiche e successivamente in gruppi parlamentari, soltanto per ottenere qualche “vantaggio” di diversa natura (vediamo, ad esempio, Fli nel passato e oggi il caso Ncd ed Ala)»
«Nel Paese in cui valgono un peso e due misure in cui si innalzano ad eroi nazionali e salvatori della Patria taluni personaggi e si additano come carnefici altri a seconda delle convenienze del momento», continua il senatore, ex Idv passato al Pdl e poi a Forza Italia nel 2010, «rimane solo chiara una considerazione: disonesto è chi agisce, avvalendosi dell’articolo 67 della Costituzione, per i propri tornaconti personali, tradendo il mandato elettorale».
Insomma: «Ecco perchè sarebbe più che mai opportuno sottolineare le differenze che si interpongono fra il sottoscritto e alcuni parlamentari».
Non è la prima volta che Scilipoti fa in realtà questo distinguo. Già con ai colleghi di Scelta Civica fece i suoi appunti: «E sì», riscrive oggi, «di “voltagabbana” veri e “trasformisti” veri, provenienti anche dall’interno della area politica di centro destra, dopo la mia scelta del 2010, non sono certo mancati».
Scilipoti scrive così perchè lui, come i più fedeli di Forza Italia, sta votando contro alla riforma costituzionale scritta da Matteo Renzi, che però al Senato procede spedita verso l’approvazione puntuale martedì 13 ottobre: «Dovremmo pensare all’assurdità di una riforma che consente a dei rappresentanti del popolo, come i consiglieri regionali, di eleggere a loro volta dei Senatori e senza che i cittadini stessi possano avere alcuna voce in capitolo in ordine a tale ulteriore elezione».
Il suo obiettivo è «”sdoganare” il termine scilipotismo e», dice contento della seconda richiesta di archiviazione da parte della Procura di Roma rispetto alle accuse di corruzione sul salvataggio del governo Berlusconi, «cominciare a ristabilire la “verità storica” dei fatti ed a far luce sul lavoro svolto dai nostri parlamentari».
E per Scilipoti, evidentemente, le differenze non sono solo che lui salvò il governo Berlusconi, mentre Verdini sta salvando il governo Renzi, neutralizzando le intemperanze della minoranza Pd.
Luca Sappino
(da “L’Espresso”)
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