Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
EVITA DI CITARE IL NOME DELLA DONNA MAROCCHINA E LE RIFIUTA LA BENEDIZIONE… PER QUANTO TEMPO ANCORA SI DOVRA’ SOPPORTARE UN RAZZISTA IN TONACA?
Nel giorno del dolore, scoppia una sconcertante polemica ad Arnasco, il paese del Savonese dove
sabato scorso una fuga di gas in località Bezzo ha provocato il crollo di una palazzina con cinque persone morte ed una donna ancora gravemente ustionata che lotta per sopravvivere.
A San Bernardino di Albenga, una folla commossa ha partecipato ai funerali del 49enne Marco Vegezzi e del 71enne Edoardo Niemen; ma alle 15, il rito previsto ad Arnasco per l’addio al 76enne Dino Andrei e sua moglie Aicha Bellamoudden, di 56 anni, di origine marocchina, ha vissuto momenti di tensione.
Don Angelo Chizzolini, parroco di Arnasco ma anche di Vendone e Onzo, il paese dove, quest’estate, aveva asserito che, piuttosto che ospitare migranti, avrebbe bruciato la canonica, si era infatti rifiutato di celebrare il rito per una persona di fede musulmana, trascurando la realtà , e cioè che Aicha, che risiedeva da qualche tempo ad Arnasco, aveva intrapreso un percorso di conversione al cristianesimo a cui mancava solo la confermazione con il rito del battestimo.
Solo l’intervento del vescovo di Albenga monsignor Giacomo Borghetti, che ha benedetto tutte e cinque le salme delle vittime e ha formalmente imposto a don Chizzolini di celebrare il funerale, ha permesso che venisse celebrata la messa nella chiesa di Nostra Signora Assunta; ma nel corso del rito, tra lo sconcerto dei tanti parrocchiani presenti, il parroco ha citato sempre e solo il nome di Dino Andrei, escludendo la benedizione al feretro della moglie; rifiuto esplicitato anche durante la cerimonia della sepoltura nel piccolo cimitero del paese.
In tutto, per cinque volte il parroco ha asperso con l’acqua benedetta la bara dell’uomo, ma non quella della donna.
Il sindaco Alfredino Gallizia, che si era detto pronto ad celebrare un rito laico nel caso non fosse stato possibile salutare insieme in chiesa Dino e Aicha, ha ricordato invece, con parole commosse la donna al cimitero; confermando ai familiari della donna come il paese di Arnasco sia orgoglioso della sua cultura dell’accoglienza e di aver ospitato questa persona nel paese.
“Ho fatto tutto ciò che dovevo fare non è vero che non ho ricordato Aicha e che non ho benedetto il feretro”.
Questo ha detto don Chizzolini al vescovo coadiutore della diocesi di Albenga mons. Guglielmo Borghetti che le riferisce all’ANSA. “Mi ha chiamato raccontandomi che si stava dicendo che non aveva ricordato Aicha e non aveva benedetto la salma. Ha detto che non era così. Io non sapevo nulla, sento dire il contrario. Se in una piccola chiesa si è avuta questa percezione… Se è vero è mancanza di buon senso”.
Ma i tanti testimoni della vicenda smentiscono totalmente le parole del parroco, che rifiuta a sua volta di commentare quanto avvenuto.
Non solo razzista, pure bugiardo.
(da “la Repubblica”)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
“CONSENTI’ A CLAN DI OTTENERE LAVORI”: I SUOI RAPPORTI CON I BOSS DI SERRADIFALCO
Tredici abitazioni tra Caltanissetta e Milano, le sedi di cinque società tra Sicilia, Piemonte e Lombardia, gli uffici di Unioncamere e Confindustria a Palermo, e quelli della Camera di Commercio di Caltanissetta: sono i locali che da stamattina sono stati perquisiti a tappeto dai poliziotti della squadra Mobile e del Servizio centrale operativo su ordine della procura di Caltanissetta.
Dopo un anno di silenzio è arrivato l’avviso di garanzia per Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia, indagato per concorso esterno a Cosa nostra dalla procura di Caltanissetta.
Dodici mesi dopo la diffusione della notizia sull’inchiesta, i procuratori aggiunti Lia Sava e Gabriele Paci, con il sostituto Stefano Luciano, hanno ordinato le perquisizioni in tutte le città dove hanno sede le società di Montante, formalizzando le accuse nei suoi confronti.
Il leader degli industriali è indagato per i suoi rapporti con Vincenzo e Paolino Arnone, boss di Serradifalco, in provincia di Caltanissetta, città da cui proviene lo stesso Montante.
Per i pm, il presidente di Confindustria Sicilia è accusato per fatti commessi a partire dal 1990, in particolare per aver messo “in modo continuativo a disposizione” degli Arnone “la propria attività imprenditoriale consentendo al clan di ottenere l’affidamento di lavori e commesse anche a scapito di altri imprenditori, nonchè assunzioni di persone segnalate dagli stessi, ricevendone in cambio il sostegno per il conseguimento di incarichi all’interno di enti e associazioni di categoria, la garanzia in ordine allo svolgimento della sua attività imprenditoriale in condizioni di tranquillità , senza ricevere richieste di estorsioni e senza il timore di possibili ripercussioni negative per l’incolumità propria e dei beni aziendali, nonchè analoghe garanzie per attività riconducibili a suoi familiari e a terzi a lui legati da stretti rapporti”.
Quattro i collaboratori di giustizia che hanno messo a verbale dichiarazioni contro Montante: Carmelo Barbieri, Pietro Riggio, Aldo Riggi e Salvatore Dario Di Francesco.
Quest’ultimo è un ex dipendente del consorzio Asi, l’area di sviluppo industriale, e gli inquirenti considerano il “collante tra gli esponenti di Cosa Nostra e i colletti bianchi della provincia”: in passato ai pm ha raccontato i retroscena degli appalti pilotati nella zona.
Già due anni fa la rivista i Siciliani Giovani, diretta da Riccardo Orioles, aveva pubblicato una fotografia, risalente agli anni ottanta, che ritraeva Vincenzo Arnone insieme allo stesso Montante, nella sede dell’Associazione Industriali di Caltanissetta.
Secondo i documenti pubblicati dalla rivista, c’era anche Arnone tra i testimoni di nozze scelti dal futuro leader degli industriali siciliani.
Nell’inchiesta della procura di Caltanissetta sono confluite anche le dichiarazioni di un altro imprenditore, Massimo Romano, un testimone considerato reticente dai pm, che però ha raccontato di aver ricevuto una strana richiesta da parte di Montante: tra il novembre e il dicembre 2014, gli chiese di cambiare una grossa somma di denaro (100 mila euro) in banconote di piccolo taglio.
È per questo che sono scattate le perquisizioni: gli inquirenti vogliono verificare se Montante abbia accumulato o meno “risorse economiche occulte”.
“Avendo finalmente letto il capo di incolpazione che sta alla base dell’indagine della Procura di Caltanissetta, il nostro assistito — con ancora più forza — ribadisce la più assoluta estraneità ad ogni ipotesi delittuosa”, dicono gli avvocati Nino Caleca e Marcello Montalbano, legali del big confindustriale.
“Daremo ogni contributo all’indagine — continuano i legali — ove si ipotizza, addirittura, un concorso esterno a favore di personaggi mafiosi che lo stesso Montante ha contribuito a colpire duramente sia sotto il profilo della libertà personale che dell’illecito arricchimento. Personaggi, quindi, dai quali è possibile aspettarsi ogni forma di reazione calunniosa. Indicativa è anche l’epoca dei fatti: a decorrere dal lontano 1990”.
L’inchiesta sul presidente di Confindustria Sicilia, che è anche delegato nazionale per la legalità di viale dell’Astronomia, aveva creato parecchio clamore dato che Montante è tra i leader della cosiddetta riscossa antimafia degli imprenditori isolani.
Un nuovo corso, lanciato nel 2008, quando Confindustria crea un proprio codice etico antimafia, che promuove le denunce contro il racket e emargina alcuni suoi ex componenti considerati vicini ai clan.
Dopo la diffusione dell’indagine a suo carico, Montante si è dimesso da componente del consiglio direttivo dell’Agenzia per i beni confiscati (dove era stato nominato da Angelino Alfano), rimanendo invece alla guida degli industriali siciliani, dopo aver raccolto una solidarietà quasi bipartisan dal mondo politico e istituzionale.
Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
I MOMENTI DELLA SPERICOLATA OPERAZIONE
Una gigantesca operazione montata a tavolino da alcuni grandi hedge fund americani ha rischiato di
affondare Monte dei Paschi.
Sembra quasi la trama di un film: i tre giorni che hanno fatto tremare il governo e allarmato seriamente Bankitalia, Bce e sistema bancario italiano sono il frutto di una spericolata scommessa messa in piedi da almeno tre fondi speculativi americani dall’enorme dotazione finanziaria.
Difficile sapere i nomi, dato che sono controparti molto importanti in tutte le sale operative.
Alla base di tutto, secondo quanto ricostruito, il calcolo fatto sulla garanzia pubblica ipotizzata per le sofferenze di Mps la scorsa settimana. Una percentuale tra il 18 e il 20% a carico della Cdp.
Indiscrezione che ha trovato conferma in ambienti governativi, con il Mef che tiene da tempo un canale aperto con alcuni grandi hedge fund per la partita della bad bank, nell’ottica di trovare acquirenti per i prestiti non performanti delle banche italiane.
L’OPERAZIONE
Fatti due conti, dati i 24 miliardi di sofferenze nette della banca senese e i circa 10 miliardi di patrimonio netto, quella garanzia copre fino a 4/5 miliardi. Ne mancano una decina e dunque l’equity (il capitale, ovvero le azioni) di Mps vale zero.
Da qui l’operazione: scommessa al ribasso sul titolo, scommessa al rialzo sul Cds Italia nella convinzione che un dissesto o una risoluzione di Mps avrebbe portato all’aumento dello spread italiano, e pronti comprarsi le sofferenze Mps che, se la scommessa fosse risultata vincente, avrebbe portato prezzi estremamente convenienti sulle quelle stesse sofferenze “coperte” dalla garanzia della Cdp.
A questo punto, però, c’è ancora un piccolo problema: il divieto di vendite allo scoperto imposto dalla Consob.
Problema facilmente aggirabile comprando da una delle banche «market maker» sulla Borsa Italiana delle opzioni Put sul titolo.
A quel punto la banca deve “coprirsi” per le opzioni che ha venduto, e in qualità di market maker può vendere titoli allo scoperto senza incorrere in sanzioni per garantirsi sulle opzioni Put comprate dall’hedge fund.
Lunedì parte l’operazione e a Piazza Affari il titolo affonda.
Contemporaneamente lo spread dell’Italia torna a salire, con balzi come i venti punti registrati nella seduta di martedì.
Mercoledì è forse la giornata peggiore: il titolo affonda fino al 22%. Alla fine Mps vale poco più di 1,5 miliardi di euro.
La terza banca del Paese vale quanto Iren, la multiutility del Nord Ovest. Poco più di Cerved, che fornisce dati e informazioni societarie. La metà dei piumini di Moncler.
IL CAMBIO
Poi mercoledì pomeriggio succede qualcosa. Il Tesoro fa sapere ai suoi interlocutori che la situazione è cambiata. La garanzia non sarà della Cdp ma direttamente del Tesoro, che mette sul piatto 40 miliardi di euro.
Sarà attivata caso per caso, a richiesta delle banche, e la quantità di copertura dipenderà dal fabbisogno dei singoli istituti. Ecco che la scommessa non vale più. Nella seduta di ieri sono partite le ricoperture, con massicci acquisti di titoli e il prezzo che sale del 43% e chiude a 0,73 euro dai 51 centesimi della vigilia.
La capitalizzazione torna a 2,14 miliardi e tutti possono tirare un respiro di sollievo.
Il titolo scambia l’8% del capitale.
Il Governo, con il premier Matteo Renzi che la definisce risanata e «un ottimo affare» per l’eventuale compratore.
Bankitalia e Bce, allarmate da una crisi bancaria dagli esiti imprevedibili per tutti. La banca stessa, che intanto in un’ottica di trasparenza per rassicurare mercato e correntisti ha deciso di anticipare al 28 gennaio i conti del 2015 previsti per il 5 febbraio.
Gianluca Paolucci
(da “La Stampa”)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
SI VA DAI FURBETTI DEL CARTELLINO ALLA CORRUZIONE
Quando ha deciso di procedere alla stretta sui “furbetti” del cartellino, Matteo Renzi lo ha fatto sull’onda dell’indignazione generale seguita ai fatti del comune di Sanremo.
Ma quello che, probabilmente, il presidente del Consiglio ignorava, è quanto accadeva molto più vicino al suo ufficio, e cioè tra i dipendenti della presidenza del Consiglio e dei vari ministeri.
Proprio nei giorni in cui il ministro Marianna Madia metteva a punto le norme più severe nei confronti degli assenteisti della Pa, all’Autorità Nazionale Anticorruzione sono infatti affluiti i dati sui procedimenti penali a carico dei dipendenti delle strutture governative, e il quadro che emerge è a dir poco inquietante.
I procedimenti sono stati infatti, nel 2015, ben 702, con addebiti spesso ben più gravi dell’assenteismo, e che in qualche caso sconfinano nella criminalità comune.
Il contesto più allarmante, è certamente quello del ministero dell’Interno, in cui sono partiti in un solo anno 275 procedimenti interni per violazioni con profili penali, di cui 73 in capo ad agenti di polizia.
Il reato più gettonato è stato quello di concussione, che ha colpito 12 poliziotti, mentre sul fronte delle sanzioni sono stati comminati 76 licenziamenti (19 ai danni di agenti di polizia) e 26 sospensioni.
Se i dati del Viminale sono scioccanti, quelli di via Arenula non sono certo tranquillizzanti: al ministero della Giustizia (ultimo ad inviare la relazione, dopo un pressing del gruppo parlamentare di Alternativa libera) i casi penali sono stati 162, con un’abbondanza di peculato (15) e corruzione (15).
A fronte di questi numerosi procedimenti, i licenziamenti sono stati 15 e 29 le sospensioni, mentre in quattro se la sono cavata con una semplice multa.
Altra situazione decisamente imbarazzante, quella della Difesa, dove i procedimenti sono stati 115, e 31 di questi hanno riguardato dei militari, tra cui sei accusati di corruzione. Solo due i licenziamenti, 92 le sospensioni e cinque le multe.
Staccato, di molto, c’è il ministero delle Infrastrutture, con 55 procedimenti, ma qui destano stupore i casi dei dipendenti accusati di spaccio di stupefacenti e di possesso abusivo di armi, in un contesto dove, prevedibilmente, la fa da padrone il reato di concussione e corruzione, con una “sofferenza” particolare nel rilascio delle patenti di guida.
Un altro terreno minato, dove i dipendenti ministeriali spesso cadono in tentazione, è quello dei permessi di soggiorno: al ministero del lavoro, tra i 17 casi penali segnalati, tre riguardano il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
Alta, per fortuna, l’incidenza dei licenziamenti (nove), ai quali va aggiunta una sospensione.
Peculato, concussione e corruzione i reati più gettonati anche al Mibact, dove allo stato non sono state comminate sanzioni nei confronti dei 24 casi segnalati.
Nessun provvedimento assunto nemmeno al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha comunque riscontrato 18 casi penalmente rilevanti, con due “reati contro la persona”.
Venti, i casi riscontrati alla Farnesina (nove di peculato), con 4 licenziamenti, mentre per andare alle note liete si devono citare le Politiche Agricole e l’Ambiente, unici due ministeri che, sovvertendo le leggi della statistica, non hanno segnalato alcun caso. Virtuosa anche la presidenza del Consiglio, che ingloba anche i ministeri senza portafoglio: i casi sono stati tre, e tra questi si distingue un “furbetto” del cartellino, su cui però la stretta di Renzi non avrà effetto, in quanto già licenziato, anche se in molto più di 48 ore.
M. Bazzucchi
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
IL CSM NON ARCHIVIA PIU’: “HA TACIUTO SU BOSCHI E INDAGINI”
Il procuratore di Arezzo Roberto Rossi aveva assaporato il lieto fine, mancava solo l’atto formale del
Plenum del Csm e avrebbe ottenuto l’archiviazione del procedimento per incompatibilità ambientale, proposta tre giorni fa all’unanimità dalla Prima commissione.
Invece, tutto per lui è precipitato.
Si avvicina un procedimento disciplinare: il procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo ha avviato una pre-istruttoria.
Ipotizza una possibile violazione dell’obbligo di astensione dall’indagine su Banca Etruria che ha avuto come vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena, ministra del governo Renzi per cui Rossi è stato consulente fino al 31 dicembre, senza mai aver segnalato al Csm un ipotetico conflitto d’interesse.
Di più: Rossi aveva già indagato su Boschi padre, come ha rivelato Panorama, chiesto e ottenuto l’archiviazione due volte.
L’ultima, il 7 novembre 2013.
A ottobre aveva organizzato — mentre era anche consulente del governo Letta — un convegno ad Arezzo con l’allora ministro dell’Ambiente Andrea Orlando e la deputata Boschi, con il padre, allora, indagato.
All’attenzione della Procura generale anche il criterio con il quale Rossi si è autoassegnato le indagini su Banca Etruria.
Il silenzio sulle inchieste a carico di Boschi è il motivo per cui la Prima commissione ieri, all’unanimità , ha cestinato la proposta di archiviazione e ha chiesto al competente procuratore generale di Firenze una relazione sul lavoro di Rossi relativo al padre della ministra.
Durante la prima audizione, il 28 dicembre, il procuratore aveva detto: non conosco “nessuno della famiglia Boschi”.
Dopo le anticipazioni di Panorama, ha provato a mettere una toppa che, come sempre, è peggio del buco.
Ha scritto una lettera al Csm per ammettere che ha indagato su Boschi padre (ha fatto un riferimento generico a più inchieste) e di non averlo detto perchè non gli è stata posta una domanda specifica. E ha aggiunto che, però, non lo ha mai incontrato.
La strategia “giustificazionista” ricalca quella seguita durante la seconda audizione, tre giorni fa al Csm: c’è stato un equivoco, non avevo parlato del direttorio ombra di Banca Etruria con Boschi vicepresidente perchè pensavo che le domande (poste da Piergiorgio Morosini e da Pierantonio Zanettin) fossero sulla gestione precedente.
La Commissione si era accontentata, ma la scoperta di quelle indagini taciute su Boschi, ha fatto fare marcia indietro ai consiglieri.
Morosini e Antonello Ardituro, entrambi di Area, spiegano che il caso è riaperto “a tutela della trasparenza e della credibilità dell’operato della magistratura”.
Zanettin (laico di Forza Italia) si focalizza sulle omissioni di Rossi: “Abbiamo preso tutti atto con rammarico, per la seconda volta, che le dichiarazioni rese alla Commissione sembrano non corrispondere ai fatti”.
Antonella Mascali
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
INSEGUE E BLOCCA UN MALVIVENTE ITALIANO E LO CONSEGNA AI CARABINIERI
Lui, egiziano di 29 anni, a Torino da pochi mesi, era alle casse del supermercato.
Di fatto irregolare, alla fine non ha resistito: quando ha visto quel ladro puntare un coltello contro la cassiera, costretta a consegnargli 700 euro, ha aspettato il momento giusto e gli è volato addosso. Così l’ha fatto arrestare.
I carabinieri di Mirafiori hanno fermato e trasferito in carcere Alfredo Vaira, operaio disoccupato di 52 anni, incensurato.
È successo lo scorso 12 gennaio, al Lidl di via Palma di Cesnola.
L’uomo è entrato nel market come un normale cliente, ma con il volto parzialmente coperto da occhiali da sole e un cappellino da baseball.
Impugnando un coltello lungo 20 centimetri, ha raggiunto la dipendente per mettere a segno la rapina.
«Ho sentito il dovere di intervenire consapevole delle conseguenze del mio gesto», ha detto l’egiziano ai militari consapevole del rischio di espulsione.
L’uomo è stato accompagnato all’ufficio immigrazione della Questura di Torino per avviare le procedure per il rilascio del permesso di soggiorno per asilo politico.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
DALL’UDEUR DI MASTELLA ALL’API DI RUTELLI, DALL’MPA DI LOMBARDO ALLA LISTA STORACE: INCASSERANNO IN TUTTO 485.000 EURO
Erano stati congelati all’inizio di dicembre. Ma con il via libera arrivato oggi dall’Ufficio di
presidenza della Camera, che ha preso atto del “giudizio di regolarità e di conformità alla legge dei rendiconti 2013” trasmesso l’11 gennaio dalla Commissione di garanzia per la trasparenza e il controllo sui bilanci dei movimenti politici, sono stati ammessi al banchetto dei rimborsi elettorali altri 13 partiti.
Che si divideranno 485 mila euro, accodandosi alle 42 formazioni che avevano già ottenuto il via libera a dicembre per incassare la propria fetta della torta da 45,5 milioni (dei quali 10 milioni nel 2015).
TUTTI A TAVOLA
Alla grande abbuffata parteciperanno quindi quei partiti “destinatari di invito a sanare”, inizialmente esclusi dal riparto dei rimborsi, ma che nel frattempo hanno provveduto a mettersi in regola.
Tra i convitati dell’ultima ora l’Udc dell’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini e Alleanza per l’Italia dell’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli. I Popolari-Udeur del già ministro della Giustizia Clemente Mastella, avvistati per l’ultima volta in Parlamento nel 2008, e il Movimento per le Autonomie fondato nel 2005 dall’ex governatore della Sicilia Raffaele Lombardo.
Aggiunto un posto a tavola anche per Alleanza di Centro per la Libertà , fondata nel 2008 dal giornalista Rai Francesco Pionati dopo il divorzio dell’Udc.
Come pure per la Lista Storace Presidente, civica collegata all’ex governatore del Lazio e leader de La Destra, e Il Megafono-Lista Crocetta, riferimento dell’attuale presidente della Sicilia.
Completano l’elenco il Comitato promotore Une 2010 (Lista Unione Nord Est) che, come informa il suo sito internet, ha cessato l’attività il 31 dicembre 2014; i Popolari d’Italia Domani (Lista “Cantiere Popolare”), nati da una costola dell’Udc nel 2010 e parte della maggioranza che sostenne l’ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi; Unione per il Trentino, fondata nel 2008 per “vivere l’autonomina come servizio”; Verdi del Sudtirolo (Verdi-Grune-Verc), partito attivo nella provincia di Bolzano rappresentato alla Camera da un unico deputato e Democrazia Cristiana Campania. Ripescaggio in extremis anche per la lista Udc e Fli con Bongiorno per il Lazio, inizialmente esclusa per non aver adempiuto all’obbligo di pubblicazione online del proprio rendiconto.
Antonio Pitoni
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
REDDITI: PER I POLITICI DICHIARAZIONI PARZIALI, SPESE ELETTORIALI ASSENTI, INFORMAZIONI GENERICHE…NEL DOSSIER OPENPOLIS GLI ELETTI PASSATI AL SETACCIO
La trasparenza sui patrimoni dei politici è una chimera.
Tanto che il 72 per cento degli onorevoli rende noto solo il minimo sindacale o deposita una documentazione parziale su redditi, proprietà , contributi privati e spese elettorali.
A raccontare questa situazione è “l’Espresso” che presenta in anteprima il dossier dell’associazione Openpolis “Patrimoni trasparenti”.
L’opacità è dovuta in parte anche alla normativa, che obbliga gli eletti a depositare annualmente copia dell’ultima dichiarazione dei redditi ma prevede la pubblicazione solo della parte riepilogativa (peraltro senza prevedere sanzioni per chi si rifiuta).
In questo modo, però, è impossibile evincere la natura delle ricchezze, l’esistenza di altre eventuali fonti di introito e più in generale non permette di capire a cosa sia dovuta la consistente sproporzione fra i redditi che spesso si riscontra.
Chi vuole diffondere ulteriori informazioni può farlo sottoscrivendo un’apposita liberatoria ma solo una minima parte divulga dati aggiuntivi come i redditi o le proprietà del coniuge. Anche perchè per la legge è facoltativo.
Fra i “bocciati” di Openpolis ci sono tanti nomi noti come la seconda e terza carica dello Stato, Piero Grasso e Laura Boldrini, l’astro nascente del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, il presidente del Pd Matteo Orfini o il leghista Roberto Calderoli. Neppure i grillini, che hanno fatto della trasparenza una bandiera e sono i più diligenti, brillano particolarmente: i promossi sono meno della metà .
Promosso a pieni voti, invece, il premier Matteo Renzi, che ha messo a disposizione la situazione patrimoniale e reddituale dell’intera famiglia, nonne comprese.
Fra i membri del governo la situazione è in genere migliore che nelle Camere.
Molti ministri eletti in Parlamento, però, sono diventati più trasparenti solo dopo essere entrati nell’esecutivo, come nel caso di Maria Elena Boschi.
Fra le curiosità del rapporto, anche il numero degli onorevoli che dichiarano di possedere un’imbarcazione: 22 in tutto.
Fra motoscafi, barche a vela e perfino quattro yacht.
Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso“)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
“SENZA ALCUN VALORE, SE POI ALLA FINE DECIDE IL CAPO”
Ignazio Marino non si presenterà alle primarie del Pd a Roma. 
Malgrado l’invito di uno dei candidati, Roberto Giachetti, a un confronto nel merito in vista delle elezioni per il prossimo inquilino del Campidoglio, l’ex sindaco spiega in una lettera alla Repubblica le ragioni della sua scelta di non partecipare.
“Molti in queste settimane mi hanno chiesto cosa farò io. Posso solo dire cosa non farò, e cioè: non parteciperò alle primarie del Partito Democratico”.
“Le primarie hanno un senso a patto che chi le propone e chi vi partecipa ne rispetti il valore e poi l’esito. Se si calpesta la scelta dei cittadini, com’è successo a Roma, si svuota il significato stesso di quelle consultazioni. Per questo ho trovato sconcertante la decisione del segretario del Pd, Matteo Renzi, di indire nonostante tutto le primarie per la candidatura a sindaco di Roma. Mi chiedo come possa Renzi non vedere il danno arrecato al Pd e all’istituto stesso delle primarie dalle sue decisioni e pensare di andare avanti come se niente fosse. Non capisco come ritenga credibile chiedere alle elettrici e agli elettori romani di sacrificare una domenica mattina, mettersi in coda, versare i due euro e indicare il nome del proprio candidato sindaco, dopo che egli ha eliminato con un atto di forza chi quelle primarie aveva vinto l’ultima volta.”
Marino torna così ad attaccare Matteo Renzi per l’intervento deciso con cui ha favorito la caduta della sua amministrazione, attraverso le dimissioni in blocco dei consiglieri comunali.
“Il Presidente del Consiglio non si rende conto che con la sua interferenza sull’Amministrazione cittadina, interferenza che in altri casi egli stesso ha definito inaccettabile perchè “il sindaco lo eleggono i cittadini”, ha reso le primarie, almeno a Roma, un rottame inutilizzabile. Convocando gli assessori della Giunta nella sede del Partito Democratico per imporgli di dimettersi e costringendo tutti i consiglieri comunali del Partito Democratico ad allearsi con la destra e a rimettere in blocco il mandato da un notaio, con il solo scopo di provocare la caduta del sindaco, Renzi e chi lo rappresenta a Roma hanno violato l’etica di una sana politica e il rapporto di fiducia fra il Pd e i suoi sostenitori, che il 7 aprile 2013 affidarono a me l’onore di candidarmi alle elezioni che poi vinsi con il 64% dei voti.”
Per questo, secondo Ignazio Marino, non ha senso parlare di primarie per Roma.
“Rotto quel patto, le primarie non hanno più alcun valore, perchè il loro esito può essere capovolto per ordine del vertice del partito. Dirò di più: il Pd a Roma non dovrebbe nemmeno partecipare con il proprio simbolo alle elezioni amministrative del 2016. Troppo lacerante è stata l’eliminazione del sindaco scelto dagli elettori, troppo contraddittori i comportamenti e le dichiarazioni dei vertici del Pd, troppo pretestuose e in malafede le giustificazioni. Troppo evidente l’inganno perpetrato ai danni delle cittadine e dei cittadini di Roma, troppo lampanti i benefici delle lobby e dei potentati. Eliminando il sindaco, i consiglieri del Pd hanno eseguito un ordine del capo, e forse qualcuno ne beneficerà personalmente, ma hanno destinato il Pd alla dannazione politica. Almeno a Roma, almeno per questa tornata elettorale, oggi il Pd è ormai diventato il problema e non la soluzione.”
Anche così l’ex sindaco motiva i molti rifiuti piovuti sul Partito Democratico per la partecipazione alle primarie romane. E Marino ne ha anche per Roberto Giachetti.
“Il vicepresidente della Camera dei Deputati, con le spalle coperte dal suo ruolo di garanzia istituzionale, ha alla fine ceduto ed ha dato, seppur malvolentieri, la propria disponibilità . Ma non lascerà il suo incarico parlamentare, a riprova che non ci crede nemmeno lui fino in fondo, perchè è facile candidarsi quando si ha un paracadute d’oro sulle spalle.[…] Candidarsi per ordine di Renzi significherebbe accettare una logica secondo cui, in caso di vittoria, a governare Roma sarà il capo del partito e del governo, mentre il sindaco sarà ridotto a una sorta di commissario esecutore. Con la sua sciagurata gestione, la credibilità del Pd romano ha subito e inferto un grave danno: la pretesa di giocare un ruolo da protagonista in questa fase non è oggettivamente credibile.”
(da “Huffingtonpost”)
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