Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile
PD 33,1%, M5S 26%, LEGA 13,5%, FORZA ITALIA 10,7%, SINISTRA ITALIANA 4,8%, FDI 4,3%, AREA POP. 3,7%… SOLO IL 41% DEI CINQUESTELLE CONDIVIDE L’ESPULSIONE DELLA CAPUOZZO
Il caso Quarto, con il sindaco Rosa Capuozzo che non si dimette nonostante l’espulsione decretata dal Movimento 5 Stelle dopo la mancata denuncia del ricatto ai suoi danni, divide l’elettorato di Beppe Grillo.
Ma non tra contrari e favorevoli, bensì tra chi preferisce non prendere posizione e chi, invece, si schiera dalla parte del M5s.
E’ quanto emerge da un sondaggio realizzato da Ixè per il programma Agorà di Raitre. Secondo la rilevazione, il 41 per cento degli intervistati ha bocciato l’azione del sindaco di Quarto, che dalla sua parte, invece, può contare sul 19% degli elettori grillini.
Molto più corposa la fetta di chi ha deciso di non decidere: il 40 per cento, “segno di una vicenda controversa e non a tutti chiara” ha detto Roberto Weber, presidente Ixè.
Partiti
Il sondaggio, inoltre, fa il consueto punto sulle intenzioni di voto degli italiani. In tal senso, non ci
sono novità clamorose, con il Partito democratico in leggera flessione e il Movimento 5 Stelle stabile nonostante la ribalta mediatica del caso Quarto.
Nella fattispecie, i democratici perdono lo 0,3 per cento nell’arco di una settimana, passando dal 33,4 al 33,1 per cento, tornando quindi sui livelli di un mese fa. M5s, invece, resta al 26%.
Altro peggioramento per la Lega Nord, al 13,5 per cento (-0,2), e continua emorragia per Forza Italia. Il partito di Berlusconi perde un altro mezzo punto percentuale, dal 11,1 al 10,7 per cento.
All’area di centrodestra si dovrebbe aggiungere anche il valore di Fratelli d’Italia (4,3) per un totale — non scientifico — di 28,5 (in teoria sufficiente per andare al ballottaggio).
Se si votasse oggi, infine, l’affluenza sarebbe al 54 per cento.
Riuscirebbero a entrare in Parlamento Sinistra Italiana, che secondo Ixè è al 4,8, e Area Popolare di Angelino Alfano (3,7).
La fiducia nel governo Renzi continua a scendere e arriva al 27 per cento con una flessione del 2 per cento in una settimana, ma calano anche gli indici di fiducia per tutti i principali leader politici da Luigi Di Maio a Giorgia Meloni e a Matteo Salvini.
(da agenzia)
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Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile
I PROFUGHI COSTRETTI A PAGARE 1.000 EURO DI TANGENTE, COME SE LE CONVENZIONI INTERNAZIONALI PREVEDANO IL PIZZO AI MAFIOSI… INSORGE LA UE: “VIOLAZIONE DELLA DIGNITA’ UMANA” E PRIMO DIETROFRONT DEL GOVERNO DANESE
La Svizzera come la Danimarca. Berna ha deciso di imporre ai rifugiati di consegnare fino a 1.000 franchi svizzeri (circa 900 euro) dei loro beni per pagare le spese di accoglienza. Lo riporta la radio svizzera Srf precisando che all’arrivo alla frontiera ai rifugiati viene consegnato un volantino nel quale è scritto a chiare lettere “di consegnare i propri beni in cambio di una ricevuta”.
Il programma 10 vor 10 ha mostrato la ricevuta di una rifugiata siriana, che la donna ha detto di aver ricevuto dalle autorità quando ha dovuto consegnare più della metà del denaro che la sua famiglia aveva ancora dopo aver pagato i trafficanti per raggiungere il Paese.
La donna ha anche mostrato il foglio informativo destinato ai profughi, su cui si legge: “Se avete proprietà di valore maggiore di mille franchi svizzeri quando arrivate in un centro di accoglienza dovete consegnare tali asset economici in cambio di una ricevuta”.
L’emittente ha citato l’autorità per l’immigrazione Sem, che motiva la misura dicendo che la legge chiede ai richiedenti asilo e rifugiati di contribuire quando possibile ai costi per il processamento delle loro pratiche e all’assistenza sociale.
“Se qualcuno se ne va volontariamente entro sette mesi, può riavere indietro il denaro e portarlo con sè. Altrimenti i soldi coprono i costi che genera”, ha dichiarato una portavoce.
Inoltre, in Svizzera chi ottiene il diritto di restare e lavorare deve consegnare il 10% della paga per un periodo fino a 10 anni, sino a che avrà ripagato 15mila franchi, secondo quanto riportato.
Copenaghen invece sta rivedendo la proposta di confiscare le proprietà dei rifugiati per pagare la loro permanenza, dopo le critiche dell’Agenzia per i Rifugiati dell’Onu. I cambiamenti introdotti nelle leggi danesi sull’asilo e l’immigrazione nonchè la possibile confisca dei beni dei migranti sollevano questioni di conformità con la Convenzione Europea dei Diritti umani che la Danimarca è obbligata a rispettare. Questo il monito rivolto da Nils Muiznieks, commissario dei Diritti Umani del Consiglio d’Europa, a Inger Stojberg, ministro per l’Immigrazione, integrazione e alloggio in una lettera inviata lo scorso 12 gennaio e resa nota oggi.
Nella lettera il commissario, che si dice “profondamente preoccupato“, attacca alcuni cambiamenti apportati all’Aliens Act lo scorso novembre e il nuovo pacchetto di emendamenti in discussione in Parlamento esprimendo il suo “sgomento” per la proposta di confiscare i beni dei richiedenti asilo.
“Ritengo che tale misura possa essere una violazione della dignità umana delle persone a cui viene applicata”, sottolinea Muiznieks, aggiungendo che potrebbe anche condurre a una violazione del diritto alla proprietà sancito nella convenzione europea dei diritti umani.
Il commissario critica anche le nuove norme introdotte lo scorso novembre che “aumentano la possibilità di detenere i richiedenti asilo sotto speciali circostanze come per esempio un loro arrivo massivo e allo stesso tempo indeboliscono importanti garanzie legali rispetto alla detenzione”.
Questo, afferma Muiznieeks, “potrebbe portare a utilizzare la detenzione dei richiedenti asilo in maniera sproporzionata e indiscriminata, in contraddizione con quanto stabilito dall’articolo 5 della convenzione europea dei diritti umani (Cedu), che protegge il diritto alla libertà ”. Il commissario evidenzia che per la Corte di Strasburgo la detenzione dei richiedenti asilo può essere usata solo come ultima alternativa.
Sul nuovo pacchetto di emendamenti il commissario esprime poi una “forte preoccupazione” pure per la proposta di aumentare da 1 a 3 anni il periodo che i beneficiari di protezione temporanea sussidiaria devono attendere per aver diritto alla riunificazione familiare“.
Questa misura potrebbe essere incompatibile con quanto stabilito dall’articolo 8 della Cedu, sul rispetto della vita familiare, e con la convenzione dei diritti del bambino dell’Onu.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile
BISCEGLIE: IL RIFUGIATO NIGERIANO RISCHIA LE COLTELLATE E DISARMA IL MALVIVENTE
Appena ha capito quanto stava accadendo non ha esitato a intervenire. 
Il protagonista è un coraggioso cittadino nigeriano di 22 anni che stava chiedendo l’elemosina fuori a un supermercato di via Capitan Gentile, a Bisceglie, in provincia di Trani, quando un rapinatore solitario è entrato in azione.
A volto coperto, il bandito ha minacciato la commessa con un coltello e dopo aver portato via la cassa con i soldi è fuggito a bordo di un motorino.
Il migrante, richiedente asilo politico in Italia, non c’ha pensato due volte e ha rincorso e raggiunto il rapinatore.
Quest’ultimo ha cercato di colpirlo con il coltello ma è stato disarmato dal giovane straniero che è riuscito a scoprirgli il volto prima che riuscisse a fuggire.
La scena è stata ripresa dalle telecamere di videosorveglianza: grazie al suo gesto, il migrante ha permesso ai carabinieri di identificare e arrestare il rapinatore, 31enne già noto, e di recuperare parte del bottino.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile
SIEDONO NEL CDA MA SONO GIA’ IN PENSIONE, MA A LORO NON BASTA: VOGLIONO ANCHE I GETTONI RAI
Siedono in un Cda dove i consiglieri giovani sono retribuiti e loro invece no perchè più anziani e già pensionati. Per questo si sentono penalizzati, discriminati. Ed ora presentano un ricorso al Tar del Lazio contro il ministero dell’Economia che li costringe a lavorare gratis.
Arturo Diaconale e Giancarlo Mazzuca, giornalisti professionisti in pensione e da agosto 2015 consiglieri della Rai, hanno saputo il 5 novembre che il ministero per l’Economia negava loro il diritto a un compenso.
Quel giorno, il ministero ha confermato al presidente Maggioni che i consiglieri della tv di Stato, se pensionati, rientravano nel perimetro di azione della legge 114 del 2014.
Dunque potevano sedere nel Cda, certo, e per tutti e tre anni del mandato; ma solo a titolo gratuito. Come qualsiasi altra persona che riceve un incarico “dirigenziale o direttivo” nella Pubblica Amministrazione quando è già in pensione.
Ma l’avvocato Federico Tedeschini – che assiste Diaconale e Mazzuca – batte proprio su questo tasto.
Nel suo ricorso, sostiene che la Rai non è parte della Pubblica Amministrazione. Come la giurisprudenza anche costituzionale afferma, l’emittente fa capo a una società per azioni che risponde a regole e logiche privatistiche.
Dunque tutti i suoi consiglieri devono essere compensati in modo uguale, inclusi i pensionati. La stessa fonte di nomina (che è la Commissione parlamentare di Vigilanza) metterebbe i consiglieri fuori dai confini della Pubblica Amministrazione. Peraltro il loro lavoro – altra argomentazione del ricorso – sarebbe di tipo gestionale mentre la gratuità riguarda soltanto i ruoli “dirigenziali e direttivi”.
Il legale nota anche che i due consiglieri della Rai hanno accettato l’incarico nella convinzione di ricevere uno stipendio sia pure modesto (66 mila euro lordi l’anno), invece ora la loro legittima aspettativa viene delusa.
Niente impedisce a Diaconale e Mazzuca di dimettersi – può obiettare qualcuno – se arrabbiati per la gratuità del lavoro. Ma le dimissioni, sostiene il ricorso, priverebbero il Cda di figure esperte che rappresentano una risorsa per l’azienda.
La stessa televisione di Stato, nel suo Codice di autodisciplina, si impegna a garantire sempre un compenso proporzionato per legare a sè professionisti collaudati.
L’avvocato Tedeschini chiede dunque che siano sospesi tutti gli atti ministeriali che costringono Diaconale e Mazzuca a lavorare senza compenso; e che sia dichiarata “nel merito” la illegittimità della linea del ministero.
Ministero che – ultima bordata del ricorso – ha preso le sue decisioni sulle retribuzioni senza mai ascoltare i due consiglieri della Rai, come invece avrebbe imposto una procedura amministrativa corretta.
Aldo Fontanarosa
(da “la Repubblica”)
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Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile
AVEVA COMMOSSO FAVIGNANA DOPO CHE ERA RIMASTO VICINO ALLA BARA DEL PADRONE DURANTE I FUNERALI… SALVATO DAI VETERINARI, IL SINDACO HA PAGATO L’OPERAZIONE
Si regge sulle zampe a fatica, non mangia, beve poco, guaisce. 
«Se la caverà , ma è molto depresso», dicono i veterinari che l’altro ieri lo hanno strappato alla morte con un intervento chirurgico durato oltre due ore.
Tre proiettili aveva in corpo Leo, il cane che due mesi fa aveva partecipato al funerale del suo padrone – accovacciato accanto alla bara, ai piedi dell’altare – e lo aveva poi seguito fino al cimitero, a leccare la tomba e la fotografia.
«Povero Leo, povero Leo» dicevano qui a Favignana, la più grande delle Egadi, l’isola a forma di farfalla poggiata su un mare cristallino.
Peccato che il povero Leo, sette anni, nero come la pece, piangesse e si disperasse da mattina a sera, straziato dalla solitudine e dell’assenza di quell’uomo con cui passava giorni e notti, a dormire nello stesso letto, sotto la stessa coperta, a mangiare insieme, a girare per i vicoli solitari nelle sere d’inverno.
Solo l’uno, vedovo e senza amici, e solo l’altro.
Ma, morto l’uomo, Leo da domestico era diventato randagio, con il solo conforto di dormire nella stessa vecchia casa in cui le figlie del vecchio padrone gli consentivano di entrare.
Solo, a piangere per le strade sterrate di Favignana, a cercare cibo, ad abbaiare alla luna, a farsi dare del cane rognoso per un’innocua forma di allergia che gli aveva fatto perdere un po’ di pelo.
Finchè qualcuno, più infastidito degli altri, ha imbracciato il fucile e gli ha sparato.
Un proiettile è finito in un polmone, un altro vicino alla spina dorsale, il terzo non lontano dalla milza.
«L’ho trovato in piazza, accasciato, incapace di reggersi in piedi», racconta Cristina Mostacci, la volontaria dell’associazione Saie, Soccorso animali isole Egadi.
Da lì è partita una corsa contro il tempo. «Lo abbiamo messo in una gabbia e accompagnato in aliscafo sulla terraferma, a Trapani, dove il veterinario si è accorto che aveva un proiettile vicino al cuore e il pericardio spaventosamente ingrossato. Ha estratto quasi mezzo litro di liquido, finchè mercoledì abbiamo deciso di portarlo in una clinica specializzata», aggiunge la volontaria.
Leo, l’ultimo dei cani, è finito alla clinica Animal Care di Marsala, a zampe all’aria, sotto anestesia, mentre un’èquipe di cinque medici guidati dal cardiochirurgo veterinario Ignazio Pumilia cercava di togliergli dal corpo quei tre proiettili.
Gliene ha tolto uno, quello vicino alla milza, «che è stato consegnato alle forze dell’ordine per le indagini», assicura il sindaco dell’isola Giuseppe Pagato che ha sostenuto tutte le spese mediche e che su questa storia vuole andare a fondo.
Adesso i volontari sono alla ricerca di qualcuno che possa tornare ad amarlo. Qualcuno che lo prenda con sè. «Meglio fuori dall’isola», dicono.
Leo aspetta. E forse non spera.
Laura Anello
(da “La Stampa”)
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Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile
MILLE POSTI A RISCHIO… DIECI GIORNI FA ACCORDATI ANCHE 10.000 EURO IN PIU’ AI DIRIGENTI
Il Cnr le stava lasciando a casa. Paola, Rita, Sonia e Chiara, quattro precarie storiche della sede di Pisa, una delle quali incinta.
Le prime di un migliaio di ricercatori che da qui a pochi mesi potrebbero perdere il posto. “Non ci sono fondi”, dicono a Roma, per garantire loro uno stipendio da 20mila euro l’anno.
Ma pochi giorni prima del benservito il cda dell’ente ha stanziato 1,2 milioni di euro per le “indennità di responsabilità ” ai dirigenti che un posto ce l’hanno e ben remunerato. E prima ancora molti altri soldi spesi in vario modo: dallo shopping immobiliare alle auto di servizio e fino al catering.
Contraddizioni riemerse ieri durante la protesta delle ricercatrici di Pisa che, insieme all’Unione sindacale di base, hanno manifestato davanti alla sede di Piazzale Aldo Moro nella speranza di un ravvedimento nei confronti delle ricercatrici dell’Istituto di Fisiologia clinica, il dipartimento finito nel mirino della Procura per un buco tra i 4 e i 10 milioni di euro frutto di una mala gestione che si è protratta per anni. Sonia e le altre ne sono le prime vittime, ma non le sole.
A fine giornata otterranno una proroga fino al 31 di marzo ma nessuna prospettiva oltre quella data, così come per molte centinaia di colleghi che presto potrebbero finire a spasso per la mancanza di fondi dichiarata dall’ente.
“Il numero ancora non è stato precisato ma potrebbero essere più di un migliaio”, spiega Cinzia Della Porta dell’Usb che ha sostenuto la protesta e incontrato i responsabili del personale e delle relazioni sindacali.
“Abbiamo ribadito che nel caso specifico si tratta di lavoratrici con almeno dieci anni, anche più, di lavoro esclusivo per l’ente, sempre con contratti a termine. Di fatto sono dipendenti. La risposta è stata che non ci sono risorse e questo vale purtroppo anche per gli altri contratti in scadenza al 31 marzo, che siano assegni di ricerca o tempi determinati”.
Quanti rischiano il posto?
“Al Cnr si contano 8mila dipendenti, 1.400 tempi determinati e 2.550 atipici cioè assegni di ricerca co.co.co. Quindi i precari sono circa 4mila. Il Cnr ci ha detto che solo i contratti che fanno direttamente capo all’ente centrale in scadenza sono 300, per i quali non c’è copertura. Però ci sono anche gli istituti periferici dove ogni ente procede direttamente alle assunzioni. Il numero effettivo verrà fuori nel corso delle prossime settimane e sarà molto più consistente. Loro stessi fanno riferimento a migliaia di lavoratori che sono a rischio di perdere il poso”.
Che dire, se proprio i soldi non ci sono… Ma è davvero così?
Il 31 dicembre le ricercatrici scoprono che non saranno rinnovate causa zero soldi. E che saranno le prima di una serie. Ma giusto 10 giorni prima, il consiglio di amministrazione del Cnr “senza soldi” fa un bel regalo di Natale a chi forse ne ha meno bisogno: il 21 dicembre sottoscrive con i sindacati (Cisl e Uil, la Cgil non firma) un assegno d’indennità da 1,2 milioni di euro per i dirigenti a copertura delle loro “responsabilità ”: una cifra variabile da 4 a 10 mila euro ciascuno. Non solo.
Lo stesso giorno la direzione generale decreta di affidare in concessione i servizi di bar, ristorazione, catering presso tutte le sedi dell’ente con una gara del valore di 60 milioni di euro in cinque anni.
Nel lotto II c’è Pisa, la sede che ha in capo le quattro precarie, la voce mensa e bar peserà sul bilancio di quella sede per oltre un milione di euro l’anno. Insomma, i soldi non mancano.
Tanti altri esempi si potrebbero fare. Alcuni li ha fatti la Corte dei Conti a luglio, nella sua relazione sulla gestione dell’ente, rilevando tra gli altri costi in aumento per l’acquisto di autovetture (da 175 a 288mila euro) e per spese di pubblicità .
Bacchettate arrivano anche per la politica immobiliare dell’ente che pur dichiarandosi “povero” continua ad acquistare sedi.
La consistenza del patrimonio (65 immobili) supera i 730 milioni di euro ma la foga del mattone non si è ancora fermata, a differenza di quella necessaria a garantire un posto ai ricercatori.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile
DURISSIMO ATTACCO: “LA FLESSIBILITA’ L’HO INVENTATA IO, NON LUI”
Fondi alla Turchia e flessibilità . Jean-Claude Juncker attacca Matteo Renzi. 
“Ritengo che il primo ministro italiano, che amo molto, abbia torto a vilipendere la Commissione a ogni occasione — ha detto il presidente della Commissione Europea nella conferenza di inizio anno — non vedo perchè lo faccia”.
“L’Italia a dir la verità non dovrebbe criticarla troppo — ha affondato il numero uno dell’esecutivo di Bruxelles — noi abbiamo introdotto flessibilità contro la volontà di alcuni Stati membri che molti dicono dominare l’Europa”.
Ed è proprio sulla flessibilità che Juncker affonda il colpo più duro: “Sono stato molto sorpreso che alla fine del semestre di presidenza italiana Renzi abbia detto davanti al Parlamento che è stato lui ad aver introdotto la flessibilità , perchè sono stato io, io sono stato“, ha sibilato sottolineando che “su questo voglio che ci si attenga alla realtà . Io mi tengo il mio rancore in tasca, ma non crediate che sia ingenuo”.
Probabilmente “a fine febbraio mi recherò in Italia, perchè l’atmosfera tra l’Italia e la Commissione non è delle migliori — ha detto ancora Juncker — Renzi si lamenta sempre che non sono mai stato in Italia da quando sono diventato presidente della Commissione”.
Il secondo fronte di lamentela nei confronti di Roma Juncker lo apre sul tema dei 3 miliardi di euro accordati da Bruxelles alla Turchia per contenere il flusso migratorio proveniente dal Medio Oriente.
“Ho difficoltà a capire la riserva stupefacente dell’Italia a finanziare i 3 miliardi alla Turchia, perchè questi non vanno alla Turchia stessa ma per i rifugiati siriani in Turchia”, ha spiegato il presidente della Commissione, sottolineando che “questi 3 miliardi sono una questione di credibilità per l’Ue”.
Come è una questione di credibilità quella dei ricollocamenti dei richiedenti asilo. E qui il richiamo è agli Stati che avevano preso l’impegno di ospitare i migranti arrivati in Grecia e in Italia e poi non li hanno rispettati: “Sono stufo che si accusi la Commissione Ue e l’Europa di non fare abbastanza, perchè la Commissione ha fatto tutto quello che era in suo potere ma sono alcuni stati membri che hanno difficoltà ad applicare le decisioni che sono state adottate — continua Juncker — ci danneggiamo da soli se non mettiamo in pratica quello che abbiamo deciso”.
“Non è possibile”, ha tuonato Juncker, “che una proposta adottata da Consiglio e Parlamento sui ricollocamenti non sia attuata, ma io non abbandono”.
In ogni caso, ha avvertito, “noi non aspetteremo gli Stati membri” e “faremo il necessario là dove bisognerà ”.
In mattinata era stato Jeroen Dijsselbloem a stigmatizzare il no dell’Italia sui fondi da destinare ad Ankara: “L’Unione europea deve raggiungere velocemente un’intesa definitivo sul finanziamento di tre miliardi di euro alla Turchia perchè fermi il flusso di rifugiati verso l’Europa — ha dichiarato il presidente dell’Eurogruppo — mi concentrerò sul tentare di spingere il fondo e ottenere un accordo sui 3 miliardi, di cui abbiamo bisogno”, ha detto in vista della rinione dei ministri delle Finanze Ue.
Ieri fonti europee hanno dichiarato che a bloccare l’accordo sul finanziamento è l’Italia e oggi Dijsselbloem ha detto che parlerà di questo con il ministro Pier Carlo Padoan.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 14th, 2016 Riccardo Fucile
VEDE DE LUCA E TESSE LA TELA PER FASSINO
Palazzo Chigi, un paio di settimane fa. Matteo Renzi ha di fronte De Luca: “Vince’, trovate un candidato su Napoli per giocarcela. Se Bassolino vince le primarie poi perdiamo le elezioni. Serve uno condiviso così evitiamo le primarie e proviamo ad andare al secondo turno”. Vincenzo De Luca ne traccia l’identikit: nel partito non c’è nessuno; deve essere uno non del Pd, che venga dalla società civile, e che rispecchi i canoni del renzismo, insomma che dia l’idea della novità e delle riforme.
Lo studio del premier e anche dei suoi principali collaboratori (a partire da Luca Lotti) è diventato, per la prima volta, la cabina di regia delle amministrative.
Perchè, a dispetto della strategia di minimizzazione all’esterno di queste settimane (l’obiettivo è il referendum, non mi importano le amministrative) Renzi gioca a vincere.
Sa bene che il voto a Milano, Torino, Roma, Napoli sarà comunque interpretato come un voto politico. E per la prima volta si sta muovendo come un segretario di partito (e non solo come premier) che si occupa di amministrative.
Ecco l’incontro con De Luca su Napoli. E l’idea di cercare un “civicone” per far saltare Bassolino e primarie.
Sia De Luca sia Renzi sono convinti che quella dell’ex sindaco sia solo una “posizione negoziale” e che, a determinate condizioni e a determinate offerte politiche, possa rientrare.
Un calcolo che non trova conferma nelle confidenze che Bassolino ha fatto a qualche amico: “Io — col percorso che ho alle spalle — non vado alla ricerca di incarichi. Non mi interessa se mi offrono di tornare in Parlamento o in Europa. Mi interessa questa sfida su Napoli, sennò sto bene lo stesso”.
L’effetto Quarto rende frenetica la ricerca del “civicone”. Perchè è evidente che lo scandalo ha “azzoppato” i Cinque stelle su Napoli a vantaggio di De Magistris.
E il Pd, al momento, non è in partita. Nel corso delle riunioni del partito a Napoli si è materializzato il “piano b”, ovvero la ricerca di un anti-Bassolino, con solito nome di Gennaro Migliore da gettare nell’agone delle primarie. Piano già bocciato dal governatore campano: “Bravo ragazzo — il commento di De Luca — ma i voti dove li prende?”.
Ma non c’è solo il dossier Napoli sulla scrivania del premier a palazzo Chigi.
Qualche giorno fa Luca Lotti ha chiamato a Palazzo Chigi Giacomo Portas, il leader dei Moderati, da sempre nel centrosinistra e molto forte a Torino.
Quando si candidò nel 2011 all’interno della coalizione di centrosinistra prese il 9,6 per cento: “Ce la dobbiamo fare a vincere al primo turno — il ragionamento di Lotti — perchè al secondo si rischia. Tu che hai il polso, che dici?”. Risponde Portas: “Si può fare, con una coalizione larga, sia al centro che a sinistra”.
A sinistra non tutta Sel sostiene Airaudo. L’assessore regionale al Welfare, Monica Cerruti, ad esempio sta lavorando per sostenere Fassino.
Poi ci sono i Cinque Stelle. A Venaria, dove governano, è iniziato lo smottamento: “Lì — prosegue Portas nella sua ricognizione — governano in modo imbarazzante, non sanno neanche cosa sia una Asl. Una di loro, la Viviana Andreotti è venuta con noi e sostiene Piero. Se ci si lavora non sarà la sola”.
Lo schema non è Partito della Nazione contro il resto del mondo, ma “coalizione larga”: un pezzo di Sel-Pd-Moderati civiche.
E non è un caso che Fassino abbia messo i manifesti e iniziato la campagna elettorale dalle “periferie”. Al centro arrivano pezzi di centrodestra tipo l’ex governatore Ghigo, Vietti, ma in parecchi nel Pd, tipo Stefano Esposito, hanno consigliato di “tenerle basse queste operazioni” perchè è gente che non ha più un voto ma un nome legato ad altre storie. Piuttosto, oltre ai Moderati, vanno costruite anche altre liste civiche che peschino al centro. Col Pd attorno al 35, i Moderati tra il 9 e il 10, non è impossibile l’impresa di Fassino.
Impossibile sulla carta dopo Mafia Capitale, ma non nella testa del premier l’operazione Roma, ovvero la candidatura di Roberto Giachetti: “Giachetti è Renzi — sussurrano in Parlamento i fedelissimi — e se Matteo non ci avesse creduto non avrebbe messo una faccia che è la sua. E poi chi lo ha detto che non va al ballottaggio? In uno schema con una marea di candidati ci vai pure col 25 per cento. Lì inizia un’altra partita”.
Per ora la scelta ha avuto un impatto interno fortissimo. Perchè rompe definitivamente il controllo del partito romano da parte di Bettini e Zingaretti: “Matteo non dà spazio alla restaurazione, prosegue l’opera di Orfini sul partito e asseconda l’azione di Mafia Capitale, visti i buoni rapporti di Giachetti con la procura”.
L’effetto Quarto si avverte anche a Roma, secondo i renziani, perchè semmai i Cinque stelle conquistassero la Capitale ci sarebbe una Quarto al giorno sui vari dossier.
Infatti tutto lascia intendere che non vogliano vincere e siano alla ricerca di un Carneade, preservandosi per le politiche.
Di Milano si è parlato poco a palazzo Chigi, perchè è l’unica operazione che viene considerata avviata bene con Sala. Anzi, la notizia è che Renzi ha messo la testa su tutte le altre città e non solo su Milano.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 14th, 2016 Riccardo Fucile
SCIOLTE LE RISERVE, A ORE L’ANNUNCIO
Il dado è tratto. A due giorni dal pubblico endorsement di Matteo Renzi, il vicepresidente della
Camera Roberto Giachetti ha deciso di correre alle primarie per sindaco di Roma che si terranno il 6 marzo.
Lo ha comunicato ad alcuni stretti collaboratori: l’annuncio sarà il 15 gennaio, con un video su Youtube in cui l’ex capo di gabinetto del sindaco Rutelli lancerà il suo messaggio ai romani in vista delle primarie.
Un’accelerazione, rispetto ai tempi ipotizzati fino a qualche giorno fa, che è dovuta senza dubbio alla mossa di Renzi, che ha colto in contropiede anche il commissario del Pd romano Matteo Orfini.
Ma dovuta anche alla freddezza con cui è stato accolto il nome di Giachetti fuori e dentro il Pd. Insomma, a questo punto meglio sciogliere gli indugi e iniziare a giocare davvero la partita della campagna per le primarie, che non sarà tutta in discesa, anzi.
A sfavore di Giachetti pesano le resistenze dell’ala più di sinistra del Pd, che vede nella sua figura e nelle modalità del lancio da parte del premier una forte ed eccessiva impronta renziana.
E tuttavia ad oggi ancora non si intravvede un nome della sinistra dem in grado di competere realmente con lui.
Nell’ala del partito che fa riferimento a Nicola Zingaretti la freddezza è palpabile, come conferma il deputato Marco Miccoli, vicino alla Cgil, secondo cui “parte del nostro elettorato potrebbe non riconoscersi nel nome di Giachetti”.
Ma il governatore, in una telefonata mercoledì con Orfini, ha ribadito che da lui non ci sarà fuoco amico. Il ragionamento è questo: in una situazione difficile come quella romana, nessuno ha intenzione di mettere i bastoni tra le ruote a una scelta presa personalmente da Renzi. Che dunque ci mette la faccia, in caso di vittoria ma ancor più in caso di sconfitta.
“Conosce meglio di tutti la città , è romano e romanista”, ha detto il premier martedì a Repubblica.tv parlando di Giachetti.
Gelo anche dai big della minoranza, con Cuperlo che fa sua una idea di Walter Tocci, quella di presentare un fronte civico, rinunciando anche al simbolo del Pd.
Ipotesi subito bocciata da Lorenzo Guerini. Dunque le primarie ci saranno. Con tutta probabilità senza Sel, dopo anche Paolo Cento —dopo Fassina -ha chiuso all’ipotesi di una coalizione di centrosinistra.
Ai gazebo di marzo, oltre a Giachetti, dovrebbe esserci anche Roberto Morassut , deputato dem, già assessore all’Urbanistica con Veltroni.
Mentre sembra orientato verso il no Marco Causi, vicesindaco negli ultimi mesi di Marino, che aveva ipotizzato una “candidatura di servizio, di stretto sapore programmatico”.
Ai gazebo possibile anche la corsa di Paolo Masini, assessore alla Scuola con Marino.
Sulle primarie pesa anche l’incognita del senatore Walter Tocci, vicesindaco con Rutelli dal 1993 al 2001, corteggiato da Giachetti per un nuovo impegno al suo fianco, ma anche da ambienti della minoranza come competitor alle primarie in nome di una profilo più di sinistra, capace di ricostruire una coalizione con Sel.
Un ruolo, quello di alfiere della minoranza ai gazebo, che potrebbe essere ricoperto anche da Bianca Berlinguer che si è già pubblicamente chiamata fuori dalla corsa per il Campidoglio, ma resta in cima ai desideri dell’area che non si riconosce nel premier-segretario.
Per ora, i riflettori sono tutti puntati sull’ex radicale Giachetti, 55 anni, consapevole delle difficoltà della sfida.
“Non mi spavento, sono uno che ha fatto cento giorni di sciopero della fame, e lì ho rischiato davvero”, ha spiegato a Repubblica.
“E non mi sfugge che sul mio nome non c’è stato un particolare calore da parte di alcuni…”. I suoi però sono carichi a mille. A partire dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ha svolto un delicato ruolo di king maker nei suoi conversari col premier. Ora il candidato ha davanti a sè 50 giorni di campagna prima dei gazebo.
Un tempo relativamente lungo per riuscire nella difficile missione di ricompattare il Pd romano, e soprattutto di motivare militanti e simpatizzanti dem a crederci ancora e tornare alle urne dopo la drammatica fine dell’esperienza Marino.
Perchè, ad oggi, in assenza di sfidanti del M5s e del centrodestra, e anche dentro il Pd, il vero avversario di Giachetti sono la rabbia e la rassegnazione dei romani.
E il rischio di un flop di partecipazione alle primarie.
(da “Huffingtonpost“)
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