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CORPO FORESTALE, L’ACCORPAMENTO AI CARABINIERI TAGLIA I COSTI MA SPIANA LA STRADA AGLI ECOREATI

Gennaio 16th, 2016 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DELLE ASSOCIAZIONI ECOLOGISTE: ELIMINARE IL CORPO CHE CONTA 8.500 DIPENDENTI DEPOTENZIA LA TUTELA DELL’AMBIENTE

“Tana libera tutti”.
Traffico di rifiuti, abusi edilizi, incendi boschivi: il governo rischia di spianare la strada agli ecoreati, spiegano le associazioni ambientaliste.
Nel consiglio dei ministri del 15 gennaio, a meno di clamorose sorprese, un decreto attuativo della riforma della pubblica amministrazione riguarderà  il Corpo forestale dello Stato.
E sancirà  il suo accorpamento all’interno dell’arma dei carabinieri per evitare sovrapposizioni e sprechi. Il corpo conta circa 8.500 dipendenti in tutta Italia, specializzati nella tutela del patrimonio naturale e paesaggistico, nella prevenzione e repressione dei reati in materia ambientale e agroalimentare.
Questi operatori non vanno confusi con gli operai forestali, oltre 10mila in Calabria e più di 28mila in Sicilia, che non hanno la professionalità  degli agenti del Corpo. E che non saranno toccati in alcun modo dalla riforma Madia, pur richiedendo alle casse pubbliche uno sforzo che vale centinaia di milioni di euro ogni anno.
Invece la mannaia si abbatterà  sugli specialisti della lotta agli ecoreati: una soluzione non gradita alle associazioni che si battono per la tutela dell’ambiente, come Legambiente e Greenpeace, ma anche a quanti si occupano di lotta al crimine organizzato, come il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e l’associazione Libera.
“La soppressione del Corpo forestale può apparire come un ‘tana libera tutti’ — spiega Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente — In che modo si passa da un corpo civile, come quello forestale, a un corpo militare? Il rischio è che molti decidano di proseguire la loro carriera altrove, in un altro comparto della pubblica amministrazione. E il corpo perderebbe pezzi, mentre gli agenti forestali sono già sottodimensionati. In questo senso, perderebbe forza la tutelaambientale”.
E rilancia: “Noi da sempre chiediamo che nasca una polizia ambientale, come una direzione antimafia sugli ecoreati, un’organizzazione delle polizie per lavorare in maniera congiunta”.
Sulla stessa linea le parole di Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.
“Il nostro timore è che l’accorpamento porti a un abbassamento della guardia sui reati ambientali — spiega l’attivista — La diluizione del Corpo forestale nei carabinieri fa perdere una specificità . E se lo Stato reagisce di meno, non è certo un incentivo a ridurre i comportamenti illegali“.
A chiudere il cerchio ci pensa Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia: “Non capisco l’utilità  di questo accorpamento, non credo che possa essere funzionale a un risparmio economico. E anche se fosse, un risparmio a spese dell’ambiente non sarebbe effettivo, perchè poi spenderemmo di più a spegnere incendi o procedere a bonifiche”.
A rafforzare i timori delle associazioni ci sono i numeri degli ecoreati in Italia.
Come spiegato dall’ultimo rapporto Ecomafie, a cura di Legambiente, nel 2014 sono stati accertati 29.293 reati in campo ambientale, circa 80 al giorno, poco meno di 4 ogni ora, in leggero aumento rispetto all’anno prima.
Questo genere di crimini ha fruttato agli ecodelinquenti un bottino pari a 22 miliardi di euro, 7 in più rispetto all’anno precedente.
Oltre alle associazioni ambientaliste, anche chi combatte la mafia si dimostra preoccupato dalla scomparsa del Corpo forestale.
In un’audizione al Senato, nel novembre 2014, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha spiegato che “noi siamo contrarissimi alla soppressione del Corpo forestale dello Stato, perchè sarebbe come togliere all’autorità  giudiziaria l’unico organismo investigativo in materia ambientale che dispone delle conoscenze, delle esperienze, del know-how e anche dei mezzi per poter smascherare i crimini ambientali”.
E sullo specifico tema dell’accorpamento, il procuratore ha aggiunto che l’operazione “potrebbe rischiare di stemperare di molto il patrimonio di conoscenze e di esperienze e, quindi, la capacità  investigativa di questo Corpo”.
E ancora più esplicito è stato don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera: “Perdere il Corpo forestale dello Stato significherebbe indebolire la forza dello Stato contro le mafie”. Infine don Maurizio Patriciello, in prima linea contro la camorra nella Terra dei fuochi, ha chiesto al premier Matteo Renzi di non sciogliere il Corpo forestale dello Stato perchè “togliercelo adesso significherebbe tagliarci le gambe”. Una decisione del genere, ha spiegato il sacerdote, “sarebbe una tragedia in questi anni, nella Terra dei fuochi, tutto quello che è stato possibile fare lo abbiamo fatto grazie alla Forestale”.
Ma i compiti del Corpo forestale non si esauriscono con la prevenzione e la repressione dei reati. C’è anche la difesa della biodiversità .
Dall’isola di Montecristo al Circeo, dall’Aspromonte alla Majella, in Italia sono 130 le riserve naturali sotto la tutela degli Uffici territoriali per la biodiversità  (Utb).
Qui lavorano 1.500 operai forestali, anch’essi parte del corpo, che si prendono cura di flora e fauna in aree particolarmente delicate.
L’accorpamento ai carabinieri ha messo in allarme anche questi lavoratori, che il 13 gennaio hanno manifestato davanti al ministero delle Politiche agricole, con una delegazione poi ricevuta al dicastero. “Il nostro timore era che lo Stato volesse cedere queste aree alle Regioni — spiega Giovanni Mininni, segretario nazionale Flai Cgil — Ci hanno assicurato che resteranno allo Stato, ma se ne occuperanno i carabinieri. Il ministero ci ha anche garantito che verrà  assicurata la specificità  di queste zone. Ma per capire come si farà , dobbiamo aspettare il testo del decreto”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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CONTRORDINE ONOREVOLI, LA BARBERIA DELLA CAMERA RIMANE APERTA

Gennaio 16th, 2016 Riccardo Fucile

IL SERVIZIO VERRA’ RIDOTTO IN NOME DEI TAGLI

Rivoluzione alla barberia della Camera.
I deputati non dovranno rinunciare al servizio di coiffeur allestito nell’apposito salone in stile Liberty, al piano Aula di palazzo Montecitorio. Ma il servizio verrà  ridotto, in nome della spending review e soprattutto della razionalizzazione delle spese.
Soprattutto su impulso del questore di Scelta civica Stefano Dambruoso, il collegio dei questori della Camera ha deciso di ridurre il personale e gli orari di apertura della barberia.
Una soluzione che porterà  la Camera a spendere ogni anno circa 150 mila euro in meno per assicurare il servizio di parrucchiere interno.
Si spenderà  meno per assicurare un taglio a buon prezzo a deputati, giornalisti e assistenti parlamentari, ma la Camera in realtà  non risparmierà  rispetto alla spesa attuale.
Vediamo perchè.
Il progetto dei questori, che dovrebbe entrare in vigore da febbraio, prevede che i barbieri vengano ridotti dall’attuale formazione di 7 a 4 e che, di conseguenza, la barberia rimanga aperta meno ore a settimana, con la possibilità  ad esempio di chiusure pomeridiane.
I tre “figaro” che non faranno più parte dell’organico della barberia sono comunque personale assunto dalla Camera con regolare concorso e verranno rincovertiti in altre mansioni, come quella di commessi ai vari piani di Montecitorio.
Circostanza già  avvenuta ad esempio per gli ex addetti alla buvette.
I sette “figaro”, sia quelli che rimarranno che quelli che usciranno dalla barberia, manterranno comunque tutti il loro attuale stipendio (che cambia a seconda dell’anzianità  di servizio).
Questa “rivoluzione” sulle note del barbiere di Siviglia, quindi, poco modificherà  la spesa annua della Camera, che rimarrà  per lo più sempre la stessa.
L’”assalto” dei questori alla barberia è semmai un segnale di razionalizzazione della spesa, un segnale anche mediatico: spendiamo meno soldi per un servizio che in molti, fuori dal Palazzo, considerano un privilegio.
A marzo, quando girò voce in Transatlantico che i questori avrebbero potuto chiudere il coiffeur, il questore Dambruoso lo disse chiaro e tondo: “Una cosa è certa, come deputato di Scelta civica non potrò ripresentarmi ai miei elettori avendo avallato un servizio con circa 400mila euro di costi in perdita per le casse della Camera, vale a dire 400mila euro di tasse pagate dagli elettori stessi”.
Perchè, secondo i conteggi, il servizio di barberia (ora aperto anche a donne, collaboratori parlamentari e giornalisti non iscritti all’Asp), che è comunque un servizio a pagamento (18 euro per taglio e shampoo), costa alla Camera ogni anno circa 500mila euro, a fronte di un introito di circa 92mila euro.
Con i tagli a personale e orari invece, spiega il questore Paolo Fontanelli (Pd), si avrebbe “una minor spesa annua per il servizio di barberia pari a circa 150 mila euro annui”.
Con buona pace di Figaro.

(da “Huffingtonpost”)

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SALVINI IN DIFFICOLTA’ ALL’INTERNO DELLA LEGA: LA GUERRA DI CALDEROLI

Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile

I FEDELI DI SALVINI PERDONO I CONGRESSI OVUNQUE, SALVO IN LIGURIA E FRIULI… MARONI GIA’ PREPARA IL DOPO-SALVINI … E AL SUD “NOI CON SALVINI” FA FLOP

Il processo di rottamazione salviniana nei gangli della Lega, a oltre due anni dall’incoronazione del leader, procede più che a rilento.
E così a febbraio, alla fine della tornata dei congressi regionali, Matteo Salvini rischia di portare a casa solo la Liguria, con l’elezione del fedelissimo Edoardo Rixi.
Oltre al Friuli Venezia-Giulia che da un anno e mezzo è nelle mani del fidato capogruppo alla Camera Massimiliano Fedriga.
In tutto il resto della “Padania”, l’altro Matteo è in affanno.
Il caso più eclatante è quello del Piemonte, che esce da un decennio di controllo da parte di Roberto Cota, e dove la Lega è chiamata a congresso il 14 febbraio.
Contro il trentenne ed ex assessore regionale Riccardo Molinari, fedelissimo di Salvini, è schierata Gianna Gancia, moglie di Roberto Calderoli, che negli ultimi mesi è stato molto attivo in regione per sostenere la consorte.
I motivi della battaglia piemontese di Calderoli non sono chiari: fonti vicine a Salvini si chiedono il perchè di questo accanimento.
“Roberto ha avuto carta bianca da Matteo, in Senato si muove come vuole, come è successo con i milioni di emendamenti alle riforme. Cosa vuole ancora?”.
Altri ipotizzano che Calderoli sia infastidito dal fatto che, sul fronte alleanze e nelle trattative col Cavaliere, Salvini ha scelto come interlocutore privilegiato Giancarlo Giorgetti.
Non c’è solo il vicepresidente del Senato a remare contro.
Anche l’europarlamentare Gianluca Buonanno, molto radicato in Valsesia, ha deciso di sostenere la Gancia, pare in polemica con via Bellerio per essere stato allontanato dai talk show per via delle pistole esibite e di altre esternazioni fuori dalle righe. In questo quadro, la corsa di Molinari, che pure ha raccolto le 350 firme necessarie per la candidatura, appare molto in salita.
Al punto che Salvini starebbe decidendo — e la conferma arriva da ambienti vicini al leader- di far saltare il congresso e nominare commissario almeno fino a dopo le comunali: si parla un quarantenne lombardo, il consigliere regionale Pietro Foroni.
In Veneto la strada appare più in discesa, ma il candidato che succederà  all’esule Flavio Tosi dopo un anno di commissariamento della Liga non è certo un ragazzo di Salvini.
Si tratta dell’ex sindaco di Vittorio Veneto Gianantonio Da Re, sessantenne, già  sodale dell’ex ras di Treviso Gianpaolo Gobbo e bossiano da sempre.
Insomma, un uomo della vecchia guardia.
Lorenzo Fontana, veronese e uomo forte di Salvini a Bruxelles, è stato indotto dal leader a fare un passo indietro: troppo alto il rischio di una sconfitta ad opera di Da Re, che è molto legato al governatore Zaia di cui è uno dei padri politici.
E così la soluzione unitaria per il congresso del 7 febbraio appare come un compromesso del giovane leader con i vecchi padroni della Liga dai tempi del Senatur. Con un nodo in più: contro il candidato in pectore si sta muovendo il potente sindaco di Padova Massimo Bitonci.
Spine anche in Emilia, dove poco prima di Natale il candidato salviniano, il 24enne piacentino Matteo Rancan, è stato sconfitto al congresso dal consigliere comunale di Reggio Emilia Gianluca Vinci, che non è certamente ostile al leader, ma è stato un ammiratore del sindaco di Verona Tosi, di cui voleva importare il modello amministrativo in Emilia.
Nello scorso ottobre, in Romagna il segretario regionale e deputato Gianluca Pini ha passato la mano a un suo fedelissimo, Jacopo Morrone, con una soluzione unitaria e per acclamazione.
I romagnoli storicamente sono un po’ a lato rispetto alle faide leghiste del lombardo-veneto, ma la lunga segreteria Pini si è distinta per una certa autonomia da via Bellerio: schema che dovrebbe ripetersi anche con Morrone.
La potentissima Lombardia è già  andata a congresso a novembre del 2015, dopo una serie di rinvii che i maligni attribuiscono alle difficoltà  dell’allora candidato salviniano, Massimiliano Romeo, capogruppo leghista al Pirellone.
Alla fine l’ha spuntata Paolo Grimoldi, deputato, vecchia conoscenza di Salvini dai tempi dei Giovani padani.
Un candidato che, raccontano in Lega, è stato più tollerato dal leader che realmente desiderato. Tra i due infatti, nonostante l’apparente armonia, sottopelle cova una antica rivalità . Tanto che a via Bellerio si sospetta che la vecchia guardia maroniana, a partire dall’assessore regionale Gianni Fava, pensi a lui come candidato da far crescere e lanciare nel momento in cui la stella di Salvini dovesse appannarsi. Non subito però.
Al congresso federale previsto entro fine 2016 (ma che potrebbe tenersi già  a primavera) non sono previsti candidati alternativi al segretario in carica.
Lo scacchiere delle regioni, molto importanti nel Carroccio, non sorride al leader.
Tra i leghisti, una delle ipotesi che circola è che questi risultati siano dovuti a resistenze della base rispetto all’ipotesi di costruire un partito unico su base nazionale, fondendo la Lega con “Noi con Salvini”.
Un progetto che il leader accarezza da tempo, ma che non si è concretizzato. Anche per le difficoltà  incontrate nel centrosud nel tentativo di costruzione di una classe dirigente potabile.
Con questi numeri, il progetto “national” in chiave lepenista sembra destinato a restare nel cassetto

(da “Huffingtonpost“)

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DERIVATI: LA CORTE DEI CONTI INDAGA LA REGIONE VENETO PER DANNO ERARIALE MILIONARIO

Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile

LA PERIZIA E LA DENUNCIA DEL M5S: “ANDAVANO RISTRUTTURATI DAL 2009″… LI HA SOTTOSCRITTI ZAIA IN QUALITA’ DI VICE DI GALAN

Un danno erariale milionario subìto dalla Regione Veneto a causa di una delibera firmata nel 2006 dall’attuale presidente della Regione, Luca Zaia, all’epoca vicepresidente del governatore Giancarlo Galan.
Un prodotto finanziario sottoscritto dalla Regione che avrebbe causato una grave emorragia di soldi pubblici.
È l’accusa formulata dal capogruppo M5S alla Regione Veneto Jacopo Berti, che ha consegnato al sostituto procuratore della Corte dei Conti del Veneto, Chiara Imposimato, la documentazione relativa a due prodotti finanziari acquistati tra l’aprile e il giugno del 2006 dalla Regione Veneto per coprirsi dai rischi sulle fluttuazioni dei tassi di interesse relativamente a un debito di 330 milioni di euro, il 24% circa dei debiti dell’ente. “Abbiamo la certezza che acquistare questi derivati sul debito è stata una follia — ha sostenuto il consigliere regionale Berti al termine dell’incontro durato più di due ore — perchè sono del tutto sfavorevoli per noi e ad oggi abbiamo perso già  57 milioni di euro, regalandoli alle banche. Complessivamente la Regione perderà  150 milioni di euro da qui al 2036, secondo i nostri calcoli”.
La Procura della Corte dei Conti, che si era già  interessata in passato a questa operazione finanziaria, ha aperto un fascicolo
La delibera regionale che ha deciso l’adozione di questi prodotti finanziari, la numero 1117 del 18 aprile 2006, porta la firma dell’attuale governatore leghista del Veneto (allora vicepresidente della giunta Galan) Luca Zaia.
Secondo Berti “al momento della firma nel 2006 si sapeva che nel 65% dei casi i derivati sarebbero stati sfavorevoli per la Regione”.
La giunta aveva replicato, nel corso della discussione per l’approvazione del rendiconto di bilancio 2014, che la scelta del 2006 “andrebbe valutata alla luce delle condizioni dell’epoca” e che fu “una manovra prudenziale”.
A condurre una battaglia contro la decisione della giunta Galan era stato negli anni scorsi anche il gruppo del Pd.
In dettaglio la Regione aveva stipulato due contratti a copertura di altrettanti prestiti obbligazionari: uno con la banca irlandese Depfa, firmato il 20 aprile 2006 e attivo fino al 2026, per 200 milioni di euro, l’altro con l’italiana Banca Intesa, siglato il 6 giugno 2006 e attivo fino al 2036, per 129 milioni di euro.
In entrambi i casi il meccanismo assicurativo scelto è quello dell’Interest rate Collar: in pratica, una sorta di “corridoio” che garantisce a chi compra il prodotto finanziario di pagare sempre tassi compresi all’interno di una forbice definita da un valore massimo (Cap) e un valore minimo (Floor).
Se i tassi d’interesse superano il tetto più alto la banca subentra al pagamento ma al tempo stesso al cliente (in questo caso alla Regione) viene richiesto di pagare sempre un valore pari al minimo stabilito, anche se i tassi sono inferiori.
Nel caso della Regione Veneto, per il contratto con Depfa Bank il tasso massimo stabilito è del 5,35%, quello minimo tra il 2,9% e il 4,08 per cento.
Per quello con Banca Intesa il valore massimo è il 5,48%, il minimo tra il 3,2% e il 4,1 per cento.
“Ma i tassi di interesse, in questi anni, non hanno mai superato il 5,3% neanche una singola volta — spiega il consigliere regionale Berti — quindi le banche non si sono mai attivate per coprire la Regione, mentre i tassi minimi sono stati quasi sempre inferiori al 4% e quindi noi abbiamo dovuto pagare continuamente”.
Il calcolo del rischio per la Regione era stato effettuato nel 2006 con il modello del “sistema di tesoreria e risk management per gli enti locali Poleis” della società  Brady Italia.
Nette le conclusioni di una nuova perizia, consegnata dal M5S alla Corte dei Conti, in cui si stabilisce che l’andamento dei tassi ha sfavorito la Regione: “Il flusso di cassa è sempre stato sfavorevole con un’intensità  di perdite crescente”, si legge nel documento di cui ilfattoquotidiano.it è in possesso ma il cui autore, un docente dell’Università  Ca’ Foscari di Venezia, è rimasto finora sconosciuto per volontà  del gruppo del M5S.
“Una ristrutturazione per entrambi i derivati sarebbe stata consigliabile già  a partire dall’anno 2009”.

Andrea Tornago
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“FORZA ITALIA AI MINIMI, SILVIO MOLLA LA POLITICA”: IL PRESSING DI CONFALONIERI E LETTA

Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile

“UN PARTITO AL 10% NON SERVE PIU’ ALLE TUE AZIENDE”… IL CAVALIERE: “NON LASCIO CAMPO APERTO A SALVINI”

L’ultimo assalto al fortino, i più intimi lo hanno portato in questi giorni.
Al tavolo da pranzo di casa Berlusconi, Fedele Confalonieri, Gianni Letta e Nicolò Ghedini sono tornati alla carica: “Silvio non puoi andare oltre, i sondaggi sono in caduta, il partito allo sbando, ma che te ne fai di Forza Italia al 10 per cento? Non conviene neanche alle aziende questa guerra a Renzi”.
Il Cavaliere, raccontano, resta turbato. Ribatte che lui non può “lasciare campo libero a Matteo Salvini”, non può essere lui il candidato premier, occorre prima trovare il “moderato” che possa guidare il centrodestra.
Ma i dubbi lo assalgono. Ha spiazzato perfino i fedelissimi la notizia del sondaggio di dicembre per testare Fi al fianco di Renzi e delle sue riforme. Risultato: il partito crollerebbe al 5, ma col voto contrario di martedì prossimo al Senato lo stesso sondaggio non riconosce più del 10.
L’indiscrezione di un incontro segreto Berlusconi-Verdini nelle ultime 48 ore a Roma è smentita ufficialmente da entrambi i fronti.
Di certo, l’assemblea coi gruppi di mercoledì ha sortito l’effetto di un rompete le righe (“Potrei essere alle Bermuda”, “Scusate ma tra poco ho il Milan”).
Così, tra i fedelissimi è scattata la corsa disperata al si salvi chi può.
Per oggi a pranzo Antonio Tajani ha convocato una decina di parlamentari a Roma per una riunione “ristretta” per decidere dove riparare.
Martedì al ristorante Archimede sempre a Roma hanno pranzato Paolo Romani, Mariastella Gelmini e Maurizio Gasparri, con lo stesso interrogativo: lombardi e ex An stanno provato a serrare il blocco della “vecchia guardia”.
Poche ore dopo, martedì sera, in un altro ristorante, una decina di senatori e “nuovi dirigenti” che si riconoscono nell’ex campione olimpico Marco Marin, coordinatore veneto. E in questo scenario c’è chi, come i big Giovanni Toti e Mara Carfagna lavorano sulle primarie.
Il fatto è che il leader che quest’anno veleggia verso gli 80, resiste ancora nel fortino. L’ultimo colpo assestato è di queste ore: avrebbe quasi convinto Guido Bertolaso, ex sottosegretario e capo della protezione civile, ad accettare la candidatura a Roma.
Sarebbe lui il “super candidato col quale, se accetta, vinciamo”, annunciato due giorni fa ai parlamentari.
Chiunque, pur di mettere fuori gioco Giorgia Meloni.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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COOP – BUZZI – M5S: C’È UN CASO A POMEZIA

Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile

APPALTI SOSPETTI AFFIDATI DAL SINDACO GRILLINO ALLA COOP VICINA A BUZZI

Dopo Quarto, Pomezia. Risuonano i nomi di Mafia Capitale nella principale operazione del sindaco a Cinque Stelle di Pomezia, Fabio Fucci, ovvero la gestione dei rifiuti: il Consorzio Nazionale Servizi, la Cooperativa 29 giugno di Salvatore Buzzi, e Alessandra Garrone, la compagna di Buzzi che sedeva nel cda della cooperativa Formula Ambiente, finita ai domiciliari.
L’appalto del Comune sui rifiuti è forse l’atto più importante di un’amministrazione molto chiacchierata e finita sulle cronache nazionali qualche mese fa per un caso di Parentopoli: nel corso della trasmissione L’Aria che tira, Fucci affermò che l’assessore Veronica Filippone si era già  dimessa.
In verità  aveva solo annunciato a giugno che si sarebbe dimessa a novembre, unico caso al mondo di dimissioni post-datate.
L’imbarazzo era legato al fatto che la Filippone è la compagna del sindaco a Cinque stelle. Poi, la vicenda sollevata dall’Unità  oggi sulla sanatoria degli abusi edilizi da parte dell’amministrazione a Cinque stelle.
Ma occorre tornare indietro di qualche mese per imbattersi nell’opacità  vera del sistema Pomezia.
A quando cioè il sindaco Fucci, insediato a giugno del 2013, proroga l’appalto per la gestione dei rifiuti e la pulizia urbana tra il Comune di Pomezia e il Consorzio Nazionale Servizi e la sua affiliata Formula Ambiente.
Formula Ambiente è una società  “partecipata” della Coop 29 giugno di Salvatore Buzzi prima per il 49 per cento poi per il 29 per cento.
E nel suo consiglio di amministrazione sedeva Alessandra Garrone, compagna di Buzzi. Il quale, come noto, era nel consiglio di sorveglianza del Consorzio Nazionale Servizi. Un ruolo cruciale nel sistema di Mafia Capitale, come si legge nelle carte dell’inchiesta.
In quel momento tra le varie attività  del CNS c’è l’appalto del comune di Pomezia, arrivato alla sesta proroga.
Segue il dossier Salvatore Forlenza, il dirigente del CNS nel settore rifiuti. Forlenza un anno dopo sarà  indagato per turbativa d’asta nel processo di Mafia Capitale.
Il sindaco dei Cinque stelle avvia l’appalto a dicembre 2013. E le procedure vanno avanti per mesi. L’ultimo bando di gara è emesso il 2 settembre del 2014 e si conclude l’11 dicembre 2014, quando Mafia Capitale è già  scoppiata e l’Operazione Mondo di Mezzo ha portato agli arresti di Buzzi e Carminati.
Salvatore Buzzi in quel momento viene estromesso dal consiglio di sorveglianza del CNS e la sua compagna arrestata e rimossa dal cda di Formula ambiente insieme agli altri esponenti coinvolti nell’inchiesta. Sono i giorni in cui alla Camera Alessandro Di Battista presenta una interrogazione per denunciare il sistema delle proroghe degli affidamenti al CNS da parte di Marino sulla base del teorema “come faceva a non aver visto nulla?” e al tempo stesso metteva in guardia il governo sul CNS.
Evidentemente non lo ha ascoltato il sindaco di Pomezia, dove proprio al CNS veniva affidato l’appalto.
“Il sindaco di Pomezia è incorruttibile” è una frase delle telefonate di Buzzi che i Cinque stelle hanno fatto rimbalzare ovunque come una coccarda di legalità . L’appalto secondo le opposizioni è sospetto.
In particolare, secondo il Pd che ha già  affidato le carte a un plotone di legali, ci sono diverse irregolarità  sia della ditta appaltatrice sia delle procedure del comune. La cooperative dove Buzzi aveva un ruolo determinate vincono con un ribasso di gara dello 0,13, anomalo rispetto alla cifra di 50 milioni di appalto.
Mentre le altre due ditte che si presentano non raggiungono il punteggio minimo sull’offerta tecnica, secondo la valutazione dalla commissione del Comune.
Del resto una certa disinvoltura nella gestione di queste cose il sindaco dei Cinque Stelle Fucci l’aveva dimostrata nell’appalto sul servizio della manutenzione del verde.
Il bando fu bloccato dall’Anticorruzione di Raffaele Cantone: “illegittimo” perchè “limita la concorrenza” e l’ampliamento della platea delle imprese di gara.
Da quando c’è Fucci il Comune di Pomezia le spese per incarichi legali sono cresciute a dismisura: solo nel 2015 oltre un milione e mezzo di euro.
Qualcuno lo ha avuto anche l’avvocato Giovanni Pascone – ex magistrato del Tar, dipendente del Comune — prima di essere cancellato dall’albo degli avvocati perchè compariva come socio occulto di una società  di vigilanza, e prima di essere condannato a due anni e sei mesi dopo essere stato trascinato dall’agenzie delle entrate in tribunale per un presunto danno erariale da 20 milioni di ero.
Non è l’unico personaggio discusso che gravita nell’orbita del sindaco.
Alla guida della Multiservizi Fucci ha nominato tal Luca Ciarlini, indagato per frode. Nessuno si è scandalizzato più di tanto quando nel comune di Pomezia circolava Salvatore Forlenza, per seguire direttamente la questione dei rifiuti.
Prima che fosse indagato nell’ambito di Mafia Capitale. Ma a quel punto le procedure di gara erano già  state stabilite.

(da “Huffingtonpost“)

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GIACHETTI IN CAMPO, MA GLI ALTRI PARTITI CHE FANNO A ROMA?

Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile

NEL CENTRODESTRA E NEL M5S MANCA UN CANDIDATO… A SINISTRA RESTA L’INCOGNITA MARINO, BERLUSCONI PENSA A BERTOLASO

Con Roberto Giachetti in campo a Roma, anche gli altri partiti e le coalizioni alternative al Pd non hanno più alcuna scusa per prendere tempo.
Come sta facendo il centrodestra che ancora non riesce a fermare la pallina su un nome. Le uniche forze che sembrano avere già  deciso sono quelle a sinistra dei Dem, ovvero Sel e Sinistra italiana costola scissionista del Pd, che puntano tutte le fiches su Fassina.
L’ex viceministro non intende fare alcuna alleanza con Giachetti e nemmeno le primarie. Spiega: «Le primarie servono a scegliere chi interpreta meglio un programma condiviso attorno al quale si costruisce una coalizione. Non mi pare ci siano condizioni per un programma condiviso». Fine della discussione.
REAZIONE “FREDDA” DI PARTE DEL PD  
Ma anche dentro lo stesso Pd la candidatura di Giachetti non fa saltare tutti per la gioia. La sinistra Dem romana storce il naso per una candidatura considerata troppo vicina a Renzi. Dal governatore laziale Zingaretti non è arrivano segnali positivi: un silenzio rumoroso. I centristi del partito guardano il radical-dem Roberto con diffidenza per la sua doppia tessera del partito Radicale e le sue battaglie per i diritti civili poco graditi alla curia romana.
CHE FA MARINO?  
Poi c’è l’ex sindaco Marino che potrebbe candidarsi a sindaco con una lista civica: potrebbe scippare a Giachetti 4-5 punti magari fondamentali in una competizione nella quale il Pd parte svantaggiato dopo la catastrofica esperienza della sindacatura Marino, soprattutto dopo l’esplosione di Mafia Capitale.
IL M5S IN VANTAGGIO MA SENZA NOME
La strada per Giachetti infatti è tutta in salita e il vantaggio dei 5 Stelle che sulla carta dei sondaggi sono il primo partito nella capitale potrebbe rivelarsi incolmabile. Ma i grillini ancora non hanno fatto una scelta.
Hanno 233 candidati a consigliere comunale: tra questi dovrà  saltare fuori l’aspirante sindaco sulla base dei una votazione sul web. In pole position però ci sono due consiglieri comunali uscenti, Marcello De Vito e Virginia Raggi.
Quest’ultima sembra la favorita anche perchè sostenuta da Alessandro Di Battista. Il quale, se si candidasse, avrebbe molte chance di vincere a mani basse, sempre secondo i sondaggi però. Ma non può scendere in pista perchè le regole interne al movimento glielo proibiscono: chi ha un mandato elettivo non può concorrere ad un altro.
MELONI CONTRO MARCHINI, MA SPUNTA BERTOLASO
Poi c’è l’imprenditore indipendente Alfio Marchini con la sua Lista “Io amo Roma”, sostenuto da pezzi del centro proveniente da Forza Italia e che si sono messi in proprio come Fitto e Quagliariello. Berlusconi avrebbe voluto sostenerlo subito perchè corrisponde al suo identikit: imprenditore, bello, piace alle donne, moderato, un po’ di sinistra ma che guarda a destra.
Ma sulla strada di “Arfio”, come lo chiamano a Roma, si è messa Giorgia Meloni che lo ha sempre accusato di essere stato sempre troppo vicino agli ex comunisti, di avere fondato e finanziato la fondazione Italianieuroperi di D’Alema, di aver tentato pure di candidarsi alle primarie del centrosinistra alla passata tornata elettorale quando vinse Marino.
Allora Berlusconi le ha chiesto di candidarsi lei, se lo vuole. Ma Giorgia ha nicchiato: teme di perdere le elezioni e di perdere anche il suo status di leader nazionale dei Fratelli d’Italia.
Oggi Berlusconi ha fatto il nome di Bertolaso che dovrebbe unire il centrodestra (nella sconfitta?)

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)

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ALEMANNO E MARINO INDAGATI PER ABUSO D’UFFICIO PER NOMINE DIRIGENZIALI

Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile

L’ACCUSA E’ DI AVER ASSUNTO FIGURE PROFESSIONALI ESTERNE SENZA CONCORSO E SENZA PROCEDURA PUBBLICA, MA PER CHIAMATA DIRETTA

Abuso d’ufficio. Gli ex sindaci di Roma Ignazio Marino e Gianni Alemanno saranno interrogati a breve nell’ambito dell’inchiesta della procura di Roma sui presunti illeciti legati alle procedure di nomine dirigenziali in Campidoglio in violazione del Testo Unico degli Enti Locali.
Con loro nel registro degli indagati, riporta Il Messaggero, altre 58 persone tra funzionari e dirigenti e politici, alcuni ancora in carica.
L’ipotesi della Procura di Roma è di aver assunto figure professionali esterne senza concorso e senza procedura pubblica. Per chiamata diretta, quindi, evitando di considerare i 23mila dipendenti già  in servizio presso il Comune. Nell’ottobre del 2013 il Fatto.it aveva denunciato la crescita continua dello staff dell’ex sindaco del Pd.
A occuparsi dell’inchiesta è il pm Francesco Dall’Olio.
In dicembre il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza ha depositato al magistrato un’informativa in cui, oltre all’abuso d’ufficio, si ipotizza anche il reato di truffa.
A cominciare dai prossimi giorni quindi comincerà  la tornata di interrogatori sui compensi elargiti, in molti casi, superiori a quanto previsto dalla norma.
Gli accertamenti, che hanno preso spunto la scorsa estate da un’informativa delle fiamme gialle, non coinvolgono l’attuale amministrazione guidata dal commissario Francesco Paolo Tronca.
Gli inquirenti prendono in esame nomine fatte dal 2008 in poi poichè eventuali irregolarità  avvenute in precedenza sono coperte da prescrizione. Per quanto riguarda la presunta truffa gli inquirenti ipotizzano siano state scelte persone in base a titoli non veritieri.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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FINI E “L’ONORE AL MERITO” PER STORACE: QUANDO SI E’ CONDANNATI A SOLI SEI MESI CON LA CONDIZIONALE NON E’ CHE SI DIVENTA EROI RINUNCIANDO ALLA PRESCRIZIONE

Gennaio 15th, 2016 Riccardo Fucile

IL CASO DEL VILIPENDIO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA E LA CORSA ALLE CONGRATULAZIONI

La Destra italiana per un giorno ha messo da parte il caso Marò (proprio quando sarebbe stato necessario un approfondimento, alla luce delle trattative in corso) e la polemica sull’abolizione del reato di immigrazione clandestina che la vede ovviamente schierata contro i rappresentanti della “legalità ” (dai magistrati alle forze dell’ordine) e appiattiti sulla demagogia da osteria di Salvini, per dedicarsi alle note di congratulazioni a Francesco Storace che ha rinunciato in appello alla prescrizione nel processo che lo vede imputato di vilipendio al capo dello Stato e per il quale è stato condannato in primo grado a soli 6 mesi con la condizionale.
IL REATO
I delitti di vilipendio politico erano già  noti al Codice Zanardelli del 1889. Il Codice Rocco (1930) li mantenne come delitti contro la personalità  dello Stato, entro il sistema penale dello Stato fascista.
Nonostante le pressioni di una dottrina giuridica generalmente abrogazionista, la Corte costituzionale rigettò la questione di legittimità  dell’art. 290, chiarendo che il bene del prestigio delle istituzioni non solo meritava tutela, ma aveva rilievo costituzionale. In questo modo i reati di vilipendio trovavano la loro giustificazione anche nel nuovo regime democratico.
IL FATTO
I fatti risalgono al 2007, quando il presidente Napolitano aveva condannato con parole di grande indignazione una “goliardata” de La destra, l’allora nuovo partito del senatore Storace, fuoriuscito da Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini: spedire alla 98enne senatrice a vita Rita Levi Montalcini delle stampelle, per “sostenerla fisicamente” e come simbolo del fatto che quella maggioranza, a sostegno del secondo governo Prodi, si reggeva “solo con le stampelle dei senatori a vita”.
“Mancare di rispetto, tentare di intimidire la professoressa Rita Levi Montalcini, che ha fatto tanto onore all’Italia, è semplicemente indegno” aveva tuonato Napolitano in difesa della senatrice premio Nobel, che aveva già  provveduto a difendersi da sola con una lettera a Repubblica.
Ed ecco le parole che hanno portato Storace alla sbarra per vilipendio.
“Non so se devo temere l’arrivo dei corazzieri a difesa di Villa Arzilla, ma una cosa è certa: Giorgio Napolitano non ha alcun titolo per distribuire patenti etiche. Per disdicevole storia personale, per palese e nepotistica condizione familiare, per evidente faziosità  istituzionale. E’ indegno di una carica usurpata a maggioranza”.
Risulta evidente che gli estremi per contestare il reato vi erano tutti.
Ha invece ragione Storace sul fatto che lo stesso non sia stato contestato ad altri che hanno usato termini anche più volgari ( vedi il cinquestelle Sorial).
Storace successivamente chiese un incontro con Napolitano e si scusò per le frasi pronunciate: dopo un “chiarimento” di tre ore, il presidente accettò le scuse e dichiarò che per lui il caso era da considerarsi chiuso.
Nel frattempo il ministro della Giustizia di allora, Clemente Mastella, ritenne di doversi ugualmente procedere contro Storace per il reato di vilipendio, valutazione di sua competenza.
E da qui per oltre sette anni, tra sospensioni varie e polemiche, si è arrivati , per un reato che prevede la condanna fino a 5 anni di reclusione, a una sentenza di primo grado piuttosto mite: sei mesi con la condizionale, applicando varie attenuanti.
Due giorni fa l’appello che avrebbe dovuto sancire la prescrizione per i termini ormai scaduti e la rinuncia alla stessa da parte dell’imputato, con aggiornamento della corte al 1 giugno.
I COMMENTI
Scrive Gianfranco Fini su “Liberadestra” sotto il titolo “Onore al merito”:   “Storace ha dato un bell’esempio di cosa voglia dire essere di destra in materia di legalità  : aver fiducia, nonostante tutto, nella giustizia. Se si sbaglia si paga e se si è onesti, in questo caso intellettualmente, si chiede che ciò venga sancito in tribunale, affinchè tutti lo sappiano. Confidare nella prescrizione del reato per farla franca non è certo politicamente così censurabile come salvarsi grazie ad una legge ad personam. Anche per questo spiace che quasi nessuno a destra, aldilà  della attuale collocazione, abbia sottolineato come la scelta di Storace sia stata bella e significativa.”
Stesso concetto espresso da Menia: “Il coraggio di affrontare il giudizio è un qualcosa che appartiene al bagaglio della destra alta e pulita, che rifugge la scorciatoia della prescrizione”. “Il concetto di libertà  di espressione – aggiunge Menia   – va tutelato da ogni forma di prevaricazione, cosi’ come accaduto in questo caso”.
Spicca il silenzio della Meloni, non pervenuta causa cattivi rapporti in corso.
Storace replica lamentandosi del “silenzio del centrodestra” e parla di “dignità  che non si ammanetta», di “libertà  di opinione e privilegi di casta in gioco”, di “condanna perchè ho osato dire a quel Capo dello Stato (nemmeno tutto) quello che penso”.
IL NOSTRO COMMENTO
Viene spontanea una riflessione: ma Storace non si era scusato? O è tutta una farsa?
Perchè i casi sono due (per un uomo di destra, come direbbero Fini e Menia).
O resti sulle tue posizioni, non vai a a scusarti con Napolitano e ti fai processare, col rischio di finire realmente in carcere, senza fare tanti appelli alla libertà  di espressione, visto che eri ben consapevole dell’esistenza del reato contestato.
O, dopo che hai chiesto scusa (ammettendo quindi di aver fatto una cazzata), mantieni una posizione coerente e non fai la vittima: non ti hanno condannato alla fucilazione, ma a 6 mesi con la condizionale.
Tutti capiscono che rinunciare alla prescrizione in questo caso sia più facile che se la condanna fosse stata a 5 anni senza condizionale, suvvia.
E’ il nulla sul nulla.
La “destra alta e pulita” cui fa cenno Fini probabilmente si sarebbe vista meglio in altre circostanze, magari non votando leggi ad personam come hanno fatto in tanti a destra in tempi passati o non accettando alleanze spurie per mero calcolo politico.
L’onore e il merito sono due valori importanti: meritano un palcoscenico di livello, non il teatrino della politica, meglio non abusarne.

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