Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
L’AFFONDO DI SAVIANO: “LA SINDACA DEVE DIMETTERSI”… DALL’APPALTO SULL’ACQUA ALLO STADIO TOLTO ALLA SQUADRA ANTI-RACKET
La sindaca cede alla tensione e piange, il paese è in preda a un generale disorientamento, e mentre a Quarto in tanti hanno paura di parlare e raccontare, la prefettura di Napoli comincia dal commissariamento dell’appalto sull’acqua .
È il primo atto formale con cui il Viminale, attraverso il Palazzo di governo, torna ufficialmente a mettere le mani sul comune flegreo, al centro del caso politico-giudiziario che arroventa ai massimi vertici lo scontro tra pentastellati e Pd, e soprattutto scuote i leader Cinque Stelle, costringendoli a confrontarsi per la prima volta con lo spettro del voto inquinato da interessi criminali.
Tutto, alla vigilia delle amministrative più difficili nei capoluoghi italiani.
E lo scrittore Roberto Saviano via Twitter lancia il suo affondo: “Deve dimettersi. Se non lo fa il M5S aggiungerà una blackstar al suo simbolo”.
Veleni e misteri.
Serpeggiano conflitti e attacchi dentro e fuori la casa comunale di Quarto. La giunta perde pezzi in poco tempo. Un assessore, Raffaella Iovine, si dimette il 15, per «divergenze». Il 31, va via l’assessore al Bilancio Umberto Masullo. Poi, ancora, lascia un consigliere comunale, Ferdinando Manzo, sulla cui scelta girano le interpretazioni più disparate: l’uomo, un bidello, per potersi insediare in consiglio aveva saldato un debito di 7mila euro di tasse comunali, un esborso su cui si favoleggia ma lui si trincera dietro una nota in cui parla solo di “ragioni familiari”. Defezioni, ma anche aspri conflitti.
Come la storia raccontata in un esposto dal consigliere (già candidato sindaco) ed avvocato Luigi Rossi, entrato in possesso di conversazioni su Messenger tra la Capuozzo ed una testa calda dell’antagonismo locale, in cui si parlava di “spaventare” politicamente il legale per la sua opposizione.
E mostra quegli screen-shot, sono le fotografie della corrispondenza sui social. Poi deflagrata in un consiglio comunale carico di tensione, in cui il sindaco si scusò per le infelici espressioni usate.
Rossi allarga le braccia: «A prescindere dalle singole ed eventuali responsabilità penali, è evidente che non vi sono più le condizioni per governare serenamente con forte danneggiamento del paese e dei cittadini. Il sindaco, a maggior ragione se estranea ad ogni vicenda come ella sostiene (non senza contraddizioni), rimetta il mandato ricevuto. Il suo attaccamento alla poltrona finisce col rovinare definitivamente la città »
L’appalto da bloccare.
Il prefetto di Napoli Gerarda Pantalone ha appena avviato, su parere favorevole espresso dal presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone, la procedura per sospendere quella gestione del servizio idrico che era finita anche sotto la lente dei senatori Rosaria Capacchione (Pd) e Giuseppe De Cristofaro (Sel) in una recente interrogazione.
Al centro della vicenda, l’interdittiva antimafia che aveva colpito la Fradel, società di una Ati che s’era aggiudicata la manutenzione straordinaria della gestione acqua e fognature.
Uno stop che però, nonostante fosse stato ribadito dalla sentenza del Consiglio di Stato datata aprile 2015, non verrà recepito dall’amministrazione di Rosa Capuozzo che si insedia a giugno nel comune flegreo: salvo procedere, solo il 22 dicembre scorso, con una delibera di giunta, ad una precipitosa quanto irrituale sostituzione della “Fradel” con un’altra impresa, la “Edil sud”, che appartiene alla stessa compagine, visto che entrambe sono consociate di Finconsorzio, ed è guidata dallo stesso amministratore, ovvero Guglielmo Del Prete.
Già il 29 dicembre scorso, è Cantone a scrivere al prefetto di Napoli chiedendo come si intenda procedere con quell’appalto di Quarto che continua ad essere gestito da una società che ha ormai perso ogni battaglia legale contro l’interdittiva.
Passa qualche giorno per i dovuti accertamenti e il prefetto, dopo rituale contatto con il sindaco Capuozzo che proponeva anche un’ulteriore sostituzione dell’azienda, si confronta con il presidente Cantone e decide per il commissariamento.
“La Prefettura è sempre stata attenta, sta lavorando e continuerà a lavorare. Altro non posso dire”, le uniche parole del prefetto. Mentre dall’Anac arriva una nota che ribadisce il suo assenso all’adozione di tale procedura e assicura ai cittadini di Quarto che «tale misura consentirà la prosecuzione del servizio, da considerarsi essenziale per la tutela della salute pubblica».
Quello stadio tolto alla squadra antiracket.
Sullo sfondo, va avanti e macina altri elementi l’inchiesta del pm Henry John Woodcock coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli: sotto accusa, per voto di scambio aggravato dalla finalità mafiosa e per tentata estorsione, c’è l’ex consigliere 5 Stelle e recordman di preferenze Giovanni De Robbio (ma sono coinvolti anche l’imprenditore delle pompe funebri Alfonso Cesarano, ritenuto vicino al clan Polverino, Mario Ferro e Giulio Intemerato).
Si indaga in particolare anche sui rapporti tra Cesarano e De Robbio: il primo avrebbe garantito il sostegno elettorale in cambio dell’affidamento da parte del Comune dello stadio Giarrusso.
E’ l’impianto sportivo che, prima dell’insediamento della giunta Capuozzo, era gestito dalla Nuova Quarto Calcio per la legalità , la società sequestrata a un altro imprenditore accusato di collusioni con il clan Polverino, e trasformata in club antiracket, su impulso del pm antimafia Antonello Ardituro, oggi al Consiglio superiore della Magistratura.
La giunta Capuozzo ha lasciato comunque al Comune, e quindi al pubblico, la gestione del campo: tuttavia, senza il rinnovo della convenzione, quella squadra nata sull’onda di una simbolica svolta, non si è più potuta iscrivere al campionato.
E quell’esperienza – che aveva rappresentato una nuova stagione dopo il blitz antimafia che ha portato alla condanna, tra gli altri, dell’ex consigliere di Fi e coordinatore azzurro Armando Chiaro – si è spenta.
Il silenzio opaco della sindaca.
La prima cittadina Capuozzo risulta parte lesa nell’inchiesta della Procura antimafia, ma politicamente silente di fronte ad inquietanti atteggiamenti di ricatto del collega di partito. Per tre volte, De Robbio le si sarebbe avvicinato per tenerla sotto pressione con la vicenda dell’abuso edilizio — “Tu hai un problema” , le dice, facendole addirittura sapere che le foto che attestano quella violazione sono custodite in cassaforte dal suo amico.
Un abuso che riguarda proprio la casa in cui il sindaco vive con suo marito: un vecchio sottotetto che chiudeva la tipografia, in un piccolo edificio fronte strada, diventato una moderna abitazione.
Ma Quarto, si sa è il regno dei sottotetti che diventano mega mansarde, appartamenti confortevoli. Ve ne sono a migliaia.
La Capuozzo, sentita una prima volta dal pm il 21 dicembre, minimizza quegli atteggiamenti di De Robbio.
Non sente con imbarazzo la circostanza di non aver scritto una relazione, lei che da ufficiale di pubblica sicurezza , pure sarebbe stata tenuta a segnalare la vicenda della pressione.
Poi, però, il 22 dicembre, risentita la magistrato, cominci aa vedere nell’atteggiamento di De Robbio un significato minaccioso. Dice addirittura che lui aveva interessi sul “Puc, il piano urbanistico territoriale” e che ci “sono interessi enormi” sul Piano.
Ma passano ancora sette giorni e nella conferenza stampa di fine anno, a Quarto, è di nuovo una Rosa Capuozzo leggera e ottimista quella che riconduce l’atteggiamento di De Robbio a condotta non esecrabile. Ma intanto le perquisizioni del 23 dicembre hanno di fatto portato alla pubblicazione delle intercettazioni in cui l’imprenditore vicino alla camorra dice che “bisogna portare anche le vecchie di 80 anni a votare per i 5 Stelle”.
Il caso voto inquinato colpisce al cuore l’immagine dei pentastellati. Quarto diventa epicentro di una cruenta battaglia politica tra Grillo e Pd.
La commissione d’accesso.
Sotto la spinta della bufera politica, si fa più probabile l’invio di una commissione di accesso da parte della Prefettura , che potrebbe ovviamente arrivare solo dopo l’invio di atti formali da parte della Procura di Napoli.
Ma su questo fronte, è rigoroso il monito del procuratore capo Giovanni Colangelo. Interpellato da Repubblica, l’alto magistrato si limita a precisare: «Sarebbe prematura oggi ogni considerazione sull’invio di nostri atti in Prefettura. Le attività di questa inchiesta su Quarto sono in pieno svolgimento, siamo alle prime battute anche se abbiamo già solide ipotesi di reato, abbiamo bisogno di andare avanti e quindi è presto per parlare di eventuali ricadute sulla pubblica amministrazione. Quando avremmo tutti gli elementi, e gli atti saranno ostensibili, valuteremo ovviamente se inviarli per eventuali conclusioni di competenza del Ministero degli Interni».
Parole che sono doverosi argini al dilagare di tensioni, contrapposizione politica.
Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
IL GOVERNO ACCELERA SULL’ITALICUM… SOVRAPPORRE IL REFERENDUM ALLE COMUNALI
Il piano di Renzi per il 2016 è una corsa che porta dritti in volata verso l’approvazione finale della
riforma costituzionale.
Ma con un’accelerazione improvvisa che apre a scenari finora inediti.
Perchè il ddl Boschi che diventerà legge ad aprile e l’Italicum che entrerà in vigore a luglio metteranno davvero nella disponibilità di Palazzo Chigi la carta jolly delle elezioni anticipate. Magari pochi mesi dopo il referendum.
Il timing che Matteo Renzi ha imposto in queste ore ha sorpreso anche i suoi più stretti collaboratori. E ha portato alla stipula di un patto tra i partiti di maggioranza che ha coinvolto le presidenze delle Camere.
«Voglio il foto finale sulle riforme entro aprile, l’11», è la finish line piazzata dal presidente del Consiglio, che non ammette dilazioni.
A quel punto, tempi lampo anche per il referendum e sull’eventuale congresso Pd da tenere magari in rapida successione.
Quel che è certo è che, se il percorso sarà portato a traguardo senza incidenti e nei tempi stabiliti, da aprile, con la campagna per le amministrative di giugno (probabile il 12) il segretario pd farà partire in conteporanea anche quella decisiva per il referendum costituzionale.
Consultazione che lui immagina come plabiscito sull’intera azione riformatrice del suo governo: sì o no . Senza la mannaia del quorum.
Da lì, come ha detto il presidente del Consiglio a fine anno, dipendono i destini della sua permanenza a Palazzo Chigi.
In un senso o nell’altro: perchè anche sull’onda di un eventuale successo il premier a quel punto potrebbe preferire non perdere tempo e piuttosto portarlo a profitto (elettorale).
Ma un passo alla volta.
Il countdown scatta lunedì, quando la Camera nel pomeriggio è chiamata ad approvare il testo del ddl Boschi che riforma il bicameralismo paritario. Passaggio rapido, scontato (per i numeri della maggioranza a Montecitorio) ma tutt’altro che ininfluente nella sostanza: il testo che sarà varato infatti, dopo i precedenti passaggi nei due rami del Parlamento, sarà quello definitivo.
Occorreranno altri due “sì” secchi: al Senato e poi alla Camera. Ma su un disegno di legge blindato: non sarà cioè più emendabile, modificabile.
Una discussione unica e poi approvazione o bocciatura.
Il punto di svolta è l’uno due che a sorpresa si consumerà nell’arco di una settimana. Sul voto di lunedì 11 gennaio a Montecitorio nessuno aveva dubbi. Quel che tutti si attendevano era un rinvio poi alle settimane successive per l’ok che dovrà seguire a Palazzo Madama. E invece no, qui l’accelerazione, altro che settimane: sull’agenda del ministro delle Riforme Maria Elena Boschi quel passaggio di una sola seduta al Senato dovrà cadere otto giorni dopo: il 19 gennaio.
E così, spiegano dalla maggioranza, è ormai deciso.
Il gioco allora è fatto: tre mesi di tempo dal sì della Camera e l’11 aprile sempre Montecitorio darà l’ultimo, definitivo sì.
Da lì, da aprile, inizia un’altra storia, nei piani di Palazzo Chigi e del Nazareno. Saranno i giorni quelli successivi alla Pasqua – in cui dovrà partire la campagna per il voto nelle grandi città .
Ma per Matteo Renzi la campagna sarà unica, coinciderà con quella referendaria, riguarderà anche la «nuova forma di Paese» che il suo governo e la sua maggioranza hanno impresso con la riforma costituzionale. Due campagne in una.
E allora, sarà difficile anche per Angelino Alfano e i suoi centristi schierarsi su un altro fronte nella concomitante corsa ai comuni.
La consultazione dovrà tenersi dopo tre mesi dall’ultimo sì del Parlamento (in teoria da luglio), più realisticamente sarà convocata subito dopo l’estate, nei primi di ottobre.
Nessuno, neanche a Palazzo Chigi, ritiene che il risultato sia acquisito, che sarà una passeggiata. «Ci sarà da sudare, avremo tutti contro, ma da una parte ci saremo noi, il partito del cambiamento, dall’altra loro, i difensori della casta, e gli italiani non avranno dubbi» va ripetendo assai fiducioso Matteo Renzi.
Il fatto è che nel frattempo la riforma elettorale, l’Italicum approvato l’anno scorso in via definitiva, sarà entrato in vigore: avverrà proprio a luglio, come prevede la clausola al testo.
E con un nuovo assetto istituzionale e un nuovo sistema di voto in mano al premier, tutto può accadere. Di certo, nulla sul piano tecnico potrà impedire un eventuale ritorno anticipato alle urne.
Nulla tranne un passaggio: una nuova legittimazione interna per il segretario- premier. Anticipare i tempi del congresso, nelle ultime settimane di questo 2016 è un’altra possibilità che lo scenario aprirebbe.
Le opposizioni – dai grillini a Forza Italia, dalla Lega alla Sinistra italiana passando per i conservatori di Fitto – ovviamente scommettono su un altro schema.
«Il referendum sarà l’ultima occasione per riaprire il centrosinistra e archiviare la stagione renziana» sostiene l’ex Pd Alfredo D’Attorre. Renzì sì o no, appunto
Il premier intanto procede a tappe forzate e si prepara a puntellare il governo già nelle prossime settimane.
C’è ancora da coprire la casella degli Affari regionali, posto di pertinenza Ncd.
Al nome ricorrente (e gradito al capo del governo) di Dorina Bianchi, in queste ore si affianca quello dell’attuale viceministro alla Giustizia Enrico Costa.
Angelino Alfano per quel posto vorrebbe puntare su Gabriele Albertini, tra l’altro ex sindaco che potrebbe aiutare nella campagna per il voto di giugno a Milano.
Ma la vera partita è un’altra. Quella delle riforme, appunto.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
I TIMORI DEL LEADER PD PER LE ACCUSE DEGLI ANTICASTA
Un venerdì di palpabile nervosismo a palazzo Chigi, con lo staff del Presidente più inavvicinabile del solito, concentrato sul compito di mettere a fuoco e fugare illazioni su due vicende di piccolo cabotaggio ma potenzialmente capaci di intaccare il bene al quale Matteo Renzi tiene di più: la sua estraneità alla “Casta”.
Nulla di personale nelle due storie che si sono affollate nelle ultime 48 ore.
Anzitutto c’è il piccolo mistero che circonda il destino dell’Airbus 340 (più grande di quello del Papa) che avrebbe dovuto sostituire il vecchio aereo della Presidenza del Consiglio: diventato un caso alcuni mesi fa, è stato «rimosso» dalla circolazione.
E ieri è affiorata anche una storia di Rolex distribuiti a suo tempo in Arabia Saudita dai padroni di casa alla delegazione italiana e che potrebbero essere stati incamerati da dirigenti e funzionari del governo in barba alla direttiva del governo Monti, che impedisce di accettare doni per un valore superiore ai 150 euro.
In entrambi i casi, palazzo Chigi ha replicato con comunicati precisi ma stringati, che non hanno consentito di chiudere in modo definitivo i due casi.
In particolare quello dei Rolex, sollevato da un documentato articolo del «Fatto quotidiano».
Per Renzi si tratta di questioni sensibili, più di quanto non potessero esserlo per politici di lungo corso della Prima e della Seconda Repubblica.
La sua ascesa politica è stata accompagnata da una campagna vincente contro la precedente classe dirigente, messa sotto accusa per il suo attaccamento alle “poltrone”, in parole povere per il suo essere “Casta”.
Ecco perchè Renzi tiene a dimostrare la sua estraneità a quei vizi, ecco perchè soffre (senza dare a vederlo) tutto quello che lo accosta a certe abitudini.
Ieri mattina il «Fatto quotidiano» ha pubblicato un articolo nel quale si raccontava una storia da film dei «cinepanettoni»: nella notte del 9 novembre nel palazzo reale di Ryad, dove è ospitata la delegazione italiana al seguito del premier, si scatena una rissa verbale tra dirigenti e funzionari per incamerare i regali più «appetitosi» messi a disposizione dai sauditi: dei Rolex d’oro.
Lo scontro imbarazzante: la scorta della Presidenza requisisce i doni.
Ma al ritorno in Italia resta il dubbio: che fine hanno fatto i Rolex? Qualcuno se li è tenuti?
Una direttiva emanata dal governo Monti impedisce ai funzionari (ma non al presidente del Consiglio e ai ministri) di trattenere regali con un valore superiore ai 150 euro, che vanno restituiti o devoluti al Mef. Palazzo Chigi ha precisato che dei doni si occupa «il personale della Presidenza non le cariche istituzionali».
Resta un dubbio: quanti doni sono stati silenziosamente incassati a Ryad e soprattutto in altre occasioni?
Si deve invece a Renzi la decisione, nella primavera 2015, di affrancarsi dal vecchio A319 per prendere in leasing un jet super-accessoriato, più potente di quelli del Papa e di Hollande.
Una debolezza del premier per gli status symbol del potere?
Sta di fatto che appena il super-jet attira l’attenzione dei media, Renzi lo fa ritirare dalla circolazione. Due giorni fa il sito Aviazionecivile.it annunciava l’arrivo a Fiumicino, ma palazzo Chigi ha sentito l’urgenza di smentire: «L’arrivo è rinviato a data da destinarsi».
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
SPRECHI E FAVORI: LE DODICI ACCUSE AGLI EX VERTICI E AL PADRE DEL MINISTRO
La quantificazione delle nuove sanzioni si conoscerà entro due mesi. Ma l’atto di incolpazione di
Bankitalia contro i vertici del consiglio di amministrazione di Banca Etruria e cinque componenti dell’organismo, fa ben comprendere quali siano «le carenze nel governo, gestione e controllo dei rischi e connessi riflessi sulla situazione patrimoniale» che hanno portato l’istituto di credito all’insolvenza.
Dodici punti di contestazione che chiamano direttamente in causa l’ex presidente Lorenzo Rosi, i due ex vicepresidenti Alfredo Berni e Pierluigi Boschi – padre del ministro delle Riforme Maria Elena – e i componenti del Cda Claudia Bugno, Andrea Orlandi, Luciano Nataloni, Luigi Nannipieri e Claudio Salini.
Tutti accusati dai funzionari di Palazzo Koch di «inerzia nell’attivare adeguate misure correttive per risanare la gestione, provocando un ulteriore peggioramento della situazione tecnica, già gravemente deteriorata. Comportamento che ha provocato una significativa erosione delle esigue risorse patrimoniali, da tempo non in grado di soddisfare il previsto “capital conservation buffer” del 2,5 per cento».
Tutti chiamati a difendersi dall’accusa di non aver «pianificato interventi idonei a ristabilire l’equipaggio reddituale del gruppo, per di più necessari in considerazione dell’elevato ammontare degli attivi infruttiferi e dei vincoli in termini di patrimonio e redditività ».
Nella relazione già notificata agli interessati per le controdeduzioni, sono elencati gli sprechi, gli abusi, e gli atti omissivi che hanno svuotato le casse di Etruria e – dopo il decreto del 22 novembre varato dal governo – causato perdite enormi per azionisti e obbligazionisti. Tra loro anche piccoli risparmiatori convinti di aver messo al sicuro i propri soldi e invece travolti da un fallimento che ha reso il loro investimento carta straccia.
Persi 517 milioni in un anno
I primi due «capi di incolpazione» riguardano le politiche messe in atto dai vertici e si concentrano su quanto accaduto nel 2014, che avrebbe dovuto rappresentare il momento di svolta, visto quanto era già stato eccepito nel corso delle precedenti ispezioni.
Per questo stigmatizzano «le esigenze di accantonamento sul portafoglio crediti deteriorati che hanno portato a rettifiche su crediti per 622 milioni di euro e hanno concorso a generare la perdita di esercizio di 517 milioni di euro».
Un’enorme massa di denaro persa concedendo finanziamenti anche a chi non forniva adeguate garanzie, firmando contratti di consulenza per incarichi inutili e soprattutto «non in linea con la normativa interna sul ciclo passivo di spesa», gli sprechi nella gestione degli immobili.
Tra i principali addebiti al presidente e ai due vice c’è poi il mancato rispetto della delibera sulla riduzione degli emolumenti, ma pure la scelta di non proporre ai soci «l’unica offerta giuridicamente rilevante presentata dalla Popolare di Vicenza di un euro per azione, estesa al 90 per cento del pacchetto azionario».
Secondo gli ispettori ciò «ha lasciato inevasa la richiesta della Vigilanza di realizzare un processo di integrazione con un partner di elevato “standing” e non ha portato a tempestive ed efficaci iniziative per una soluzione alternativa».
Stipendi, premi, buonuscite
I conti erano in profondo rosso ma questo non ha impedito al consiglio di amministrazione di autorizzare pagamenti faraonici ai manager, nonostante ci fosse un esplicito divieto.
Al punto 6 delle contestazioni gli ispettori scrivono: «Non si è tenuto conto del “documento sulle politiche di remunerazione e incentivazione” approvato dall’assemblea dei soci nel maggio 2014 che non consentiva la corresponsione di alcuna forma di incentivazione al “personale più rilevante”».
Ancor più grave è la denuncia contenuta al punto 8 dove fra l’altro si rimarca l’esito di un audit concluso il 28 gennaio 2015 sui contratti consulenza che evidenziava proprio i «comportamenti anomali» degli organi amministrativi.
Il quadro delineato da Bankitalia mostra come in tutti i settori non si sia intervenuto in maniera adeguata e sottolinea quanto grave sia il fatto che queste mancanze abbiano riguardato in modo particolare «le strutture deputate alla gestione del credito deteriorato che non hanno fronteggiato l’imponente crescita delle partite anomale». Tra gli esempi più clamorosi citati nell’atto di incolpazione c’è quello degli «indicatori di performance» relativi alle sofferenze «risultati ampiamente al di sotto degli standard di mercato in particolare per i tassi di recupero del credito che nel giugno 2014 erano pari a 1,3 per cento anzichè 3,5 per cento».
Le fidejussioni «scoperte»
Accusano gli ispettori: «Dall’analisi di un campione di 103 “sofferenze” classificate tra settembre 2013 e lo stesso mese del 2014 emergono le seguenti anomalie: le garanzie consortili sono risultate non attivabili nel 23 per cento dei casi a motivo del mancato pagamento delle commissioni o del mancato invio di lettere di messa in mora; le fidejussioni rilasciate dai garanti, nel 91 per cento dei casi erano prive di efficacia ai fini del recupero, anche a causa della mancanza di monitoraggio sui beni degli stessi».
Mancavano i controlli, mancava pure la volontà di recuperare – nei pochi casi in cui ciò era possibile – il denaro uscito dalle casse di Etruria.
E così, anche per quanto riguardava “le cause di minor importo”, «nonostante l’assegnazione a un ufficio che avrebbe dovuto garantire una maggiore tempestività nelle azioni di recupero, ha fatto registrare invece un ritardo medio di circa tre mesi nella lavorazione delle pratiche dal momento della classificazione».
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
IL TIMORE PER LE ALTRE CARTE DI WOODCOCK
La chiave è nel post scritto da Beppe Grillo, sul far della sera. Dove il sindaco di Quarto, Rosa Capuozzo, non è neanche nominata.
Nè viene investita di un messaggio di fiducia del tipo “vai avanti”, “il Movimento scommette sulla correttezza del sindaco”.
Al netto di qualche bordata al Pd e di un’articolazione del messaggio in modo meno goffo rispetto al giorno precedente, la notizia non è ciò è scritto ma ciò che non è scritto (la copertura politica del sindaco).
E significa, spiegano dalle parti della Casaleggio associati, che le “dimissioni” del sindaco di Quarto Rosa Capuozzo il primo punto all’ordine del giorno delle ormai frenetiche sedute del direttorio grillino, convocato praticamente in modo permanente.
Un primo approfondimento del caso si è svolto giovedì a Milano, poi venerdì.
Il ragionamento sulle dimissioni è tutt’uno con una data, l’11 gennaio, ovvero lunedì prossimo, quando si terrà il Riesame sull’inchiesta napoletana di Woodcock e si annunciano sviluppi clamorosi: “Se c’è un ricatto — dice una fonte pentastellata di rango — c’è anche una ricattata. Nel caso di un sindaco se c’è un ricatto c’è una concussa”.
Ecco, la grande paura che aleggia nelle riunioni del direttorio pentastellato: che a quel punto la fragile e poco convinta difesa approntata in questi giorni, basata sulla rivendicazione dell’espulsione del presunto mediatore con la camorra, possa non reggere più.
Gli scricchiolii sono già evidenti in questo venerdì nero dei grillini: le lacrime della Capuozzo, le urla “onestà , onestà ” nel corso del consiglio comunale, le inchieste giornalistiche che raccontano di un cedimento sulla legalità della giunta pentastellata.
Proprio il sindaco, il suo atteggiamento emotivo è un problema nel problema, perchè la Capuozzo non vuole mollare.
Ma la domanda è: quanto può durare? Il timore, all’interno del direttivo, è che il sindaco sarà travolta e che, se non fa un passo indietro prima, possa essere infangata l’immagine del movimento.
Ci sono parecchie intercettazioni di De Robbio, nelle carte dell’inchiesta, che secondo gli inquirenti non solo aveva stretto un patto con Alfonso Cesarano, imprenditore legato ai clan e titolare dell’impresa di pompe funebri che aveva curato i funerali dei Casamonica. La vicenda di De Robbio non si è chiusa con l’espulsione, perchè proprio i suoi rapporti col sindaco potrebbero portare agli sviluppi clamorosi.
In questo senso: perchè solo il 22 dicembre il sindaco decide di denunciare le minacce subite da De Robbio e non al primo tentativo di ricatto?
Il mister preferenze che per mesi ha avuto il ruolo di king maker sugli appalti era protetto da qualcuno in alto tra i Cinque stelle o semplicemente il sindaco lo subiva? E quali possono essere le mosse della procura davanti a un verbale del sindaco che dice: “È evidente che De Robbio facendomi vedere la casa di mio marito (con evidente abuso edilizio, ndr) intendeva controllarmi”.
Adesso immaginatevi la scena che nel direttorio è stata ipotizzata con un brivido lungo la schiena: il primo sindaco a Cinque Stelle in Campania, che vive in una casa con abusi edilizi non denuncia uno che nelle carte dell’inchiesta è accusato di avere rapporti coi clan, perchè si sente ricattata.
Casa dove, tra l’altro, il marito al piano terra ha una tipografia che lavora col comune amministrato dalla moglie.
Se il sindaco fosse stato del Pd o di Forza Italia le urla di Grillo si sarebbero già sentite a Quarto.
In parecchi pensano che, avanti così, il Comune campano rischia di diventare una Waterloo pentastellata, perchè ormai è chiaro che — con gli elementi emersi — questa storia finirà con l’insediamento di una commissione di accesso e lo scioglimento del comune.
La linea maggioritaria è quella che, giovedì, ha illustrato Nicola Morra, influente senatore e di fatto un “sesto aggiunto” di un direttivo composto solo da deputati: “A Quarto come altrove non abbiamo poltrone da difendere, aziende partecipati o appalti ai quali rimanere aggrappati. Questa è la differenza tra noi e i partiti. E quando necessario siamo disposti ben volentieri a ridare la parola ai cittadini”.
Sindaco permettendo, perchè al momento la Capuozzo non ha alcuna intenzione di mollare.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
“BISOGNA STARE ATTENTI A NON PERDERE VOTI” LA NOBILE MOTIVAZIONE… QUANDO BASTEREBBE FAR CAPIRE AGLI ITALIANI CHE NON SERVE A NULLA E PEGGIORA LA SITUAZIONE
I fatti di Colonia sparigliano le carte e consigliano prudenza. Mentre in tutta Europa monta la polemica
politica intorno alla vicenda delle donne aggredite e molestate la notte di Capodanno, il governo Renzi invoca “valutazioni di opportunità politica” per fare di nuovo marcia indietro sulla cancellazione del reato di clandestinità .
Così l’approvazione in Consiglio dei ministri della versione definitiva del decreto legislativo che riduce al rango di illeciti amministrativi alcuni reati, attesa per venerdì, slitta di una settimana.
E l’abolizione dell’articolo 10 bis del Testo unico sull’immigrazione introdotto dalla legge Bossi-Fini rischia di essere ancora una volta archiviata, nonostante siano passati 20 mesi dal varo della legge delega che ne prevede espressamente l’abolizione.
E nonostante le Camere, a cui il testo provvisorio era stato passato per le osservazioni, abbiano dato parere favorevole su quel punto.
Fu per catturare voti che, nel 2009, il governo Berlusconi gettò nella mischia il reato di clandestinità . Adesso, a palazzo Chigi, soppesando le 15 righe che potrebbero cancellarlo firmate dal Guardasigilli Andrea Orlando, si agita un sentimento simile, ovviamente capovolto.
Con le elezioni amministrative alle porte, diventa protagonista la paura di perdere i voti di chi non capirebbe perchè, con il terrorismo islamico ormai in casa, il governo si avventuri sull’impervia via della cancellazione del reato.
Effetto dunque, più che sostanza, visto che il reato, già adesso, non manda in galera nessuno, nè tanto meno comporta un’espulsione immediata.
Ma ieri, quando Renzi ha letto Repubblica con la notizia che il reato stava per sparire proprio ad opera del suo governo, ha cominciato a interrogarsi se questa fosse proprio la mossa giusta da fare. Perchè, è opinione del premier, la depenalizzazione in sè ci può stare, ma non si può prescindere dagli effetti che può produrre sulla «percezione della sicurezza».
Come prima cosa, Renzi ha preso tempo. In consiglio dei ministri s’è trovato di fronte sia Orlando che Alfano. Hanno scambiato qualche idea. Quella di Renzi esplicita: nell’anniversario di Charlie Hebdo, dopo Parigi e Colonia, l’Italia non può prendere decisioni che possano essere interpretate come un segnale di lassismo contro il terrorismo. Alfano, ovviamente, concorda.
Proprio lui che questo reato lo ha sottoscritto da ministro e in queste ore lo ha difeso strenuamente. Orlando resta freddo. Chi lo ha sentito, poco prima di Natale, in una conferenza stampa in via Arenula col procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Franco Roberti, lo ha visto fare sì con la testa quando il magistrato spiegava perchè il reato è un ostacolo ad acchiappare i trafficanti, quindi anzichè bloccare l’arrivo dei migranti, per assurdo lo agevola.
Se fosse per Orlando il reato potrebbe tranquillamente essere abolito, per la semplice ragione che è inutile, non viene applicato, la Cassazione lo ha ridimensionato proprio per le stesse ragioni per cui la Ue lo ha bocciato, in quanto non punisce un comportamento criminale, ma uno stato, l’essere un migrante clandestino
Ma adesso è Renzi a decidere. E certo le sue paure non calano dopo il tam tam di Ncd e della Lega. Dice ai suoi il premier: ma perchè dobbiamo regalare a Salvini e alla destra su un piatto d’argento questa occasione? Che facciamo, gli mettiamo in mano uno strumento contro di noi? Piglia piede così l’idea di non buttare a mare del tutto l’abolizione del reato di clandestinità , ma di arrivarci per un’altra strada, che non impegni direttamente il governo.
Il nuovo protagonista del colpo di spugna sulla norma voluta, e tuttora sponsorizzata, da Maroni e dalla Lega, potrebbe essere il Parlamento. Che potrebbe fare una legge ad hoc oppure piazzare la norma in una legge già esistente. Una mossa che otterrebbe ben tre risultati.
Il governo, secondo Renzi e le sue teste d’uovo, non avrebbe un ritorno negativo sul piano dell’immagine. Il Parlamento confermerebbe la scelta già fatta nel 2014, quando fu approvata la legge sulla messa alla prova che conteneva già la previsione di abolire il reato di clandestinità . In secondo luogo si placherebbe subito il conflitto con Ncd, col quale ci sono già altri fronti aperti, come le adozioni e la prescrizione. In terzo luogo i magistrati otterrebbero comunque quello che vogliono, cancellare il reato, ma con tempi più lunghi, ben oltre il voto di fine primavera.
È il responsabile Giustizia del Pd David Ermini, notoriamente un renziano doc, a far intravvedere quella possibilità : «Intanto da qui al 15 gennaio c’è tempo, e poi non si può escludere affatto che, se il governo non cancella il reato, a farlo non possa essere il Parlamento che peraltro ha chiesto al governo di abolirlo».
Perchè è stata proprio la commissione Giustizia della Camera, presieduta dalla Pd Donatella Ferranti a suggerire a palazzo Chigi di tirar via il reato di clandestinità .
“La logica vorrebbe la scelta della depenalizzazione”, ammettono fonti renziane “ma nella componente sicurezza l’elemento psicologico e di percezione è molto importante”.
Morale: in questo momento la percezione degli elettori fa propendere per un nuovo rinvio.
Come se l’alternativa non fosse quella di spiegare giuridicamente come stanno realmente le cose.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
L’ESPONENTE DI CONSERVATORI E RIFORMISTI DENUNCIA L’INCOERENZA DEL PARTITO DI BERLUSCONI
“E’ inaccettabile che chi volle a gran voce l’abolizione del reato di immigrazione clandestina, sia al Senato che alla Camera, costringendo me e un altro pugno di parlamentari a dichiarazioni e voti in dissenso dal gruppo, oggi si scagli contro il Governo che dovrebbe applicare proprio quel voto per il quale si sono espressi a favore”.
Maurizio Bianconi dei Conservatori e Riformisti non ci sta a questi cambi di rotta del partito in cui ha militato per anni e ne denuncia le contraddizioni, invocando coerenza politica e non posizionamenti diversi a seconda dei momenti e della convenienza.
Bianconi sottolinea: “Continua cosi’ la truffa di Forza Italia, che nel sostegno sostanziale a Renzi e alle sue scelte, tenta di spacciarsi per compagine di centrodestra e di affibbiarci ancora un capo che per i suoi interessi, come ci ricorda il suo ex aedo il senatore Bondi, ha gia’ massacrato il centrodestra italiano.”
L’esponente del partito di Fitto conclude: “Ecco perche’ con Corsaro e con l’intero gruppo di Conservatori e Riformisti italiani, chiediamo che vi siamo prima programmi condivisi e poi la scelta del leader dal basso e non viceversa. Lo scenario non consente ulteriori imbrogli a noi stessi e a quegli italiani che al centrodestra vorrebbero dare ancora e di nuovo il proprio sostegno”.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
BOCCIATI DAL “QUIZZONE”, VENGONO RIPESCATI COME DIRETTORI SOCIO-SANITARI E LOTTIZZATI: TRE ALLA LEGA E TRE A FORZA ITALIA
Fuori dalla porta, dentro dalla finestra. 
Alle 15 nell’aula Biagi di Palazzo Lombardia saranno in molti a riconoscersi. Anche tra la vecchia guardia.
La riunione è convocata per i manager ospedalieri, nominati sotto Natale al motto: «Meno politica nella Sanità ».
Ma all’incontro saranno presenti anche gli esclusi eccellenti. Loro, i bocciati al quizzone utilizzato per la prima volta dalla Regione per selezionare gli uomini che devono fare funzionare i nostri ospedali.
Eliminati dalla prima linea, i generali dell’epoca di Roberto Formigoni ricompaiono in seconda fila. Sempre in pista. Comunque. Non tutti, ma numerosi.
E l’interrogativo che si pone adesso è uno: sul ripescaggio ha prevalso la capacità di figure che per anni sono state in grado di offrire buone cure e mantenere i conti degli ospedali in ordine oppure alla fine hanno contato le solite logiche politiche?
Il dubbio è legittimo visto che la lottizzazione per decenni ha governato la Sanità .
E il sistema degli amici degli amici è duro a morire.
Gli elenchi con i nomi dei direttori sanitari, amministrativi e sociosanitari appena scelti sono infarciti di bocciati eccellenti.
Armando Gozzini, già medico sociale del Milan e assessore di Forza Italia al Comune di Segrate, ha dovuto rinunciare alla poltrona da direttore generale dell’ospedale di Busto Arsizio per sedersi su quella da direttore sociosanitario dell’azienda ospedaliera di Pavia. Angelo Cordone, un pezzo da novanta nel Pavese del Faraone Giancarlo Abelli, è il nuovo direttore sociosanitario dell’ortopedico Pini-Cto.
Roberto Bollina, sempre in quota Forza Italia, è stato defenestrato da direttore generale dell’Asl di Como, ma rientra come direttore sanitario di Garbagnate.
Ermenegildo Maltagliati, uomo vicino alla Lega, passa dai vertici dell’ospedale di Garbagnate alla direzione sanitaria di Vimercate.
Enzo Brusini, altro manager in quota Lega, ha lasciato la spinosissima guida del San Paolo per diventare direttore sociosanitario a Busto Arsizio-Gallarate.
Stesso partito per Simona Bettelini, altro riciclo: dal San Gerardo di Monza passa alla direzione sanitaria dell’Asl Mantova-Cremona (trasformata dalla riforma in Agenzia per la tutela della Salute, Ats; così come gli ospedali sono diventati Aziende sociosanitarie territoriali, Asst).
In base alla situazione attuale, i ripescaggi ufficiali sono tre a testa, divisi tra Forza Italia e Lega.
Per ora gli esclusi eccellenti che non risultano ricollocati sono Giorgio Scivoletto, indagato nell’inchiesta che ha portato in carcere l’ex assessore Mario Mantovani; Daniela Troiano, coinvolta nella stessa indagine ma senza risultare indagata; eppoi Giovanni Michiara, Danilo Gariboldi, Marco Votta e Cesare Ercole, però tutti praticamente al termine della carriera per età .
Ma le nomine sono ancora in corso e non sono da escludere colpi di scena dell’ultimo minuto.
Simona Ravizza
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 8th, 2016 Riccardo Fucile
LA QUADRA SULLE UNIONE CIVILI E’ ANCORA LONTANA
L’incontro si è tenuto questa mattina a Palazzo Chigi prima del consiglio dei ministri.
Matteo Renzi, Maria Elena Boschi hanno ricevuto i capigruppo del Pd di Senato e Camera, Luigi Zanda ed Ettore Rosato, per fare il punto su tutta l’attività parlamentare alla ripresa dopo la pausa natalizia, ma soprattutto sulle unioni civili, l’argomento più spinoso che rischia di mandare gambe all’aria gli equilibri di maggioranza e nel Pd.
La soluzione non è stata individuata nemmeno nel vertice mattutino. E si allontana la direzione nazionale del Pd mai convocata ufficialmente ma fissata informalmente per il 18 gennaio.
Si terrà comunque entro la fine del mese.
Ma intanto oggi a Zanda è stato affidato il mandato di ‘riscaldare’ i senatori con un’assemblea di gruppo prima del passaggio del ddl in aula il 26 gennaio.
L’obiettivo principale del premier e del ministro Boschi, la quale alla ripresa dell’attività parlamentare ha tra le mani la gestione del dossier unioni civili, è ricompattare il Pd tentando di far rientrare le dissidenze di 22 senatori cattolici.
Renzi infatti è convinto che i contrari alla stepchild adoption non siano realmente 28, a dispetto di quanto dichiarano. Ma 22 è sempre un numero alto, un quinto del gruppo parlamentare Dem del Senato. Occorre farli rientrare.
Tanto più che la riunione di oggi è servita a scartare l’ipotesi di ‘affido rafforzato’, la proposta di area cattolica per moderare l’istituto delle adozioni del figlio del partner sancito nel testo sulle unioni civili.
L’affido rafforzato, è la riflessione fatta al vertice mattutino, presenta maggiori difficoltà dal punto di vista costituzionale rispetto alla ‘stepchild adoption’.
E’ una conclusione alla quale Renzi e i suoi sono giunti dopo un attento screening con i costituzionalisti. Ciò non significa che automaticamente il testo resterà così com’è. O almeno: rimanere fedeli al testo Cirinnà (licenziato senza il voto della commissione e dunque spedito direttamente in aula senza relatore) è l’obiettivo di Renzi che però non ha abbandonato del tutto la ricerca di mediazione con Ncd o quanto meno con la parte più laica del partito di Alfano (Cicchitto e altri).
Di fatto però ancora la soluzione non c’è.
La direzione nazionale nella quale Renzi dirà la sua sul tema e anche su altri argomenti slitta a fine mese. Zanda tenterà di rimettere insieme tutti i cocci del gruppo dei senatori in un’assemblea tra due settimane.
Fino ad allora si lavorerà di mediazione. Lunedì intanto Renzi si prepara a festeggiare l’approvazione alla Camera del ddl sulle riforme costituzionali, al voto finale a Montecitorio (seguiranno altre due letture, Senato e di nuovo Camera, ma senza emendamenti, dunque più veloci).
Poi ci sono i decreti Ilva, Giubileo e Milleproroghe da riconvertire, quindi le unioni civili a fine mese. Sulle quali c’è una sola certezza: il testo che verrà varato dal Senato — sempre che l’aula non lo bocci, dati i voti segreti in programma e i numeri ballerini di una maggioranza spaccata — sarà blindato nel passaggio alla Camera.
Una scelta che Renzi ha messo in chiaro già a luglio, all’assemblea del Pd all’Expo.
(da “Huffingtonpost”)
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