Gennaio 10th, 2016 Riccardo Fucile
IL SISTEMA DI IDENTIFICAZIONE DOVREBBE CONSENTIRE A CHI ARRIVA DI POTER DETERMINARE LA PROPRIA DESTINAZIONE: SE UNO HA PARENTI IN UNO STATO PERCHE’ MANDARLO IN UN ALTRO?… E QUASI NESSUNO VUOLE RESTARE IN ITALIA
“Così uccidono i nostri sogni. Nella lista ci sono paesi in cui non vogliamo andare e dove non
sapremmo cosa fare. Ero partito con mia moglie ma ci hanno divisi e ora lei è stata rapita. Non ho sue notizie da giorni”.
“Il mio sogno è andare in Gran Bretagna. Lì c’è mio fratello. Ma la cosa più importante è lasciare Lampedusa. Nessuno di noi vuole stare in Italia”.
Ibrahim, 32 anni, e Filimon, 20, sono eritrei. Arrivati a Lampedusa il mese scorso, protestano insieme ad altri 200 migranti contro l’obbligo di identificazione tramite le impronte digitali, come impongono le norme comunitarie.
Sono per lo più eritrei e sudanesi, tutti ospiti dell’hotspot dell’isola.
Lamentano una scarsa attenzione da parte dei rappresentanti dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, agenzia dell’Unione europea che deve seguire le loro pratiche all’interno del centro di accoglienza.
Ecco come funziona: una volta prese le impronte, i migranti vengono assegnati ai paesi dell’Ue in base al sistema delle quote, senza che possano decidere dove andare.
Ma loro non vogliono che qualcuno scelga al loro posto il paese di destinazione.
“Non è l’uomo a scegliere il paese ma il paese a scegliere l’uomo — prosegue Ibrahim — Il sistema della relocation non va bene per chi scappa: è una forzatura”. I migranti, però, fanno anche una controproposta: sono disposti a farsi portare a Roma per essere identificati, a patto di passare sotto la tutela dalla Croce rossa.
“Vogliamo andare via perchè non abbiamo nulla da fare qui — racconta Nahom, 19 anni, anche lui eritreo — Desideriamo raggiungere le nostre famiglie negli altri paesi europei e invece ci tengono in questa prigione a cielo aperto. Il centro è buono, ma ci sono problemi di amministrazione: ci hanno dato medicine per curare la scabbia e altre malattie della pelle. Ma a chi sta davvero male dicono che deve essere registrato con le impronte, unica via per essere trasferito in una struttura medica”.
Prima di Lampedusa, poi, c’è stato il passaggio in Libia. “E’ un paese terribile. Ci siamo stati sette mesi, chiusi in una casa. Non avevamo cibo. In realtà non avevamo nulla. Chi ci teneva chiusi lì era crudele, tre nostri compagni sono morti. Niente medicine, e non abbiamo mai visto la luce del sole”. Costo per Lampedusa: “7.500 dollari”.
Il 5 e il 6 gennaio, i 200 migranti hanno protestato per la strade dell’isola poi, la notte dell’Epifania, sono rientrati nel centro di accoglienza dopo la mediazione del sindaco Giusi Nicolini, del parroco Mimmo Zambito, e di don Mussie Zerai, sacerdote eritreo che negli ultimi 20 anni ha contribuito a salvare migliaia di migranti africani passati dal mar Mediterraneo.
Continuano a chiedere un incontro con le autorità competenti per non finire in un paese che non possono scegliere. Ma non è la prima volta che protestano.
A luglio del 2013, ad esempio, altri migranti riuscirono a ottenere ciò che volevano: il trasferimento in altri centri italiani senza che venissero prese le loro impronte digitali.
Libero Dolce e Jacopo Salvadori
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 10th, 2016 Riccardo Fucile
“OMOSESSUALI NON VANNO EMARGINATI, VOGLIO CHE RESTINO VICINO A DIO”
“Io preferisco che le persone omosessuali vengano a confessarsi, che restino vicine al Signore, che si possa pregare insieme. Puoi consigliare loro la preghiera, la buona volontà , indicare la strada, accompagnarle”.
È il messaggio che Papa Francesco affida al suo primo libro intervista intitolato “Il nome di Dio è Misericordia” scritto insieme al vaticanista Andrea Tornielli, coordinatore di Vatican Insider, e coedito da Piemme e dalla Libreria Editrice Vaticana.
Dopo il coming out di monsignor Krzysztof Charamsa, subito allontanato dai suoi incarichi nella Santa Sede, Bergoglio torna a parlare dell’omosessualità riprendendo le parole pronunciate sul volo di ritorno da Rio de Janeiro al termine del suo primo viaggio internazionale.
“Avevo detto in quella occasione: se una persona è gay, cerca il Signore e ha buona volontà , chi sono io per giudicarla? Avevo parafrasato a memoria — racconta il Papa a Tornielli — il Catechismo della Chiesa cattolica, dove si spiega che queste persone vanno trattate con delicatezza e non si devono emarginare. Innanzitutto mi piace che si parli di ‘persone omosessuali’: prima c’è la persona, nella sua interezza e dignità . E la persona non è definita soltanto dalla sua tendenza sessuale: non dimentichiamoci che siamo tutti creature amate da Dio, destinatarie del suo infinito amore”.
Nel libro intervista è centrale il tema dei divorziati risposati e dei processi di nullità matrimoniale, riformati e semplificati dopo tre secoli da Bergoglio, che ha perfino abolito le parcelle degli avvocati rotali.
“Proprio in questi giorni — racconta il Papa — ho ricevuto l’e-mail di una signora che abita in una città dell’Argentina. Mi racconta che venti anni fa si era rivolta al tribunale ecclesiastico per iniziare il processo di nullità matrimoniale. Le ragioni erano serie e fondate. Un sacerdote le aveva detto che si poteva procedere senza problemi, perchè si trattava di un caso molto chiaro per quanto riguarda l’accertamento delle cause di nullità . Ma per prima cosa, ricevendola, le aveva chiesto di pagare cinquemila dollari. Lei si è scandalizzata, ha lasciato la Chiesa. L’ho chiamata al telefono, ho parlato con lei. Mi ha raccontato di aver avuto due figlie che si impegnano tanto in parrocchia”.
Francesco racconta anche che questa signora argentina “mi ha parlato di un caso appena accaduto nella sua città : un neonato di pochi giorni è morto senza battesimo, in una clinica. Il prete non ha lasciato entrare in chiesa i genitori con la bara del piccolo, ha voluto che si fermassero sulla porta, perchè il bambino non era battezzato e, dunque, non poteva procedere oltre la soglia. Quando la gente si trova di fronte a questi brutti esempi, — sottolinea Bergoglio — in cui vede prevalere l’interesse o la poca misericordia e la chiusura, si scandalizza“.
Un problema, quello dei divorziati risposati che riguarda il Papa in modo diretto: “Io ho una nipote che ha sposato civilmente un uomo prima che lui potesse avere il processo di nullità matrimoniale. Volevano sposarsi, si amavano, volevano dei figli, ne hanno avuti tre. Il giudice civile aveva assegnato a lui anche la custodia dei figli avuti nel primo matrimonio. Quest’uomo era tanto religioso che tutte le domeniche, andando a messa, andava al confessionale e diceva al sacerdote: ‘Io so che lei non mi può assolvere, ma ho peccato in questo e in quest’altro, mi dia una benedizione’. Questo è un uomo religiosamente formato”.
Nel libro Bergoglio condanna senza mezze misure le curiosità dei confessori soprattutto in materia sessuale. “Una volta — racconta il Papa — ho sentito di una donna, sposata da anni, che non si confessava più perchè quando era una ragazza di 13 o 14 anni il confessore le aveva domandato dove metteva le mani quando dormiva. Ci può essere un eccesso di curiosità , in materia sessuale, soprattutto. Oppure un’insistenza nel fare esplicitare particolari che non sono necessari”.
Sulla prostituzione Francesco ricorda l’incontro con una ragazza all’ingresso di un santuario. “Mi ha detto: ‘Sono contenta, padre, vengo a ringraziare la Madonna per una grazia ricevuta’.
Era la più grande dei suoi fratelli, non aveva il papà e per aiutare a mantenere la famiglia si prostituiva: ‘Non c’era altro lavoro nel mio villaggio…’. Mi ha raccontato che un giorno nel postribolo è arrivato un uomo. Si trovava lì per lavoro, veniva da una grande città . Si sono piaciuti e alla fine lui le ha proposto di seguirlo. Per tanto tempo lei si era rivolta alla Madonna chiedendole di darle un lavoro che le permettesse di cambiare vita. Era tutta felice di poter smettere di fare ciò che faceva”.
Le ultime pagine del volume sono dedicate alla corruzione condannata spesso dal Papa nei suoi primi tre anni di pontificato.
Per Francesco essa “non è un atto, ma una condizione, uno stato personale sociale, nel quale uno si abitua a vivere. Il corrotto è così chiuso e appagato nella soddisfazione della sua autosufficienza che non si lascia mettere in discussione da niente e da nessuno. Ha costruito un’autostima che si fonda su atteggiamenti fraudolenti: passa la vita in mezzo alle scorciatoie dell’opportunismo, a prezzo della sua stessa dignità e di quella degli altri. Il corrotto ha sempre la faccia di chi dice: ‘Non sono stato io!’. Quella che mia nonna chiamava ‘faccia da santarellino’”.
Per Bergoglio “il corrotto è quello che s’indigna perchè gli rubano il portafoglio e si lamenta per la scarsità di sicurezza che c’è nelle strade, ma poi truffa lo Stato evadendo le tasse, e magari licenzia i suoi impiegati ogni tre mesi per evitare di assumerli a tempo indeterminato oppure sfrutta il lavoro in nero. E poi si vanta pure con gli amici per queste sue furbizie. È quello che magari va a messa ogni domenica, ma non si fa alcun problema nello sfruttare la sua posizione di potere pretendendo il pagamento di tangenti. La corruzione fa perdere il pudore che custodisce la verità , la bontà , la bellezza. Il corrotto spesso non si accorge del suo stato, proprio come chi ha l’alito pesante e non se ne rende conto. E non è facile per il corrotto uscire da questa condizione per un rimorso interiore. Generalmente il Signore lo salva attraverso le grandi prove della vita, situazioni che non può evitare e che spaccano il guscio costruito poco a poco permettendo così alla grazia di Dio di entrare. Dobbiamo ripeterlo: peccatori sì, corrotti no!“.
Francesco Antonio Grana
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 10th, 2016 Riccardo Fucile
UN PROBLEMA DI GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO DIVENTA SPECULAZIONE POLITICA… NESSUNO SI E’ MAI INTERROGATO SU COME UNA STUDENTESSA SU CINQUE E UNO STUDENTE SU SEDICI SIA VITTIMA DI VIOLENZA SESSUALE NEI COLLEGE AMERICANI
Che i fatti di Colonia siano gravi, che chi ha commesso reati debba pagare, che eventuali
richiedenti asilo responsabili di furti e violenze sessuali debbano essere cacciati, è un dato di fatto.
Finora abbiamo solo 32 “sospettati”, di cui 22 profughi di varia origine, due tedeschi e un americano, sappiamo che solo il 40% dei reati denunciati è a sfondo sessuale e che il 60% è relativo a furti e borseggi e che i facinorosi ubriachi sarebbero stati circa un migliaio a fronte di 1,1 milione di rifugiati accolti in Germania e dei 20.000 alloggiati a Colonia, un numero esiguo rispetto a coloro che non hanno dato problemi.
Non si sa da chi e perchè siano stati convocati presso la stazione di Colonia attraverso il web, ma le indagini ce lo diranno nei prossimi giorni.
Restano i fatti: gravi, inammissibili ed evitabili.
In nessuna piazza d’Italia a Capodanno è accaduto il minimo incidente, neppure in città ad alta densità di immigrati.
A Genova 180.000 in piazza al Porto Antico, a ridosso del Centro storico, nessuna denuncia del genere. Una prima risposta c’e’: un ottimo servizio di ordine pubblico, quello che a Colonia non è esistito.
A noi non interessa l’etnia, lo stato civile, le propensioni ai palpeggiamenti dei 1000 ubriaconi in piazza a Colonia: qualsiasi polizia avrebbe previsto e sarebbe intervenuta a manganellate, ottimo sistema per calmare bollenti spiriti e aspiranti borsaioli. E tutto sarebbe finito in dieci minuti.
Al massimo il giorno successivo ci sarebbe stato un semplice bollettino sul numero degli arrestati e su quelli ricoverati in ospedale.
Nessuno avrebbe chiesto che percentuale ci fosse di indigeni e di stranieri, la Annunziata non avrebbe dovuto lanciare alcun appello alle donne vittime della cultura islamica e Salvini avrebbe dovuto ripiegare sull’indignazione contro chi aveva pisciato contro il muro della sua seconda casa di Recco.
Amen.
Una minoranza di origine islamica pensa che la donna sia “violabile” impunemente?
Esiste una legge che, se applicata, è sufficiente per fargli cambiare rapidamente idea, così come dovrebbe essere in tutto il mondo civile.
A cominciare dai college americani, dove il vice presidente Biden disse: “Le università devono affrontare i fatti riguardo gli assalti di natura sessuale. Non è più possibile chiudere gli occhi e fingere che non esistano”.
Nello specifico: la task force nominata da Obama ha stimato che una studentessa su cinque subisce una qualche forma di violenza sessuale all’università . Soltanto il 12% dei casi verrebbe denunciato alle autorità di polizia.
La ricerca mostra che gran parte delle vittime conosce gli assalitori e che alcool e droghe fanno spesso parte del mix che conduce alle violenze.
Ancora più sotterraneo e difficile da decifrare, suggerisce la task force della Casa Bianca, il fenomeno degli stupri ai danni di studenti maschi. I ragazzi sarebbero più restii a denunciare gli assalti subiti e le università farebbero poco o niente per sostenerli.
Il risultato è che in questo momento 51 università americane — destinatarie di fondi federali e quindi soggette alla legge che proibisce la discriminazione di genere — sono sotto inchiesta per il modo in cui hanno gestito i casi di violenza sessuale.
Un ottimo argomento che i giornali della sedicente destra italiana siamo certi vorranno approfondire con la stessa “obiettività ” dimostrata nel caso di Colonia.
Salvini e la Meloni potrebbero poi anche fornirci la loro analisi culturale sulle cause psichiatriche che hanno portato l’anno scorso in Germania a più di 1.600 aggressioni compiute da gruppi di estrema destra ai danni di rifugiati, picchiati o costretti a fuggire dopo che i loro alloggi sono stati dati alle fiamme.
Magari dedicando uno dei loro tanti tweet giornalieri a condannare le violenze contro le donne aggredite da questi presunti “machi” di sedicente razza ariana.
Perchè la morale finale è solo una: se uno Stato sa fare rispettare la legalità nessuno si permette di commettere impunemente reati odiosi sapendo che rischia anni di galera e qualche sprangata sul cranio.
Non ha rilevanza da dove vieni, ma dove stai e come ti comporti, sia che arrivi da lontano che da due isolati vicini: lo Stato faccia lo Stato, i cittadini i buoni cittadini.
E le donne potranno uscire la sera da sole liberamente e vestite come gli pare senza essere importunate da maschi frustrati, senza il bisogno dei cattivi consigli di certo pattume pseudodestro nostrano o delle analisi sociologiche di femministe pentite (mai come in questo caso) “sulla via di damasco”.
Un pizzico di acqua di Colonia per ricordare che la migliore essenza è la legalità .
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
KARIM FRANCESCHI E’ L’UNICO ITALIANO CHE HA PARTECIPATO ALLA LIBERAZIONE DI KOBANE… NON E’ UNO DI QUELLI CHE COMBATTE L’ISIS TWITTANDO STRONZATE DAL SALOTTO DI CASA
Karim Franceschi, nato nel 1989 a Senigallia da padre italiano e madre marocchina, nel gennaio 2015 decide di raggiungere Kobane e unirsi alle milizie curde che contrastano l’avanzata dell’Is in Siria.
Nel libro di Karim Franceschi che esce oggi, “Il combattente”, il giovane militante ripercorre la sua storia.
La storia di Karim Franceschi è una storia che sembra arrivare da lontanissimo.
Un giovane che vede un popolo violato da una forza feroce e oscurantista e non vuole essere solo un osservatore.
Non ha alcuna qualifica militare, ma parte lo stesso. Vuole combattere.
Non sa sparare, non conosce il curdo, l’inglese gli è inutile. Non ha idea di cosa farà : ma vuole andare. Essere giovani e trovare disgustosa l’immobilità , codardo il continuare a vivere comodamente la propria vita mentre non molto lontano avvengono scempi e barbarie: l’odore di questa storia è identico a quello che assapori in decine di libri di giovani volontari che si scelgono una causa e vanno a combattere.
“Avevo un po’ di spirito di avventura, questo credo sia naturale – dice Karim – ma non ho fatto per quello la scelta di andare a combattere. La vera motivazione era partecipare alla resistenza di Kobane che stava per crollare: l’ho visto con i miei occhi”.
Gli parlo via Skype mentre è in Iraq.
È calmo, ha molto più controllo di quello che ti immagini possa avere un ragazzo di 26 anni sbattuto da mesi su un fronte di guerra.
Karim si è fatto l’addestramento assieme a gruppi di ragazzine di sedici anni. È diventato un cecchino, un soldato dell’Ypg, la milizia curda di Kobane. Nome di battaglia: Marcello.
Mi fa sorridere, ha un candore da ragazzino ma una determinazione molto matura.
Non sta giocando alla guerra, è un soldato consapevole di ogni singolo passaggio di questa sua nuova vita: “Potevo combattere con l’Fsa (Free Syrian Army) ma ho scelto l’Ypg, le Unità di protezione del popolo. Perchè ha i valori della Costituzione italiana, ha ideali di giustizia in cui mi riconosco, combatto con i compagni che difendono la democrazia, il secolarismo, il femminismo. Con l’Is alle porte si sono organizzati non solo per difendersi ma anche per costruire una società diversa”.
ESTRATTO DEL LIBRO
“Marcello…”.
Mi sveglio con una scossa. E automaticamente guardo l’orologio, come faccio sempre quando un compagno mi avverte che è venuto il momento del mio turno. Le tre e cinque minuti. Ne mancano venticinque al cambio, e già questo mi irrita. Mi giro di scatto verso Hawer con l’intenzione di protestare per la sveglia anticipata, ma il suo volto pallido come uno straccio mi blocca. Col dito davanti al naso mi fa segno di non fiatare
“Daesh…” sussurra con un filo di voce.
Afferro il Kalashnikov e mi metto a guardare con lui dalla finestrella della trincea. Ha smesso di nevicare, e una luna non ancora piena fa capolino tra le nuvole basse e grigiastre, rischiarando il paesaggio imbiancato. Non vedo niente. Però, nel silenzio ovattato della valle, sentiamo distintamente un rumore provenire da dietro il dosso innevato. Forse il motore di un veicolo, o comunque qualcosa di meccanico. Nell’altra trincea, nessuno si muove.
Allungo un braccio e raccolgo un sassolino. Lo tiro verso la buca di Ali e Delsoz, mancando però il bersaglio. Provo ancora, e stavolta li colpisco. Così anche loro si accorgono che qualcosa non va. Ali solleva il telo e striscia in avanti, senza fucile, fino a un punto da cui riesce a vedere cosa c’è dietro il dosso. Steso sulla neve, si ferma un secondo a osservare, poi indietreggia al doppio della velocità , strisciando come un serpente e spostando con le mani la neve in modo da coprire la traccia lasciata dal suo corpo.
Cosa cazzo sta succedendo? Hawer mi fissa, ammutolito. Ali non ci ha fatto alcun cenno, prima di rintanarsi nella sua buca. Basta, ho bisogno di sapere. Da qui al punto dov’è arrivato Ali saranno trenta metri, una sessantina di passi al massimo. Alzo il telo e sguscio fuori, camminando basso ma senza strisciare, perchè non mi voglio bagnare più di quanto non lo sia già . Nascosto dietro un masso, osservo. A non più di centocinquanta metri dalle nostre piccole trincee, scorgo una ventina di miliziani di Daesh, un carrarmato T-72 e un Hummer, con i fanali accesi e un enorme mitragliatore montato sopra. Ne ho già visto uno uguale, una volta: Giano allora mi spiegò che spara proiettili in grado di sbriciolare le pietre e trapassare i sacchi di sabbia. Il comitato di accoglienza del califfo al-Baghdadi sta venendo verso di noi, eppure io resto calmo, irragionevolmente calmo. Torno indietro con lentezza, prendendomi il tempo per coprire le impronte lasciate dai miei scarponi sulla neve fresca. Entro nella buca con un mezzo sorriso stampato in faccia, guardo negli occhi il mio compagno. Glielo dico in curdo che sta per morire, così che non ci siano fraintendimenti.
Em sahiden, heval Hawer..
Nella sua lingua, em sahiden significa “siamo martiri”. Se quelli si accorgono della nostra presenza non abbiamo scampo. Non è nemmeno il numero dei miliziani, venti o giù di lì, a rendere assurda qualsiasi ipotesi di scontro a fuoco. È il tank a chiudere la questione. Per non parlare poi di quel mitragliatore montato sull’Hummer: basterebbe da solo a farci fuori tutti. Mentre cerco di spiegare a gesti cosa c’è dall’altra parte del dosso, vengo colto da un attacco di ridarella isterica. Eh, cazzo, ho scelto proprio la notte sbagliata per lasciare il Pkm all’accampamento. Hawer mi fissa con un’espressione tra il terrorizzato e il rassegnato, fatica anche a deglutire la saliva. La fuga non è nemmeno immaginabile, perchè per scappare dovremmo correre per un bel pezzo in campo aperto, davanti a loro; a quel punto basterebbe una sventagliata di mitragliatore per ammazzarci tutti e quattro. Dunque facciamo l’unica cosa che resta da fare: il tentativo della disperazione. Raccogliamo quanta più neve possibile e la spargiamo sopra il telo e nella buca, per mimetizzarla al meglio. Usiamo anche qualche sasso, così da confonderla ancora di più con il resto del paesaggio. Poi ci infiliamo dentro, senza lasciare nessuno spiraglio. Siamo completamente al buio, sotterrati tra mucchi umidi di neve e pietre. Sono steso supino accanto al mio Kalashnikov e al compagno Hawer. Entrambi sappiamo bene cosa dobbiamo fare, non c’è bisogno di dircelo. Con la mano sinistra sfilo dal gilet tattico una granata e me la appoggio sul petto, stringendola con forza. Faccio passare il dito medio della mano destra nell’anello metallico che ferma l’innesco della bomba, e lì mi blocco. L’ultima immagine che vedrà chi alzerà questo telo sarà Karim Franceschi che gli mostra il medio, un attimo prima di esplodere.
Si stanno avvicinando, lo sento. Il rumore dei cingoli del carrarmato si è fatto più forte, e mi pare persino di avvertirne la vibrazione nel terreno. In fondo lo sapevo che sarebbe andata a finire così, in quest’impresa disperata. Lo sapevo. Il cuore martella dentro al petto; delle vampate mi partono dalle spalle e dal collo in tensione, ma non riescono a scaldarmi veramente, e la sensazione è più quella di essere intrappolato in una cella frigorifera. Ho paura, come non ne ho mai avuta in vita mia. Ho sempre immaginato la mia morte attraverso gli occhi di quelli che amo di più e anche adesso, con la mente, torno nella casa di Senigallia. Immagino il volto affranto di mia madre, che piange disperata. Il suo dolore è come una lama che si pianta lentamente nel mio cuore. Il pensiero corre a Leila, mentre sento la fine avvicinarsi. Alle sue labbra piene, ai suoi occhi di giada, alla promessa di ritornare in Italia che non manterrò. Passano i secondi, non riesco a staccarmi dal ricordo della donna che amo. Non voglio morire prima di averla rivista un’ultima volta…
Eccoli, sono vicinissimi. A trenta o quaranta metri da noi, non di più. Il rumore del motore diesel del tank sovrasta le voci dei miliziani. Trattengo il respiro e percepisco che anche Hawer sta facendo lo stesso. Il collo e la mascella sono contratti da far male. Fuori la colonna si è fermata, il carrarmato non avanza più. È finita. Ne sono sicuro: qualcuno ci ha scoperti e, per come si sono messe le cose, mi pare anche l’unico destino possibile. È inevitabile, è ormai solo una questione di secondi. Tirerò l’anello, sì. Non mi farò prendere prigioniero da questi invasati, per finire tagliato a pezzi e trasformato in un mucchio di arti con la mia testa in cima, come è capitato agli sfortunati compagni che ho visto a Kobane.
Se è scritto che stanotte devo morire, morirò da partigiano, come avrebbe fatto mio padre Primo: con orgoglio, portandomi qualcuno dei nemici con me. Con il pollice della mano sinistra sfioro la tasca della giacca, a tastare il mio talismano. Stringo la bomba ancor più forte, e faccio una leggera pressione sull’anello; la spoletta si sposta di qualche millimetro. Strizzo gli occhi, in preda all’angoscia. Ho perso la cognizione del tempo. Papà , mamma… datemi il coraggio di farlo. Vi voglio bene.
Due ruggiti consecutivi del motore del T-72, seguiti dallo stridio di ingranaggi meccanici che riprendono a girare, mi fanno spalancare gli occhi. Il cingolato si muove, spero seguito dall’Hummer e dal gruppo dei miliziani. Resto immobile, concentrando tutta la mia capacità di percezione nelle orecchie. Non ci penso proprio a dare una sbirciatina fuori dal telo, non ho nessuna intenzione di provocare la fortuna. Sì, se ne stanno andando! Però si stanno spostando in direzione del nostro accampamento e, se Ali non è riuscito a dare l’allarme via radio, Zardesh e gli altri del tabur rischiano grosso.
Un secondo dopo l’altro sento la speranza rinascermi dentro, anche se non siamo ancora fuori pericolo: mi pare che la colonna si sia fermata di nuovo. Un caccia militare passa sopra di noi. Potrebbe essere un raid notturno, visto che i piloti degli aerei possono sfruttare sensori termici con i quali colpire anche nell’oscurità , quando dal comando hanno l’ok a volare e le condizioni meteo non sono del tutto proibitive. Passano i minuti, il rombo del jet va e viene, ora sembra vicinissimo ora lontano chilometri, ma non si sentono nè esplosioni nè sparatorie. Controllo l’orologio: le quattro in punto. Non è passata neanche un’ora, eppure mi sembra una settimana fa. Dobbiamo decidere cosa fare. I jihadisti sono ancora nelle vicinanze, sicuro, e se usciamo ora rischiamo di essere scoperti. Magari sono appostati proprio qui di fronte, in una trincea tipo la nostra, pronti a falciarci con i loro Ak-47 appena mettiamo il naso fuori. Non ci resta che aspettare ancora.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
IL SINDACO HA DISPOSTO DI NON SERVIRE IL PASTO AI FIGLI DEI GENITORI MOROSI….. “UMILIANTE CHIEDERE AIUTO A MIO PADRE. NON SONO UN FURBETTO, HO L’ACQUA ALLA GOLA”
«A 46 anni ho dovuto chiedere aiuto ai miei genitori per pagare la mensa scolastica. È stato
umiliante, ma alla fine ho dovuto farlo per evitare a mio figlio di 8 anni un’umiliazione ancora più grande: essere escluso dal pasto con i propri compagni»
Roberto (il nome è di fantasia, ndr) è uno dei 500 genitori morosi inserito nelle liste dei debitori del Comune di Corsico.
«Vorrei dire al sindaco Errante che non sono un furbetto – spiega – ma soltanto un padre di famiglia con l’acqua alla gola. Sono amareggiato perchè si è deciso di punire i bambini che hanno l’unica colpa di vivere in famiglie con difficoltà economiche».
Il suo caso è quello di una famiglia normale, con due figli di 8 e 17 anni, che si è trovata all’improvviso in difficoltà a causa della perdita del lavoro della moglie.
Impiegato lui, addetta in un call center lei. Quando la società in cui lavorava la moglie è fallita, il bilancio familiare è andato in tilt.
Niente liquidazione, nè ammortizzatori sociali per la donna, che si è ritrovata disoccupata da un giorno all’altro.
«Ho uno stipendio di 1.600 euro. Seicento euro mi vengono detratti ogni mese dalla banca per un prestito precedente. Pago un affitto di 800 euro al mese. Restano 200 euro per la spesa per quattro persone, le bollette e la scuola. Senza altre entrate questo significa scegliere ogni mese quale bolletta lasciare chiusa nel cassetto», ammette Roberto.
Niente vacanze, niente smartphone, niente uscite in pizzeria.
«Mi si è rotta la macchina e non avevo i soldi per ripararla. Sono andato al lavoro in bici per mesi», racconta.
Le spese per i bambini, però, sono molte. L’acquisto di scarpe e vestiti nuovi imposto dalla crescita, i libri, le visite mediche.
Esborsi normali, ma che quando il budget familiare si è dimezzato si sono rivelate insostenibili.
Ed è così che, in un anno, Roberto è arrivato a 1.200 euro di bollettini della mensa scolastica non pagati.
«Ho accumulato debiti su debiti, la notte non riuscivo a dormire. E non ho avuto il coraggio di rivolgermi ai servizi sociali. La vergogna di raccontare i miei problemi era troppo forte. Tra me e me mi ripetevo che sarei riuscito a risollevarmi da solo», racconta.
Roberto è uno di quelli che non ha neanche ritirato la raccomandata del Comune che intimava il pagamento.
«Non è bello ammetterlo, ma sapevo che si trattava di solleciti e che non avrei potuto pagarli», spiega. «A settembre ho contattato il Comune. Volevo pagare un po’ alla volta. Mi è stato detto che dovevo dividere il debito in tre parti e che non era possibile rateizzarlo ulteriormente», ricorda amareggiato.
È soltanto a quel punto, cioè a fine dicembre, che si è rivolto al padre ottantenne per chiedere aiuto.
«Hanno pagato i miei genitori per me – dice – per un padre di famiglia è una sconfitta».
Olivia Manola
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
ANM: “INGOLFA I TRIBUNALI, OSTACOLA LE INDAGINI SUGLI SCAFISTI, NESSUNO RINUNCERA’ A ENTRARE ILLEGALMENTE DAVANTI A UNA SANZIONE PECUNIARIA”
L’Associazione nazionale magistrati boccia il reato di immigrazione clandestina.
Non serve a fermare gli ingressi illegali. Intasa i tribunali. Frena le inchieste sugli scafisti. E come se non bastasse ha costi pesantissimi per lo Stato.
Questo è il giudizio sulla norma da parte dell’Anm che di fronte al rinvio del governo sull’abolizione rivolge l’invito a tutta la politica a non far “prevalere sul ragionamento la demagogia, perchè è con le scelte ponderate che si tutela la sicurezza”.
“Capisco che la politica si faccia carico dei timori della gente, ma quando le paure sono populiste e infondate vanno combattute, spiegando come stanno realmente le cose”, dice all’Ansa il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli.
E il punto di partenza non può che essere uno: “Bisogna innanzitutto chiarire che depenalizzare il reato non significa volere un’immigrazione incontrollata e illimitata , ma eliminare una norma inutile e dannosa; e occorre spiegare che la clandestinità è una contravvenzione punita con l’ammenda: e mai nessun straniero rinuncerà ad entrare illegalmente davanti a una sanzione pecuniaria che non è in grado di pagare e che lo Stato non è in grado di riscuotere”.
Si tratta dunque di un “reato inutile che ingolfa i tribunali con migliaia di cause e costi enormi per lo Stato; e che ostacola le indagini contro gli scafisti, visto che il clandestino, in quanto indagato, non può essere sentito come testimone”.
Una disanima che porta a una sola conclusione: “Gli ingressi illegali non si combattono con la minaccia ridicola di un’ammenda, ma con una seria gestione del fenomeno migratorio nel quadro europeo e con provvedimenti amministrativi di controllo dei migranti e , se del caso, di espulsione”.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
PER MANTENERSI IL TRENTENNE AVEVA UN IMPIEGO PART-TIME MA AVEVA SUPERATO LE 15 ORE SETTIMANALI PREVISTE COME TETTO PER GLI STRANIERI CHE STUDIANO… IL RETTORE: “GIOVANE DI TALENTO, RITIRATE IL PROVVEDIMENTO”, MA L’OTTUSITA’ NON SENTE RAGIONI
Espulso perchè lavorava troppo. 
È uno dei paradossi delle leggi sull’immigrazione e della crisi migratoria in Europa.
È la storia di Marius Youbi, 30 anni, originario del Camerun, studente modello perfettamente integrato in Danimarca, dove si è trasferito da tempo con la famiglia: o, meglio, si ‘era’.
Perchè Marius è infatti stato espulso non soltanto da tutte le scuole del Regno, ma addirittura dal Regno stesso, ed è dovuto tornare in patria lasciando in Scandinavia i suoi cari. Il motivo suona assurdo.
Non contento di brillare negli studi accademici in Ingegneria, invece di campare a suon di sussidi e di espedienti, per mantenersi all’Università di Aarhus si era trovato un posto part-time come addetto alle pulizie.
Per scoraggiare i migranti dallo stabilirsi nel paese scandinavo, però, di recente le già rigide norme danesi in materia sono state ulteriormente inasprite: sicchè agli stranieri che studiano non è consentito lavorare più di quindici ore la settimana.
A Marius qualche volta è peraltro capitato di sforare il tempo-limite per raggranellare qualche soldo extra, e gli implacabili ispettori lo hanno colto in fallo, avviando la procedura di deportazione.
A peggiorare la beffa, gli hanno inflitto una multa che lui ha prontamente pagato: per legge ciò implica “riconoscere automaticamente la propria colpa”, e rendere la sanzione irreversibile, come ha spiegato Anders Correll, portavoce dell’ateneo presso il quale il giovane camerunese si stava facendo onore, e il cui rettore Brian Bech Nielsen invano aveva inviato una lettera al Servizio Immigrazione, pregandolo di desistere perchè “Marius Youbi è uno degli studenti di maggiore talento che abbiamo, e non revocare il provvedimento sarebbe deplorevole”.
Tanto più, aveva aggiunto, che “in questo caso la ‘punizione’ non è adeguata al ‘reato'”. Niente da fare.
Nessuna risposta in via ufficiale da parte delle autorità competenti, solo il freddo commento di un funzionario preposto, tale Jesper Wodschow Larsen: “La decisione è stata adottata in applicazione delle regole vigenti”, ha tagliato corto.
E Marius se ne è dovuto tornare in Africa, lasciando la sua tesi a metà .
(da “La Stampa”)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
UNA FATTURA DI 37.528 EURO PER “CONSULENZE” ALL’AZIENDA CON LA QUALE, IN QUALITA’ DI CONSIGLIERE DI AMMINISTRAZIONE DELLA BANCA, HA INTRATTENUTO RAPPORTI
Un documento che, se la magistratura riterrà attendibile, è destinato a squarciare un altro velo oscuro della vicenda di Banca Etruria, uno dei quattro istituti coinvolti nel crack e poi salvati dal Governo con il decreto ‘Salva-banche’.
Un foglio che, se autentico, confermerebbe il quadro delineato dagli inquirenti sul conflitto d’interessi dell’ex consigliere di amministrazione dell’istituto, Luciano Nataloni, indagato dalla procura di Arezzo per “omessa comunicazione di conflitto d’interessi”.
Un documento che, allo stesso tempo, porrebbe più di un interrogativo sull’opportunità di alcune operazioni condotte da Banca Etruria che si sono rivelate decisive, in maniera negativa, per la sua bancarotta.
Il documento, arrivato all’interno di una busta anonima e non affrancata, è stata fatto recapitare a Letizia Giorgianni, presidente dell’associazione “vittime del Salva-banche”, che ha annunciato di voler recarsi lunedì prossimo in procura per consegnare il materiale.
Spetterà ora alla magistratura fare i dovuti accertamenti sulla veridicità del documento che, qualora fosse ritenuto autentico, come detto, potrebbe avvalorare la tesi del conflitto d’interessi di Nataloni.
Quest’ultimo, infatti, da una parte avrebbe guidato un’operazione di finanziamento di Banca Etruria a Td Group e dall’altra avrebbe ricevuto, dalla stessa società , un compenso per una consulenza affidata a uno studio di commercialisti da lui guidato.
Il documento, di cui l’Huffington Post è venuto in possesso, è una fattura che lo Studio professionale associato dottori commercialisti di Nataloni ha emesso nei confronti della società Td Group, una delle 15 società che sono state perquisite ieri dalla Guardia di finanza di Arezzo.
L’oggetto della fattura, datata 21 dicembre 2015, fa riferimento al pagamento di un acconto, pari a 37.528 euro, per un’attività di advisoring, cioè di fatto di consulenza, che lo studio di Nataloni ha prestato nei confronti di Td Group in base a quanto previsto da un contratto datato 10 ottobre 2012.
La nota conferma i forti rapporti tra Td Group e la Banca Etruria.
Ieri il presidente di Td Group, Valterio Castelli, ha dichiarato a La Nazione: “Siamo in fase, quasi definitiva, di ristrutturazione del debito: lo studio Nataloni fa da advisor in questo piano, ma in totale sono coinvolte dodici banche, tra cui appunto, l’Etruria, di certo dunque non ci sono privilegi. Non si può operare in modo diverso, il comportamento deve essere uguale con tutti”. Parole che spiegano chiaramente che si è in presenza di un legame forte, anche se non esclusivo, tra Td Group e Banca Etruria.
Secondo gli inquirenti la Td Group è considerata una delle società che ha contribuito maggiormente a provocare sofferenze alla Banca Etruria.
Quest’ultima, attraverso un’operazione condotta dallo stesso Nataloni, ha destinato a Td Group un finanziamento di 5,6 milioni di euro, secondo quanto contenuto nei dossier della Banca d’Italia citati dal Corriere della Sera.
Secondo l’accusa è una delle operazioni svolte in situazioni di conflitto d’interesse che hanno generato perdite pari a 18 milioni di euro per la banca.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 9th, 2016 Riccardo Fucile
IL PRETE ACCUSA: “LORO CI SONO, LE ISTITUZIONI BRILLANO PER LA LORO ASSENZA”
Don Angelo Berselli, parroco di Forcella, usa un paradosso duro: “Quando mi dicono sei un prete
anti-camorra io rispondo scherzando: “Vi sbagliate, io sono per la camorra. Da queste parti è la sola cosa che funziona””.
Ma che fa, elogia la camorra?
“Ovviamente la mia è una provocazione. Ma dico che dovremmo imparare dalla camorra che si prende cura dei detenuti, delle famiglie, di chi non ha lavoro. Ci sarebbero diverse cose da prendere a esempio, con un substrato morale completamente diverso”.
Ma il primo problema non è proprio la camorra?
“Il primo problema è la violenza che noi respiriamo quotidianamente perchè è diventata normalità che accadano queste morti: è il nutrimento di quel frutto maledetto che è la camorra”.
Il suo sembra un discorso senza speranza.
“La sicurezza chi la deve garantire? Lo Stato o qualcun altro? Se non ci si affida allo Stato non avremo speranza, ma un esempio ce lo dà proprio il povero Maikol che era un bravo ragazzo che lavorava e vendeva i calzini per sfamare i figli. Il 20 per cento delle persone è cattivo, ma l’altro 80 per cento è composto da brave persone abbandonate. Con loro si potrebbe discutere, ma ne andrebbe conquistata la fiducia”
E invece?
“Qui alla nostre spalle c’è il teatro Trianon chiuso. È il simbolo del fallimento delle istituzioni. Sono stato in parrocchie in tutti i quartieri ma devo dire che a Forcella c’è la situazione più difficile. Manca persino la camorra, quelle di oggi sono bande che tirano cocaina e vanno a sparare. Ai Quartieri spagnoli se accadeva qualcosa, almeno, sapevo contro chi prendermela. Qui no. I commercianti sono contenti: non pagano il pizzo perchè non c’è nessuno che va a riscuotere. Ci sarebbe la possibilità di intervenire, ma i politici pensano ad altro, alle elezioni. Il risultato è che ci sono altri due orfani perchè chi di dovere brilla per la propria assenza”.
Il questore sostiene che c’è omertà e indignazione a orologeria.
“Ho letto l’articolo su “Repubblica”, ma se lo Stato fa funzionare le telecamere non ho l’obbligo di indicarti un nome. Un uomo illustre ha detto che un popolo e una nazione civili non hanno bisogno che i cittadini facciano gli eroi. Nella mia parrocchia pur avendo pochi soldi ho otto telecamere che funzionano. L’altro giorno ho letto che hanno arrestato un camorrista che grazie a un sistema di videosorveglianza si rendeva conto di chi si avvicinava. Lo fanno loro e non lo possiamo fare noi? La faccenda è banale. Ma che ci vuole a far sistemare una telecamera e provvedere che funzioni? È mai possibile che in rioni come Sanità e Forcella non ci siano?”.
Basta la videosorveglianza per evitare sparatorie e vittime innocenti?
“Se ci sono le telecamere un minimo di prudenza in più si usa, magari non si va a sparare in pieno giorno. Qui c’è la serenità di agire indisturbati. Queste sono morti annunciate. Bisognerebbe parlare di meno e agire di più. Riprendiamo il caso del Trianon chiuso. Prima mandava i biglietti gratis in tutte le parrocchie e noi li distribuivamo alle famiglie. Era un modo per diffondere cultura. Oggi i ragazzi basano la loro esistenza sulla frase ripresa dalla televisione “e che ce ne importa!”. Ma quello che è capitato a Maikol può accadere a tutti. Nessuno se ne può disinteressare, tutti ci devono mettere il proprio impegno, tutti devono fare la loro piccola parte”.
(da “La Repubblica”)
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