Agosto 17th, 2016 Riccardo Fucile
“CI HANNO CHIESTO DI PARTECIPARE A DIBATTITI CHE NULLA HANNO A CHE FARE CON IL REFERENDUM”
Dopo settimane di schermaglie, attacchi e tentativi di corteggiamento andati a vuoto, è sul terreno
della Festa dell’Unità di Bologna che si consuma l’ultimo strappo tra il Pd e l’Anpi.
Con la rottura di una tradizione consolidata, mai messa in discussione: la presenza dei partigiani tra gli stand della festa provinciale.
Come ogni anno, infatti, l’associazione ha ricevuto l’invito per la partecipazione alla manifestazione democratica.
Questa volta però con delle regole ben precise: niente banchetti e volantini per il “no” al referendum sulla riforma costituzionale voluta da Renzi.
“Ma se non possiamo esprimerci, la nostra presenza è inutile, diserteremo l’iniziativa” è la risposta di Anna Cocchi, presidente dell’Anpi bolognese.
Un rifiuto che rischia di logorare i rapporti già tesi tra Anpi e Pd, dopo le parole della ministra Boschi sui “partigiani veri” e i paragoni con Casapound, e, più recentemente, la polemica sull’esclusione dell’Anpi dalle celebrazioni dell’11 agosto, anniversario della liberazione di Firenze dall’occupazione nazifascista
Di sicuro le premesse per uno scontro sulla Festa c’erano tutte.
Per mesi, infatti, l’Anpi bolognese ha ribadito la volontà di seguire la linea nazionale, senza tentennamenti, e quindi di portare avanti la battaglia per il no anche sotto il cielo della festa Pd. Costi quel che costi.
Dall’altra parte, il Pd ha comunque deciso di mandare l’invito, mettendo però dei paletti. “Ci hanno detto che non possiamo fare campagna nel nostro banchetto, e nemmeno distribuire volantini e materiale per il no — spiega Cocchi — ma così la nostra presenza è inutile. Non credo che parteciperemo. Del resto non siamo stati chiamati nemmeno alle altre feste in giro per il territorio”
La decisione definitiva sarà presa tra il 21 e il 22 agosto, quando Cocchi convocherà la presidenza. “Insieme all’invito, ci hanno chiesto di partecipare anche a eventuali dibattiti. Tutti incontri su temi che, seppur di grande importanza, non hanno nulla a che fare con il referendum. Mentre la difesa della Costituzione è proprio quello che ci sta a cuore in questa fase”.
All’apertura della festa bolognese, una delle più importanti, mancano meno di dieci giorni. E il Pd locale spera ancora di trovare un punto di incontro, una formula per permettere all’Anpi di parlare, senza che questo crei troppo imbarazzo al partito. Niente guerra con i partigiani è la linea scelta dai democratici.
“Se ci inviteranno a un dibattito, valuteremo la proposta — avverte Cocchi — Ma non ci può essere un tira e molla. Dobbiamo essere alla pari”
Da quando l’Anpi ha deciso di opporsi alla riforma, la frattura con il Pd si è fatta sempre più profonda.
Il caso di Bologna arriva a pochi giorni di distanza dalle polemiche nella vicina Firenze. Qui l’associazione partigiani ha diffuso un comunicato di fuoco, andando all’attacco del sindaco renziano Dario Nardella, reo di non aver invitato nessun partigiano al ricordo della Liberazione della città .
“Una scelta grave e incomprensibile”, ma “ci auguriamo sia solo uno sfortunato episodio”. E se si va più in là con il calendario si ritorna alla bufera scatenata dalle dichiarazioni della madrina della riforma, Maria Elena Boschi, che in un’intervista con Lucia Annunziata distingueva tra “partigiani venuti nelle generazioni successive” e “partigiani veri” che voteranno sì.
Insomma, la contrapposizione sul referendum rischia di segnare un punto di non ritorno.
“Fino adesso i rapporti con il Pd — assicura Cocchi — sono stati ottimi. E lavorerò per mantenerli tali. Allo stesso tempo è chiaro che la nostra posizione sul referendum non fa piacere al Pd, e questo rende tutto più difficile. Ma dobbiamo essere liberi di esprimerci. Questa è la prima condizione e quella più importante”.
Giulia Zaccariello
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 17th, 2016 Riccardo Fucile
LA VERGOGNA DI CHI INDOSSANDO UNA DIVISA COMMETTE UN REATO E NESSUNO HA LE PALLE PER INCRIMINARLO… CHE PROVVEDIMENTI HA PRESO ALFANO NEI CONFRONTI DI CHI HA OMESSO DI INTERVENIRE?
“Il disperato Salvini alla ricerca di voti rovista negli istinti più bassi e nelle sacche disperate d’ignoranza, dove si crede che un poliziotto violento e con un potere incontrollato sia maggiormente in grado di tenere ordine e ottenere giustizia. Nulla di più ingenuo e sbagliato. Poliziotti violenti generano corruzione, disordine e allontanano ogni possibilità di giustizia”.
Lo scrive su Facebook Roberto Saviano, intervenendo a sostegno delle proteste di quasi tutti i sindacati di Polizia per le parole che il leader leghista ha pronunciato in un comizio a Ponte di Legno al quale si è presentato indossando una maglietta della Polizia.
“Vedere politici italiani in divisa fa sempre ridere. Sembrano bambini che si vestono da Zorro per carnevale. Questa volta a provare a diventare Zorro è Salvini, che indossa una maglietta della polizia con le mostrine. Non essendo un poliziotto, a indossare una maglia con le mostrine commette reato – ha quindi aggiunto -, ma al di là di questo, promette ‘mano libera a poliziotti e carabinieri’.
Quel ‘mano libera’ significa insinuare che sarà tollerato andare ‘oltre la legge’, che ci sarà diritto alla tortura e copertura di ogni abuso e ogni violenza”.
E, aggiunge lo scrittore, “qualsiasi poliziotto onesto proverebbe vergogna per questa insinuazione”.
Sempre su Facebook arriva la replica di Salvini che non ne azzecca una: “Fra le guardie e i ladri, io sto con le guardie”
Forse dimentica i tanti ladri grazie ai quali ha fatto carriera (senza accorgersi che rubavano?) e che gli hanno permesso di vivere da 20 anni con stipendi di 15.000 euro al mese.
Poi un altro autogol: “Saluti al ricco scrittore, scortato da tanti pazienti poliziotti”.
Ha parlato il mantenuto della politica che ha piazzato due mogli a spese dei contribuenti e che viene scortato da decine di agenti dello Stato italiano per evitare di essere preso a calci in culo per strada.
(da agenzie)
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Agosto 17th, 2016 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLE ONG: 373 ATTACCHI, IL 90% E’ OPERA LORO
Kafr Hamra, nord della provincia di Aleppo, 12 agosto. Le bombe sbriciolano un’ala dell’ospedale
delle donne e dei bambini poco prima dell’alba, quando tutti dormono. Due morti, c’è anche un’infermiera.
La Syrian Civil Defense racconta di aver tirato fuori 10 persone dalle macerie. Al destino non è bastato che fossero già stati feriti, il bersaglio sono diventati loro: i pazienti degli ospedali.
Solo a luglio, 43 tra ospedali, strutture private e presidi da campo nelle aree controllate dai ribelli sono finite nel mirino dei raid. “L’ospedale è stato danneggiato da tre bombardamenti”, racconta al quotidiano The Indipendent Hussein, un medico che lavora in una struttura supportata da Medici senza Frontiere, ad Aleppo est.
E’ accaduto a luglio, il 3 e poi il 6 agosto: “Per ora è in funzione, ma può occuparsi solo dei casi più urgenti — spiega — ormai la gente ha paura di venire a curarsi, teme di diventare un bersaglio”.
Tra il 23 e il 31 luglio sei i casi nell’area di Aleppo.
La notte tra il 23 e il 24 nel quartiere di Al Shaar, nella parte orientale di Aleppo, quattro presidi medici e una banca del sangue finivano nel mirino dei raid: l’Ospedale dei Bambini Al Hakim, l’Al Daqaq Hospital, l’Al Zahra’ Hospital e l’Al Bayan hospital, oltre alla Central Blood Bank.
La metà delle strutture operanti nella zona. Cominciava così quella che la ong Phisician for Human Rights ha definito la peggiore settimana dall’inizio della guerra, nel 2011.
“Da giugno abbiamo registrato un aumento degli attacchi ai civili in città e alle strutture mediche che ancora resistono nella regione — affermava l’8 agosto Widney Brown, direttori dei programmi di Phr — distruggerle è un modo per garantire la morte di migliaia di persone bloccate nella zona est della città ”.
Quella ai medici è una guerra nella guerra, nella Siria martoriata da un conflitto che è diventato regionale.
Tra il marzo del 2011 e il maggio del 2016, Phisicians for Human Rights ha contato in tutto il Paese 373 attacchi a 265 strutture. Il picco nell’ottobre 2015, con 16 episodi. Prima dell’escalation di fine luglio, ad aprile si erano verificati 6 casi; a maggio il numero era salito a 8.
Uno stillicidio di cui, raccontano le organizzazioni, ciò che rimane del sistema sanitario porta i segni: secondo la Syrian American Medical Society, il 47% delle strutture pubbliche funziona solo parzialmente. Il 44% del totale, si legge nell’ultimo report dell’organizzazione, è chiuso.
Così come il 49% dei presidi che forniscono assistenza medica di base e ginecologica. Otto dei 23 centri gestiti in Siria dalla Unrwa, la United Nations Relief and Works Agency, sono fuori uso a causa di danni strutturali o impossibilità di garantire la sicurezza dei pazienti. Altri 7 lavorano a orario ridotto.
Altissimo il costo in termini di vite umane: in 5 anni sono stati 750 gli operatori sanitari uccisi, riferisce ancora la Phisicians for Human Rights, nel 1997 premio Nobel per la Pace insieme alle ong partecipanti alla Campagna internazionale per il bando delle mine antiuomo.
Otto le vittime solo lo scorso mese di aprile. La strage aveva inizio il giorno 8: l’Associated Press raccontava l’uccisione di Mohammed Khous, 70 anni, freddato da un cecchino mentre tornava a casa dopo il turno in sala operatoria dell’ospedale di Zabadani, a nord di Damasco. E si chiudeva il 29 con la lettera in cui il direttore dell’ospedale pediatrico di Aleppo dava notizia della morte di Muhammad Waseem Maaz, 36 anni, ucciso in un raid aereo contro l’ospedale di Al Quds. A maggio è andata anche peggio: i morti sono stati 12.
Secondo Phisicians for Human Rights, il 90% dei 373 attacchi registrati è “opera del governo siriano e del suo principale alleato, la Russia“.
Che avrebbero responsabilità dirette anche nell’uccisione di 698 operatori sanitari.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 17th, 2016 Riccardo Fucile
“E’ DIVISIVO, IMPRUDENTE E INCOMPETENTE”
I malumori interni del partito repubblicano, deluso dai risultati e dai toni del proprio candidato, continuano ad aumentare.
Più di 100 membri del Gop hanno firmato una lettera in cui chiedono esplicitamente al Repubblican national committee (il comitato politico che coordina anche la raccolta fondi per le elezioni) di sospendere il proprio appoggio a Donald Trump, candidato alla Casa Bianca, dirottando invece i fondi verso le elezioni per il Congresso.
“Crediamo che il carattere divisivo, imprudente, incompetente e altamente impopolare di Donald Trump rischi di trasformare questa elezione in una deriva di voti a vantaggio del Partito democratico”, si legge nella lettera lunga due pagine.
“Solo un immediato spostamento di tutte le risorse disponibili del partito a sostegno della fragile campagna per il Senato e per la Camera impedirà al Gop di annegare, trascinato verso il fondo da un`ancora con lo stemma di Trump appesa al proprio collo”.
Il promotore dell`iniziativa è stato Andrew Weinstein, l`addetto stampa dell`ex speaker della camera Newt Gingrich.
Accanto al suo nome si leggono quelli di almeno 27 ex funzionari del partito, tra cui i deputati Scott Rigell e Reid Ribble.
La lettera segue di sole due settimane un’altra presa di posizione esplicita contro il candidato repubblicano.
Ad inizio agosto, 50 esperti repubblicani di sicurezza nazionale hanno infatti sottoscritto una violenta reprimenda ai danni del magnate, definendolo inadeguato per lo studio ovale: “Siamo convinti che sarebbe il presidente più sconsiderato della storia degli Stati Uniti”.
A spingere diversi membri repubblicani a un’esplicita presa di distanza sono stati i sondaggi stagnanti delle ultime settimane. Indietro nei sondaggi e a Trump si imputa anche l’apparente incapacità di moderare i propri toni.
A sottolinearlo è stata nei giorni scorsi la senatrice repubblicana del Maine Susan Collins che, ricordando i suoi recenti insulti contro i genitori di fede musulmana di un eroe di guerra americano, ha dichiarato di non essere più disposta a votare per lui.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile
I SINDACATI DEGLI AGENTI: “DA DENUNCIA, RINUNCI ALL’IMMUNITA'”… MA IL CORAGGIOSO PADAGNO NON RINUNCIA NEANCHE ALLA SCORTA
I sindacati di Polizia insorgono contro Matteo Salvini che, dal palco di Ponte di Legno, indossando
la maglietta della Polstato, a Ferragosto, parla dello stato della Sicurezza del Paese.
E incita la platea leghista con frasi dal sapore vagamente golpista, del tipo “quando arriveremo al governo, polizia e carabinieri avranno mano libera per ripulire le nostre città “.
Ma le sue esternazioni suscitano un coro di proteste da parte dei sindacati nazionali di Polizia.
Romano, Siulp: “Da denuncia, rinunci all’immunità “.
Felice Romano, segretario del Siulp, il primo sindacato italiano, chiede a Salvini che rinunci all’immunità parlamentare, visto che indossare la divisa della Polizia è reato. “Il fatto che sia un parlamentare – attacca Romano – non può autorizzarlo a indossare impunemente la nostra divisa. Ci sono delle regole che vanno rispettate da tutti, anche da lui. È bene che si faccia chiarezza una volta per tutti su questo tema. Conosciamo tutti la goliardia di Salvini e sicuramente questa uscita è una delle tante che fa per catturare il consenso e parlare alla pancia degli italiani scontenti dalla crisi, dalle difficoltà economiche. Ma lui pone un problema su cui il governo deve riflettere: l’Ue non sta affrontando nel modo giusto la questione-immigrazione. E il problema di tipo sociale e politico che ne consegue corre il rischio (anche per il fomentare in questo modo di alcuni esponenti di partiti) di diventare una bomba a orologeria che graverà sull’ordine pubblico, contrapponendo generazioni e soprattutto le etnie”.
“Che gli italiani siano tranquilli – ha concluso Romano – la polizia così come carabinieri e le altre forze dell’ordine agiranno sempre e solo nel rispetto delle leggi che il Parlamento ci dà . E dei principi della Costituzione su cui abbiamo giurato lealtà . Poi, se il Parlamento fa leggi strane, il problema è a monte: come si forma il Parlamento, non come agiscono le forze polizia”.
Tiani, Siap: “Salvini pensi ai tagli alla Sicurezza fatti da Maroni”.
“Ogni poliziotto o carabiniere in cabina elettorale – dichiara Giuseppe Tiani, segretario del Siap – si esprime liberamente premiando o meno la coalizione o i partiti a cui ritiene di dare fiducia. Per questo non è accettabile che un politico come Salvini possa continuare a permettersi d’indossare la divisa della Polizia di Stato promettendo che se dovesse andare al Governo utilizzerà poliziotti o carabinieri per una sorta di delirante demagogica e pericolosa ‘pulizia etnica’.
Corre l’obbligo di ricordare a Salvini che l’ultimo governo di cui la Lega ha fatto parte è quello dei tagli lineari a tutte le Forze di Polizia i cui effetti nefasti paghiamo ancora oggi nonostante l’emergenza sul fronte dell’immigrazione e del terrorismo.
Quanto accaduto ieri a Ponte di Legno è un atto gravissimo perchè si tenta di manipolare sul piano politico il ruolo delle Forze di polizia che sono terze e rispondono solo agli interessi dello Stato e delle politiche di Governo legittimate dalle procedure democratiche. Si tratta dell’ennesimo atto provocatorio davanti al quale i poliziotti prendono le dovute e doverose distanze”.
Tissone, Silp: “Inaccettabile”.
“Salvini – dichiara Daniele Tissone, segretario generale Silp- sale, nuovamente, sul palco con la maglietta della polizia addosso: è nuovamente inaccettabile. Come lo sono le sue frasi. Ma Salvini si rende conto oppure no di quello che dice? Polizia e forze dell’ordine stanno dalla parte dei cittadini e delle leggi, tra mille difficoltà ma, sempre e comunque, al servizio della democrazia e dello stato di diritto.
I poliziotti respingono al mittente l’appello di Salvini che, ancora una volta, ha perso un’occasione per tacere soprattutto se ripensiamo a quando il suo partito era al governo e ai tagli miliardari alla sicurezza che produssero i suoi amici di partito (il riferimento è all’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, ndr). Penso che, stavolta, abbia passato il segno”.
La Spina, Anfp: “Giù le mani dalla divisa”.
“Più volte – è la reazione di Lorena La Spina, leader dell’Anfp, il sindacato dei funzionari – siamo stati costretti a dire “giù le mani dalla nostra divisa”, a chi la utilizza strumentalmente per coinvolgere le Forze dell’ordine in un gioco politico che non appartiene loro.
E ancor più grave che indossando la nostra maglia ci si senta autorizzati ad invocare addirittura una ‘pulizia etnica’, che ci riporta indietro ad una delle pagine più oscure e dolorose della storia del nostro Paese.
La Polizia di Stato appartiene solo ai cittadini ed alle Istituzioni democratiche, al cui servizio essa opera, nel rigoroso rispetto delle leggi e delle garanzie costituzionali. Questo dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, in particolare proprio a chi riveste importanti funzioni di rappresentanza nel mondo politico”.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile
“SPORCHI, TRISTI E STRACCIONI”: COSI’ I GIORNALI DELL’EPOCA DEFINIVANO GLI IMMIGRATI PIEMONTESI E TOSCANI IMPIEGATI A COTTIMO IN CAMARGUE… FINO A QUANDO, IL 17 AGOSTO 1893, AL GRIDO DI “MORTE AGLI ITALIANI CHE RUBANO LAVORO”, UNA FOLLA DI FRANCESI NE UCCISERO DIECI E NE FERIRONO CENTINAIA
Sodol Colombini stringe tra le mani il cappello di panama mentre guarda il sole infrangersi nell’acqua che circonda le piramidi di sale: non riesce a mandarlo via, quel sale, nemmeno dopo essere andato in pensione.
Una vita passata nella Camargue, la sua, tra sabbia e paludi, a seguire tutta la filiera della lavorazione dell’oro bianco di Aigues-Mortes.
Intervallata da dodici anni, dal 1977 al 1987, in cui è stato sindaco della sua città , sempre dalla parte dei colleghi operai, compagni di mille lotte sindacali.
È proprio agli inizi della sua esperienza da primo cittadino che Sodol, figlio a sua volta di operai antifascisti di chiara origine italiana, scopre che le mura della sua città nascondono un segreto, di quelli che «si sussurrano a bassa voce, per non farsi sentire dai bambini».
Quando il circolo anziani della cittadina provenzale gli chiede il patrocinio su un convegno sugli eventi, Colombini scopre che a Aigues-Mortes, nel 1893, era stato perpetuato un pogrom, un massacro xenofobo, per qualcuno addirittura “il peggiore della storia della Francia contemporanea”.
Tra il 16 e il 17 agosto del 1893, al grido di “Viva l’anarchia”, i nonni dei suoi concittadini si erano organizzati e avevano deliberatamente deciso di uccidere gli operai italiani stagionali assunti nelle saline, rei di rubare il lavoro e di accettare le condizioni penalizzanti dei padroni.
Fu durante gli anni di Colombini sindaco che una delle pagine più brutte della storia operaia europea emerse dall’oblio, grazie a una serie di ricerche condotte da storici italiani e francesi.
Un lavoro non facile, visto che gli ultimi testimoni dell’eccidio erano morti negli anni ’50 e con loro il ricordo della strage, sconosciuta anche agli immigrati italiani di seconda e terza generazione, come lo stesso Colombini.
Eppure a fine Ottocento i fatti di Aigues-Mortes avevano aperto una profondissima crisi diplomatica tra Francia e Italia; Edoardo Scarfoglio sul Mattino aveva invocato una guerra ai francesi e nella penisola le voci sul massacro avevano condotto a manifestazioni di massa a Genova, Milano, Roma e a Napoli, dove migliaia di insorti si erano scontrati con i bersaglieri.
Poi, complici le due guerre mondiali e una nuova ondata migratoria dall’Italia, il silenzio.
Secondo l’economista e filosofo Serge Latouche, padre della teoria sulla decrescita felice e profondo conoscitore dei processi di occidentalizzazione del secolo scorso, i governi ebbero tutto l’interesse, ad un certo punto, a insabbiare una vicenda pruriginosa di questo genere.
«Abbiamo preferito, noi francesi e voi italiani, riscrivere una storia alternativa fatta di amicizia e fratellanza, un modo per condividere lo ‘sfruttamento’ verso il resto del mondo».
LA PSICOSI DELL’INVASIONE
Come si arrivò, tra il 16 e il 17 agosto 1893, all’uccisione di dieci italiani (di cui nove identificati) oltre a un numero sproporzionato di feriti e a un controesodo di centinaia di operai e famiglie italiane?
Aigues-Mortes a fine Ottocento è una città povera e dall’economia sonnolenta.
Si anima solo ad agosto durante la raccolta del sale quando vengono assunti 1500 stagionali dalla Compagnie des Salins du Midi.
Oltre ai locali ci sono i trimards, lavoratori senza fissa dimora, spesso pregiudicati e circa 600 italiani, per lo più piemontesi e toscani, quasi sempre ingaggiati tramite caporali che operano oltre confine.
Il clima è teso, del resto nel paese si vive la psicosi dell’invasione.
La stampa francese ripete strenuamente che la manodopera italiana “toglie il pane dalla bocca” e alla paura di perdere posti di lavoro e spazio nell’economia nazionale si aggiungono ritratti razzisti degli italiani che “sono sporchi, tristi, straccioni, e formano intere tribù che emigrano verso il Nord, dove le campagne sono ben coltivate, dove si mangia, si beve, si è felici” (La Patrie, 3 agosto 1896).
I giornali parlano di un’invasione silenziosa e della minaccia che la patria venga “sommersa” (L’invasion pacifique de la France par les ètrangers, Marchal-Lafontaine).
L’atmosfera nelle saline non è diversa dal quadro dipinto dai giornali. C’è nervosismo, italiani e francesi non si integrano, le quasi 90 mila tonnellate di sale devono essere portate via in breve tempo per evitare che arrivi la pioggia e le sciolga.
I ritmi sono massacranti e la retribuzione a cottimo premia gli operai italiani, più robusti e abituati ai lavori duri. È un’estate torrida, si dorme in baracche insalubri, con il rischio di contrarre la malaria e con poca disponibilità di acqua potabile.
I FATTI
Secondo gli storici potrebbe essere proprio l’acqua uno dei futili motivi che hanno portato alla caccia all’italiano. Il giorno prima del massacri, durante una pausa dal lavoro, un torinese avrebbe lavato il suo fazzoletto pieno di sale nella tinozza contenente l’acqua dolce. La reazione dei francesi sarebbe stata violenta, il torinese avrebbe quindi ferito con un coltello uno degli aggressori.
Si susseguono scontri e ripicche tra italiani e francesi, gira voce che ci sono morti (falso), interviene il magistrato e riporta la calma.
Ma è solo momentanea, in città il passaparola è iniziato, c’è la convinzione che gli italiani abbiano ucciso dei francesi. L’eccitazione non è più controllabile, c’è voglia di impartire una lezione ai “maledetti italiani”.
I trimards che non hanno trovato lavoro e altri cittadini scendono per le strade. “Viva l’anarchia! Morte agli Italiani”, riecheggia tra i vicoli del centro di Aigues-Mortes. Trimards e cittadini, circa cinquecento, muniti di randelli seguono il pubblico banditore, che annuncia la “caccia all’orso”.
Gli italiani cercano rifugio dove possono, persino nella questura e nelle carceri cittadine. Si contraddistinguono dei “giusti”, che salvano molti degli assaliti da morte certa. Come il parroco Mauger, che accoglie gli italiani nella sua abitazione privata, o la signora Fontaine, proprietaria di una panetteria, che fa barricare gli assaliti nel suo negozio e con loro resiste eroicamente all’assedio e ai tentativi d’incendio per oltre 27 ore.
Al mattino la situazione degenera. I rivoltosi si dirigono vero le saline Peccais, dove è maggiore la concentrazione degli stagionali stranieri.
Il capitano della gendarmeria si impegna pubblicamente per l’espulsione degli italiani. L’obiettivo è quello di scortarli fino alla stazione locale e mandarli via con il primo treno. Ma la scorta delle forze armate fallisce e il massacro ha inizio.
Un sopravvissuto racconterà : «Tutta questa gente si è avventata contro di noi e ci gettava pietre. Ho anche sentito parecchie fucilate (…) la folla ci ha travolto. Siamo fuggiti da ogni lato; ci inseguivano come fossimo un gregge di pecore; io sono stato buttato nel canale con alcuni compagni. I francesi si erano piazzati dall’altro lato del canale, tra le vigne, e quando tentavamo di uscire, le pietre ci cadevano in testa come neve»
TUTTI ASSOLTI
L’esercito, chiamato all’alba dal prefetto, non arriva prima delle sei di pomeriggio del 17 agosto. Perchè questo ritardo? È difficile dirlo, sappiamo però che è funzionale all’insabbiamento delle responsabilità .
Lo scrittore Enzo Barnabà (il massacro degli Italiani, Infinito Edizioni) , che sin dagli anni ’70 ha studiato approfonditamente i documenti ufficiali e le testimonianze dell’epoca, non ha dubbi: all’Italia bastava un capro espiatorio, facilmente individuato nella figura del sindaco.
«Il governo italiano chiese la sua testa, e i francesi gliela consegnarono senza problemi. I veri responsabili, come il prefetto o il generale che non ha dato l’ordine di intervenire, la fecero franca, non interessò a nessuno fare un’inchiesta che appurasse le vere colpe».
Le stampe di entrambi i paesi strumentalizzarono a loro piacimento il massacro e il processo, che assunse inevitabilmente una dimensione politica e si concluse con l’assoluzione di tutti i 17 imputati che erano stati rinviati a giudizio.
Come se non bastasse, il governo francese pretese che nel calcolo degli indennizzi alle famiglie delle vittime venisse considerato il principio di reciprocità , dal momento che gli italiani erano scesi in piazza attaccando i palazzi francesi delle grandi città della penisola.
Il danno per la morte dei lavoratori fu equiparato a quello di qualche vetrina distrutta. La reazione italiana? «Una certa Italia si lavò le mani. Crispi cavalcò l’ondata nazionalistica che scosse il paese appena giunsero le prime notizie, poi una volta giunto al potere, lasciò perdere», spiega Barnabà .
UN MASSACRO “DI SINISTRA
Fa un certo effetto sapere che l’eccidio di Aigues-Mortes avvenne ad appena tre giorni di distanza dalla conclusione dei lavori del Congresso di Zurigo della Seconda internazionale socialista, per giunta perpetuato inneggiando l’anarchia e i suoi eroi. «Amara e feroce ironia», la definì il filosofo marxista Antonio Labriola.
Secondo la stampa conservatrice di allora, “il massacro smentì le chiacchiere internazionaliste”. «Eppure quella era una vera sinistra, con un vero progetto internazionale, al contrario di oggi», spiega Serge Latouche.
«Tuttavia faceva i conti con una grande contraddizione che a distanza di oltre un secolo non è riuscita a risolvere: la concorrenza tra i lavoratori di diversi paesi. Anzi, con la globalizzazione è dieci volte più forte. Se dieci italiani sono morti a Aigues-Mortes, quanti sono i migranti uccisi oggi dallo sfruttamento del lavoro?». Secondo Barnabà «l’eccidio di Aigues-Mortes ci ricorda come l’integrazione dell’immigrazione italiana nel tessuto sociale francese, contrariamente all’immagine che spesso ne ha, sia stata tutt’altro che indolore e come la xenofobia che ha colpito le successive ondate migratorie non sia nata dal nulla».
Nel frattempo Aigues-Mortes è diventata una tappa importante degli itinerari turistici provenzali e un trenino accompagna cinque volte al giorno i visitatori nei suggestivi sentieri che attraversano le acque rosa delle saline.
Proprio dove circa 120 anni fa un piccolo numero di gendarmi in preda al panico non riusciva a proteggere i lavoratori italiani da piogge di sassi e proiettili.
Ma i turisti non lo sanno. Per questo, anche da pensionato, Sodol Colombini continua il suo impegno civile per i diritti dei lavoratori delle saline e per ripristinare la memoria storica del massacro: a breve una targa commemorativa verrà posta nei pressi dell’ex panificio Fontaine.
Sarà il primo segno tangibile del ricordo di quei due giorni di follia di massa.
Di cui si continua a non voler parlare. Ce lo fanno capire chiaramente gli addetti del museo cittadino.
Quale “massacre des Italiens”?
Joshua Evangelista
(da “L’Espresso”)
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Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile
LA TRILATERAL CON IL SINDACO RENZIANO DI BERGAMO E IL BRACCIO DESTRO DI MARINA BERLUSCONI
Beppe Grillo ha trascorso il suo Ferragosto in un panfilo a Porto Cervo in compagnia del
renzianissimo Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, e Ernesto Mauri, potente Ad del Gruppo Mondadori
Ne parla Dagospia:
Beppino ha scelto un 15 d’agosto ultra-godereccio e si è attovagliato a bordo di un enorme panfilo ormeggiato davanti alla sua adorata Porto Cervo.
Se d’inverno non rinuncia alle nuotate con la sua gagliarda moglie nel mare keniota, l’estate grillina è solo in Costa Smeralda.
L’anno scorso si faceva intervistare dal ‘Financial Times’ all’hotel Cala di Volpe, quest’anno ha preferito trastullarsi a colpi di “Vacchi dance” e champagne di prima scelta su uno yacht di circa 42 metri denominato ”Aldebaran”.
Il panfilo in questione prende il nome da una stella appartenente alla costellazione del Toro e non appartiene a un armatore anonimo.
E’ di proprietà di Enrico De Marco, re incontrastato della similpelle e tra gli industriali italiani più conosciuti al mondo.
Ad accogliere sulla discreta barca Beppe Mao e consorte c’era la bombastica e cotonatissima Alessandra, moglie di Enrico e dama prezzemolona dei salotti meneghini.
Tra un’ostrica, un fresco mojito e un’atmosfera molto allegra, la compagnia si è dimenata nelle danze.
E Beppe, tra un colpo d’anca e un carpaccio di pesce spada si è intrattenuto a lungo con altri due ospiti blasonati: Giorgio Gori, renzianissimo sindaco di Bergamo, e nientemeno che Ernesto Mauri, potente Ad del Gruppo Mondadori, nonchè braccio destro di Marina Berlusconi e fedelissimo di patron Silvio.
Una “trilateral” in pieno stile Prima Repubblica che ha destato in quei pochi ospiti ancora lucidi non poche curiosità .
Si mormora che il bizzarro trio abbia naturalmente parlato di politica e i temi più gettonati sembra siano stati l’inesorabile declino di Pittibimbo e il Referendum prossimo venturo.
Chissà se Beppe Mao abbia detto ad Ernestino Mauri di portare i suoi personali auguri alla Cainana per il suo 50° compleanno?
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile
E SE CHIEDESSE CONSIGLIO AGLI ECOLOGISTI EUROPEI CHE SONO I PIU’ AVANTI DI TUTTI?
Credo che nei momenti di emergenza debba scattare la solidarietaÌ€ tra comuni e tra regioni. Perchè sul trasferimento della monnezza romana, senza il concorso di tutti, non si evita il tour mondiale della spazzatura sui vecchi e nuovi media, e noi italiani abbiamo già ampiamente dato con le emergenze di Napoli o della Sicilia e oggi della stessa Capitale che fa notizia per le carenze impressionanti e croniche di un servizio fondamentale.
Detto questo, il buon giorno ai romani purtroppo si è visto dal mattino, e questa giunta Raggi sta offrendo prove di avvitamento sulle ambiguità , sembra destinata a navigare a vista e a slittare su ogni buccia di banana che si troverà tra i piedi.
Roma è una grande questione nazionale, è fondamentale per il paese che sia ben governata.
Quel che colpisce finora è invece l’inconsistenza della sfida di governo grillina. Con due terzi del consiglio comunale, i nuovi continuano a cincischiare e faticano ancora a convincersi di dover governare la più grande città italiana.
Continuano a fare (giustamente) solo le pulci alle classi dirigenti che li hanno preceduti nell’Aula dedicata a Giulio Cesare, ma riuscendo solo a dare l’idea della tristissima continuità con il declino delle amministrazioni capitoline degli ultimi anni. Non c’è traccia di uno scatto di governo cittadino, nè di una suggestione, di un progetto, di una visione.
La vittoria sicuramente è stata più grande di loro, ma la sindaca, a differenza della sua collega di Torino, appare già tramortita.
Più che da strappi e rottamazioni di un repulisti generale di cui c’era e c’è urgente bisogno, sembra travolta più che dai problemi e dalle loro soluzioni da un groviglio di tutori e controllori, prigioniera di faide e guerriglie interne al confuso mondo pentastellato, colpita dall’insinuazione continua sull’intreccio con il passato prossimo e remoto.
Lo stesso rimpiazzo con donne e uomini come da manuale Cencelli a 5 stelle (che sostituisce ormai con la finta democrazia del curricula quel che un tempo si chiamava mercato delle vacche), finora non indica e non pratica un nuovo corso.
Diamole tempo, dicono i suoi. Certo, ma il punto politico è che Raggi aveva promesso ai romani di tutto, di più e anche subito.
Nel lungo giro elettorale esternava in continuazione facendo immaginare che schioccando le sue dita arrivassero le soluzioni (funivia urbana compresa).
Non ha alle spalle gli errori commessi e i fallimenti conseguiti ma semmai un senso di superiorità sempre ostentato.
Nel consiglio comunale straordinario sui rifiuti si è fatta in quattro ma solo attaccando e coprendo le sue nomine controverse e rinviando proposte ger gestire l’emergenza, finendo così nel lungo elenco dei soliti vizi capitali.
Ha continuando a coprire l’assessore Muraro con l’armamentario difensivo classico da partitino clientelare della prima repubblica.
Ha colpito duro l’Ama e il “ras” delle discariche Cerroni ma suscitandi l’imbarazzo massimo del suo assessore ai rifiuti che non può certo resettare le responsabilità del passato.
Se “Ama dormiva”, come dice Raggi, Muraro russava. E la solita sindrome del complotto, ormai un riflesso pavloviano dei grillini, non basta più a giustificare i ritardi e le omissioni. Per dare l’idea del caos e delli scarso senso della realtà , è bastato vedere la Raggi passare nel suo intervento privo di dati tecnici e soluzioni possibili da “adesso Roma è più pulita” all’allarme sul “rischio sanitario dietro l’angolo”.
Che fare da settembre? Proposte concrete?
Mah, c’è un impegno straordinario chiesto ai dipendenti Ama, ci sarà un altro “tavolo” da aprire con la Regione, per il resto è un arriverci Roma a dicembre.
Intanto la pulizia in città è quella che vediamo tutti, l’export della monnezza romana procede alla grande con l’85% affidato alla gestione primitiva della raccolta in forma indifferenziata e avviata in modo caotico in molti impianti di selezione tra Roma e il resto del Lazio, da cui oggi proseguono verso discariche e termovalorizzatori nel Nord dell’Italia e in altri Paesi europei.
E’ stata e resta l’unica soluzione dopo la chiusura della discarica di Malagrotta.
Servirebbe un bagno di umiltà e concretezza anche per affrontare un mare di questioni aperte (da Atac al piano di rientro), servirebbe la capacità di saper prendere oggi non a dicembre decisioni insieme ad altre istituzioni e al governo per mettere davvero la parola fine ad un sistema di raccolta e trattamento dei rifiuti indegno di una moderna capitale europea, fragilissimo e costosissimo per i romani.
Se vuole riorganizzare la filiera industriale, Raggi può chiedere consigli utili anche agli ecologisti europei che sono i più realisti e hard di tutti, gli spiegheranno come si progettano, si realizzano e si gestiscono gli impianti moderni che servono, termovalorizzatori compresi, senza seminare allarmi, evitando il rinvio delle responsabilità che dura da troppi anni.
E’ Roma il vero termometro dei grillini, è qui che si misura la capacità del Movimento 5 Stelle di uscire fuori dai blog, dagli slogan e dai no a tutto.
Erasmo D’Angelis
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI PARMA: “DOVEVA USCIRE IL GIORNO DOPO E POI LA SETTIMANA DOPO…”
“Saranno le ferie e il caldo, ma del regolamento che doveva uscire il giorno dopo, e poi la settimana
dopo, se ne hanno tracce? ”
Lo ha twittato il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, sospeso lo scorso maggio dal M5S dopo la vicenda dell’avviso di garanzia ‘taciuto’ sul caso del teatro Regio, e ancora in attesa di ‘verdetto’.
Il riferimento è alle procedure di modifica del Non-Statuto e del Regolamento, dopo la sentenza del tribunale di Napoli che ha disposto il reintegro di 20 militanti espulsi.
Un mese fa Pizzarotti aveva scritto una mail a Beppe Grillo, garante e giudice di ultima istanza sulla sua sospensione, chiedendo di pronunciarsi.
Nei giorni scorsi 11 consiglieri comunali hanno comunicato la loro autosospensione, con una lettera a Grillo e ai vertici M5S, in solidarietà con il sindaco di Parma.
(da “Huffingtonpost”)
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