Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile
“INACCETTABILE E PROVOCATORIO”… LA DIVISA USATA DA UN ISTIGATORE: PERCHE’ NESSUNO E’ INTERVENUTO?
Giù le mani dalla divisa.
La polizia insorge contro Matteo Salvini, che durante il comizio di Ferragosto a Ponte di Legno, in provincia di Brescia, ha deciso di indossare la camicia della Ps, come aveva già fatto l’anno scorso.
Il segretario del sindacato di polizia Siap di Genova, Roberto Traverso, ha usato parole dure nei confronti del segretario federale della Lega Nord: “Ogni poliziotto o carabiniere in cabina elettorale si esprime liberamente premiando o meno la politica a cui ritiene di dare fiducia. Per questo non è accettabile che un politico come Salvini possa continuare a permettersi d’indossare spocchiosamente la divisa della Polizia di Stato promettendo che una volta al potere utilizzerà poliziotti o carabinieri per una sorta di delirante demagogica e pericolosa ‘pulizia etnica’”.
Traverso fa riferimento a un passaggio dell’intervento di Salvini, quando l’esponente leghista afferma: “ll primo provvedimento che prenderemo quando arriveremo al governo, a costo zero, è di riportare loro rispetto: polizia e carabinieri avranno mano libera di ripulire le nostre città “.
Per il sindacato di polizia “quello accaduto ieri è un atto gravissimo al quale purtroppo il Salvini ci sta abituando dopo la prima vergognosa messa in scena alla quale abbiamo assistito durante un inquietante comizio di un sindacato di polizia autonomo. Si tratta dell’ennesimo atto provocatorio davanti al quale i poliziotti prendono le dovute e doverose distanze”.
Ma chi gestiva l’ordine pubblico a Ponte di Legno perchè non è intervenuto di fronte a un reato? Che provvedimenti ha preso il capo della Polizia di fronte a una palese omissione di atti d’ufficio? Cosa aspetta Alfano a rimuovere i responsabili e la magistratura ad aprire un fascicolo?
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile
RACHELE BRUNI DEDICA LA SUA MEDAGLIA ALLA COMPAGNA: “TROPPA IPOCRISIA, IO VIVO SERENA”
Una medaglia contro i pregiudizi nei confronti dell’omosessualità . 
Quella d’argento di Rachele Bruni nella 10km del nuoto di fondo alle Olimpiadi di Rio.
Una dedica speciale, quella che l’atleta toscana ha fatto alla sua Diletta. “Ho dedicato il mio argento anche a Diletta: non ho mai fatto coming out, ma non mi sono neanche mai preoccupata dei pregiudizi. Io vivo la mia vita con naturalezza”, ha spiegato Bruni, che è la prima medagliata ai Giochi olimpici a dichiarare – anche senza dirlo direttamente – la propria omosessualità .
Una dedica, quella di Rachele Bruni, che arriva con naturalezza. “Dite che ci vuole coraggio? Non lo so, so solo che mi è venuto naturale pensare alla mia Diletta. E non ai pregiudizi della gente”, ha raccontato appena arrivata a Casa Italia.
“Indubbiamente ci sono persone che hanno ancora dei pregiudizi, ma io vivo serena e tranquilla senza pensare a questo: vivo per me stessa, per la mia passione per il nuoto e per le persone che mi vogliono bene”, ha aggiunto.
La madre di Rachele, Bruna, appoggia la scelta della figlia. “Per un genitore – ha detto – l’importante è la felicità di un figlio, qualsiasi strada penda. Alle volte, l’ipocrisia è un’arma per proteggersi, sei costretto a non dire. Ma noi abbiamo sempre amato tutti e tre i nostri figli”.
Lei, Diletta, la destinataria della dedica speciale di Rachele, ha seguito la gara di fondo dalla spiaggia di Copacabana e ha poi partecipato alla festa a Casa Italia.
“Cosa ha detto di strano Rachele? Solo che era per me, senza aggiungere altro: è questo che mi piace di lei, lei è diretta, spontanea, naturale”, ha detto Diletta.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile
SOLITA ISTIGAZIONE A DELINQUERE, SOLITO SILENZIO DELLA MAGISTRATURA… INDOSSARE LA DIVISA DELLA POLIZIA E’ REATO PER I COMUNI MORTALI, PER SALVINI NO
Sgomberare gli alberghi coi migranti: Eccolo qua il Salvini in versione ferragostana, che – se possibile – sposta la Lega più a sedicente destra del solito.
La playlist che anticipa l’intervista-comizio a Ponte di Legno è tutta un programma: il tormentone dell’estate “Andiamo a comandare” che non tiene conto del tracollo elettorale dei padagni (-5% in pochi mesi)
Salvini sale sul palco con la maglietta della polizia addosso, reato per i comuni mortali ma non per chi puo’ da tempo contare su “protezioni” dall’alto.
Poi inizia a sproloquiare: “Quando saremo al governo polizia e carabinieri avranno mano libera per ripulire le città “.
Non si capisce se ha scambiato le forze dell’ordine per operatori ecologici o se auspica rastrellamenti da regime militare coreano a lui caro.
Poi il solito armamentario sugli italiani “oppressi dai clandestini”.
Chi la pensa diversamente è un “italiano smidollato”.: detto da uno che è scappato a gambe levate davanti a 4 ragazzotti dei centri sociali fa quasi sorridere.
Salvini continua: “Propongo a tutti gli amministratori della Lega, andiamoci a riprendere un albergo in ogni regione e lo restituiamo agli italiani”.
Come non si sa: forse assaltandoli come fanno i nazisti in Germania? In quel caso saremmo d’accordo sul mano libera alle forze dell’ordine con facoltà di sparare a vista agli aggressori omicidi.
E per quanto riguarda gli albergatori, “vadano pure in fallimento”. Alla faccia della tutela del lavoro degli italiani.
Le “zecche”, i lavavetri, i mendicanti, gli immigrati in fila all’ospedale: sono i mali principale della società : “Prendiamo un bel furgone, li carichiamo lì e li molliamo in mezzo al bosco a 200 chilometri”.
La base leghista che riempie il palazzetto dello sport è in visibilio.
Alla fine Salvini chiama sul palco tutti i ragazzini under 18, a un bambino di otto anni chiede: “Cosa hai capito dalla serata?”. Lui: “Che la mia mamma mi vuole bene”.
Il delirio dell’odio viene sconfitto dalla voce dell’amore, che fregatura.
Buona grappa a tutti.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile
“CON INVESTIMENTI MAGGIORI POTREMMO ESSERE IL VOLANO DELLA RIPRESA, ALTRIMENTI CONDANNATI A UN INESORABILE DECLINO”
Quali sono le migliori università del mondo? 
La risposta è semplice perchè tra le prime dieci ci sono quelle di cui avete sempre sentito parlare. Harvard, Stanford, Berkeley, Cambridge, MIT, Princeton, Oxford, Caltech, Columbia, Chicago.
Secondo Academic Ranking of World Universities 2016 (Arwu) la prima università italiana, La Sapienza di Roma, si posiziona in testa agli atenei italiani alla 163esima posizione con un punteggio totale di 19.23, unica università italiana nel range 151-200 insieme con l’Università di Padova in 183esima posizione con un punteggio di 18,19.
Sono i risultati della classifica pubblicata dalla Jiao Tong University di Shanghai, che prende in esame le 500 università migliori nel mondo.
Seguono nel range 201-300 il Politecnico di Milano e le università di Bologna, Firenze, Statale di Milano e Pisa.
Gli indicatori presi in esame dall’Arwu sono rigorosi e comprendono premi Nobel e riconoscimenti accademici ricevuti, qualità della ricerca (paper pubblicati e ricercatori più citati) e le performance rispetto al numero degli iscritti.
In particolare sono sei i parametri su cui si basa la classifica: premi internazionali di ex studenti (10%) o di ricercatori della singola Università (20%), le citazioni di pubblicazioni scientifiche in Thomson-Reuters (20%), le pubblicazioni “Nature&Science” (20%), le pubblicazioni tecnologico-sociali (20%).
Questi parametri sono poi correlati con lo staff accademico, dando un ulteriore parametro di produttività pro-capite (10%).
“La Sapienza conferma e consolida il suo prestigio di grande ateneo europeo, di respiro mondiale, collocandosi al primo posto tra le università italiane e tra le prime a livello europeo ed internazionale”, commenta il rettore Eugenio Gaudio. “A ben guardare — prosegue — il risultato è tutto sommato abbastanza positivo anche per il sistema universitario italiano che, anche se non è rappresentato nelle prime 100 posizioni monopolizzate dalle ricche università anglosassoni, vede circa un 1/3 degli atenei del Paese (19 su 60) nelle prime 500 posizioni su 1200 università censite e su 17.000 stimate nel mondo”.
“Questo significa — spiega il rettore dell’ateneo — che il rendimento delle nostre università pubbliche è mediamente elevato, a fronte di un cronico e drammatico sottofinanziamento da parte dello Stato, che vi destina lo 0,42% del Pil (Francia e Germania vi destinano più del doppio) e il basso numero di addetti alla ricerca, oggi meno della metà di quello degli altri Paesi occidentali. In questo quadro emerge l’ottima performance della Sapienza legata alle eccellenze dell’attività di ricerca, alla ricchezza multidisciplinare del nostro ateneo e alla sua secolare tradizione culturale e formativa. Con un maggior investimento del Paese nella ricerca e sui nostri giovani migliori — conclude Gaudio — il sistema potrebbe decollare ed essere il volano della ripresa e dello sviluppo del Paese, altrimenti è destinato a un lento ma inesorabile declino“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 16th, 2016 Riccardo Fucile
“ROMA CAUSA DEI MAL DI PANCIA EUROPEI”… “AL REFERENDUM IL SI’ DEVE VINCERE PER DARE STABILITA’ O SARANNO GUAI”
Crescita zero, debito pubblico alle stelle e vulnerabilità delle banche.
Dopo El Paìs e Le Monde, la pessima performance dell’economia italiana diventa il centro delle analisi preoccupate del Financial Times e del Wall Street Journal, che consigliano a Matteo Renzi una terapia-choc.
In particolare il quotidiano finanziario americano titola “L’Italia sta provocando crescenti mal di pancia nell’Unione europea”, fornendo però una soluzione: nel referendum di autunno il “sì” deve uscire vittorioso per dare al governo italiano maggiore stabilità e far ripartire in maniera conseguente la crescita.
La consultazione popolare per il Wsj è addirittura “più importante del voto sulla Brexit” e più cruciale delle riforme economiche e fiscali che Renzi potrebbe mettere in campo: “la politica è la chiave”, scrive il Wsj, “e il referendum marcherà una svolta importante per l’Italia e l’Europa”.
Il panico è scattato venerdì 12 agosto, quando sono stati resi pubblici i dati sulla mancata crescita della Penisola, completamente ferma nel secondo quadrimestre nonostante palazzo Chigi auspicasse un aumento dello 0,2%: poca cosa, ma avrebbe fatto la differenza.
Ugualmente sconfortanti le cifre della disoccupazione, che ha cominciato nuovamente a salire seppure lievemente: 11,6% contro il 10,1% della media dell’Eurozona. Abissale come sempre la percentuale di giovani italiani senza lavoro: 36,5%, la media dei paesi europei è 20,8%.
L’Italia stagna e cresce invece il timore che la nostra economia al palo possa trascinare nel baratro l’intera Unione europea. Dopo El Paìs che ha ribattezzato il Belpaese “la malata d’Europa”, tocca a Le Monde formulare la domanda più difficile: “Perchè Matteo Renzi non riesce a raddrizzare l’economia italiana?”.
Per il Financial Times invece non è il momento di discutere sulle ragioni della nostra crescita zero e in un articolo pubblicato proprio nel giorno di Ferragosto suggerisce al premier italiano di dare un “poderoso stimolo” all’economia, specialmente per scongiurare la deflazione: “Accelerare il taglio delle tasse sul reddito su vasta scala nel 2018 potrebbe essere una opzione”, scrive il quotidiano finanziario britannico, che osserva come la frenetica attività legislativa di Renzi abbia subìto un rallentamento nel 2015.
Per Ft l’economia stagnante rischia di portare conseguenze pesanti anche nel settore bancario, già vulnerabile e infragilito: “Questo panorama renderà molto più difficile agli istituti di credito superare il problema della grossa quantità di crediti deteriorati (non performing loans, ndr)”.
Inoltre “l’aggiunta della deflazione” farà in modo che per l’Italia sarà “più arduo rientrare nei parametri fiscali” ordinati da Bruxelles, e risulterà ugualmente difficoltoso “snellire il debito pubblico”.
Esiste una seconda via d’uscita, parallela al forte stimolo che Renzi dovrà dare all’economia attraverso nuove riforme: trattare con Bruxelles un “margine di manovra” che secondo il Financial Times deve essere accordato all’Italia in quanto è già successo per Spagna, Francia e Portogallo.
“L’Unione europea deve essere comprensiva” con il governo italiano, e Matteo Renzi sa bene che questa è la soluzione visto che sta per chiedere all’Europa una flessibilità di 10 miliardi di euro.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 15th, 2016 Riccardo Fucile
HA RAGIONE CHICCO TESTA: POTREMMO ANCHE FARGLI ASCIUGARE GLI SCOGLI O LUCIDARE GLI AGHI DI PINO
Ha ragione Chicco (Testa): bisogna trovare immantinente un lavoro per quei 50 profughi in arrivo
a Capalbio. A Capalbio, signora mia, persino qui ce li mandano!
Neri e cenciosi, con quegli occhi che ti guardano e provano a farti sentire in colpa solo perchè te al collo hai un doppio filo di perle, mica coltivate eh, e loro due collanine di osso di chissà che bestia.
No, no, ha ragione il Chicco. Troviamogli un lavoro, poverini, così almeno non se ne stanno a ciondolare tutto il giorno.
Del resto si ha sempre bisogno di qualcuno che faccia qualcosa di utile tipo: lucidare a una a una le perle del famoso doppio filo. E noi si è anche generose, signora mia, e un bel 10 centesimi a perla glielo si garantisce.
Che non hanno mica bisogno di tanto, già gli si paga tutto noi. Giusto qualche spiccio per bersi una spuma al cedro o comperarsi le sigarette.
Li si possono anche impiegare, quelli più robusti e resistenti (signora mia ma ha visto che spalle che hanno?) per asciugare gli scogli e passare il brillantante sugli aghi di pino della pineta, che fan così tristezza tutti opacizzati dal salmastro.
Ecco e già gli abbiamo trovato tre occupazioni oneste e lodevoli.
S’è anche sentito che alla signora della terza villa a sinistra s’è ammalata la filippina, povera cara, ora non sa come fare; che una non è che può passare quei pochi giorni di ferie che ha a spazzare il portico, no?
Bene mandiamogliene un paio anche a lei, non saranno urbanissimi, ma pazienza, noi si è persone tolleranti. E poi gli si fa del bene, gli si dà un lavoro.
Chi è, pure che sosteneva che l’ozio è il padre dei vizi?
Chicco dice anche che se ce ne sono alcuni che hanno particolari abilità , magari sono esperti nella caccia al leone (l’anno scorso s’è fatto un safari in Kenya e dovevi vedere che ganzo che era la nostra guida) si devono fare avanti senza timore: tra un po’ si apre la stagione della caccia al cinghiale.
Se poi ce n’è qualche altro che corre svelto (ma l’hai visto quel Bolt lì ieri sera?
Ah dici che è jamaicano e non africano? Vabbè ma insomma i geni si sa son sempre quelli) può venire comodo per fare le consegne a domicilio a impatto ambientale zero.
Visto? È questione di un attimo trovare un impiego per 50 profughi e impedire loro di gingillarsi nel rimpianto della loro casa, dei loro affetti.
È un attimo distrarli dall’opulenza a doppio filo (di perle e di cashmere) dalla quale sono oggi, e saranno sempre esclusi, per sfortuna di nascita.
Gli diamo un lavoro, possibilmente lontano dagli occhi nostri, e ci mettiamo la coscienza in pace
Sì, ha proprio ragione Chicco.
Noi siamo favorevoli all’accoglienza a patto che non squilibri la nostra routine quotidiana di vacanzieri del posto più esclusivo (che ci rimane sennò? una volta c’erano le Eolie, ma ora se non stai attento quando ti fai un giro in barca ti imbatti in un barcone) d’Italia.
Perchè noi non siamo razzisti, signora mia, e chi mai potrebbe accusarci di questo? Siamo solo molto stanchi dopo un anno così.
Non si può davvero tollerare che anche nei pochi mesi estivi nei quali ci possiamo finalmente rilassare siamo costrette a fare i conti con l’antiestetica realtà della miseria. Che colpa ne abbiamo noi se quelli lì non sanno far altro che farsi la guerra? Va bene, arrivano qui, mica vogliamo rispedirli là da dove sono arrivati, ma che si integrino e si rendano utili alla comunità .
Abbiamo fili di perle e di cashmere da tenere in ordine, aghi di pino da far brillare e scogli da asciugare.
Una volta avevamo anche un giaguaro da smacchiare. A proposito che fine ha fatto quel giaguaro che è un pezzo che non si vede? Bah, sarà in Costa Smeralda con la sua bandana.
Signora mia, sa che ho avuto un’idea? E se glieli mandiamo a lui questi profughi?
Sì sì mandiamoglieli là in Costa Smeralda che tanto ci vanno pure gli arabi e insomma tra loro si capiscono.
Beh, signora mia, adesso vado e, mi raccomando, porti tanti cari saluti a Chicco (Testa), che è sempre stato uomo di rara umanità .
Deborah Dirani
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 15th, 2016 Riccardo Fucile
IL MODELLO SCANDINAVO COME ANTIDOTO ALLA CRISI ECONOMICA
Paradiso svedese, inferno italiano.
Il Rapporto del McKinsey Global Institute sull’impoverimento generazionale esalta il modello scandinavo come antidoto alla regressione del tenore di vita che affligge le economie più avanzate.
E mette il nostro paese all’indice, il peggiore di tutto l’Occidente per la performance economica misurata nell’arco di un decennio.
“Ad una estremità c’è l’Italia dove i redditi sono rimasti fermi o sono diminuiti per la quasi totalità della popolazione. Al polo opposto c’è la Svezia dove solo il 2% della popolazione ha avuto i propri redditi bloccati o ridotti”.
Così si legge nella recente indagine intitolata “Poorer than their parents? A new perspective on income inequality” (Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull’ineguaglianza dei redditi).
Questa citazione si riferisce peraltro ai “redditi di mercato”, cioè prima di calcolare l’impatto degli ammortizzatori sociali, delle tasse, di tutte le politiche pubbliche sui bilanci delle famiglie.
Quel che interessa ancora di più, è il risultato finale in tasca ai cittadini, sono i “redditi disponibili”: quelli che rimangono dopo l’intervento del fisco e l’eventuale aiuto del Welfare.
Ebbene, alla fine il divario tra Svezia e Italia si accentua ancora di più.
Il ristagno o impoverimento decennale passa dal 97% fino a quasi il 100% degli italiani. Mentre per gli svedesi si scende dal 20% al 2% della popolazione “bloccata o impoverita”.
Eppure tutti i paesi esaminati nell’indagine (Nordamerica ed Europa occidentale) hanno subito lo stesso shock esterno: dopo la crisi finanziaria globale del 2008 il Pil si è ridotto in tutte le economie senza eccezione.
Il Rapporto McKinsey è molto dettagliato su ciò che fa la differenza tra i due estremi di Italia e Svezia.
Il modello svedese si fonda su una serie di ricette originali. A cominciare dai rapporti di forze sociali. “Il 68% dei lavoratori svedesi sono sindacalizzati”, un record in tutto l’Occidente.
Questo li ha resi capaci di spostare in loro favore la distribuzione nazionale del reddito, la ripartizione della “torta” fra profitti e salari.
È un tema centrale, perchè nell’insieme dell’Occidente questo è un periodo dominato da una dinamica del tutto opposta: “I profitti delle imprese sono saliti ai livelli record dagli ultimi tre decenni, +30% rispetto al 1980”.
Torna in primo piano la battaglia distributiva, che era stata al centro dell’attenzione negli anni Settanta, poi fu contrastata dal liberismo che dava la priorità alla crescita. Da Ronald Reagan e Margaret Thatcher in poi, si è imposto il dogma secondo cui non conta la diseguaglianza tra i ricchi e il resto della società , perchè “quando sale la marea alza tutti i battelli, grandi e piccoli”.
Più di trent’anni dopo, lo studioso delle diseguaglianze Thomas Piketty sconfigge il padre del neoliberismo Milton Friedman.
Un eccesso di diseguaglianze contribuisce alla “stagnazione secolare”, bloccando la crescita.
Lo stesso Rapporto McKinsey è generoso di riconoscimenti verso Piketty: a conferma che ormai l’attenzione alle diseguaglianze è trasversale, non è un tema “ideologico”. (La società McKinsey, nota soprattutto per le consulenze d’impresa, non ha fama di essere un think tank radicale).
Il modello Svezia, così come lo illustra questa indagine, contiene vari altri ingredienti che si riconducono all’importanza dell’intervento pubblico.
Sono state messe in opera “normative per proteggere i salari”. Dopo la crisi finanziaria globale il governo svedese “ha operato d’intesa con i sindacati per raggiungere accordi di riduzione temporanea degli orari di lavoro, in alternativa ai licenziamenti, in modo da mantenere alti livelli di occupazione”.
Sono state “aumentate le assunzioni con contratti a tempo determinato nei servizi pubblici”, sempre al fine di contrastare l’aumento della disoccupazione.
“Sono stati ridotti gli oneri sociali e il cuneo fiscale per le imprese. Sono stati offerti incentivi fiscali per le assunzioni di giovani e disoccupati di lungo periodo”.
Qui va precisato che, almeno in parte, l’Italia ha cambiato il suo mix di ricette in tempi recenti, ma questo non appare nel Rapporto McKinsey che si fonda prevalentemente su dati dal 2005 al 2014.
Le lezioni dalla Svezia comunque non mancano; insieme con le difficoltà ad esportarle da Stoccolma a Roma.
Da una parte il “paradiso svedese” è la conferma della bontà delle ricette keynesiane: in una recessione o in una prolungata stagnazione, lo Stato è l’unico ad avere la capacità di rianimare un’economia esangue.
La Svezia ha più autonomia nel decidere politiche di bilancio neo-keynesiane, in quanto non fa parte dell’Eurozona e quindi non è sottoposta alle stesse rigidità (rifiutò di entrare nell’euro con il referendum del 2003).
La Svezia parte anche da una situazione di bilancio molto più florida della nostra: il suo debito pubblico era inferiore al 40% del Pil prima della grande crisi, è aumentato da allora, ma rimane ben inferiore ai livelli italiani. Ha un’evasione fiscale tra le più basse del mondo; e una spesa pubblica notoriamente efficiente, poco viziata da clientelismi e sprechi.
Un modello davvero, in tutti i sensi.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 15th, 2016 Riccardo Fucile
A LONDRA MANCANO ANCORA I NEGOZIATORI
Era il 24 giugno. Doveva essere l’alba del Regno Unito indipendente, e invece niente. Prima di
partire per le vacanze nella libera Svizzera Theresa May annunciava la richiesta di uscita dall’Unione europea «all’inizio del 2017», e invece niente.
Fonti citate dalla Stampa e dal Times raccontano una verità diversa.
La richiesta formale di uscita potrebbe partire a maggio, o dopo le elezioni politiche tedesche, e per questo la Gran Bretagna potrebbe rimanere membro a tutti gli effetti dell’Unione almeno fino a Natale del 2019.
A gestire le complicate conseguenze della Brexit non sono pronti nè il governo di Londra, nè quello francese, nè tantomeno quello tedesco.
A Parigi si vota in primavera, a Berlino in autunno, ma prima di allora Angela Merkel ha due test elettorali importanti, nella capitale e nel Lander più grande di Germania, in Nordreno Vestfalia.
La destra populista non ne vuol sapere di pagare il conto dell’uscita di Londra (undici virgola tre miliardi di contributi al bilancio comunitario) e così nel faccia a faccia di metà luglio la Merkel ha chiesto alla collega di prendersi tutto il tempo necessario.
La leader tedesca vuole che a gestire la trattativa sia il pletorico Consiglio europeo a 27, e non il negoziatore scelto dalla Commissione, Michel Barnier. Del resto come si fa a chiedere l’uscita dall’Unione mentre le Borse di Londra e Francoforte annunciano le nozze fra gli squilli di tromba?
«C’è un’enorme differenza fra uscire dall’Unione e mantenere le nostre relazioni con l’Europa», diceva in luglio il neoministro degli Esteri Boris Johnson. La politica londinese sembra contagiata dall’arte tutta italiana della retorica e del traccheggio.
Nel governo May ci sono due ministri impegnati a gestire le conseguenze del referendum. David Davis è segretario alla Brexit, e deve assumere cinquecento collaboratori: per ora ne ha meno della metà .
A Liam Fox, il ministro per il Commercio internazionale, servono mille esperti: il Times racconta che ne ha trovati un centinaio.
Si dice che un buon leader politico dovrebbe avere un piano anche in caso di sconfitta, Wolfgang Schaeuble osserva sarcastico che i sostenitori della Brexit non avevano un piano nemmeno per gestire la vittoria.
Per spostare più in là il momento delle decisioni ci sono ottimi argomenti. La Gran Bretagna deve anzitutto decidere quando presentare la domanda di uscita, e la Merkel ha detto che la scelta spetta a Londra nei tempi che riterrà opportuni.
Poi il Consiglio europeo dovrà discutere le «linee guida» della trattativa. Fatto questo scatteranno i negoziati veri e propri – sempre con il Consiglio – il quale dovrà approvare l’accordo con una maggioranza qualificata di venti Paesi pari al 65 per cento della popolazione.
Se e quando ci sarà l’accordo, il Parlamento europeo dovrà ratificare. Non è detto che ciò avvenga in due anni: il Consiglio (stavolta all’unanimità ) potrà concedere una proroga. Due anni servirono alla Groenlandia per gestire il suo divorzio, e l’unico serio argomento di discussione era la pesca.
«Avevamo sentito dire dalla signora May “Brexit is Brexit”», dice con disappunto il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi. Vista da Roma l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione non è drammatica come per Berlino.
Anzi, la speranza era di poterci guadagnare qualcosa, come lo spostamento a Milano dell’Autorità bancaria europea o di qualche banca d’affari. «L’ipotesi di rinviare di un anno la richiesta inglese è una pessima notizia, fonte di grandi incertezze».
Difficile immaginare che Matteo Renzi possa farne una questione di principio, di qui all’autunno ha ben altri problemi. Ma se i primi sponsor del traccheggio inglese sono Berlino e Parigi, è probabile che faccia di necessità virtù e tratti il suo sostegno.
Alessandro Barbera
(da “la Stampa”)
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Agosto 15th, 2016 Riccardo Fucile
A FERRAGOSTO IN GIRO PER LA CITTA’
E’ Ferragosto. Fa caldo…
Per motivi di lavoro ti ritrovi a girare per le vie della città , dal centro alle periferie. Passano gli anni, ma le scene sono sempre le stesse.
Nel centro storico e sul lungomare, tanta gente e diversi eventi. La gente si guarda intorno e si gode quei lavori di riqualificazione urbana deliberati, in buon parte, dalla “maggioranza Jervolino”, ma ulimati nell’ultimo quinquennio (non tutti, per la verità : per alcuni di essi la chiusura dei relativi cantieri richiederà ancora molto tempo)…
Poi, ti sposti. Transiti per via Foria, piazza Garibaldi, Via Arenaccia, Via Miano, Scampia, fino alla rotonda di Arzano. Là , la storia è totalmente diversa.
L’area nord della città resta satura di “monnezza”. “Brucia”. Brucia anche oggi. Strade deserte e zone variamente desertificate. Mi verrebbe quasi da dire, zone abbandonate finanche da “nostro Signore”, ma scriverei una sciocchezza.
Già , perchè, in certe zone, per andare da una parte all’altra, nella sequela di incroci che sei costretto a superare, frotte di motocilci ti tagliano sistematicamente la strada; “buttano l’occhio”; vogliono capire se sei uno sbirro.
Sono le vedette della malavita, quelle che controllano il territorio. Quelle che danno una triste sostanza ai racconti televisi, alla cronaca e finanche alle fiction.
Non indossano nessuna casacca, ma di chi si tratti lo percepisci chiaramente.
Ti prende la rabbia. Un senso di vuoto ti pervade.
Ma a chi lo vai a raccontare? A quelli che si ostinano a non voler vedere?
Te ne ritorni a casa. Mestamente. Vuoi dedicare un po di tempo a te stesso.
Dove manca l’azione della politica c’è, inevitabilmente, quella della criminalità , sia “esogenza” che “endogena”.
Il 15 agosto l’ho sempre detestato: è il giorno in cui l’assenza delle Istituzioni, soprattutto in certe zone, puoi arrivare a toccarla con mano.
Scene di una Napoli da serie B, triste, dove le brave persone sono contrette a convivere con “brutta gente” e dove è tutto scuro, finanche il sole…
Domani, comunque, sarà tutto passato.
I resoconti giornalistici ci racconteranno un’altra storia: quella che fa comodo “a pochi” ed è incurante “dei tanti”.
Alcuni continueranno a chiamarla “rivoluzione”. Io preferisco chiamarla per quella che è: una grande menzogna detta con tantissima, drammatica fantasia.
Ho aperto la finestra. Un venticello fresco mi sfiora il viso.
Quasi, quasi, sembra una carezza.
Spero che arrivi a tutti…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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