Destra di Popolo.net

L’ITALIA PRODUCE PIU’ ENERGIA DI QUANTA NE CONSUMI, MA CONTINUA A IMPORTARLA

Agosto 11th, 2016 Riccardo Fucile

IL PARADOSSO DI UN SURPLUS DI ELETTRICITA’ CHE NON RIESCE A VENDERE AI PARTNER… IN CALO LA PRODUZIONE DI RINNOVABILI DAL 43% AL 41,7% PER PIOGGE PIU’ SCARSE E MINORE RADIAZIONE SOLARE

Cala in Italia la produzione di energia da fonti rinnovabili, in controtendenza rispetto al resto d’Europa.
E sempre rispetto alle principali nazioni del continente, continuiamo a importare più elettricità  di quanta ne esportiamo, nonostante un eccesso di produzione che sarebbe disponibile per essere “venduta” e che invece rimane inutilizzata.
Sono i paradossi del sistema elettrico nazionale, così come emergono dai dati del primi semestre dell’anno, se confrontati con lo stesso periodo dell’anno scorso.
E se il calo delle rinnovabili, può essere almeno in parte imputato alle fonti idrolettriche, visto che nella prima parte del 2016 ci sono state precipitazioni inferiori alle medie, il secondo fenomeno è imputabile alla mancanza di un quadro completo di regole europee.
Paradosso export. In pratica, cosa succede?
L’Italia ha il parco di centrali a gas più efficente d’Europa. ma il calo della domanda (dovuta alla crisi economica), unita al successo delle rinnovabili comporta a un utilizzo ridotto degli impianti, che lavorano solo poche ore al giorno.
Abbiamo quindi, un quantità  di energia che saremmo in grado di produrre per l’esportazione nei paesi confinanti: soprattutto quando ci sono momento di “picco”, ovvero richiesta di energia superiore alla media.
Perchè in altre nazioni, come la Francia, la Svizzera, la Germania, la Slovenia dispongono di centrali nucleari che garantiscono l’equilibrio del sistema con un flusso di energia costante, ma che non sono “flessibili”, non sono in grado di aumentare la produzione quando ci sono rischieste improvvise.
Esattamente il contrario di quello che fanno le centrali a gas.
Invece, per mancanza di regole comuni tra le società  di trasmissione dell’elettricità  dei vari paese, tra le Borse elettriche e tra le autorità  di controllo, l’Italia è limitata nelle esportazioni. Ma continua a importarne più di tutti.
Lo si vede bene dal documento elaborato da Assoelettrica relativo ai dati del primo semestre.
“E’ una questione che ci trasciniamo da tempo – spiega il presidente di Assoelettrica Simone Mori – se facciamo un confronto tra l’Italia con i principali paesi Ue è evidente come tutti riescano a destinare una parte dell’energia prodotta all’esportazione mentre noi non ce la facciamo, anzia abbiamo un saldo negativo. In parte è dovuto al fatto che altri hanno energia nucleare che ha un prezzo di produzione più basso, ma un parte è dovuto al fatto che la Ue a parole vuole accelerare la creazione di un mercato unico dell’energia ma, nei fatti, l’insieme delle regole da armonizzare tarda ad essere approvata”.
Frenata rinnovabili.
Tra gennaio e giugno del 2016, la produzione complessiva di elettricità  fa fonti rinnovabili è scesa – rispetto alla produzione conplessiva – dal 43% dello stesso periodo di un anno fa. al 41,7%.
Mentre la produzione da fonte rinnovabile è salita dal 57 al 58,3%. Il che è dovuto in particolare alle minori piogge che hanno ridotto la capcità  degli invasi delle dighe.
In calo anche la produzione da fotovoltaico, perchè nei primi sei mesi dell’anno cì’è stata una minore radiazione solare, mentre è salita la produzione da eolico. Complessivamente il peso degli incentivi sulla bolletta è stato di 6,6 miliardi.

Luca Pagni
(da “La Repubblica”)

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DELIRIO TRUMP: “OBAMA E’ IL FONDATORE DELL’ISIS”, I REPUBBLICANI NON LO SOPPORTANO PIU’

Agosto 11th, 2016 Riccardo Fucile

IN DIFFICOLTA’ NEI SONDAGGI, IL TYCOON CONTINUA A SPARARE FRASI DA RICOVERO

Alza ancora il tiro, Donald Trump. Dopo le infelici frasi sul popolo delle armi chiamato a fermare Hillary Clinton – avversaria democratica nella corsa alla Casa Bianca – nell’ultimo comizio se l’è presa con il presidente in carica.
“Barack Obama è il fondatore dello Stato islamico”, ha detto parlando in Florida, a Fort Lauderdale. Ripetendo l’accusa per ben tre volte.
Trump attacca anche Hillary Clinton. “E’ la cofondatrice dell’Is”. Il tycoon accusa Obama e Hillary di aver perseguito politiche che hanno creato un vuoto in Iraq, vuoto riempito dallo Stato islamico.
Insomma, il candidato repubblicano – in difficoltà  nei sondaggi – prova a recuperare alzando i toni.
Ma la strategia non sembra pagare, nemmeno nella base elettorale del partito.
ll 19% degli elettori repubblicani registrati vorrebbe che Donald Trump fosse escluso dalla corsa per le presidenziali statunitensi di novembre.
Lo ha rivelato un sondaggio Reuters/Ipsos.
Tra tutti gli elettori registrati, il 44% vorrebbe che Trump fosse escluso dalla corsa.

(da agenzie)

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AL PARTIGIANO RESPONSABILE DELL’ECCIDIO DI SCHIO REVOCATA LA MEDAGLIA: MEGLIO TARDI CHE MAI

Agosto 11th, 2016 Riccardo Fucile

BORTOLOSO E’ UN CRIMINALE CHE UCCISE 54 PERSONE NEL CARCERE VICENTINO… CONDANNATO A MORTE,   POI ALL’ERGASTOLO, ALLA FINE HA SCONTATO SOLO 10 ANNI DI GALERA

Contrordine, compagni partigiani.
La medaglia della Liberazione, consegnata in pompa magna davanti al prefetto di Vicenza neppure due mesi fa, è stata revocata dal Ministero della Difesa.
A uno di loro è stata annullata l’onorificenza che aveva premiato 84 ex combattenti della libertà  ed ex internati.
Valentino Bortoloso detto “Teppa”, che oggi ha 93 anni, è infatti uno degli autori dell’eccidio di Schio, che nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945, pochi mesi dopo il 25 aprile, fu compiuto da un manipolo di partigiani all’interno delle carceri della città  all’epoca famosa per l’industria tessile. Al calar della sera entrò in azione un commando che cominciò a sparare contro i detenuti.
Tra di loro c’erano molti fascisti, ma anche reclusi per reati comuni, che nulla avevano a che vedere con il regime, e numerose donne.
I morti furono 54, per un episodio avvenuto quando la guerra era ormai finita, una specie di regolamento di conti con il passato a pochi giorni di distanza dal ritorno di uno scledense da Mathausen.
Più di settant’anni dopo, l’unico sopravvissuto di quel gruppo, un partigiano comunista, “Teppa” era stato insignito dell’onorificenza. Il che non poteva che suscitare polemiche.
Infatti, la medaglia della Ministero della Difesa gli era stata appuntata al petto dal prefetto Eugenio Soldà  a metà  giugno, sulla base degli elenchi che erano stati preparati dalle associazioni partigiane. Evidentemente nessuno aveva fatto verifiche, limitandosi a prendere per buoni i nominativi inseriti. E così anche “Teppa” aveva ricevuto la lettera con cui gli veniva annunciata data e luogo della cerimonia. Lui si era presentato, assieme agli altri partigiani indicati dall’Anpi.
Ma la notizia non era passata inosservata.
Tante le polemiche non solo a Schio dove vivono figli e nipoti di molte delle vittime dell’eccidio. Il sindaco Valter Orsi aveva fatto votare dalla giunta comunale una delibera con cui veniva chiesto al prefetto di attivarsi affinchè il Ministero della Difesa facesse un passo indietro, sostenendo che una cosa sono i valori della Resistenza, altra cosa i crimini commessi con la divisa partigiana addosso.
Dalla sede del ministero, in via XX settembre a Roma, è partita pochi giorni fa una lettera con la “revoca” dell’onorificenza. Il nome di “Teppa” viene depennato dalla lista degli insigniti. Adesso toccherà  al prefetto provvedere a farsi riconsegnare la medaglia.
Da parte sua, Bortoloso rimane in silenzio così come ha ha fatto in questi anni dopo aver terminato di scontare la pena.
Ne aveva venti quando entrò a far parte della brigata garibaldina “Martiri Valleogra” dove maturò la decisione di un’esecuzione di massa.
Secondo la ricostruzione effettuata prima dai pubblici ministeri alleati, quindi anche dalle autorità  giudiziarie italiane, a dirigere il commando, oltre a lui, c’era Igino Piva, detto “Romero”. “Teppa” venne condannato a morte, pena convertita nell’ergastolo.
Nel 1955, dopo dieci anni di reclusione, beneficiò dell’amnistia e tornò in libertà .

Giuseppe Pietrobelli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’AVVOCATO RAGGI DIFENDE LA CLIENTE MURARO: IN CAMPIDOGLIO COME IN TRIBUNALE

Agosto 10th, 2016 Riccardo Fucile

PROCESSO DI OTTO ORE IN CONSIGLIO COMUNALE TRA URLA E INSULTI

In un attimo il Campidoglio diventa un tribunale.
Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha l’aria di chi è tornata al suo mestiere di avvocato mentre l’assessore all’Ambiente, Paola Muraro, sembra la cliente da difendere dalle accuse di conflitto di interesse per essere stata consulente in Ama per dodici anni.
Il “processo” nell’Aula Giulio Cesare dura quasi otto ore.
Muraro non parla, Raggi invece le fa da scudo non citando mai le tre telefonate – seppur non penalmente rilevanti – che l’allora consulente di Ama fece a Salvatore Buzzi, in carcere per Mafia Capitale, per conto dell’ex direttore generale Giovanni Fiscon, anche quest’ultimo coinvolto nell’inchiesta.
Quindi, “che ruolo aveva realmente in Ama l’allora consulente Muraro? E che rapporto aveva con i vertici indagati?”, chiede l’accusa, cioè il Partito democratico.
L’aula si riscalda piano piano, si sentono urla e insulti da entrambe le parti.
Raggi, nel primo intervento durato oltre quarantacinque minuti, svicola la domanda che il Pd le rivolge: “Era una semplice consulente”, risponde il sindaco rivolgendo a sua volta una domanda: “Non si può eccepire che Muraro non sia competente, forse è diventata troppo scomoda?”. Sarcastica, a volte ironica, molto pungente nei confronti di chi c’è stato prima, Raggi — niente toga, ma pantalone bianco e canotta – difende e attacca: “Altri consulenti in Ama hanno ricevuto compensi ben più onerosi del milione e centomila euro della Muraro e mai nessuno ha detto nulla”
Così lo scontro tra accusa e difesa inizia ad essere sempre più aspro. E diventa tutto al femminile.
Prende la parola la capogruppo dem Michela Di Biase: “Che cosa avreste detto voi grillini, se uno di noi avesse avuto rapporti professionali con Panzironi e con Buzzi?”. Frasi urlate. Nell’aula Giulio Cesare sono arrivati anche gli attivisti M5S: “Stai zitta! Vi siete mangiati tutto”. Ma Di Biase non lo accetta: “E Di Battista? Dov’è oggi Di Battista? Non lo vedo tra il pubblico a gridare onestà -onestà . Che fine ha fatto il vostro grido di sempre?”.
L’argomento non è stato ancora centrato.
Iniziano gli interventi degli altri partiti di opposizione, sugli scranni in ordine sparso e con molti assenti.
Il consigliere Onorato della Lista Marchini osserva: “Non mi sembra che Muraro abbia vinto un bando per diventare consulente in Ama. Quindi mi chiedo, come mai i vertici dell’azienda, così discussi, hanno scelto proprio lei?”.
E poi ancora: “Perchè, sindaca Raggi, ha come assessora chi ha vigilato male su Ama?”.
La difesa inizia a innervosirsi.
Parla Paolo Ferrara, il capogruppo M5S: “Siete senza vergogna”. I toni sono questi.
Interviene Stefano Fassina: “Il sindaco ha fatto un racconto meticoloso del passato. Per 42 minuti su 45 ha parlato delle colpe degli altri, che i romani conoscono benissimo altrimenti il Movimento 5 Stelle non avrebbe vinto le elezioni. Mi chiedo, l’assessore Muraro ha la distanza necessaria da Ama per procedere a una battaglia difficile?”.
Intanto il sindaco ha lasciato il suo posto per sedersi accanto all’assessore da difendere perchè quanto detto fino ad ora non è certo bastato.
Prende appunti in attesa della controreplica, che arriva subito dopo l’intervento della capo dei dem Di Biase: “Raggi, ha parlato come una maestrina. Ha illustrato buone intenzione e di più non ha fatto. Quindi, quale ruolo ha avuto Muraro in Ama”.
Raggi precisa il ruolo della Muraro: “Era un interlocutore tecnico”. Poi difende Stefano Vignaroli, accusato di aver avuto contatti proprio con Cerroni e di essere in conflitto di interessi poichè vice presidente della commissione Ecomafie: “Sfido chiunque a dire che Vignaroli non si intenda di rifiuti, posso assicurarvi che tutto quello che sta facendo lo sta facendo nell’interesse di Roma”.
Difesa totale insomma quanto valida non si sa.
Salvo ovviamente — come ripetono i 5Stelle — un’inchiesta a carico dell’assessore all’Ambiente con accuse gravi.

(da “Huffingtonpost”)

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CASAMONICA, ALTRO FUNERALE SHOW A ROMA TRA FERRARI ROMBANTE E LANCIO DI PETALI DI FIORI

Agosto 10th, 2016 Riccardo Fucile

TRECENTO PERSONE ALLE ESEQUIE DEL GIOVANE NICANDRO, MORTO DOPO AVER CERCATO DI DARE FUOCO ALLA CASA DI UN PARENTE

Le esequie di Nicandro Casamonica, il 27enne morto il 7 agosto scorso mentre tentava di dare fuoco all’abitazione di un suo parente mentre tentava di dare fuoco ad una abitazione di un suo parente per vendicare l’onore della sua famiglia dopo che la sorella Concetta era fuggita con un cugino già  sposato, tornano a far parlare per il loro sfarzo anche se mercoledì non c’erano cavalli, carrozze e un elicottero come avvenne per i funerali show, giusto un anno fa, di Vittorio Casamonica, capofamiglia del clan al centro di numerose indagini sulla criminalità  organizzata nella Capitale.
Lancio di petali, auto di lusso e oltre 300 persone alle esequie del giovane Casamonica, in via Francesco Di Benedetto, nella zona della Romanina.
Palloncini bianchi e azzurri e oltre trenta corone di fiori sono stati posti fuori dalla villa di tre piani, dove si è svolta la cerimonia con rito evangelico.
I colpi di acceleratore in omaggio al defunto
Forte la commozione dei tanti parenti presenti e della madre del giovane che è stata colta da malore, tanto che è dovuta intervenire un’ambulanza del 118 per soccorrerla.
Quando la bara ha lasciato la villa, dai primi piani dell’abitazione sono stati lanciati petali di fiori bianchi e dalla Ferrari nera appartenuta al defunto sono partiti colpi di acceleratore come ad «omaggiare» il feretro.
La bara è stata poi adagiata su una Maserati adibita a carro funebre per raggiungere il cimitero di Ciampino. L’auto con a bordo la salma è stata quindi seguita da un lento e commosso corteo. Il 22 agosto dell’anno scorso le esequie di Vittorio Casamonica scatenarono violentissime polemiche a vari livelli.
Nella chiesa di Don Bosco, nel quartiere Tuscolano, andò in scena un evento sfarzoso con tanto di elicottero, salma trainata da cavalli e musica del padrino in sottofondo. Un evento hollywoodiano e folkloristico che finì sui media di mezzo mondo portando anche alla netta presa di posizione dell’Osservatore Romano che parlò apertamente di «vergogna».
Un caso che mise in crisi sia la politica della Capitale, con l’ex sindaco Ignazio Marino in testa, e sia i vertici delle forze dell’ordine.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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MAFIA, SCIOLTI I COMUNI DI CORLEONE, TROPEA, ARZANO E BOVALINO PER INFILTRAZIONI

Agosto 10th, 2016 Riccardo Fucile

LA MISURA ADOTTATA DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI

I consigli comunali di Corleone (Palermo), Tropea (Vibo Valentia), Bovalino (Reggio Calabria) e Arzano (Napoli) sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose. La misura è stata deliberata dal Consiglio dei Ministri su proposta del ministro dell’Interno Angelino Alfano.
Il caso del Comune siciliano, da cui partì la scalata di Totò Riina e Bernardo Provenzano ai vertici di Cosa Nostra, era già  approdato lo scorso gennaio nella commissione Antimafia della Regione.
Qui il sindaco Leoluchina Savona aveva messo a verbale la propria preoccupazione per il ritorno in paese di alcuni soggetti legati ai clan.
Da un’inchiesta della procura di Palermo, sfociata poi nell’Operazione Grande Passo, emerge anche come i reggenti del clan mafioso locale incontrarono addirittura la prima cittadina, grazie all’amicizia che lega uno degli uomini poi arrestati e Giovanni Savona, fratello della sindaca.
L’incontro è avvenuto il 3 settembre del 2014 ed era stato fissato perchè alcuni degli uomini coinvolti dall’operazione antimafia puntavano a prendere in affitto uno stabilimento caseario di proprietà  del comune.
Eletta nel 2012 alla guida della città  con una lista civica di centrodestra, Savona è considerata un sindaco antimafia: dall’inchiesta della procura di Palermo non emerge alcuna consapevolezza sul ruolo degli uomini incontrati allo stabilimento di proprietà  del comune, e non è quindi tra gli indagati.
Dopo la notizia dello scioglimento della sua amministrazione, è stata interpellata proprio su questo episodio: “Quello che è successo a me potrebbe capitare a chiunque — ha spiegato -. Quando le persone si presentano hanno il certificato antimafia in mano, tra l’altro io li ho ricevuti al Palazzo di Città  e al caseificio, che ho fatto visitare negli anni a migliaia di persone quando ero consigliere comunale. Sono venuti dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Sardegna, dalla Danimarca”.
Intervistata a caldo dalla Adnkronos ha inoltre aggiunto che lo scioglimento per mafia si abbatte come “un macigno” sul suo paese: “Il nome che questa città  si porta dietro è pesante di per sè”.
E poi contrattacca: “C’è stato un accanimento politico molto potente nei miei confronti — dice -. Le persone oneste sono scomode. Non si è fatto in passato uno scioglimento per mafia, non lo si è fatto neanche ai tempi di Ciancimino e si è fatto ora che c’è una persona onesta”.
Nel paese sulla costa tirrenica della Calabria invece l’accesso antimafia, che ha portato allo scioglimento del Comune, già  commissariato, era stato disposto il 22 ottobre del 2015, su proposta dell’allora prefetto di Vibo Valentia, Giovanni Bruno, e si era concluso il 22 aprile scorso.
Gli accertamenti erano mirati a fare chiarezza sulle possibili infiltrazioni della criminalità  organizzata nell’amministrazione del sindaco Giuseppe Rodolico, eletto con una lista civica, che era caduta a inizio agosto sul voto di bilancio.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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CASERTA, FESTA E INCHINO A IMPRENDITORE ARRESTATO PERCHE’ SOCIO DEI CASALESI

Agosto 10th, 2016 Riccardo Fucile

IL PRESENTATORE RINGRAZIA FALCO, FINITO IN MANETTE PERCHE’ “PRESTANOME DEL BOSS ZAGARIA”…INTERVIENE LA PROCURA: “PROCEDURE DI LICENZIAMENTO AVVIATE”

Non è la prima volta che dal palco di una manifestazione canora si inviano messaggi di saluti a persone ristrette in carcere per presunti legami con i clan .
“Vi chiedo solo un minuto di tranquillità , un ringraziamento speciale va all’uomo che ha voluto fortemente, ideato e realizzato la struttura nella quale ci troviamo. Un impegno trentennale tendente sempre verso il raggiungimento di ambiti successi, colui che giorno dopo giorno ha assemblato con entusiasmo la sua opera, il suo gioiello che è diventato oggi il centro commerciale Jambo. Gradirei un grande applauso per Alessandro Falco… ciao Ale” chiude così il “patron” della trasmissione tv We Can Dance, Dino Piacenti dal palco nella serata conclusiva del GoBeer Expo 2016 che vedeva di scena il rapper salernitano Rocco Hunt.
Il palco per la manifestazione era stato allestito nel parcheggio del Jambo a Trentola Ducenta, cittadina del casertano.
Il comune è stato sciolto per infiltrazione mafiosa lo scorso 11 maggio.
Il centro commerciale Jambo, dal valore stimato di ben 60 milioni di euro, finì sotto i riflettori della cronaca giudiziaria il 10 dicembre del 2015, quando gli uomini della Squadra Mobile di Caserta e i Ros dei carabinieri arrestarono 28 soggetti tra camorristi, prestanomi, imprenditori e amministratori pubblici.
A finire nelle maglie della magistratura partenopea furono il capoclan dei casalesi Michele Zagaria, detto capastorta, ritenuto dall’inchiesta “l’effettivo socio di maggioranza della società  proprietaria della struttura commerciale”, il sindaco in carica di Trentola Ducenta, Michele Griffo, e proprio uno dei titolari del mega centro commerciale, l’imprenditore 57enne Alessandro Falco, cui venne sequestrato il “gioiello di famiglia”.
Il giovane Ortensio Falco, fratello del titolare e socio, nonostante la richiesta di arresto avanzata dai pm della Distrettuale di Napoli, resta a piede libero.
Gravissimo il quadro indiziario a carico dell’imprenditore Falco che durante il blitz delle forze di polizia non fu trovato in casa. Irreperibile si costituì cinque giorni dopo al commissariato di polizia di Aversa.
Tutti in paese ricordano il piccolo centro commerciale Jambo nato per volere del capostipite dei Falco, Don Vincenzo, padre dei fratelli Alessandro e Ortensio agli albori degli anni ’90 e che in 25 anni si è trasformato da esercizio medio-piccolo del valore di 2 miliardi di lire ad uno dei più grossi centri commerciali della Campania.
Conti, bilanci, dichiarazioni dei redditi, frequentazioni dubbie, racconti di numerosi collaboratori di giustizia che incastrano i Falco, tutto al vaglio degli inquirenti: al ras dei casalesi Michele Zagaria durante la sua latitanza, venivano recapitate tramite uomini del clan valigie piene di soldi, frutto dei proventi della florida attività  commerciale della struttura trentolese.
In un’occasione, a proposito dell’acquisto dei terreni limitrofi per l’ampliamento del centro commerciale, Alessandro Falco venne prelevato da uomini di un clan rivale (Lorenzo Ventre) e messo a testa in giù perchè si era permesso di entrare in un territorio che non era di competenza degli Zagaria.
Sempre secondo il racconto dei collaboratori di giustizia, lo stesso Michele Zagaria avrebbe incontrato nei locali della struttura i responsabili per indicare i nomi delle persone che avrebbero potuto lavorare all’interno del centro. Un indotto quello del Jambo che supera le 1.500 unità  e che dà  lavoro a numerosi giovani e famiglie nell’agro aversano, dominato dallo strapotere della mafia casalese.
Domenica sera prima del concerto di Rocco Hunt era giunto il momento delle premiazioni. Sul palco con i presentatori della serata anche il direttore commerciale storico della struttura, Edmondo Pedone.
Commosso, quasi in lacrime, riceve la targa ricordo dell’evento.
Ma le cose vanno fatte perbene: lo show man Dino Piacenti organizzatore della kermesse non bada a spese e dona al povero direttore Pedone anche la targa per i fratelli Falco, ringraziandoli di cuore per tutto ciò che hanno fatto nella loro vita imprenditoriale. Una brutta pagina per lo spettacolo e per la legalità .
Dopo una dettagliata relazione degli amministratori giudiziari sull’accaduto, il Gip di Napoli Federica Colucci, nel suo provvedimento ha usato parole durissime nei confronti di coloro che si sono resi protagonisti e che hanno segnato negativamente l’evento conclusivo di domenica: “I comportamenti sono gravissimi. È inaccettabile che una persona, di fatto pagata dallo Stato, pubblicamente elogi e ringrazi un uomo attualmente detenuto perchè lo stesso Stato gli contesta reati gravissimi” di mafia.
Su richiesta del pubblici ministeri Catello Maresca in forza alla Distrettuale Antimafia partenopea e Francesco Curcio della Direzione Nazionale Antimafia, il Gip Colucci, nella giornata di ieri ha avviato un’indagine interna e iniziato la procedura per il licenziamento di dipendenti che non risultino in linea con la gestione della struttura posta sotto sequestro giudiziario.
Concessi dal giudice cinque giorni allo showman Piacenti per chiarire “chi ha redatto il foglio che ha letto sul palco” e al direttore commerciale Edmondo Pedone chiarimenti su “i motivi che lo hanno portato ad accettare la targa”.

Nicola Baldieri
(da “il Fatto Quotidiano“)

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QUEL SESSISMO BECERO DEL “FATTO QUOTIDIANO” SULLA BOSCHI

Agosto 10th, 2016 Riccardo Fucile

ATTACCARE UN MINISTRO IN QUANTO DONNA NON PUO’ ESSERE AMMISSIBILE… SE IL DIRETTORE DEL QN HA DOVUTO DIMETTERSI PER AVER DEFINITO CICCIOTELLE LE ARCIERE OLIMPICHE, ATTENDIAMO LE DIMISSIONI DEL RECIDIVO TRAVAGLIO

Come ogni mattina faccio la mia rassegna stampa. Prima di passare agli approfondimenti, per prima cosa raccolgo tutte le prime pagine, guardo i titoli, i cappelli e – ovviamente – anche le vignette. Lo faccio più che per lavoro per una questione culturale, cerco di aggiornarmi e tenere il passo con le linee editoriali e i temi dei vari quotidiani nazionali.
Stamattina però quando sono arrivato alla lettura del Fatto Quotidiano ho subito notato la vignetta di Mannelli in prima, e come reazione ho avuto una sorta di fastidio. La riguardo con attenzione dicendomi “forse non l’ho capita”, e riprendo ad osservarla con più attenzione.
Ebbene la mia conclusione è stata netta e lapidaria: vignetta inutile, non fa ridere, non fa pensare, colpisce Boschi in quanto donna e non nel suo operato.
Fin qua tutto bene, la satira può piacere o meno, può essere apprezzata o meno, può anche essere criticata e ovviamente bollata diversamente.
Guai a toccare la satira, guai a censurare la satira, guai.
Sopratutto sulle vignette, abbiamo avuto la tragedia di Charlie Hebdo e ho ancora davanti agli occhi il pianto di Luz quando ha dovuto presentare la vignetta della copertina del numero successivo al massacro nella loro redazione.
Ma il problema in questo caso è diverso, è la recidività  del Fatto Quotidiano sulla Boschi e il suo essere donna di potere.
Sì, perchè spesso, direi troppo spesso, si leggono articoli che, senza girarci intorno, attaccano il Ministro Boschi nella sua dimensione più intima e, se vogliamo, più debole secondo i canoni di chi ha nella testa – citando una mia amica di Napoli – la “mazzamma”, ovvero tutti quei pregiudizi sulle donne che davvero ricordano l’800.
Prendo a caso il loro direttore e qualche trafiletto di qualche articolo:
“Boschi trivellata dai magistrati” (5 aprile 2016, di Marco Travaglio);
“Boschi si occupi di cellulite” (12 luglio 2016)
“Decisamente più difficile sarà  spiegare al pupo come fu che mamma divenne ministro” (13 luglio 2015
E potrei andare avanti per ore.
Allora, non voglio mettermi contro la satira di Mannelli, ci mancherebbe, però io non posso fare a meno di pensare che questa posizione del Fatto Quotidiano nei confronti del Ministro Boschi sia quantomeno becera, indegna, non definibile come giornalismo e inqualificabile come linea editoriale, sopratutto quando si è in campagna referendaria e l’obiettivo politico è screditare la Boschi e il suo operato sulla riforma.
In questi giorni abbiamo assistito a una indignazione collettiva circa le nostre arcieri e quel titolo de “Il Resto del Carlino” che le ha definite “cicciottelle”, caso che ha addirittura fatto rimuovere il direttore, ebbene, io ritengo che questo metodo, questo improntare la critica politica cercando di ferire la donna più che il politico, facendo allusioni sessiste alla pari dei peggiori B movies degli anni ’70 (che pure apprezzo) sia ormai da condannare senza se e senza ma, e perchè no, se si rimuove un direttore per quel “cicciotelle”, figuratevi cosa dovrebbe accadere se dici ad una donna di occuparsi di cellulite o – peggio ancora – alludi al fatto che sia stata tra le braccia di più persone per diventare ministro.
Agli editori, ma soprattutto ai lettori del Fatto Quotidiano, la sentenza.
Per me già  stata scritta, poi, Fate Vobis.

Tommaso Ederoclite
Ricercatore, Politologo
(da “Huffingtonpost”)

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FORZE SPECIALI IN LIBIA: DOCUMENTO TOP SECRET DEL GOVERNO

Agosto 10th, 2016 Riccardo Fucile

LE DIRETTIVE AI CORPI D’ELITE AUTORIZZATI DIRETTAMENTE DA RENZI

Il governo italiano ammette per la prima volta ufficialmente che commando delle forze speciali siano stati dislocati nei teatri di guerra in Iraq, ma soprattutto in Libia. La notizia è contenuta in un documento appena trasmesso al Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), e classificato “segreto”.
Nel documento, redatto dal Cofs (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), si specifica che si tratta di operazioni effettuate in applicazione della normativa approvata lo scorso novembre dal Parlamento, che consente al Presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei nostri corpi d’elite ponendoli sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse. Immunità  compresa.
Dunque, è bene chiarire subito che in Libia tecnicamente non siamo ancora in guerra. Primo, perchè i commando del 9° Reggimento “Col Moschin” del Gruppo Operativo Incursori del Comsubin, del 17° Stormo Incursori dell’Aeronautica Militare e del Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri (e le forze di supporto aereo e navale) non rispondono alla catena di comando della coalizione dei trenta e più paesi che appoggia il governo del premier Fayez al-Sarraj, ma direttamente al nostro esecutivo. Secondo, perchè si tratterebbe di missioni limitate nel tempo, che partono dalle basi italiane.
Ma almeno adesso non c’è più alcun dubbio sul fatto che nel supporto alle operazioni contro l’Isis non ci sia solo la mano delle forze speciali americane, britanniche e francesi.
In Libia, a singhiozzo, ci siamo anche noi.
Cosa abbiamo fatto e cosa stiamo facendo in queste ore è scritto nero su bianco nell’informativa inviata al Copasir, su cui il Governo sarebbe pronto ad alzare il livello di segretezza fino ad apporre il sigillo del Segreto di Stato.
Fonti della Difesa hanno confermato ufficiosamente il contenuto del documento, che dopo mesi di indiscrezioni e smentite — l’ultima con Matteo Renzi a Repubblica che diceva che “le strutture italiane impegnate nella lotta contro Daesh sono quelle autorizzate dal Parlamento, ai sensi della vigente normativa”, era in realtà  un’ammissione della possibilità  di applicare il testo della legge approvata a novembre — fa chiarezza sulla presenza delle nostre forze speciali in due teatri di guerra in rapidissima evoluzione.

(da “Huffingtnopost”)

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