Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
DOPO LA PROPAGANDA, ECCO IL DIETROFRONT CON BACCHETTATA ALL’ASSESSORE CHE LO AVEVA ANNUNCIATO
Ieri Adriano Meloni, assessore al Commercio della Giunta Raggi, aveva dichiarato garrulo ai giornali
romani che «Il Papa si è reso disponibile» a pagare l’IMU.
Anche Beppe ci aveva creduto: «Giustissimo che il Vaticano paghi l’IMU», aveva detto il Capo Politico del M5S ai giornalisti mentre era in visita a Roma.
Poi è arrivata la gelata: “Nessuno può permettersi di attribuire al Papa virgolettati o dichiarazioni. Il Pontefice, quando vuole, parla autonomamente, non ha bisogno di intermediari”, ha fatto sapere la sindaca di Roma Virginia Raggi “in riferimento ad articoli pubblicati nelle pagine romane di alcuni quotidiani in cui si riporta la disponibilità del Papa al pagamento dell’Imu sugli immobili commerciali della Chiesa”, come ha riferito il suo ufficio stampa alle agenzie.
E siccome a parlare era stato il suo assessore, si è subito capito che l’aria che tirava era piuttosto gelida.
E adesso la memoria torna a un anno fa, quando era stata l’allora candidata grillina al soglio capitolino a sostenere che se il Campidoglio avesse preteso il balzello, «come anche il Papa ha detto essere giusto», sarebbero arrivati «400 milioni».
E fu sempre Raggi, il 1 luglio, nel corso della sua prima udienza privata con il Papa, a portare una video-raccolta di appelli e testimonianze dalle periferie della capitale, tra cui quella di un trentenne che a Bergoglio chiedeva di «concretizzare gli auspici espressi circa il pagamento dell’Imu per gli esercizi della Chiesa».
Ed è stata ancora lei a dicembre a confermare: «Stiamo lavorando anche per quello». E Paolo Rodari su Repubblica riporta le parole del cardinale Domenico Calcagno: «Noi paghiamo tutto, nel rispetto della legge. Parlo in ogni caso degli immobili di proprietà dell’Apsa – l’amministrazione del Patrimonio della sede apostolica – Mentre di quelli degli istituti religiosi e delle varie congregazioni religiose presenti a Roma non posso dire nulla, occorre chiedere a loro. Ritengo in ogni caso che tutti debbano pagare e che, come ha più volto sostenuto Francesco, un convento che lavora come un albergo debba pagare la giusta imposta allo Stato».
E Il Messaggero ricorda oggi l’infinita disponibilità immobiliare della chiesa in città :
Anche perchè c’è di tutto, tra le 297 strutture alberghiere, gestite da enti religiosi, che sono state censite a Roma. Per chi vuole trascorrere qualche giorno da turista, nella Città eterna ci sono tante possibilità , nel panorama delle proprietà religiose. Sui siti specializzati sul web si può facilmente trovare una buona sistemazione a Monteverde, pochi minuti a piedi dalla passeggiata del Gianicolo, con camere climatizzate e dotate di wi-fi e tv satellitare. Oppure una comoda struttura con 72 camere a ridosso della Basilica di San Pietro, dotata anche «di un’ampia meeting room per tenere conferenze, convegni e seminari».
Poi c’è la casa per ferie dotata di piscina, e quella che promette «gustose esperienze gastronomiche» ai suoi ospiti. Insomma, un’offerta ricettiva vasta e con tariffe in linea con il mercato, ossia molto spesso comprese tra i 100 e i 200 euro per notte. Tra le strutture di questo tipo, censite sul sito del dipartimento turismo del Campidoglio, il 62 per cento risulta non in regola con i versamenti dell’Imu e più del 40 per cento non è presente nei database dell’Ama per il pagamento della tariffa rifiuti. Per un contenzioso totale, con l’amministrazione comunale, di circa 19 milioni di euro.
Insomma, dopo la propaganda è arrivato il dietrofront.
D’altro canto è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, rispetto a che un soldo di IMU entri nelle casse del Comune.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
NON E’ MAI STATO UN CORPO ESTRANEO, MA UN COMPAGNO DI STRADA DI VIRGINIA RAGGI
In ogni tragedia collettiva c’è sempre un capro espiatorio.
Nella tragedia della giunta romana ve ne sono vari, fra cui senz’altro Raffaele Marra. Dipinto ormai da attivisti, simpatizzanti ed eletti nel movimento come una sorta di diavolo nero infiltratosi con l’inganno e con sordidi scopi nell’immacolato, puro e specchiato m5s romano, l’ex tenente della guardia di Finanza e Vicecapo di Gabinetto della sindaca arrestato a metà dicembre è stato scaricato come una sostanza velenosa o tossica di cui liberarsi al più presto e senza mezzi termini.
Marra non è il solo appartenente al cosiddetto “raggio magico” a essere caduto in disgrazia.
Assieme a lui, l’ex vicesindaco Daniele Frongia, attivista storico romano di cui oggi tutti sono pronti a rinnegare gli anni di attivismo in quanto ormai diventato scomodo e sacrificabile, e Salvatore Romeo, vero consigliere comunale per tre anni e mezzo in Campidoglio quando i “fantastici quattro” cercavano d’imparare il mestiere, buttato via come una scarpa vecchia.
Virginia Raggi, che prima era aggrappata disperatamente ai suoi tre più stretti collaboratori come un naufrago a un tronco d’albero nella tempesta, si è piegata al volere di Grillo e della fazione avversa , quella che fa a capo a Lombardi-De Vito — fazione a sua volta sconfitta prima delle elezioni dal raggio magico tramite il famigerato “dossier De Vito” — e li ha rinnegati con estrema nonchalance liquidandoli a “errori di valutazione”.
Ci si domanda come sarebbero andate le cose se non fosse sopravvenuto l’arresto di Raffaele Marra accelerando la procedura di espulsione o, nel caso di Frongia, di ridimensionamento delle tre “mele marce”.
L’incarcerazione di Raffaele Marra e le accuse che gravano sul suo capo ne hanno facilitato la gogna pubblica da parte dei “lombardiani” e agevolato la dismissione da parte della Raggi, al momento a tutti gli effetti commissariata da Beppe Grillo, malgrado a Di Martedì abbia cercato di far passare la versione “Tutto bene, madama la marchesa”.
E tuttavia, Raffaele Marra — ai tempi d’oro post vittoria pentastellata, ormai molto lontani — veniva difeso a spada tratta dal vicepresidente della Camera Luigi Di Maio e, sicuramente, nessun “lombardiano” si sognava di attaccarlo.
Soltanto quando fallì l’esperienza del minidirettorio e Roberta Lombardi e Paola Taverna (nemiche giurate della Raggi) dovettero rinunciare a una certa forma di controllo sull’operato della giunta, iniziò a prefigurarsi l’idea di allontanare Marra dalla sindaca per isolarla a tutti gli effetti.
Dal carcere Marra fa capire di sapere cose che potrebbero compromettere la giunta e in particolar modo gli altri “tre amici al bar” che condividevano con lui la chat whatsapp, quindi si osservano le manovre pentastellate romane con un certo stupore nel momento in cui l’illustre detenuto viene trattato come un “virus che ha infettato il movimento”.
Un virus che, prima e immediatamente dopo la vittoria alle elezioni, era invece decisamente ben tollerato in casa M5S.
La percezione che si ha dall’esterno è che, malgrado le accuse imputate a Raffaele Marra (su cui decideranno magistratura e inquirenti e su cui non disquisiamo in quanto ciascuno di noi è innocente fino a prova contraria), nel MoVimento 5 Stelle si tenda a sfruttare le persone (un altro è Salvatore Romeo), per i loro contatti e la loro influenza e poi, una volta raggiunto lo scopo, li si mettano da parte tout court in nome della non appartenenza al M5S.
Raffaele Marra ha giocato un ruolo principale nell’ascesa di Virginia Raggi in Campidoglio, un’ascesa che, in fondo, ha giovato anche a coloro che nel M5S romano adesso attaccano la sindaca.
Nel momento in cui Raffaele Marra è stato arrestato, è stato arrestato in un certo senso anche il Movimento che dei servigi dell’ex tenente della Guardia di Finanza si era servito.
Marra non è mai stato un corpo estraneo, bensì un compagno di strada di colei che oggi siede al Campidoglio e che ci era stata spacciata da Grillo come la miglior sindaca possibile ai tempi delle elezioni.
A Regina Coeli, accanto a Marra, è dunque rinchiuso anche quell’argomento di vendita che ha convinto tanti romani.
Romani che, in ultima analisi, sono poi i capri espiatori più vessati di tutta questa vicenda.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
INTERVISTA A DON ALBANESI IN RICORDO DI EMMANUEL: “CONTRO DI LUI UN LINCIAGGIO INFAME”
“Adesso la memoria di Emmanuel è salva. Ed è questo che conta. Una condanna a quattro anni per chi l’ha
colpito è troppo leggera? Forse, ma i contorcimenti della Giustizia a me non interessano. Oggi è evidente che Emmanuel era innocente, è morto, e chi ha provocato quella morte è stato punito. Ora il mio compito è quello di riportare la sua salma in Nigeria, l’ho promesso a Chinyere”.
Don Vinicio Albanesi, fondatore della comunità di Capodarco, parroco di Fermo, ha la voce solcata di tristezza mentre commenta la sentenza a 4 anni con il patteggiamento per Amedeo Mancini, l’ultrà razzista che l’estate scorsa aveva massacrato di botte Emmanuel Chidi Namdi, rifugiato nigeriano, morto in seguito a quel pestaggio.
Era il 5 luglio, faceva caldo: Emmanuel, 38 anni, e sua moglie Chinyere, arrivati cinque mesi prima a Fermo in fuga dalle persecuzioni di Boko Haram, con alle spalle le famiglie sterminate e un figlio ucciso, vengono aggrediti con insulti razzisti mentre passeggiano sul corso da Amedeo Mancini.
Un violento ben conosciuto alle forze dell’ordine e con un Daspo alle spalle. “Scimmia africana” grida Mancini a Chinyere. Emmanuel reagisce, la colluttazione è violentissima, Mancini colpisce duro, Emmanuel finisce in coma e morirà il giorno dopo.
Don Vinicio, Emmanuel ha avuto giustizia?
“Questa sentenza afferma con chiarezza che Emmanuel era un uomo per bene, che non ha fatto del male a nessuno, ha reagito ad una provocazione ed è stato vittima di un omicidio preterintenzionale. La sua memoria è salva, lui purtroppo non c’è più”.
Lei conosceva bene Emmanuel e sua moglie Chinyere.
“Sì, certo, erano ospiti della fondazione “Caritas in veritate”, io li avevo uniti in matrimonio, in modo simbolico, perchè non avevano ancora tutti i documenti. Una coppia forte unicamente del proprio amore, sopravvissuta ad atroci persecuzioni, l’uccisione del loro primo figlio, la perdita del secondo per le percosse durante la fuga. Erano felici di essere scampati alla morte in Nigeria, e invece Emmanuel la morte l’ha trovata qui”.
La moglie, Chinyere, ha rinunciato al risarcimento.
“Un atto di grande nobiltà , ha chiesto soltanto cinquemila euro per poter riportare la salma del suo compagno in Nigeria. E sarò io ad accompagnare a casa Emmanuel, l’ho promesso a Chinyere. Ora finalmente chi ha speculato su questa storia tacerà “.
Ci spieghi, don Vinicio.
“Contro Emmanuel e sua moglie, si era scatenata soprattutto in Rete una campagna denigratoria e razzista, da parte di chi difendeva l’assalitore. Un linciaggio che ha riguardato anche me perchè cerco di aiutare i migranti”.
Razzismo puro…
“Credevo di esserci abituato, da 40 anni lotto contro ogni tipo di discriminazione, ieri erano i disabili, i tossicodipendenti, oggi sono i migranti. Invece quelle cattiverie mi hanno ferito. Chi difende i più deboli rischia di essere travolto anzichè sostenuto. Ma anche Amedeo va aiutato”.
Compassione per chi sbaglia pur evitando il carcere?
“Amedeo pagherà comunque. Ma è un ragazzo fragile, vittima della propria violenza”.
Contro Mancini è stata riconosciuto l’aggravante razziale. Pensa che possa essere un deterrente?
“Speriamo. L’intolleranza è forte, e la convivenza con i migranti purtroppo fa ancora paura”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
GIALLO SUL REGISTRO DELLA CASERMA, CORREZIONI CON IL BIANCHETTO SUL REPORT DEL FOTO SEGNALAMENTO
Si allarga l’inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi.
Altri due carabinieri finiscono nel registro degli indagati accusati di falsa informazioni al pm, si tratta di Enrico e Sabatino Mastronardi.
Ma non è questa l’unica novità dell’indagine coordinata dal pm Giovanni Musarò.
La polizia scientifica ha infatti decifrato completamente il registro di foto segnalamento: l’elenco volutamente occultato dai militari che arrestarono il geometra 32enne per eliminare ogni traccia del suo passaggio nella stazione Casilina, dove con ogni probabilità Cucchi venne picchiato.
Cosa c’è scritto nel registro e perchè ha un valore così importante per gli inquirenti? “Non fotosegnalato in quanto inveiva contro gli operanti”, questa frase ben cancellata significa prima di tutto che Cucchi passò per quella stazione.
Ma c’è ovviamente molto di più. Il geometra si ribellò al foto segnalamento, inizialmente i militari annotarono la sua reazione poi però accadde l’imponderabile.
I carabinieri avrebbero dovuto contestargli un nuovo reato “resistenza a pubblico ufficiale”.
Probabilmente, ragionano gli inquirenti, optarono per un’altra strada. Cucchi venne picchiato. I militari a questo punto si resero conto di aver esagerato e allora decisero di eliminare ogni passaggio del geometra dalla stazione Casilina.
Bianchetto alla mano cancellarono il nome di Cucchi e l’accusa annotata accanto, sovrascrissero il nome e le generalità di un altro arrestato Misic Zoran.
In sostanza niente annotazione nell’elenco, niente prova del passaggio nella stazione e nessun pestaggio da scaricare sulle spalle dei presunti autori dell’aggressione, i militari Francesco Tedesco, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro.
Enrico e Sabatino Mastronardi, padre e figlio, entrambi marescialli dei carabinieri, non sono implicati nel pestaggio a Stefano.
A loro la procura contesta un altro episodio. Il carabiniere Riccardo Casamassima, importante testimone per la procura, riferì agli inquirenti di aver saputo dell’aggressione a Stefano grazie a due circostanze.
La prima è quando Roberto Mandolini, il comandante della stazione Appia (quella di appartenenza dei tre presunti autori del pestaggio), riferisce a Enrico Mastronardi (superiore di Casamassima) dell’aggressione di un giovane, Cucchi appunto, da parte di alcuni suoi sottoposti. Questa conversazione è udita da Casamassima e poi riferita al pm.
Casamassima però riceverà anche la confessione di Mastronardi jr, militare della caserma di Tor Sapienza che vide Cucchi malconcio dopo le botte la mattina del 16 ottobre 2009.
Ebbene i due Mastronardi vennero convocati in procura e, per il pm, mentirono.
L’uno negò di aver ascoltato le confessioni di Mandolini e l’altro di aver visto Cucchi malconcio.
Da qui la contestazione di false informazioni al pm.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
SI AVVENTANO SULLE VITTIME NON PER STRAPPARE VESTITI E GIOIELLI, MA PER FARE DI QUEI POVERI CORPI IL PODIO DELLA PEGGIORE DEMAGOGIA NAZIONALE
Subito dopo il terremoto, come primo atto di decenza, il Vicerè di Sicilia Giovan Francesco Paceco, duca di
Uzeda, esibiva i corpi penzolanti degli sciacalli che faceva impiccare.
A quei tempi gli sciacalli rovistavano tra le rovine e tagliavano le dita dei cadaveri per rubare le fedi d’oro.
Oggi vanno in televisione in doposci, come nel programma di Lilli Gruber ha fatto Matteo Salvini che però dei tanti sciacalli d’Italia è solo il più volgare e dunque anche il più visibile, è il Bertoldo della politica che contrappone le disgrazie dei terremotati ai presunti agi e conforti degli infelici immigrati: Amatrice contro il Nord Africa, l’Abruzzo contro il Senegal.
Proprio come ai tempi dei Vicerè, oggi gli sciacalli d’Italia di nuovo si avventano sulle vittime. Non più per strappare vestiti e gioielli, ma per fare di quei poveri corpi il podio e la cattedra della peggiore demagogia nazionale.
Dunque lucrano consenso facile approfittando del malessere e dello smarrimento di tutti. Indicano ogni giorno un qualche responsabile nuovo.
Espongono alla rabbia collettiva un capro espiatorio. E gridano contro gli untori manzoniani che non hanno spalato in tempo o non sono riusciti a fare alzare gli elicotteri.
Ci sono gli untori che hanno speculato sui terreni, quelli che hanno venduto licenze, o gonfiato gli appalti. E c’è il super untore che è lo Stato, cattivo per definizione.
La colpa vera è sempre sua, come nella psicanalisi è sempre di Edipo e di Laio.In Italia lo sciacallaggio è una banalità , diventata ormai automatica, che accresce il malessere e lo cambia, deforma l’ottica dei sopravvissuti, mette gli occhiali al dolore cieco, ma per farlo stravedere.
E infatti sono sciacalli anche quelli che sanno sempre cosa bisognava fare, e come e quanto prevedere. Se fosse dipeso da loro, i lungimiranti sciacalli non avrebbero perso tempo con non si sa quale burocrazia, e sicuramente gli ingegneri di Beppe Grillo avrebbero approntato un rimedio preventivo anche alla legge di gravità , in modo da stare tutti in aria mentre la terra tremava.
Ho letto che Giampiero Mughini se ne è accorto prima di tutti, e infatti già ieri li ha definiti cialtroni e imbecilli, e non solo perchè, come me, è nato in uno dei posti più terremotati d’Italia, un posto che ha come origine del calendario non la nascita di Cristo ma la rinascita dal terremoto del 1693 che distrusse la Sicilia orientale.
Ebbene, io credo che il termine giusto non sia cialtroni, ma quello che la storia ci ha insegnato. Appunto, sciacalli (che peraltro non confligge con cialtroni).
Il vicerè Uzeda che, prima ancora della ricostruzione e delle indagini sugli errori umani, faceva montare quelle forche di cui dicevamo all’inizio, sapeva bene che la sciagura produce altra sciagura, che lo sciacallaggio allarga la tragedia, e che le responsabilità vanno cercate con sobrietà e soprattutto dopo avere salvato il salvabile.
Lo sciacallaggio è infatti l’antagonista della solidarietà , il suo esatto contrario. Ambedue stanno sulla vittima, lo sciacallaggio per mangiarsela, per divorarla – come fa la iena – e la solidarietà per confortarla, rianimarla e curarla.
Ma in Italia, dove tutto è raffinato, scatta pure automatico lo sciacallaggio sulla solidarietà , la cui onestà è sempre messa in dubbio, come sta avvenendo in queste ore confuse, con l’idea che, gratta gratta, dietro ogni raccolta di fondi c’è una banda Bassotti, e anche gli sms sono controllati da Al Capone.
Riemerge, come si vede, l’eterna teoria del complotto, con il risultato di rendere sospetta e dunque rallentare anche la generosità che ha bisogno di freddezza e di lucidità e non di essere distolta e indebolita dalla denunzia contro i soliti ignoti che forse fanno la cresta sugli aiuti, contro quelli che forse transennano troppo per ottenere più finanziamenti, contro quelli che forse seppelliranno i fondi nella palude, nella morta gora dantesca… I
o non dico che dovremmo fare come il vicerè Uzeda che li impiccava. Ma forse di ognuno che straparla e sciacalleggia bisognerebbe almeno svelarne la cinica intenzione, la lingua biforcuta da serpente diabolico, da nemico dell’umanità sofferente.
Hemingway, che prima di essere un grande scrittore fu un formidabile giornalista, metteva in guardia la professione quando doveva confrontarsi con le catastrofi.
Nulla sapeva dei titoli di alcuni giornali italiani che in questi giorni hanno imbruttito il brutto, hanno aumentato il numero delle vittime, hanno contato i dispersi come morti; e la valanga di neve è diventata valanga di colpe, e le attese sono sempre abbandoni e allarmi ignorati.
Sui giornali degli sciacalli passa l’idea che i competenti siano sprovveduti e che la Protezione civile – che non è più quella vanitosa di capitan Bertolaso – sia comunque troppo lenta, impreparata non alla neve ma a tutto, e colpevole a prescindere, anche a dispetto dell’evidenza che oggi emoziona l’Italia senza bisogno di parole, perchè ieri dieci persone sono state salvate dopo due giorni passati sotto le macerie.
E c’è quel video che non è prodigio, non è fenomeno: il buco dal quale viene tirato fuori prima il figlio e poi la madre che lo aveva spinto, i vigili del fuoco che gridano di gioia e, con le mani guantate, accarezzano la testa del bimbo e poi anche quella della madre che sorride e stringe quelle mani.
Come al solito lo sciacallaggio si nutre di retorica, non sempre con l’intelligenza di approfittarne, ma a volte solo come risorsa di noi giornalisti in crisi.
Nel settembre del 1923 il Toronto Daily Star, inviando appunto Hemingway a raccontare il terremoto di Yokohama, gli fornì un prontuario, un manuale di antiretorica per scrivere di sciagure: mai speculare sui morti (non diceva di non usare i doposci), mai usare iperboli per raccontare il dolore, rimanere freddi, rivolgere ai sopravvissuti solo domande secche, scrivere con frasi brevi, non violare la privacy nè dei vivi nè dei morti… H
emingway cominciò il suo articolo così: «Questa è una storia senza nomi».
Francesco Merlo
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
“LE REGOLE GARANTISCONO LEGALITA’, CHI INVOCA IL DIRITTO DI AGIRE SENZA VINCOLI IN NOME DELL’EMERGENZA E’ LO STESSO CHE POI SI INDIGNA AL PRIMO IMPRENDITORE CHE PAGA UNA MAZZETTA”
Raffale Cantone si dice “esterrefatto” dalle polemiche sui ritardi nella ricostruzione post-terremoto, al punto, sottolinea, da chiedersi “se dietro certe affermazioni palesemente strumentali non ci sia la voglia di tornare alla politica delle ‘mani libere'”. Intervistato dal Corriere della Sera, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione si mostra rammaricato: “Questo è uno strano Paese dove chi oggi invoca il diritto di agire senza vincoli in nome dell’emergenza, domani sarà il primo a indignarsi davanti al primo imprenditore che paga una mazzetta o è colluso con la mafia”.
Intanto, chiarisce, “è falso” che la nuova legislazione messa in campo per prevenire gli scandali rallenta gli interventi.
“Per il semplice motivo che in tutto ciò che si è fatto dal terremoto a oggi, l’Anac non c’entra niente”, spiega. “Stiamo lavorando alacremente, in continuo contatto con il commissario straordinario, per prevenire problemi quando comincerà la ricostruzione. A cominciare dalle scuole. E le assicuro che non è semplice, perchè le questioni da affrontare sono enormi. Compresa la necessità di rendere efficaci i controlli antimafia, che ci devono essere”
La Protezione civile, sottolinea, può agire in deroga alle regole, “soprattutto nei primi interventi: se bisogna rimuovere le macerie in fretta non si può aspettare lo svolgimento di una gara. Dopodichè, siccome in passato su queste premesse non tutto è filato sempre liscio, il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio si è mosso con un minimo di cautela; a noi ha chiesto, come previsto dal codice, un parere su alcuni prezzi, che abbiamo fornito in brevissimo tempo. Ha deciso di darsi comunque delle regole, credo in maniera corretta. E di coinvolgere le Regioni”.
Sulle casette, dice, “penso che ci siano difficoltà con le Regioni coinvolte, perchè comunque si tratta di strutture che vanno inserite in una realtà che abbia un minimo di urbanizzazione. Bisogna prevedere un piano, progettare infrastrutture, interventi che spettano agli enti locali. Scelte amministrative che hanno i loro tempi. Anche perchè ci sono rischi di speculazione”.
“Sfido chiunque”, ripete, “a indicare un solo atto di competenza dell’Anac che abbia provocato un pur minimo ritardo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
IL VIGILE DEL FUOCO: “E CHI CE LA FA A DORMIRE… NON DORMO DA GIORNI”
Beve un caffè al bancone del bar vicino al centro di coordinamento di Penne. “E chi ce la fa a dormire?
Non dormo da giorni”, confessa un vigile del fuoco di Avellino a un collega con la stessa divisa.
Occhi lucidi e stanchi entrambi. Ieri hanno scavato per tutto il giorno, erano lì, all’hotel Rigopiano, quando sono stati estratti i 3 bambini.
“È stata un’emozione troppo grande, non va raccontata”, dice con le lacrime.
Per i soccorritori, a volte, le parole non bastano per descrivere quei momenti: “Erano piccoli e spaventati. Si sono nascosti nelle intercapedini del tetto che è venuto giù. Essendo piccoli sono riusciti a rannicchiarsi e a respirare”.
In pratica nella sala biliardo, secondo quanto viene raccontato, ci sarebbe stato un tetto di travi in legno, tetto in parte cascato ma i bimbi avrebbero trovato riparo tra una trave e l’altra, aiutati anche dalle piccole dimensioni, e quegli spazi hanno creato una bolla d’aria.
È da lì che i vigili del fuoco li avrebbero tirato fuori dopo aver scavato e creato dei corridoi. Così, quando era ormai sera, da quel buco scavato nelle neve sono apparsi i bimbi, tra cui Samuel ed Edoardo che ora chiedono dove siano i loro genitori.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
SMENTITA LA PRESENZA DEI DUE VIVI DA SALVARE, SI SCAVA SENZA TREGUA
Nove persone salvate, cinque vittime e 23 dispersi. E’ questa per ora la situazione dei soccorsi all’hotel Rigopiano a quasi tre giorni dalla valanga che ha travolto l’albergo. La Protezione civile ha corretto le ultime dichiarazioni: non sono state individuate (al momento) persone vive da estrarre dalle macerie della valanga che ha travolto l’albergo.
Cresce il bilancio dei salvati, ma aumenta anche quello delle vittime. I soccorsi vanno avanti in condizioni proibitive, mentre sulla zona ha iniziato anche a piovere leggermente.
IL BILANCIO UFFICIALE
I soccorritori hanno estratto nella notte due donne e due uomini feriti ma vivi, che si aggiungono ai quattro bambini e alla donna recuperati venerdì mattina.
Si tratta di Gianfilippo e Ludovica Parete, i due figli dello chef pescarese ospite dell’hotel, Giampiero Parete, il 38enne che si è salvato subito dalla slavina con il manutentore Fabio Salzetta, ed è riuscito a dare l’allarme. Anche la moglie Adriana Vercerao è stata estratta viva dalle macerie.
A questi vanno aggiunti altri due bambini: Samuel Di Michelangelo (per ora nessuna notizia dei suoi genitori Domenico Di Michelangelo e Marina Serraiocco, dati per vivi dal sindaco di Osimo, che poi si è scusato) e Edoardo Di Carlo.
Poi c’è un gruppo di quattro persone individuate nella tarda serata di venerdì e salvati nella notte.
Si tratta di Vincenzo Forti con la fidanzata Giorgia Galassi, Francesca Bronzi e Giampaolo Matrone.
Quest’ultimo è stato sottoposto ad un intervento chirurgico ad un braccio. Il 34enne, residente in provincia di Roma è stato ora trasferito nell’Unità Operativa di Rianimazione del “Santo Spirito”. Le sue condizioni, come hanno riferito i medici, sono discrete.
Matrone ha raccontanto di essere stato mano nella mano con la moglie, Valentina Cicioni, fino a quando i vigili del fuoco lo hanno salvato.
“Le stringevo la mano e le parlavo per tenerla sveglia perchè volevo che rimanesse sempre vigile. La chiamavo, poi a un certo punto non l’ho sentita più e ho capito che mi stava lasciando”.
Vicino a lui, Matrone ha raccontato di un’altra donna che non dava segnali di vita.
Nel gruppo delle cinque persone salvate c’era, secondo quanto riferito dai soccorritori ieri sera, Stefano Feniello, fidanzato di Francesca Bronzi.
Ma di lui non si sa ancora nulla di certo, mentre la ragazza è ricoverata insieme agli altri nell’ospedale di Pescara.
Le condizioni dei superstiti sono definite “buone” dal direttore sanitario dell’ospedale di Pescara, Rossano Di Luzio. Solo uno è in sala operatoria per un intervento chirurgico al braccio destro. Anche i quattro bambini salvati dalle macerie “stanno bene” e non starebbero soffrendo le conseguenze dell’ipotermia, dice ancora Di Luzio. Certo, precisa il sanitario, il loro è “lo stato d’animo di chi ha vissuto un dramma ed è stato in condizioni precarie per molte ore”.
Per quanto riguarda le vittime il bilancio ufficiale, come detto sopra, è salito a cinque: tre uomini e due donne.
Il cadavere di un uomo è stato recuperato dai soccorritori sotto le macerie dell’albergo di Rigopiano. Si tratta del terzo corpo senza vita estratto tra la notte e stamani. I due morti accertati sono Gabriele D’Angelo e Alessandro Giancaterino, entrambi camerieri dell’hotel. La morte di Gabriele, volontario della locale Croce rossa, ha sconvolto diversi soccorritori presenti nel centro di coordinamento allestito al Palazzetto dello Sport di Penne.
Gli amici, in lacrime, si sono abbracciati per darsi conforto.
I dispersi.
Sono 23 le persone ancora disperse all’hotel Rigopiano. Lo rende noto la Prefettura di Pescara. Questa cifra, viene specificato, deriva dal numero di persone “risultanti dalla lista ufficiale degli ospiti della struttura e da altre segnalazioni, comunque ricevute e la cui composizione e soggetta a continue verifiche. Come successo in altri eventi, ad esempio – spiega la prefettura – persone considerate disperse in base a una segnalazione e risultanti in un elenco, sono state ritrovate altrove e senza essere state coinvolte”.
I SOCCORSI
Intanto sono state individuati altri suoni provenire dall’inferno gelato della struttura collassata sotto il peso della slavina: “Abbiamo altri segnali da sotto la neve e le macerie, stiamo verificando. Potrebbero essere persone vive, ma anche le strutture dell’albergo che si muovono sotto il peso della neve”, dice il dirigente dei vigili del fuoco Alberto Maiolo al centro operativo di Penne, in un aggiornamento sulle ricerche dei dispersi all’hotel Rigopiano.
“Vista la situazione, già avere estratto diverse persone vive è una grossa soddisfazione – ha aggiunto Maiolo – Dobbiamo muoverci con molta cautela perchè lo stato dei luoghi è pericoloso anche per noi”.
I soccorritori ribadiscono che si è di fronte ad una situazione “non semplice, si lavora all’interno di un edificio che è crollato, dove è diventato complicato orientarsi. Si avanza ma con molta, molta cautela. Ci rendiamo conto che questa cautela rallenta le operazioni di ricerca e recupero ma è assolutamente necessario procedere in questo modo, non si può rischiare altro ancora”.
L’INCHIESTA
Il procuratore aggiunto di Pescara, Cerisina Tedeschini, e il sostituto Andrea Papalia stanno raggiungendo l’hotel, accompagnati dai carabinieri forestali, per un sopralluogo. I magistrati hanno aperto un’inchiesta, al momento senza indagati, per i reati di omicidio plurimo colposo e disastro colposo.
Ieri erano stati sequestrati alcuni documenti in Provincia e in Prefettura: tra questi il Piano neve dell’ente e i bollettini meteo degli ultimi giorni. Nella stessa giornata era emerso che una turbina della Provincia era fuori uso. Sempre ieri, i magistrati avevano ascoltato diverse persone in qualità di testimoni.
La testimonianza.
“Ho cercato di chiamare qualcuno fino a quando ha fatto buio. Ma nessuno rispondeva. Poi ha continuato a nevicare, è venuto giù un altro mezzo metro di neve. Era troppo rischioso rimanere là “.
Fabio Salzetta, il manutentore dell’hotel Rigopiano, racconta per la prima volta i momenti maledetti della tragedia. “Erano tutti raggruppati nella speranza di andarsene ma non avevamo paura, nessuno si immaginava che potesse succedere una cosa così”. Ma cosa ricorda? “Neve, neve e basta”.
MALTEMPO
“Il cielo è coperto e pioviggina, c’è foschia, però noi lavoriamo e cercheremo di operare con gli elicotteri se le condizioni meteo lo permetteranno: lavoreremo finantochè non saremo sicuri di aver estratto tutte le persone”, dice Alberto Maiolo dei vigili del fuoco, presso il centro di coordinamento ricerche di Penne, a 10 chilometri dall’hotel Rigopiano.
IL METEO
Ma la possente macchina dei soccorsi non si ferma nella ricerca dei dispersi ospiti dell’hotel Rigopiano, nonostante il pericolo di nuove slavine che, come dicono gli esperti, non è da escludere. Si lavora incessantemente dalla notte tra mercoledì e giovedì scorsi ed è una lotta contro il tempo per trarre in salvo altre vite umane. Tra Soccorso alpino, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, Carabinieri e Polizia, tutti presenti con squadre speciali, gli operatori impegnati nelle non facili ricerche sono oltre 500.
I ringraziamenti.
“Grazie di cuore a tutti, un abbraccio”. Così Giampiero Parete ha risposto su Fb alle centinaia di messaggi di conoscenti e amici ma anche di sconosciuti che continuano ad arrivare sul suo profilo Fb dopo che i soccorritori sono riusciti a salvare sua moglie e i due figli dalle macerie dell’hotel Rigopiano.
“Ciao zio”. Sono le prime parole che Samuel Di Michelangelo, 7 anni, ha detto allo zio Alessandro, agente della Digos di Chieti, che ieri l’ha scortato con i soccorritori nell’ospedale di Pescara.
“Gli ho chiesto ‘vengono mamma e papà ?’ – racconta l’agente – e lui ha fatto sì con la testa. Ma gli psicologi mi hanno subito bloccato, e spiegato che i bambini sotto shock possono annullare uno spazio temporale nella loro memoria”.
“Samuel ha trascorso la notte nell’ospedale di Pescara accanto alla nonna materna, sedato, e sotto la stretta tutela degli psicologi – ha aggiunto lo zio del bimbo – I medici ci hanno spiegato come comportarci: non dobbiamo fare alcun riferimento specifico alla tragedia, ma lasciare che sia il bambino a raccontare i fatti”.
“Mio fratello e mia cognata non compaiono nella lista dei superstiti, ma so che i soccorritori continuano a scavare, e voglio continuare a sperare: Domenico e la moglie erano, sono, molto apprensivi con il figlio, ‘non andare lì, stai attento, non ti muovere’, spero che anche in quei momenti fossero vicini al bambino”.
(da “La Repubblica”)
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