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AGCOM, IL FEDELISSIMO DI ROMANI IN POLE, CON L’ACCORDO DEL PD

Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

INTESA SU VITO DI MARCO… AL SENATO   VOTO CRUCIALE PER GLI INTERESSI DI FORZA ITALIA E DI BERLUSCONI

Un altro uomo di fiducia di Silvio Berlusconi per blindare il cruciale baluardo dell’Agcom.
Un nuovo tassello dell’intesa Pd-Forza Italia che ormai si dipana dalle banche alle comunicazioni per approdare da qui a breve – chissà  – alla riforma della legge elettorale.
Mercoledì il Senato ha in calendario l’elezione del commissario mancante all’Autorità  per le garanzie nelle comunicazioni, dopo la morte di Antonio Preto (area Fi) nel novembre scorso.
La rosa di tre-quattro nomi si è ristretta ora a Vito Di Marco. Professionista di stretta fiducia di Paolo Romani, col quale ha lavorato nel 2010-2011 al ministero dello Sviluppo economico nell’ufficio di “diretta collaborazione” quando l’attuale capogruppo forzista era viceministro con delega alle telecomunicazioni. Romani da sempre considerato “uomo azienda” ai vertici del partito, assai vicino a Fedele Confalonieri.
Di Marco, 44 anni, oggi è consulente di Tivùsat, un trascorso da conduttore radiofonico a Radio2 e da redattore del programma “Supergiovani” su Raidue alla fine degli anni Novanta, poi nell’ufficio Telecom di Bruxelles.
Il suo nome avrebbe ottenuto il placet del Pd renziano forse anche in forza del lontano passaggio in una radio dei vecchi Ds a Bologna. Sul suo nome ci sarebbe il nulla osta anche di Alfano e Verdini.
Con l’elezione tornereranno quattro i commissari che affiancheranno il presidente Angelo Marcello Cardani. E tra loro Antonio Martusciello, stessa scuderia: manager in Publitalia e poi coordinatore campano e parlamentare di Fi.
Sono le leve sulle quali potrà  contare Silvio Berlusconi alla vigilia delle delicate scadenze che attendono l’Agcom e che incrociano i destini Mediaset.
Prima fra tutte, il 21 aprile, la chiusura dell’indagine che l’Agenzia sta conducendo proprio sull'”assalto” di Vivendi al Biscione, col possibile stop all’eventuale Opa di Bollorè. E poi la difficile partita sulle frequenze (Banda 700), per non dire della par condicio in campagna elettorale.
Per la poltrona vacante è circolato negli ultimi giorni anche il nome ben più pesante dello stesso capogruppo Romani.
Ma la carica scadrà  tra due anni appena (il resto dell’Agcom nominata nel 2012) e il diretto interessato – come ha spiegato a tanti colleghi – non sarebbe “minimamente interessato” a lasciare la politica, ammesso che una pedina così poco “tecnica” ottenesse l’ok del Pd.
Si è ritirato ieri dalla corsa Roberto Sambuco (ex capo dipartimento Comunicazioni al ministero dello Sviluppo), mentre restano outsider Antonio Scino (ex all’Autorità  dei trasporti e all’Energia) e Raffaele Tiscar, da pochi giorni capo di gabinetto del ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, dopo aver lasciato Palazzo Chigi da vicesegretario generale con Renzi.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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L’IRA DEI MEDICI CONTRO MARONI: “BASTA PROPAGANDA, CHIUSURA DEI PUNTI NASCITA INSICURI”

Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

LETTERA DEGLI SPECIALISTI: “C’E’ IN GIOCO LA SICUREZZA DI MAMME E BAMBINI”

Sono preoccupati. “Perchè la Regione fa un passo avanti e due indietro”, dice Paolo Tagliabue, che presiede la sezione lombarda della Sin, la Società  italiana di neonatologia.
E delusi, “visto che in questo modo si perdono di vista le mamme e i bambini, a favore di strumentalizzazioni che non hanno nulla di scientifico”, aggiunge Patrizia Vergani che guida la Slog, la Società  lombarda di ostetricia e di ginecologia.
Sono le accuse che ginecologi e neonatologi lombardi lanciano al Pirellone: le due società  hanno scritto una lettera per rivendicare la chiusura dei punti nascita sotto la soglia dei 500 parti annuali.
Strutture che, si legge nel documento, “proprio a causa dello scarso numero di parti, non possono garantire competenze adeguate in situazioni di emergenza/urgenza nè standard di qualità  idonei a promuovere, sostenere e proteggere la fisiologia della nascita”.
La questione (annosa) risale al 2010. A un accordo siglato in conferenza Stato-Regioni, messo in pratica adesso, che prevede che i reparti di maternità  dove ogni dodici mesi nascono meno di 500 bambini, siano chiusi.
Motivo: facendo nascere così pochi bimbi, queste strutture – sprovviste di terapie intensive pediatriche e neonatali – non hanno l’esperienza e la “manualità ” necessaria a garantire la sicurezza, soprattutto in caso di emergenza improvvisa.
Una conclusione condivisa da tutti gli esperti, anche sulla base di studi internazionali. Ma che in Lombardia – dove le maternità  sotto la soglia sono sette: Angera, Gravedona, Chiavenna, Sondalo, Piario, Casal Maggiore e Broni-Stradella – ha fatto scattare la rivolta degli abitanti delle zone dove ci sono le strutture a rischio.
Ad Angera, addirittura, le mamme hanno occupato l’ospedale, chiedendo il mantenimento del reparto di maternità .
Un malcontento che, nell’anno elettorale, il Pirellone non può permettersi: di qui, la discesa in campo della giunta Maroni, che ha chiesto al ministero della Salute di avere delle deroghe in modo da tenere aperte le strutture.
L’ok è arrivato però solo per Sondalo (visto che è l’unica struttura in un’estesa zona montana) e per uno tra i due presidi di Gravedona e Chiavenna.
Palazzo Lombardia, però, non si è arreso: nei giorni scorsi ha presentato un nuovo progetto che prevede di far ruotare le equipe dei medici tra i vari presidi, in modo da far fare ai sanitari esperienza, per due o tre mesi, anche in strutture più grandi. Aumentando così la sicurezza delle strutture, tenendole tutte aperte, e accontentando i pazienti-elettori.
A questa proposta il ministero della Salute deve ancora rispondere. Nel frattempo, però, la contrarietà  degli esperti è netta. Perchè la decisione di chiudere le strutture piccole “è basata su standard scientifici: non si può confondere la sicurezza con la politica”, ribadiscono Tagliabue e Vergani.
Nel loro documento, la Sin e la Slog esprimono tutta la loro “preoccupazione per una possibile riapertura di punti nascita di piccoli dimensioni che non garantiscono i principi essenziali di sicurezza e necessitano di risorse che indeboliscono le strutture più grandi già  ai livelli minimi degli organici”.

Alessandra Corica
(da “La Repubblica”)

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LA TURBINA CHE POTEVA SALVARE L’ALBERGO ERA NEL PAESE ACCANTO

Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

I MEZZI PER LIBERARE LE STRADE ERANO STATI INVIATI IN ALTRE AREE

Il mezzo per liberare la strada che portava all’hotel Rigopiano c’era. A venti chilometri di distanza. Ma è stata dirottata altrove. È quanto riporta un articolo di Fabio Tonacci su Repubblica.
La turbina spazzaneve c’era. Il mezzo che avrebbe potuto liberare la strada dell’hotel Rigopiano prima della valanga era là , vicinissimo. A una ventina di chilometri dall’albergo. Per tutta la mattina e il pomeriggio del 18 gennaio ha viaggiato tra i comuni di Penne e Guardiagrele, triturando migliaia di tonnellate di neve.
Sarebbe bastato che qualcuno, dalla Prefettura, l’avesse deviata per tempo su Farindola e forse le cose sarebbero potuto andare diversamente. Forse. Ma è un fatto: la turbina che il presidente della Provincia cercava disperatamente durante quel giorno di terremoti e slavine, era già  là .
Il mezzo, si tratta del modello Fresia F90 ST, è considerato uno dei più potenti ed efficaci di Anas. Ed è stato usato dal Centro di coordinamento dei soccorsi su alcuni tratti non statali “tra Guardiagrele, Bucchianico, Fara Filiorum Petri, Penne Pianella”. Ma non viene utilizzata per liberare la strada che collega l’hotel Rigopiano, scrive sempre Repubblica.
La Provincia sulla carta ne avrebbe due (di turbine, ndr): una piccola a Passo Lanciano, e un camioncino polivalente Unimog che d’estate serve per tagliare l’erba e d’inverno la neve. Solo che dal 7 gennaio questo è fermo in officina, con la trasmissione rotta: per ripararla servono tra i 10 e i 25 mila euro. «Soldi che non abbiamo e non sappiamo dove trovare», ammette Di Marco.
«La riforma Del Rio ci ha lasciato senza risorse, pur mantenendo su di noi la competenza su scuola e viabilità .
Ma i dubbi sulla reattività  degli interventi sono tanti.
Nel primo pomeriggio l’hotel Rigopiano ha inviato una mail con posta certificata a provincia e prefettura. Serve del gasolio per il generatore e viene poi specificato che i clienti sono impauriti
Una lampadina si dovrebbe accendere nella testa di chi sta coordinando i soccorsi, ossia l’ufficio del prefetto. Non foss’altro perchè la sorella di Roberto Del Rosso, il proprietario, è piombata nel palazzo per chiedere informazioni sullo sgombero della provinciale. E invece non succede niente: la prefettura di Pescara lascia la turbina a lavorare lungo la statale 81. Questione di priorità .
Quando la Fresia ha terminato le operazioni e rientra a Penne viene subito fatta riuscire, riporta sempre Repubblica secondo cui i due operatori “si alterneranno ai comandi per 12 ore” nei venti chilometri che devono percorrere per arrivare all’hotel.

(da “Huffingtonpost”)

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L’HOTEL RIGOPIANO E LA STORIA DELL’ALLARME IGNORATO

Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile

CI SAREBBE LA COINCIDENZA CON UNA SMENTITA DEL DIRETTORE DELL’ALBERGO QUALCHE MINUTO PRIMA ALL’ORIGINE DELL’EQUIVOCO

Una operatrice della Protezione Civile avrebbe respinto la segnalazione di Quintino Marcella, a cui Giampiero Parete avrebbe telefonato subito dopo che la slavina aveva ricoperto l’Hotel Rigopiano sostenendo che si trattasse di una falsa notizia.
La storia era già  stata raccontata nell’immediatezza della tragedia, ma oggi ci torna su Il Messaggero aggiungendo molti dettagli sull’accaduto e spiegando che potrebbe essere lei la prima indagata.
«Ancora questa storia? Abbiamo verificato, abbiamo sentito l’albergo, la notizia è stata smentita, è una delle tante bufale di questi giorni», avrebbe detto alle 18 e 20 di mercoledì 18 l’operatrice a Quintino Marcella dalla sala operativa della Protezione Civile della Prefettura di Pescara, scatenando la reazione dell’uomo.
Il nastro della conversazione, registrato dal centralino del 113, servirà  a fare chiarezza sull’accaduto. Racconta oggi Paolo Mastri sul quotidiano romano
La voce è quella di una donna e le procedure di identificazione, attraverso il registro delle 15 persone in turno in quel momento sono già  in corso.
C’è una traccia che aiuterà  gli investigatori e arriva da un altro brano di conversazione. Quando Quintino Marcella si rende conto di essere stato preso per un mitomane insiste e dice: «Non può essere una bufala, c’è il mio amico Giampiero Parete lassù, ho parlato con lui, è una persona seria, lo conosco».
«Anche io lo conosco — replica l’operatrice -, conosco la famiglia: non vuol dire, è uno scherzo di pessimo gusto». La famiglia Parete gestisce a Pescara un’avviata pasticceria, dettaglio che restringe il campo dei sospetti a una donna piuttosto pratica della città .
È agghiacciante, a tragedia avvenuta, riascoltare i pochi minuti di quella telefonata surreale. Marcella esordisce con tono concitato: «Mi ha chiamato un mio amico, è crollato l’Hotel Rigopiano, ha moglie e figli là  sotto, ci sono altre persone!».
Più che il contenuto, è raggelante il tono della risposta: sprezzante, non venato da un’ombra di dubbio. Tanto che sulle prime è la certezza di Quintino Marcella a vacillare: «…. Ma come? Se il mio amico ha detto che l’albergo è crollato deve essere così». La risposta è tranciante: «Mi dia il numero, lo chiamo io».
E qui Marcella fa un’obiezione che nel contesto suona equivoca: «Guardi che lassù non prende bene, cade la linea». «Allora è uno scherzo», risponde l’operatrice. «Uno scherzo del genere con il suo telefono?», prova a farla ragionare l’interlocutore. «Glielo avranno preso per fare uno scherzo». Fine della telefonata.
Fin qui la ricostruzione della telefonata da parte del Messaggero.
La reazione dell’operatrice però potrebbe essere considerata comprensibile se nel frattempo, come sembra dallo scambio tra i due, erano arrivate false notizie sull’hotel o su altre emergenze del genere poi rivelatesi farlocche.
In ogni caso Marcella torna a telefonare agli altri numeri dell’emergenza finchè la macchina delle operazioni non si mette in moto. Ma per capire se i soccorsi avrebbero potuto mettersi in moto prima bisognerà  comprendere l’esatta dinamica dei fatti.
Nell’articolo del quotidiano infatti si sostiene che la prima telefonata sia arrivata dopo le 17,40, ovvero dopo l’invio del messaggio Whatsapp di Parete a Marcella, e che i soccorsi erano comunque partiti alle 19,45.
Il direttore dell’albergo Bruno Di Tommaso, che si trovava a Pescara, ha messo comunque a verbale di essere stato contattato dalla sala operativa della Protezione Civile alle 17,40 (e quindi già  i tempi non combaciano), e di aver risposto “non mi risulta” alla domanda se l’hotel fosse crollato.
«Ma perchè quella domanda 35 minuti prima della chiamata di Marcella? Probabilmente una prima richiesta di intervento al 118 deve essere arrivata dai sopravvissuti prima del contatto tra Parete e Marcella, innescando il cortocircuito dell’equivoco», conclude il quotidiano.
La slavina potrebbe essere arrivata intorno alle 17 e non alle 17,30 come appare dalle ricostruzione: questo avrebbe innescato le prime telefonate con richiesta d’aiuto e poi la verifica con il proprietario dell’hotel. Questo spiegherebbe — e giustificherebbe — l’apparentemente inumana risposta dell’operatrice. Ma proprio quel ritardo avrebbe impedito il decollo degli elicotteri per l’emergenza, sempre secondo quanto scrive il Messaggero nell’articolo di Valentina Errante.

(da “NextQuotidiano”)

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