Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
UNA CITTA’ LIBERA DALLA PAURA DOVE IL VIVERE INSIEME E’ IL MIGLIORE ANTIDOTO A OGNI ESTREMISMO
Ballarò, cuore antico di Palermo. Mercato da oltre 1000 anni, ferite di guerra e meraviglie Unesco. Nelle vie dai nomi arabi puoi sentirti a Tunisi o Lagos.
Oppure immaginare i vicoli della Palermo dei beati paoli.
Perchè Ballarò è Palermo e Palermo è tutto questo, ed è qui, tra questi vicoli e queste strade, che bisogna cercare il miracolo e l’anomalia.
Qui dove il migrante non fa paura e dove si misura e si tocca con mano un modello completamente diverso di accoglienza e di integrazione, un modello vincente e in controtendenza con il resto del Paese.
In queste strade si è registrata la disfatta completa della paura che alimenta i consensi elettorali della Lega e dei fautori dello scontro di civiltà .
Negli stessi seggi elettorali ospitati in scuole in cui colori e lingue si mescolano, nelle aule dove il figlio del migrante e quello del professionista siedono nello stesso banco.
Più di ogni altra cosa è qui che bisogna ricercare la differenza tra la vittoria di Leoluca Orlando e quanto avviene nelle altre città del Paese.
Dove altri sindaci, anche autoproclamatisi progressisti, parlano di sicurezza e telecamere cercando di arginare paure e angosce, e di fatto alimentandole, qui il sindaco va al porto ad accogliere le migliaia di migranti sopravvissuti alla rotta mortale del Mediterraneo.
Dove altri sindaci delegano sicurezza e gestione a questure e prefetture, qui il sindaco imposta nel discorso dell’accoglienza e dell’apertura un pilastro della sua narrazione. E vince proprio nei quartieri in cui questa narrazione si fa concreta pratica grazie ad uno sforzo che vede protagonisti reti sociali, volontariato laico e confessionale.
Nella città della Carta di Palermo, un documento che parla di diritto alla mobilità e cittadinanza piena, la scommessa più grande era resistere alle pulsioni securitarie. Declinare l’accoglienza e l’integrazione come elementi centrali per la sicurezza, il vivere insieme come antidoto ad ogni forma di violenza.
Questa è la grande scommessa che a Palermo si sta vincendo, prima nelle vie, nelle scuole, nei luoghi di socialità e dopo nelle urne.
Un ribaltamento del discorso, oramai imperante, basato su migranti-ordine pubblico-sicurezza.
Sarebbe esperienza da studiare e analizzare, in una città dove la santa alleanza Meloni-Salvini si ferma al 2% nonostante, o forse grazie, ad una campagna prefabbricata giocata su insulti al sindaco che parla di città europea, mediorientale, mediterranea e culminata con un crescendo di insulti volgari.
La stessa campagna che in altre città ha portato frutti e che a Palermo si è trasformata in una Waterloo.
Un rapido sguardo ai dati elettorali è il modo migliore per capire la portata di questo ribaltamento.
A Ballarò e in tutto il centro storico. Dalla via Ponticello con le insegne in tre lingue (italiano, arabo, ebraico) alla piazza che ospita una moschea, dai palazzi ristrutturati dalla buona borghesia cittadina in via Alloro ai vicoli dove ancora visibili sono le ferite delle bombe americane e del — più devastante — sacco edilizio della città . Ovunque la paura non trova spazio nelle urne, ovunque pare passare forte il messaggio di una città consapevole della strada intrapresa e della propria anomalia.
Una ricetta che Palermo ha nel suo dna antico e che oggi appare quanto di più moderno si possa trovare in Italia. Una risposta che andrebbe conosciuta ben oltre i confini cittadini e che anticipa un possibile modello.
Di questo sarebbe opportuno parlare, ma siamo — forse — troppo distratti dalla beffa dell’ex Iena candidato di Salvini-Meloni e della sua docu-fiction elettorale.
Ottimo argomento per conversazioni da inizio estate e succulento piatto per gossip politico.
Ma se riuscissimo a non fermarci alle risatine e alle ire del duo sovranista scorgeremmo molto altro. Peccato se ne siano accorti per primi i reali d’Olanda, che proprio a Ballarò sono venuti a guardare questo miracolo contemporaneo, rispetto a molte redazioni nazionali.
Perchè in una città impaurita e divisa il virus della xenofobia trova il suo naturale terreno di coltura alimentando, a sua volta, zone grigie dove la violenza e il fanatismo trovano facilmente seguaci.
Palermo da questa paura sembra essere libera. Sono le comunità presenti in città che isolano fanatici e facinorosi. Ed è la comunità nel suo insieme che, parimenti, isola razzisti e untori condannandoli ad una insignificanza sociale e, quindi, elettorale.
E una città libera dalla paura è una città che si apre al mondo, segnando una strada originale per l’Europa.
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Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
UN ALTRO “MODELLO LOMBARDIA” LEGHISTA SI RIVELA UN BLUFF… L’AUTOSTRADA TRA VARESE E BERGAMO NON E’ NEANCHE A META’ DELL’OPERA
Dopo le corsie per mesi semivuote della Brebemi, un altro duro colpo si abbatte sulla
grandeur autostradale lombarda.
La procura di Milano ha infatti chiesto il fallimento di Pedemontana, società controllata attraverso Serravalle dalla Regione e partecipata tra gli altri da Intesa e Ubi, che è responsabile della costruzione e della gestione dell’omonima arteria. L’autostrada secondo i progetti originari dovrebbe collegare la provincia di Varese a quella di Bergamo passando a nord di Milano. Ma dopo anni non si è nemmeno a metà dell’opera. E ora, se il tribunale accoglierà la richiesta dei magistrati, il rischio è che i lavori non finiscano proprio più.
Non ci sono le condizioni per garantire le continuità aziendale, hanno infatti messo nero su bianco i pm Roberto Pellicano, Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, che sulla società hanno aperto nei mesi scorsi un’indagine per falso in bilancio.
Tra i problemi ci sono quelli già evidenziati l’anno scorso da Antonio Di Pietro, l’uomo fortissimamente voluto dal governatore Roberto Maroni per risollevare le sorti della Pedemontana, di cui è stato presidente fino allo scorso aprile.
Stime di traffico completamente sballate, un piano economico finanziario che non sta in piedi e i prestiti delle banche da rinegoziare.
Tanto che l’ex pm di Mani Pulite lo scorso ottobre in audizione al Pirellone era arrivato a dire che “al momento l’autonomia finanziaria è garantita fino a gennaio del 2018”.
La richiesta di fallimento si basa ora su diversi aspetti, tra cui i debiti: i 150 milioni verso la società controllante Serravalle, più i 200 verso Intesa, Ubi e le altre banche del pool finanziatore.
Ci sono poi alcune poste messe in attivo di bilancio, che i pm contestano perchè sarebbero sovrastimate, e i contenziosi in atto con l’appaltatore austriaco Strabag.
In sostanza, secondo la procura, la società va fatta fallire perchè più si va avanti più le cose andranno male, con la conseguenza che a metterci una pezza saranno i contribuenti, visto che il tentativo di realizzare l’opera soprattutto grazie ai fondi privati del project financing non è andato a buon fine.
Sulla volontà di portare a termine l’opera ereditata dal passato non ha mai avuto dubbi Maroni, che tra i motivi per una ricandidatura alla presidenza della Regione mette il desiderio “di vederla finita e inaugurarla”.
Le opposizioni sono invece state sempre critiche, in particolare il M5S che per voce del consigliere regionale Gianmarco Corbetta fa notare come “da tempo immemore chiediamo di studiare una exit strategy a fronte di un project financing sballato che è stato sonoramente bocciato dal mercato. Si prenda finalmente atto che non esistono alternative allo stop di Pedemontana e si punti finalmente sul potenziamento del trasporto pubblico e della rete stradale ordinaria esistente”.
Analoghe le preoccupazioni del Pd: “Pedemontana avrebbe dovuto sostenersi esclusivamente con fondi privati e con la finanza di progetto — dice il capogruppo al Pirellone Enrico Brambilla — ma rischia di essere un’ulteriore idrovora di soldi pubblici”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
META DEI PELLEGRINAGGI DI SALVINI, IL QUARTIERE DI EDILIZIA POPOLARE DI GENOVA DELUSO DALLA SINISTRA IN REALTA’ SI E’ RIFUGIATO NELL’ASTENSIONE… BUCCI HA VINTO NEI QUARTIERI BENE DEL LEVANTE
Una dele storielle che i Bucciboys leghisti tendono ad accreditare in queste ore è quella di aver vinto nei quartieri popolari di Genova. In questa narrazione fantasiosa l’emblema sarebbe il degradato quartiere della case popolari del Cep di Prà , dove i leghisti avevano portato in processione il re del selfie perchè gli abitanti potessero toccarne le vesti.
Chiariamo subito quello che dicono i dati: il centrodestra ha stravinto nel Levante di Genova e nei quartieri “bene” della città , in centro e in valbisagno.
Nel ponente zone “povere”, ha prevalso il candidato del centrosinistra di stretta misura. Ma per un motivo mlto semplice: ha votato solo il 42% dei genovesi, l’elettore di sinistra, deluso dal partito a livello nazionale e locale, non è andato a votare.
Detto per inciso: quello che, a parti invertite, era successo 5 anni fa, quando prevalse Doria e furono gli elettori di centrodestra a starsene a casa.
E arriviamo al Cep di Prà dove su oltre 5.000 abitanti hanno votato solo in 1.518 elettori, pari al 27,7%. Qui la Lega ha raggiunto il 20% contro una media comunale del 13%, ma questo 20% è sul 27,7%, quindi di fatto corrisponde a un 5,5% sul numero reale degli abitanti.
Tutto salvo che una “straordinaria vittoria” come vorrebbero far apparire i menestrelli di corte.
Quali i motivi della diaffezione al voto?
Li spiega bene un articolo di “Repubblica”
Non ha votato Roberto, pensionato, che esce di casa solo per andare in farmacia e alla posta. «A che serve?», dice. «Qui siamo dimenticati». E nemmeno Luca, che lavora nel tabacchino in via II dicembre. «Non mi interessa la politica, per quelli come noi non cambia niente».
Non è andata al seggio una signora che aspetta il bus davanti alla Ekom. E nemmeno una ragazza con i capelli sfatti, che cammina accanto a un’aiuola spelacchiata piena di spazzatura. «La nostra vita è questa, uno schifo». Roberto Basile, 39 anni e un tatuaggio sul collo, è arrivato al Cep quando c’erano ancora i ponteggi ai palazzi. «Qui non esistiamo: non riparano gli ascensori quando si rompono, non puliscono le strade. Ci sono carcasse di motorini e materassi abbandonati da mesi. Dovrebbero curare ‘sti posti, non Albaro e Quarto».
Davanti alla sede del comitato di quartiere Ca’ Nova c’è il presidente Nicolò Catania, 84 anni. Vive al Cep dal 1978 : «Le parti collinari sono abbandonate a se stesse. Il voto alla Lega è un segnale: se noi non costruiamo qualcosa, chi ha vinto continuerà a vincere». Dentro il civico 30 di via II dicembre c’è Giovanni Ragazzo, 74 anni, responsabile dello Spi-Cgil. Di destra vuole parlare poco. «Prendono voti dando la colpa agli stranieri. Ma è il Pd che deve guardare a sinistra e pensare alla povera gente». Nel piazzale si aggira intanto un signore con una canottiera da basket. «Qualcuno vuole un’orata?», chiede. Si chiama Giuseppe Atzeni, ha 53 anni e da quando ha perso il lavoro fa il pescatore. Guarda il civico 30, con nostalgia. «Era davvero una bella sinistra quella del Pci. I giovani partecipavano, la gente era unita». Alla fine, lo dice come una colpa. «Non ho votato. Ma mi sono già pentito».
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Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
TUTTE LE BALLE XENOFOBE CHE NON REGGONO ALLA VERITA’ DEI DATI
Il ministro dell’Interno ha invertito la rotta dell’aereo che l’avrebbe dovuto portare negli
Usa per far rientro immediato a Roma. Uno pensa che l’Italia stia per diventare come il Venezuela, che le piazze stiano per esplodere, che chissà quali minacce oscurino il futuro del Paese.
Niente di tutto questo, per fortuna. Il precipitoso rientro al Viminale del ministro Minniti è dato da quella che viene vissuta come una inquietante escalation degli arrivi sulle nostre coste di migranti italiani.
La sicurezza è minacciata, l’invasione è in atto, e era ora che se ne accorgesse anche il governo, si affrettano a proclamare leghisti e simili.
L’invasione: uno dei punti di forza dell’era della post verità , una gigantesca fake news spacciata per realtà . L’Italia sta per essere invasa, così come l’Europa.
Niente di più falso.
Su questa narrazione si sta radicando una psicologia securista trasversale agli schieramenti politici, dai Cinque Stelle alla Lega, e ora anche il Pd che fa proprio il concetto coniato dall’attivissimo ministro dell’Interno secondo cui “sicurezza è un concetto di sinistra”.
E chiunque prova a contestarne, dati alla mano, che l’Italia sia “invasa”, viene messo all’indice o fatto fuori da sindaco, come è successo a Giusi Nicolini a Lampedusa.
Papa Francesco, inascoltato, ripete in ogni dove che dietro ai numeri ci sono esseri umani, donne, uomini, bambini, una umanità sofferente che fugge dall’inferno di guerre, pulizie etniche, regimi sanguinari, disastri ambientali, povertà assoluta.
Pur di avere una chance per il futuro, la maggior parte di queste persone affidano la loro vita ai trafficanti di esseri umani, e per molti la vita si conclude sul fondo del mar Mediterraneo, divenuto il “mar della morte”, o asfissiati in container sovraffollati sulla rotta balcanica.
Mi permetto di dire che una parola nobile non è “sicurezza” ma, a mio avviso, “legalità “. E che la più grande dimostrazione di come sia possibile coniugare valori universalisti, come la solidarietà e il rispetto della dignità della persona, con il principio di legalità , la dimostrazione di come sia ancora possibile coniugare idealità e concretezza è rappresentata dalla straordinaria esperienza dei corridoi umanitari dei quali associazioni della società civile italiane sono state protagoniste.
Invece di impegnarsi a moltiplicare questi corridoi e a battersi a Bruxelles perchè assuma e moltiplichi questa esperienza, si preferisce affrontare il tema migranti con una fallimentare concezione emergenzialista.
Certo, parliamo di persone e non di numeri, ma a volte anche i numeri possono essere utili per smontare una narrazione che, per una manciata di voti, parla alla pancia del Paese.
E a quanti insistono, convinti, non a torto purtroppo, che se ripetuta dieci, cento volte, un bugia diviene verità , consiglierei di guardare con attenzione e rispetto alla storia di un piccolo Paese mediorientale, che nella sua storia ha conosciuto la pesantezza di guerre civili, ferite profonde non ancora completamente rimarginate; un Paese che non ha risorse petrolifere o di gas, che non è ricco come le petromonarchie del Golfo, ma che con grande dignità , e senza mai gridare all’invasione, si fa carico di un esodo biblico: questo Paese è il Libano.
Un Paese di 4 milioni di abitanti che ormai da tempo si fa carico di 1,5 milioni di profughi provenienti dalla vicina, martoriata, Siria.
Non c’è bisogno di essere un Nobel per la matematica per fare una proporzione proiettandola su scala italiana, spagnola, francese, tedesca e via elencando tutti i Paesi dell’Unione.
Dicono: “Vengono tutti in Italia!”. Falso.
In realtà , la maggior parte dei migranti non si “imbarca” per l’Europa. Degli oltre 65 milioni di persone costrette alla fuga nel 2015, l’86% è rimasto nelle aree più povere del mondo: il 39% in Medio Oriente e Nord Africa, 29% in Africa, 14% in Asia e Pacifico, 12% nelle Americhe, solo il 6% in Europa.
In Italia si trovano 118.000 rifugiati (ovvero 1,9 ogni 1000 italiani) e 60.000 richiedenti asilo.
L’Italia è agli ultimi posti in Europa per incidenza dei rifugiati sulla popolazione totale. Rilanciano: “Sono pericolosi!”. In realtà , sono più vulnerabili che pericolosi.
Studi internazionali negano una corrispondenza diretta tra l’aumento della popolazione immigrata e le denunce per reati penali. Se sono molti i detenuti stranieri nelle carceri italiane (34%), è dovuto a fattori precisi.
Per esempio, a parità di reato gli stranieri sono sottoposti a misure di carcerazione preventiva o controlli molto più spesso degli italiani.
Insistono: “Li trattiamo meglio degli italiani. Accolti, serviti e riveriti. Mentre gli italiani faticano ad arrivare a fine mese e molti non hanno una casa, gli immigrati alloggiano in hotel e ricevono 35 euro ogni giorno. Tutti soldi sottratti a bisogni primari di molti cittadini italiani…”.
Altra “sparata”. In Italia, il sistema di accoglienza è gestito dal Ministero dell’Interno e comprende centri di prima e seconda accoglienza.
L’insieme delle strutture ordinarie e dei servizi predisposti dalle autorità centrali e dagli enti locali è largamente insufficiente, tanto che più del 70% dei richiedenti asilo è attualmente ospitato in strutture temporanee e straordinarie.
La carenza di posti è aggravata anche dalle lungaggini burocratiche che protraggono i tempi di permanenza delle persone all’interno delle strutture, togliendo spazio ai nuovi arrivati.
Il risultato è che i centri sono sovraffollati, con personale, strutture e servizi insufficienti a rispondere ai bisogni dei migranti e delle comunità di accoglienza.
Riguardo ai 35 euro, questi soldi non vanno in tasca ai richiedenti asilo, ma agli enti che si occupano della gestione dei centri e ne sostengono i costi (affitto delle strutture, salari per gli operatori, vitto e servizi di base per gli ospiti).
In media, solo 2,5 euro al giorno – il cosiddetto “pocket money” – vengono corrisposti direttamente al richiedente asilo per le sue piccole spese quotidiane (ricariche telefoniche per chiamare i parenti nei paesi d’origine, acquisti di generi alimentari e non, etc…). Questi fondi per l’accoglienza vengono peraltro stanziati in parte rilevante dall’Unione Europea.
Quelli più “aperti”, suggeriscono: “Aiutiamoli a casa loro. È un errore continuare ad accogliere persone provenienti da Paesi poveri. Da noi non troveranno un futuro migliore. L’unico intervento ragionevole è mandare gli aiuti nei loro Paesi: solo così si eviterà che masse di poveri invadano l’Europa”.
In realtà , la comunità internazionale da decenni si pone come obiettivo di eliminare la fame e la povertà estrema ma, nonostante sforzi e investimenti, i risultati sono ancora insufficienti.
Gli aiuti internazionali da soli non bastano a consentire il rientro a casa in sicurezza di chi fugge da conflitti, persecuzioni e violenza, e in alcuni contesti l’instabilità è tale che non esistono le garanzie minime di sicurezza per mantenere programmi di assistenza.
Queste e altre falsità imposte come “verità “, sono smantellate da Medici Senza Frontiere, l’organizzazione internazionale che dà assistenza medica dove c’è più bisogno, ha lanciato la campagna online “Anti-slogan”, un’iniziativa che punta a sfatare le dieci leggende sulla migrazione con risposte e dati “basati sulla realtà dei fatti, per diffondere un’informazione corretta e senza preconcetti”.
Intanto, costruttori di muri e di frontiere blindate in giro per il Vecchio Continente, continuano a suonare campane a morto: l’Europa è invasa!!!
Ebbene, tra il 1 gennaio e il 31 maggio 2017 sono arrivati via mare in Europa 71.080 migranti: e questa sarebbe una “invasione”?
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
LE SOLITE GIUSTIFICAZIONI PER NON ACCOGLIERE 60 RAGAZZINI: “IN COMUNE E’ IN DISSESTO, NON POSSIAMO PERMETTERCELO”… MA PAGA LO STATO, IL COMUNE NON PERDE UN EURO E IL DISSESTO L’HANNO CAUSATO LORO, NON CERTO 60 PROFUGHI-BAMBINI
«Non si tratta di essere razzisti, non lo siamo, ma non si può penalizzare un intero territorio e fare affari sulle spalle dei cittadini empedoclini. Vogliono distruggere un paese». Così parlò Ida Carmina sindaca di Porto Empedocle per il MoVimento 5 Stelle.
L’amministrazione comunale infatti ha deciso di opporsi all’apertura di un centro di accoglienza per migranti in paese. Il Comune di Porto Empedocle infatti, come tutti i comuni italiani, è tenuto a rispettare la quota di migranti da accogliere.
Ma la sindaca, facendosi portavoce delle istanze della sua comunità , non ci sta.
La questione era esplosa già a maggio quando i commercianti della zona dove avrebbe dovuto essere aperto il centro avevano scritto al sindaco al prefetto, al presidente della Regione, al presidente del Consiglio ed al ministro degli Interni per lamentarsi dell’arrivo dei migranti.
All’epoca i commercianti erano insorti spiegando che un comune in dissesto come Porto Empedocle non poteva certo farsi carico dei migranti.
Tutto questo anche se a pagare per l’accoglienza non è il Comune ma lo Stato tramite fondi assegnati dalla UE. Il Comune quindi non avrebbe costi, eppure secondo i commercianti il Comune “non può farcela”.
Ma l’invasione di migranti continua a preoccupare i cittadini empedoclini e la sindaca. Si tratta di ben 60 minori non accompagnati la cui presenza — secondo la sindaca — non è gradita per ragioni che vanno “dalla vocazione turistica del paese al dissesto economico del Comune, senza tralasciare il pericolo di tensioni sociali”. All’AdnKronos la sindaca ha spiegato che se i migranti dovessero arrivare a Porto Empedocle la sensazione che ne avrebbero i cittadini sarebbe quella di uno Stato che “aiuta i migranti e non loro, con tutti i rischi di tensioni sociali che ne possono derivare”.
Ma la verità è che il dissesto è stato dichiarato dalla sindaca (eletta nel 2016) a causa dei debiti contratti dalle precedenti amministrazioni, ovvero dagli stessi empedoclini. Cosa c’entrano i migranti? Cosa c’entra lo Stato?
Secondo la sindaca “vogliono distruggere il paese” e il fatto che il centro debba sorgere in una struttura che si trova alle spalle di una scuola media e di una delle vie centrali del paese rappresenta un problema. I minori migranti potrebbero addirittura “costituire delle bande giovanili” e “gireranno senza far nulla”.
C’è da dire che però i minori non resterebbero a lungo in paese visto che la permanenza massima nel centro è di 60 giorni. La Carmina inoltre si è scagliata contro il titolare della cooperativa che gestisce l’accoglienza denunciando come il sistema generi business e non di solidarietà .
Nessuno è razzista ma “c’è il business”, “sono troppi”, “prima gli italiani” sono tutte giustificazioni già sentite.
Certo, a Porto Empedocle fanno più male perchè si parla di bambini e ragazzi, tra l’altro sbarcato in Italia senza genitori (vuoi perchè sono partiti da soli, vuoi perchè li hanno persi durante la traversata).
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
MENO SI DICHIARA E PIU’ LO STATO EROGA PRESTAZIONI… TUTTI I DATI DI UN SISTEMA FISCALE CON TROPPE FALLE
Nel 2016 gli italiani hanno dichiarato ai fini del pagamento dell’Irpef (per l’anno 2015)
redditi per 832,9 miliardi. Di questi ben 455 sono erogati dallo Stato: 325 circa per pensioni, prestazioni assistenziali, sostegno al reddito e rendite Inail e altri 130 circa per stipendi della pubblica amministrazione.
In pratica gli italiani producono da soli, senza l’aiuto dello Stato, meno della metà del reddito totale.
Le dichiarazioni presentate lo scorso anno confermano la situazione di criticità del nostro impianto fiscale per due motivi: da un lato, lungi dal far emergere i redditi, il sistema «incentiva» a dichiarare il meno possibile per beneficiare di una numerosissima serie di agevolazioni e benefici collegati al reddito, con un Isee aggirabile sulla base del quale meno si dichiara e più Stato, regioni ed enti locali, erogano prestazioni basandosi quasi esclusivamente sui dati reddituali ed in assenza di una banca dati nazionali dell’assistenza.
Secondo motivo, le alte aliquote sui redditi e sull’Iva incentivano a pagare in modo irregolare. Come più volte abbiamo sottolineato su queste pagine, per un Paese come l’Italia l’unica soluzione non può che essere l’introduzione del «contrasto d’interessi» tra produttori finali e consumatori.
È anche una strada per disinnescare l’aumento delle aliquote Iva. L’altra è lo scambio tra meno Irpef e più Iva, a tutto favore delle classi che le tasse dirette non le possono proprio evadere.
Complessivamente i contribuenti hanno pagato 171,71 miliardi di Irpef, ma considerando il bonus Renzi di 80 euro di cui hanno beneficiato ben 11.155.355 contribuenti (il 27,3% dei dichiaranti) per uno sgravio di 8,96 miliardi, la spesa effettiva si riduce a 162,75 miliardi.
E così accade che, per effetto del «bonus» il 45,5% circa degli italiani paga solo il 3,13% del totale Irpef, con una imposta media davvero bassa che si riduce da 53 a 30 euro per redditi fino a 7.500 euro, da 600 a 369 per quelli da 7.500 a 15.000 euro e da 1.662 a 1.371 nella fascia da 15.000 a 20.000 euro.
Considerando anche i redditi da 15 a 20 mila euro in pratica il 59,84% dei cittadini paga 17,1 miliardi (il 10,51% del totale) ma ne riceve per la sola sanità 50,13.
Queste sono le medie, ma chi paga effettivamente l’Irpef?
I contribuenti sono suddivisi in tre categorie: i dipendenti, gli autonomi e i pensionati.
Su un totale di Irpef versata di 172 miliardi, i lavoratori dipendenti ne pagano 103 pari al 60% del totale (il conto si riduce a 94 miliardi, pari al 56,7% al netto del «bonus»).
Pur essendo 17 milioni secondo il censimento Istat, rappresentano poco più della metà dei contribuenti complessivi arrivando a essere 20.880.245, ma rappresentano ben il 54% di quanti dichiarano redditi positivi (16,797 milioni su 30,879 milioni).
Si può quindi affermare che il 100% dei dipendenti (forse loro malgrado) sono «fedeli contribuenti».
In termini di classi di reddito, troviamo 20.115 persone con redditi dichiarati oltre i 300 mila euro, che pagano pro capite una imposta di ben 183.989 euro l’anno, somma che corrisponde a quella versata da ben 622 lavoratori con redditi da 0 a 15.000 euro.
Giusto per rendere evidente la situazione, questi lavoratori, pari allo 0,10% dei contribuenti pagano più tasse del 37,6% di quelli con redditi fino a 15.000 euro.
Passiamp ai lavoratori autonomi.
Qui è tutta un’altra musica; se ne stimano circa 7,5 milioni, ma i dichiaranti sono 5.115.540, (341.000 in meno rispetto al 2014) di cui solo 2,598 milioni presentano redditi positivi.
Ma di questi il 78% del totale dichiara redditi fino a 15.000 euro lordi l’anno e paga un’Irpef media di circa 173 euro.
Il successivo 15,4% di autonomi con redditi tra 15.000 e 35.000 euro paga un’Irpef media di circa 1.516 euro, ancora insufficiente per coprire i costi della propria sanità .
In pratica solo il 6,75% degli autonomi pari a 335 mila soggetti, paga imposte sufficienti a finanziarsi la sanità , mentre il restante 93,25% (non considerando i quasi 2 milioni che non risultano al fisco) è a carico di altri lavoratori. In questa categoria il livello di concentrazione delle imposte è il più elevato; il 6,75% paga il 72,% dell’Irpef di categoria e addirittura il solo 14,52% paga l’82,07% (contro il 36% dei pensionati e il 40% dei dipendenti).
E così il totale Irpef pagata da questi lavoratori è pari a 9,4 miliardi di euro cioè il 5,5% del totale del gettito Irpef del 2015, pur rappresentando il 12,5% dei contribuenti.
I pensionati
Sono 16,19 milioni di cui circa 8,2 milioni con prestazioni integrate o totalmente a carico della fiscalità e quindi non soggette a imposizione Irpef.
Tuttavia, poichè coloro che fanno la dichiarazione dei redditi sono 14,77 milioni e quelli che pagano almeno 1 euro di imposte sono 11,483 milioni, significa che una parte non modesta di «assistiti» (oltre 3 milioni) percepisce altri redditi oltre alla pensione o ha fatto la dichiarazione per portare in deduzione o detrazione le spese sostenute.
Nel 2015 i pensionati hanno pagato 59,6 miliardi di euro di Irpef pari al 34,7% del totale. Tra i dichiaranti il 45,4% pari a 6.700.000 pensionati, ha pagato un’Irpef media di 580 euro; su questo universo è prevista una no tax area fino a 7.500 euro di reddito l’anno per chi ha meno di 75 anni e fino a 7.750 euro per quelli over 75 (cifre aumentate dalla legge di Bilancio per il 2017).
Tra i pensionati, i redditi sono distribuiti in modo più regolare, con riflessi anche sul finanziamento della spesa sanitaria. Il 45,38% (identico alla media nazionale relativa a tutte le persone fisiche) paga solo il 6,52% dell’Irpef e il 36,64% paga l’81,16% dell’intera Irpef della categoria.
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO SEI ANNI CON CASA POUND, HA PREFERITO VINCERE CON IL CENTRODESTRA PERCHE’ “CONTA GOVERNARE” PIU’ CHE LA COERENZA
“Le elezioni sono un fattore inclusivo, non esclusivo, e questo era chiaro a tutti fin dall’inizio. Una scelta, la nostra, che alla fine è stata premiata”. Il neo sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi, all’indomani del ballottaggio che l’ha visto vincere con il 53,5% di voti contro il candidato del centrosinistra Americo Di Benedetto, è soddisfatto e ben consapevole del peso mediatico della sua “impresa”.
“Sto ricevendo migliaia di chiamate, messaggi, richieste di amicizia su Facebook: non riesco a stargli dietro”, racconta Biondi.
E adesso, il “modello L’Aquila” sarà uno dei principali banchi di prova del centrodestra. A guidarla lo stesso Biondi che, con alle spalle due mandati come sindaco di Villa Sant’Angelo, ha avuto come palestra politica il movimento di estrema destra CasaPound.
Sindaco Biondi, un commento sulla sua vittoria.
“Faccio politica fin da quando ero giovane, ai tempi del liceo: arrivare a fare il sindaco della mia città è una grandissima soddisfazione. Sono abituato a portare a termine le mie battaglie, anche e soprattutto quando ci sono delle difficoltà da superare. Qui all’Aquila il centrosinistra appariva vincitore, ma non ho mai ceduto”.
Ha incontrato o parlato con qualche big del centrodestra?
“L’altro ieri è venuta all’Aquila per festeggiare Giorgia Meloni, la leader di Fdi che ha puntato fin dall’inizio sul mio nome. Mi hanno chiamato Brunetta e Matteoli, Salvini ha cercato di contattarmi ma ancora non sono riuscito a parlarci. Non scherzo, avrò circa 3.500 messaggi a cui rispondere. Ho sentito anche Berlusconi: è molto contento, ha vissuto la mia elezione come una sua rivalsa. Sa, ci sono stati grandi tempi in cui all’Aquila veniva salutato come una vera celebrità …”.
Proprio Berlusconi, in una recente intervista, aveva parlato di “modello L’Aquila”. La sua vittoria può essere da esempio a livello nazionale?
“Sicuramente è la dimostrazione che quando il centrodestra è fatto di gente onesta, è unito e marcia compatto, diventa una valida e credibile alternativa alla sinistra. È un modello da esportare perchè nelle precedenti elezioni amministrative (2002 e 2007) il centrodestra si presentava spaccato. Magari ha giocato a favore la mia esperienza come sindaco di Villa Sant’Angelo, comune pesantemente colpito dal terremoto del 2009”.
Quindi un successo doppio, considerata l’emergenza terremoto?
“Certo. L’Aquila è un esempio anche dal punto di vista politico proprio per questo: c’è un’attenzione e una visibilità gigantesca sulla ricostruzione, in gioco ci sono energie e risorse economiche altissime. La gente è in difficoltà , le aspettative sono molto alte e il centrodestra darà le risposte giuste partendo dalla scuola al sostegno al commercio fino all’università e allo sviluppo del Gran Sasso”.
Lei è stato tesserato CasaPound dal 2011 al 2016: come mai ha poi deciso di abbandonarli proprio in vista delle elezioni
“Ho partecipato alle loro iniziative perchè ho riconosciuto una certa vivacità sociale e culturale. Dopodichè, quest’esperienza è diventata una croce a cui ciascuno vuole mettere il proprio chiodo. Le elezioni sono un fattore inclusivo, si fanno per andare a governare e per aggregare più gente possibile. Avevo detto a CasaPound di aprirci a più gente possibile, anche ad altre forze politiche, ma loro volevano fare una corsa in solitaria e io non ci sono stato. Con alcuni ho mantenuti buoni rapporti, con altri no. Ma questi sono veramente gossip politici: più che guardare al passato, guardiamo al futuro”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
FIGURA DI MERDA DEL SOLITO CAZZARO RAZZISTA CHE SU TRIPADVISOR RECENSISCE L’HOTEL NEGATIVAMENTE… LA RISPOSTA DEL DIRETTORE E’ DA INCORNICIARE: “RAZZISTA, SPERO DI NON RIVEDERLA MAI PIU'”
Dietro l’indignazione si cela razzismo. Un cliente di un albergo di Sarzana, in provincia di
La Spezia, ha pubblicato su Tripadvisor una recensione durissima nei confronti del titolare dell’hotel: “Mi sono recato per una sola notte… FORTUNATAMENTE hotel: vecchio, sporco e cosa più indecente ho pagato per dormire in una situazione degradata!!”.
A questo punto il cliente spiega le vere ragioni della sua indignazione: “Nella struttura erano presenti ben 31 “profughi” algerini che vivevano in questo hotel così tranquillamente che all’ingresso giocavano a domino e nella hole (hall, ndr) guardavano la TV algerina! Non aggiungo altro buon soggiorno a tutti!”.
Insomma, per l’indignato cliente il gestore avrebbe ospitato nel suo hotel più di trenta profughi algerini, colpevoli di “giocare a domino” di “guardare “la tv algerina”. Peccato che in questo caso l’indignazione sia l’altra faccia di un’indole razzista. Perchè, come ha spiegato lo stesso proprietario dell’albergo di Sarzana su Tripadvisor, i “profughi” in realtà erano i membri dell’equipaggio di una nave militare.
A uso di chi ci legge, la informo che quelli che lei definisce “profughi algerini” sono l’equipaggio di una nave militare che un cantiere navale della zona ha venduto alla marina algerina. Cinque navi per circa dieci anni di lavoro, 300 milioni di euro l’unità , l’equipaggio in formazione per un anno presso la Marina Militare Italiana alloggia presso la nostra struttura. Si tratta di professionisti qualificati alle tecnologie più all’avanguardia esistenti, alcuni ingegneri e, in questo ultimo periodo, sono presenti colonnelli algerini per assistere alla consegna ufficiale.
“Lasceranno la struttura nell’ultima settimana di giugno e, dopo un anno di soggiorno presso di noi, posso garantire dell’assoluta correttezza, dell’ottimo comportamento sempre tenuto (d’altronde sono militari in missione…), del rispetto manifestato verso tutto e tutti”, continua il paziente albergatore.
“Poi arriva un turista di livello inqualificabile come lei e si scandalizza perchè giocano a domino nella hall o guardano la tv algerina… Scommetto che lei, quando va all’estero si lamenta perchè trova gli spaghetti scotti o non trova il giornale del giorno…”.
La conclusione della sua risposta è da incorniciare: “Io non sono un cosiddetto “buonista” ma davanti a una recensione così insulsa e intrisa di stupido razzismo, non mi resta che soprassedere sperando di non rivederla mai più. Inutile dire, che segnalerò la sua recensione a Trip Advisor per propositi razzisti…”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
1) SOSPENDERE I VERSAMENTI DELL’ITALIA ALLA UE FINO A CHE TUTTI GLI STATI NON PRENDANO UNA QUOTA DEI PROFUGHI 2) NON ACCETTARE PIU’ LA “RICONSEGNA” DEI PROFUGHI RESPINTI ALLE FRONTIERE DEI PAESI CONFINANTI 3) CHIEDERE IL BLOCCO DEI FINANZIAMENTI AI PAESI CHE NON ACCETTANO LE QUOTE
Passo formale dell’Italia con la Commissione Europea sul tema dell’immigrazione. A quanto apprende l’Ansa, il governo avrebbe dato mandato al Rappresentante presso la Ue, l’ambasciatore Maurizio Massari di porre formalmente al commissario per le migrazioni Dimitris Avramopoulos il tema degli sbarchi in Italia.
Messaggio consegnato alla Commissione: la situazione che l’Italia sta affrontando è grave, l’Europa non può voltarsi dall’altra parte.
È insostenibile, viene spiegato a motivare il passo italiano, che tutte le navi che fanno operazioni di salvataggio approdino in Italia. Altrimenti – sottolineano fonti diplomatiche del nostro Paese – si potrebbe arrivare a negare l’approdo nei porti per le navi che non battono bandiera italiana e non facciano parte di missioni europee.
Sono 76.873 i migranti sbarcati sulle coste italiane dal inizio 2017 a oggi, il 13,43% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso quando gli arrivi furono 67.773.
Ad aggiornare il dato è il Viminale, secondo cui i porti maggiormente interessati dagli sbarchi sono, nell’ordine, Augusta (13.000 sbarcati), Catania (9.620), Pozzallo (7.161), Palermo (5.799), Reggio Calabria (5.806), Vibo Valentia (5.299), Lampedusa (5.168), Trapani (4.742), Messina (3.902) e Crotone (3.224). Sempre dall’inizio dell’anno, i minori stranieri non accompagnati sbarcati sono 9.761.
Già in occasione dell’ultimo Consiglio europeo la questione dei migranti era stata portata sul tavolo di Bruxelles dall’Italia.
Tuttavia, al di là di impegni formali di aiuti all’Italia, oltre le dichiarazioni di sostegno da parte di Jean-Claude Juncker per la Commissione Ue e di Antonio Tajani per il Parlamento Ue, l’Italia non aveva ottenuto nulla di concreto.
Negli ultimi giorni la situazione sta precipitando. Oltre diecimila uomini, donne e bambini soccorsi in quattro giorni nel Mediterraneo centrale: l’esodo infinito dalla Libia non accenna a diminuire rischiando di far saltare l’intero sistema d’accoglienza e costringendo il ministro dell’Interno Marco Minniti, diretto a Washington per impegni istituzionali, a rientrare con urgenza in Italia per affrontare la nuova emergenza.
In un articolo pubblicato sul quotidiano la Stampa viene riportato come il Governo stia pensando a mini-tendopoli per l’accoglienza dei migranti.
All’esame del ministro ci sono due ipotesi: delle mini tendopoli (due per provincia in modo da non creare dei ghetti, sempre nell’ottica della distribuzione equa e diffusa) al ricorso alle caserme.
Non solo: si procederà a una verifica della potenzialità di accoglienza di tutti gli edifici pubblici in disuso, dalle scuole ai capannoni utilizzati in passato come magazzini.
Il piano d’emergenza prevede poi altri due punti:
Uno riguarda l’intensificazione della collaborazione con la guardia costiera libica, formata da nostro personale e dotata di 10 motovedette ristrutturate dall’Italia, e la guardia libica di frontiera, lungo i 5 mila chilometri al confine con Ciad e Nigeria. L’altro si concentra una maggiore collaborazione a livello europeo per stabilire che chi soccorre in mare deve poi farsi carico anche dall’accoglienza.
L’obiettivo del Viminale, insomma, è che anche Spagna, Francia, Malta, ma anche Olanda e Irlanda dopo aver recuperato in mare i migranti facciano la loro parte e li accompagnino sul loro territorio invece che sulle nostre coste meridionali.
Sono tutte misure inutili, a nostro avviso, perchè si continua a eludere il problema di fondo: in Europa ci sono Stati canaglia che non accettano le quote ma hanno un saldo attivo tra quello che versano e quello che percepiscono in aiuti comunitari tra i 6 miliardi e i 24 miliardi (parliamo ad es di Ungheria e Polonia).
Chi vuole restare nella Ue non ha solo diritti,, ma anche doveri, quindi la risposta dell’Italia deve essere dura: 1) basta coi versamenti, mai più un euro alla Ue fino a che gli altri Stati non accolgano almeno 150.000 profughi attualmente in Italia. 2) basta con l’accettare i profughi di ritorno: chi varca ad es il confine francese , svizzero o austriaco se intercettato ormai oltre il confine ci viene ugualmente riconsegnato. Ognuno si faccia carico dei profughi presenti sul proprio territorio: chi è riuscito a passare il confine è in territorio francese, svizzero o austriaco. 3) chi non accetta le quote non deve vedere più un euro di finanziamenti, se non gli sta bene fuori dai coglioni, la Ue ci ha solo da guadagnare se ne vanno.
(da agenzie)
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