Destra di Popolo.net

CRESCITA, TURISMO E AGROALIMENTARE: COSI’ LA SPAGNA SORPASSA L’ITALIA

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

NEI PROSSIMI ANNI GLI IBERICI SARANNO PIU’ RICCHI

In Spagna il titolo campeggia ovunque con punto esclamativo (e in italiano): «Sorpasso!».
A certificare quello che finora si era soltanto intuito attraverso indicatori, per così dire, informali, come la Champions League o il numero di turisti, arriva ora un dato solido quanto allarmante per l’Italia: gli spagnoli sono più ricchi di noi.
Gli abitanti della Penisola iberica hanno recuperato un ritardo storico, che sembrava consolidato e, quello che è peggio per noi, la distanza è destinata ad aumentare a nostro svantaggio.
Il Fondo Monetario parla chiaro: confrontando i Paesi sulla base della parità  del potere d’acquisto, la Spagna sarà  il 7% più ricca dell’Italia nei prossimi cinque anni. L’entità  della rincorsa è clamorosa, se si pensa che dieci anni fa l’Italia era il 10% più ricca e che la Spagna è stata sull’orlo del collasso negli anni della recessione. Complici del sorpasso, i prezzi spagnoli, che restano sensibilmente più bassi dei nostri e le proiezioni demografiche iberiche più basse delle nostre, con l’effetto di spalmare la ricchezza su meno abitanti.
I paragoni di Zapatero
La competizione tra i due grandi Paesi del Sud Europa non è nuova e svaria praticamente in tutti i campi. Anche per sottolineare presunti trionfi economici, si finiva spesso per sconfinare nel calcio, terreno comune, volenti o nolenti, tra i due Paesi: «Siamo nella Champions League delle potenze mondiali», disse in un famoso, quanto forse improvvido, discorso l’allora premier spagnolo Josè Luà­s Rodriguez Zapatero, aggiungendo. «abbiamo superato l’Italia».
Quello del «sorpasso», declinato significativamente in italiano, è stata un’ossessione dei politici iberici. Allo stesso modo, Matteo Renzi, che non ha mai amato l’omologo a Madrid, Mariano Rajoy, soffriva visibilmente i paragoni che vedevano i «cugini» uscire con molto più vigore dalla crisi, sottolineando il tallone d’achille degli altri: «Hanno la disoccupazione superiore alla nostra».
Centrali e spiagge
I terreni di scontro sono stati molti, l’attuale governo di Madrid, per dirne una, ha più volte criticato Enel e i suoi investimenti stranieri, per le sue presunte discriminazioni a favore degli italiani, nella chiusura delle centrali a carbone.
All’elenco si possono aggiungere gli ostacoli posti ad Atlantia nella partita sulle autostrade spagnole.
Altra sfida, per il momento persa, è quella del turismo, con la Spagna che ogni anno che passa batte record su record, l’anno scorso i visitatori stranieri sono stati 82 milioni quasi il doppio della popolazione residente.
Altra partita che ha visto sfidarsi le due nazioni mediterranee è stata quella dell’olio, con tanto di denuncia alla Commissione dei produttori italiani. Ma da quel punto di vista il sorpasso, in termine di volumi, già  si era verificato.
Da Madrid emerge ovvia soddisfazione, le buone notizie di questi tempi sono poche, visto che il nodo catalano continua a non essere sciolto e che il partito di governo continua a essere inseguito da scandali imbarazzanti.
In ogni caso, non si esulta pubblicamente: «Siamo contenti, ma non possiamo dirlo – scherza una fonte dell’esecutivo di Mariano Rajoy – l’Italia resta un grande Paese, ma la nostra crescita non si ferma».
A Washington una risposta al sorpasso la danno in molti: le riforme fatte in Spagna e meno in Italia, con i soliti rischi di conseguenze elettorali: «È un problema che non riguarda solo l’Italia, ma anche la Francia e la Spagna. Come dice un popolare politico europeo: il problema è attuare le riforme ed essere rieletti».

(da “La Stampa”)

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QUELLO CHE DI MACRON NON DICONO IN ITALIA E IL SONDAGGIO CHE GLI DA’ IL 42% IN CASO DI ELEZIONI

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

I DATI REALI DICONO CHE CON LE SUE RIFORME STA CAMBIANDO LA FRANCIA

Ho vissuto a lungo, anche di recente, a Parigi. Ho imparato che noi italiani ci raccontiamo Parigi e la Francia come ci pare. Che in tanti siamo ancora incollati alla mitologia che parte dal Maggio Francese e arriva a Mitterand e alle gambe di Carla Bruni.
Ci siamo fatti una idea. E quella resta. Anche se poi la Francia è differente.
Il caso Emmanuel Macron mi pare che confermi questo schema. Da noi, Macron è visto come un antipatico pieno di sè che ha molto Paese contro e che presto cadrà  sulla sua arroganza.
Si dice che è manipolato dalla moglie e si sghignazza sulla età  di lei (cosa che trovo insopportabile). Ora invece arrivano i dati.
Macron e il suo primo ministro Edouard Philippe stanno facendo riforme che cambiano la Francia.
In un Paese di fatto assistenzialista, Macron ha cambiato le regole del lavoro.
Nel paese del ’68, ha reso più arduo il percorso di iscrizione all’università  per garantire che a una laurea corrisponda un lavoro reale.
Nel Paese delle periferie da paura, ha ristabilito un minimo di sicurezza.
Nel paese dei privilegi, ha messo mano allo statuto dei ferrovieri.
Mentre noi ci raccontiamo che Macron, con le sue riforme, si è messo contro la Francia, c’erano solo 15 mila persone alla grande manifestazione contro di lui, giovedì scorso.
Il partito apolitico di Macron si chiama “En marche”. È guidato da trentenni che sono tutti specialisti di un tema.
E credono in quello che sono stati chiamati a fare.
È fatto da elettori trasversali che erano stufi di retorica. Dichiara cosa vuol fare. E poi lo fa. Mah. Nessuno da noi vuol prendere qualche spunto?
I sondaggi dicono che se si rivotasse oggi, Macron avrebbe il 42%.

(da “La Stampa”)

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BULLO DI 16 ANNI AVEVA UMILIATO RAGAZZINO DI 10 ANNI, I GENITORI SI VENDICANO PRENDENDOLO A SPRANGATE

Aprile 21st, 2018 Riccardo Fucile

ORA NON ROMPERA’ PIU’ I COGLIONI AL PROSSIMO

Un atto di bullismo ai danni di un bambino di 10 anni dietro una spedizione punitiva. La polizia ha denunciato per rissa, a Ragusa, i genitori albanesi di 42 e 36 anni del piccolo.
Il bullo si era pulito le scarpe sporche sul bambino e i genitori si sono fatti giustizia da soli all’interno di una sala.
Provvidenziale l’intervento di un poliziotto, libero dal servizio, che ha disarmato il padre il quale ha colpito ripetutamente con una spranga il sedicenne accusato del sopruso, anche lui denunciato.
E’ accaduto alle 22 , quando il poliziotto, passando in auto da via Colajanni, ha visto un uomo armato di mazza che picchiava un ragazzo mentre altri scappavano.
Si è fermato e ha bloccato l’aggressore, che ha gettato via la spranga. Accanto a lui c’era la moglie, armata anche lei di una stecca da biliardo, subito gettata a terra.
Nei giorni seguenti gli investigatori della squadra mobile hanno ricostruito l’esatta dinamica dei fatti grazie ai filmati di videosorveglianza e alle dichiarazioni dei testimoni.
La rissa è nata da un atto di bullismo del sedicenne ai danni del bambino che frequenta lo stesso quartiere.
Il ragazzo si è pulito le scarpe sulla faccia e sui vestiti del bimbo, che ha poi raccontato tutto ai genitori. Il padre, individuato il sedicenne, lo ha chiamato in disparte e lo ha preso a schiaffi davanti a tutti.
Sono volate minacce e l’uomo è andato via per poi ritornare, questa volta armato di spranga.
Mentre sferrava i primi colpi, il minore gli ha dato un colpo di casco in testa. Poi la madre del bambino ha impugnato la stecca da biliardo, minacciando i presenti perchè non si avvicinassero.
Marito e moglie sono stati denunciati alla procura di Ragusa, il sedicenne alla procura dei minorenni di Catania.

(da agenzie)

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MATTARELLA, IPOTESI MANDATO ESPLORATIVO A FICO

Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile

CAMPATA IN ARIA LA POSSIBILITA’   DI UN PREINCARICO A SALVINI CON UN CENTRODESTRA ALLA FRUTTA… FURBIZIE E SCENEGGIATE NON GRADITE AL COLLE

E adesso un paio di giorni di “riflessione”, per valutare la prossima mossa in questa crisi che pare infinita.
Perchè l’esplorazione è franata nell’ambito di una sceneggiata fatta di doppie parole e di doppi forni. E non certo per responsabilità  della presidente del Senato, che Mattarella ha ringraziato per la correttezza con cui ha svolto il difficile compito. In parecchi, tra i frequentatori del Colle, hanno notato, come proprio la Casellati sia diventata l’ingiusto bersaglio di leader che, con una certa improvvisazione, hanno scaricato su di lei (dopo) malizie e calcoli strategici sbagliati (prima).
L’esplorazione è franata nelle “doppie parole” di Salvini che aveva chiesto a Di Maio di avviare un tavolo di programma assicurando che, prima o poi, Berlusconi avrebbe mollato.
E nei doppi forni del leader pentastellato, che ha sempre usato il forno democratico solo per mettere fretta al suo unico, vero interlocutore, ovvero Salvini.
In questa commedia degli equivoci accade che Di Maio apprende dalla voce della Casellati che Berlusconi non avrebbe mai fatto un passo indietro. E a quel punto Salvini scarica tutto sulla condotta della Casellati.
Non proprio la condotta responsabile, corretta, rispettosa delle istituzioni che richiederebbe la situazione, col paese senza un governo e nemmeno senza una trattativa degna di questo nome a quasi 50 giorni dal voto.
E se c’è un punto fermo nel ragionamento di Mattarella è che il primo petalo della margherita delle opzioni è caduto: l’esplorazione fallita ha chiuso lo schema della trattativa tra centrodestra e Cinque Stelle.
Prima ancora che il centrodestra andasse in frantumi nelle dichiarazioni di giornata di Berlusconi e Salvini su “cessi” e alleanze, evocazioni del pericolo democratico a cinque stelle e strali contro il Pd.
E prima ancora che la trattativa (intesa come sentenza nel processo Stato-Mafia) piombasse sulla trattativa (intesa come negoziato sul governo).
Quell’ipotesi non c’è più. E con essa appare campata per aria la richiesta di avere un incarico, più propagandistica che reale, da parte di Salvini.
Perchè non si capisce come potrebbe riuscire dove la Casellati è fallita, visto che il quadro, semmai, è peggiorato.
Paradossalmente, ma neanche troppo, il macigno Berlusconi è diventato un elemento di chiarezza.
La sua storia ingombrante rievocata con la condanna di Dell’Utri ha favorito e favorisce una verifica nella verifica. Perchè è chiaro che azzera i bizantinismi politicisti dei due vincitori dimezzati, su appoggi esterni, sostegno senza entrare nel governo, passi di lato e passi indietro.
La sentenza – storica – dice che non solo la Trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato c’è stata, ma che ad averla fatta sono stati i boss mafiosi, tre alti ufficiali dei carabinieri e il fondatore di Forza Italia. Marcello Dell’Utri è in pratica l’uomo cerniera, la cinghia del volere mafioso nei confronti del governo presieduto da Berlusconi che si insedia nel ’94.
È evidente l’impatto di questa sentenza sulle consultazioni, dopo il fallimento conclamato dell’esplorazione.
Per i Cinque Stelle, ormai, è l’ora delle decisioni, nel senso che o Salvini rompe con Berlusconi o non ci sono più le condizioni per procedere.
E, al netto della propaganda, tutta l’incertezza della Lega e la prudenza a trasformare in strappo l’insofferenza verso l’alleato sta qui: anche se rompesse, Salvini si presenterebbe alla trattativa con Di Maio in posizione di debolezza, senza l’intero centrodestra, col suo 17 per cento e senza poter richiedere un incarico che, a quel punto, andrebbe a Di Maio.
Ecco. Se ci sarà  un fatto nuovo, evidente, in grado di rappresentare l’innesco di un negoziato serio di governo Mattarella non potrà  non tenerne conto.
Se ad esempio Salvini dicesse che l’alleanza con Berlusconi è rotta ed è disponibile a un governo con Di Maio.
O se dal Pd arrivasse la certificazione di una disponibilità  a un governo con i Cinque Stelle (ipotesi ancor più improbabile).
Se fatti nuovi non ci saranno il Quirinale certo non asseconderà  le furbizie tattiche e le sceneggiate di leader che litigano di giorno evocando il voto per poi ricominciare a parlare di notte su un eventuale assetto di governo.
È nelle cose un nuovo incarico esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico, con un perimetro diverso.
Ed è proprio questo l’oggetto della riflessione dei prossimi giorni: se conferire un mandato “totale” o circoscritto solo a Pd e Cinque Stelle. Non è un dettaglio.
E non è un dettaglio neanche che un punto fermo è stato comunque messo perchè di fatto la prossima settimana si chiude la finestra del voto a giugno, eventualità  che il capo dello Stato ha escluso sin dal primo momento.
L’altra che è esclusa è ottobre, perchè non è immaginabile che il paese possa precipitare verso elezioni anticipate quando va fatta la manovra economica.
Un governo va comunque fatto, anche per riportare il paese al voto in maniera ordinata.
Arriverà  il momento in cui il capo dello Stato compirà  la sua scelta solitaria offrendo un nome a forze politiche che non sono state in grado di rispondere alle attese dei cittadini.
E nessuno a quel punto potrà  dire che è un golpe, perchè Mattarella le avrà  provate tutte, ma proprio tutte.

(da “Huffingtonpost”)

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SEGNALI DI FUMO DAGLI SHERPA DELLA LEGA AI GRILLINI: “NON E’ IL MOMENTO DI STRAPPARE, DATECI TEMPO”

Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile

L’NCIUCIO PREVEDE DI ATTENDERE IL VOTO IN FRIULI E ADDOSSARE LA RESPONSABILITA’ DELLA ROTTURA A FORZA ITALIA

Matteo Salvini, indirettamente e dosando bene le parole, ha chiesto tempo.
Tempo perchè la sentenza Stato mafia conficca un paletto robusto, che apre crepe profonde nella sottile lastra di vetro sulla quale si muovono le interlocuzioni per il futuro governo. Ma ancora non la manda in frantumi.
Nella girandola di messaggi intercorsa tra il segretario della Lega e Luigi Di Maio (prima che la corte di Palermo si pronunciasse), le posizioni sono rimaste interlocutorie.
Per il cortocircuito di ieri, certo. Ma soprattutto dopo le notizie arrivate dalla Sicilia, è stato tirato il freno a mano. Il capo politico dei 5 stelle ha lanciato nella rete un tweet tanto netto quanto prudente: “La trattativa Stato-mafia c’è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica”.
Roberto Fico gli ha fatto eco su Facebook: “Giorno di straordinario valore morale”. Ma un primo dato politico è stato registrato: la combinazione tra gli insulti mattutini (“I 5 stelle a Mediaset pulirebbero i cessi”) e la dura condanna comminata al sodale Marcello Dell’Utri, ha posto una pietra tombale su qualsiasi possibile dialogo con Forza Italia.
Cade la presenza al tavolo programmatico, anche fosse per interposto Salvini, frana qualsivoglia ipotesi di appoggio esterno.
“La sentenza di Palermo è molto più grave delle intemerate di Berlusconi — ragiona una fonte vicina al leader — Lì non si tratta di intemerate, ma della politica che è stata connivente a Cosa Nostra”.
Se questo è un dato di fatto, confermato da tutti i colonnelli dell’ex vicepresidente della Camera, la nettezza si trasforma in cautela sul quadro che ruota intorno al punto fermo del muro eretto in faccia al presidente degli Azzurri.
Perchè gli sherpa del Carroccio hanno sì spiegato che la giornata ha scavato un solco non secondario fra i due azionisti di maggioranza del centrodestra, ma che i tempi per una rottura non sono ancora maturi. I segnali che arrivano identificano come deadline il voto in Friuli Venezia Giulia della settimana prossima.
Così parte l’ordine di scuderia: nervi saldi, non si ceda a provocazioni.
Un bombardamento sul leader di Forza Italia servirebbe solamente a ricompattare la fisarmonica degli umori della coalizione avversaria. La tattica impone una prudenza che non significa silenzio, ma si declina nel misurare numero e toni di repliche e attacchi.
L’ipotesi di un governo con il Partito democratico, dunque, ridiventa improvvisamente del tutto residuale. E si riaccendono i fari puntati verso il governo gialloverde.
Prima di partire per il rush finale in Molise, Di Maio ha incontrato il professor Giacinto della Cananea, con il quale ha messo a punto le basi del contratto di governo proposto qualche settimana fa.
“Ora Salvini decida”, ha scritto in serata Riccardo Fraccaro. I tempi non sono ancora maturi. Ma l’estate del governosi sta avvicinando. E la speranza dei vertici stellati è si possa arrivare a cogliere il frutto in tempi ragionevoli.
“Le elezioni in Friuli? — si domanda un colonnello M5s — Se è quello il problema aspetteremo”. Per la prima volta la strada sembra in lieve discesa.
Sergio Mattarella permettendo. Dopotutto è lui il guardiano del frutteto.

(da “Huffingtonpost”)

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SALVINI E DI MAIO, I DUE VINCITORI SONO GIA’ INVECCHIATI

Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile

CHI AVEVA VOTATO PER IL CAMBIAMENTO SI RITROVA NELLA CRISI DEI VETI E DELLE MANOVRE

L’incarico lampo a Maria Elisabetta Alberti Casellati, il secondo a una donna a più di trent’anni di distanza dal primo a Nilde Iotti, presidente della Camera spedita a esplorare dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga, testimonia la disponibilità  di Sergio Mattarella di sperimentare strade inedite, purchè se ne presentasse l’opportunità .
Il risultato consegna l’immagine di un invecchiamento precoce della XVIII legislatura repubblicana e dei vincitori del 4 marzo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Com’è stato evidente al cronista che si è affacciato nelle aule parlamentari durante il dibattito sull’intervento anglo-franco-americano in Siria.
Un’aula pesta, dal color sabbia della pioggia di questi giorni.
Sui banchi del governo, la vecchia squadra mai andata a casa, transitata da un Parlamento all’altro. Con molti ministri caduti della battaglia elettorale che portavano addosso le ferite della Waterloo democratica.
Massimo De Vincenti (non eletto) con le mani a tormentarsi il volto, Giuliano Poletti affaccendato e smarrito, Gianluca Galletti con le mani sul banco, Marco Minniti impietrito, Roberta Pinotti consapevole, Andrea Orlando diligente.
E poi Marianna Madia e Beatrice Lorenzin, il sottosegretario Enzo Amendola, non più deputato, e Maria Elena Boschi
E i seggi del Pd ristretti, maschilizzati, con intere file occupate da soli uomini (Graziano Delrio, Piero Fassino, Maurizio Martina), in alto la pattuglia degli iper-renziani romani, Luciano Nobili, Michele Anzaldi, Filippo Sensi.
In mezzo, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, a parlare di Siria, Iran, Usa e Russia, Germania, Francia e Europa, a braccio, senza appunti, muovendosi da padrone assoluto della materia, appariva un sopravvissuto, qualcuno che sarà  in seguito rimpianto, parlava della crisi internazionale: «L’Italia non è un paese che si cambia l’alleato di volta in volta», a proposito della fedeltà  atlantica che è una «scelta di campo, la nostra scelta di campo», e non varia «da Nixon a Kennedy, da Bush a Clinton a Obama» e a Trump, ovviamente. «Io, in questa vicenda, di ragionevolezza ne ho vista ben poca…».
Gentiloni parlava di Siria e delle sue alleanze mobili, le astuzie di Assad, i voltafaccia di Trump, la smania di grandeur del piccolo Macron, e i piani di Erdogan, i tripli giochi dei sauditi, la guerra-ombra di Israele e Iran.
Ma più andava avanti, il presidente del Consiglio, più sembrava riferirsi alla crisi di casa nostra. «Non c’è ricostruzione senza transizione», ha sospirato a un certo punto. E noi qui siamo, nel momento più difficile e pericoloso, nella transizione.
In una terra di mezzo e di nessuno: dove il governo vecchio non è ancora scomparso e il governo nuovo non si è ancora visto.
Si capiva dalle incertezze degli applausi. Timidi e riservati soltanto all’oratore del gruppo di appartenenza. Con un centro-destra unito sotto le bandiere dell’unico leader riconosciuto da tutti, si direbbe: nè Berlusconi nè Salvini, ma Vladimir Putin.
«La Russia è parte della nostra storia, è inaccettabile questa russofobia degna dell’Ottocento!», tuonava Guglielmo Picchi della Lega, già  deputato-peone di Forza Italia.
Giorgia Meloni attaccava «gli interessi geo-politici» degli alleati, l’Europa «presente solo quando si tratta di fare bullismo sulle popolazioni dell’Aquila», Forza Italia faceva intervenire Valentino Valentini, l’interprete in russo di Berlusconi negli incontri con Putin (ma una volta raccontò che traduce l’ex spia sovietica dal tedesco), unico testimone dei mille incontri riservati tra il Cavaliere e lo Zar.
E in tutto questo l’altro vincitore del 4 marzo, il partito del Cambiamento, il Movimento 5 Stelle, si rifugiava nel politichese, salvo ripetere un mantra speranzoso: «Questo Paese ha bisogno di un nuovo esecutivo».
Sì, ma quale? I vincitori del 4 marzo, M5S e Lega, quelli che si sono auto-proclamati così, sono finiti nella palude dei veti incrociati. Non hanno i numeri per fare la maggioranza, effetto avvelenato ma previsto della legge elettorale Rosatellum.
I perdenti, Forza Italia di Silvio Berlusconi e il Pd di Matteo Renzi, possono esercitare il ruolo: da fare interdizione contro soluzioni che li escludano, come ha consigliato Gianni Letta all’uomo di Arcore fino a questo momento, a rinchiudersi in una posizione di opposizione, come ha imposto il dimissionario Renzi al Pd, in attesa degli eventi. L’incarico alla Casellati è la conferma dell’impasse.
La coppia dei vincitori sembrava destinata a conquistare tutto: presidenti delle Camere, nuovo governo, Csm, Rai.
Sembrava, perchè era un’illusione ottica motivata dall’immobilismo del Pd e dalla caduta libera dei commensali di Palazzo Grazioli.
Si attendono le elezioni regionali. Si aspetta che succeda qualcosa nel campo avversario, una strategia più alla Kutuzov che alla Napoleone.
Ma intanto, per una eterogenesi dei fini, sono costretti ad avanzare nel campo nemico, finire nel rischio del trappolone che avevano organizzato per i loro avversari.
E in questa avanzata sono costretti ad assumere le vesti, le movenze, gli argomenti del sistema che hanno proclamato di voler sostituire.
La metamorfosi è evidente nel caso del Movimento 5 Stelle. E non riguarda soltanto la miracolosa trasmutazione del programma elettorale rivelata dal “Foglio”, dai toni anti-Nato alla ben più moderata richiesta di un «adeguamento dell’Alleanza Atlantica (Nato) al nuovo contesto multilaterale», su cui tutti possono convenire, e al tentativo di difendersi richiamando questioni di impostazione grafica.
Non ci sarebbe nulla di cui vergognarsi, in realtà . Quarant’anni fa, e più, il Partito comunista guidato da Enrico Berlinguer firmò una mozione parlamentare con gli altri partiti che definiva la Nato «termine fondamentale di riferimento» della politica estera italiana.
Un voto esaltato da Ugo La Malfa, da Giulio Andreotti e da Aldo Moro, un atto ufficiale del Parlamento che contava molto di più di qualche acrobazia verbale o tipografica in un programma elettorale, ma era il passaggio con cui il Pci, nato dalla rivoluzione sovietica e incasellato nello schieramento opposto all’Occidente guidato da Mosca, accettava di inserirsi nell’area del sistema come premessa fondamentale per aspirare a un ruolo di governo.
Così Di Maio si sta dando da fare per rassicurare cancellerie internazionali, gerarchie militari, presidenza della Repubblica, fino a compiere in poche settimane un percorso di conversione spettacolare.
Se qualcuno chiedesse oggi qual è il partito che più di ogni altro in Parlamento rappresenta la visione del Quirinale, il trasversale partito del Presidente che sempre si manifesta soprattutto nelle situazioni di crisi, la conclusione paradossale sarebbe che quel partito esiste ma non è il Pd, indocile e riottoso a farsi trascinare sulle strade indicate dal Colle che portano a uscire dalla posizione dell’Aventino, quel partito è il Movimento 5 Stelle, pronto a tutto pur di non perdere l’istante, il momentum che porta Di Maio a Palazzo Chigi.
M5S si muove anche su fronti meno visibili.
Su quello dei poteri economici, per esempio. Con argomenti che suonano familiari ai vertici delle aziende partecipate dallo Stato (Eni, Enel, Leonardo-Finmeccanica): una difesa sovranista degli interessi nazionali, che passa anche per la fine della stagione delle privatizzazioni, ma anche per una blindatura delle aziende rispetto alle inchieste della magistratura.
Discorsi simili a quelli che vanno facendo gli uomini di Salvini. E per M5S è un’altra svolta.
Un percorso simile lo sta compiendo la Lega con un gioco di squadra che vede Salvini irrompere nelle linee avversarie (ovvero nell’elettorato di Forza Italia) e Giancarlo Giorgetti esercitare una regia rassicurante per mondi internazionali e economici .
Così la Lega mette in campo la sua natura anfibia di partito-movimento, solido e tetragono, organizzato come un esercito, chiuso a testuggine, ma anche agile nella manovra e capace di trasformarsi senza perdere pezzi per strada, nè di elettorato nè di identità .
E M5S, specularmente, è un movimento-partito, magmatico, con una classe dirigente che si fa e si disfa come sabbia nel deserto, e al tempo stesso è guidato dal centralismo della Casaleggio e della piattaforma Rousseau, i detentori del potere che possono operare ogni svolta e ogni trasformazione, senza pagare un prezzo elettorale o contestazioni dei militanti, almeno per ora.
Dopo il tentativo della presidente Casellati è arrivato il momento del cambio di marcia, operato con la mano invisibile del presidente Mattarella.
Che prevede l’accompagnamento del Movimento 5 Stelle fino alla rottura dell’ultimo tabù. Il cambio di alleanze, dalla Lega di Salvini, una prospettiva precocemente invecchiata, al giro con il Pd, a sua volta chiamato ad abbandonare l’opposizione a tutti i costi.
Il cambio di mentalità , che vale più di quattro parole corrette in un programma sconosciuto. E forse il cambio di candidato, dal capo politico Di Maio al nome istituzionale del presidente della Camera Roberto Fico. La disponibilità  a mettere in gioco i voti, i talenti ricevuti. Uno vale uno, dicevano nel Movimento un tempo, quando contava solo Beppe Grillo e gli altri erano inter-scambiabili. Ora M5S deve testimoniare la validità  di quell’antico assioma. Perchè altrimenti il governo del Cambiamento finirebbe per assomigliare al trasformismo di sempre.

(da “L’Espresso”)

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IL VICEPRESIDE CHE FA GLI AUGURI A HITLER E’ UN LEGHISTA

Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile

“DEVE ESSERE RIMOSSO DALL’INCARICO”… SUL SUO PROFILO FB SIMBOLI NAZISTI

In principio furono i neonazisti Do.Ra. di Varese, che il 20 aprile, dal 2013, festeggiano l’anniversario della nascista di Adolf Hitler con un concerto.
Ma negli ultimi anni la moda di celebrare il genetliaco del Fuhrer è diventata una inquietante abitudine da parte di gruppi neonazi o di singoli cittadini.
L’ultimo caso riguarda Felice Spicocchi, vice preside dell’Istituto Tecnico Agrario Celso Ulpiani di Ascoli Piceno. Sul suo profilo ha pubblicato un post (poi rimosso) con scritto: “Centoventinove auguri di buon compleanno”.
Il possibile riferimento, che appare quasi scontato, è ad Adolf Hitler, nato proprio 129 anni fa, il 20 aprile 1889, a Braunau am Inn, in Austria.
Il caso è stato sollevato dal Comitato Antirazzisti del Piceno, che in un comunicato ha sottolineato la gravità  dell’episodio: ancor più spiacevole visto che l’autore del post nostalgico è, appunto, un dirigente scolastico.
“L’Italia è una Repubblica democratica e la sua scuola pubblica ha tra i suoi compiti quello di educare al valore e significato dei principi su cui si fonda la Costituzione di questo paese – si legge nella nota del comitato – Non deve dunque esistere alcun ruolo pubblico per chi non solo disconosce i principi basilari e fondanti del convivere democratico, ma addirittura manifesta aperta simpatia con l’emblema incarnato della negazione non solo di tutti i principi democratici che ci identificano, ma addirittura dei diritti umani”. Ad Ascoli la vicenda sta crendo polemiche.
Vista la malaparata, Spicocchi ha provveduto a rimuovere il post: ma il testo è stato “catturato” da chi ha portato alla luce il caso.
Travolto dalle critiche il docente ha tentato di salvare la faccia: “Non volevo fare gli auguri a Hitler ma ad un fotografo tedesco nato 129 anni fa. Stamattina mi è venuta la ‘brillante idea di fare gli auguri di buon compleanno a Colmar Walter Hahn, artista e fotografo nato il 20 aprile 1889 a Berlino. Chi conosce l’artista e sa di cosa stavo parlando, ha infatti commentato ‘tanti auguri allo zio di Berlino’ e ho messo anche un like al commento. Dopodichè si è scatenato l’inferno”.
Un tentativo di autodifesa poco credibile, dato che le immagini di simboli nazisti abbondano sul sul profilo Facebook sono inequivocabili su quale fosse il reale destinatario degli auguri.
E adesso il Comitato Antirazzisti chiede immediato provvedimenti nei confronti del vicepreside. “Il secondo collaboratore dell’Istituto di Agraria deve essere coerente con la sua visione malata e criminale del mondo e lasciare il suo ruolo di educatore immediatamente, per manifesta incompatibilità  di principio. Altrimenti siano le autorità  a cancellare a buon diritto l’onta di una tale compatibilità  da una scuola di questa Repubblica, a garanzia dei suoi valori fondanti”.

(da “NextQuotidiano”)

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“SENTENZA STORICA DEDICATA A PAOLO BORSELLINO, OSTACOLO E QUINDI VITTIMA DELLA TRATTATIVA STATO-MAFIA”

Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile

INTERVISTA ALL’EX PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA ROBERTI

È contento della sentenza di Palermo, Franco Roberti, ex Procuratore Nazionale antimafia che ha seguito passo passo le indagini della Procura di Palermo sulla trattativa Stato-Mafia, nell’arco di questi anni, essendo stato nominato dal CSM il 25 luglio 2013, fino al suo pensionamento avvenuto lo scorso 16 novembre 2017.
“Sono lieto che sia stato riconosciuta dalla Corte di assise palermitana la fondatezza dell’impianto accusatorio. La sentenza mi conforta. Laicamente ho sempre sostenuto che fosse doveroso cercare la verità  fino in fondo e senza riguardi per nessuno”.
Le condanne sono state pesanti. Anche per Marcello Dell’Utri.
“Il punto non è solo vedere le singole posizioni processali o le singole condanne, che potrebbero essere riformate in appello. Leggeremo tra qualche tempo le motivazioni della sentenza. Quello che mi preme sottolineare è che la ricostruzione complessiva di quanto è avvenuto, portata avanti dai pubblici ministeri, è stata confermata dalla sentenza. Questo è un dato molto importante”.
Il pm Nino Di Matteo ha parlato di sentenza storica. Condivide?
“Senz’altro: è una sentenza storica, non c’è alcun dubbio su questo”.
Perchè?
“Perchè aiuterà  a capire quello che è successo in Italia nei primi anni Novanta. E che tanto pesa ancora oggi sullo sviluppo democratico del nostro Paese. Sono stato io che ho applicato il sostituto procuratore nazionale antimafia Di Matteo, insieme al collega Francesco Del Bene, al processo sulla trattativa Stato-mafia, in modo che anche dopo la sua nomina a Roma potesse continuare il suo lavoro e il nuovo incarico non fosse considerato una fuga da quel processo”.
Questa sentenza segnerà  veramente la fine della seconda Repubblica come ha dichiarato il leader M5S Di Maio?
“Oggi c’è fame e sete di chiarezza e di verità  per permettere all’Italia di andare avanti. Tragedie come quelle di Aldo Moro o le stragi di mafia – con i loro lati ancora oscuri – continuano a pesare sullo sviluppo democratico del nostro Paese. La sentenza di Palermo è fondamentale perchè può costituire l’inizio di un percorso di ricerca della verità  sulle complicità  esterne ai gruppi criminali, ancora non accertate”.
Il coordinatore del pool dei pubblici ministeri, Vittorio Teresi ha dedicato questa sentenza a Paolo Borsellino, perchè Borsellino?
“Il 18 luglio dell’anno scorso, in occasione della commemorazione davanti al Consiglio superiore della Magistratura del venticinquesimo anniversario della strage di via D’Amelio, ho sostenuto in presenza del Capo dello Stato che la decisione di uccidere Borsellino fu accelerata proprio perchè egli sarebbe stato d’ostacolo alla trattativa Stato- mafia, appena avviata dopo la strage di Capaci. Tanto più Borsellino se fosse divenuto Procuratore nazionale antimafia, dopo la morte di Giovanni Falcone. Borsellino era percepito come un macigno sulla strada della trattativa: ecco perchè Cosa nostra decise subito di ricorrere ad una nuova strage. Borsellino si sarebbe certamente opposto alla trattativa, da qui la necessità  di ricorrere a un secondo clamoroso delitto in così breve tempo”.

(da “Huffingtonpost”)

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NATALIE PORTMAN RIFIUTA IL “NOBEL EBRAICO”

Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile

L’ATTRICE ISRAELO-AMERICANA NON ANDRA’ A RITIRARE IL PREMIO GENESIS: “GLI ULTIMI AVVENIMENTI TROPPO DOLOROSI”

L’attrice e produttrice israelo-americana Natalie Portman ha fatto sapere che non andrà  in Israele a giugno a ritirare il ‘Premio Genesis’ (definito il ‘Nobel ebraico’) a “causa di recenti avvenimenti” nel paese. La cerimonia è stata cancellata.
Un rappresentante di Portman – citato dal Genesis – ha spiegato che “recenti avvenimenti in Israele sono stati estremamente dolorosi per lei”. Il ministro della cultura Miri Regev ha detto che l’attrice “ha ceduto alle pressioni del Bds”, movimento boicottaggio di Israele.
Sempre secondo il ‘Genesis’ l’attrice ha fatto sapere che proprio per i recenti avvenimenti in Israele – che tuttavia non ha precisato – “non si sente a suo agio a partecipare ad alcun vento pubblico in Israele” e che per questo “non può in tutta coscienza andare avanti con la cerimonia”.
Il premio in un comunicato – citato dai media – ha sostenuto a proposito della cancellazione della cerimonia “di temere che la decisione di Portman causerà  alla nostra iniziativa filantropica una politicizzazione per evitare la quale abbiamo lavorato duramente negli ultimi cinque anni”.
Il premio è stato assegnato lo scorso anno all’architetto e scultore inglese di origine indiana Anish Kapoor, nel 2016 al violinista e direttore d’orchestra israeliano Yitzhak Perlman e nel 2015 all’attore americano Michael Douglas.
Portman – che è nata a Gerusalemme ed è stata in seguito naturalizzata cittadina americana – ha prodotto e interpretato tra gli altri il film ‘Sognare è vivere’ tratto dal romanzo di Amos Oz ‘Una storia di amore e di tenebra’.

(da agenzie)

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