Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
CON QUESTA LEGGE ELETTORALE NON CONTANO SOLO I VOTI MA COME SONO DISTRIBUITI SUL TERRITORIO
Il Sole 24 Ore riepiloga oggi gli ultimi sondaggi degli istituti che danno Lega e Fratelli d’Italia tra il 40 e il 45 per cento.
In questa ottica c’è però da segnalare che non è tutto oro quello che luccica dalle parti di Fratelli d’Italia, come segnala Alessandra Ghisleri: «Meloni soffre per la concorrenza dei messaggi leghisti che si sovrappongono ai suoi stessi temi. Per questo motivo Fdi è costretto a virare verso messaggi più duri e ancora più orientati a destra per non farsi cannibalizzare da Salvini».
Roberto D’Alimonte, sulla scorta dei conti sulla maggioranza assoluta con il Rosatellum fatti all’epoca, spiega che con questo sistema elettorale non basta contare i voti. Bisogna vedere come sono distribuiti.
Rispetto alla coalizione di centro-destra del 2018 la coalizione Salvini-Meloni può puntare a vincere un numero maggiore di collegi uninominali al Sud.
Come abbiamo visto recentemente la Lega di Salvini è cresciuta in questa parte del Paese e il Movimento è calato. Lega e Fdi possono contare approssimativamente su un 30-35% dei voti. Potrebbero essere sufficienti per strappare al Movimento una quota significativa di seggi, tale da garantire la maggioranza assoluta a livello nazionale. Ma non è detto. In un contesto tripolare l’esito del voto nei collegi è una lotteria.
E poi esiste sempre il rischio che M5S e Pd trovino una intesa, anche solo parziale, nei collegi del Sud. Una sorta di patto di desistenza che potrebbe cambiare le carte in tavola.
Al momento non sembra un rischio molto probabile, visti i rapporti, ma non si sa mai. In più Salvini non può non tener conto del fatto che il M5s farebbe una dura campagna contro la Lega del Nord che vuole prendersi i voti del Sud per fare l’autonomia.
In sintesi, i pronostici sono favorevoli alla destra. Ma la partita delle elezioni anticipate non ha ancora un esito scontato.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
NEL MIRINO NON SOLO FORZA NUOVA MA ANCHE LEGIO SUBALPINA… SEQUESTRATO DIVERSO MATERIALE
È in corso, da questa mattina, un’operazione della Digos di Torino nell’ambito della destra
oltranzista, con diverse perquisizioni di abitazioni e sedi di militanti d’area di Torino e Ivrea.
Il blitz è scattato nella sede cittadina di Legio Subalpina, in corso Allamano, nelle abitazioni di militanti di Forza Nuova e di rappresentanti del gruppo di estrema destra Rebel Firm di Ivrea.
Un controllo dopo quello dello scorso 20 giugno nella sede torinese di Forza Nuova, la sede di Rebel Firm e le case di quattro militanti tra Torino e Cuneo.
Luigi Cortese, coordinatore cittadino di Forza Nuova, era stato denunciato per apologia di fascismo.
Tra i gruppi perquisiti questa mattina c’è anche l’ultimo arrivato in città , la Legio Subalpina di corso Allamano, centro di estrema destra di origine milanese inaugurato a marzo anche a Torino con una festa che aveva portato interi bus di militanti dal capoluogo lombardo.
Durante l’operazione era stato rinvenuto e sequestrato diverso materiale come mazze da baseball e 25 scudi in plexiglass recanti emblemi di estrema destra.
Sono dieci le perquisizioni che la polizia sta eseguendo da questa mattina all’alba nei confronti di altrettanti militanti dell’area di estrema destra, appartenenti a Forza Nuova, ai Rebel Firm di Ivrea, nel torinese, e alla compagine tornese d’area skinhead ‘Legio Subalpina’.
L’operazione ad opera della Digos insieme a personale della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, che verrà estesa anche alla sede di quest’ultimo sodalizio, costituisce l’esito di ulteriori approfondimenti investigativi condotti dalla Digos di Torino nei confronti di alcuni attivisti di Forza Nuova indagati per apologia di fascismo e sfociata lo scorso 20 giugno in analoghe perquisizioni che hanno interessato anche la sede forzanovista torinese e quella di Rebel Firm.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
CON IL 31,5% DEI VOTI HA RECUPERATO 5 PUNTI RISPETTO ALLE EUROPEE… IL CENTROSINISTRA AVREBBE LA MAGGIORANZA SE NON SI FOSSE PRESENTATO DIVISO
Un’economia che cresce da tre anni ininterrottamente, a un ritmo più elevato della media dell’Eurozona.
Investimenti che a fine anno dovrebbero raggiungere il 10,1% del Pil, dieci volte quanto previsto dall’Italia.
Un tasso di disoccupazione passato da quasi il 25% al 16,8% previsto per il 2020. E se nel 2015, al massimo della sua ascesa politica, Syriza aveva ottenuto 1,9 milioni di voti, dopo 4 anni di governo gli elettori sono stati quasi 1,8 milioni.
Un calo di consensi per l’ormai ex premier ellenico Alexis Tsipras che non è certo quel tramonto politico o quella “punizione per l’austerity” che i media di mezza Europa si sono affrettati a bollare subito dopo i primi risultati delle elezioni in Grecia.
Le urne, è vero, hanno decretato la vittoria del partito di centrodestra Nuova Democrazia guidato Kyriakos Mitsotaki con quasi il 40% dei voti. Ma i numeri dicono che Tsipras “non esce di sicuro con le ossa rotte”, per dirla con il giovane ministro dell’Interno uscente Alexis Charizis.
Chi preannunciava la morte politica del partito di Tsipras dopo quattro anni di governo e soprattutto dopo aver abbandonato il muro contro muro con Bruxelles e la Troika, avviando un percorso di riforme contestato dalla sinistra estrema ai moderati di centrodestra (per opposte ragioni), si è dovuto ricredere.
Syriza è rimasto in piedi e ha raccolto intorno a sè un terzo dei voti del Paese.
Se il centrosinistra in Grecia è ancora vivo, il merito è anche, se non soprattutto, di Tsipras. I socialisti del Pasok, che insieme a Nuova Democrazia hanno governato il Paese prima dell’arrivo di Syriza, hanno cambiato nome e creato un nuovo soggetto, Kinima Allagis, allargato ad altri pezzi del centrosinistra. Ma si sono fermati all’8,1%.
Le forze tacciate di populismo di sinistra, dal Partito comunista al movimento MeRA25 dell’ex ministro Yanis Varoufakis, hanno ottenuto rispettivamente il 5,3% e il 3,4%. In altre parole, non c’è stata quell’emorragia di voti verso questi soggetti che si pensava potesse avvenire con le scelte ‘riformiste’ di Tsipras.
Anche il populismo di destra è andato male: gli ultra-cattolici e pro-Russia di Elliniki Lysi hanno raccolto appena il 3,7%, mentre gli estremisti di Alba Dorata non hanno superato la soglia di sbarramento e resteranno fuori dal Parlamento greco.
In termini assoluti, il centronistra ellenico unito sarebbe la maggioranza del Paese. E questo dato non potrà non condizionare le scelte future del premier in pectore Mitsotaki.
Ma i numeri più importanti per misura l’operato di Tsipras sono quelli economici.
Tra il 2010 e il 2014, prima del suo arrivo al potere, la Grecia governata da Nuova Democrazia con il sostegno del Pasok aveva portato il Paese sull’orlo del baratro: il Pil si era contratto quasi del 5%.
La risposta era stata un taglio agli investimenti pubblici del 15,4% in 5 anni, ma i risparmi nella spesa avevano contribuito a far crescere la disoccupazione fino al dato record del 24,9% nel 2015, ossia quando Tsipras vinse le sue prime elezioni.
Con Syriza al governo, il trend è stato invertito. Certo, le promesse di ribellione all’Unione europea e alla Troika non sono state mantenute, ma il percorso riformatore di Tsipras ha avuto i suoi effetti sull’economia, ribaltando le previsioni pessimistiche di Bruxelles.
A certificarlo, oggi, sono gli stessi dati Eurostat: Mitsotaki si troverà a guidare un Paese che cresce al ritmo del 2% all’anno, al di sopra della media dell’Eurozona (l’Italia è ferma allo 0,1% secondo le previsioni).
Gli investimenti pubblici per il 2019 sono sopra il 10%, cinque volte più alti della media del resto dell’area Euro (da noi -0,3%). E il tasso di disoccupazione è sceso costantemente negli anni di governo di Syriza fino al 18,2% atteso per quest’anno.
“Le aspettative del Paese erano molto alte – dice Charizis, che per la sua giovane età è tra i possibili successori di Tsipras alla guida di Syriza – Si pensava forse a un’uscita dalla crisi più rapida. Tutti pero’ si dimenticano di una cosa: le condizioni in cui abbiamo preso la guida del Paese a inizio 2015. Allora c’era una crisi umanitaria, noi l’abbiamo combattuta e risolta. Oggi la Grecia è in grado di camminare con le sue gambe. Noi siamo stati battuti, è ovvio quindi che questo messaggio ha faticato a passare. Ma sono sicuro che il tempo aiuterà a riconoscere le buone cose che abbiamo fatto”.
Tra le ‘buone cose’, per esempio, qualcuno un giorno potrebbe citare anche l’accordo storico con la Macedonia del Nord, osteggiato da larghi pezzi dell’opinione pubblica greca. Oggi, questo accordo è costato consensi a Tsipras. Ma governare significa anche guardare al di là delle urne.
(da agenzie)
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Luglio 8th, 2019 Riccardo Fucile
“OCCORRE RILANCIARE LE OPERAZIONI DI SALVATAGGIO”…L’OPPOSTO DEI SOVRANISTI CHE LI FANNO AFFOGARE
Da Berlino appello a Bruxelles affinchè appronti un piano di evacuazione delle persone
detenute nei centri libici e rilanci le operazioni di salvataggio interrotte con lo stop alla missione Sophia.
Intanto, il ministro Seehofer invita Salvini ad aprire i porti ai soccorritori
Evacuare i migranti detenuti nei centri libici. Rilanciare i soccorsi navali nel Mediterraneo sotto l’egida Ue. E un “invito” a Matteo Salvini affinchè apra i porti alle ong.
E’ quanto chiede un pezzo significativo del governo tedesco. Ancora più significativo perchè a scendere in campo a sostegno dei migranti non sono stavolta i ministri di centrosinistra della Grande coalizione guidata da Angela Merkel, ma due esponenti di punta della Csu, il partito di centrodestra più propenso a una linea dura sull’immigrazione e considerato finora ‘vicino’ alle posizioni della Lega in materia.
Anche per questo ha sorpreso l’iniziativa di Gerd Muller, ministro per lo Sviluppo, che ha lanciato un appello all’Unione europea affinchè faccia fronte alla grave emergenza umanitaria in Libia, dove i migranti continuano a morire nei centri di detenzione sparsi per il Paese.
In un’intervista al quotidiano Neue Osnabrà¼cker Zeitung, Muller ha accusato l’Ue di chiudere un occhio sulla crisi e ha chiesto un’azione immediata: “È necessaria un’iniziativa umanitaria congiunta dell’Europa e delle Nazioni Unite per salvare i rifugiati sul suolo libico”, ha affermato. “La nuova Commissione europea deve agire immediatamente, non possiamo aspettare un giorno di più”.
Muller gioca in casa, dato che la nuova presidente dell’esecutivo Ue in pectore è la collega di governo Ursula von der Leyen. Alla quale il ministro chiede anche “un nuovo programma di salvataggio in mare” nel Mediterraneo, che metta fine al vuoto lasciato lasciato dalla missione Sophia, lanciata nel 2015 e interrotta lo scorso marzo su richiesta anche dell’Italia.
Per Muller, occorre riportare in mare le navi di soccorso sotto l’egida Ue, anche senza un accordo unanime degli Stati membri: “Vogliamo lasciare che il Mediterraneo diventi il ​​mare della morte per sempre mentre guardiamo altrove?”, si chiede nell’intervista.
“La nuova Commissione europea deve avviare una nuova iniziativa anche qui per sostenere gli Stati mediterranei e non può più attendere l’accordo di tutti i membri dell’Unione”, ha aggiunto. “Non solo ong, anche navi Ue nel Mediterraneo per soccorrere i migranti”, la proposta del governo tedesco
L’iniziativa di Muller si aggiunge quella del ministro degli Interni Horst Seehofer, a lungo considerato uno dei possibili alleati in Europa di Salvini. Ma che adesso, stando a quanto riportano i media tedeschi, chiede proprio a Salvini di rivedere le sue politiche anti-ong: “Mi appello urgentemente a voi affinchè ripensiate alla vostra posizione di non voler aprire i porti italiani”, ha scritto Seehofer in una lettera al suo omologo italiano.“
(da agenzie)
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Luglio 8th, 2019 Riccardo Fucile
SALVINI MANDA VELINE SU PROVVEDIMENTI INESISTENTI CHE DOVREBBERO PASSARE PER IL VOTO IN PARLAMENTO …UN DELIRIO COME SE FOSSIMO IN GUERRA CONTRO I FANTASMI
Invasioni di campo, scontri a distanza e musi lunghi. Comunicati stampa che i ministri lanciano nell’etere con una frecciatina dopo l’altra rivolta a questo o a quel collega.
Il premier Giuseppe Conte adesso non ne può più. Si siede dietro la sua scrivania e sul suo pc inizia a scrivere per mettere un freno a “sovrapposizioni e malintesi” ma nello stesso tempo, smentisce la narrazione salviniana della diminuzione dei sbarchi.
Le parole rimbombano nelle stanze del governo: “Da alcune settimane stiamo assistendo a un progressivo incremento del numero di imbarcazioni che trasportano migranti”, è il primo concetto.
A seguire, quindi, scrive: “Diventa urgente coordinare le iniziative dei ministeri competenti, anche al fine di evitare che possano ingenerarsi sovrapposizioni o malintesi che finirebbero per nuocere alla nostra azione”.
Da qui la decisione di convocare un incontro per mercoledì sera tra i titolari dei dicasteri interessati al fronte immigrazione, Matteo Salvini ed Elisabetta Trenta prima di tutti gli altri. E’ tra loro che, al momento, si sta consumando il grande scontro.
Il titolare del Viminale invia note stampa, parla su Facebook, poi si sposta in tv. Come una specie di ossessione, tira in ballo la Marina Militare che, come il resto delle Forze Armate, è sotto la competenza del ministro della Difesa Elisabetta Trenta.
Agli uomini chiamati a pattugliare le acque italiane affida l’incarico di presidiare i porti. Peccato che per fare ciò sia necessario un nuovo decreto. Ancora un’altra provocazione, dunque. Uno sconfinamento in un terreno che non è di sua competenza. Un annuncio con poca sostanza, almeno per ora.
L’ultima sovrapposizione è quindi poche ore fa. Il ministro dell’Interno lascia Palazzo Chigi, dove è in corso un vertice sull’Autonomia, e si sposta Viminale per riunione il comitato per l’ordine e la sicurezza. Un’ora di incontro e poi una nota: “Sono emerse delle novità ”. Novità che in realtà devono essere approfondite e soprattutto approvate. Tra queste è stato stabilito l’incremento dei controlli per ridurre le partenze.
Salvini parla di radar, mezzi aerei, navali e chi più ne ha più ne metta. E annuncia la presenza delle navi della Marina e della Guardia di Finanza per difendere i porti italiani.
Al momento l’organo preposto al controllo dei porti è la Guardia di Finanza.
La Marina Militare invece, così come stabilito dal decreto missioni, si deve occupare del pattugliamento delle acque italiane.
Per cambiare destinazione serve un provvedimento del governo, votato dal Parlamento. E infatti, al di là del comunicato che è stato diffuso, ci vorrà quello che viene definito “un input politico”.
Per il momento tra Trenta e Salvini vi è un gelo mai visto prima, e se davvero le navi della Marina dovranno andare a presidiare i porti se ne parlerà mercoledi.
Di certo, per Salvini è un modo per continuare quella battaglia contro il ministero della Difesa che ha tenuto banco per tutto il fine settimana con al centro la nave Alex della Ong Mediterranea.
Nei fatti, il ministro dell’Interno ha rimproverato la Difesa di non aver fatto nulla per bloccare, anche fisicamente, l’imbarcazione con bordo i migranti.
“Il ministro della Difesa, lo dice il nome, ‘difende’”, ecco un primo assaggio. E poi ancora: Ecco perchè Salvini vuole spostare le navi della Marina dal pattugliamento ai porti, senza però avere un provvedimento che consento di farlo.
Durante la riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza si è parlato anche di Decreto sicurezza bis.
Nelle stesse ore la maggioranza ne ha discusso alla Camera per preparare le proposte di modifica al provvedimento da depositare in commissione. Ci saranno “emendamenti per rendere più efficace il contrasto al traffico di esseri umani e per aumentare le pene per scafisti e trafficanti”. Prima di tutto il ministro dell’Interno vuole mettere mano che, secondo l’attuale versione del provvedimento, arrivano fino a 50mila euro per chiunque violi il divieto d’ingresso in acque territoriali. Il ministro dell’Interno, in uno dei suoi annunci via Facebook live, si è spinto fino al milione.
Ora, dicono fonti leghiste, si sta ragionando sulla cifra, gli uffici tecnici sono al lavoro per trovare una formula che non venga bocciata giuridicamente. I 5Stelle, che prima del voto delle Europee, avevano alzato le barricate, ora sono d’accordo purchè sia a norma di legge.
Occorrerà ancora del tempo ed è per questo che l’approdo in Aula potrebbe slittare. Anzi, il vicepremier grillino rilancia proponendo il sequestro delle imbarcazioni umanitarie già a una prima infrazione e non più in caso di reiterazione del reato. La Lega non può che essere d’accordo.
Ma anche in questo caso, come nella confusione dei pattugliamenti e del controllo dei porti, non si fanno i conti fino in fondo. Ovvero con la costituzionalità o meno delle norme.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 8th, 2019 Riccardo Fucile
ALLA CERIMONIA DELLA POLIZIA PENITENZIARIA SOLO DI MAIO RIVOLGE LA PAROLA AL MINISTRO DEGLI INTERNI
Il grande gelo fra Matteo Salvini e Elisabetta Trenta inizia al mattino e non si interrompe
neppure a tarda sera quando, in occasione della cerimonia per il 202 esimo anniversario della Fondazione del Corpo di Polizia penitenziaria, il vicepremier si ritrova faccia a faccia con la sua collega di governo che, stamane dalle colonne del Corriere della Sera, ha aperto un vero e proprio scontro in merito alla operazione Sophia. Che secondo il parere della ministra, Salvini avrebbe interrotto inspiegabilmente provocando così il nuovo arrivo di migranti.
I due non solo non si parlano, ma nemmeno si scambiano un saluto di cortesia. Succede tutto attorno alle 18 e 25 a piazza del Popolo.
La cerimonia è avviata da qualche minuto. In tribuna autorità siedono già David Ermini, vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura, Elisabetta Trenta di blu vestita con gli occhiali scuri per proteggersi non solo dai raggi di sole ma forse anche dalla rabbia delle ultime ore.
Alla sinistra della Trenta c’è Luigi Di Maio in abito blu d’ordinanza che pochi minuti prima sembra averle sussurrato: “Ci sentiamo dopo”. Alla sua destra invece c’è Riccardo Fraccaro. Assente Matteo Salvini.
È in forte ritardo il ministro dell’Interno che alle 17 ha riunito il Comitato nazionale ordine e sicurezza. Ecco, alle 18 e 25 succede qualcosa di strano.
“Il presidente del Consiglio dei ministri giunge sul luogo della cerimonia”, si sente dagli altoparlanti. Attimi di silenzio. Il sistema di sicurezza prepara l’arrivo dell’inquilino di palazzo Chigi. E invece no, trattasi di un falso allarme. Ironia della sorte si materializza Salvini. In giacca scura, camicia bianca e rigorosamente scravattato, il ministro dell’Interno viene accolto in pompa magna.
Si avvicina baldanzoso alla sua sedia e non appena giunge nella fila riservata alle autorità stringe solo e soltanto la mano Di Maio. Con la Trenta si guardano negli occhi ma non c’è nemmeno un accenno di saluto. Segno che le ferite non si sono ancora rimarginate.
Saranno 47 minuti di gelo. Con Salvini che più di una volta parlotta con il collega Di Maio, scherzando come se fossero due eterni compagni di banco. E la ministra della Difesa che non si scompone mai e guarda fisso la banda del corpo di Polizia Penitenziaria. Unica distrazione: una brevissima chiacchierata con il collega Fraccaro. Saranno appunto 47 minuti di gelo che sembreranno un’eternità .
Con Salvini che può solo parlare con Di Maio perchè alla sua sinistra ironia della sorte c’è Mara Carfagna, la berlusconiana vicepresidente della Camera che mal sopporta il Capitano della Lega. Dunque, il leader del Carroccio è chiuso in una morsa. O sussurra qualcosa all’orecchio del vicepremier pentastellato. O monitora il suo iphone per cercare di distrarsi.
A pochi passi c’è colei che lo ha punzecchiato in un’intervista al Corriere: “Quello che sta accadendo sui migranti si sarebbe potuto evitare. Lo avevo detto a Salvini”. E quest’ultimo poche ore prima a replicare così: “Il lunedì mattino mi alzo contento, altri un po’ nervosetti”.
E menomale che c’è appunto Di Maio. Il compagno di banco del quale si fida. Al punto che quando il capo politico dei cinquestelle inizia a dialogare sottovoce con Alfonso Bonafede sembra quasi che Salvini sia geloso.
Ecco, sta tutto attorno a queste immagine lo stato di salute dell’esecutivo gialloverde. Il ministro dell’Interno ignora volutamente la ministra della Difesa. Ma mostra complicità nei confronti del vicepremier grillino.
Si regge qui l’equilibrio del governo “del cambiamento”. E quando passano finalmente 47 minuti e l’applauditissima banda del Corpo Polizia penitenziaria lascia la piazza, Salvini stringe forte, ancora una volta, la mano a Di Maio e se ne va. Ignorando la collega Trenta. E non importa se alla domanda del cronista sul grande gelo, Salvini dissimuli così: “Ma no — sorride — ho un impegno urgente”.
Il grande gelo c’è. E chissà ancora per quanto tempo.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 8th, 2019 Riccardo Fucile
FANNO QUELLO CHE DOVREBBE FARE L’EUROPA … I VILI NON VOGLIONO TESTIMONI
Dalla fine dell’operazione “Mare Nostrum” nel 2014, le autorità europee non sono riusciti a coordinare delle operazioni di salvataggio strutturate E le famigerate Ong coprono sempre più il vuoto istituzionale e quello di un’Europa che vorrebbe rimuovere il problema dell’immigrazione
Per il ministro dell’Interno Salvini sono “trafficanti di esseri umani”. Per la miriade di commentatori dei gruppi complottisti sono nientemeno che massoni stipendiati dal fantomatico Soros.
È uno strano tempo quello in cui chi salva vite viene additato da politici e larga parte dell’opinione pubblica come criminale, o peggio, come cospiratore.
È un tempo addirittura inquietante quello in cui deliri politici come il fantomatico piano Kalergi o la teoria della sostituzione di Renaud Camus diventano “sentire comune”. Ma la domanda è tuttavia ineludibile: perchè ONG come la Sea Watch o Mediterranea operano nel Mediterraneo Centrale?
Stragi nel Mediterraneo: un film muto che si ripete
Per avere un’idea dobbiamo tornare indietro nel tempo. Le stragi nel Mediterraneo e nel Canale di Sicilia non sono purtroppo una novità . La striscia di mare che separa il nostro Paese dal Nord Africa è sempre stata una rotta fondamentale per molti migranti e i mezzi con i quali molti approdano sulle nostre coste sono spesso di fortuna.
E le tragedie non mancano. Come quella del 25 dicembre 1996 , ricordata come la “Strage di Natale”, quando una vecchia nave di legno, gravemente sovraccarica dal trasporto di clandestini provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka affondò, causando la morte di almeno 283 persone. Ad accorgersi dei morti, furono i pescatori del luogo, ma la tragedia fu resa nota solo nel 2001 grazie a un’inchiesta giornalistica.
O come il terribile Naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 , quando un’imbarcazione libica si inabissò a mezzo miglio dall’isola siciliana provocando la morte di ben 368 persone. Una quantità di vittime da brivido che si andavano a sommare a quel cimitero silenzioso che stava progressivamente diventando il Mediterraneo. Sembra strano ricordarlo, ma a distanza di nemmeno sei anni, l’impatto che quella strage di innocenti ebbe sull’opinione pubblica italiana fu evidente. E la risposta del Governo immediata
Dall’Operazione “Mare Nostrum” alle missioni europee
Gli anni tra il 2013 e il 2014 è il momento in cui il flusso migratorio verso l’Europa, e in particolar modo verso il nostro Paese fanno registrare numeri da record. L’allora Governo Letta, per evitare stragi come quella di Lampedusa, varò un’operazione di salvataggio, interamente finanziata dal Governo Italiano denominata “Mare Nostrum”. I mezzi furono all’altezza della sfida: quasi 9 milioni di euro al mese investiti nel salvataggio dei profughi e nel contrasto all’immigrazione clandestina, e i risultati furono palpabili. Furono oltre 100mila le persone soccorse e 728 scafisti arrestati in un anno.
La soppressione della missione nell’autunno del 2014 scatenò le dure critiche delle associazioni umanitarie e della stessa UNHCR, l’organizzazione Onu per i rifugiati. “Mare Nostrum” fu sostituita infatti nel novembre 2014 da Triton, l’operazione dell’agenzia europea Frontex, per il controllo delle frontiere. E le differenze furono subito sostanziali.
Il mandato di “Mare Nostrum” si spingeva fino alle Coste Libiche, mentre la missione Triton si limitava al pattugliamento delle coste italiane; il controllo delle acque esercitato nella nuova missione UE si limitava ad appena 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia con un budget mensile di appena di 2,9 milioni di euro. In sostanza Triton si limitava al controllo delle frontiere demandando di fatto agli stati membri le operazioni di soccorso in mare.
Una sconfitta enorme per chi sognava una missione europea di largo respiro, con una UE capace di assumersi la responsabilità di un problema epocale. E il conto dei morti è di fatto continuato a salire, raggiungendo un vero e proprio picco nel 2016. . L’episodio che riportò simbolicamente agli occhi del mondo, il dramma dell’emigrazione, fu la strage del 18 aprile 2015 quando un’imbarcazione eritrea naufragò al largo della Libia causando dai 50 ai 700 morti (non esistono stime ufficiali). Fu grazie a questa strage che si decise, nuovamente, di estendere l’are di intervento di “Triton”
La funzione essenziale svolta dalle ONG
Nel maggio del 2015 il raggio di attività dell’operazione Triton fu ampliato e portato fino a 138 miglia nautiche a Sud della Sicilia. Ma le morti sono continuate, secondo alcuni anche grazie all’inattività delle autorità UE.
La denuncia più eclatante venne da un report denominato “Death By Rescue” del 2016 (con prefazione dell’allora europarlamentare Barbara Spinelli) in cui venivano riportate le colpe delle autorità Ue nelle stragi del Mediterraneo, prima fra tutte quella di ignorare le le richieste di soccorso fatte dai migranti con i telefoni satellitari, violando di fatto le leggi internazionali.
Il resto è storia recente. Nel febbraio 2018, Triton viene sostituita dall’operazione “Themis”: le acque da pattugliare sono solo 24 miglia nautiche dalle coste territoriali (contro le 30 di Triton), mentre il focus non è solo l’immigrazione, ma anche il contrasto al traffico di droga. L’aprile del 2018 segna anche il definitivo affossamento, grazie al governo gialloverde, della missione “Sophia”: un’operazione nata nel 2015 con l’obiettivo di sgominare i trafficanti di esseri umani, addestrare la Guardia Costiera libica e (occasionalmente) svolgere operazioni di soccorso.
In questo contesto appare evidente che l’opera delle organizzazione non governative nel Mediterraneo Centrale, supplisce l’enorme la mancanza della politica europea e dei compiti che dovrebbero essere svolti dalle autorità governative propriamente dette. Secondo stime Unhcr solo nel 2017 il 33% dei salvataggi in mare sono stati opera delle famigerate ONG. Non è un caso che molte ONG segnalano come la loro discesa in campo nel Mediterraneo la fine della missione “Mare Nostrum” e la costruzione di un’alternativa internazionale credibile, mentre un Paese come l’Italia affida il salvataggio dei disperati a un Paese distrutto, e in piena guerra civile, come la Libia.
Perchè, mentre diminuiscono gli sbarchi, aumenta drammaticamente anche il tasso di mortalità nel Mediterraneo. È solo tutto più invisibile.
Sembra allora che il peccato delle famigerate ONG sia questo: dare visibilità alla disperazione, al nostro senso di colpa e quello che non vorremmo vedere. Dare corpo a un’impotenza politica che non è italiana, ma europea. Approdare direttamente nella nostra coscienza e ricordarci che, a vario titolo, siamo coinvolti anche noi. Con buona pace di Soros e di tutti gli eventuali piani Kalergi ai quali all’estrema destra continua ad appellarsi.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 8th, 2019 Riccardo Fucile
SOLO SALVINI E’ RIUSCITO A FARE PEGGIO DI LUI: SOLO 1 PRESENZA SU 7 RIUNIONI DEI MINISTRI DEGLI INTERNI EUROPEI
Non è solo Matteo Salvini a disertare le riunioni europee cui dovrebbe partecipare in qualità di
ministro degli Interni.
Anche l’altro ‘uomo forte’ del governo gialloverde, Luigi Di Maio, si è fatto notare in questo primo anno da vicepremier con portafogli al Lavoro e allo Sviluppo economico per le sue assenze ai meeting dei Consigli Ue in cui si sono affrontate le materie di sua competenza: solo 3 presenze a fronte di 14 riunioni.
L’ultima assenza l’ha fatta registrare in queste ore al Consiglio Occupazione e politiche sociali in corso a Bruxelles.
Al suo posto, come già capitato in passato, non ci sarà nessun esponente politico del governo (viceministri o sottosegretari), ma il rappresentante permanente aggiunto Michele Quaroni. In agenda in questa riunione, la prima del settore sotto la nuova presidenza finlandese dell’Unione, ci sono le ormai note e temute raccomandazioni specifiche per Paese della Commissione, le politiche a favore dell’occupazione e i modi per conciliare tali politiche con la strategia europea sul clima.
Dopo poco più di un anno da ministro, Di Maio ha incontrato i colleghi che si occupano di Lavoro solo 2 volte su 7.
Ma essendo anche responsabile per lo sviluppo economico, il leader del M5s è membro anche del Consiglio Competitività dell’Ue, dove finora si è visto 1 sola volta su 7 meeting. Eppure Di Maio aveva cominciato bene la sua avventura da rappresentante del governo in Europa, partecipando ai primi due Consigli Occupazione della sua agenda (giugno e luglio 2018) e al meeting sulla competitività dello scorso novembre.
Da allora, pero’, il vicepremier pentastellato è uscito dai radar europei.
A sostituirlo sono stati i sottosegretari Cominardi (M5s) e Durigon (Lega) in 4 meeting sull’Occupazione, mentre in generale il più presente al posto del ministro è stato il già citato rappresentante permanente aggiunto Quaroni, ossia l’ambasciatore italiano presso l’Ue.
E’ tocato a loro far valere le posizioni del governo gialloverde e dell’Italia su temi come la lotta alla disoccupazione di lunga durata, le nuove norme europee per proteggere i diritti di precari e partite Iva, le politiche per migliorare l’accesso alle prestazioni sociali, il contrasto alle sostanze cancerogene nei luoghi di lavoro.
O ancora l’impatto della digitalizzazione e della robotica su occupazione e sviluppo.
(da agenzie)
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Luglio 8th, 2019 Riccardo Fucile
“LA LEGGI DEL MARE DICE DA SEMPRE CHE GLI UOMINI IN ACQUA VANNO SALVATI”
Giovanni Soldini è uno dei più famosi e capaci velisti italiani. Ha compiuto numerose traversate oceaniche in solitaria, è uno che durante la Around Alone ha abbandonato la gara per andare a cercare in mezzo al Pacifico in tempesta la velista (e rivale nella competzione) Isabelle Autissier, salvandola.
Soldini però ha commesso un “crimine” imperdonabile: ha detto che Tommaso Stella, capitano della Alex di Mediterranea Saving Humans, ha fatto bene a sbarcare i migranti a Lampedusa.
«La legge del mare dice che, da sempre, gli uomini in acqua vanno salvati, poi li sbarchi dove ti viene comodo» ha dichiarato il velista, aggiungendo che «se dovessi passare dal Canale di Sicilia farei esattamente come lui mi stupisco della polemica».
Soldini non sarà “Capitano” come certi ministri della Repubblica, ma il mare lo conosce bene, così come conosce le sue leggi.
Ma non basta a metterlo al riparo dalla bufera di insulti che ha iniziato a soffiargli addosso dopo quella che è una semplice constatazione della realtà dei fatti. soldini patridioti
Le persone recuperate dalla Alex dovevano essere salvate perchè il gommone senza fondo rigido e carico oltre il consentito poteva affondare da un momento all’altro.
Andavano sbarcate in Italia non già perchè Mediterranea è un’associazione di scafisti ma perchè era il porto sicuro più vicino, perchè non c’era alternativa. O meglio, un’alternativa c’era: Malta. Ma da Malta non è arrivato nessuno a recuperare i migranti. E l’Italia non ha provveduto ad una soluzione per il trasferimento farsa a La Valletta.
Ma dal momento che siamo pur sempre un popolo di navigatori ecco che una folta schiera di opinionisti non richiesti che ha scoperto il perchè Soldini ha rilasciato quella dichiarazione.
Non perchè Stella è stato in passato skipper di Soldini e quindi i due sono legati da un rapporto di stima e di amicizia. Non perchè così impone il diritto internazionale. Ma perchè Soldini è il classico personaggio in cerca di visibilità .
Nel mondo dei sovranisti infatti così come sono le Ong a voler fare politica sulla pelle dei migranti e non il ministro dell’Interno anche chi si schiera con chi salva vite umane lo fa per un suo tornaconto personale.
E visto che il ministro dell’Interno è quello del “prima gli italiani” che si sente papà di tutti noi quelli lo criticano sono automaticamente “anti-italiani”. A maggior ragione se sono dei radical chic che se ne vanno in giro per il mondo in barca a vela.
Soldini è un ipocrita, scrive uno su Twitter, perchè non dice che i migranti non sono semplici naufraghi (ma solo perchè Mediterranea è arrivata in tempo) ma passeggeri in attesa di un trasbordo su navi europee.
La questione principale è che Giovanni Soldini “è ricco”. Anzi, è percepito come tale perchè non è rilevante che lo sia davvero. Fa il velista? Allora sicuramente è ricco sfondato. Ecco quindi che come tutti i ricchi (“di sinistra”, perchè agli altri non viene certo mosso lo stesso rimprovero) c’è quello che lo accusa di non esserci mai in Italia e che quando c’è sarà di sicuro “in qualche villa lontano dalla plebe ed i suoi problemi quotidiani”.
Non manca quello che tira fuori la storia dei 35 euro al giorno da donare (visto che sono ricchi) ai migranti. Sarà uno di quelli che si lamenta dei buonisti che aprono il portafoglio e donano per le Ong come Sea Watch, Medici senza frontiere o Emergency non fanno altrettanto per i poveri italiani o i terremotati? Perchè i soldi li devi donare solo come vogliono i patridioti. Altrimenti sei anti-italiano.
E allora cosa resta da fare? Andare a rompere le scatole in un altro Oceano. Andare a lavorare e smettere di occuparsi di cose che non lo riguardano.
Per tutto il resto c’è il Capitano, con i piedi ben piantati sul palco dell’ennesimo comizio.
(da “NextQuotidiano”)
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