Gennaio 15th, 2020 Riccardo Fucile
EFFICIENZA LAMORGESE: “ACCORDO PER LA RIDISTRIBUZIONE IMMEDIATA IN ALTRI QUATTRO PAESI EUROPEI”
La Sea Watch 3 a Taranto, la Open Arms a Messina. Hanno un «pos», un porto sicuro in cui
potere far sbarcare i migranti, le due navi Ong che la scorsa settimana hanno recuperato 237 migranti in acque internazionali davanti alla Libia.
Le due navi erano in attesa da giorni del «pos» ed è arrivata la comunicazione ufficiale del Viminale, accompagnata dalla precisazione che «Francia, Germania, Portogallo e Irlanda hanno già dato la loro disponibilità ad accogliere i richiedenti asilo a bordo», sulla base della procedura di redistribuzione dei migranti a livello europeo avviata dalla Commissione Ue anche sulla scorta del pre-accordo di Malta dello scorso autunno.
La Sea Watch 3, nave della omonima Ong tedesca, ha a bordo 119 persone recuperate in poche ore in tre diversi interventi, giovedì della scorsa settimana.
La Open Arms, della omonima Ong catalana, ne ha salvati 118 con due interventi avvenuti venerdì scorso.
Molte le donne e i bambini a bordo delle due navi che in questi giorni hanno dovuto affrontare forte maltempo, perfino una violenta grandinata, e mare molto mosso. «Speriamo di arrivare presto a un meccanismo automatico di sbarco e redistribuzione – dice il fondatore della Ong spagnola, Oscar Camps – senza gli sporchi accordi con la Libia
I migranti raccontano tutti i mesi, a volte anni, di privazioni, stenti e violenze in Libia in attesa di poter partire.
Negli stessi giorni della scorsa settimana, in qualche caso nelle stesse ore, nelle quali i soccorritori delle due Ong recuperavano i 237 migranti, nel mare davanti alla Libia – e in alcuni casi anche davanti agli stessi occhi degli equipaggi delle navi Ong – in centinaia venivano riportati indietro dalla Guardia costiera libica, anche con la forza. L’Oim, l’organizzazione dell’Onu per le migrazioni che assiste i migranti sui moli dei porti libici, stima nei primi giorni dell’anno il rientro nel paese africano in guerra di quasi mille persone, la maggior parte a Tripoli: 953, tra cui 136 donne e 85 bambini: «Quasi tutti sono stati ricondotti in Libia dalla guardia costiera libica e solo un ritorno con 60 persone è stato operato da una nave commerciale», ha detto un portavoce dell’Oim a Ginevra. I 60 avevano anche tentato di opporsi allo sbarco, inutilmente. Negli stessi giorni, la Guardia costiera libica ha recuperato – dice sempre l’Oim – i corpi di 23 migranti: «L’attuale improvviso aumento delle partenze è particolarmente allarmante, data la capacità molto limitata di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo».
L’unica nave umanitaria rimasta davanti alle coste africane è la Ocean Viking di Sos Mediterranee e Medici senza frontiere, attualmente tra la Tunisia e Lampedusa.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2020 Riccardo Fucile
ORA DICE CHE SE DOVESSE PERDERE RIMARREBBE IN REGIONE E RINUNCEREBBE AL SENATO (SE VINCESSE DOVREBBE FARLO IN OGNI CASO): MA ALLORA PERCHE’ NON SI DIMETTE PRIMA?
Lucia Borgonzoni si sente vicina al traguardo, mancano pochi giorni all’appuntamento per le elezioni regionali in Emilia-Romagna. Dalle urne potrebbe uscire una storica vittoria per la Lega, che conquisterebbe per la prima volta la storica “regione rossa”.
Per vincere però bisogna fare delle promesse che convincano gli elettori. E la maggior parte di quelle fatte dalla Borgonzoni, dagli ospedali aperti anche di notte, al fondo per le vittime di violenza passando per la legge sui carnevali, sono già realtà .
Qualche settimana fa la Borgonzoni, a cui piace giocare al gioco “quando vinco farò questo e quello”, ha addirittura proposto un referendum sull’Autonomia differenziata. Dimenticando o ignorando che l’Emilia-Romagna ha già chiesto l’autonomia, e senza dover sprecare i soldi dei contribuenti come hanno fatto Veneto e Lombardia.
Ieri a Carta Bianca ne ha fatta una meno impegnativa (per lei). Ha promesso che qualora dovesse perdere le elezioni si dimetterebbe da senatrice per continuare a fare il capo dell’opposizione in Consiglio Regionale.
La Borgonzoni non ha alcun obbligo di farlo, tant’è che attualmente è sia senatrice che consigliere comunale d’opposizione a Bologna.
Mentre invece qualora vincesse dovrebbe dimettersi dal Senato per incompatibilità , esattamente come hanno fatto i vari Solinas, Tesei e Marsilio dopo essere stati eletti presidenti delle rispettive regioni.
Stando alla promessa di Borgonzoni quindi, che vinca o che perda le elezioni, lascerà Palazzo Madama.
Non si capisce quindi come mai — visto che i due soli esiti possibili delle regionali sono quelli — la Borgonzoni non si sia dimessa già oggi dal Senato. Tanto dovrebbe farlo in ogni caso.
C’è però un precedente. Nel 2016 la Borgonzoni si candidò a sindaco di Bologna perdendo le elezioni ma venendo eletta in consiglio comunale. Ciononostante la Borgonzoni non rifiutò la possibilità di candidarsi alle politiche del marzo del 2018 risultando eletta in Senato.
Anche qui: nessun divieto e nessuna incompatibilità , e la Borgonzoni non è certo la prima o l’unica a farlo. La senatrice — e sottosegretaria alla Cultura del Governo Conte One — non rinunciò al suo seggio al comune di Bologna (del resto non aveva promesso di dimettersi) con il bel risultato di risultare una dei consiglieri comunali più assenteisti.
In molti si sono chiesti come mai la Borgonzoni non abbia lasciato il suo posto al consiglio comunale ma la senatrice non risulta aver fornito delle risposte.
E per la verità anche la grande promessa della Borgonzoni non è farina del suo sacco. Ad inizio d’anno infatti il suo sfidante, Stefano Bonaccini, l’aveva invitata a dimostrare il suo attaccamento per l’Emilia-Romagna dimettendosi dal Senato fin da subito.
La Borgonzoni evitò di rispondere dicendo che era «un livello da prima elementare».
Ieri invece a quanto pare l’idea è diventata più di suo gradimento. La senatrice della Lega invece per ora rimane a Palazzo Madama (dove non brilla per le presenze, anche a causa della campagna elettorale) e si dimetterà — forse — in caso di sconfitta.
Ma non si può certo fargliene una colpa, del resto i politici che lasciano un posto sicuro sono più unici che rari. Certo, se vuole Lucia Borgonzoni può sempre dimostrare di essere diversa da tutti e dimettersi già oggi, in fondo che le cambia?
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 15th, 2020 Riccardo Fucile
L’IMPRENDITORE:”ABBIAMO ASSUNTO 120 RICHIEDENTI ASILO, SPESO PER LA LORO FORMAZIONE E ADESSO DOBBIAMO MANDARLI A CASA, UN’ASSURDITA'”
120 richiedenti asilo e titolari di permessi provvisori di protezione umanitaria perdono il lavoro
da magazziniere o autista o camionista presso una delle più grandi aziende di logistica italiana, la Number 1 Logistic di Parma, per effetto del decreto sicurezza. Quel contratto regolare, uno stipendio da 1.000 a 1.200 euro, spiega oggi Alessandra Ziniti su Repubblica, sfuma:
L’ingegnere Renzo Sartori, presidente della Number 1, gruppo da 4.000 dipendenti, e vicepresidente nazionale di Assologistica parla da imprenditore: «Quello che mi auguro è che non se ne faccia una questione di lotta politica, che si abbia il coraggio di affrontare un problema che può e deve essere risolto. Io non dico che chiunque deve essere integrato ma dare la possibilità di imparare la lingua, entrare in un percorso formativo e avere un posto di lavoro, e dunque di rimanere in Italia a chi riesce, è una cosa da cui lo Stato avrebbe tutto da guadagnare, anche in termini di contributi pensionistici. Parliamo di un miliardo all’anno, non di bruscolini».
Conviene allo Stato e conviene alle tantissime aziende italiane che, come la Number 1, faticano a trovare personale italiano.
«Adesso ci toccherà cercare sul mercato locale e francamente sarà un problema trovare gente disposta a fare questi lavori semplici. La nostra idea di investire sulla formazione dei richiedenti asilo è nata proprio per necessità , per l’impossibilità di trovare risorse sul territorio. Siamo andati negli Sprar a cercare richiedenti asilo e abbiamo investito, insieme ai nostri partner, un bel po’ di soldi, soldi buttati alla luce di come si sono messe poi le cose», osserva amaramente Sartori.
Quasi 130.000 euro, tanto fino ad ora è costato il progetto Next (new experiment for training) di cui, con un contributo della Fondazione Cariparma, portato avanti dalla Number 1 insieme alla Caritas parmense e di Fidenza e alla Ciac onlus: i primi tre cicli di formazione a cui sono stati ammessi 160 richiedenti asilo provenienti da 22 paesi e sbarcati in Italia negli ultimi cinque anni si sono già conclusi e per 120 di loro era arrivata l’assunzione.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 15th, 2020 Riccardo Fucile
SMANTELLATE TUTTE LE BALLE DEL LEGHISTA… CON SALVINI 87.000 IRREGOLARI IN PIU’ E MENO RIMPATRI… I DECRETI SICUREZZA VANNO ABOLITI, BASTA TAPPULLI, SI RIPRISTINI LA LEGALITA’
Ieri sera la ministro dell’Interno Luciana Lamorgese a Otto e Mezzo ha ribadito alcuni fatti noti che la propaganda leghista ha tentato — e tenta tutt’ora — di presentare diversamente.
A partire dalla immaginaria questione dei porti chiusi da Matteo Salvini e dei porti aperti dal nuovo Governo. Come aveva già detto il sindaco di Lampedusa si tratta di pura propaganda.
La titolare del Viminale infatti a ribadito che «i porti non sono mai stati chiusi perchè è vero che c’era il divieto di sbarco ma poi regolarmente sbarcavano su indicazione della magistratura». E non solo, perchè i porti erano “chiusi” solo per le ONG ma apertissimi per tutti gli altri.
Perchè sono aumentati gli sbarchi?
Lamorgese ha anche spiegato la ragione dell’aumento degli sbarchi a partire da settembre. Un dato sul quale Matteo Salvini ha più volte puntato il dito contro Conte Bis spiegando che è quello che succede quando si “riaprono i porti” alle ONG.
Ma non solo quei migranti non sono arrivati grazie alle ONG, quindi non sarebbero stati bloccati nemmeno dal predecessore di Lamorgese la quale ha spiegato che «la maggior parte veniva dalla Tunisia — dove non c’era un governo e quindi una situazione di instabilità — e quasi nessuno dalla Libia. Non sapendo con chi prendere accordi in quanto mancava il ministro dell’Interno tunisino e ancora adesso non c’è un governo in Tunisia quello va ad incidere sulla situazione generale dei flussi migratori». Parole molto diverse da quelle di Salvini, che prima di tornare ad essere un semplice senatore raccontava che la Tunisia era un paese sicuro perchè gli italiani ci andavano in vacanza.
Ma dal Governo ci si aspetta, soprattutto da parte del PD, un intervento di revisione dei Decreti Sicurezza, meglio ancora se un’abolizione completa. L’abolizione non ci sarà , perchè la ministra Lamorgese lascia intendere che ci sarà al massimo una lieve rimodulazione che comprende multe più basse per le ONG — o meglio un ritorno a quanto previsto dal primo Decreto Sicurezza — e qualche passo indietro sui permessi di soggiorno per motivi umanitari.
Non un ripristino però. La titolare del Viminale spiega che è necessario «ampliare la categoria dei permessi umanitari per evitare quello che stava succedendo a dicembre e sul quale siamo dovuti intervenire».
La frase non è molto chiara, perchè la categoria in questione è stata completamente abrogata. Ma il senso del discorso invece è perfettamente comprensibile: «tutti quelli che non avevano il permesso umanitario in base al Decreto poi venivano buttati fuori per strada e quindi ce li trovavamo nelle piazze nelle strade e nelle stazioni». È il problema degli irregolari creati proprio dal Decreto Sicurezza e dall’abolizione della protezione umanitaria.
Il Viminale infatti è dovuto intervenire per concedere una proroga di sei mesi — dal 1 gennaio al 30 giugno 2020 — dei servizi ex Sprar che oggi sono i Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati) che accolgono i migranti cui è stata concessa la protezione umanitaria proprio per evitare che migliaia di migranti finissero in mezzo alla strada.
Allo stesso tempo la ministra non ha intenzione di tornare al sistema degli Sprar e sembra ritenere che la scelta di dare una stretta ai permessi umanitari per coloro che non ottenevano la protezione internazionale non sia stata completamente sbagliata perchè «eravamo l’unico paese che eravamo al 28%, gli altri paesi erano al 3-4%» (ora siamo intorno al 2%, scrive Matteo Villa dell’ISPI su Twitter). È chiaro però che proprio la stretta sui permessi umanitari ha contribuito ad aumentare il numero degli irregolari (il ministro però evita di fornire le cifre).
Secondo Matteo Villa a settembre 2019 «il numero di stranieri irregolari in Italia sfiora i 640.000. Sono 87.000 in più da fine maggio 2018, cioè dall’entrata in carica del Governo Conte I».
Di conseguenza con il Decreto Salvini in Italia oggi ci sono almeno 26mila stranieri irregolari in più rispetto ad uno scenario in cui quella forma di protezione internazionale fosse stata mantenuta.
Ora la ministra, che rivendica maggiore sobrietà rispetto alle felpe salviniane, ritiene che una revisione del Decreto Sicurezza possa far rientrare l’emergenza creata da Salvini, quello che chiudeva i porti ma nel frattempo creava migliaia di irregolari tra i migranti già sbarcati e presenti in Italia.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 15th, 2020 Riccardo Fucile
COSCA GRANDI ARACRI: INDAGATI ANCHE L’EX VICEPRESIDENTE DELLA REGIONE E QUATTRO FINANZIERI
La Guardia di finanza di Crotone ha arrestato tre persone nell’ambito di un’inchiesta della Dda
di Catanzaro, denominata “Thomas”, sulle presunte ingerenze della cosca di ‘ndrangheta Grande Aracri sulle attività del Comune di Cutro.
Gli arrestati sono Ottavio Rizzuto, attuale Presidente del Consiglio di amministrazione della Banca di Credito cooperativo del Crotonese e già dirigente, dal 2007 al 2015, dell’Area tecnica del Comune di Cutro; Alfonso Sestito, medico cardiologo al Policlinico Gemelli di Roma; Rosario Le Rose, imprenditore.
I tre arresti sono stati fatti in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip distrettuale di Catanzaro su richiesta dei pm della Dda Paolo Sirleo e Domenico Guarascio su direttive del capo della Procura, Nicola Gratteri.
Le persone coinvolte nell’operazione sono accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso e di estorsione, abuso d’ufficio, traffico di influenze illecite, omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, reati questi ultimi tutti aggravati dalle modalità mafiose. L’attività investigativa ha fatto emergere l’appartenenza e le relazioni massoniche di alcuni fra gli indagati.
Emessa inoltre un’informazione di garanzia nei confronti di Nicola Adamo, ex vicepresidente della Regione Calabria. Risultano indagati anche quattro appartenenti al corpo della Guardia di Finanza che “attraverso l’abusiva consultazione delle banche dati in uso al Corpo, attingevano informazioni riservate ovvero coperte dal segreto istruttorio in favore di terzi soggetti, provvedendo ad informarli su attività di polizia giudiziaria o economico finanziaria in itinere, compiendo, altresì, gravi omissioni, non denunciando reati in corso di attuazione ovvero fatti suscettibili di approfondimenti investigativi”.
“Le indagini consentono di asserire – è detto in una nota stampa della Dda di Catanzaro – come negli anni la cosca di ‘ndrangheta capeggiata dal Nicola Grande Aracri abbia esercitato la sua influenza sul Comune di Cutro gestendo di fatto numerosissimi appalti e traendone diretto e cospicuo giovamento economico. Figura centrale di questa metastasi criminale era il presidente della banca.
La Guardia di finanza, nell’ambito dell’operazione, ha eseguito una serie di perquisizioni nella sede legale e nelle filiali di Cutro e di Isola di Capo Rizzuto della Banca di credito cooperativo del Crotonese. Il quadro probatorio acquisito ha consentito di far luce sulle agevolazioni ed i favoritismi che Rizzuto ha effettuato a vantaggio delle cosche di ‘ndrangheta locali in ragione delle funzioni ricoperte nel tempo, con particolare riferimento all’imprenditore Rosario Le Rose. Quest’ultimo, attraverso l’attività commerciale Idro Impianti srl, è risultato essere affidatario di tutte le commesse del Comune di Cutro, dal 2007 al 2015, operando in sostanziale regime di monopolio”.
La Dda di Catanzaro ha inoltre emesso un’informazione di garanzia nei confronti del boss Nicolino Grande Aracri, capo del Locale di ‘ndrangheta di Cutro e capo crimine della provincia di Crotone, attualmente detenuto in regime di 41 bis nel carcere di Opera, a Milano. “Le indagini – si legge nella nota stampa diffusa dalla Dda – consentono di asserire come negli anni il locale di ‘ndrangheta capeggiato da Nicolino Grande Aracri abbia esercitato la sua influenza sul Comune di Cutro, gestendo di fatto numerosissimi appalti e traendone diretto e cospicuo giovamento economico”
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 15th, 2020 Riccardo Fucile
ACCUSATO DI CORRUZIONE IN ATTI GIUDIZIARI, ALTRI OTTO INDAGATI
La Guardia di Finanza ha arrestato questa mattina, coordinata dalla DDA di Salerno, un magistrato della Corte d’Appello di Catanzaro e due avvocati.
L’accusa per Marco Petrini è di corruzione in atti giudiziari, mentre per alcuni degli altri indagati potrebbe scattare l’aggravante dell’art. 416 bis.
Secondo la Dda di Salerno, le indagini “hanno permesso di ricostruire una sistematica attività corruttiva nei confronti di un Presidente di sezione della Corte d’Appello di Catanzaro nonchè Presidente della Commissione Provinciale Tributaria del capoluogo di regione calabrese”.
Secondo il comunicato stampa della Dda di Salerno, gli indagati promettevano soldi, beni preziosi e prestazioni sessuali al Presidente di sezione della Corte d’Appello “per ottenere, in processi penali, civili e in cause tributarie sentenze o comunque provvedimenti favorevoli a terze persone concorrenti nel reato corruttivo”. In alcuni casi, i favori sarebbero stati “diretti a vanificare, mediante assoluzioni o consistenti riduzioni di pena, sentenze di condanna pronunciate in primo grado dai tribunali del distretto, provvedimenti di misure di prevenzione, già definite in primo grado o sequestri patrimoniali in applicazione della normativa antimafia, nonchè sentenze in cause civili e accertamenti tributari”.
Il magistrato sarebbe in una condizione economica difficile da tempo. Secondo la Dda, ”è stata accertata […] la grave situazione di sofferenza finanziaria in cui versava il magistrato arrestato”. Una situazione “cronicizzata ed assolutamente non risolvibile nel breve periodo”.
Le indagini sono partite nel 2018. 8 persone sono interessati dai provvedimenti: uno di questi è agli arresti domiciliari, mentre per gli altri 7 è stata disposta la custodia cautelare in carcere. I due avvocati arrestati fanno parte, rispettivamente, del foro di Catanzaro e di Locri.
Secondo il comunicato stampa della Dda, un attore fondamentale in tutto questo è un “insospettabile”, cioè un medico in pensione ed ex dirigente dell’Asp di Cosenza: Emilio Santoro. Quest’ultimo “oltre a ‘stipendiare’ mensilmente il magistrato per garantirsi l’asservimento stabile delle funzioni dello stesso, si prodigava altresì per procacciare nuove occasioni di corruzione”, promettendo a persone indagate o condannate in primo grado trattamenti di favore.
Non solo: gli inquirenti avrebbero accertato che gli indagati si sarebbero attivati per “far riottenere il vitalizio ad un ex politico calabrese che, nel corso della V legislatura regionale, ricopriva la carica di Consigliere della Regione Calabria”. Si tratta di Giuseppe Tursi Prato, “già condannato nel 2004 per vari reati, fra cui quello di associazione mafiosa, per il reato di traffico di influenze illecite”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 15th, 2020 Riccardo Fucile
A FINIRE IN MANETTE ANCHE IL SINDACO DI TORTORICI, DECAPITATI I CLAN MAFIOSI DEI NEBRODI, 150 AZIENDE SEQUESTRATE
I carabinieri del Ros e la Guardia di Finanza hanno arrestato 94 persone nel corso del più
imponente blitz mai messo a segno contro i clan mafiosi messinesi dei Nebrodi. Oltre 600 i militari coinvolti nell’operazione che è stata coordinata dalla Dda di Messina, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia.
L’inchiesta ha portato anche al sequestro di 150 imprese. Decapitati i clan mafiosi dei Batanesi e dei Bontempo Scavo.
Gli indagati sono in tutto 194. Delle 94 misure emesse 48 sono provvedimenti di custodia cautelare in carcere, le altre di arresti domiciliari.
In cella sono finiti i vertici delle famiglie mafiose dei Batanesi e dei Bontempo Scavo, gregari, estortori e “colonnelli” dei due clan storici dei Nebrodi. Le accuse sono, a vario titolo, di associazione mafiosa, truffa aggravata, intestazione fittizia di beni, estorsione, traffico di droga.
L’indagine coinvolge anche imprenditori e professionisti insospettabili come un notaio accusato di concorso esterno in associazione mafiosa
Il gip di Messina che ha emesso l’ordinanza, Sergio Mastroeni, ha analizzato oltre 30mila pagine di atti giudiziari. L’indagine è stata condotta dai carabinieri del Ros, del comando provinciale di Messina e del Comando Tutela Agroalimentare e dai Finanzieri del Comando provinciale di Messina.
Le mani dei clan sui fondi Ue.
A fiutare l’affare milionario sono stati i clan storici di Tortorici, paese dei Nebrodi, i Batanesi e i Bontempo Scavo, che, anche grazie all’aiuto di un notaio compiacente e di funzionari dei Centri Commerciali Agricoli (CCA) che istruiscono le pratiche per l’accesso ai contributi europei per l’agricoltura, hanno incassato fiumi di denaro. I due clan, invece di farsi la guerra, si sono alleati, spartendosi virtualmente gli appezzamenti di terreno, in larghissime aree della Sicilia ed anche al di fuori dalla regione, necessari per le richieste di sovvenzioni.
“Ciò, – scrive il gip che ha disposto gli arresti su richiesta della Dda di Messina- con gravissimo inquinamento dell’economia legale, e con la privazione di ingenti risorse pubbliche per gli operatori onesti”.
La truffa si basava sulla individuazione di terreni “liberi” (quelli, cioè, per i quali non erano state presentate domande di contributi). A segnalare gli appezzamenti utili spesso erano i dipendenti dei CCA che avevano accesso alle banche dati. La disponibilità dei terreni da indicare era ottenuta o imponendo ai proprietari reali di stipulare falsi contratti di affitto con prestanomi dei mafiosi o attraverso atti notarili falsi. Sulla base della finta disponibilità delle particelle, veniva istruita da funzionari complici la pratica per richiedere le somme che poi venivano accreditate al richiedente prestanome dei boss spesso su conti esteri.
“La percezione fraudolenta delle somme – scrive il gip – era possibile grazie all’apporto compiacente di colletti bianchi, collaboratori dell’A.G.E.A., un notaio, responsabili dei centri C.A.A., che avevano il know-how necessario per procurare l’infiltrazione della criminalità mafiosa nei gangli vitali di tali meccanismi di erogazione di spesa pubblica e che conoscevano i limiti del sistema dei controlli”.
Gip: “Società rassegnata”.
“La mafia è una specie di classe sociale, contrastabile ma non eliminabile come categoria, nonostante decine e decine di operazioni e processi. Un riscatto completo, la liberazione del territorio, difficilmente sarà ottenuta solo con l’intervento giudiziario. Le misure non arrestano un mondo rassegnato alla deriva mafiosa, una sventura per mafiosi e famiglie”. Lo scrive il gip di Messina Salvatore Mastroeni che, accogliendo la richiesta della Procura della Città dello Stretto guidata da Maurizio de Lucia, ha disposto l’arresto di 94 tra boss, gregari ed estortori dei clan tortoriciani dei Batanesi e dei Bontempo Scavo.
L’inchiesta, che ha svelato la nuova frontiera del business mafioso – le truffe all’Ue – ha ricostruito gli organigrammi delle cosche e rivelato una fitta rete di complicità di professionisti insospettabili. “Il riscatto di intere popolazioni – aggiunge il giudice nella ordinanza di custodia cautelare di oltre 1700 pagine – richiederà di più. Quando la mafia si incunea, altera il mercato, depreda risorse, il contrasto penale si impone. Ma il dato penale diventa insufficiente quando non si trovano strutture che portano ricchezza alla gente e al territorio e anzi arriva la sensazione tragica di ulteriore impoverimento”. Il gip parla di una “criminalità che ingurgita profitti milionari. Profitti che spariscono e niente lasciano alla gente”.
Storicamente ritenuta “minore” rispetto a Cosa nostra palermitana e catanese, tanto da far meritare alla provincia di Messina l’appellativo di “babba”, ingenua. Una visione assolutamente in contrasto con quello che emerge dall’indagine della Procura di Messina che ha disarticolato i clan mafiosi dei Nebrodi, arrestando 94 persone, e ha scoperto una truffa milionaria all’Unione Europea messa a segno dai boss, grazie alla complicità di insospettabili professionisti.
La mafia è tornata alla terra, ma non è più la “mafia dei pascoli”: siamo di fronte piuttosto a una organizzazione imprenditoriale al passo coi tempi che sfrutta le potenzialità offerte dall’Ue all’agricoltura e riesce a intascare fiumi di denaro. Le cosche tortoriciane dei Batanesi e dei Bontempo Scavo, disarticolate dall’inchiesta, avevano rapporti anche con Cosa nostra palermitana, con le “famiglie” catanesi e con esponenti mafiosi di Enna e Catenanuova
Dall’indagine, condotta dai carabinieri del Ros e dalla Finanza, viene fuori che i boss non hanno dismesso le tradizionali attività illecite – estorsioni, traffici di droga -, ma i taglieggiamenti spesso sono finalizzati all’accaparramento di terreni, la cui disponibilità è presupposto per accedere ai contributi comunitari; “settore, questo, – scrive il gip che ha disposto gli arresti – che costituiva il principale, moderno, ambito criminale di operatività delle famiglie mafiose, unitamente ad un’attività di narcotraffico organizzato grazie ad una rete di contatti in ambito regionale, e nel cui settore venivano reimpiegate, con ogni probabilità , le ingenti somme depredate attraverso le truffe”.
Gli inquirenti hanno anche accertato che il denaro illecito transitava spesso su conti esteri per, poi, “rientrate in Italia, attraverso complesse e vorticose movimentazioni economiche, finalizzate a farne perdere le tracce”. “Le organizzazioni mafiose in questione, – conclude il giudice – grazie all’apporto di professionisti, presentano una fisionomia dinamica, muovendo dal controllo dei terreni, forti di stretti legami parentali e omertà diffusa (e, quindi, difficilmente permeabili al fenomeno delle collaborazioni con la giustizia), mirano all’accaparramento di utili, infiltrandosi in settori strategici dell’economia legale, depredandolo di ingentissime risorse, nella studiata consapevolezza che le condotte fraudolente, aventi ad oggetto i contributi comunitari, praticate su larga scala e difficilmente investigabili in modo unitario e sistematico, presentino bassi rischi giudiziari, a fronte di elevatissimi profitti”.
I protagonisti dell’inchiesta.
Sono due i clan coinvolti nella maxi- inchiesta dei pm di Messina: quello dei Bontempo Scavo e quello dei Batanesi, entrambi storici e radicati nella zona di Tortorici, sui Nebrodi. Tutte e due le cosche hanno base familiare: l’inchiesta “colpisce” infatti interi nuclei familiari. Secondo gli inquirenti i Batanesi e i Bontempo Scavo avrebbero scelto di non farsi la guerra ma di spartirsi gli affari: come quello delle truffe all’Ue attraverso false intestazioni di decine di terreni da utilizzare per avere i contributi per l’agricoltura. Le due famiglie sarebbero dunque in una fase di tregua armata, “anche se sotto la cenere cova sempre la voglia di fare piazza pulita del concorrente”, scrivono i magistrati.
I personaggi di spicco dell’indagine sono, per i batanesi, Sebastiano Bontempo detto il guappo, Giordano Galati detto Lupin, Sebastiano Bontempo, “il biondino” e Sebastiano Mica Conti. Tutti hanno scontato condanne pesantissime per mafia, Mica Conti anche per omicidio. Dopo aver espiato le pene, sono stati scarcerati e sono tornati al vertice del clan. I vertici della “famiglia” dei Bontempo Scavo coinvolti sono: Aurelio Salvatore Faranda e i fratelli Massimo Giuseppe e Gaetano.
Nell’inchiesta sono finiti anche imprenditori e alcuni insospettabili: come il notaio, Antonino Pecoraro, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, che avrebbe fatto falsi atti per far risultare acquisiti per usucapione una serie di terreni la cui titolarità serviva alle “famiglie” per chiedere i contributi Ue, e i titolari di una serie di Centri Commerciali Agricoli della zona.
Il Protocollo Antoci in contrasto con gli interessi dei clan.
“Emerge un contesto di significazione probatoria e chiavi di lettura dell’attentato Antoci che si è posto in contrasto con gli interessi della mafia”. Lo hanno specificato i magistrati. I reati contestati ruotano difatti attorno al lucroso affare dei Fondi Europei per l’Agricoltura in mano alle mafie combattuto con forza con il cosiddetto “Protocollo Antoci” ideato e voluto dall’Ex Presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, sfuggito a un agguato grazie agli uomini della sua scorta, e dal 27 settembre 2017 Legge dello Stato. Un meccanismo interrotto proprio dal quel Protocollo che Antoci ha fortemente voluto.
In manette anche il sindaco di Tortorici.
In carcere, nella maxi operazione che ha portato all’arresto di 94 tra boss, gregari ed estintori dei clan tortoriciani, imprenditori e professionisti, c’è anche il sindaco di Tortorici Emanuele Sardo Galati, 39 anni. È accusato di concorso esterno in associazione mafiosa: da responsabile di uno dei Centri Commerciali Agricoli coinvolti nell’inchiesta avrebbe consentito ai clan la commissione di una serie di truffe all’Ue. Gli operatori dei CCA indagati avallavano la regolarità delle domande di pagamento dei contributi europei facendo risultare finti trasferimenti dei terreni per cui chiedere le sovvenzioni europee dai proprietari ai beneficiari delle domande. I terreni risultavano intestati a prestanomi dei boss.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2020 Riccardo Fucile
L’ARCHITETTO E’ FIGLIO DI ALDO, ESPONENTE DELLA PITTURA NEOREALISTA NOTO IN TUTTO IL MONDO: “E’ UN GESTO DI STIMA PER CHI COMBATTE CONTRO CHI DISPREZZA GLI ULTIMI”
Sei opere di Aldo Borgonzoni sono state donate alle Sardine, un gesto di sostegno che riaccende la faida politica in famiglia.
Il regalo è del padre di Lucia Borgonzoni, l’architetto Giambattista, da lungo tempo diviso dalla figlia nelle urne. Lui alle Regionali vota il governatore uscente Pd Stefano Bonaccini e si era già fatto fotografare con Mattia Santori, leader del movimento. Racconta oggi Repubblica:
Il dono pittorico al movimento che combatte il populismo di Salvini è composto da serigrafie, incisioni e un piccolo dipinto di pregio. Raffigurazioni sul lavoro contadino e la Chiesa conciliare, i temi più cari ad Aldo Borgonzoni, esponente della pittura realista ed espressionista del ‘900 presente nei musei europei e al Pushkin di Mosca.
«È un gesto di stima», si schermisce Giambattista, il figlio cresciuto a pane ed arte, negli studi incontrava Morandi, Guttuso, De Chirico. Un atto politico a dodici giorni dal voto.
Il ricavato della vendita delle opere contribuirà a sostenere l’evento delle Sardine domenica a Bologna, con decine di artisti, tra cui Afterhours, Subsonica, Pif, e in video Ezio Bosso e Francesco Guccini.
«Da quando siamo nati il mondo dell’arte e della creatività ci ha ricoperto di attenzione, questa è la donazione più importante – spiega il leader bolognese Mattia Santori – E visto che i fondi raccolti sono già molti, stiamo pensando a un’azione benefica a favore di un’associazione che si occupa di infanzia. Anche in risposta a chi ha fatto sciacallaggio mediatico su Bibbiano sul quale sta indagando la magistratura».
Il padre della candidata era presente al debutto delle Sardine a Bologna mentre in contemporanea la figlia era con Salvini ad aprire la campagna elettorale. E ha incontrato Mattia Santori a fine anno, una foto e auguri con inequivocabile messaggio: «La Lega non mi piace per il disprezzo che esprime verso gli ultimi».
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 15th, 2020 Riccardo Fucile
CRESCONO FDI, ITALIA VIVA E LA SINISTRA
I sondaggi di Cartabianca illustrati durante la trasmissione e prodotti da Ixè dicono che la Lega
è in costante calo rispetto alla precedente rilevazione, così come il MoVimento 5 Stelle e Forza Italia.
Stabile il Partito Democratico, che invece veniva illustrato in crescita nella rilevazione del Tg di La7, mentre guadagnano Italia Viva e La Sinistra (+0,6% in una sola rilevazione) oltre alla crescita di Fratelli d’Italia che ormai è costante e ha superato stabilmente la soglia del 10%.
L’Istituto Ixè ha illustrato anche la fiducia nei confronti dei politici: in testa c’è sempre Giuseppe Conte ma in calo, mentre Giorgia Meloni, ancora in crescita, supera stabilmente Matteo Salvini.
Zingaretti e Di Maio, azionisti di maggioranza del governo attuale, sono in calo mentre Silvio Berlusconi è ancora più popolare di Matteo Renzi, che chiude la classifica.
(da “NextQuotidiano”)
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