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DUE PER MILLE AI PARTITI, CRESCONO I FINANZIAMENTI: PD E LEGA IN TESTA ALLE PREFERENZE

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

MA LE DONAZIONI ALLA POLITICA RAPPRESENTANO SOLO IL 3% DELLE SCELTE DEI CONTRIBUENTI

E’ il Partito Democratico a fare il ‘pieno’ con il 2 per mille dell’Irpef che i contribuenti possono destinare ai partiti politici.
Con le dichiarazioni dei redditi 2019, relative ai redditi 2018, i dem incassano 8.437.932 euro da 572.686 scelte ovvero il 42,17% delle scelte del 2 per mille, che corrispondono però ad appena l′1,39%% dei contribuenti.
Al secondo posto la Lega per Salvini Premier che mette in cassa 3.091.083: a scegliere il Carroccio 274.512 contribuenti, il 20,21% di quanti hanno destinato quota Irpef ai partiti e lo 0,67% del totale.
Via Bellerio però può contare anche su Lega Nord per l’Indipendenza della Padania che porta a casa 809.273 euro.
Al terzo posto Fratelli d’Italia, con 1.168.061 euro e 93.815 scelte, che corrispondono al 6,91% delle destinazioni e lo 0,23% dei contribuenti. In totale dal 2 per mille arrivano ai partiti 18.053.664 euro.

(da “Huffingtonpost”)

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HA DEFINITO “PEZZO DI MERDA” UN BOSS DELLA MAFIA: GIORNALISTA CONDANNATO PER DIFFAMAZIONE

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

600 EURO DI MULTA A RINO GIACALONE… AL CAPOMAFIA DI MAZARA DEL VALLO IL VESCOVO AVEVA RIFIUTATO I FUNERALI

Una storia controversa, perchè la diffamazione va giudicata anche in base alla storia e alle azioni del presunto diffamato. E cosa è la mafia?
Il giornalista Rino Giacalone è stato condannato per diffamazione per aver etichettato come “pezzo di merda” il capomafia di Mazara del Vallo Mariano Agate, pluricondannato, in occasione della sua morte
La sentenza è stata emessa dai giudici della terza sezione della Corte d’Appello di Palermo, che gli hanno inflitto 600 euro di multa, oltre che il pagamento delle spese di tutti i gradi di giudizio; il pg Francesca Lo Verso aveva chiesto la condanna del giornalista a 4 mesi
“Aspetteremo le motivazioni della sentenza e presenteremo ricorso in Cassazione contro questa decisione che riteniamo inaccettabile”, ha detto l’avvocato Domenico Grassa, legale di Giacalone che alla lettura del dispositivo si è detto “frastornato, ma non cambio idea”
Il procedimento era scaturito dalle denunce di Rosa Pace, vedova di Mariano Agate, capomafia di Mazara del Vallo (Trapani) deceduto per cause naturali nell’aprile 2013. In primo grado il giornalista era stato assolto dal Tribunale di Trapani, ma su ricorso presentato dalla procura (pm Franco Belvisi), il provvedimento venne annullato dalla Corte di Cassazione nel novembre 2017
Nell’udienza Giacalone è tornato a rendere spontanee dichiarazioni. “L’ho fatto – com’è evidente – citando Peppino Impastato, attraverso il ricorso alla figura retorica della sineddoche: per criticare la mafia nella sua interezza, ho fatto incidentale riferimento a un suo componente”, ha detto il giornalista dinanzi la Corte presieduta dal giudice Dario Gallo
Il processo ha ripercorso il curriculum criminale di Agate, membro della cosiddetta commissione regionale di Cosa nostra, condannato all’ergastolo per mafia, attivo nella raffinazione e nel traffico di sostanze stupefacenti ed iscritto alla nota loggia massonica Iside 2.
In seguito al decesso il questore di Trapani ne aveva vietato i funerali pubblici ed anche il Vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero aveva rifiutato i funerali religiosi
In quei giorni Giacalone, attraverso un articolo pubblicato sul portale Malitalia.it, aveva ricostruito i trascorsi di Mariano Agate concludendo che come la sua morte togliesse alla Sicilia la presenza di “un gran bel pezzo di merda”.

(da Globalist)

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ALBERTO STASI CENTRALINISTA, SABRINA MISSERI SARTA, VERONICA PANARELO STUDIA: IL LAVORO IN CARCERE DEI DETENUTI NOTI

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

C’E’ CHI STUDIA, CHI STA AI FORNELLI, CHI RIGENERA MACCHINE PER IL CAFFE’… SONO RETRIBUITI CON QUALCHE CENTINAIA DI EURO

C’è chi studia, chi sta ai fornelli, chi risponde al centralino del call center, chi rigenera macchine per caffè: dopo aver diviso più volte l’Italia tra innocentisti e colpevolisti, quei detenuti che per settimane o mesi, fino alla condanna definitiva, hanno “resistito” sulle prime pagine dei quotidiani vivono ora la reclusione impegnandosi in attività  lavorative che consentono loro di mantenere un ponte con la società .
Sono retribuiti con la mercede (così si chiama lo stipendio dei reclusi), da poche centinaia di euro e in qualche caso fino a mille euro: denaro che alcuni riservano per sè, altri destinano alle loro famiglie.
Alberto Stasi, condannato a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi (Garlasco, 13 agosto 2007), è impegnato nella casa di reclusione di Bollate (Milano), modello avanzato di struttura penitenziaria, come centralinista: opera al call center di una nota compagnia telefonica, che ha stipulato una convenzione con la “Bee4 altre menti”, impresa sociale fondata nel 2013, che offre opportunità  di riscatto a persone che hanno incontrato il carcere.
Allo stesso call center aspira Salvatore Parolisi, che ha scontato quasi metà  della pena a 20 anni di reclusione inflittagli per l’omicidio della moglie Melania Rea (Civitella del Tronto, 18 aprile 2011).
L’ex caporalmaggiore sta frequentando, sempre a Bollate, uno stage di formazione e presto siederà  accanto agli altri centralinisti.
A Bollate è detenuto pure Massimo Bossetti, “fine pena mai” per l’omicidio di Yara Gambirasio (Brembate di Sopra, 26 novembre 2010). L’ex muratore di Mapello lavora per conto di un’azienda che, insieme a Bee4, ha creato il progetto Second Chance (seconda possibilità ): rimettere a nuovo macchine per caffè espresso ormai rovinate, in fase di demolizione, che vengono rigenerate dai detenuti, i quali così, a loro volta, hanno una “seconda chance” di vita.
Anche i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati all’ergastolo per la strage di Erba (11 dicembre 2006) sono detenuti lavoratori: il primo è ai fornelli nel centro clinico del carcere di Milano-Opera, la seconda è inserviente nella casa di reclusione di Bollate, ma è impegnata anche nella creazione di borse e accessori di cuoio per una cooperativa che sostiene progetti in favore dei bambini in Africa.
Taglio e cucito, invece, per Cosima Serrano Misseri e la figlia Sabrina Misseri, ergastolane anche loro, recluse nella casa circondariale di Taranto per l’omicidio di Sarah Scazzi (Avetrana, 26 agosto 2010): entrambe svolgono attività  di volontariato per la sartoria istituita nella sezione femminile. Un altro ergastolano, Angelo Izzo, condannato per la strage del Circeo (29 settembre 1975) fa saltuari lavori nel carcere di Velletri.
Veronica Panarello, 30 anni di reclusione per l’omicidio del figlio Lorys (Santa Croce Camerina, 29 novembre 2014) frequenta nel carcere di Torino un corso per operatore dei servizi sociali.
Agli studi ha deciso di dedicarsi anche Michele Buoninconti, condannato a 20 anni per l’omicidio della moglie Elena Ceste, la donna di Costigliole d’Asti scomparsa da casa il 24 gennaio 2014 e trovata morta il successivo 18 ottobre. L’ex vigile del fuoco fa il tutor universitario: studente accademico, mette la sua esperienza al servizio di altri detenuti-studenti che hanno bisogno di sostegno.
Non lavorano, invece, due detenuti eccellenti, entrambi condannati all’ergastolo: Renato Vallanzasca, il bel Renè, superboss della mala milanese negli anni settanta-ottanta, recluso a Bollate; e Cesare Battisti, l’ex terrorista rosso trasferito lo scorso anno nel carcere di Oristano dopo una lunga latitanza all’estero.
Sono temporaneamente “disoccupati” anche Antonio Logli, condannato a 20 anni per l’omicidio della moglie, Roberta Ragusa, sparita nel nulla nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, che sta scontando la pena nel carcere di Massa; e Manuel Foffo, detenuto nel carcere di Rebibbia, a Roma, 30 anni di reclusione per l’omicidio di Luca Varani (Roma, 4 marzo 2016).
I due hanno svolto per un periodo lavoro a rotazione con altri detenuti e sono in attesa di “nuova occupazione”.

(da “Huffingtonpost”)

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NEGLI ULTIMI 5 ANNI CHIUSE 2.300 LIBRERIE: “E’ LA CAPORETTO DELLA CULTURA”

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

SI PERDONO POSTI DI LAVORO E SI BRUCIANO PROGETTI D’IMPRESA

Una crisi economica e culturale. Da ogni lato la si prenda, la notizia delle 2300 librerie chiuse in 5 anni in Italia è una brutta, bruttissima notizia. A denunciarlo è il Presidente dell’Associazione Librai Italiani, Paolo Ambrosini, che di fronte all’ennesima chiusura di una libreria, la Feltrinelli International di Roma, ha dato i numeri relativi allo stato del settore librario.
Aggiungendo poi una severa critica nei confronti del governo e della maggioranza parlamentare, considerato che dall’estate scorsa è ferma al Senato una proposta di legge sulla promozione della lettura e dei libri su cui in tanti, soprattutto tra i piccoli e medi librai, avevano poggiato un bel po’ di aspettative
L’inizio del 2020, in questo senso, ha già  visto manifestarsi una vera e propria “Caporetto” della cultura. Tanti, come ad ogni inizio anno, gli esercizi commerciali che chiudono i battenti, ma l’emorragia nel settore librario davvero sembra stagliarsi con maggiore evidenza. A Milano ha chiuso la libreria all’interno dell’ospedale Niguarda, a Ragusa la libreria Paolino, a Torino la libreria Comunardi.
C’è poi il caso-Roma. A fine novembre, dopo il secondo incendio, La Pecora Elettrica ha deciso di non riaprire la sua serranda. Nello stesso mese è arrivato anche l’annuncio della chiusura della storica Libreria del viaggiatore che a partire dal 31 dicembre è rimasta chiusa. Proprio nella Capitale il 2020 è iniziato nel peggiore dei modi perchè Roma perde un altro caposaldo della cultura letteraria: La Feltrinelli International.
Da Nord a Sud, insomma, non sembra esserci pace per le librerie italiane. Ed è per questo che la denuncia di Paolo Ambrosini sulla proposta di legge di promozione dei libri e della lettura è ancor più un atto di denuncia grave dell’immobilismo dei nostri governanti, incapaci di reagire alla vera e propria ecatombe culturale e stretti dalle pressioni dei grandi gruppi editoriali e dai colossi distributivi dell’on line.
Risale al giugno scorso il testo licenziato dalla commissione cultura della Camera il testo della “legge sul libro” per promuovere la lettura nel nostro Paese. Con cui si proponeva di ridurre gli sconti massimi applicabili dal 15% al 5% per sostenere le librerie e la messa a punto di una card cultura per i meno abbienti e sostenerne i consumi culturali, dal teatro alla musica.
La legge, che pure aveva visto la reazione non positiva dei grandi operatori, è al momento ferma in Senato. In una nota, infatti, il Presidente dell’Associazione Librai Italiani ha dichiarato:
“Slitta ancora l’approvazione del dl lettura al Senato, perchè il ministero dell’Economia e delle Finanze non ha ancora dato il parere favorevole al dl, Il governo chiarisca una volta per tutte se condivide il dl e lo faccia rilasciando il parere perchè le dichiarazioni rilasciate sin qui non hanno prodotto alcun effetto. E intanto le librerie chiudono, si perdono posti di lavoro e si bruciano progetti d’impresa.”

(da Fanpage)

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IN ITALIA 600.000 GIOVANI NON FINISCONO GLI STUDI, UNA PERCENTUALE DEL 14,5%, TERZI IN EUROPA

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

DATI ABBANDONO SCOLASTICO DOVREBBERO INTERROGARE LA POLITICA… PIU’ MASCHI CHE FEMMINE E PIU’ AL SUD CHE AL NORD… 62.000 CERVELLI IN FUGA OGNI ANNO

Se nel 2018 sono stati circa 62.000 i ‘cervelli in fuga’ che hanno lasciato l’Italia per andare all’ estero, per contro, 598.000 giovani tra i 18 e i 24 anni hanno abbandonato precocemente la scuola.
E’ quanto rileva l’ufficio studi della Cgia di Mestre secondo la quale, sebbene negli ultimi anni ci sia stata una contrazione del fenomeno, un alto numero di giovani continua a lasciare prematuramente la scuola, anche dell’obbligo, concorrendo ad aumentare la disoccupazione giovanile, il rischio povertà  ed esclusione sociale.
Una persona che non ha un livello minimo di istruzione è in genere destinata ad un lavoro dequalificato, spesso precario e con un livello retributivo basso.
Le cause che determinano l’abbandono scolastico – più i maschi che le femmine – sono principalmente culturali, sociali ed economiche: i ragazzi che provengono da ambienti socialmente svantaggiati e da famiglie con uno scarso livello di istruzione hanno maggiori probabilità  di non finire il percorso di studi.
Nonostante la fuga dalla scuola sia in calo in tutta Europa, nel 2018 l’Italia è al terzo posto tra i 19 paesi dell’Area dell’euro per abbandono scolastico (in età  compresa tra 18 e 24 anni) con il 14,5% (circa 598mila giovani).
Solo Malta (17,4%) e Spagna (17,9%) hanno risultati peggiori. La media Ue è all’11%. Tra il 2008 e il 2018 la contrazione del fenomeno in Italia è scesa del 5,1%, pressochè in linea con la media Ue (-5,3%).
E’ il Sud Italia ad avere i livelli più alti di abbandono. Nel 2018 in Sardegna è stato del 23%, in Sicilia del 22,1% e in Calabria del 20,3%.
Preoccupa la situazione di quest’ultima regione che rispetto a quasi tutte le altre è in controtendenza rispetto al dato relativo al 2008: l’abbandono scolastico in questi ultimi 10 anni è salito dell’1,8%. Trentino A.A. e Friuli V.G. (entrambe con il 8,9%), Abruzzo (8,8%) e Umbria (8,4%) sono le regioni più virtuose.
Nel complesso è il Nordest l’area che soffre meno di questo fenomeno sia per incidenza percentuale di abbandono scolastico (10,6%) che per il più basso numero di “uscite” premature
“Premesso che perdere oltre 60 mila giovani diplomati e laureati ogni anno costituisce un grave impoverimento culturale per il nostro Paese – spiega Stefano Zabeo -, è ancor più allarmante che quasi 600 mila ragazzi decidano di lasciare gli studi anticipatamente. Un numero, quest’ultimo, 10 volte superiore al primo. Un problema, quello degli descolarizzati, che stiamo colpevolmente sottovalutando, visto che nei prossimi anni, anche a seguito della denatalità  in atto, le imprese rischiano di non poter contare su nuove maestranze sufficientemente preparate professionalmente. Un problema che già  oggi comincia a farsi sentire in molte aree produttive, specie del Nord”.
Stando alle indagini condotte dall’Unioncamere e dall’Anpal sarebbero stati oltre 1 milione i posti di lavoro di difficile reperimento nel 2018 a causa del disallineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro; sebbene in Italia la disoccupazione giovanile superi il 25% e le imprese denuncino molte difficoltà  a reperire personale, soprattutto con competenze digitali.
Le cause sono molteplici ma, per la Cgia, non va dimenticato che in tutta l’Ue si sta verificando una forte polarizzazione del mercato del lavoro.
Le imprese, infatti, se da un lato cercano con sempre maggiore insistenza del personale con alta specializzazione tecnica-professional, dall’altro necessitano anche di figure caratterizzate da bassi livelli di competenze e di specializzazione.
Tutto ciò, legato al calo demografico e alle difficoltà  di far dialogare il mondo della scuola con quello del lavoro, ha reso molto difficile il reperimento da parte delle imprese di molte professionalità  di alto profilo e dall’altro la copertura dei mestieri più duri e faticosi dal punto di vista fisico è stata garantita, almeno in parte, grazie alla disponibilità  degli immigrati.
Ora, se il numero degli descolarizzati non è destinato a ridursi drasticamente, nei prossimi anni sarà  sempre più difficile per le aziende trovare personale qualificato, anche perchè si sta riducendo, a causa del calo demografico, la platea dei giovani che entreranno nel mercato del lavoro.
Per contro, questi giovani, che non dispongono di una adeguata preparazione professionale, saranno difficilmente collocabili nel mercato del lavoro, anche perchè rischiano di perdere in partenza la competizione con gli stranieri nell’ occupare i posti di lavoro poco qualificati.

(da agenzie)

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RIMBORSI M5S, MARCIA INDIETRO: I FONDI NON ANDRANNO PIU’ A ROUSSEAU

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

MODIFICA ALLO STATUTO: ANDRANNO AL FONDO PER LA MICROIMPRENDITORIALITA’, COME RICHIESTO DA MOLTI PARLAMENTARI CRITICI CON DI MAIO E CASALEGGIO

Andranno al fondo per la microimprenditorialità  e non più all’associazione Rousseau i residui dei fondi diretti al Comitato per le rendicontazioni e rimborsi del M5s. Lo prevede una modifica allo Statuto del Comitato registrata venerdì scorso, 10 gennaio.
L’atto, sottoscritto — come i precedenti — davanti al notaio Luca Amato, prevede che «tutte le somme ricevute dal Comitato dovranno essere versate al Fondo appositamente costituito per il Microcredito o agli enti e soggetti individuati dagli iscritti al M5s previa consultazione on line».
La durata del Comitato è prevista per statuto fino al «noventesimo giorno successivo al termine della XVIII legislatura, coincidente con lo scioglimento delle Camere e comunque sino all’integrale utilizzo dei fondi impegnati».
Con la modifica del regolamento entrano a far parte del direttivo del Comitato, insieme al presidente Luigi Di Maio, anche i capigruppo di Camera e Senato Davide Crippa e Gianluca Perilli che sostituiscono gli ex capigruppo Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli.
Il “comitato rimborsi” è un organo centrale creato proprio per «curare attivamente l’organizzazione, l’amministrazione, il coordinamento, la disciplina, la rendicontazione e la gestione delle restituzioni degli stipendi e dei rimborsi» percepiti dai parlamentari del Movimento 5 Stelle.
L’atto costitutivo del comitato aveva stabilito che nel caso in cui, allo scioglimento dell’organo, «dovessero restare fondi a disposizione, questi verranno devoluti all’associazione Rousseau», presieduta da Davide Casaleggio e con sede a Milano.
Il trattamento economico dei parlamentari eletti, comprensivo delle quote da “restituire”, è uno dei cavalli di battaglia del M5s ed è disciplinato dallo statuto del Movimento. La doppia regola della restituzione aveva già  generato proteste e malumori.
La notizia, già  un anno fa, era diventata un caso dentro il M5s. «È chiaro infatti — protestavano allora alcuni parlamentari — che si tratta di soldi che servirebbero di più al M5s che a Rousseau», verso cui gli eletti M5s destinano già  una quota delle loro indennità .
In linea generale, il regolamento prevede che i portavoce M5s debbano restituire mensilmente un importo minimo pari a 2mila euro a cui si devono sommare «le eccedenze dei rimborsi non spesi per gli eventi ufficiali del Movimento 5 Stelle e quelle dell’esercizio del mandato (collaboratori, consulenze, eventi, convegni)».

(da Open)

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CARO ZINGARETTI, CAMBIARE NOME SENZA CAMBIARE POLITICA NON SERVE A UNA MAZZA: CANCELLA I DECRETI SICUREZZA CRIMINALI O SALVINI VINCERA’ SEMPRE

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

DATE CARTA BIANCA ALLA LAMORGESE CHE SA COSA FARE E SE A DI MAIO NON VA BENE TORNI A FARE LO STUDENTE FUORICORSO … ALTRO CHE RIDURRE LE MULTE, ALLE ONG DOVETE DARE UNA MEDAGLIA PERCHE’ FANNO QUELLO CHE I GOVERNI VIGLIACCHI NON HANNO LE PALLE DI FARE: RISPETTARE LE LEGGI INTERNAZIONALI

Nicola Zingaretti ha annunciato in un tripudio di dejà -vù lo scioglimento del Partito Democratico:   intende fondare un nuovo partito, o un soggetto politico “vasto e plurale”, come abbiamo sentito in tante occasioni, che “accolga le istanze della società  civile”, come abbiamo sentito in tante occasioni, ma “non un nuovo partito ma un partito nuovo”, come abbiamo sentito in tante occasioni.
Ma quello che al PD sembra sfuggire (da anni…) è che cambiare il nome senza cambiare politica non serve a niente.
Il segretario si era buttato nell’alleanza con il MoVimento 5 Stelle chiedendo discontinuità  sul nome di Conte: non solo non è stato accontentato, ma poi ha cambiato idea e l’ha incoronato punto di riferimento del centrosinistra.
Ha chiesto poi discontinuità  su reddito di cittadinanza e quota 100 ed è andata come è andata.
Ora che del governo Conte Bis sono rimasti solo i decreti sicurezza il governo cincischia e cazzeggia anche su quelli.
E allora a cosa serve stare nell’esecutivo?
Spiega oggi Alessandra Ziniti su Repubblica che l’ambizione della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese è quella di arrivare a un intervento legislativo che ripensi profondamente anche i tagli all’accoglienza voluti da Salvini pur senza arrivare ad un ripristino totale della protezione umanitaria abolita dal primo decreto sicurezza.
Ma per il momento l’impasse politica della maggioranza sulla questione immigrazione obbliga il Viminale a limitarsi a mettere pezze solo quando e dove si può.
Non firmare più i divieti di ingresso in acque territoriali per le navi umanitarie si può, impedire a un prefetto di applicare una legge dello Stato che si dice di voler cambiare ma che e però pienamente in vigore non si può.
E così, al Viminale, la Lamorgese è alle prese con gli effetti indesiderati di quei decreti sicurezza, ultimo la maximulta da 300 mila euro al comandante Claus Peter Reisch che, con la sua Marie Eleonor, il primo settembre scorso è stato l’ultimo capitano di Ong che si è visto sequestrare la nave in un porto italiano.
Il testo delle modifiche ai decreti sicurezza è pronto ormai da due mesi dicono fonti del Viminale ma il necessario incontro politico tra i capi delle delegazioni di governo che dovrà  portare ad un accordo e decidere il punto di caduta delle modifiche annunciate non si è mai svolto:
A dicembre la finanziaria, a gennaio le regionali in Emilia Romagna e in Calabria e il caso Cregoretti di mezzo. Troppo scivoloso il tema delle modifiche al decreto sicurezza per affrontarlo in momenti in cui la tenuta della maggioranza giallo-rossa è considerata prioritaria.
Anche se, almeno a parole, sul procedere secondo la strada indicata dal presidente della Repubblica Mattarella, e dunque innanzitutto riportando le multe per le Ong disobbedienti alle cifre originarie (da 1.000 a 10.000 euro), inserendo una chiara indicazione sulle tipologie delle navi e ripristinando il requisito della recidiva per la confisca, si dicono tutti d’accordo. Così come sulla reintroduzione della particolare tenuità  del fatto e della distinzione delle categorie nelle norme che puniscono l’oltraggio e la resistenza al pubblico ufficiale.
Abrogare le norme sarebbe il segno della vera discontinuità  con il precedente governo giallo-verde. E anche un messaggio verso quegli interlocutori esterni che cerca Nicola Zingaretti.
Le piazze delle Sardine hanno pochi punti programmatici ma uno di questi è certamente una diversa politica dell’accoglienza. Eppure il governo è ancora fermo. Ed è fermo perchè al suo interno c’è il MoVimento 5 Stelle che non vuole dare un alibi a Salvini per attaccarlo. E l’ala cosiddetta “di sinistra” del M5S, spiega oggi Goffredo De Marchis su Repubblica, è silente:
Non si è alzata una voce nè da Roberto Fico, nè da chi ha espresso dubbi e mal di pancia a suo tempo come i deputati Sarli e Sportiello. «Non c’è una sensibilità  simile alla nostra», ammette Delrio.
Luigi Di Maio è per il «minimo sindacale», cioè si accolgono le osservazioni del Quirinale e stop. Ma questa posizione, se accettata dal Pd, può spegnere all’origine l’allargamento immaginato dal suo segretario. Mattia Santoni, leader delle Sardine, ieri ha criticato l’immobilismo: «Manca discontinuità , è come quando la sinistra ai tempi di Berlusconi non faceva la legge sul conflitto di interessi».
L’equilibrio del governo, già  molto fragile, rischia di spezzarsi su questo terreno incandescente. Lo ha capita bene Matteo Renzi che infatti rinuncia ad aprire un altro fronte dopo la prescrizione. «Bisogna avere almeno la decenza di ascoltare il capo dello Stato. Poi aspettiamo le valutazioni del governo».
La partita, prima ancora che in Parlamento, si gioca in Consiglio dei ministri dove il titolare dell’Interno Luciana Lamorgese deve portare la sua proposta di revisione.
E dove i 5 stelle sarebbero chiamati a cambiare la loro posizione sui migranti in maniera radicale.
Quello che Zingaretti non sembra ancora aver capito è che non otterrà  nulla continuando a piegare la testa con l’alleato di governo. E che ci si aspetta da lui e dal suo partito quella discontinuità  che lui a parole voleva.
Adesso è il momento di muoversi. Le rivoluzioni nel partito potranno solo seguire. O essere inutili senza i fatti.

(da “NextQuotidiano“)

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LE FREGNACCE DI GIORGIA MELONI DA GILETTI SU MARIO GIORDANO AL POSTO DI RULA JEBREAL E SUL BLOCCO NAVALE CHE INVECE E’ SOLO UN EMBARGO ALLE ARMI

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

PERCHE’ NON SPIEGA COME MAI GLI EURODEPUTATI FDI DUE MESI FA HANNO VOTATO CONTRO LA RATIFICA DELLA CONVENZIONE DI ISTANBUL CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE DOPO CHE FDI AVEVA INVECE VOTATO A FAVORE IN PARLAMENTO?… LA UE HA PROPOSTO UN EMBARGO ALLE ARMI NON UN BLOCCO NAVALE, LA MELONI NON CONOSCE NEANCHE LA DIFFERENZA

Ieri sera la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni era da Massimo Giletti a Non è l’Arena. Tra le tante cose di cui ha parlato due meritano di essere ricordate.
La prima è il commento sulla partecipazione di Rula Jebreal al Festival di Sanremo. La seconda è la questione del “blocco navale” che l’Unione Europea ha proposto di mettere in atto nei confronti della Libia.
Iniziamo con la prima importantissima questione che ha tenuto banco nelle ultime settimane: Rula Jebreal a Sanremo. Alla fine la giornalista italo-israeliana ci andrà , nonostante le proteste dei sovranisti. La Meloni è una di questi, perchè sostiene che la Jebreal ancorchè «donna bellissima» sia troppo politicizzata.
Un conto sarebbe se andasse al Festival ad annunciare i cantanti e gli artisti in gara, un altro invece — per la Meloni — è il fatto che vada a fare un monologo «senza contraddittorio».
Vale a dire quello che fanno tutti i politici quando vanno in televisione, che siano su reti private o su canali del servizio pubblico.
L’unico modo per uscirne è quello di inventarsi uno scenario immaginario «se durante il governo di centrodestra noi avessimo dato 30 mila euro a Mario Giordano per fare dieci minuti di monologo sarebbero arrivati i caschi blu dell’ONU».
E se nessuno ha mai proposto a Mario Giordano di partecipare a Sanremo un motivo ci sarà . E la ragione non è perchè Rula Jebreal è una donna bellisisma. Il motivo è che Mario Giordano — che i suoi monologhi senza contraddittorio li fa già  nel suo programma televisivo — di cosa avrebbe parlato a Sanremo? Di un’inchiesta ancora aperta come quella di Bibbiano? Delle zucche di Halloween?   Delle “risorse di Laura Boldrini” che hanno ucciso Cerciello-Rega?
Se Giordano non è mai stato chiamato a Sanremo magari la ragione è che non garantisce abbastanza introiti pubblicitari e quindi un guadagno per il servizio pubblico? Rula Jebreal a Sanremo invece dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) parlare di violenza sulle donne.
Non un discorso “politico” nel senso a favore di una data parte politica ma un discorso di civiltà  su un argomento delicato e importante.
Un tema che oltretutto è assai caro a Fratelli d’Italia e a Giorgia Meloni (che notoriamente è una donna, mamma e cristiana). Nel 2013 la Meloni votò a favore della ratifica della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.
Quindi è senz’altro sensibile sull’argomento. Anche perchè il 25 novembre 2019 FdI ribadiva il suo «no alla violenza sulle donne e no ad ogni forma di violenza sulle donne». Quattro giorni dopo, il 29 novembre, gli eurodeputati di Fratelli d’Italia hanno votato contro la ratifica di quella stessa Convenzione da parte del Parlamento Europeo. Chissà  se Rula Jebreal lo ricorderà  dal palco dell’Ariston.
Ma se c’è un tema sul quale la Meloni è ferratissima è quello del blocco navale. Ieri era molto soddisfatta perchè «l’Unione Europea oggi parla di blocco navale, quando lo proponevo io mi si rispondeva che non si poteva fare». Ed è vero: Giorgia Meloni da tempo sostiene che la soluzione al problema dell’immigrazione sia il blocco navale, in modo da impedire le partenze dei barchini e dei gommoni dalle coste della Libia.
La soluzione sbagliata: perchè si tratta di un atto di guerra unilaterale contro il governo libico e perchè presuppone che lo Stato che ha sancito il blocco navale possa catturare le imbarcazioni che lo violano.
Di conseguenza l’Italia dovrebbe catturare barchini e barconi e — non potendo portare i migranti in Libia a causa del blocco navale (ve li immaginate i libici che vedono arrivare la nave della Marina Militare?) — se li dovrebbe portare in Italia.
Queste sono le due ragioni per cui un blocco navale non serve a fermare le rotte migratorie. Aggiungete che la Meloni è quella che da qualche anno ci racconta del complotto della Francia per deporre Gheddafi e bombardare la Libia, dimenticando di aver votato a favore della guerra in Libia nel 2011 e il gioco è fatto.
Perchè abbiamo quella che era contro la guerra in Libia (ma che l’aveva votata) che propone un atto di guerra contro la Libia.
Ma non è finita qui, perchè l’Unione Europea non ha proposto un blocco navale ma un embargo che è cosa ben diversa.
Perchè l’embargo — come tanti altri in atto nei confronti di altri paesi — non impedisce alle navi di uscire e soprattutto riguarda solo alcuni specifici prodotti. Nel caso della Libia si tratta di un embargo alla vendita di armi, che non devono necessariamente essere trasferite via mare.
A dirlo è l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell che ha dichiarato «ci concentreremo sul monitoraggio del cessate il fuoco, su un embargo e su altre misure di sicurezza sulla scorta di Sophia» con la presenza di personale di controllo in Libia.
Un embargo sulle armi — quello delle Nazioni Unite — peraltro esiste già  ed è stato costantemente violato. Giorgia Meloni, nell’ansia di dire “ve l’avevo detto” io non si accorge che la UE ha proposto un embargo e non un blocco navale.
E che la misura non serve a fermare “l’invasione di clandestini” ma l’afflusso di armamenti sul teatro libico.
Tant’è che contestualmente si parla di un ritorno di una missione come EUNAVFOR MED (Missione Sophia) che non fermava “i clandestini”.
Embargo e blocco navale misure differenti: il primo non è un atto di guerra ma si tratta di un modo di imporre sanzioni economiche, il secondo sì.
E basta questo per capire il livello delle proposte sovraniste.

(da “NextQuotidiano“)

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ANCHE GLI SCARICATORI DI PORTO SCHIFANO FABIO TUIACH

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

IL CONSIGLIERE COMUNALE DI FORZA NUOVA PER GIUSTIFICARE LE SUE VOLGARITA’ OMOFOBE: “SONO UNO SCARICATORE DI PORTO”… I PORTUALI: “NON GETTI DISCREDITO SULLA NOSTRA CATEGORIA, NOI SAPPIAMO COSA E’ IL RISPETTO DEL PROSSIMO, PARLI PER SE'”

Fabio Tuiach, l’imbarazzante consigliere comunale di Trieste in quota Forza Nuova che non sapeva che Gesù fosse ebreo, di recente è tornato agli onori (si fa per dire) della cronaca per una dichiarazione in cui “scopriva” il sesso omosessuale.
Sabato, poi, ha fatto il giro di alcune trasmissioni locali per ribadire il concetto scusandosi però per la volgarità : “Beh, sì, volgare è volgare (quello che ho detto), però ripeto sempre che sono uno scaricatore di porto da generazioni…”.
E qui arriva il capolavoro: il coordinamento dei lavoratori portuali di Trieste manda un comunicato stampa per dissociarsi dalle parole di Tuiach:
Il Coordinamento Lavoratori Portuali di Trieste, che rappresenta una buona parte dei lavoratori del Porto Franco Internazionale di Trieste, desidera precisare che i lavoratori portuali sono certamente schietti e sinceri, anche rudi, ma molto lontani dall’immagine che cerca di accreditare Tuiach per giustificare le sue inqualificabili sparate.
“I portuali non hanno alcun bisogno di corsi sul rispetto — continua la nota stampa -, anche perchè sono tra le poche categorie di lavoratori in cui è ancora molto vivo il senso di fratellanza con tutti i colleghi, al di la di appartenenze locali, nazionali o di altro tipo. La responsabilità  di quanto dice e fa il consigliere Tuiach è tutta sua ed il fatto, del tutto casuale, che sia un dipendente di una impresa portuale non c’entra assolutamente nulla. Lo invitiamo perciò a evitare di gettare ancora discredito su tutta una categoria di lavoratori”.

(da “NextQuotidiano”)

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