Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
I CLAN HANNO MESSO LE MANI SULLA POLITICA FACENDO ELEGGERE CHI VOLEVANO, GESTENDO VOTI, MUOVENDO GALOPPINI…ECCO TUTTI I NOMI CHE EMERGONO DAI VERBALI
Giorgia Meloni non ne aveva dubbi. Scandiva le parole: «A Latina possiamo contare obiettivamente su quella che è forse una delle migliori classi dirigenti di Fratelli d’Italia».
Era il 2014, elezioni europee. Il cavallo di razza che appariva accoppiato con il suo nome sui manifesti elettorali era Pasquale Maietta. Un vero mito a sud di Roma. Commercialista di successo, da sempre il primo degli eletti a destra, patron del Latina, squadra che sfiorò, all’epoca, la serie A.
Calcio, affari e politica. Giorgia Meloni guardava Maietta compiaciuta, scambiando sorrisi: «Lo dico da un anno, perchè non ti prendi anche la Roma?».
Dal 2013 era diventato un politico di primo piano a livello nazionale. Giorgia si fidava talmente tanto da affidargli il portafogli, nominandolo tesoriere del partito alla Camera dei deputati. Era l’ascesa, apparentemente inarrestabile, dell’enfant prodige della destra.
Poi venne uno tsunami. Giudiziario, sconvolgente. Di quella classe dirigente che poco prima la leader di Fratelli d’Italia portava come esempio è rimasto poco. Maietta, terminato il mandato, è finito agli arresti, con l’accusa di essere il “perfetto stratega” di un complesso sistema di riciclaggio che partiva da Latina per arrivare a Lugano.
Non in una fiduciaria svizzera qualsiasi, ma nello studio SMC Trust, il “family office” presieduto da Max Spiess, subentrato nella carica al più noto Giangiorgio Spiess, l’avvocato tutore degli interessi di Licio Gelli nel Canton Ticino.
Il vero salotto che conta nel mondo finanziario internazionale, da sempre Gotha impenetrabile. Soldi, tantissimi soldi, un tesoro che passava attraverso il Latina calcio, controllato da patron Maietta, utilizzato – secondo la procura – come una enorme lavatrice di denaro “di dubbia provenienza”.
L’alleanza tra l’ex tesoriere di Fratelli d’Italia e il trust svizzero, che durava, secondo le indagini, dal 2007, era consolidata e ben oliata.
Quello che per gli investigatori era “un gruppo organizzato di soggetti che forniscono in modo stabile e professionale consulenza e servizi per il riciclaggio di fondi di provenienza illecita” aveva un terminale molto lontano dai salotti ovattati di Lugano. Le radici del potere del “sistema Latina” affondano sulla riva di uno dei tanti canali della bonifica, a Campo Boario.
Case basse, leoni lucidi di ceramica, il kitsch e i cavalli da corsa lasciati a pascolare nei campi sportivi comunali. È il mondo di sotto, il regno dei Di Silvio-Ciarelli. Clan Sinti, parenti diretti dei più noti Casamonica, arrivati in terra pontina nel dopoguerra, negli anni ’90 hanno preso il controllo del narcotraffico sottraendo il territorio di Latina ai casalesi e imponendo alla città il loro modo di comandare.
Taglieggiando, occupando pezzi di quartieri, sparando e uccidendo, quando serviva. «Se pijamo Littoria», dicevano in alcune intercettazioni del 2010.
Hanno fatto di più – stanno raccontando oggi alcuni collaboratori di giustizia – prendendosi soprattutto la politica. Gestendo voti, garantendo affissioni intoccabili, muovendo galoppini. Diventando la batteria elettorale dei nostalgici del Boia chi molla.
Brigata Littoria
Latina vuol dire destra, da sempre. Basta mettere in fila i nomi dei gruppi degli ultras della squadra di calcio: “Falange”, “Brigata Littoria”, “Commando”. Per anni governata da un sindaco con un passato nei “Ragazzi di Salò”, Ajmone Finestra, venne definita da Gianfranco Fini “il laboratorio politico” nazionale. Latina era un simbolo con il parco comunale intestato ad Arnaldo Mussolini, fratello di Benito, e l’edificio nel cuore della città chiamato “M”, per la sua forma, omaggio al duce in epoca fascista.
Oggi Latina vuol dire Lega. Il travaso degli ex missini, di quella classe politica cresciuta attorno al mito di Littoria e di “quando c’era lui”, è stato massiccio.
Il crollo – giudiziario, politico – dell’enfant prodige di Fratelli d’Italia è stato il vero motore dell’assalto alla diligenza di Matteo Salvini.
Certo, contava il marchio, in quello che in questa terra appare oggi più come una sorta di franchising politico che una vera e propria struttura di partito. Il dato certo è che i quadri di Matteo Salvini hanno quasi tutti un passato nero, in alcuni casi nerissimo. Orlando Tripodi, fino al 2016 in Forza nuova, è diventato il capogruppo leghista in Consiglio regionale, dopo aver perso sonoramente le elezioni comunali con una lista civica.
L’ex An Matteo Adinolfi in quello stesso anno è passato alla Lega, guadagnando un posto in consiglio comunale, per poi essere eletto deputato europeo nelle ultime elezioni del 2019.
Proviene dalla destra – il sindacato UGL – anche Claudio Durigon, deputato della Lega e responsabile del dipartimento lavoro del partito. Ma è il sentiment quello che conta nella città , nella antica Littoria.
La base della destra a Latina ha radici profonde nella squadra di calcio. E nei clan di Campo Boario. È questa la terra di mezzo dove – secondo le indagini – si incontrano politica, tifoserie e manovalanza criminale.
Gruppi ultras duri, ascoltati, nel 2014, mentre nella loro sede preparavano spranghe di ferro da portare in trasferta. Pronti, quando serviva, a spostare voti.
Il Latina fino al 2017 è stato il regno assoluto di Pasquale Maietta. E del suo amico di sempre, Costantino “Cha cha” Di Silvio, uno dei primi esponenti dei clan a finire agli arresti. Aveva un ruolo di primo piano, sempre presente nelle trasferte, pronto ad accompagnare le autorità nella tribuna Vip. In città lo conoscevano come l’amico fedele dell’ex tesoriere di Fratelli d’Italia, che lo accompagnava spesso nello struscio tra i negozi del centro.
Il fantasma dei Di Silvio
Negli ultimi mesi nel feudo della destra laziale, per sentire parlare di politica, conviene affacciarsi nell’aula del Tribunale, ascoltando le testimonianze nel processo chiamato “Alba pontina”, istruito dalla Dda di Roma.
L’accusa per i membri del clan è pesante, associazione mafiosa. Alcuni imputati sono già stati condannati con rito abbreviato nei mesi scorsi e oggi il dibattimento principale sta diventando una sorta di schermo gigante dove scorre la storia della città . Una presenza asfissiante, fatta di piccole e grandi estorsioni: «Non era necessario usare le armi – ha raccontato un collaboratore – non c’era bisogno perchè ormai la gente sapeva che ti sparavano». Bastava il nome per abbassare la testa.
Quando, nel 2015, scattò la prima operazione contro il clan Sinti, accadde qualcosa di mai visto. Un senso di liberazione sembrò attraversare al città .
La sera degli arresti – che colpirono anche l’amico fidato di Maietta, “Cha cha” Di Silvio, oggi in carcere – una folla andò in corteo verso la Questura.
Dal portone si affacciarono gli agenti della squadra mobile e i due poliziotti che avevano cambiato le sorti della città , il questore Giuseppe De Matteis (oggi a Torino) e chi aveva condotto le indagini, Tommaso Niglio. Vennero simbolicamente abbracciati, quel sistema di potere stava iniziando a sgretolarsi.
L’ascesa dei Di Silvio – e la loro potenza – nasceva da una alleanza, profonda, che durava da anni. Visibile a tutti, ma coperta dal silenzio. Dopo aver preso in mano il narcotraffico nel capoluogo, il clan aveva la necessità di entrare in qualche maniera nell’economia visibile. Non avevano, tra i loro uomini, chi era in grado di far girare il denaro, di ripulirlo, di farlo tornare visibile. L’alleanza con la classe imprenditoriale e con alcuni commercialisti li rese forti, in grado di penetrare i salotti buoni della città .
Il suicidio dell’avvocato
Mancavano due giorni al Natale del 2015 quando l’avvocato di Latina Paolo Censi, già presidente della Camera penale, si toglie la vita nel suo studio. La squadra mobile tra le sue carte trova la traccia che porterà ad una svolta nelle indagini sul Latina calcio e su Pasquale Maietta: «Dei fogli di un Block notes strappati, gettati al secchio e sui quali erano riportate diverse parole che, collegate tra loro, evidenziavano l’esistenza di uno scenario inequivocabile», scrivono i magistrati nell’ordinanza di custodia cautelare che, nel 2018, porterà in carcere l’ex tesoriere di Fratelli d’Italia.
In particolare due erano i riferimenti che colpirono gli investigatori: “Svizzera” e “Riciclaggio”.
Due anni dopo uno degli uomini di fiducia del clan Sinti di Latina, Renato Pugliese, figlio illegittimo di “Cha cha” Di Silvio, inizia a collaborare.
Ricostruisce il potere di quel mondo dove convivevano pezzi di politica, commercialisti scaltri e manovalanza criminale. Ricorda anche quel suicidio del 23 dicembre 2015, dando elementi importantissimi: «Riccardo Agostino (altro membro del clan, anche lui oggi collaboratore di giustizia, ndr) mi diceva che dietro la morte di Censi ci fosse una questione di soldi in Svizzera, circa 50-60 milioni di Maietta».
Le successive indagini, con rogatoria in Canton Ticino, sono riuscite a ricostruire il percorso solo di una parte di quel tesoro.
I primi racconti di Pugliese escono sui giornali il 26 aprile dello scorso anno. Tre giorni dopo, nella notte tra il 29 e il 30 aprile sulle chat WhatsApp frequentate anche da ultras del Latina calcio appare un video. È Cha cha Di Silvio, il padre del collaboratore, che gira nudo su un risciò a Milano Marittima, gridando «Come la va onorevole?», riferendosi, evidentemente, a Pasquale Maietta. Il video era stato girato cinque anni prima, secondo le ricostruzioni dei giornali locali, durante una trasferta del Latina. Un messaggio ben chiaro, il segno che il “sistema Latina” si è solo immerso.
La batteria elettorale
Le indagini non si sono fermate alla pista Svizzera. La collaborazione di Pugliese apre scenari inediti. Che arrivano fino al mondo politico di oggi, sfiorando i dirigenti passati dalla destra dura alla Lega di Matteo Salvini.
L’attuale sindaco della città , Damiano Coletta, cardiologo, eletto con una lista civica quando la destra crollò dopo le prime indagini, non ha nessun dubbio. Esiste un “sistema Latina”: «Abbiamo dovuto ricostruire l’intera macchina amministrativa, ricreare le procedure, non è stato facile». Ha provato, da primo cittadino, a chiedere aiuto a Salvini ministro dell’Interno il 29 settembre del 2018. Il leader della Lega stava per arrivare in città , per un comizio in un terra dove il consenso cresceva. Coletta ha chiesto un incontro, formalmente, per consegnare una nota dove raccontava come per il capoluogo pontino non si poteva più parlare solo di infiltrazione della mafia, ma di gruppi autoctoni, «non senza la compiacenza o almeno la colpevole disattenzione della classe politica».
Tutto era pronto, ma due ore prima dalla Prefettura cancellano l’incontro. Salvini arriva in città , ignorando quella richiesta di aiuto, e sul palco fa salire un volto che Damiano Coletta conosceva bene, Orlando Tripodi, oggi capogruppo della Lega in consiglio regionale.
Era uno dei suoi avversari nel 2016, esponente dell’estrema destra prima di entrare nel partito di Salvini. Ed è uno dei tanti nomi entrati nel racconto del figlio di “Cha cha”, Renato Pugliese: «La campagna elettorale per Tripodi l’ha fatta Giancarlo Alessandrini con Sabatino Morelli e qualcuno che frequentava la curva», ha raccontato ai magistrati.
Quel gruppo era una sorta di batteria elettorale composta da ultras ed esponenti delle famiglie Sinti, i Morelli.
I clan, nel 2016, si erano divisi i candidati della destra come si fa con una piazza di spaccio, racconta Pugliese: «Noi abbiamo fatto la campagna per Noi con Salvini (…) allora avevamo l’incarico dell’attacchinaggio».
Il figlio di “Cha cha” operava nella politica insieme a un altro esponente dei clan, Agostino Riccardo, che ha iniziato a collaborare poco dopo. E in aula Riccardo ha aggiunto altri particolari, altri nomi del mondo politico della destra. Partendo dall’elezione di Maietta nel 2013. L’ex tesoriere di FdI alla Camera risultò il primo dei non eletti ed entrò solo per la rinuncia di Fabio Rampelli, presente anche in altri collegi.
Una scelta politica, ha sostenuto il vicepresidente della Camera. Un’imposizione dei clan, ha raccontato Agostino Riccardo: «L’onorevole Rampelli fu minacciato per dimettersi».
Il racconto del collaboratore attraversa gli ultimi anni della politica pontina, segnata da una sorta di passaggio del testimone. Prima l’appoggio a Maietta e Fratelli d’Italia, poi l’azione dei Di Silvio si sarebbe spostata sulla Lega: «In queste (elezioni) più recenti avevamo un candidato particolare, Adinolfi, il commercialista. Lo incontrammo nella sede di Noi con Salvini», ha dichiarato in aula il 7 gennaio scorso, citando per la prima volta l’eurodeputato della Lega. E potrebbe essere solo l’inizio di nuove inchieste. Tanti omissis coprono, ancora oggi, molti verbali.
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
MELONI: “OCCORRE MAGGIORE GIOCO DI SQUADRA, SIAMO UNA REALTA’ ETEROGENEA”… “IN EMILIA-ROMAGNA AVREMMO FATTO SCELTE DIVERSE, CI HANNO IMPOSTO LA BORGONZONI E CE NE SIAMO STATI. ORA IN PUGLIA E NELLE MARCHE SALVINI FACCIA ALTRETTANTO CON I NOMI CHE ABBIAMO INDICATO NOI”
Dopo la sconfitta in Emilia, Fratelli d’Italia vuole lo scalpo di Matteo Salvini. Non lo dice
apertamente (d’altronde, la Lega è ancora il primo partito in Italia), ma l’insoddisfazione c’è, specie per i metodi: Salvini è stato troppo accentratore, ha fatto una campagna elettorale da protagonista, oscurando completamente Lucia Borgonzoni (che infatti ha preso meno voti della coalizione di centro-destra).
Tutti elementi che a FdI non piacciono: “Penso che non ci sia una volontà specifica di Salvini di non collaborare, probabilmente è la sua modalità di svolgere l’attività politica che lo distoglie dal programmare momenti di partecipazione, di condivisione delle decisioni a livello di coalizione. Noi auspichiamo che ci sia maggiore condivisione, siamo repubblicani, non monarchici, preferiamo che ci sia sempre un confronto e si possano programmare dei percorsi insieme. Bisogna collaudarsi meglio. Nessuno vuole interpretare questa stagione nella logica dell’uomo solo al comando” ha detto Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera ed esponente di Fdi ai microfoni di Radio Cusano Campus.
E alla luce di queste considerazioni si guarda al futuro, più precisamente alla Puglia, dove a Fratelli d’Italia è stato promesso un candidato, Raffaele Fitto.
Giorgia Meloni, non dubita della parola di Salvini: “Se c’è una lezione che possiamo trarre (dalla sconfitta in Emilia Romagna, ndr) è che sicuramente può essere utile un maggiore gioco di squadra. Siamo una realtà eterogenea, è bene farlo vedere. Dare l’impressione che ci sia un solo partito in campo non sviluppa al meglio la nostra grande potenzialità . Una maggiore condivisione aiuta sempre, la polarizzazione sul singolo offre molti alibi agli avversari.
Per la corsa in Emilia Romagna “noi avevamo fatto delle proposte diverse, ma poi abbiamo detto sì alla Borgonzoni, ci siamo assunti la responsabilità di sostenerla, ci siamo battuti pancia a terra perchè vincesse. Non recriminiamo”, dice Meloni che sottolinea: “Come lo abbiamo fatto noi, siamo certi lo faranno anche gli altri alle prossime Regionali, in Puglia e nelle Marche dove abbiamo indicato Fitto e Acquaroli”.
Quanto alla possibilità che la Lega ora rivendichi la Puglia per sè, “sono schermaglie locali. Io sono una donna di destra, per me la parola è sacra”
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
NEANCHE SA CHE L’ULTIMO SALVATAGGIO OCEAN VIKING L’HA FATTO 36 ORE FA, ORMAI E’ FUSO… NEPPURE UNA MATRICOLA DI GIURISPRUDENZA POTREBBE SPARARE UNA CAZZATA DEL GENERE (FORSE UN FUORICORSO DA 12 ANNI SI’)
Matteo Salvini denuncia Giuseppe Conte e Luciana Lamorgese per sequestro di persona. Il leader della Lega ha contestato la decisione di far sbarcare 407 migranti tratti in salvo dalla Ocean Viking a Taranto.
Secondo il numero uno del Carroccio, la richiesta di sbarco era stata inoltrata sabato pomeriggio. L’autorizzazione è stata data quattro giorni dopo: «Siccome sono stato denunciato per sequestro di persona per aver fatto sbarcare dopo quattro giorni i migranti della Ocean Viking, allora la legge deve essere uguale per tutti. Nei prossimi giorni denuncerò il presidente del Consiglio Conte e il ministro dell’Interno per sequestro di persona».
Le due fattispecie sono completamente diverse.
1) Innanzittutto, i migranti bloccati da Matteo Salvini erano stati salvati da una nave militare italiana, la nave Gregoretti della Marina militare. Secondo i decreti sicurezza, ideati e fatti approvare dallo stesso Matteo Salvini, non si può in alcun modo ostacolare l’ingresso in porto di una nave militare italiana che ha operato soccorsi in mare.
2) La decisione relativa alla Ocean Viking, come quella delle altre ong che in questi ultimi mesi hanno messo in salvo i migranti, è stata presa dalla cabina di comando del ministero dell’Interno in seguito al rapido accertamento — come è prassi — dell’immediata ridistribuzione dei 407 a bordo in altri Paesi europei.
3) A differenza di Salvini il ministro Lamorgese non ha mai detto “i migranti qua non sbarcheranno mai”, ma si è tenuta in costante contatto con Medici senza Frontiere per concordare il porto sicuro
4) Ocean Viking ha compiuto 5 salvataggi in 72 ore, l’ultimo nella notte tra domenica e lunedi (come riportato dai media). In 30 ore è stato assegnato il porto di Taranto dopo aver attivato le misure di accoglienza nella città pugliese. Quindi è una balla che siano stati “sequestrati” per 4 giorni (tra l’altro una donna che aveva problematiche mediche è stata portata in elicottero a Malta).
5) Salvini con questa bufala ammette di essere un sequestratore di persone quando accusa per un reato peraltro inesistente gli altri che “sarebbero come lui”
Un consiglio: la prossima volta legga almeno i giornali, così eviterebbe di fare figure di merda.
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Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
70.000 EURO PER LA LEGHISTA, 51.000 PER IL GOVERNATORE RICONFERMATO
Mentre ieri abbiamo ammirato l’evoluzione del pensiero di Luca Morisi prima e dopo i risultati in
Emilia-Romagna, oggi c’è chi fa i conti in tasca alle strutture social dei due candidati alle elezioni in Emilia-Romagna e scopre che Bonaccini ha vinto spendendo meno della Borgonzoni. R
acconta oggi Virginia Della Sala sul Fatto che la candidata della Lega ha speso 70mila euro, quello del centrosinistra 51mila.
“Non avendo particolari ambassador o testimonial che rilancino la sua azione sui social — è l’analisi di You Trend — il governatore uscente punta tutto sul tema del buon governo e della buona gestione, muovendosi preferibilmente all’interno del perimetro istituzionale e distanziandosi dalla vita politica classica”.
La sua strategia, spiega l’analisi, è focalizzata sull’ideale del buon governo “tuttavia, i post con maggior coinvolgimento sono quelli in cui Bonaccini risponde o attacca gli avversari”.
Basta guardare i numeri sui video: quelli che contengono le minacce del vicesindaco leghista di Ferrara o in cui la Lega ammette che privatizzare la sanità non è un tabù hanno il maggior numero di visualizzazioni, fino a 600mila.
Durante la campagna elettorale, la base di fan dei due candidati è cresciuta: 100mila in più per la Borgonzoni, circa 20mila per Bonaccini su Facebook.
Conta tuttavia l’engagement dei post, il tasso di interazione degli utenti con i contenuti (per lo più attraverso “mi piace”, commenti e condivisioni) che praticamente ne misura l’efficacia: il dato assoluto, che dipende anche dall’ampiezza della base di fan, premia la candidata leghista. Se però si considera il tasso di interazione medio, Bonaccini nell’ultima settimana ha superato la Borgonzoni di mezzo punto percentuale. Come dire: comunicare funziona, ma solo se qualcuno ti ascolta.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
LA STRADA E’ QUELLA DELLA CAUSA CIVILE
«Stiamo agendo in tutte le sedi competenti perchè riteniamo che il nostro assistito abbia subito una grave violazione della sua privacy, della reputazione, della dignità e della vita privata».
Cathy La Torre, l’avvocato che difenderà il ragazzo di 17 anni del Pilastro di Bologna, spiega così la decisione di passare alla vie legali dopo il gesto avvenuto la settimana scorsa e che ha coinvolto il leader del Carroccio, Matteo Salvini.
Alla vigilia delle elezioni in Emilia Romagna e in Calabria, l’ex ministro dell’Interno, spinto da una residente del quartiere che gli ha indicato il luogo e il cognome sul campanello, aveva citofonato a una famiglia di origine tunisina, esordendo — dopo i vari convenevoli — con la frase divenuta ormai celebre: «Ma lei spaccia?».
«Non è nostra intenzione far passare chi non è vittima come vittima, perchè l’unica vittima in questa circostanza è un ragazzo ingiustamente accusato e ingiustamente molestato presso la propria abitazione», ha detto l’avvocato.
La Torre spiega poi che non è stata un’iniziativa presa nei confronti di Salvini in quanto personaggio pubblico e figura istituzionale, ma «agiremo come avremmo agito nei confronti di qualsiasi cittadino».
Al momento l’intenzione è quella di intentare una causa civile e non di presentare una denuncia penale. Per ora, inoltre, non risulta che sia stato aperto d’ufficio alcun fascicolo dagli inquirenti.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
MARRONE E CASARINI NON HANNO FAVORITO L’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA: “I CRIMINI CONTRO L’UMANITA’ LI COMMETTE CHI FA MORIRE DONNE E BAMBINI IN MARE”
Ancora una richiesta di archiviazione in una indagine sull’operato delle Ong. 
La procura di Agrigento ha chiesto l’archiviazione per il comandante e il capomissione della Mare Jonio Luca Casarini e Pietro Marrone che erano stati indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per lo sbarco di 50 migranti avvenuto a Lampedusa il 18 marzo scorso.
La nave però resta sotto fermo amministrativo disposto dalla prefettura di Agrigento sulla scorta del decreto sicurezza.
“Accogliamo questa notizia con soddisfazione ma ne eravamo sicuri: solo la logica perversa di qualche politicante ha trasformato il soccorso in mare in un possibile reato”, dicono Casarini e Marrone, indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per avere disatteso l’alt della motovedetta della Guardia di Finanza che notificava loro il divieto di ingresso in acque italiane firmato dall’allora ministro Matteo Salvini.
“Noi abbiamo sempre creduto invece che i crimini contro l’umanità li commette chi fa morire in mare o nei lager libici donne uomini e bambini. Un giorno saranno anche i tribunali della storia ad affermarlo. Non abbiamo mai smesso di operare nei nostri ruoli di comandante e capo missione nelle operazioni di soccorso in mare con Mediterranea. Adesso attendiamo con fiducia che anche gli altri due comandanti e capi missione di Mediterranea ancora sotto indagini per aver fatto quello che abbiamo fatto noi, siano completamente prosciolti – dicono ancora i due – Non aspettiamo altro che poter tornare in mare, per fare quello che è giusto. Le nostre navi sono ancora sotto sequestro, e questa è una vergogna che deve finire”.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
LA PIATTAFORMA HA ELIMINATO IL POST: “NON RISPETTA GLI STANDARD DELLA COMMUNITY”… LA LEGALE DEL RAGAZZO: “ORA SALVINI NE RISPONDERA’ IN TRIBUNALE”
Su Facebook il video in cui Matteo Salvini citofonava, su indicazione di alcune famiglie della zona, a una famiglia di origine tunisina nel quartiere Pilastro di Bologna, non c’è più. La piattaforma social ha rimosso le immagini, in seguito di alcune segnalazioni degli utenti, perchè il video “non rispetta gli standard della community in materia di incitamento all’odio”.
Il testo del messaggio, che Facebook invia a chi ha fatto la segnalazione, è stato postato sui social e il video, che era stato pubblicato dal leader della Lega il 21 gennaio, non è più visibile.
Nelle immagini si vedeva Salvini, accompagnato dalle telecamere e alcuni residenti, citofonare a un campanello e chiedere a chi aveva risposto se le persone residenti nell’appartamento spacciassero droga. In un secondo momento si è scoperto che il ragazzo protagonista dell’episodio è minorenne.
“Facebook ha rimosso dalla pagina di Matteo Salvini il video della vergogna: la diretta della sua citofonata a casa di Yassin. La segnalazione che ne richiedeva la rimozione per incitamento all’odio.”, si legge in un post su Facebook dell’avvocato Cathy La Torre, che si occupa della difesa del ragazzo del quartiere Pilastro a Bologna, aggiungendo la foto che mostra la rimozione da parte del social network.
“È la prima di una lunga serie di vittorie per cui ci batteremo fino allo stremo, ve lo prometto, su questa meschina pagina della nostra vita democratica”, scrive ancora nel post.
“Quella diretta – aggiunge la legale – ha devastato la vita di Yassin. Yassin, incensurato, 17enne italiano e giocatore di calcio, si è ritrovato in tutta Italia bollato come ‘lo spacciatore’. La rimozione del video non riparerà tutto questo. E Matteo Salvini sarà chiamato a rispondere delle sue responsabilità per le vie previste dalla legge. Ma è un segnale comunque straordinario. Un ex ministro dell’Interno vede rimosso il video di una sua incursione nella vita di una famiglia, nella sua privacy, a seguito di una segnalazione per ‘incitamento all’odio’. È una vittoria. Ma è solo la prima”, conclude.
Il video ha causato qualche problema diplomatico con Tunisi dato che che il vicepresidente del Parlamento, Osama Sghaier, in un’intervista a Radio Capital, lo aveva definito “un atteggiamento razzista e vergognoso che mina i rapporti tra Italia e Tunisia”.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
I SOVRANISTI PENSANO DI ANALIZZARE UNA SCONFITTA INSULTANDO GLI ELETTORI
C’è chi perde e mantiene un aplomb di classe. Poi c’è chi, come Vittorio Feltri, che dopo aver
caricato di aspettative il voto regionale in Emilia-Romagna, invece di ammettere la sconfitta e concedere ai ‘rivali’ l’onore delle armi, parte all’attacco con insulti vari.
Il direttore di Libero lo ha fatto due giorni dopo i risultati che hanno visto il successo di Stefano Bonaccini — e della coalizione di Centrosinistra — a Bologna e dintorni. Per non farsi mancare nulla, usa parole come: «Comunismo malattia mentale». E non finisce qui, come direbbe il compianto Corrado Mantoni.
Un editoriale al veleno, quello scritto da Vittorio feltri e pubblicato su Libero del 28 gennaio 2020, che parte da una verità , per poi travalicare i classici confini del buonsenso e andare al contrattacco usando il classico gergo di chi non accetta la sconfitta: «Una impresa storica o una semplice conferma che l’Emilia Romagna è un vivaio di riciclati, passati disinvoltamente da Stalin a Occhetto, e da questi, strada facendo, sono arrivati, in una decrescita qualitativa, a Zingaretti?».
Doveva essere il chiavistello per aprire le porte del governo, l’Emilia-Romagna, ma ora che la Lega ha perso (così come il centrodestra) ecco che iniziano gli insulti.
Il tutto prosegue con queste parole: «Il comunismo a mio modesto avviso non è una fede politica, bensì una grave malattia mentale da cui si può migliorare, non guarire. […] . Figuriamoci se un popolo che si fece ammaliare dal marxismo sia disposto a salire in massa sul Carroccio fondato da Bossi e rifondato da Salvini».
Insomma, argomenti pregni di significato, come l’utilizzo di quel «Comunismo malattia mentale» su cui Vittorio Feltri ha voluto mettere il proprio timbro.
Il popolo, però, quello che i sovranisti vogliono continuamente chiamare alle urne quando sono all’opposizione, si è espresso.
Volente o nolente, dunque, il loro volere deve essere rispettato. E non a giorni alterni.
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
48.784 I VOTI E 62.383 I BENEFICIATI DEL REDDITO
In Calabria il MoVimento 5 Stelle ha raccolto 48.784 voti (59.796 voti se si considera anche la lista civica) a fronte di 62.383 domande accolte nella regione per il Reddito di Cittadinanza. Un bell’esempio di ingratitudine che fotografa, più di Vito Crimi che dimentica il significato delle 5 Stelle, la tragedia attuale del M5S.
Francesco Creazzo sulla Stampa traccia un ritratto del tracollo grillino in Calabria, che in alcune zone è andato oltre i 40 punti: a Crotone, nel 2018, il M5S aveva raccolto il 55% delle preferenze, domenica solo il 13.
Non è andata meglio a Reggio Calabria dove dal boom di due primavere fa — oltre il 35% dei consensi — si è passati al 4,5%.
E a gettare sale sulla ferità c’è il fatto che è un totale di 173.977 persone — minorenni inclusi — il numero di persone che beneficiano della card istituita dal governo gialloverde.
C’è da ricordare che il MoVimento 5 Stelle alle amministrative non è mai decollato — alle elezioni regionali del 2014 non arrivò al 5% — ma aveva illuso di poter dire la sua dopo anni buoni risultati a livello nazionale. Invece mentre il 43,3% degli elettori che avevano scelto i grillini alla fine non ha votato, il 21,5% se ne è andato a destra e il 10% se ne è andato a sinistra secondo le analisi sui flussi di voti.
L’esatto contrario di quanto accaduto in Emilia-Romagna, dove i voti grillini locali sono andati per due terzi a Stefano Bonaccini, contribuendo a portare a casa la vittoria che sembrava persa. In Calabria persino Nicola Morra non ha votato M5S, come ha ammesso lui stesso oggi in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera:
«Me la deve proprio fare questa domanda?».
Be’,presidente Nicola Morra, lei era contrario alla presentazione della vostra lista in Calabria e poi ha espresso molte critiche. Quindi le chiedo se ha votato per il M5S e per il candidato Aiello.
«No, non l’ho fatto. Sono il presidente della commissione parlamentare Antimafia. E non potevo votare una lista con anche una semplice ambiguità . E per questo mi è stato impedito, di fatto, di votarla»
Posso chiederle a questo punto per chi ha votato?
«È semplice. Per nessuno».
Scusi, chi avrebbe dovuto controllarle a monte, le singole ambiguità ?
«Coloro che hanno assunto il ruolo di responsabili regionali per la formazione delle liste».
Alle Europee dello scorso anno, quando il Reddito e la pensione di cittadinanza avevano iniziato a fluire sulle card, i calabresi avevano già mostrato un raffreddamento nel loro entusiasmo verso il Movimento. Le urne avevano consegnato ai grillini un più che dignitoso 26,7%. Ancora primi, ma niente maggioranze schiaccianti e, soprattutto, quel 22,6% di preferenze assegnate alla Lega fino ad allora quasi inesistente in Calabria.
Il Messaggero oggi in un articolo di Andrea Bassi spiega quale potrebbe essere stato il problema:
La media erogata per nucleo familiare è stata di 495 euro, con delle differenze ovviamente, tra Reddito e pensione di cittadinanza. Il primo sussidio ha raggiunto 519 euro medi, il secondo aiuto 238 euro. La provincia che ha avuto l’assegno medio più basso di tutte, è stata Vibo Valentia (494 euro). Gli abitanti che hanno ricevuto in media l’assegno più alto sono stati quelli di Catanzaro (526 euro). Dati paragonabili a quelli nazionali, diffusi solo qualche giornofa dall’Inps.
Dati che potrebbero giustificare qualche delusione dell’elettorato grillino. Il sussidio ha imbarcato un milione di famiglie, per un totale di 2,4 milioni di persone coinvolte, che non sono poche ma che sono comunque di meno rispetto alle previsioni iniziali sulla platea dei beneficiari, visto che l’Ufficio parlamentare di bilancio aveva stimato un bacino di 1.177.000 famiglie mentre l’Istat addirittura di 1,3 milioni di nuclei, dall’altro gli importi erogati su base mensile sono molto distanti da quelli promessi dai grillini, pari in media a 493,42 euro anzichè a 780. La promessa costitutiva del Movimento Cinque Stelle è stata sì mantenuta, ma non interamente.
Insomma, l’appetito vien mangiando e qui c’era ancora troppo poco in tavola.
(da “NextQuotidiano“)
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