Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile
IN DUE STEP I BENETTON SCENDERANNO ALL’ 11% DELLE AZIONI
Ma quanto costa agli italiani il cambio di pelle di Autostrade, quello che il ministro dello Sviluppo
economico in quota 5 stelle Stefano Patuanelli ha definito in modo trionfale come il ritorno “a cioè che era sempre stato loro”? Almeno tre miliardi.
Perchè è questa la cifra che lo Stato metterà sul piatto, attraverso la Cassa depositi e prestiti, per entrare dentro la società e acquisirne il 33 per cento.
Tecnicamente non sono soldi pubblici perchè i soldi della Cassa sono soldi del risparmio postale degli italiani e tutti gli investimenti fatti con questi soldi hanno un ritorno remunerativo, ma sono comunque soldi degli italiani.
La cifra di tre miliardi è ballerina per varie ragioni di cui si dirà tra poco, ma è quella che al momento viene accreditata come la più verosimile da tutti gli attori coinvolti nella partita.
Per conoscere il valore esatto dell’investimento della Cassa bisognerà procedere prima alla valutazione di Autostrade. Solo avendo chiaro quanto vale la società allora si può fissare la portata dell’aumento di capitale, che altro non è che l’iniezione di soldi da parte di Cpd dentro Autostrade stessa.
Al momento, come si diceva, si stima uno stanziamento di almeno tre miliardi per avere il 33% della società . Definire il valore della società dipende da alcune questioni rimaste aperte e che vanno risolte sia per sbloccare l’intervento della Cassa che per avvicinare tutti gli altri investitori all’operazione. Prima bisogna fissare il nuovo regime tariffario, chiarire le questioni che riguardano la definizione della revoca e altri punti. Solo dopo può partire il tutto.
Contemporaneamente all’ingresso di Cdp, Atlantia (la società attraverso cui i Benetton controllano Autostrade) venderà il 22% delle azioni della società autostradale.
A chi? A uno o più investitori che saranno graditi a Cdp.
In pole ci sono già il fondo americano Blackstone, ma anche quello australiano Macquarie. Insieme avranno il 55% della nuova Autostrade e quindi il controllo. L’operazione assomiglia molto a una nazionalizzazione, ma tecnicamente non lo è perchè il comando è spartito in due, con Cdp in un ruolo sicuramente predominante ma non totale.
L’ingresso della Cassa e di altri investitori istituzionali avrà come effetto una diluizione della quota dei Benetton, che finirà in minoranza. Dentro resteranno anche il colosso tedesco Allianz e i cinesi del fondo Silk Road, ma anche le loro quote andranno a calare.
Il cambio di pelle avverrà in due step, che richiederanno in tutto un anno di tempo. Il primo sarà quello dell’operazione Cdp e degli investitori amici.
Il secondo sarà costituito dallo scorporo: Autostrade sarà tirata fuori dal perimetro di Atlantia. Le azioni di Autostrade rimaste dentro Atlantia saranno redistribuite tra i soci in base ai nuovi equilibri che si sono determinati con l’ingresso di Cdp e degli altri soci. Così i Benetton si ritroveranno ad avere in mano l′11% di Autostrade. E saranno fuori dal consiglio di amministrazione.
Contestualmente scatterà la quotazione in Borsa di Autostrade, con un corposo pacchetto di azioni collocato a Piazza Affari. A quel punto il peso dei Benetton potrebbe ridursi ulteriormente, fino ad azzerarsi se decideranno di vendere la quota che gli è rimasta in mano. Atlantia ha offerto anche la disponibilità a una seconda via: cedere direttamente l’intera partecipazione a Cdp e a investitori istituzionali di suo gradimento.
Ma questa via impatterebbe fortemente sulla Cassa in termini di soldi da mettere sul piatto e per ciò è esclusa. Alla fine la nuova Autostrade sarà una public company, cioè una società con un azionariato molto diffuso dove i Benetton non saranno più i controllori.
In sintesi: il controllo dello Stato, Atlantia al lumicino e l’approdo in Borsa che ridimensionerà e sterilizzerà ancora la società faranno sì che Autostrade non sia più classificabile come una società dei Benetton.
Ma allo stesso tempo i Benetton possono dire di aver evitato l’allontanamento coatto da parte del Governo. Tutto questo processo partirà il 27 luglio, quando Cdp potrà iniziare ad avviare il negoziato per entrare in Autostrade. Questo scenario mette da parte la soluzione della revoca della concessione ad Autostrade. Anche se il Governo si è tenuto la carta in tasca.
La Cassa ha regole non derogabili, uno Statuto, un consiglio di amministrazione che dovrà approvare l’operazione. Oltre alla natura dei soldi che saranno investiti (risparmio postale remunerato e non soldi pubblici in modalità solo andata), il via libera di Cdp va inquadrato in una logica industriale e nell’obiettivo di garantire lo sviluppo delle infrastrutture nel Paese.
Le autostrade, tra l’altro, sono una vecchia conoscenza perchè fu proprio Cdp a finanziarle negli anni ’50 e ’60, oltre a partecipare indirettamente alla realizzazione di una delle più importanti: l’Autostrada del Sole. E nella lista rientrano anche opere come il traforo del Monte Bianco e la Serravalle-Milano.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile
MEDITERRANEA, SEA WATCH E MSF RICONOSCONO I PASSI AVANTI
Una tiepida accoglienza. Si può sintetizzare così l’atteggiamento delle principali ong impegnate nei soccorsi in mare di fronte alle novità contenute nella riforma Lamorgese dei decreti sicurezza. Mediterranea, Sea Watch e Medici Senza Frontiere riconoscono i passi avanti, ma vorrebbero una discontinuità molto più netta con la stagione dominata dall’ex ministro Salvini.
“La strada della riforma Lamorgese è giusta, ma si può fare di più”, dice Luca Casarini, capomissione della Mare Ionio. E’ appena sbarcato al porto di Augusta dopo la più lunga missione della nave della piattaforma civica di Mediterranea.
“Siamo stati 50 giorni in mare, in due riprese abbiamo salvato 110 naufraghi, e tra questi 8 sono risultati positivi. Quindi noi dell’equipaggio siamo stati in quarantena all’ancora a un miglio dal porto”.
Casarini ha letto su Repubblica le anticipazioni contenute nella bozza predisposta dalla ministra dell’Interno, e su cui è stato trovato l’accordo politico tra i partiti della maggioranza.
“Se la riforma dei decreti sicurezza elimina quello che era il cuore dell’operazione di Salvini, ossia criminalizzare il soccorso in mare bypassando la magistratura e dando ai prefetti il potere di comminare maxi multe alle ong e di disporre il sequestro amministrativo delle navi, ne siamo contenti”.
Casarini però fa un passo oltre, chiede un generale mutamento dell’approccio culturale. “Dovrebbero incentivare chi effettua i soccorsi, e non parlo soltanto delle ong ma anche dei mercantili che attraversano il Mediterraneo. Un modo per farlo sarebbe inserire nella bozza una norma per cui entro 24 ore dal salvataggio il Centro di coordinamento a terra deve obbligatoriamente assegnare un place of safety, un porto di sbarco, così da evitare inutili e pericolose lungaggini”.
La Sea Watch, ong tedesca, commenta le novità concentrandosi in particolare sull’eliminazione delle sanzioni amministrative e sulla contestuale previsione di innalzare quelle penali, in caso di violazione del divieto di ingresso in acque territoriali, a 50mila euro.
“La riforma, se alla fine sarà approvata, è comunque una soluzione compromissoria, secondo me non si tratta di fare compromessi ma di cancellare del tutto certe disposizioni. La vera discontinuità con Salvini va oltre l’abrogazione dei decreti sicurezza: non può esserci discontinuità finchè questo Paese continuerà a mantenere i rapporti con la Libia per cercare di governare le partenze delle persone”.
Anche Marco Bertotto, responsabile affari umanitari di Msf Italia, non nasconde che le aspettative erano diverse. “Non vedo alcun cambio di direzione di questo governo rispetto al precedente nel soccorso in mare e nella collaborazione con le autorità libiche. E se dopo un anno sono ancora lì a discutere di mettere o non mettere le multe non mi sembra un gran risultato”.
La posizione di Bertotto, e di tutta Msf, sul punto è chiara: “Non dovrebbe esserci nessun decreto ad hoc e nessuna multa per chi opera il soccorso in mare. Attendiamo di vedere il testo finale della riforma Lamorgese, noi in ogni caso siamo tranquilli perchè i nostri salvataggi sono stati fatti sempre nella massima collaborazione con le autorità , informando i Centri di coordinamento e gli Stati di bandiera”.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile
VIA LE MAXI MULTE ALLE NAVI DELLE ONG, TORNA LO SPRAR, DOCUMENTI D’IDENTITA’ AI RICHIEDENTI ASILO
Le multe alle Ong spariscono, anzi no. Non del tutto, rimangono ma cambiano forma giuridica, e
saranno decise da un giudice.
Sulla questione politicamente più ostica della riforma dei Decreti Sicurezza – le maxi-sanzioni volute da Salvini per le navi che violano divieti di ingresso in acque territoriali – i delegati della maggioranza riuniti ieri al Viminale sembrano aver trovato una quadra, un compromesso accettabile per il Pd e non mortificante per il Movimento 5 Stelle, che quelle spropositate sanzioni aveva introdotto e autorizzato durante il governo precedente. Sbrogliato il nodo multe, dunque, sul resto della bozza di riforma (10 pagine suddivise in 9 articoli) presentata dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese è stato raggiunto l’accordo tra le parti.
La prossima riunione, in calendario entro una decina di giorni, potrebbe essere quella del varo finale, dopodichè il testo sarà portato al Consiglio dei ministri. Ma non prima di Ferragosto, vista la fitta agenda politica di questi giorni
Il nodo delle multe
Si torna allo status quo ante Salvini. Vengono soppresse le multe amministrative, attualmente emesse dalle prefetture a carico dell’armatore e che con il Decreto sicurezza Bis erano state alzate fino alla spropositata cifra di un milione di euro. La riforma Lamorgese stabilisce che se una nave effettua un soccorso in mare, e lo comunica sia al Centro di coordinamento competente sia al proprio Stato di bandiera, non incorre in alcun divieto.
In caso contrario, al momento dell’ingresso in acque territoriali rischia la violazione del Codice della navigazione, reato penale che per la fattispecie assimilabile alla forzatura di un blocco (come accaduto in passato con la Sea Watch della comandante Carola Rackete e la Mare Ionio della piattaforma civica italiana Mediterranea) prevede fino a 2 anni di carcere e una sanzione pecuniaria di 516 euro.
La protezione ‘speciale’
Altro caposaldo della riforma Lamorgese: torna di fatto la protezione umanitaria per i migranti, cancellata da Salvini. Non si chiamerà più così, ma “protezione speciale”, e anche se non riuscirà a coprire, come l’umanitaria, il 25 per cento delle richieste di chi non aveva diritto allo status di rifugiato, garantirà protezione internazionale a una serie ampia di categorie sensibili, in primis a coloro che nel proprio Paese rischiano di subire torture o trattamenti inumani.
Approvata anche la parte della bozza che rende convertibili in permessi di soggiorno per motivi di lavoro la maggior parte dei permessi concessi: per protezione speciale, per calamità , per attività sportiva, per motivi religiosi, per assistenza minori. “È stata una riunione fondamentale”, commenta il viceministro dell’Interno Matteo Mauri. “Abbiamo lavorato su un nuovo testo messo a punto da Lamorgese sulla base delle proposte che i gruppi di maggioranza hanno avanzato nei precedenti incontri. Mancano ormai solo alcuni particolari”.
Ripristinato il sistema Sprar
Dove si percepisce maggiormente l’intenzione di cancellare le restrizioni volute dall’ex ministro dell’Interno è nell’articolo 4, che ripristina l’accessibilità al sistema di accoglienza Sprar, da cui erano stati espulsi i richiedenti asilo.
Con una differenza: il baricentro si sposta dai prefetti ai sindaci. Sono i comuni, infatti, che già prestano i servizi di accoglienza per i titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati, a poter accogliere i richiedenti asilo, nelle medesime strutture e offrendo servizi che favoriscano l’inclusione sociale (come l’insegnamento della lingua). Ai richiedenti asilo viene riconosciuto il diritto di iscriversi all’anagrafe e saranno dotati di una sorta di carta di identità , riconosciuta dallo Stato italiano, valida per tre anni
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile
SARA’ IL CANDIDATO COMUNE DI CENTROSINISTRA E M5S: LA DECISIONE DOPO SETTIMANE DI TRATTATIVE
Sarà Ferruccio Sansa, il principale avversario di Giovanni Toti alle prossime Regionali liguri. Dopo sei mesi di trattative, veti incrociati e fumate nere, questa sera l’ultimo vertice di coalizione del centrosinistra allargato al M5s ha definitivamente sciolto le riserve sul nome del giornalista.
Sul tavolo anche l’opzione Paolo Bandiera, la carta “unitaria” con cui dopo la direzione regionale di martedì sera il Pd contava di recuperare nel fronte giallorosso Italia Viva, respinta al mittente però per l’ennesima volta da sinistre e grillini, l’investitura di Sansa è stata considerata come prima (e unica, di fatto) alternativa, la candidatura più “rappresentativa” del programma comune. “Abbiamo dato mandato a Ferruccio Sansa come candidato di coalizione”, è la conferma del Pd ligure.
“È una grande occasione — è stata la prima dichiarazione da candidato designato di Sansa — La sfida sarà salvare gli ideali ed essere nello stesso tempo concreti. Concretissimi. Dalla disoccupazione alla crisi delle imprese, dal covid alla viabilità , le statistiche e la nostra esperienza dimostrano che le emergenze in Liguria sono state affrontate in modo inadeguato. Ora bisogna proporre un modello nuovo che guardi al futuro. Un futuro che vada ben oltre la mia candidatura”.
A sostenere il giornalista nella sua corsa alla presidenza, però, potrebbe essere un campo meno largo del previsto.
Già sfilati su di lui i renziani, che hanno fatto capire correranno da soli, probabilmente in appoggio dell’altro nome in lizza, Aristide Massardo, la scelta di questa sera darà il via alla campagna elettorale ma potrebbe segnare anche un parziale sconvolgimento degli equilibri, con una divisione interna al Campo progressista.
Le quattro sigle minori sulle nove del fronte, infatti, Italia in comune, Psi, Centro democratico e Alleanza civica, già in serata dichiaravano di essere pronte ad abbandonare il progetto unitario per “confermare — si legge in una nota del Psi — il sostegno alla candidatura di Massardo”.
Il professore che per primo ha lanciato la corsa verso la Regione, e da possibile candidato di coalizione in alternativa a Sansa potrebbe diventarne avversario.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile
BONAFEDE COSA ASPETTA A PRENDERE PROVVEDIMENTI VERSO MAGISTRATI POLITICIZZATI ?
“Non so proprio come fare a difendere la dignità della mia famiglia”. E’ quanto scrive Ilaria Cucchi,
sorella di Stefano morto nell’ottobre del 2009 a Roma, in una lettera inviata al ministro della Giustizia e al procuratore Generale della Suprema Corte di Cassazione, alla luce della decisione della Procura di Ferrara che ha archiviato le indagini a carico di un medico che nel 2018, commentando una intervista della donna, la definì una “mitomane pronta a tutto” aggiungendo che “la morte di suo fratello si è rivelata essere una gallina dalle uova d’oro per lei e per la sua famiglia”.
“Sono Ilaria Cucchi, nota a tutti per essere la sorella di Stefano, morto ammazzato mentre era nelle mani dello Stato, dopo un arresto eseguito da alcuni Carabinieri la notte del 15 ottobre 2009 – si legge nella lettera – . Ho detto ‘nota’ perchè questa è la mia grande colpa: 120 udienze, undici anni di processi e, soprattutto, le terribili condizioni nelle quali io ed i miei genitori siamo stati costretti a riconoscere il povero corpo martoriato di mio fratello, ci hanno resi noti. Famosi”.
La sorella del geometra prosegue affermando di non “avere mai perso la fiducia nella giustizia continuando a portare rispetto per le Istituzioni di questo Paese. Mano a mano che ci stavamo avvicinando alla verità siamo sempre più stati oggetto di attacchi beceri, insulti, auguri e minacce di morte”.
I genitori di Stefano “hanno perso la salute – afferma Ilaria – invecchiati sui banchi delle aule dei Tribunali piegati dal dolore e dalla malattia. Questo non ha fermato gli haters, sempre più aggressivi e violenti. Fanno male. Aggiungono dolore al dolore. Ci consumano. Soprattutto mia madre e mio padre”.
Il 24 novembre del 2018, in una intervista, la sorella di Stefano afferma che la sua “vita è sconvolta da minacce continue” a cui sono seguiti i commenti finiti al centro dell’indagine di Ferrara.
“Il procuratore Capo ha personalmente firmato – spiega Cucchi – la richiesta di archiviazione della mia querela perchè quel commento ‘non integra la fattispecie della diffamazione in quanto scriminato dall’esercizio del diritto di critica”.
La richiesta di archiviazione “cita l’articolo ma “omette totalmente di riportare il commento denunciato. Pensate che l’autore ne ha riconosciuto la paternità e si è detto disposto, eventualmente, a chiederci scusa per aver agito d’impulso. Il Procuratore di Ferrara – conclude la missiva – ha pensato bene di risparmiargli l’onere certificando l’infondatezza della notizia di reato. Una bella pacca sulla spalla ed il medico è libero di insistere. Tutti i cittadini sanno che ora avranno via libera”.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile
BOCCIATI DAGLI STUDI INTERNAZIONALI E ANCHE DA CRISANTI
Nei giorni scorsi abbiamo parlato dell’annuncio di Luca Zaia sui test rapidi per il Coronavirus che davano una risposta in sette minuti che erano stati sperimentati dalla USL del Veneto su fabbricazione coreana.
È quindi per puro spirito di completezza dell’informazione che diamo conto oggi di uno studio pubblicato sul «Journal of Clinical Virology» che li boccia perchè sbagliano nel 50% dei casi.
Sul tema il Corriere del Veneto ha sentito Andrea Crisanti:
L’unico test rapido disponibile in commercio, quello per la rilevazione rapida dell’antigene (Rad) prodotto da un’azienda farmaceutica coreana e basato su una reazione cromatica che segnala se il liquido nasale prelevato col tampone contiene tracce del virus, non è ancora stato validato dalle autorità italiane ma è stato analizzato dai microbiologi del dipartimento di Salute di Hong Kong, designato dall’Oms tra i centri di riferimento per lo studio del coronavirus lo scorso aprile.
E le conclusioni sono tutt’altro che lusinghiere. Il gruppo di ricerca ha comparato la diagnosi rapida sull’antigene (una proteina indicata dal sistema immunitario come estranea o potenzialmente pericolosa) con la coltura virale e il test molecolare Rt-Pcr, conducendo poi un’ulteriore valutazione su 368 campioni respiratori di pazienti positivi al Covid-19 raccolti tra l’1 febbraio e il 21 aprile con diverse tecniche.
Il risultato è che i limiti di rilevazione «variavano enormemente»: in particolare, il kit Rad è risultato 103 volte meno sensibile della coltura virale e 105 volte meno sensibile del test standard. Il dato più eclatante, comunque, è che il test rapido ha rilevato un numero di campioni risultati positivi al test Rt-Pcr compreso tra l’11,1% e il 45,7% del totale: questo vuol dire che in almeno un caso su due (e fino a un massimo di nove casi su dieci) il test non riconosce l’infezione, e quindi produce dei falsi negativi. «Questo studio – scrivono gli autori – ha dimostrato che il test Rad serve solo come complemento al test Rt-Pcr a causa del potenziale di risultati falsi negativi».
Insomma, la pubblicazione smentisce l’efficacia dei test rapidi e trova d’accordo Andrea Crisanti, l’uomo dei tamponi a tappeto che ormai da tempo è entrato in rotta di collisione con Zaia.
«Questo tipo di test ha molti limiti e non ha superato nessuna valutazione, non so perchè la Regione abbia deciso di presentarlo pubblicamente – commenta Crisanti –. I kit che danno i risultati in pochi minuti possono essere applicati nei momenti di epidemia con tanti casi positivi, quando bisogna fare uno screening di massa in tempi rapidi e va bene prendere anche solo la metà dei pazienti effettivamente positivi. L’Italia ora è in una situazione completamente diversa, in cui serva l’assoluta certezza dei risultati e la priorità è proprio quella di non mancare i positivi. Questo approccio rischia di essere perfino controproducente».
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile
“GLI ITALIANI NON VOGLIONO IL DISTANZAMENTO SOCIALE” DICE AL SENATO… MA ALLORA PERCHE’ FONTANA LO PRESCRIVE IN LOMBARDIA INSIEME ALLLE MASCHERINE?
Il senatore e leader della Lega Matteo Salvini, parlando ieri sera in Aula dopo le comunicazioni del
ministro della Salute Speranza sulle misure anti Covid-19, ha detto basta al distanziamento sociale: “Spero che che i parlamentari del Pd e dei 5 Stelle che, anche nel periodo di chiusura hanno dedicato tanta attenzione alla per loro nobile, per me indegna battaglia, della legalizzazione delle droghe, dedichino altrettanta attenzione alla vita. Questo deve essere un Parlamento che si occupa di vita, non di droga e di morte. Smettetela di spaventare gli italiani, smettetela di tenere chiusi in casa gli italiani che vogliono vivere, lavorare, amare e sperare senza distanziamento sociale”.
Concludendo con allusioni senza fare nomi, come suo costume: “Ministro, per favore dia retta al Paese e non a qualche pseudo virologo che ha i suoi interessi privati e a qualche ministro che non vuole perdere la poltrona”.
Ora, è interessante ricordare che il distanziamento sociale è prescritto anche nell’ordinanza di Regione Lombardia, che ricorda l’obbligo di rispettarlo e che dice che bisogna utilizzare le mascherine quando non è possibile farlo.
E quindi qui le cose sono due: o Attilio Fontana sta sbagliando, e quindi sarebbe bene che Salvini spiegasse al governatore eletto con i voti della Lega che i lombardi, in quanto italiani, vogliono stare senza distanziamento sociale (e pure senza mascherine, si immagina) obbligandolo a conformarsi alla linea della Lega in Parlamento.
Oppure Attilio Fontana ha ragione a prescrivere distanziamento sociale e mascherine quando non è possibile rispettarlo perchè l’emergenza Coronavirus è tutt’altro che finita. E allora sarebbe bene che Salvini smettesse di dire fregnacce in Parlamento e nel paese (a proposito, ha smesso di parlare di plexiglass nelle scuole dopo la figurella rimediata in televisione, avete notato?).
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile
IL CENTRO E’ PARZIALMENTE SOTTO SEQUESTRO DELLA MAGISTRATURA E NON POSSONO ENTRARE ESTRANEI PER RAGIONI DI SICUREZZA, COME RIBADITO GIA’ NOVE MESI FA… SOLO UN MODO PER POI FARE LA VITTIMA, LA PROSSIMA VOLTA PROVI A CITOFONARE
Rifiutato. Possiamo utilizzare questo gioco di parole per descrivere quanto accaduto a Matteo Salvini a Rocca Cencia questa mattina.
Il leader della Lega, insieme ad alcuni consiglieri comunali di Roma Capitale, si era recato per un blitz nel Tmb che, negli ultimi giorni, era stato posto parzialmente sotto sequestro. La procura di Roma, infatti, aveva sospettato che nel centro di conferimento dei rifiuti non fossero state rispettate le normative sulla stabilizzazione dei rifiuti. Matteo Salvini aveva annunciato la sua presenza in loco per vederci chiaro. Tuttavia, questa mattina gli è stato negato l’accesso.
«Verso le 10 sarò alla discarica di Rocca Cencia — aveva scritto questa mattina sui social Matteo Salvini —, con i consiglieri e i cittadini del quartiere, dove ieri è stata sequestrata una parte del trattamento meccanico biologico (Tmb).
Le 10 sono trascorse, ma Matteo Salvini non è stato fatto entrare a Rocca Cencia.
“È la seconda volta, segnalerò l’amministratore delegato di Ama alla magistratura perchè non si capisce il motivo del divieto di ingresso a ispettori pubblici. Forse hanno qualcosa da nascondere».
Matteo Salvini, infatti, sostiene — in quanto senatore e in quanto autorità pubblica — di avere il diritto di entrare anche nell’area sottoposta a sequestro dalla magistratura per effettuare delle ispezioni. Il resto dell’impianto, invece, è attualmente funzionante.
Matteo Salvini, a questo punto, ha chiesto al prefetto chiarezza sul perchè non sia stato fatto entrare. Eppure dovrebbe saperlo bene, visto che l’anno scorso gli è successa la stessa cosa, come ha ricordato lui stesso.
A ottobre si era recato in ispezione al Tmb di Rocca Cencia, ma non era stato fatto entrare per ragioni di sicurezza. Anche in quel caso avvisò il prefetto, ma la situazione si risolse in un nulla di fatto. Perchè perseverare, allora? Per poi fare la vittima.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile
FERMO RESTANDO UN CONCETTO: OGNUNO E’ LIBERO DI MANGIARE QUELLO CHE GLI PARE SENZA AVER BISOGNO DEL SOTTOFONDO DEGLI STRILLI SOVRANISTI
In un video pubblicato sul profilo twitter ieri sera, Daniela Santanchè, mentre il cdm si riuniva per
discutere il dossier Autostrade, ha espresso la sua ira verso la decisione dei ministri di mangiare cibo di un “noto fast food americano”.
Inneggiando alla patria e all’importanza di supportare il made in Italy, e l’eccellenza nostrana, la senatrice di Fratelli d’Italia, si è ironicamente complimentata con il governo per poi chiedere ai suoi followers se anche loro fossero arrabbiati.
«In questo momento è in corso il consiglio dei ministri. Vabbè lasciamo perdere dovranno decidere su Autostrade, hanno fatto un tale pasticcio che vedremo come ne usciranno. Devono mangiare come normale che sia, perchè tutti mangiamo, e cosa decidono di mangiare? Cibo di un importante fast food americano — ha detto Daniela Santanchè nel video — Allora mi fa incazzare questa cosa qua, perchè noi tutti dovremmo sostenere l’economia italiana, le aziende italiane, il cibo italiano, le eccellenze italiane…e questi si mangiano i panini di un noto fast food americano. Complimenti! A voi fa incazzare o no? Mi faceva piacere sentire la vostra opinione.»
Ma il cibo servito nei fast food è prodotto da aziende italiane
In risposta alle accuse di Daniela Santanchè, alcuni dei suoi sostenitori hanno definito il governo “un branco di balordi”, mentre altri hanno fatto notare alla senatrice che tutti i prodotti utilizzati dal “famoso fast food americano” sono prodotti in Italia da aziende italiane.
(da agenzie)
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