Destra di Popolo.net

GERMANIA: FACEVA IL BULLO CON LA MASCHERINA TRAFORATA, ORA IL DEPUTATO SOVRANISTA DI AFD E’ RICOVERATO PER COVID

Dicembre 17th, 2020 Riccardo Fucile

TRE SETTIMANE DOPO L’ESIBIZIONE AL BUNDESTAG, LA POSITIVITA’ DI SEITZ AL CORONAVIRUS

La provocazione, il negazionismo, il contagio e il ricovero.
Sembra una barzelletta e, invece, è la storia di Thomas Seitz. Di professione fa il deputato di AfD, il partito di estrema destra tedesca, e nelle scorse settimane si era reso protagonista di una sceneggiata condivisa anche sui suoi canali social: indossare una mascherina traforata (quindi inutile) all’interno del Bundestag, il parlamento della Germania.
Insomma, un atto di bullismo per protestare contro l’uso del dispositivo di protezione individuale. Ora, però, proprio lui è stato ricoverato in ospedale. La causa? Il Covid.
Mascherato e mazziato. Perchè quella protesta all’interno dell’Aula del parlamento tedesco non era passata inosservata.
Perchè AfD, oltre a essere un partito di estrema destra, si è anche posta sul trono dei negazionisti del virus in Germania. Insomma, un pot-pourri che non ha riscontrato una grande attenzione mediatica.
La mascherina traforata di colore arancione, e lo sguardo di sfida. Prima di essere convinto, con le buone maniere, a indossare un dispositivo di protezione adatto alla situazione. E non solo all’emergenza sanitaria in corso, ma anche alle regole adottate per accedere all’interno dell’aula del Bundestag.
Insomma, come accade in Italia, per accedere al Parlamento è necessario indossare un dispositivo di protezione individuale. Sicuramente non una sgargiante mascherina traforata che non serve a nulla, non protegge se stesso e non protegge gli altri.
Ora, a tre settimane da quella sceneggiata, è finito in ospedale per Covid. Forse quella che lui definisce una museruola gli avrebbe garantito una salute migliore, senza incappare nel guaio del Coronavirus.
E chissà  se ora continuerà  a negare l’esistenza del virus, la sua pericolosità  e, soprattutto, inizierà  a fare mea culpa.

(da agenzie)

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TRUMP L’INDESIDERATO: PERSA LA CASA BIANCA, NON LO VOGLIONO NEANCHE A MAR-A-LAGO

Dicembre 17th, 2020 Riccardo Fucile

I VICINI PROTESTANO: “NON NE HA DIRITTO, HA TRASFORMATO LA SUA MEGA VILLA IN UN CLUB PRIVATO, PUO’ STARCI SOLO 21 GIORNI ALL’ANNO IN BASE ALLA LEGGE”

Tra un mese dovrà  lasciare (suo malgrado) la Casa Bianca, ma Donald Trump rischia di dover rinunciare anche al suo piano B.
Il Tycoon, infatti, dopo aver lasciato il testimone a Joe Biden, vorrebbe trasferirsi nella sua residenza di Mar-a-Lago. Una dimora più che lussuosa di 126 stanze in stile ispano moresco nell’isola di Palm Beach, in Florida, che ha acquistato e restaurato, guardando anche ai palazzi nobiliari italiani, nel 1985. E dove, nel 2005, ha tenuto la cerimonia delle nozze con Melania.
C’è solo un problema: i suoi vicini di casa, in particolare la famiglia De Moss, non lo vogliono. E hanno già  iniziato ad avvertirlo.
Nei giorni scorsi, scrive il Washington Post, hanno inviato una lettera sia alle autorità  cittadine che al Secret Service per spiegare che l’ormai ex presidente degli Stati Uniti ha perso il diritto di vivere stabilmente in quella che per quattro anni è stata definita “la Casa Bianca d’inverno”.
Il motivo? Nel ’93 ha trasformato, per ragioni fiscali, quella che era la sua tenuta in un club privato. Nell’accordo che ha firmato c’è scritto che nessun socio del club può dimorare a Mar-a-lago per più di 21 giorni all’anno.
Il tempo di permanenza, anche entro questi limiti, è molto ristretto: al massimo sette giorni consecutivi. Secondo l’avvocato dei vicini, lo stesso Trump si impegnò a non usare Mar-a-Lago e le sue sale da sogno se non come club esclusivo.
Secondo la Trump Organization invece non c’è alcun accordo che gli proibisce   di usare la proprietà  come residenza privata. E non molto tempo fa il tycoon ha trasferito la sua residenza da Manhattan proprio nella tenuta inaugurata nel 1927. A volere la villa fu la donna d’affari e filantropa Marjorie Merriweather Post, ai tempi la donna più ricca degli Stati Uniti, che per costruire la residenza fece arrivare la pietra direttamente da Genova. Quasi un secolo è passato, e ora Mar-a-lago potrebbe rimanere vuota, a causa delle resistenze dei vicini di casa di Trump.

(da agenzie)

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IL RE DI SVEZIA ACCUSA: “LA STRATEGIA CONTRO IL COVID HA FALLITO”

Dicembre 17th, 2020 Riccardo Fucile

“ABBIAMO UN GRAN GRAN NUMERO DI MORTI”

La strategia delle autorità  svedesi per contrastare l’epidemia di Covid è stata fallimentare. In un’inusuale presa di posizione pubblica, il re svedese Carlo XVI Gustavo ha lanciato la dura accusa, di fronte alla grave situazione che si è venuta a creare nel Paese scandinavo dove i contagi continuano a moltiplicarsi e la fiducia della popolazione è in caduta libera. “Gli svedesi hanno sofferto tremendamente in condizioni difficili. Penso che abbiamo fallito, abbiamo un gran numero di morti e questo è terribile”, ha affermato nell’intervista di fine anno alla tv di Stato Svt.
La Svezia fin dall’inizio dell’emergenza Covid ha adottato un approccio soft, rifiutandosi di decretare rigidi lockdown nazionali ma preferendo puntare sul distanziamento sociale e il senso di responsabilità , mantenendo scuole, negozi, uffici e ristoranti aperti.
Un tentativo di creare un’immunità  di gregge che si è scontrato però con i numeri sempre crescenti dell’epidemia: rispetto ai Paesi nordici vicini, la Svezia ha registrato finora quasi 350 mila contagi e 7.800 morti; un tasso di mortalità  che è circa 10 volte maggiore a quello della Norvegia e quasi 5 rispetto alla Danimarca (la Norvegia sta a poco più di 40 mila casi e 402 decessi, la Danimarca 119.779 e 975).
La seconda ondata ha colpito duro e gli ospedali sono in difficoltà , tanto che le due regioni di Stoccolma e Skane sono state costrette a rinviare le operazioni non-essenziali. Secondo un sondaggio Ipsos, il sostegno pubblico alla linea decretata dal capo virologo Anders Tegnell, promotore della strategia soft, è sceso al 59% (13 punti in meno), la stima nel servizio sanitario nazionale è finita al 52% dal 68% mentre la fiducia nelle autorità  è crollata al 34%.
Ma Tegnell resta convinto della validità  della scelta e in un’intervista tv è tornato a difenderla, sostenendo che è troppo presto per dire se è stata fallimentare; tuttavia ha riconosciuto di essere rimasto sorpreso dall’entità  della seconda ondata e che alcune zone stanno “cominciando ad arrivare al punto di rottura”.

(da agenzie)

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MORTO DI COVID IL SERIAL KILLER DONATO BILANCIA, ERA CONDANNATO A 13 ERGASTOLI

Dicembre 17th, 2020 Riccardo Fucile

ARRESTATO NEL 1998 ERA ACCUSATO DI 17 OMICIDI

Donato Bilancia, serial killer condannato a 13 ergastoli per diciassette omicidi e 16 anni per un tentato omicidio, è morto per Covid al carcere Due Palazzi di Padova. I delitti attribuiti a Bilancia sono avvenuti tra il 1997 e il 1998 tra la Liguria e il Piemonte.
L’uomo scontò i primi anni di prigione al carcere di Marassi a Genova, per poi essere trasferito a Padova negli ultimi anni. Era soprannominato “il mostro dei treni” o “il serial killer delle prostitute”
Venne arrestato nel 1998, a tradirlo fu l’auto usata per alcuni suoi spostamenti. Era nato a Potenza nel 1951.
I suoi problemi con la giustizia iniziano fin dall’adolescenza quando viene fermato prima per furto e in seguito per rapina. Successivamente cade nella dipendenza del gioco d’azzardo.
Nel 1984 un tremendo evento lo segna per sempre. Il fratello con in braccio il figlio di appena quattro anni si suicida buttandosi sotto un treno a Genova. Tra i delitti più efferati quello commesso il 12 aprile ’98, sull’Intercity La Spezia-Venezia, quando scassinò la porta del bagno del vagone e sparò a Elisabetta Zoppetti, uccidendola. Venne arrestato nel 1998, a tradirlo fu una Mercedes nera, l’auto usata per alcuni suoi spostamenti.
Il primo omicidio, che confessa lui stesso, risale al 16 ottobre 1997 quando Bilancia uccide il gestore di una bisca Giorgio Centanaro nella sua casa, soffocandolo con le mani e con del nastro adesivo.
Il secondo pochi giorni dopo, il 24 ottobre, in piazza Cavour per motivi analoghi quando uccide nella loro casa Maurizio Parenti cui doveva dei soldi e la moglie Carla Scotto, sottraendo 13 milioni e mezzo di lire in contanti e alcuni orologi di valore.
Tre giorni dopo, il 27 ottobre, uccide sempre a scopo di rapina i coniugi Bruno Solari e Maria Luigia Pitto, titolari di un’oreficeria e il 13 novembre a Ventimiglia, Luciano Marro, un cambiavalute, a cui ruba 45 milioni di lire.

(da agenzie)

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DECRETO SICUREZZA, I LEGHISTI STRAPPANO IL MICROFONO AL MINISTRO D’INCA CHE PONE LA FIDUCIA: “VILE ATTO DI SQUADRISMO, LA RUSSA HA TOLLERATO”

Dicembre 17th, 2020 Riccardo Fucile

L’EDUCAZIONE HA UN LIMITE, CERTE VOLTE SERVE USARE ALTRI METODI CON I RAZZISTI, QUANDO LO CAPIRETE SARA’ TROPPO TARDI

Il ministro D’Incà  annuncia che sul decreto sicurezza, che manda in archivio le norme sull’immigrazione di Salvini, sarà  posta la fiducia. Al Senato scoppia la bagarre.
I leghisti lo assalgono togliendogli di mano il microfono, impedendogli di parlare. Il Pd parla di “un vile atto di squadrismo” tollerato dal presidente in quel momento di turno, Ignazio La Russa che alla fine sospende la seduta.
Dario Parrini, il presidente dem della commissione Affari costituzionali, contrattacca: “Un vile atto di squadrismo parlamentare tollerato dal presidente di turno Ignazio La Russa. Sdegno generale. Una cosa gravissima”.
La tensione è altissima. Entro stanotte, o al massimo domattina, il decreto sicurezza deve avere il suo via libera definitivo imprimendo una svolta alla politica italiana sull’immigrazione.
La Lega ha detto che farà  “l’inverosimile” pur di bloccarne l’approvazione definitiva. Sono stati presentati oltre 13 mila emendamenti, oltre a circa un centinaio da Forza Italia e 150 da Fratelli d’Italia.
Ma si è andati avanti tra sospensioni e proteste. Alla fine, dopo l’ennesima occupazione, la presidente Elisabetta Casellati ha convocato la conferenza dei capigruppi per stabilire le prossime tappe.
Se l’ok del Senato non ci sarà  entro la mezzanotte di sabato, il nuovo decreto decade. Si deve ricominciare tutto daccapo.
Durante la discussione in aula, la senatrice Valeria Valente, una delle relatrici di maggioranza del provvedimento, ha rivendicato la svolta che il decreto rappresenta: “È un punto qualificante per l’azione di questo governo, così come lo era nel 2019, quando questa coalizione è nata sulla convinzione che le norme di Salvini andavano modificate”.
Ha aggiunto: “Un provvedimento costato fatica, con un percorso non facile, con un lavoro di tutti, anche se qualcuno si ostina a indicare una parte o un’altra, un successo per quella parte del paese che guarda con fiducia a una politica che vuole governare problemi grandi”.

(da agenzie)

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IL VIAGGIO IRRITUALE DI CONTE E DI MAIO A BENGASI PER LA LIBERAZIONE DEI PESCATORI ITALIANI

Dicembre 17th, 2020 Riccardo Fucile

PREMESSO CHE LE OPPOSIZIONI DOVREBBERO TACERE PERCHE’ SONO ALL’ORIGINE DEL SEQUESTRO E HANNO FATTO PASSERELLA PERSINO CON BATTISTI, RESTA ANCORA DA CHIARIRE IL “PREZZO POLITICO” PAGATO

La prima cosa che non tornava è successa di primo mattino, quando Giuseppe Conte ha rinviato al tardo pomeriggio l’incontro con Matteo Renzi e Italia Viva sulla verifica di Governo, previsto stamane alle 9.
“Impegni istituzionali non pubblici”, è la motivazione filtrata da Palazzo Chigi. Ore più tardi, l’annuncio: il premier, insieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, è partito per Bengasi, in Libia, per riportare a casa i pescatori italiani sequestrati oltre 100 giorni fa. In tempo per Natale, tornano a casa i 18 uomini bloccati in Libia, ma non tutto torna in questa storia.
Per lo meno, si chiude una vicenda incresciosa, ma si aprono degli interrogativi.
L’irritualità  di un premier e un ministro degli Esteri che insieme decidono di recarsi nel ‘covo’ del generale Haftar in Cirenaica per curare personalmente la liberazione di 18 ‘ostaggi’ italiani scatena innanzitutto l’opposizione di centrodestra. In aula al Senato, Matteo Salvini esalta questa “giornata di festa per tutti”, ma critica la scelta di Conte e Di Maio di partire alla volta di Bengasi: “L’operazione è stata portata avanti dai Servizi, non dalla politica. In queste operazioni servono cautela e riservatezza”.
Il presidente del Copasir, il leghista Raffaele Volpi, sottolinea lo stesso concetto, rivolgendo “un mio sincero ed affettuoso ringraziamento al generale Caravelli e al personale dell’Aise per la costante dedizione e il determinante lavoro svolto. Unicamente a loro va la mia sentita gratitudine”.
E ancora: “Il presidente Conte e il ministro Di Maio, dopo oltre tre mesi di immobilismo, volano in Libia per la solita indecente passerella, che non cancellerà  l’incapacità  dimostrata in questa vicenda”, attacca il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida.
Qui è opportuno chiarire:
1) I servizi e le diplomazie non agiscono in modo autonomo, ma sulle basi delle indicazioni del governo di turno.
2) Il centrodestra è l’ultimo che puo’ accusare Conte e Di Maio di “fare passerelle”m basti ricordare l’indecente esibizione per la cattura di Battisti e il suo rientro in Italia con foto di gruppo.
3) Se la Libia ha potuto portare arbitrariamente le acque territoriali da 12 miglia a 74 miglia (la Antinea è stata fermata a 40 miglia dalla costa libica) è grazie alla connivenza dei governi italiani precedenti che, pur di far intercettare i migranti dalla guardia costiera libica lavandosene quindi le mani, hanno permesso una violazione del diritto internazionale.
4) I pescatori italiani sapendo di questa norma hanno ugualmente rischiato (e quindi sono in torto) addentrandosi oltre quel limite (peraltro arbitario) coscienti che l’Italia non sarebbe intervenuta in fase preventiva, impedendo loro di inoltrarsi in acque a rischio.

Al di là  dei prevedibili attacchi dell’opposizione, resta l’irritualità  della scelta di Conte e Di Maio. Non è chiaro se siano stati i libici a chiedere che fosse il Governo in persona a presentarsi a Bengasi per chiudere l’accordo. “Complicato”, tanto da richiedere la presenza del premier, trapela da Palazzo Chigi. Anche quella del ministro degli Esteri?
Di certo, le autorità  di Bengasi hanno apprezzato. In una base aerea alla periferia di Bengasi, Conte e Di Maio hanno anche un colloquio con il generale Haftar, il cui Governo non è riconosciuto ufficialmente dalla comunità  internazionale che ha invece ‘puntato’ sull’esecutivo di Tripoli, guidato da Fayez al Serraj e riconosciuto dall’Onu. Non ha dubbi Arturo Varvelli dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr). “Il fatto che un presidente del Consiglio e un ministro degli Esteri si siano mossi per andare a sancire la liberazione da un generale, il generale Khalifa Haftar, che non ha alcun riconoscimento internazionale o che non dovrebbe averne, è naturalmente il prezzo implicito(l’unico? che abbiamo pagato per risolvere questa situazione”, dice all’Adnkronos International.
Emma Bonino, la cui preparazione sugli scenari internazionali non è opinabile, guarda il bicchiere mezzo pieno. “Se quando ero ministro degli Esteri, mi avessero chiesto di recarmi personalmente in Siria per riportare a casa Domenico Quirico e risparmiargli giorni di prigionia, l’avrei fatto senza dubbio”, ci dice ricordando il rapimento dell’inviato de ‘La Stampa’ sette anni fa.
Il resto al momento è speculazione, certo. Che semina interrogativi: cosa significherà  questa giornata nei rapporti tra lo Stato italiano e la Libia di Haftar, da una parte, quella di al-Serraj, dall’altra? La presenza di ben due rappresentanti di governo è stata una condizione posta dai sequestratori, cioè da Haftar, regista politico del ‘fermo’ dei pescatori a Bengasi?
Anche in questo caso occorre precisare:
1) Non è vero che l’Italia non abbia rapporti con Haftar, tanto è vero che fu ricevuto in Italia in occasione del tentativo di accordo con al-Serraj da Conte in persona.
2) Sarebbe interessante sapere che ne è stata della richiesta di Haftar di “liberare quattro calciatori libici”, in realtà  scafisti omicidi condannati in Italia a 30 anni di carcere. Una conferma che siano ancora detenuti nelle carceri italiani sarebbe gradita.
3) Come sarebbe interessante sapere che ruolo hanno avuto l’Egitto e altri Paesi nella “mediazione” con il governo di Haftar, per conto del governo italiano.
Se fosse stato pagato un prezzo economico non ci sarfebbe nulla di male, ma dubitiamo che questo sia il caso.
A sensazione c’e’ sotto altro

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SALVINI, IN UN’INTERVISTA, DICE CHE LE INTERVISTE NON INTERESSANO AGLI ITALIANI

Dicembre 17th, 2020 Riccardo Fucile

DATO CHE ERA QUELLA DI GIORGETTI CHE LO CRITICAVA ALLORA NON VANNO FATTE

Il paradosso è servito. Matteo Salvini su Giorgetti — e sulla sua intervista al Corriere della Sera — appare molto in difficoltà  ed evita di commentare il fuoco amico che, probabilmente, ritiene essere più dannoso degli attacchi degli avversari politici.
Nel corso dell’approfondimento di Stasera Italia, Barbara Palombelli inizia la sua intervista a Matteo Salvini proprio partendo dalle parole di Giancarlo Giorgetti, figura importante nella Lega ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo gialloverde.
Quest’ultimo aveva affermato che il centrodestra a guida Salvini non è ancora pronto a guidare il Paese e che Salvini deve prima diventare uno statista.
Un argomento scomodo da affrontare per il leader della Lega, che si inventa una perifrasi delle sue che — come spesso accade — lo fanno cadere in contraddizione: «È frustrante — dice Salvini — che invece i partiti di maggioranza si stiano occupando di verifiche, rimpasti di governo, poltrone: io spero che questo governo tolga il disturbo il prima possibile. Io ho passato la giornata con le famiglie e con le imprese e non mi sono occupato di interviste: non vorrei smontare il castello, ma la vita è molto più semplice di quella che raccontano i giornali».
Incalzato dalla Palombelli, con una nuova domanda sull’intervista a Giorgetti, Salvini risponde: «Io commento tutto quello che volete, ma credo che gli italiani più che delle interviste vogliano sapere di sabato e di domenica, se potranno uscire di casa».
E giù con un nuovo elenco e una nuova perifrasi per evitare di rispondere alla domanda di Giorgetti.
Ma vediamo come, nel corso della giornata, Matteo Salvini si sia occupato delle famiglie e dei lavoratori italiani, ritenendo evidentemente che le interviste siano qualcosa di poco importante: nel corso della settimana, Matteo Salvini ha fatto un intervento in Senato, concedendosi — subito dopo — ai giornalisti delle agenzie per una intervista sui temi affrontati a Palazzo Madama, poi ha pranzato con un centrifugato di carote (come ha tenuto a informarci attraverso i suoi canali social), poi si è recato alla presentazione del libro di Bruno Vespa Perchè l’Italia amò Mussolini, intervenendo al tavolo degli oratori e sottoponendosi ad altre domande dei giornalisti, infine si è collegato con Stasera Italia per l’intervista con la Palombelli.
Una giornata un po’ strana per chi dice di occuparsi dei problemi degli italiani e, contemporaneamente, di non dar peso a quello che si dice nelle interviste.

(da Giornalettismo)

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GIORGIA MELONI SUL’OMOFOBIA E’ COSI’ CONFUSA DA COLPIRSI DA SOLA

Dicembre 17th, 2020 Riccardo Fucile

A LUGLIO DICEVA CHE NON ESISTEVA, OGGI SPANDE PAROLE PER CHI NE E’ VITTIMA

Luglio 2020, Giorgia Meloni diceva «non possiamo dire che oggi, nella realtà  italiana, gli omosessuali siano discriminati perchè io vedo che abbiamo fatto passi da gigante da questo punto di vista».
Nella giornata di oggi, appena cinque mesi dopo, Giorgia Meloni commenta una delle notizie del giorno che ha fatto particolarmente discutere sui social in maniera diametralmente opposta.
La questione riguarda la storia — che risale al 2017 — di un padre che, a Torino, ha pagato un criminale per picchiare il figlio gay e chirurgo, nella fattispecie per spezzargli le mani che utilizza tutti i giorni per lavorare.
La storia sta rimbalzando su tutti i quotidiani perchè la fine della vicenda risale a ieri, 15 dicembre 2020. L’imputato, un padre libero professionista di 75 anni ha patteggiato una pena di due anni per lesioni aggravate e atti persecutori nei confronti del suo stesso figlio e dell’ex moglie.
Quel figlio chirurgo che chiamava costantemente «finocchio» e a cui voleva che un criminale spezzasse le mani, fondamentali nel suo mestiere, così da rovinargli la vita. La colpa del 42enne, stimato chirurgo, era quella di essersi fatto fotografare in Francia al mare insieme a un celebre attore.
Il criminale che avrebbe dovuto danneggiare irrimediabilmente le mani del chirurgo, constatato che la vittima era una brava persona e non «un delinquente» — come il padre l’aveva definito — ha scelto di avvertire il figlio e di non proseguire con il lavoro che gli era stato assegnato.
«Che schifo», comincia la leader di Fratelli d’Italia. «Avrebbe scoperto l’omosessualità  del figlio e reclutato un delinquente per spezzargli le dita e impedirgli di diventare chirurgo. Un abbraccio e solidarietà  al ragazzo, con l’augurio di realizzare il suo progetto di vita. Sarà  la migliore risposta ad un padre indegno».
Al di là  dei dettagli relativi alla notizia, che sono errati — l’uomo è già  chirurgo -, c’è anche quel condizionale che stona.
Avrebbe scoperto? Il figlio stesso aveva deciso di fare outing in famiglia rivelando il suo orientamento, venendo perseguitato dal padre in seguito alle foto pubblicate su un giornale che hanno reso pubblica l’omosessualità  del figlio.
La sola cosa giusta, in questo tweet, è quel «padre indegno». Un padre che, magari, non sarebbe mai arrivato a odiare quel figlio così tanto da volergli rovinare la vita se attorno alla comunità  LGBTQ non girasse tanto odio.
Quello stesso odio che per Giorgia Meloni non esisterebbe e che non ha necessità  di essere contrastato con con il Ddl Zan.

(da Giornalettismo)

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TRUFFA ALLA UE, SEQUESTRATI 500.000 EURO ALL’EX EUROPARLAMENTARE LARA COMI (FORZA ITALIA)

Dicembre 17th, 2020 Riccardo Fucile

IL SEQUESTRO E’ PARTE DELL’INDAGINE SULLA “MENSA DEI POVERI”

Un sequestro di 525 mila euro all’ex europarlamentare di Forza Italia Laura Comi, in solido con altri cinque indagati, accusati di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
Lo ha eseguito questa mattina il Nucleo di polizia economico di polizia economica giudiziaria della Guardia di Finanza di Milano, su disposizione del gip Raffaella Mascarino, che ha accolto la richiesta dei pm Silvia Bonardi, Luigi Furno e Adriano Scudieri.
Secondo l’accusa gli indagati avrebbero incassato i finanziamenti del Parlamento Europeo dichiarando un’attività  di assistenza all’ex politico di Forza Italia che in gran parte non sarebbe stata realizzata, per poi retrocedere buona parte delle somme alla stessa Laura Comi e al padre.
Il gruppo avrebbe “indotto in errore il Parlamento Europeo in ordine ai contratti stipulati e all’attività  lavorativa prestata dall’assistente locale nominato dall’europarlamentare Laura Comi — si legge nel capo di imputazione indicato nel decreto di sequestro –   procurandosi un ingiusto profitto con correlativo danno per l’istituzione comunitaria, consistente nei contributi erogati dal Parlamento per l’attività  contrattualizzata, effettivamente prestata solo in minima parte”.
“Uso spregiudicato dell’incarico pubblico”
Duro l’atto d’accusa della procura: Comi avrebbe “in modo sistematico e assolutamente spregiudicato piegato a fini personali il proprio ufficio pubblico, commettendo una serie di illeciti allo scopo di drenare denaro dalle casse dell’Unione Europea in proprio e in favore altrui, sfruttando a questo scopo tutti i possibili canali derivanti dal proprio ruolo”.
Il provvedimento di sequestro è parte di un’indagine partita dall’inchiesta “Mensa dei poveri”, che aveva già  coinvolto Comi, indagata nel filone principale dell’inchiesta per finanziamento illecito, corruzione e anche truffa aggravata proprio ai danni del Parlamento europeo.
Ora con l’ex parlamentare europeo sono indagati per truffa, Gianfranco Bernieri (nel ruolo di “terzo erogatore”, il soggetto cioè che presenta le fatture e incassa i rimborsi dal Parlamento Europeo e li gira poi al parlamentare che rappresentata), gli assistenti parlamentari Enrico Giovanni Saia e Maria Carla Ponzini (moglie di Bernieri), gli assistenti locali Giovanni Pio Gravina e l’assistente locale Alessia Monica (marito e moglie).
“Il denaro confluito sui conti del “terzo erogatore” Bernieri — è una delle accuse della procura — veniva drenato dagli indagati o mediante l’appropriazione del contante, che in certo periodo veniva consegnato alla stessa Comi o al padre Renato Comi, ovvero mediante bonifici dal conto di Bernieri al conto di Lara Comi e dell’associazione “Europa4you”, sempre riconducibile al politico”.
Le buste col denaro a Lara Comi
Il primo rapporto di lavoro sotto inchiesta riguarda i contratti di Enrico Giovanni Saia, per un importo complessivo di 104.975 euro. Saia, accusano i magistrati, era stato informato che “avrebbe percepito solo una minima parte del compenso fissato”.
Sentito a verbale, Bernieri affermava che “da dicembre 2014 e fino a dicembre 2015, quindi per l’intera durata del suo contratto, gli stipendi venivano corrisposti in contanti”. Il funzionario ricorda che “quando Comi mi disse di assumere Saia, a differenza delle altre assunzioni, mi chiese di non corrispondere al dipendente lo stipendio ma di effettuare il pagamento a lei stessa, che avrebbe provveduto personalmente a liquidare l’emolumento a Saia”.
Poi Bernieri entra nello specifico: “Come mi ha chiesto la Comi, ricevuto il bonifico applicavo le ritenute necessarie e calcolavo il netto. Quindi emettevo assegni a mio nome apponendo le firme di girata. Gli assegni erano tre o quattro al mese, sempre di importo inferiore ai mille euro, in modo da arrivare la cifra prevista di 3300. Venivano poi portati all’incasso in banca dal mio collaboratore che ritirava i contanti portandoli in ufficio. Quindi io apponevo i soldi in una busta che veniva messa nella cassaforte. Quando raggiungevo la cifra totale la Comi o suo padre Renato veniva presso il mio ufficio a girare la busta con il denaro. Saia da me non ha mai preso un euro”.
“Cancellare le chat”
Dopo le prime perquisizioni, gli indagati tentano di cancellare le prove delle loro condotte. Saia racconta di una cena, nell’estate 2019, con Giovanni Pio Gravina e la moglie Alessia Monica, entrambi indagati.
“Monica prese tutti i cellulari dei presenti a tavola e li ripose in uno zainetto a debita distanza. Oltre a questo, il clima mi sembrava surreale in quanto per tutta la cena Gravina mi ha bisbigliato all’orecchio, invitandomi a fare altrettanto, ossia a moderare il tono della voce.. mi disse che era dovuto le sue preoccupazioni per le indagini incontro nei suoi confronti, temendo di essere costantemente intercettato”.
Gravina comunica a Saia di essere indagato, dice che sarà  sentito in procura e che probabilmente anche Saia sarà  chiamato. “Mi disse frasi del genere: “è meglio se fai come dico io”, “non hanno nulla in mano, è la loro parola contro la tua “, “ricordati di cancellare la chat tra me e te”.
“Nessuna competenza, nessuna attività  svolta”
Un secondo contratto di collaborazione sotto inchiesta, per il quale la procura ha ottenuto un sequestro di 421 mila euro, è quello a favore di Maria Carla Ponzini, assunta come assistente locale di Comi nel settembre 2010 fino al giugno 2015. Ponzini, che è anche moglie del terzo erogatore Bernieri, spiega di “non aver mai svolto in passato analoghe attività  lavorative”.
“Ho accettato pur sapendo di non aver mai ricoperto in passato un incarico del genere, e non averne le competenze. In particolare — ammette Ponzini — mi è stato fatto un contratto di assunzione, ma non ricordo nel dettaglio la tipologia”.
Sul contratto in questione il Parlamento Europeo aveva all’Olaf (Ufficio europeo antifrode) copia di una lettera con cui chiedeva a Comi il recupero di parte dello stipendio pagato a Ponzini tra il 2010 e il 2015, evidenziando anche il conflitto d’interessi col marito Gianfranco Bernieri.
Per l’accusa “l’indagata non è stata in grado di fornire alcuna prova del lavoro asseritamente svolto”.
In più, “l’analisi del conto bancario del terzo erogatore ha rilevato, che almeno dal gennaio 2011, pochi giorni dopo che la retribuzione della Ponzini è stata accreditata sul conto del Parlamento Europeo, Bernieri ha trasferito una parte minore alla moglie, Ponzini, mentre la maggior parte del denaro è stata trasferita a Lara Comi o ai suoi genitori, Renato Comi e a Luisa Costa, mediante bonifico on in contanti”.
Per questo, “Comi ha causato un danno intenzionale agli interessi finanziari della Ue, dovuto alla distrazione di fondi per finalità  diverse da quella per cui erano stati originariamente concessi”.

(da agenzie)

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