Maggio 5th, 2021 Riccardo Fucile
NELLA CITTA’ DOVE IL LIBERI TUTTI HA FATTO MORIRE DI PANDEMIA IL DOPPIO DI SPAGNOLI RISPETTO ALLA MEDIA NAZIONALE HANNO VINTO GLI UNTORI
Il risultato delle elezioni nella Comunità di Madrid smuove tutta la politica
spagnola e invia un messaggio forte in tutta Europa.
Vince la nuova enfant prodige del Partito Popolare, alfiera di una linea trumpiana; crolla il Partito Socialista, che segna il suo record storico negativo nella Comunidad della Capitale.
Non riesce il colpo di coda di Pablo Iglesias, il leader della sinistra populista e radicale che si era dimesso dal governo nazionale per tentare di evitare la scomparsa della sua Podemos dalla città che ne aveva dato i natali, in cui raccoglie un magro 7%.
Ma aldilà degli effetti tutti spagnoli, che includono una nuova competizione interna per la leadership dei Popolari, la crisi definitiva dei centristi di Ciudadanos e quella quasi ineluttabile di Unidad Podemos, questo risultato è destinato a fare scuola
La giovane Ayuso incassa il risultato politico di una campagna tutta improntata a far pagare ai suoi avversari il costo politico delle misure restrittive; al grido di “Liberdad!” la sua campagna ha ricordato quotidianamente la sua dura battaglia, talvolta vinta per vie legali, contro le misure restrittive del Governo centrale.
E tutto ciò nonostante le misure del paese iberico siano sostanzialmente meno restrittive di quelle di Francia, Germania e Italia, nonostante una campagna vaccinale che fino a oggi ha proceduto a ritmi non inferiori della media Europea.
Ma soprattutto, nonostante il fatto che Madrid registri il triste record della maggiore incidenza di contagi, ricoveri e soprattutto morti per Covid di tutte le altri grandi realtà spagnole e della quasi totalità di quelle europee. Le dimensioni del risultato lanciano un messaggio a tutta la politica internazionale: in termini di consenso, il prolungamento delle misure si paga caro.
Ma caro si pagherebbe anche un allentamento precoce del livello di guardia, sperando che tra una settimana i dati di Milano in festa scudetto non vengano a ricordarcelo. A Sanchez rimane però una carta importante, la gestione del Recovery Fund, la possibilità di lasciare un segno netto sull’economia e la società spagnola, un segno che è tutto politico. Perché la ripartenza non è una questione tecnica, si tratta di compiere scelte, di decidere verso dove portare il paese.
Dopo l’ultima crisi, la destra Spagnola ha rimesso in camino il paese salvando i forti e facendo pagare il conto ai deboli. Oggi può essere diverso, l’opposto. E questo vale anche per l’Italia e l’Europa. Al costo politico delle misure restrittive si può contrapporre il possibile beneficio nel rendersi protagonisti di una ripresa che oltre che efficace sia anche equa. E allora però, anche da quest’altra parte del mediterraneo, è necessario segnare un solco, o di quo o di là.
A chi vuole incassare il premio gridando liberi tutti occorre far pagare il conto, renderli afoni nella discussione sul segno della nuova normalità.
Paradossalmente, può essere un’occasione: la risposta alla demagogia dell’“io, oggi” è solo la credibilità del “noi, domani”.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 5th, 2021 Riccardo Fucile
LE LEGGI CI SONO MA I CONTROLLI INESISTENTI, 8 AZIENDE SU 10 NON SONO IN REGOLA
C’era anche l’hashtag, #zeromortisullavoro, proposto dalla Uil e rilanciato dalle altre sigle. Ma una settimana fa, il 28 aprile, la Giornata mondiale per la salute e sicurezza sul lavoro non ha acceso – con poche eccezioni – l’interesse della politica. §
Ci è voluto l’infortunio in cui è rimasta uccisa un’operaia di 22 anni, Luana D’Orazio, perché le 185 morti bianche registrate nel primo trimestre dell’anno diventassero un’emergenza e i partiti si ricordassero per esempio dell’esistenza di una Commissione monocamerale d’inchiesta sulle condizioni di lavoro e la sicurezza, creata nel 2019 al Senato ma non ancora costituita.
“Oggi parlano tutti, domani passino alla pratica”, commenta Rossana Dettori, segretaria nazionale della Cgil con la delega alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. “Servono fatti che permettano ai lavoratori di essere sicuri di tornare a casa la sera. Le leggi ci sono, il Testo unico del 2008 è stata una conquista. Ora bisogna investire nella formazione e nei controlli“.
Perché quando i controlli si fanno i risultati parlano da soli: il tasso di irregolarità riscontrato dall’Ispettorato nazionale del lavoro nelle 10mila aziende ispezionate l’anno scorso per verificare il rispetto delle norme sulla sicurezza è del 79,3%. Il problema è che le imprese grandi e piccole, in Italia, sono milioni.
Nel primo trimestre 185 vittime. Dal 2015 mai meno di 1000 all’anno – I dati Inail dicono che dal 2015 – l’anno prima c’era stata una improvvisa flessione – gli incidenti mortali non sono mai scesi sotto i 1000 all’anno. Stando all’ultimo aggiornamento, che comprende i decessi per Covid contratto sul lavoro, nei primi tre mesi del 2021 le denunce di infortunio sono state 128.671 e i casi mortali 185, 19 in più rispetto ai 166 del primo trimestre 2020. Un po’ meno che nello stesso periodo del 2018 e 2019, quando le vittime erano state 212, solo perché con la pandemia e il boom dello smart working sono calati i cosiddetti incidenti “in itinere”, cioè nel percorso verso l’ufficio o la fabbrica. Cambia poco: ogni giorno, per usare le parole della sindacalista, due lavoratori a casa non ci sono tornati. Più al Nord Ovest che al Nord Est (47 casi contro 38), ma il record negativo si registra al Sud (58). Molti più uomini che donne, ma di donne ne sono morte 11 contro le 3 che avevano perso la vita nel primo trimestre 2020.
“Un rappresentante per la sicurezza in ogni pmi” – “Capisco che la morte di una giovane donna abbia colpito molti, ma la realtà è che succede tutti i giorni. Così come tutti i giorni qualcuno resta invalido“, riprende Dettori. La commissione d’inchiesta di cui oggi Italia viva e i presidenti delle commissioni Lavoro e Affari costituzionali del Senato hanno “sollecitato l’avvio dei lavori”? “Ben venga farla partire, ma non risolve il problema”. Che ha tante facce: “Prima di tutto occorre attivarsi perché la prevenzione diventi una certezza. Cosa che a volte nelle aziende piccole come quelle in cui è avvenuto l’incidente di lunedì non succede perché non sono tenute ad avere al loro interno un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza: dev’essercene uno a livello territoriale, ma a Prato non era stato eletto”. Su questo fronte, quindi, una revisione delle norme forse servirebbe. In parallelo servono i controlli. “Perché morire sul lavoro non è destino, è il risultato di carenze nelle misure di sicurezza e a volte di stress e fatica causati da problemi organizzativi”. Per i controlli però servono gli ispettori. E gli enti che dovrebbero occuparsene sono da anni in affanno per insufficienza di personale.
Ispettorato e Inail a corto di personale
L’Ispettorato nazionale del lavoro, istituito dal Jobs Act con l’ambizione di accorpare le funzioni di vigilanza di ministero, Inps e Inail, conta 1.500 ispettori che peraltro devono svolgere anche compiti amministrativi perché i dipendenti complessivi sono solo 4.500 a fronte di una pianta organica di 6.500. All’Inail di ispettori ne sono rimasti solo 246, come ha fatto notare lo scorso 28 aprile Claudio Cominardi, deputato M5s in commissione Lavoro ed ex sottosegretario nel governo gialloverde.
Poi ci sono le Asl e i loro servizi per la prevenzione e la sicurezza negli ambienti di lavoro: “Nel 2009 i dipendenti erano 5mila tra ispettori e medici e già erano sotto organico, ora sono 2mila”, spiega Dettori.
Mancano persone e mancano fondi: nel 2019 il governo Conte 1, per tagliare le tariffe Inail alle imprese, ha ridotto le risorse destinate ai piani di investimento per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Così di sopralluoghi se ne fanno pochi. Anche se, quando si fanno, gli esiti sono preoccupanti.
Torniamo al bilancio annuale dell’Ispettorato, che si occupa prevalentemente del settore dell’edilizia: 8.068 aziende su 10.069 sono risultate irregolari e ognuna su più di un aspetto se le violazioni contestate sono state ben 12.541 di cui 12.020 penali. Metà degli illeciti riguarda la violazione di obblighi di protezione dai rischi di caduta dall’alto, incidenti che possono avere conseguenze gravissime.
Nel Pnrr il tema non c’è. “Non aspettiamo drammi per cambiare rotta”
La settimana scorsa il governo ha inviato alla Commissione europea il Piano nazionale di ripresa e resilienza con i progetti da finanziare grazie ai circa 200 miliardi in arrivo con il Next generation Eu. La parola sicurezza compare 93 volte, ma mai associata al lavoro. “Il tema non viene citato”, conferma la sindacalista Cgil. “Forse sarebbe il momento per renderlo centrale, come è stato per la sanità con il Covid. Non aspettiamo ulteriori drammi per cambiare rotta: nel marzo 2020 con il governo e le parti datoriali abbiamo scritto il protocollo per la sicurezza dai contagi, facciamo lo stesso per la messa in sicurezza complessiva dei luoghi di lavoro. Penso a un piano nazionale. Le leggi ci sono, ora mettiamoci i soldi per gli ispettori e per la formazione, che deve riguardare anche nuovi pericoli e nuove patologie legate per esempio allo smart working. Nessuno può cavarsela con il cordoglio e le condoglianze alle famiglie: le persone vogliono solo che la sera i loro famigliari tornino a casa”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 5th, 2021 Riccardo Fucile
IPOTESI DI REATO OMICIDIO COLPOSO E RIMOZIONE DOLOSA DI CAUTELE CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO
Ci sono due persone indagate per la morte di Luana D’Orazio. Le ipotesi di
reato sono omicidio colposo e rimozione o omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro. La ragazza di 22 anni morta sul lavoro risucchiata da un orditoio si poteva salvare?
È quello che sta cercando di capire la Procura di Prato che ha aperto un’inchiesta per accertare se la grata di protezione dell’orditoio sia stata rimossa.
Sono stati sequestrati due orditoi presso l’’Orditura Luana a Montemurlo, l’attività dove lavorava la ragazza. Uno è quello dell’incidente mortale, l’altro per poter fare dei confronti tecnici.
I due indagati sono Luana Coppini, la titolare dell’attività, e Mario Cusimano, addetto alla manutenzione del macchinario, anche se va chiarito che si tratta di un atto dovuto per permettere gli accertamenti tecnici.
Scrive Repubblica Firenze che il dipartimento di prevenzione e sicurezza sul lavoro dell’Asl Centro sta indagando per capire se si sia trattato di una negligenza oppure se l’incidente sia dovuto a un guasto o a un’anomalia nel macchinario.
Mentre il procuratore capo di Prato Giuseppe Nicolosi, spiega: “Siamo al lavoro per capire se e cosa non abbia funzionato nel macchinario, compresa la fotocellula di sicurezza”.
L’ipotesi della Procura è quella che si legge nell’accertamento tecnico: “Operando nelle qualità sopra indicate rimuovevano dall’orditoio marca Karl Mayer Texilmachine Fabrik Gmbh la saracinesca protettiva, ovvero un meccanismo destinato a prevenire infortuni sul lavoro”. Luana è morta per questo?
L’orditoio è uno strumento utilizzato nelle fabbriche per comporre i tessuti: i fili vengono fatti ruotare attorno a due rulli di grosse dimensioni e il tessuto prende forma in base al disegno progettato .
«Ci sono sempre meccanismi di sicurezza – spiega Giovanni Santi della Filctem Cgil -. In base al modello ci possono essere fotocellule accompagnate da sistemi di stop immediato o anche pulsanti manuali. Le fotocellule intervengono quando il lavoratore non è cosciente di essere rimasto agganciato alla macchina».
Luana però, secondo una causa ancora da accertare, è rimasta imbrigliata e trascinata con forza nell’orditoio. Per questo gli investigatori proveranno a capire se quella “saracinesca protettiva” sia stata in qualche modo disattivata.
“Luana era dolce, bella, buona, solare, umile. Era contenta del lavoro che faceva, le piaceva lavorare. Aveva tanta voglia di lavorare per costruirsi un futuro perché era fidanzata da due anni”.
Così Emma Marrazzo, la mamma della 22enne, ha ricordato la figlia. “Ora voglio giustizia”, ha aggiunto la madre parlando con i cronisti davanti alla sua abitazione. “Il nostro primo pensiero adesso è per il bambino di Luana, 5 anni e mezzo, ragazza madre, che amava tanto la vita. Al bimbo non faremo mancare nulla, ma certo gli mancherà l’essenziale, l’amore della sua bella e brava mamma. Gli diremo che è volata in cielo e adesso è una stella”.
(da NextQuotidiano)
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Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE DEL MINISTERO DELL’INTERNO STAVA PER DECRETARE LO SCIOGLIMENTO DEL COMUNE PER INFILTRAZIONE MAFIOSA
C’è anche il nome del sindaco di Foggia Franco Landella, entrato nella Lega di Matteo Salvini, tra quelli finiti nella relazione consegnata dalle forze dell’ordine ai membri della commissione del ministero dell’Interno. Che dovrà decidere se sciogliere o meno il Comune per infiltrazioni mafiose.
Il ministro dell’Interno, nelle scorse settimane, ha insediato una commissione per valutare se esistono le condizioni per lo scioglimento. Si parla di “collegamenti ambigui e discutibili di amministratori con soggetti orbitanti, se non appartenenti, a gruppi mafiosi locali”.
Secondo i racconti dei siti locali l’attività amministrativa del Comune sarebbe stata condizionata dai clan nei lavori pubblici, i tributi, i servizi cimiteriali, dall’appetito famelico dei clan. Lo scopo è appropriarsi del controllo di strade e quant’altro in ogni angolo della città. E in qualsiasi momento.
Nella relazione consegnata ai membri della commissione è presente un paragrafo dedicato al primo cittadino. Eletto nel 2014 e confermato nel 2019 alla guida del comune. Che secondo il documento raccontato dal Fatto è “dilaniato dalle guerre tra le batterie “Moretti-Pellegrino”,“Sinesi – Francavilla” e “Trisciuoglio – Prencipe -Tolonese ” che negli ultimi anni avevano deciso di cambiare strategia: superando la spartizione del territorio e le sanguinose faide, avevano optato per una cassa comune in cui i soldi delle estorsioni sarebbero stati divisi fra i tre gruppi”.
Nel documento visionato dal Fatto si parla dei rapporti con esponenti della “Società foggiana”: gli investigatori scrivono, ad esempio, che nelle Regionali 2010, pur non eletto, Landella avrebbe avuto “annoverato tra i suoi più fattivi sostenitori, alcuni componenti della famiglia ‘Piserchia’, noti pregiudicati in materia di traffico di stupefacenti”.
Gli investigatori, inoltre, ricordano che sua moglie è cugina di Claudio Di Donna coinvolto nel 2009 in un’inchiesta per associazione mafiosa. E che suo figlio è stato denunciato per truffa aggravata in concorso con Francesca Bruno, compagna di Antonio Tizzano, figlio di Francesco Tizzano definito “esponente di rilievo della batteria Moretti-Pellegrino”.
Il comune di Foggia a rischio scioglimento
Ci sono poi i nomi dei consiglieri comunali, degli ex assessori e dei dipendenti di Foggia ritenuti vicini ai clan.
C’è un’accusa anche per Bruno Longo, consigliere di Fratelli d’Italia arrestato lo scorso febbraio per tangenti. Nei prossimi mesi la commissione dovrà decidere se la criminalità ha controllato il Comune. Si parla di costruttori, imprese funebri, sale scommesse, i fantini in corsa negli ippodromi, imprese di trasporti e dell’industria alimentare, commercianti. E persino gli ambulanti del mercato settimanale.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile
“COLLEGAMENTI CON SOGGETTI APPARTENENTI A GRUPPI MAFIOSI LOCALI”
Il sindaco di Foggia, Franco Landella si è dimesso. Il suo nome era tra quelli
finiti nella relazione consegnata dalle forze dell’ordine ai membri della commissione del ministero dell’Interno. Che dovrà decidere se sciogliere o meno il Comune per infiltrazioni mafiose.
Il ministro dell’Interno, nelle scorse settimane, ha insediato una commissione per valutare se esistono le condizioni per lo scioglimento.
Si parla di “collegamenti ambigui e discutibili di amministratori con soggetti orbitanti, se non appartenenti, a gruppi mafiosi locali”.
Secondo i racconti dei siti locali l’attività amministrativa del Comune sarebbe stata condizionata dai clan nei lavori pubblici, i tributi, i servizi cimiteriali, dall’appetito famelico dei clan. Lo scopo è appropriarsi del controllo di strade e quant’altro in ogni angolo della città. E in qualsiasi momento.
Nella relazione consegnata ai membri della commissione è presente un paragrafo dedicato al primo cittadino.
Eletto nel 2014 e confermato nel 2019 alla guida del comune. Che secondo il documento raccontato dal Fatto è “dilaniato dalle guerre tra le batterie “Moretti-Pellegrino”,“Sinesi – Francavilla” e “Trisciuoglio – Prencipe -Tolonese ” che negli ultimi anni avevano deciso di cambiare strategia: superando la spartizione del territorio e le sanguinose faide, avevano optato per una cassa comune in cui i soldi delle estorsioni sarebbero stati divisi fra i tre gruppi”.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile
“48 ORE SONO TROPPE, LA CERTEZZA DI ESSERE NEGATIVI NON C’E’ NEANCHE 12 ORE PRIMA”
Secondo il professore Massimo Ciccozzi per viaggiare in sicurezza potrebbe non essere sufficiente il green pass, la certificazione che secondo l’ultimo decreto firmato da Draghi dà il via libera agli spostamenti tra Regioni, anche se arancioni o rosse.
Basta dimostrare la guarigione dal Covid, la vaccinazione o mostrare un test negativo effettuato nelle ultime 48 ore.
Ma secondo il direttore dell’unità epidemiologica all’Università Campus Biomedico di Roma Ciccozzi per viaggiare in sicurezza non basta fare il tampone 48 ore prima come previsto dalle norme: “48 ore sono troppe. Consideriamo che anche se lo facessimo 12 ore prima non ci sarebbe certezza di essere negativi”, ha detto a Cusano Italia Tv.
Il professore è intervenuto anche sul vaccino per gli under 15: “Spero che l’Ema faccia le cose molto in fretta perché abbiamo bisogno di vaccinare anche quei ragazzi, che si infettano in maniera asintomatica e portano il virus in famiglia. Dopo aver concluso la vaccinazione con gli over 60 inizierei subito con la categoria 14-28 anni”.
Secondo Ciccozzi poi le riaperture sono “uno spiraglio di ossigeno di cui però non dobbiamo abusare, devono essere i dati a guidarci. Quello che ho visto a Piazza Duomo con i festeggiamenti per lo scudetto dell’Inter non si può fare”
“Purtroppo non credo che il virus sparirà come la Sars – ha aggiunto – credo che dovremo continuare a conviverci. Il virus, quando non troverà più persone da infettare, perché avremo vaccinato l’80% della popolazione e per un periodo continueremo con mascherine e distanziamento, circolerà sempre di meno fino a che non arretrerà e diventerà come un coronavirus qualsiasi che ci darà un raffreddore o una febbricola stagionale. Probabilmente dovremo vaccinarci tutti gli anni facendo dei richiami, quando il virus diventerà meno aggressivo magari la vaccinazione sarà consigliata solo per gli over 60″.
(da Fanpage)
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Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile
UN FANATICO EBREO ULTRA-ORTODOSSO PRETENDE DI NON AVERE UNA DONNA ACCANTO: LA PROSSIMA VOLTA COMPRI DUE BIGLIETTI, INVECE CHE ROMPERE I COGLIONI AL PROSSIMO
EasyJet ha ammesso di aver violato le proprie linee di condotta, e adesso dovrà
risarcire una passeggera che era stata costretta a cambiare posto, dopo che il suo vicino si era lamentato con gli assistenti di volo: “Non voglio sedermi accanto a una donna”. Un caso che aveva fatto molto discutere, suscitando inevitabili polemiche. Ma ripercorriamo l’accaduto.
Il triste episodio risale al 2019, quando Melanie Wolfson, una donna dalla doppia cittadinanza, britannica e israeliana, che vive a Tel Aviv, aveva avviato una causa contro EasyJet.
Il passeggero che le era seduto accanto e che aveva detto di non voler avere una donna al suo fianco è un ebreo ultra-ortodosso, che aveva motivato la sua richiesta con le proprie credenze religiose. L’uomo aveva chiesto a Melanie di cambiare posto con un altro passeggero, poi di fronte al rifiuto della donna si era lamentato con gli assistenti di volo.
La notizia di oggi è che EasyJet dovrà risarcirla, dopo aver ammesso le proprie responsabilità: “Siamo pienamente consapevoli che alcuni uomini sono a disagio quando siedono accanto a una donna che non sia una familiare, a causa delle loro credenze religiose” – spiega la compagnia aerea in una nota – “Le nostre politiche, però, prevedono che i passeggeri di sesso femminile non debbano cambiare di posto per il semplice fatto di essere donne. Quelle politiche sono state violate e siamo disposti a risarcire la passeggera, oltre a migliorare le nostre politiche e la loro applicazione tramite una formazione aggiuntiva del nostro equipaggio”.
EasyJet dovrà dare a Melanie 66.438 shekel, poco meno di 18mila euro.
Purtroppo non si è trattato di un caso isolato. Pochi mesi dopo, sempre su un volo EasyJet da Tel Aviv a Londra, un altro ebreo ultra-ortodosso aveva chiesto a Melanie Wolfson di spostarsi, per poi insultarla e umiliarla al primo rifiuto.
Alla fine, per il timore di decollare in ritardo, la donna aveva deciso di cambiare posto ma anche in quel caso aveva protestato con gli assistenti di volo, senza tuttavia ricevere il minimo appoggio.
Da lì era partita una dura battaglia legale con EasyJet dal momento che secondo la donna la compagnia aerea aveva violato la legge israeliana, che punisce la discriminazione dei clienti su base razziale, nazionale, religiosa, di genere e di orientamento sessuale. Il caso ora si chiude, come riporta il Guardian, con l’ammissione di colpa e il rimborso da parte di EasyJet.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile
LUNA DI MIELE FINITA, SOLO MONTI AVEVA FATTO PEGGIO, MA ERA STATO CHIAMATO PER FARE SACRIFICI NON PER ELARGIRE MILIARDI AI QUESTUANTI
Sarà che le aspettative erano troppo alte in partenza, sarà che nei primi due mesi l’esecutivo di Draghi ha dovuto scontentare molti perché governare nel mezzo di una pandemia non è un pranzo di gala.
Però un tonfo così netto nei sondaggi Mario Draghi probabilmente non se lo aspettava. Secondo l’ultima rilevazione di Tecné-Dire, che ha fotografato l’andamento della fiducia nel presidente del Consiglio e nel suo governo da quando si è insediato, l’esecutivo ha perso ben 5 punti a cavallo di metà aprile, quando il governo ha deciso di riaprire alcune attività: il governo è passato da una fiducia del 51,2% al 46,7%.
Anche la figura del premier è stata un po’ offuscata nei primi due mesi di governo: da febbraio il gradimento nei confronti di Draghi è sceso dal 61 al 52,1% (-9 punti). Tornando alla fiducia nell’esecutivo in totale, dal 13 febbraio, giorno del giuramento al Quirinale, il tonfo è di ben 12 punti: il gradimento degli italiani nel governo è passato dal 58,4% al 46,7% di oggi.
Dopo un breve periodo di stabilità fino al 19 marzo (quando la fiducia nell’esecutivo era al 57,4%), il crollo è stato evidente: a inizio aprile il governo aveva perso altri 5 punti percentuali (52,1%) fino a scendere sotto la soglia psicologica del 50% alla fine del mese
E non è un caso che, dopo le prime settimane di ordinaria amministrazione, il governo abbia iniziato a perdere consensi quando ha dovuto prendere le prime decisioni divisive: il condono delle cartelle esattoriali, il decreto di fine marzo che ha chiuso l’Italia per tutto il mese di aprile, le polemiche su una campagna vaccinale che faceva fatica a decollare e il decreto successivo (dopo Pasqua) che ha previsto riaperture dal 26 in poi.
Il crollo di 12 punti nei primi due mesi di governo però è quasi un record: analizzando il gradimento degli italiani nei confronti degli ultimi 6 governi, solo quello guidato da Mario Monti aveva avuto un crollo più ampio nei primi 60 giorni.
Secondo i dati di Demos, che negli ultimi anni ha analizzato il dato tendenziale del gradimento dei governi, l’esecutivo tecnico chiamato a “salvare” l’Italia nel 2011 dopo gli anni di Berlusconi era apprezzato da 8 italiani su 10 nel giorno del suo insediamento (il 78%), un dato anomalo visto che solo dieci giorni più tardi il dato era già sceso al 65%, e dopo due mesi la fiducia era scesa di 20 punti arrivando al 58%. Nel mezzo il governo aveva approvato una legge di Bilancio lacrime e sangue e il ministro del Lavoro Elsa Fornero aveva annunciato la stretta delle pensioni con una legge che poi prese il suo nome ed è stata tra le norme più odiate negli ultimi decenni.
Un monito per il governo Draghi che, per quanto differente da quell’esecutivo perché formato da politici e non solo tecnici, è guidato da una figura simile a quella di Monti. Con un’aggravante in più: se l’esecutivo dell’economista della Bocconi era nato per “mettere a posto” i conti e per approvare misure economiche e sociali impopolari, quello di oggi i soldi deve distribuirli – seppure nel bel mezzo della pandemia – con gli oltre 200 miliardi di fondi Ue del Recovery Plan
L’altro governo che nei primi 60 giorni aveva perso più consenso, ma meno dell’esecutivo di Draghi, è stato quello di Enrico Letta, partito nell’aprile 2013 dopo il boom del M5S alle elezioni politiche, la difficoltà di formare un governo ma soprattutto dopo la rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale mal digerita da buona parte dell’elettorato grillino.
Letta, a capo di un governo di larghe intese con Forza Italia, nei primi due mesi (piuttosto anonimi) era passato da una fiducia del 53 al 43%. In lieve calo anche il Conte II che tra il settembre 2019 e il novembre successivo (dopo la batosta elettorale della coalizione giallorosa in Umbria) aveva perso un punto passando dal 44 al 43%.
Chi invece ha guadagnato consensi nei primi 60 giorni sono stati gli altri tre governi degli ultimi dieci anni: in primis l’esecutivo del rampante Matteo Renzi che, insediato da pochi giorni, aveva annunciato “una riforma al mese” e gli 80 euro in busta. La scia di quel consenso nei primi mesi (dal 56 al 60%) poi portò all’exploit del Pd renziano alle europee del maggio 2014 con il 41%: da lì iniziò la fase discendente fino alla sconfitta nel referendum del 2016.
Anche il governo Gentiloni, partito in sordina per traghettare il Paese al voto dopo l’era dell’ex sindaco di Firenze, guadagnò 5 punti percentuali in due mesi (dal 38 al 43%) e lo stesso successe al Conte I (Lega-M5S) che approvò subito il decreto Dignità voluto dal M5S.
Poi il Paese fu colpito dalla tragedia del Ponte Morandi e gli italiani si strinsero, come avviene nei casi emergenziali, intorno all’esecutivo.
(da IL Fatto Quotidiano”)
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Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile
IN ENTRAMBI I CASI NON PUOI PARLARE DI DIRITTI SECONDO IL DECALOGO SOVRANISTA
Piccolo decalogo di come i sovranisti evitano chirurgicamente di rispondere
nel merito di qualsiasi questione venga sollevata e si impegni semplicemente a sollevare fumo. Salvini è come il Brucaliffo che annebbia il dibattito per spostare un confronto dal cervello agli sfinteri, per schiacciare la politica a frugale solletico dei villi intestinali quel tanto che basta per alimentare odio.
E forse, a pensarci bene, è proprio per questo che Salvini teme moltissimo le leggi che puniscano l’odio: sarebbe come togliergli il lievito.
Dunque, lo stiamo vedendo in questi giorni, se sei ricco non hai diritto di parlare di diritti.
Per Salvini se sei ricco, devi solo goderti la tua ricchezza (o grazie alla tua ricchezza, come nel caso del suo patrigno Berlusconi) ma non devi permetterti di andare contro alle sue opinioni.
Attenzione: ogni comandamento di Salvini si smentisce da solo e infatti Briatore può tranquillamente disquisire di vaccini, dall’alto della sua esperienza maturata in gin-tonic.
Se sei povero, è uguale: dovresti vergognarti del fatto di essere povero e, piuttosto che occuparti di diritti, dovresti spiegarci perché sei un fallito ed espiare la colpa della tua povertà.
Anzi, se reclami un diritto, molto spesso per loro sei uno scansafatiche, un pigro, un ozioso (una volta anche un terrone) e parli di reddito solo perché sei invidioso della ricchezza degli altri.
Anche qui, l’eccezione: se sei povero e voti a destra, allora sei vittima del “sistema” della sinistra che crea povertà.
Se sei “altro” (straniero, non bianco, non eterosessuale e qualsiasi altra cosa al di fuori del loro “tipo”), allora devi metterti in coda: essendo una minoranza, hai solo il diritto di metterti in coda per rivendicare i tuoi diritti dopo la maggioranza, quindi mai.
Ci sono sempre altre priorità. Tranne il nero o il gay che vota Lega, ovviamente: quelli sono “convertiti”.
Se sei un disperato, allora devi farti carico della disperazione degli altri e combattere perché vinca la tua disperazione.
Le guerre tra disperati sono il concime del sovranismo. Se sei un cantante puoi solo cantare, se sei un calciatore calcia e basta, se sei uno scrittore scrivi e non parlare. Intanto Salvini fa il food-blogger, ma fa niente.
In compenso Lino Banfi, Enrico Ruggeri, Povia, e i sostenitori di Salvini, invece, vanno benissimo. Quelli sono modelli culturali da dare in pasto ai propri tifosi. Parlare di un tema nel merito mai, mi raccomando, neanche per scherzo.
(da TPI)
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