Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile
PER RENZI E’ NORMALE FISSARE INCONTRI CON I SERVIZI SEGRETI NEGLI AUTOGRILL
Il quadro è questo. Un programma giornalistico anticipa un’inchiesta su un
rilevante leader politico nazionale, primo (e assai compiaciuto) responsabile della caduta di un governo in carica nel bel mezzo della più grave pandemia degli ultimi cento anni.
L’anticipazione mostra lo stesso leader intento a intrattenersi per 40 minuti in Autogrill con uno 007 di lungo corso, proprio nel vivo di una crisi di governo che ruota – tra le altre cose – attorno alla delega del Presidente del Consiglio ai Servizi segreti. Nessuno sa cosa si sono detti.
Quello che è certo è che, dal giorno dopo, il politico sorpreso in Autogrill comincia a picconare sistematicamente il premier perché rinunci a quella delega, trasformandola in una battaglia politica senza quartiere.
In un Paese normale, democratico, il suddetto leader, che ritiene non esserci nulla di anomalo, compromettente e meno che pulito nella sua condotta, ha una e una sola strada davanti a sé: fa una nota e si difende punto su punto, nel merito delle contestazioni che gli vengono mosse, spiegando nel dettaglio cosa ci faceva con lo 007 in Autogrill, cosa si sono detti e perché dal giorno successivo ha cominciato a chiedere a Conte di restituire la delega ai servizi.
E non lo fa per rispondere a quel programma o questo giornalista, ma ai cittadini italiani, che hanno tutto il diritto di essere a conoscenza di incontri, azioni o atti potenzialmente rilevanti per le sorti del Paese.
Invece no, qui in Italia il partito del suddetto leader fa un’interrogazione parlamentare in cui accusa il giornalista di aver pagato 45.000 euro una fonte lussemburghese per mettere nel mirino il sopraddetto leader.
E il giornalista in questione è costretto a fare un video di 2 minuti e 19 secondi per fare quello che il politico non ha voluto o saputo fare: dare spiegazioni, nel merito e nel metodo.
Siamo al paradosso: invece di rispondere alle inchieste dei giornalisti, i politici “indagano” e accusano a loro volta i giornalisti, come se fossimo in Russia… o in Arabia Saudita.
Già solo il fatto che sia il giornalista a doversi difendere dalle accuse del politico di turno dà la misura dello stato di perversione politico-mediatico in cui è precipitato questo Paese.
E non importa se il leader si chiama Renzi, il programma Report e il giornalista Ranucci. Il problema è che un Paese in cui Report è costretto a difendersi dalle “inchieste” di Renzi (e non viceversa) è un Paese finito.
(da NextQuotidiano”)
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Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile
IL PRIMARIO DI TOR VERGATA ANDREONI: “NON ESISTE EDUCAZIONE CIVICA E SENSO DELLA COMUNITA’ NEANCHE DI FRONTE A UNA PANDEMIA”
I festeggiamenti per lo scudetto dell’Inter, con folle riversate in strade e piazze senza rispetto per le norme anti-Covid, sono stati “un errore gravissimo che certamente costerà qualche vita umana. Così diamo il peso di quello che è accaduto”.
Lo dichiara ad ‘Agorà’ su Rai3 Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) e primario di Infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma.
“Che in quell’assembramento ci sia stata un’ulteriore diffusione del virus, è cosa certa – spiega l’esperto – Abbracciarsi, urlare, cantare e via dicendo sono tutti sistemi validi per far esplodere il virus, visto che si è parlato di ‘bomba biologica’” anche già con la partita Atalanta-Valencia che si giocò a Bergamo il 19 febbraio 2020. E se è vero che gli assembramenti sono stati all’aperto, “quando si sta così in una calca, abbracciati, cantando e urlando, ovviamente anche all’aperto la trasmissione è quasi certa”, precisa Andreoni.
“Potremmo iniziare a vedere un incremento dei casi tra 2-3 settimane – stima l’infettivologo – Poi abbiamo capito che i casi più gravi li vedremo tra 4-5 settimane e gli eventuali decessi tra 4-6 settimane. Questo è il tempo che ci vorrà per capire quello che realmente è accaduto”.
Andreoni ha poi spiegato: Un lockdown di 24 ore, nell’ultimo giorno di campionato, il 23 maggio, in prospettiva dello scudetto? Ripensando agli affollamenti dei tifosi dell’Inter domenica scorsa in piazza Duomo e altri punti di Milano per l’imminente vittoria del campionato, “forse un lockdown avrebbe almeno mitigato”.
E aggiunge: “A me viene una parola: rassegnazione – riflette l’esperto – In Italia ogni volta che vediamo dei fenomeni diciamo che non si può fare nulla. E’ molto difficile governare queste cose che rispecchiano il fatto che non esiste l’educazione civica e il senso della comunità neanche di fronte a un’epidemia così mortale come questa. Ognuno dovrebbe avere il peso di questo”.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile
A PARTE CHE SEMMAI LA RESPONSABILITA’ E’ DEL QUESTORE E NON DEL SINDACO, LA LEGHISTA (CON LA MASCHERINA DELL’INTER) PROVA A GIUSTIFICARSI: “PASSAVO PER CASO”
Ricordate la scena di ‘Tre uomini e una gamba’ quando Aldo, nelle vesti di Ajeje
Brazof, prova a giustificarsi davanti a un controllore sul tram dicendo: “Io neanche ci volevo salire, mi ci hanno tirato su con la forza”.
Ecco, un qualcosa di simile è avvenuta a Milano, in pieno centro, domenica pomeriggio.
Era il giorno della festa scudetto dei tifosi dell’Inter che hanno invaso Piazza Duomo per celebrare la conquista del titolo. Una folla che ha provocato molte polemiche per via dell’emergenza sanitaria. Molti di loro, infatti, erano privi di mascherina e non hanno mantenuto il distanziamento sociale.
Salvini ha attaccato Beppe Sala per non aver organizzato un evento per evitare assembramenti, ma tra le persone in piazza c’era anche la leghista Silvia Sardone.
Perché è stata citata quella scena cult di Aldo, Giovanni e Giacomo? Perché ricorda molto da vicino la giustificazione data dalla consigliere leghista a Palazzo Marino (nonché eurodeputata del Carroccio). Intervistata da La Stampa, infatti, ha detto:
“Ero lì per altri motivi. Ero alla Rinascente perché dovevo comperare un vestito perché a luglio sono stata invitata a un matrimonio. A un certo punto mi sono arrivati i messaggini dei miei amici che mi dicevano che erano in Duomo a festeggiare lo scudetto. Mi sono affacciata, li ho salutati e sono andata a piedi verso Cairoli. Ma quando sono passata io non c’era tutto quell’assembramento, la partita era finita da un pezzo”.
Ed era lì, di passaggio per fare altro, proprio indossando la mascherina nerazzurra. Come si evince anche dal selfie pubblicato su Instagram in quei momenti di festeggiamenti.
Insomma, la casualità ha voluto che lei fosse lì in quel momento. Con quella mascherina. Il tutto mentre Salvini attaccava Beppe Sala per non aver “organizzato” i festeggiamenti (prevedibili) dei tifosi dell’Inter.
(da NextQuotidiano”)
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Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile
ERA MAMMA DI UN BAMBINO DI 5 ANNI LA GIOVANE MORTA IN UNA FABBRICA DI MONTEMURLO
Si chiamava Luana D’Orazio ed era una mamma: è morta sul lavoro intrappolata in un macchinario
L’incidente a Luana D’Orazio è avvenuto alle dieci di ieri: la ragazza stava lavorando a un orditoio quando è rimasta agganciata al rullo, finendo intrappolata nel macchinario. Il Corriere Fiorentino racconta la dinamica dell’incidente:
Secondo una prima ricostruzione, la giovane, madre di un bambino di 5 anni, e residente coni i suoi genitori nel Comune di Pistoia, sarebbe rimasta impigliata nel rullo dell’orditoio, grande attrezzo meccanico protagonista di una delle fasi di lavorazione del filato, un meccanismo che produce l’ordito in modo che possa essere montato su un telaio da tessitura. Al momento dell’incidente, accanto alla giovane c’era un collega girato di spalle alla sua postazione: quando si è voltato ha visto ciò che era appena accaduto, ma ha riferito di non aver udito grida di aiuto. I tecnici del Dipartimento di prevenzione dell’Asl Toscana centro hanno sequestrato l’area del macchinario perla verifica dei dispositivi di sicurezza. La salma della giovane invece è stata trasferita all’obitorio di Pistoia per l’autopsia disposta dal sostituto procuratore di Prato Carolina Dini.
Giunto sul posto il medico del 118 non ha potuto fare altro che constatare il decesso di Luana D’Orazio. Sul posto anche il magistrato di turno, i carabinieri della tenenza di Montemurlo ed il personale Asl per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Il macchinario presso il quale è avvenuto l’incidente è stato posto sotto sequestro per consentire di effettuare tutti i necessari accertamenti. La squadra dei vigili del fuoco intervenuta ha provveduto al recupero del corpo dopo che il pubblico ministero ha dato il nulla osta.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile
LA PROTESTA A PRATO COPO L’INCIDENTE MORTALE DELL’OPERAIA TESSILE DI 22 ANNI…. E’ IL SECONDO CASO IN TRE MESI, VITTIME GIOVANISSIME
Il giorno dopo la morte di Luana D’Orazio, l’operaia 22enne risucchiata da un
macchinario dell’azienda tessile Orditura Luana in provincia di Prato, sono la rabbia e la voglia di verità a prendere il sopravvento.
I sindacati – Cgil, Cisl e Uil – denunciano in una nota come esistano ancora luoghi di lavoro lontani dagli standard di sicurezza previsti.
“La tragedia è il secondo incidente mortale sul lavoro nella nostra zona dall’inizio dell’anno. Il secondo che ha come vittime lavoratori giovanissimi”, scrivono i sindacati che stanno organizzando “una forte azione di mobilitazione” per venerdì, probabilmente davanti alla prefettura di Prato.
Il riferimento è alla sorte di Sabri Jaballah, il pratese di origini tunisine che tre mesi fa, il 2 febbraio scorso, è morto in un’azienda tessile di Montale, schiacciato da una pressa. Anche lui aveva 22 anni.
“Ancor oggi — è l’amara considerazione dei sindacalisti pratesi — si muore per le stesse ragioni e allo stesso modo di cinquant’anni fa: per lo schiacciamento in un macchinario, per la caduta da un tetto. Non sembra cambiato niente, nonostante lo sviluppo tecnologico dei macchinari e dei sistemi di sicurezza”.
Ieri, sul luogo della tragedia, ispettori del lavoro della Asl hanno effettuato i controlli per ricostruire le dinamiche esatte dell’incidente. Il macchinario e l’area circostante sono stati posti sotto sequestro per la verifica dei dispositivi di sicurezza. La salma della giovane invece è stata trasferita all’obitorio di Pistoia per l’autopsia disposta dal sostituto procuratore di Prato Carolina Dini.
Un ennesimo e atroce incidente sul lavoro ha spezzato una giovane vita, “un dramma che sconvolge e lascia sgomenti.
(da agenzie)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA SCENDE AL 6,6%, AZIONE 3,5%, SINISTRA 2,9%, ITALIA VIVA 1,7%
La Lega di Matteo Salvini in una settimana perde quasi un punto percentuale (-0.9%). Lo rileva un sondaggio Swg per il Tg La7.
Segue il Pd, praticamente stabile al 19% con un meno 0,1, mentre prosegue l’avanzata di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che con un più 1,1% arriva al 18,7.
Il Movimento 5 Stelle sale al 17.8% (+0.4%), Forza Italia scende al 6.6% (-0.2%). In calo anche Azione, al 3.5%; Sinistra italiana al 2.9% e Italia viva all’1.7%.
(da agenzie)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
IL NOSTRO PAESE FINANZIA UNO STATO DI TRAFFICANTI TRAVESTITI DA GUARDIA COSTIERA
Non parliamo dopo. Parliamo, e scriviamo, prima. Quella che si sta preannunciando è una estate di morte nel Mediterraneo. Le avvisaglie ci sono tutte.
Ancora una tragedia nel Mediterraneo. Cinquanta migranti sarebbero morti al largo della Libia nel naufragio di un barcone. E’ quanto riferisce la Mezzaluna Rossa libica, citata in un tweet da Al Arabiya.
Precedentemente, l’Oim, l’agenzia dell’Onu per le migrazioni aveva riferito della morte di almeno 11 persone dopo che il gommone su cui viaggiavano era affondato. A bordo di quest’ultimo vi erano in tutto 24 migranti, erano diretti in Europa.
Oltre 700 migranti sono stati riportati in Libia negli ultimi giorni, “solo per finire in detenzione arbitraria” afferma Tarik Argaz, portavoce dell’Unhcr in Libia.
Le Ong avevano chiesto l’intervento di mercantili che erano stati inviati sul posto. Davanti al Paese africano ieri è avvenuto l’ennesimo naufragio con 11 corpi recuperati e 12 migranti tratti in salvo.
Inerzia complice
La sensazione”, dice il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, è che “con l’arrivo della bella stagione ci saranno sbarchi di massa”, perché “da qualche settimana ha ripreso impulso la rotta libica con barconi carichi di migranti” mentre “di barchini con tunisini a bordo se ne vedono meno”. In poche ore sabato nell’hotspot si è toccato il picco di 723 persone, a poco a poco il centro è stato svuotato: 274 migranti sono stati trasferiti nella nave quarantena Allegra, che si trova in rada, e altri 190 sono stati portati col traghetto, stamattina, a Porto Empedocle e poi nel centro di Caltanissetta.
E un motoveliero con a bordo una sessantina di migranti è stato intercettato domenica da mezzi navali della Guardia di Finanza al largo del Capo di Leuca. A bordo anche 7 donne e 13 minori, alcuni dei quali molto piccoli. L’imbarcazione è stata condotta nel porto di Santa Maria Leuca dove i migranti sono stati soccorsi dai volontari della Croce Rossa e dai medici.
E ieri la Guardia costiera tunisina è riuscita a salvare 172 migranti di nazionalità africana, che si trovavano in rotta verso le coste europee a bordo di un gommone, a nord di Zaouia. Dell’episodio riferisce anche l’Oim in Libia su Twitter scrivendo che ieri “172 migranti, tra cui donne e bambini, sono stati rimpatriati in Libia dalla guardia costiera. Le nostre squadre hanno fornito assistenza di emergenza a oltre 600 migranti intercettati nelle ultime 48 ore. Ribadiamo che la Libia non è un porto sicuro“.
Diritto violato
Scrive Fabio Albanese, corrispondente de La Stampa da Catania: “La vicenda dei 95 migranti riportai nella notte nella base di Abu Sitta, a Tripoli, ha dei risvolti che si possono configurare come violazioni alle norme internazionali sul soccorso in mare. Il barcone chiedeva aiuto dal giorno del primo maggio. Ieri mattina Alarm Phone aveva anche diffuso la registrazione di una drammatica telefonata con cui i migranti chiedevano di fare presto perché la barca era con il motore guasto e alla deriva e a bordo c’era paura e panico: «Temiamo di morire tutti, aiutateci!», il grido lanciato da qualcuno a bordo, in lacrime. La Guardia costiera libica, responsabile di quel tratto di mare che è zona Sar (di ricerca e soccorso) di sua competenza, aveva chiesto aiuto all’Mrcc di Roma affinché inviasse sul posto le navi mercantili che fossero state più vicine. Cosa che Roma ha fatto. Ma le due navi, una petroliera e un rimorchiatore a servizio delle piattaforme petrolifere della zona, dopo aver raggiunto la barca non sono intervenute pure restandole accanto per ore.
Il motivo, all’inizio un timore per i migranti, si è concretizzato nella notte quando è apparsa una motovedetta libica: le navi hanno dunque sorvegliato il barcone in attesa che i libici riportassero indietro i naufraghi: «La guardia costiera libica sta rimpatriando in Libia circa 80 persone. Non possiamo ancora confermare che questo sia lo stesso gruppo accanto alla Vos Aphrodite. Se è così, sarebbe inaccettabile. Speriamo ancora che questi migranti possano essere salvati dalle barche europee nelle vicinanze e portati in un porto sicuro», aveva avvertito poco prima il portavoce Oim per il Mediterraneo, Flavio Di Giacomo.
Le cose sono andate proprio come si temeva e questi 95 sono gli ultimi dei circa settemila migranti riportati indietro dalla Guardia costiera libica da inizio anno (erano stati 11mila in tutto il 2020), 700 dei quali solo negli ultimi giorni”.
I migranti in Libia
Si stima che circa 1,3 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria in Libia. Le famiglie sfollate, le persone rifugiate e migranti sono tra le più vulnerabili e a rischio sicurezza in un paese che è diviso internamente da fazioni contrastanti e differenze inter-tribali.
Di questi 1,3 milioni, 348 mila sono minori, bambini e bambine che hanno urgente bisogno di ogni genere di sostegno per poter vivere dignitosamente.
Circa 393 mila sono sfollati interni e più di 43 mila sono rifugiati e richiedenti asilo che provengono principalmente dall’Africa sub-sahariana. Persone, spesso anche minori soli non accompagnati, che affrontano viaggi estenuanti, dove il rischio di non arrivare a destinazione, che non è la Libia bensì l’Europa, è altissimo.
Scrive Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera: “Nel suo rapporto sui diritti umani, Amnesty International scrive che nel 2020 la guardia costiera libica ha «intercettato in mare 11.891 rifugiati e migranti, riportandoli indietro sulle spiagge libiche, dove sono stati sottoposti a detenzione arbitraria e indefinita, tortura, lavoro forzato ed estorsione».
Ma neppure questi conti vergognosi tornano. Il capo missione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Federico Soda, osserva che se gli ospiti dei campi ufficiali sono circa quattromila, mancano all’appello ottomila dei migranti catturati solo lo scorso anno. Alcuni vengono assistiti nei programmi dell’Unhcr o dell’Oim. Ma ne risultano svaniti ancora troppi.
«Dobbiamo pensare che vengano trasferiti in campi non ufficiali, di cui nessuno conosce il numero», dice Soda. Di recente la Brigata 444 ha fatto irruzione nei centri clandestini di Bani Walid, liberando profughi torturati e stuprati, per ricondurli nel circuito formale. Ma la differenza tra strutture legali e illegali in Libia spesso è solo burocratica. E talvolta il percorso è inverso.
Scrive Amnesty: «A migliaia sono sottoposti a sparizione forzata, dopo essere stati trasferiti in luoghi di detenzione non ufficiali, compresa la ‘Fabbrica del Tabacco’ di Tripoli, sotto il comando di una milizia affiliata al Gna (il governo nazionale). Di loro non s’è saputo più nulla».
Già dai rapporti Onu del 2018 era noto come profughi e migranti fossero catturati, seviziati e ricattati da gang spesso «parastatali», nelle quali confluivano banditi e funzionari governativi.
Già da allora la famosa guardia costiera libica veniva definita alla stregua di una confraternita di pirati. A settembre dell’anno scorso l’Unhcr ha rilasciato una nota formale in cui si rigetta la nozione della Libia come posto sicuro di sbarco e «si invitano gli Stati a trattenersi dal rimandare in Libia qualsiasi persona salvata in mare».
Nella mappa dei luoghi più mortali per i migranti in Africa, subito dopo il deserto tra Niger e Libia c’è la costa libica, con Bani Walid, Sabratha, Zuwara e Tripoli. E, appena venerdì scorso, l’Alto commissario Filippo Grandi è tornato a sollecitare «la fine delle detenzioni abusive», auspicando che «la nuova amministrazione libica dia segnali più forti di voler bloccare lo sfruttamento di migranti e rifugiati» (non va certo in questo senso la recente scarcerazione e promozione a maggiore della guardia costiera del trafficante Bija)”.
Finanziati i lager
Il 28 gennaio scorso, l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) ha presentato un esposto alla Corte dei Conti chiedendole di indagare sulla destinazione di alcuni fondi pubblici italiani in Libia, destinati alle ong, ma che potrebbero essere finiti nelle mani o a beneficio delle milizie che gestiscono i centri di detenzione per migranti, dove avvengono torture e soprusi.
La vicenda era stata sollevata dalla stessa Asgi nell’estate scorsa, quando aveva rilevato numerose criticità circa l’utilizzo di quei fondi. Ora l’associazione di giuristi interessa la magistratura italiana per fare chiarezza.
“Sebbene i centri libici siano universalmente ormai riconosciuti come luoghi di tortura e mortificazione della dignità umana – scrive Asgi – il Governo italiano non ha condizionato l’attuazione degli interventi ad alcun impegno alle autorità di Tripoli di migliorare in modo duraturo la condizione degli stranieri detenuti».
L’esposto di Asgi solleva dubbi sulla destinazione effettiva dei beni e dei servizi erogati, anche in luce del divieto del Ministero per il personale italiano di recarsi in Libia.
In particolare, i soldi pubblici italiani potrebbero essere stati utilizzati per rafforzare le recinzioni dei centri e per altre opere che poco o nulla hanno a che fare con la cooperazione internazionale.
“Tutto nasce – spiega l’avvocato Alberto Pasquero di Asgi sintetizza la vicenda: dalla stipula del Memorandum Italia-Libia del febbraio 2017. I progetti di cui parliamo sono stati approvati pochi mesi dopo, sono sei milioni di euro, tutti destinati ad attività all’interno dei centri di detenzione libici”.
I progetti sono stati attuati da una serie di ong italiane, che per ragioni di sicurezza non intervenivano direttamente coi propri operatori, ma hanno subappaltato ad ong libiche gli interventi.
Questi ultimi hanno riguardato azioni umanitarie, come la costruzione di aree ludiche per i bambini reclusi o la donazione di latte in polvere alle madri, dall’altro lato, però, ci sono anche attività inquietanti, come la manutenzione stessa dei centri o il rafforzamento dei cancelli.
Asgi mette in dubbio anche la natura degli interventi umanitari, perché agiti in quel modo e in quei contesti finiscono per legittimare il sistema di detenzione dei migranti.
Di sicuro, però, la realizzazione di opere per il mantenimento dei centri presenta un’ulteriore gravità, anche e soprattutto perché quelle risorse, più o meno direttamente, potrebbero essere finite nelle tasche delle milizie.
“I rendiconti delle ong sono in molti casi abbastanza approssimativi – sottolinea Pasquero – per cui non possiamo escludere che quelle risorse siano finite alle milizie, anche per il fatto che si tratta di carceri, nei quali non si entra senza il consenso di chi li gestisce”.
Alla Corte dei Conti, dunque, Asgi chiede di approfondire e verificare se vi siano stati danni erariali e di immagine per lo Stato italiano. «Questi soldi sono stati stanziati per la cooperazione e lo sviluppo – conclude Pasquero – e ce li vediamo spesi per mantenere in funzione dei carceri che sono intrinsecamente inumani».
La “nuova” Libia
Rimarca Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: “In Libia violenze e atrocità non colpiscono solo i migranti e i rifugiati, ma anche la popolazione autoctona. Non è una novità, dato che i dieci anni seguiti alla fine della dittatura di Gheddafi sono stati segnati da arbitrio, assenza di legge, conflitti interni e dominio delle innumerevoli milizie armate.
A ricordare come stanno le cose nell’est del paese è una denuncia di Amnesty International. Vi si legge che chiunque sia sospettato di esprimere critiche od opposizione alle Forze armate arabe libiche che rispondono al comando di Khalifa Haftar rischia l’arresto, la tortura, un processo irregolare in corte marziale, il carcere e persino la morte.
Va sottolineato che nonostante il 10 marzo sia stato proclamato un governo di unità nazionale e sia stata sancita nominalmente l’unificazione delle istituzioni libiche, nell’est della Libia il potere continuano a esercitarlo le Forze armate arabe libiche di Haftar e le milizie loro alleate. Di fronte ai giudici militari finiscono giornalisti, manifestanti pacifici, utenti dei social e difensori dei diritti umani. Tra il 2018 e il 2021 sono state emesse almeno 22 condanne a morte e centinaia di persone sono state condannate a pena detentiva, in molti casi dopo aver subito torture: isolamento prolungato per mesi se non anni, percosse, minacce di morte e di stupro e “waterboarding” (la simulazione di annegamento).
I processi celebrati dai tribunali militari sono una vera e propria farsa: molti imputati hanno riferito di non aver potuto incontrare il proprio avvocato durante il periodo di detenzione preventiva e, in alcuni casi, anche durante le udienze. In molti casi, fino alla prima udienza gli imputati non sanno esattamente di cosa siano accusati, non hanno accesso ai fascicoli e alle prove a loro carico e, una volta terminato il processo, non ricevono le motivazioni della sentenza.
La completa mancanza d’imparzialità dei giudici è resa evidente dai loro ruoli, passati e presenti, all’interno delle Forze armate arabe libiche”.
E Roma finanzia questo Stato dei trafficanti travestiti da guardie (costiere).
(da Globalist)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL SINDACATO DI POLIZIA: “IN ITALIA AGGREDIRE UN AGENTE E’ ORMAI UNO SPORT”
Una vicenda molto spiacevole e grave è accaduta a Vercelli. Una poliziotta in servizio è stata picchiata durante dei normali controlli anti-Covid.
”Una collega in servizio di volante a Vercelli è stata presa a calci e pugni da una donna durante un servizio per il contenimento dell’emergenza Covid. Un colpo l’ha raggiunta vicinissimo a un occhio e lei se l’è vista molto brutta. L’esagitata che l’ha aggredita è stata arrestata, ma quale concreta punizione possiamo aspettarci per lei?”.
Lo afferma Valter Mazzetti, Segretario Generale Fsp Polizia di Stato, commentando quanto avvenuto a Vercelli ieri sera, quando una volante è intervenuta a piazza Cavour, davanti a un bar, dove diverse persone, assembrate, stavano protestando con forza per i controlli effettuati dalla polizia locale e da altri colleghi
Nel gruppo anche una donna che incitava tutti a ribellarsi ai controlli e che ha reagito al tentativo di identificarla inveendo, scagliandosi contro i poliziotti, e in particolare colpendo con pugni e calci una agente donna.
Quando quest’ultima è stata raggiunta all’altezza del cinturone da un calcio che le ha fatto cadere la radio di servizio, si è chinata per raccoglierla e, a quel punto, ha ricevuto un altro calcio, stavolta in faccia all’altezza dello zigomo. La poliziotta è stata affidata alle cure del caso, un minimo di una settimana la prognosi per lei.
”Il lavoro del poliziotto – incalza Mazzetti – è sempre stato complicato e difficile, ma gli atteggiamenti di violenza diffusa, certamente resi ancor più arroganti da un vergognoso senso di impunità, sono ormai tanti e tali da rendere veramente un’impresa ardua finire la giornata senza grane, senza danni, senza incidenti di ogni genere.
Quello della collega presa a pugni e calci a Vercelli, cui manifestiamo la più totale solidarietà e auguriamo una prontissima guarigione, è solo l’ultimo episodio che conferma questo triste assunto: nel nostro paese aggredire gli appartenenti alle forze dell’ordine è praticamente ormai uno sport.
In pratica non esiste una risposta del sistema adeguata a certi atteggiamenti che, oltre a mettere a rischio l’incolumità degli operatori, calpestano la dignità loro e delle istituzioni che rappresentano”
(da agenzie)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
DEPOSITATI GLI ATTI, CI SONO TRE FOTO INEQUIVOCABILI
“Mi hanno fatto bere la vodka, afferrandomi per il collo. Poi mi hanno portata
nel letto e mi hanno stuprata. Mi tenevano ferma su un letto e mi penetravano a turno, dicendosi dai ora tocca a me, per sei o sette volte”, è il drammatico racconto della giovane studentessa di 19 anni vittima dei presunti abusi sessuali avvenuti in una villa di Cala di Volpe, in Sardegna, nel luglio del 2019 e di cui sono accusati Ciro Grillo, il figlio di Beppe Grillo, e suoi 3 amici: Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria. Tutto è iniziato con l’incontro tra la ragazza e il gruppo di giovani durante una serata nella discoteca Billionaire dove la 19enne era andata insieme ad una compagna di classe.
La prima violenza sulla 19enne
Secondo la ricostruzione fornita ai carabinieri dalla vittima, al momento di lasciare il locale, alle 5 del mattino del 17 luglio, non c’erano taxi e così e le due giovani hanno accettato l’invito dei ragazzi a fermarsi a dormire a casa loro.
Qui, secondo i verbali delle dichiarazioni rilasciate dalla giovane milanese e pubblicati sul quotidiano “La Verità”, si sarebbe consumata la violenza sessuale di gruppo. Dopo una cena insieme e le prime avance rifiutate, per la ragazza sarebbe iniziata la notte da incubo. Il primo rapporto sessuale sarebbe avvenuto con Corsiglia una volta a letto. “Mi ha preso per i capelli indirizzandomi la testa verso il suo pene, dicendomi cagna apri la bocca e mi chiedeva di fargli sesso orale. Inizialmente ho resistito ma lui continuava a farmi violenza. Io mi dimenavo perché non volevo, ma non riuscivo a contrastarlo completamente perché non mi sentivo bene” è il terribile racconto della giovane. La violenza sarebbe poi proseguita anche in bagno, sotto la doccia: “Mi teneva con la mano il collo, tenendomi bloccata di spalle e mi penetrava. Per due volte gli ho detto di smetterla, che era un animale, uno stronzo, ma lui ha continuato più forte, tirandomi i capelli e baciandomi sul collo”.
La vittima in lacrime convinta a restare
Dopo la violenza subita, la ragazza in lacrime si sarebbe rivolta all’amica che stava dormendo sul divano in salotto per invitarla ad andare via, spiegandole la situazione. Questa però non l’ha assecondata: “Le dicevo ‘mi hanno violentata’. Inizialmente non capiva e glielo ripetevo, poi le chiedevo se potevamo andare a casa. Si è seduta sul divano e mi ha fatto spallucce”. A questo punto l’intervento degli altri ragazzi che l’avrebbero convinta a desistere dall’andare via e poi avrebbero violentato a loro volta la giovane.
La violenza di gruppo
“A quel punto intervenne un altro dei ragazzi, Vittorio Lauria, che nonostante io gli dicessi che un loro amico mi aveva violentata e che loro non erano intervenuti, ha cominciato a provarci. Poi verso le 9 del mattino mi hanno fatto bere la vodka, afferrandomi per il collo. Sentivo che mi girava la testa dopo aver bevuto, non ricordo bene. Poi mi hanno portata nel letto matrimoniale e mi hanno stuprata” ha raccontato la ragazza. A questo punto la violenza di gruppo. Documentata in parte dai video girati con i telefonini dai presunti violentatori.
Terribile la sequenza raccontata dalla vittima: “Sentivo che si chiamavano per nome tra di loro e si dicevano ‘ora tocca a me, dai spostati’ e sentivo che si davano il cambio. Uno mi tirava i capelli e mi tiravano schiaffi sulle natiche e sulla schiena. Mi girava la testa e continuavo a cadere in avanti. Ho visto nero, da quel momento non ricordo più nulla, ho perso conoscenza”. La vittima dello stupro però l’indomani si sarebbe confidata con altre ragazze, una milanese e due norvegesi.
Intanto i genitori la raggiungono in Palau due giorni dopo. Ma lei solo una settimana dopo, il 24 luglio, a Milano avrebbe confidato tutto alla mamma. Il 26 luglio la denuncia ai carabinieri.
Le foto
Grillo, Capitta e Lauria sono accusati di violenza sessuale di gruppo anche ai danni di Roberta, l’amica di Silvia. In particolare il figlio del fondatore del M5s avrebbe «appoggiato i propri genitali» sulla testa della ragazza alla presenza di Lauria, mentre Capitta scattava una foto. Roberta, anche questo un nome di fantasia per tutelare la vittima, era «in stato di incoscienza perché addormentata» e veniva «costretta a subire tale atto sessuale». Agli atti sono state allegate in particolare tre fotografie, di cui inizialmente non si conosceva la responsabilità riguardo le singole condotte. Gli interrogatori di tutti e quattro i ragazzi, richiesti dai difensori e avvenuti nel corso degli ultimi 15 giorni, invece, hanno reso possibile modificare il capo d’accusa in questione, come riportato dall’agenzia di stampa Adnkronos, nel nuovo avviso di chiusura delle indagini notificato oggi.
(da agenzie)
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