Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
51 ANNI, ELETTO CON UNA LISTA CIVICA, UN PASSATO NEL PARTITO DELLA MELONI
C’è anche un consigliere comunale di San Lorenzo al Mare tra i 15 arresti eseguiti dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’operazione antidroga coordinata dalla Procura della Repubblica di Genova – Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo, in collaborazione con la Procura della Repubblica di Imperia.
Il consigliere arrestato è Giovanni Stramare, 51 anni, ex Fratelli d’Italia, eletto nella lista Civica San Lorenzo Oggi, a sostegno del candidato Sindaco Lorenza Bellini, oggi all’opposizione.
Stramare è stato tratto in arresto all’alba di martedì mattina dalla Guarda di Finanza, a San Lorenzo al Mare. E’ accusato di aver ceduto cocaina a diverse persone. Dopo essere stato accompagnato presso la Caserma delle Fiamme Gialle, in piazza De Amicis, a Imperia, è stato tradotto in carcere.
Contattato da ImperiaPost, il Sindaco Paolo Tornatore ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione.
L’inchiesta
Le indagini, inizialmente finalizzate a determinare i contorni delle attività di spaccio di alcuni dei soggetti indagati, operanti tra Imperia e i comuni limitrofi, hanno consentito di individuare un’associazione a delinquere, facente riferimento ad una famiglia di residente a Loano (SV), che si avvaleva di una capillare schiera di pusher, anche italiani, attivi tra le province di Imperia e Savona.
Le indagini, eseguite dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Imperia, hanno consentito di documentare e ricostruire oltre 7 mila episodi di minuto spaccio, in gran parte riguardanti la cessione di un grammo, o anche meno, di cocaina, nei confronti di una platea alquanto eterogenea di assuntori per età, estrazione sociale e attività lavorativa svolta.
Come ricostruito dalla Fiamme Gialle, a fronte di un giro di affari di circa 520.000 euro, prodotto in circa un anno, l’organizzazione criminale conseguiva guadagni netti prudenzialmente quantificati in 225.000 euro.
(da Imperiapost)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
“DICEVANO CHE VOLEVO FAR DIVENTARE GAY I BAMBINI”… LA LEGHISTA CHE L’HA DIFFAMATA HA PAGATO 2.000 ALL’ARCI GAY PER EVITARE UNA CONDANNA
«In un video fa le iniezioni ai bambini per farli diventare gay». Questa l’accusa
che è stata mossa, quattro anni fa, a Elisa Serafini, nel corso della campagna elettorale per le amministrative a Genova.
Una circostanza del tutto inventata, tirata fuori dalla candidata della Lega Giuliana Livigni che ha provocato non pochi problemi alla Serafini. Una frase che, adesso, è stata ripresa da Fedez all’interno del suo discorso pronunciato durante il Concertone dell’1 maggio in cui ha elencato tutti gli episodi omotransfobici di alcuni esponenti della politica. Un discorso che al cantante è costato lo scontro con la Rai (accusata di aver tentato di “limare” il suo testo).
Risarcimento da 2mila euro devoluto ad Arcigay Genova
«Non me l’aspettavo. Grazie Fedez, hai dato l’esempio che bisogna sempre denunciare. La sua è un’azione che potrà ispirare altre persone. Un vero e proprio incoraggiamento», ha detto Elisa Serafini a Open.
Ancora oggi, a distanza di anni, non crede a quello che le è accaduto. Al fatto che sia stata raccontata una storia, di sana pianta inventata, che le ha reso la vita un inferno. «Ho querelato la candidata della Lega Giuliana Livigni, colpevole di aver messo in giro la voce che avrei fatto delle iniezioni ai bambini per farli diventare gay. Alla fine siamo arrivati a una conciliazione: si è scusata – anche se la sua lettera non l’ho mai voluta leggere, non so nemmeno dove sia – e ha pagato il risarcimento che ho devoluto ad Arcigay Genova». Si tratta di circa 2mila euro.
«Il video nemmeno esisteva, una follia»
Ma il punto più brutto di questa vicenda è che si tratta di una storia del tutto inventata: «Persino il cardinale Bagnasco ha chiamato il sindaco dicendogli di non farmi fare l’assessora. Hanno fatto pressioni per farmi ritirare la querela, Livigni mi ha persino inseguita per strada urlando e dicendomi che dovevo rispondere per quello che avevo fatto. Stalking, insomma. Ma cosa avevo fatto? Dov’è questo video che citavano?
“Era solo sulla Rai, poi è sparito”, dicevano. Forse – spiega – tutto parte da un video di una conferenza del 2014 in cui dicevo che sarebbe stato bello vedere, anche in una tv italiana, una trasmissione che parlasse della transizione che fanno i transgender dal punto di vista medico. Da questo hanno costruito la loro follia».
«La gente ci credeva, ero sconvolta e confusa»
Il dramma – prosegue – è che «la gente ci credeva, dicevano “però qualcosa ci sarà dietro”, pur non avendolo visto. Tra loro c’erano anche una consigliera del municipio e una insegnante di asilo».
La “colpa” della Serafini? «Essere a favore dei diritti civili, della cannabis, dell’eutanasia. Mi sono messa a piangere dalla rabbia, non riuscivo a controllare una cosa che era davvero assurda. Ero sconvolta, confusa».
Fake news che hanno rischiato di distruggerle la vita e sulle quali, stando al suo racconto, è stata lasciata da sola: «La Lega? Non mi hanno difesa, anzi mi hanno fatto la guerra».
Ora, invece, il leader del Carroccio Matteo Salvini sembra essersi ricreduto: «Frasi disgustose», ha detto a Domenica Live, su Canale 5, riferendosi, appunto, alle parole pronunciate dagli esponenti, anche del suo partito, contro la comunità Lgbtq+ e lette da Fedez nel corso del Concertone.
Ipocrisia allo stato puro
(da Open)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DELLA GIORNALISTA ELISA SERAFINI, EX ASSESSORE ALLA CULTURA DEL COMUNE DI GENOVA (DI CENTRODESTRA)
Tra gli episodi omotransfobici di esponenti della politica citati da Fedez sul palco del concertone del Primo Maggio, ce n’è uno che mi ha vista come vittima e che mai avrei pensato potesse raggiungere una visibilità nazionale.
Fedez ha infatti raccontato il caso della candidata della Lega Giuliana Livigni, che aveva parlato dell’esistenza di “iniezioni per far diventare i bambini gay”. La persona che avrebbe fatto quelle iniezioni ero io. Ma per capire la vicenda serve fare un passo indietro.
Nel 2017 ero candidata in una lista civica al Consiglio comunale di Genova. Sostenevo i diritti per le persone LGBTI+ e questo aveva creato molti malumori tra ambienti conservatori e ultra-religiosi della città.
Dopo azioni di dossieraggi, intimidazioni, telefonate minatorie, una candidata della Lega (e del movimento Le Manif Pour Tous), aveva iniziato a raccontare di mie presunte inoculazioni di iniezioni a bambini che avrebbero avuto l’obiettivo di farli diventare omosessuali.
Un racconto “fantasy”, come lo ha definito lo stesso Fedez, ma che in realtà aveva avuto una certa capacità di convincere numerosi cittadini che ci fosse qualcosa che non andava nella mia figura di candidata.
La campagna diffamatoria era stata spietata: oltre a questa accusa, erano stati inviati dossier ai giornali con trascrizione di tutti i miei interventi in conferenze su temi LGBTI (risultati poi molto utili come archivio) e persino tentativi da parte della Curia e di esponenti del Vaticano di impedire la mia nomina ad assessore, nonostante avessi preso oltre 800 preferenze.
La vicenda è stata sì fantasy e surreale, ma anche dolorosa e sconvolgente perché la diffamazione è una forza difficile da fermare, soprattutto quando alle spalle non hai un partito o una protezione politica.
Dopo qualche settimana querelai la candidata, destinando il risarcimento ad Arcigay Genova con l’obiettivo di costruire campagne e azioni di sensibilizzazione contro l’omotransfobia.
Fu per me l’unico modo possibile per dare un senso ad un episodio che senso non aveva, e che venne raccontato esclusivamente dall’edizione locale di Repubblica.
Dopo un anno scelsi di dimettermi dall’incarico perché in contrasto con indirizzi dei vertici locali su spesa pubblica e diritti civili, lo raccontai in un esposto e nel libro di denuncia “Fuori dal Comune”, insieme ad altri episodi di illegalità locale.
La vicenda dei vaccini gay non è una storia di politica locale: come dimostrano i fatti sintetizzati da Fedez, esiste un pattern di messaggi, di culture, e di azioni politiche che hanno l’obiettivo di screditare le istanze a favore dei diritti civili.
Un pattern che rivediamo rappresentato da una parte della nostra società e, purtroppo, da una parte della nostra classe politica. Messaggi come quello di Fedez servono per rendere visibili storie invisibili, per dare coraggio a chi ha paura a denunciare, a farlo e basta. Perché, anche se passa il tempo, e bisogna aspettare con pazienza, la verità arriva. E spesso, anche la giustizia.
(da TPI)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
ANTONIO CIONTOLI DOVRA’ SCONTARE 14 ANNI PER OMICIDIO VOLONTARIO…. LA MOGLIE E I FIGLI 9 ANNI E 4 MESI PER CONCORSO
Sull’assurda morte di Marco Vannini la giustizia italiana ha messo la parola fine. 
La Cassazione ha infatti confermato la condanna a 14 anni di carcere per Antonio Ciontoli, accusato dell’omicidio volontario del ventenne, allora fidanzato della figlia. Confermate anche le condanne a nove anni e quattro mesi per la moglie di Ciontoli, Maria Pizzillo e ai due figli Federico e Martina Ciontoli.
Rigettati tutti i ricorsi delle difese. La sentenza, accolta da un lungo applauso, è arrivata, dopo quasi quattro ore di camera di consiglio, dalla quinta sezione penale della Suprema Corte, presieduta da Paolo Antonio Bruno.
L’unica modifica apportata dai giudici della Cassazione al dispositivo della sentenza d’appello riguarda la specificazione del reato per Maria Pezzillo e i figli Martina e Federico. I giudici, spiegano fonti della difesa, hanno trasformato il “concorso anomalo” in “concorso semplice attenuato dal minimo ruolo e apporto causale”.
Ma con questa modifica nulla cambia ai fini delle pene, che restano le stesse inflitte nell’appello bis nel settembre scorso.
L’accusa. “Tutti mentirono. Tutti hanno tenuto condotte omissive e reticenti”. È quanto sostenuto dal sostituto procuratore generale della Cassazione, Olga Mignolo, nel corso della requisitoria nel processo per l’omicidio di Marco Vannini, morto con un foro di pistola al petto, nel maggio 2015, nel bagno della casa della sua fidanzata, Martina Ciontoli, a Ladispoli.
La procuratore generale ha sottolineato come “l’unico a poter mettere in crisi la ricostruzione di Antonio Ciontoli e riferire cosa accadde quella notte era proprio Marco Vannini”, per gli imputati dunque era “preferibile alla sua sopravvivenza”.
La difesa. Una “sentenza di una illogicità grossolana”, “disseminata di insensatezze argomentative”. Così l’avvocato Gian Domenico Caiazza, uno dei difensori della famiglia Ciontoli, ha definito quella emessa dalla Corte d’assise d’appello di Roma. “Chiediamo alla Cassazione – ha detto Caiazza, interpellato durante una pausa dell’udienza – di annullare con rinvio quella sentenza, nella quale ci sono eclatanti contraddizioni”. Parlare di omicidio volontario con dolo eventuale, secondo il penalista, “non è compatibile con il fatto che sono stati chiamati i soccorsi, avvisati i genitori di Vannini quando era ancora in vita e parlato con il medico”.
I fatti. Torniamo alla sera del 17 maggio 2015, sera in cui Marco Vannini, 20 anni, viene colpito a morte da un proiettile. Marco è a Ladispoli, ospite nella casa della famiglia della sua fidanzata, Martina Ciontoli. Si conoscono da tre anni ed è normale che il ragazzo rimanga lì a dormire. In casa ci sono i genitori di Martina, Antonio Ciontoli e Maria Pezzillo, il fratello Federico e la sua fidanzata Viola. Antonio Ciontoli è un uomo piuttosto in vista in città, ricoprendo il ruolo di sottufficiale della Marina militare distaccato ai servizi segreti.
Su ciò che accade in realtà dentro a quella villetta di certo c’è ben poco, a parte il colpo di pistola che uccide Marco. Perché gli unici presenti sono coloro che oggi sono stati condannati e che in questi anni, questo lo sappiamo con certezza, hanno raccontato più di una bugia.
Innanzitutto sulla dinamica, che rimane ancora abbastanza oscura. Secondo il suo ricordo, Antonio Ciontoli avrebbe puntato la sua Beretta calibro 9 contro Marco che in quel momento si stava lavando nella vasca. E poi sarebbe partito un colpo in maniera accidentale. Ma da quel momento la famiglia Ciontoli decide di fare qualsiasi cosa, tranne l’unica da fare realmente. Ovvero chiamare i soccorsi. Con tutta probabilità, soprattutto nel capofamiglia, prevale il timore che la sua reputazione possa essere infangata
In nessuna delle due chiamate al 118 infatti i Ciontoli avvertono che Marco è stato ferito con un’arma da fuoco. Anzi mentono. Prima Antonio, spiegando a una infermiera che il ragazzo si è ferito con una punta del pettine. Poi la moglie di Antonio che, nell’avvisare i genitori del ricovero in ospedale del figlio, afferma: “È caduto dalle scale ma non dovete preoccuparvi”.
Antonio Ciontoli poi giustificherà in lacrime la sua bugia con la paura di perdere il lavoro. A noi rimangono solo gli audio delle due telefonate al 118 e in sottofondo le urla straziate dal dolore di Marco che chiede aiuto.
Vannini morirà dopo quasi quattro ore di agonia. I medici sono certi che se fosse stato trasportato in emergenza subito dopo lo sparo, ora sarebbe vivo. Pensiero che viene ripreso dalla Corte di Cassazione nella sentenza del 7 febbraio 2020 con cui è stata annullata la decisione della Corte d’Appello in cui si derubricava l’omicidio in colposo, anziché volontario, e si riduceva la pena per Antonio Ciontoli a cinque anni di carcere. In primo grado era stato riconosciuto colpevole per omicidio volontario con dolo eventuale e condannato a 14 anni di reclusione.
(da agenzie)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
E CONCLUDE: “CHI CHIAMA LA POLIZIA E’ UN VERME”… DICONO LA STESSA COSA I MAFIOSI, EVVIVA IL SOVRANISMO DELL’OMERTA’
Francesca Donato è un’eurodeputata della Lega. E non è nuova ad uscite social piuttosto discutibili. Ora, secondo lei, chi denuncia le feste contro le regole anti covid è simile a chi faceva scoprire gli ebrei nascosti durante il nazismo
Chissà cosa avrà da dire al riguardo Alessandro Gassmann che sui social aveva rivendicato il suo diritto di non “lasciare perdere”. La leghista ha pubblicato un tweet che dice: “Quelli che oggi denunciano i vicini che “festeggiano abusivamente”, nel ventennio avrebbero chiamato i nazisti per denunciare chi nascondeva gli Ebrei. Questo è il loro livello etico e morale. Vermi”.
La Donato si riferisce al weekend passato che complice la festa del primo maggio, la primavera e le zone gialle è diventato l’occasione per molti per trasgredire le regole, e per altri di denunciarli: party clandestini, riunioni in bedeì & breakfast, assembramenti per lo scudetto. Gli italiani non hanno in tanti casi dato prova di buon senso e le multe sono state tante, come racconta il Corriere:
Il primo weekend in zona gialla per molte regioni ha fatto segnare un’impennata di controlli — il Primo maggio oltre 93 mila persone identificate e quasi duemila multe, il doppio del giorno precedente — come anche di «spiate» da parte di vicini di casa stufi di schiamazzi e rumori molesti. Chiamate al 112 che hanno comportato contravvenzioni e, in certi casi, denunce nei confronti di chi aveva organizzato le feste clandestine, non solo nella propria abitazione, ma anche in B&B e affittacamere. Ormai una moda, con controlli incrociati delle forze dell’ordine anche sui proprietari degli immobili e le agenzie che li affittano per verificare la regolarità dei contratti e il rispetto delle regole condominiali, oltre che di quelle anticontagi
Certamente due situazioni, quella in cui il vicino chiama il 113 per denunciare gli schiamazzi e quella in cui i delatori mandavano nei campi di concentramento gli ebrei, che non si somigliano neanche un po’.
Ma non per la Donato che del resto anche in passato aveva fatto paragoni azzardati. Come quello tra chi difende l’utilità e l’importanza delle vaccinazioni, in base a dati scientifici, e quei medici che torturavano gli ebrei nei campi di concentramento
(da NextQuotidiano)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
L’ASFALTATA SOCIAL DELL’EX MINISTRA CHE SI TOGLIE QUALCHE ROTELLINA DALLE SCARPE
Salvini ormai ha provato di tutto per far girare la ruota dei social a suo favore.
Da quando Fedez si è esibito sul palco del Concertone del primo maggio facendo “nomi e cognomi” di tutti i leghisti che hanno pronunciato parole contro i gay il “Capitano” ha pubblicato foto con la fidanzata, foto della figlia, minacce ricevute, saluti e baci, tric e trac e bombe a mano. Tutto senza risultato.
Tra le varie “asfaltate” social va anche ricordata quella della ex ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina
Prima la parlamentare M5S ha commentato a caldo il confronto tra Salvini (che aveva già messo le mani avanti sul discorso del rapper ancora prima che lo pronunciasse) e Fedez, definendo il leader della Lega “gaglioffo”
Poi è diventato virale un suo commento, in cui si rivolge all’ex ministro dell’Interno:
“Sei stato asfaltato prima da Virginia Raggi, poi da Fedez. “Se fosse tutto già così” come scrivi, non parleremmo nemmeno di una legge che ha il sacrosanto diritto di essere approvata. In ultimo, ma non meno importante, le tue idee, il tuo modo di fare sempre aggressivo nel linguaggio e spesso misogino, ti rendono antitetico al concetto di libertà, lontano da te anni luce. Ti manca evidentemente qualche rotella, e non quelle dei banchi”
Insomma la Azzolina si è tolta qualche rotellina dalle scarpe
(da NextQuotidiano)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
PRIMA LE ACCUSE PREVENTIVE, POI L’ATTACCO E INFINE IL TENTATIVO DI PACE
Il percorso è in linea con la storia della Lega. All’inizio era tutto un “Prima il Veneto”; poi è diventato un “Prima la Padania”, seguito da “Prima il Nord”. Alla fine, per uno scopo meramente elettorale, tutti questi slogan hanno esteso i propri confini arrivando a quel famoso “Prima gli italiani”, motto che ha condizionato e condiziona tutt’ora la dialettica del nuovo Carroccio.
Questo metodo, a grandi linee, è stato portato avanti da Matteo Salvini anche nella gestione del “caso Fedez”: prima le accuse preventive, poi l’attacco al “baffo sul cappello” del rapper sul palco del Primo Maggio. Alla fine il tentativo di “pace” come se nulla fosse accaduto e come se le bufale narrate nei confronti del ddl Zan da molti esponenti della Lega non fossero mai state pronunciate.
Quel che è accaduto sabato sera sul palco del concerto del Primo Maggio è cosa nota, ormai a tutti. Fedez ha letto alcune (neanche tutte) le dichiarazioni fatte da alcuni esponenti (anche ex) del Carroccio sull’omosessualità.
Parole intrise di odio omofobo e sottolineate sotto la pioggia della capitale. Un discorso che ha posto l’accento su un tema di stretta attualità: l’esigenza di una norma che inserisca delle aggravanti (a livello di codice penale) per chi si macchia di reati di omotransfobia, misoginia e abilismo. Parole che, ancor prima dell’evento, erano state messe sotto la lente d’ingrandimento dai vertici di RaiTre e dagli organizzatori del Concertone, con tutte le polemiche che ne sono conseguite.
A guidare le fila delle “proteste” è stato Matteo Salvini che ancor prima dell’esibizione aveva parlato di un cantante che avrebbe portato sul palco argomenti che nulla avevano a che vedere con la Festa dei lavoratori. Insomma, il riferimento era proprio Fedez. Un attacco preventivo seguito da un altro post che è ancora presente su Instagram.
In origine, però, questa stessa foto (con lo stesso commento) – , come riporta il Corriere della Sera – era stata postata anche su Facebook. Tantissimi i commenti avversi e poi il primo passo indietro: l’immagine è stata cancellata dalla pagina Fb del leader del Carroccio. Ed è così che è iniziata l’inversione di rotta del leghista.
Armiamoci e… partite
Dopo aver armato le frotte di commentatori social, il “Capitano” ha abbandonato la barca. Dapprima accusando la sinistra di essersela “cantata e suonata” perché il tentativo di “censura” a Fedez sarebbe stata portata avanti da un a rete tradizionalmente di sinistra. Insomma, la Lega non avrebbe alcun ruolo in tutta la vicenda. Poi, l’invito a una discussione davanti a un caffè per parlare con serenità del ddl Zan. Ma le mozioni che portano Salvini a contestare il disegno di legge sono fuori luogo e anche Barbara D’Urso, durante la sua intervista andata in onda a Domenica Live, ha sottolineato come molte delle considerazioni fatte dal senatore siano sbagliate.
E per capirlo, forse, non serviva una trasmissione della domenica pomeriggio, visto che il testo del ddl Zan è presente sui canali istituzionali. Ma ben vengano anche le bufale smentite in diretta televisiva.
(da NextQuotidiano)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
LE FOTO IMBARAZZANTI E LE CRITICHE A CONTE PER LA DELEGA AI SERVIZI SEGRETI
La foto di un incontro tra Matteo Renzi e uno 007 di nome Marco Mancini in un
autogrill è parte integrante di un servizio di Report in onda stasera e anticipato oggi dal Fatto Quotidiano.
Il contatto, dice il servizio di Giorgio Mottola, risale al 23 dicembre 2020, in un parcheggio dell’autogrill di Fiano Romano nei pressi di Roma. Dura – secondo Report – una quarantina di minuti.
Marco Mancini lavora al Dis, Dipartimento Informazioni Sicurezza, l’organo che coordina l’intera attività di informazione per la sicurezza, compresa quella relativa alla sicurezza cibernetica e ne verifica i risultati.
Ha lavorato nel Sismi con Nicolò Pollari. Ha ricevuto una condanna a 9 anni nel febbraio 2013 per sequestro di persona (l’imam Abu Omar) poi annullata dalla Cassazione. Nel marzo 2005 partecipa all’operazione che riporta in Italia dall’Iraq la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena.
Mancini è caporeparto del Dis e secondo l’anticipazione di Report l’incontro avviene per una nomina, magari in Aise o in Aisi, oppure come vicedirettore del Dis.
Il Fatto Quotidiano spiega che nei mesi precedenti l’incontro era esplosa una dura contesa sui servizi di sicurezza. Prima sulle regole per la proroga dei vertici, poi sulla delega affidata dalla legge al premier, infine sulla Fondazione per la cybersecurity. Tutto precipita dopo il consiglio dei ministri sul Recovery del 7 novembre 2020, interrotto per il tampone falso-positivo al Covid della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese prima che si voti.
Dopo l’incontro Renzi critica la gestione dei servizi segreti da parte del premier. E polemizza sulla delega che Conte ha tenuto per sé, come Gentiloni. Il 23 dicembre Renzi lo ripete all’Aria che tira, su La7. Poi va a Rebibbia a visitare Denis Verdini. Infine incontra Mancini in autogrill.
Conte cederà soltanto il 21 gennaio 2021, quando passa la delega all’ambasciatore Pietro Benassi. Troppo tardi. Il 13 gennaio si sono già dimesse le tre ministre di Italia viva. E il 26 gennaio il governo Conte cade.
Il servizio di Report nasce per una insegnante che il 23 gennaio si trova all’autogrilli di Fiano Romano e filma Renzi con il telefonino mentre parla con Mancini. Secondo Report Renzi ha detto che Mancini gli avrebbe consegnato per Natale i Babbi di cioccolato, specialità romagnole. Dice che è stato l’agente del Dis a raggiungere lui. La testimone oculare sostiene il contrario.
Secondo il Fatto il leader Iv si incontra regolarmente con Mancini dal 2016: “Quel 23 dicembre i due avevano un appuntamento già fissato e saltato perché Renzi se ne dimentica e parte per Firenze; recupera all’ultimo momento, pregando Mancini di raggiungerlo all’autogrill sull’autostrada. Ma – giurano – quel giorno non si parlò di nomine”.
(da “La Notizia”)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
“VEDREMO LE CONSEGUENZE DELLE RIAPERTURE A META’ MAGGIO”
Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ai microfoni di ‘L’Italia s’è desta’ su Radio Cusano Campus spiega: “La risalita dell’Rt? Potrebbe essere dovuta a un incremento dei casi tra i bambini tornati a scuola subito dopo Pasqua. Adesso vedremo cosa succederà verso la metà di maggio, quando si valuteranno gli effetti di un’Italia tornata quasi completamente gialla”.
“L’ultimo report dell’Iss rileva una lievissima risalita prevalentemente a carico di 7 Regioni – sottolinea Cartabellotta – difficile dire adesso se questo possa essere motivo di preoccupazione, sicuramente sappiamo che l’indice Rt è il primo indicatore a crescere in caso di risalita dei casi. Adesso si intrecciano due forze, in una sorta di tiro alla fune: da una parte ci sono le ormai poche misure restrittive, i comportamenti delle persone e la campagna vaccinale, dall’altra ci sono i contatti sociali. Tra le due forze bisogna vedere quale prevarrà. Va detto che ci sono ancora le zone a colori, quindi – ricorda Cartabellotta – l’idea delle riaperture irreversibili vale se non ci sarà una ripresa dell’epidemia”.
“C’è un desiderio di libertà che lascia identificare il colore giallo come un liberi tutti – avverte – ma ci vogliono tutte le precauzioni del caso anche perché andiamo incontro all’estate che tutti vorremmo vivere con serenità e che è fondamentale per la ripresa del turismo. La campagna vaccinale aiuta, dobbiamo ricordare che sono state vaccinate soprattutto le fasce più anziane, quindi – conclude il presidente Gimbe – l’impatto a breve termine sarà soprattutto sulle ospedalizzazioni e sulla malattia grave, per vedere un effetto sui contagi bisognerà avere una copertura più ampia”.
(da agenzie)
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