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DAI PAZIENTI LONG COVID, UN ANNO DOPO: “VIRUS DEVASTANTE; NON CI MOLLA”

Dicembre 21st, 2021 Riccardo Fucile

IL VIRUS HA LASCIATO SEGNI PERMANENTI E INVALIDANTI

Nel settembre del 2020 Giacomo Mancini raccontava ad Huffpost gli strascichi che il Covid aveva lasciato sul suo corpo, a circa 6 mesi dall’infezione.
Tra i primi casi noti in Italia, era entrato in ospedale a Cremona il 10 marzo, ne era uscito il 29 luglio. Tre mesi in terapia intensiva disteso nel letto e 30 chili persi, ci elencava gli effetti di quello che già allora veniva definito Long Covid. “Non sono guarito per niente”, diceva il 58enne Giacomo e oggi, a oltre un anno di distanza da quella chiamata, la situazione non è migliorata.
“Ormai il mio corpo è devastato”, racconta ad Huffpost, “Il fiato non tornerà più come prima, la debolezza c’è sempre, ho fatto un’operazione ai polmoni e il diaframma si è paralizzato. Purtroppo non riesco a far più niente, sono andato in pensione”.
Ex manutentore in acciaieria, gli è stata riconosciuta il 100% di invalidità. Non guarirà mai del tutto: “Questa mancanza di fiato non si dissolverà mai. Sono sempre stanco. Ogni volta devo sedermi o coricarmi. Io poi sono stato operato per una piaga da decubito ai glutei, una porzione mi è stata tolta. Quindi non posso stare neanche troppo seduto, dovrei passare le mie giornate coricato su un fianco, ma non riesco a immaginare una vita così”.
Ogni giorno prende 6 pastiglie per curare gli strascichi del Covid: di queste, due sono per il cuore, una per la depressione: “Quest’esperienza mi ha segnato a livello psicologico. Ho paura di morire. Ho paura a rimandare le cose, perché temo di non riuscirle più a fare. Ho paura di andare fuori, di stare in mezzo alla gente. Ogni volta che chiudo gli occhi il pensiero torna all’ospedale, a quello che mi facevano per tenermi in vita. È così tutti i giorni. Non vado a cercarlo questo pensiero, ma arriva. Speriamo che il tempo aiuti”.
Giacomo si fa forza circondato dalla famiglia: si sente grato di avere una vita, consapevole di aver rischiato di perderla in quel letto d’ospedale. Ma non è più quello di prima, per nulla: “Quando vedo quelle persone lì che non si vogliono vaccinare, rischiando di prenderlo come l’ho preso io, non capisco se vogliono bene alla loro vita. Farei trascorrere loro una solo giorno in terapia intensiva, per capire”.
Cremona è stata una delle città italiane più colpite dal Covid. L′11 maggio era partito un programma di follow up: con un approccio multidisciplinare, venivano monitorate le condizioni di pazienti guariti dal Covid, per sostenerli in una lotta non ancora terminata. Non si sapeva all’epoca quanto quegli strascichi si sarebbero protratti nel tempo, con la pandemia ancora in corso restano in corso anche le valutazioni sul Long Covid. Quel che inizia a emergere dagli studi è che per alcuni la patologia meriterebbe un “Long” in più: non a tutti basta qualche mese per rimettersi in piedi. A circa due anni e mezzo dalle prime infezioni note, alcuni guariti sostengono di non essere guariti affatto.
Un anno fa, a settembre 2020 avevamo conosciuto tre pazienti affetti da Long Covid passati dalla terapia intensiva di Cremona.
Ora due di loro segnalano di stare ancora male e peggio di prima, di aver dovuto lasciare o cambiare lavoro. Il terzo sta meglio, il fiato corto resta, ma ha ripreso in mano la sua vita.
“Non sappiamo quanto possa durare” spiega ad Huffpost il dottor Angelo Pan, infettivologo nell’ospedale di Cremona, “Ci sono pazienti che hanno iniziato ad avere disturbi a marzo dello scorso anno e li registrano ancora adesso. Avere problemi dopo qualche mese è molto comune, forme sintomatiche gravi molto lunghe sono più rare, ma le stiamo registrando”.
Queste forme di Long Covid non sono correlate alla gravità della malattia. Non c’è bisogno di essere finiti in terapia intensiva, anche una forma lieve del virus può aver generato strascichi a lungo termine.
“Possono avere dolori, disturbi del sonno, della concentrazione. Non riescono a riprendere l’attività fisica. Ci sono alcuni pazienti che hanno la febbre da due anni. Non è una febbre che altera completamente la qualità della vita, ma la riduce sicuramente. Tutti giorni registrare una temperatura corporea di 38 gradi è un effetto collaterale non drammatico, ma decisamente fastidioso”.
Non è solo un problema di infezione acuta. Non si guarisce quando guarisce la polmonite.
Una ricerca condotta dal National Institute for Health Research e riportata sul Guardian, sostiene che solo un partecipante allo studio su tre si è sentito completamente guarito a un anno dall’infezione. “Purtroppo non ci sono grandi cure”, spiega il dottor Angelo Pan, “Li seguiamo nel tempo, sperando che la situazione migliori. Non abbiamo strumenti terapeutici generici. Non siamo fuori in nessun senso dalla pandemia e non mi aspetto grandi risoluzioni rapide. Il vaccino è uno strumento fondamentale, ma ha una potenza relativa. Un motivo per farsi vaccinare è anche il Long Covid, non c’è solo la polmonite”.
Don Franz un anno fa non vedeva l’ora di tornare a celebrare messa, reclamato dai suoi fedeli che non lo vedevano da quando si era ammalato di Covid. Si sentiva “a metà strada” nel percorso di guarigione, cominciato tre mesi prima.
Oltre un anno, il prete di Cremona ci spiega che non potrà più celebrare. “Domenica ho fatto la rinuncia alla parrocchia, andrò in Cattedrale a confessare…purtroppo non riesco a dir messa”, è indaffarato dal trasloco, mentre lo sentiamo.
Non riuscendo più a svolgere le funzioni di parroco, deve cambiare anche la sua abitazione. Il Covid gli ha procurato anche una retinopatia e il suo occhio sta peggiorando, fatica a leggere. Deve assumere dieci medicinali al giorno, i suoi mesi sono scanditi da incontri con vari medici, tra cui anche uno psicologo.
(da Huffingtonpost)

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LA STRADA DI MACRON PASSA PER IL CENTRO

Dicembre 21st, 2021 Riccardo Fucile

AD APRILE LE PRESIDENZIALI IN FRANCIA

Le elezioni per il prossimo presidente della Repubblica francese si terranno fra poco più di quattro mesi, nell’aprile 2022. Si tratta di consultazioni che si svolgono ogni lustro, dopo la riforma del 2000 che ha ridotto da sette a cinque anni la durata del mandato (rinnovabile una sola volta in modo consecutivo).
Come noto, tali elezioni si svolgeranno a suffragio universale diretto, con il sistema del doppio turno; andranno dunque al ballottaggio i due candidati che otterranno i due migliori risultati al primo turno.
Nella storia contemporanea francese, al secondo turno si è assistito quasi sempre a uno scontro tra destra e sinistra, non senza eccezioni però: nel 2002, al ballottaggio la sfida è stata tra destra ed estrema destra (Jacques Chirac vs. Jean-Marie Le Pen), nel 2017 tra centro ed estrema destra (Emmanuel Macron vs. Marine Le Pen).
Le elezioni presidenziali saranno seguite a giugno dalle elezioni politiche, il che produce generalmente un effetto di “trascinamento” dal voto dell’Eliseo su quello per l’Assemblea Nazionale, con il vincitore delle presidenziali che ha ottime probabilità di ottenere una maggioranza dei seggi parlamentari. La riforma del 2000 ha dunque diminuito la possibilità della cosiddetta “coabitazione” tra un presidente di un colore politico e una maggioranza parlamentare di un altro colore politico, e questo ha avuto due conseguenze sistemiche.
In primo luogo, ha sminuito il ruolo del Primo ministro a favore di quello del Presidente che tradizionalmente si occupava di definire un indirizzo politico generale e poi teneva per sé solo la gestione della politica estera e di difesa, mentre oggi spazia anche su economia e sociale (si parla perciò di “iper-Presidente”). In secondo luogo, il venire meno delle coabitazioni ha privato il “ciclo politico” francese di congiunture particolari che tradizionalmente sono state un periodo di cambiamenti anche radicali (dalla legge sul controllo dei prezzi nel 1986 sotto la Presidenza Chirac a quella sulle 35 ore settimanali di lavoro sotto la Presidenza Jospin nel 1997, per fare due esempi), visto che in simili congiunture entrambe le parti politiche potevano condividere in qualche modo – sfumandole o accentuandole a seconda della convenienza del momento – le responsabilità riformatrici.
Nel 2022, però, si potrebbe avere un nuovo tipo di “coabitazione”, con un vincitore alle Presidenziali non in grado di “trascinare” una maggioranza all’Assemblea nazionale solamente con il proprio partito, il che potrebbe poi portare a un governo con una “coabitazione parlamentare”, formula originale per la Francia.
I vantaggi della (ri)candidatura di Emmanuel Macron
Nella corsa per la Presidenza, dal 2000 a oggi, gli elettori francesi non sono mai stati teneri con gli uscenti, eccezion fatta per Chirac, rieletto al secondo turno nel 2002 ma contro l’iper-polarizzante di Jean-Marie Le Pen. Nel 2017 il socialista François Hollande, vista la sua enorme impopolarità, nemmeno si è ricandidato. Nel 2012 il gollista Nicolas Sarkozy non è riuscito a farsi rieleggere. Emmanuel Macron, che con ogni probabilità si ripresenterà al giudizio degli elettori, ha chance ben maggiori. Vediamo perché.
Pur al centro di varie crisi e di alcuni scandali, l’attuale presidente gode di un elevato livello di popolarità a pochi mesi dalle elezioni. Macron sta uscendo relativamente bene, per esempio, dalla crisi del Covid-19. Dopo i problemi iniziali del 2020, quando la Francia è stata colta impreparata, la gestione della politica anti-pandemia è stata accorta e attentamente comunicata al pubblico. Gli interventi televisivi di Macron hanno sancito il suo ruolo di punta nello spiegare e definire le varie tappe della gestione della pandemia. Egli è così diventato anche il simbolo del partito della fiducia nella scienza, oltre che di un certo ordine repubblicano quando ha chiaramente definito gli obblighi relativi al “passaporto vaccinale” (equivalente del “green pass” italiano). Macron rassicura chi in Francia desidera un Capo dello Stato fonte d’“ordine”, assecondando in qualche modo la tendenza bonapartista ancorata sia a destra che a sinistra. Di fronte a ciò, non sembra riuscita invece la saldatura tra Gilet Gialli e movimenti No Vax.
A proposito dei Gilet Gialli, Macron ha saputo gestire la loro protesta che nel 2018 sembrava addirittura in grado di destabilizzare l’assetto del potere. Ha preso misure che hanno contribuito a sgonfiare la bolla favorevole alle proteste, per esempio le assemblee con sindaci e gli eletti locali nel 2019. Proprio quest’ultima mossa ha spinto il presidente a tornare sul territorio per una sorta di campagna elettorale di “mid-term” che gli consentisse di recuperare il polso del Paese. Inoltre la nomina di Jean Castex come Primo ministro nel 2020 gli ha permesso di mettere in primo piano un alto dirigente dello Stato che era anche sindaco di una cittadina della Catalogna francese, un modo per incarnare un governo meno parigino e più vicino ai territori. Dal punto di vista dell’etica personale e di governo, infine, il “caso Benalla” ha comportato la condanna di un ex stretto collaboratore di Macron, mentre il Presidente ne è uscito formalmente intonso.
Per valutare le probabilità di rielezione dell’attuale Presidente, analizziamo ora il resto del panorama politico. Alla sinistra di Macron abbiamo una situazione estremamente frammentata. La sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, è stata investita del ruolo di candidata per il Partito Socialista, ma quest’ultimo – che nei sondaggi ha meno del 10% dei consensi – non appare capace di esercitare la sua egemonia sulla sinistra, come avvenuto invece in passato dai tempi di Mitterrand a quelli di Hollande. I Verdi hanno designato Yannick Jadot come loro candidato, una figura moderata ma che non sembra comunque in grado di allargare di molto il bacino di consenso degli ecologisti. All’estrema sinistra, la France Insoumise, formazione di Jean-Luc Mélenchon, è a un livello di consensi inferiore a quello delle precedenti presidenziali. Inoltre le forti rivalità fra le varie componenti della sinistra rendono improbabile un accordo già al primo turno, il che esclude in modo quasi aritmetico la presenza di un candidato di sinistra al ballottaggio delle presidenziali. Dunque, è a destra che va ricercato il candidato che con maggiori probabilità riuscirà a imporsi al primo turno.
Una mappatura della destra francese e il caso Zemmour
Assistiamo oggi a una vibrante competizione per accaparrarsi un bacino di elettori che si troverebbe alla destra di Emmanuel Macron, un serbatoio di voti nettamente superiore a quello della sinistra. Marine Le Pen è ancora in campo, come nel 2017, e con una notevole forza, e il suo Front National nel 2018 si è evoluto in Rasseblement National. La novità però è rappresentata dalle candidature di Éric Zemmour, ufficializzata lo scorso 30 novembre alla testa del neonato movimento Reconquête, e di Valérie Pécresse che lo scorso 4 dicembre ha vinto le primarie dei Républicains, partito erede della tradizione gollista. Questi tre candidati sono tutti attorno al 15% nei sondaggi attuali e, nell’assenza di un candidato unitario della sinistra, è tra loro che verrà scelto lo sfidante di Macron al secondo turno.
Partiamo da Zemmour, la cui candidatura ha suscitato un notevole interesse mediatico anche per la novità che essa rappresenta. Zemmour sembra giocare una carta neo-populista, rivisitando in chiave moderna vecchi temi cari all’estrema destra francese (la sua critica dell’anti-razzismo, per esempio, gli consente di flirtare con il razzismo anti-islamico e con la xenofobia). Vi sono però almeno tre differenze di un certo rilievo con l’altra candidata dell’estrema destra, Marine Le Pen:
1) Zemmour innanzitutto è un intellettuale molto colto e non un politico vecchio stile.
2) Egli inoltre è un “animale mediatico”, a differenza della leader del Rassemblement National che nel 2017 uscì definitivamente sconfitta proprio dal confronto televisivo con Macron. Saggista e opinionista di destra, a lungo giornalista per il quotidiano Le Figaro, Zemmour ha iniziato a fare campagna elettorale senza dichiararsi ufficialmente candidato, sfruttando una significativa esposizione mediatica, con i canali di informazione sempre pronti a dare visibilità alle sue idee e provocazioni.
3) La candidatura di Zemmour si caratterizza per alcuni elementi di rinnovamento e trasversalità dell’offerta politica. Le Pen, nell’immaginario di molti, sconta ancora la sconfitta alle precedenti elezioni presidenziali, così come alle recenti elezioni locali. Zemmour, anche per la mancanza di un legame diretto con la vecchia guardia dell’antico Front National, sembrerebbe maggiormente in grado di fare appello a un più vasto elettorato conservatore. Alcunti tra i Républicains, in particolare quanti alle scorse elezioni avevano appoggiato François Fillon, potrebbero essere sedotti dal discorso nazional-identitario del polemista di destra.
Detto ciò, non mancano i potenziali punti deboli del candidato Zemmour. Quest’ultimo ha potuto arroccarsi a lungo nella posizione vantaggiosa di chi esercita un diritto di critica a 360 gradi. Soltanto ora che la sua discesa in campo è stata ufficializzata si dovrà confrontare con la stesura di un programma elettorale e con proposizioni necessariamente più realistiche. Inoltre il suo discorso identitario non disdegna operazioni di revisionismo storico, quasi una forma di “apostasia” nella “Francia eterna” che normalmente rigetta le espressioni di critica riguardo certi episodi del suo passato.
Quanto a Valérie Pécresse, il suo successo alle primarie dei Républicains aggiunge entropia e competitività allo schieramento di destra. Pécresse ha un profilo classico, quello di una tecnocrate conservatrice cresciuta politicamente sotto Chirac e Sarkozy; può vantare il suo operato come presidente dell’Île-de-France, la regione di gran lunga più importante del Paese.
Allo stesso tempo va rilevato come già nell’ambito di queste primarie ci sia stata una sorpresa: il candidato di Nizza Eric Ciotti è riuscito ad aggregare consensi sufficienti per raggiungere il ballottaggio nella competizione interna, dimostrando la popolarità tra i Républicains di un discorso duro, su temi molto vicini a quelli di Zemmour (che tra l’altro lo chiama pubblicamente “mon ami”). Il buon risultato di Ciotti costituisce per Pécresse sia una criticità, visto che la candidata dovrà trovare il modo per dare spazio alle istanze rappresentate dallo sfidante interno, sia una opportunità, considerato che proprio un ancoraggio conservatore potrebbe aiutarla a mantenere unite le varie anime del partito e a limitare l’attrazione esercitata da Zemmour.
D’altro canto, guai a dare Marine Le Pen per spacciata. Le Pen non solo rappresenta la continuità di un partito che ha saputo sfidare Macron alle ultime presidenziali, ma è anche un riferimento per un elettorato in cui il rispetto per il capo e la fedeltà sono considerati dei valori. In definitiva, l’esito della competizione alla destra di Macron è nient’affatto scontato.
Identità laica ed energia nucleare: una strategia politicamente trasversale
Da quanto detto finora sull’attuale situazione, e pur ricordando come questa sia suscettibile di cambiamenti radicali nei prossimi mesi, Macron sembra trovarsi nel complesso in una posizione piuttosto privilegiata per affrontare la campagna elettorale. Complice l’appiattimento di due sfidanti competitivi (Zemmour e Le Pen) verso l’estrema destra, il presidente uscente può in sostanza consolidare il proprio zoccolo duro di sostenitori e poi fare appello a un’ampia platea di elettori centristi e moderati. Non a caso Macron sembra aver già puntato su alcuni temi politicamente trasversali. Intende identificarsi, prima di tutto, con una gestione realistica della pandemia, tentando di bilanciare tutela della salute e dell’economia, anche a costo di un robusto sforzo fiscale. Un realismo apprezzato trasversalmente anche quando di recente Macron ha annunciato il rilancio della produzione di energia nucleare per limitare le emissioni di CO2, tema che raccoglie consensi tanto a destra quanto nella parte più industrialista della sinistra.
Infine c’è il fronte identitario: Macron desidera incarnare un discorso di identità politica e storica laica, che oscilla fra la rivendicazione dell’insieme delle figure nazionali del passato e la rivisitazione da parte dello Stato francese del proprio ruolo in alcuni passaggi storici (dalla richiesta di perdono per il massacro dei manifestanti algerini a Parigi nel 1961 all’ipotesi di una nomina postuma a Generale per l’ufficiale ebreo Dreyfus).
In altre parole, Macron sta tentando una sintesi tra la ferma opposizione alla “cancel culture” di matrice anglosassone che si fa strada in alcune componenti della società francese e il ripudio di letture conservatrici intransigenti, sovraniste o integraliste islamiche che siano. Sì all’enfasi sull’identità francese, dunque, ma su una identità laica e aperta.
La strategia di Macron, che si rivolge dunque all’elettorato centrista, dovrebbe essere quella più vantaggiosa anche per contrastare la candidatura di Pécresse. Quest’ultima, in linea teorica, sarebbe infatti la sfidante della destra con la maggiore capacità di allargare il bacino dei propri consensi al secondo turno. Tuttavia, a causa della dinamica descritta prima nei Républicains e in generale nel campo della destra francese, Pécresse al secondo turno si troverebbe di fronte al dilemma se aprire alla destra radicale, un passo difficile in nome della coerenza gollista e chirachiana, o alla sinistra, un passo altrettanto complicato alla luce delle divergenze sulla visione economica e sociale del Paese.
La candidata dei Républicains infatti riprende il filone “liberale” che fu incarnato da Sarkozy, operazione tanto più rischiosa in un contesto pandemico ed economico in cui il bisogno di protezione, anche da parte dello Stato, è espresso da settori trasversali della società. Pécresse, sempre nell’ipotesi arrivasse a sfidare il Presidente uscente al secondo turno, potrebbe invece avvantaggiarsi – in quanto candidata moderata – di una minore mobilitazione dell’elettorato di sinistra in chiave repubblicana e anti-estrema destra, mobilitazione che finora ha sempre giocato a favore di Macron.
Jean Pierre Darnis
Docente Luiss e Università Costa Azzurra
(da Huffingtonpost)

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LA FAMIGLIA DI TESTIMONI DI GEOVA NO VAX STERMINATA DAL COVID IN POCHI GIORNI

Dicembre 21st, 2021 Riccardo Fucile

MORTI PADRE, MADRE E FIGLIA

Avevano scelto di non vaccinarsi, perché l’immunizzazione non è contemplata nell’interpretazione del loro credo fideistico. Ma il virus non si ferma davanti a questi dettami e colpisce – come dimostrato in questi lunghi quasi due anni di pandemia – tutti. Indiscriminatamente.
E, purtroppo, ora il prezzo più alto è stato pagato anche da una famiglia di Testimoni di Geova no vax che vivevano in provincia di Pistoia: prima l’anziano padre, poi la figlia 53enne e, alla fine, la madre della donna.
Tutti uccisi nel giro di quattro giorni dal Covid. Tutti colpiti dalla forma più grave della polmonite bilaterale – che, come ormai noto, rischia di compromettere anche le funzionalità di molti altri organi – che non ha lasciato loro scampo.
E neanche l’intervento dei medici di diversi ospedali tra le province di Prato e Firenze ha potuto a tamponare una situazione che, oramai, era compromessa. Il primo a spegnersi è stato l’86enne Guido Martinelli.
Poi, solamente un’ora dopo, è arrivato il decesso della figlia 53enne, Roberta, madre di due figli. Due morti in due nosocomi differenti, uniti da un unico destino nel giro di pochissimo tempo.
Ma la tragedia ha allargato i suoi confini tre giorni dopo, quando a morire per il Covid è stata Vittorina Spadi, 8o anni, moglie e madre delle due vittime di questa tragedia familiare in quel di San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia a due passi dall’Abetone. Tre vittime nel giro di 96 ore. Una famiglia di Testimoni di Geova no vax molto conosciuta nella zona anche perché – per tantissimo tempo – erano stati ristoratori molto noti.
Il quotidiano La Nazione ha raccolto l’appello lanciato dal sindaco di San Marcello Piteglio che prima ha voluto esprimere vicinanza alla famiglia delle vittime e poi ha ribadito l’importanza della campagna di immunizzazione per resistere e sconfiggere questo virus:
“Dobbiamo vaccinarci, portare la mascherina, rispettare il distanziamento, lavarci e disinfettarci le mani spesso. Utilizzare i presidi che ormai conosciamo fin troppo bene è necessario per chiudere i conti con questa pandemia”.
Perché scelte come quelle prese dalla famiglia che viveva nella provincia di Pistoia rischiano di essere pagate con il prezzo più caro. Quello della morte. Perché la pandemia non conosce ideali e fedi.
(da agenzie)

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LA STORIA DELLA COLLANA CHE ” DOVEVA PROTEGGERE DAL 5G” E INVECE E’ RADIOATTIVA

Dicembre 21st, 2021 Riccardo Fucile

OLTRE AL COMPLOTTO LA BEFFA

Oltre al complotto la beffa: perché i ciondoli e le collane che i complottisti propagandano come protezione dal pericolosissimo 5g, e per i quali presumibilmente hanno aperto il portafoglio, si sono invece rivelati dei pericoli perché radioattivi.
A rivelarlo è l’autorità olandese per la sicurezza nucleare e la protezione dalle radiazioni (ANVS) che dopo alcuni test ha segnalato la pericolosità degli accessori preposti, secondo chi li vende, a proteggere dalla rete mobile 5G.
Ovviamente una affermazione senza alcun fondamento perché non solo non esiste alcuna prova della pericolosità della rete mobile 5G ma anzi anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che sono sicure e non diverse dai segnali 3G e 4G già esistenti.
Insomma una protezione inesistente acquistata e diventata un pericolo reale perché collane, ciondoli e accessori sono invece prodotti che emettono radiazioni ionizzanti dannose.
L’ANVS ha bloccato la vendita di dieci di questi prodotti, tra i quali una maschera per la notte, un braccialetto un ciondolo “quantico” e una collana chiamata “Energy Armor”. E a rischio non sono solo gli adulti. Sono stati vietati anche dei braccialetti per bambini con il brand Magnetix Wellness, che emettono radiazioni dannose.
Qual è il pericolo legato a questi accessori? I materiali con cui sono stati prodotti possono contenere ceneri vulcaniche, titanio, tormalina, zeolite, germanio e sabbia di monazite e anche contenere elementi radioattivi naturali, come cui uranio e torio. L’uso prolungato può essere dannoso e l’agenzia olandese avverte “Non si possono escludere effetti dannosi di altri prodotti simili sul mercato. Se possiedi un prodotto che afferma di avere un ‘effetto di ioni negativi’, conservalo in un luogo sicuro e contatta l’ANVS”, consigliando anche di riporre i prodotti nella loro confezione originale o in un sacchetto sigillato e poi riporli in un armadio chiuso aspettando la restituzione.
(da agenzie)

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SONDAGGIO SWG LA7: PD STACCA FDI CHE PERDE A VANTAGGIO DELLA LEGA

Dicembre 21st, 2021 Riccardo Fucile

ORA LA MELONI RISCHIA IL CONTROSORPASSO DI SALVINI… CALANO ANCHE CINQUESTELLE E FORZA ITALIA

La parabola di Giorgia Meloni è già in fase discendente?
Secondo i sondaggi politici di SWG per TgLa7 che ha illustrato Enrico Mentana durante l’edizione di ieri sera Fratelli d’Italia non solo non riesce più ad avvicinarsi al Partito Democratico stabilmente in vetta ma rischia anche di essere scalzato dal secondo posto dal suo più importante avversario interno, la Lega.
Più nel dettaglio il Partito Democratico nella rilevazione SWG di ieri è il primo partito davanti a Fratelli d’Italia e Lega: Il Pd sale infatti al 22,2%, guadagnando lo 0,1% rispetto a sette giorni fa, mentre la forza politica guidata da Giorgia Meloni frana di mezzo punto percentuale e scende al 19,7%.
Voti che rimangono comunque nel centrodestra perché la Lega inaspettatamente rispetto alle perfomance degli ultimi mesi che cresce dello 0,6% arrivando al 19,6%, a un soffio quindi dal ritornare il primo partito della compagine.
Non si arresta invece la parabola negativa del Movimento 5 Stelle che lascia per strada quasi mezzo punto percentuale (-0,4%), attestandosi appena al 13,9%.
Nel centrodestra insieme a Fratelli d’Italia perde terreno ancheForza Italia, che passa dal 7,7% di una settimana fa al 7,4%.
Per quanto riguarda le altre forze politiche Azione passa dal 3,8% al 4% di una settimana fa mentre i Verdi salgono al 2,6.
Italia Viva recupera un decimo di punto percentuale piazzandosi al 2,2% contro il 2,1 di sette giorni fa, invece Sinistra Italiana balza dal 2,2 al 2,5% con un incremento dello 0,3%.
MDP Articolo 1 non bissa il risultato positivo perdendo lo 0,1%.
(da agenzie)

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MATTARELLA HA CONFERITO ALLA FIGLIA DI LUCA ATTANASIO L’ONOREFICENZA PER IL PADRE UCCISO IN CONGO

Dicembre 21st, 2021 Riccardo Fucile

GRAN CROCE D’ONORE IN RICORDO DEL NOSTRO AMBASCIATORE

Momenti di commozione oggi alla XIV conferenza degli ambasciatori e delle ambasciatrici italiani nel mondo. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha consegnato al Quirinale l’onorificenza di Gran Croce d’Onore dell’Ordine della Stella d’Italia, alla memoria dell’ambasciatore Luca Attanasio, ucciso nella Repubblica democratica del Congo nel febbraio 2021
“Desidero, in questa sede, fare memoria dell’ambasciatore Luca Attanasio, ucciso insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milambo nella Repubblica democratica del Congo. Un esempio di chi aveva messo la propria italianità a servizio della causa dell’umanità”, ha detto il Capo dello Stato.
“Il titolo di ambasciatore – ha aggiunto – mai come in questo caso è meritato, perché davvero rimane un punto di riferimento emblematico per quanto riguarda il modo in cui si interpreta il ruolo della diplomazia, delle Istituzioni, dell’azione pubblica”. Erano presenti la moglie Zakia Seddiki, la figlia Sofia, alla quale è stata materialmente consegnata l’onorificenza, il padre Salvatore, la sorella Maria e il ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio.
Quest’ultimo si è unito al ricordo per l’ambasciatore ucciso in Congo: “Desidero qui rivolgere un pensiero a quanti hanno contribuito all’amicizia tra l’Italia i Paesi africani anche al costo del più alto sacrificio, come testimoniato dall’esempio dell’ambasciatore Luca Attanasio, al quale verrà più tardi intitolata una sala della Farnesina, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo”.
(da agenzie)

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NOMEN OMEN: LA FINE DELLA CALENDA GRECA DI CARLO CALENDA, CONSIGLIERE COMUNALE A ROMA

Dicembre 21st, 2021 Riccardo Fucile

RICAMBIA IDEA E LASCIA IL POSTO PER CONTINUARE A FARE IL PARLAMENTARE EUROPEO

Si era candidato, ma solo per fare il sindaco. Si sarebbe candidato anche alle suppletive capitoline per il seggio alla Camera lasciato vacante proprio dal nuovo primo cittadino di Roma Roberto Gualtieri.
Ma fin dove si sarebbe spinto Carlo Calenda? La risposta arriva oggi con l’annuncio delle sue dimissioni (già messe in preventivo) dal ruolo di Consigliere Comunale nella capitale. Troppi gli impegni all’Europarlamento (dove è stato eletto nel 2019) e troppe le questioni da seguire nelle vesti di leader di Azione, il suo partito.
“Come previsto e dichiarato agli elettori prima del voto, la presenza in Consiglio Comunale è incompatibile con il lavoro di europarlamentare e leader di partito. Rimanere per ragioni simboliche è assurdo. Lascerò spazio a Francesco Carpano che ha coordinato il programma della nostra lista”.
Queste le poche parole con cui Calenda si congeda da tutti quei 219.878 elettori (il 19,8% dei cittadini romani che hanno partecipato all’ultima tornata elettorale e che hanno messo una “x” sul suo nome al primo turno), lasciando spazio ad altri.
Uno spazio che ora sarà riempito da Francesco Carpano che viene descritto così dallo stesso leader di Azione: “Francesco è un giovane preparatissimo e molto motivato, che non vede l’ora di dedicare il 100% del suo tempo al lavoro in Consiglio e in particolare ai temi dei rifiuti e dei trasporti che segue da quasi due anni. Dunque largo a lui”.
Insomma, quest’ultimo ha meno impegni politici di Calenda e, dunque, può dedicarsi “anima e cuore” al lavoro di Consigliere Comunale. Cosa che l’eurodeputato e leader di partito non avrebbe potuto fare.
Ma, nonostante queste evidenze, si sarebbe candidato comunque pur di opporsi a Giuseppe Conte. Misteri cinematografici.
Ciak, Azione.
(da NextQuotidiano)

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“LA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE DA UNA PM DONNA? E’ STATA ANCORA PIU’ SCIOCCANTE“

Dicembre 21st, 2021 Riccardo Fucile

PARLA LA DONNA CHE HA DENUNCIATO IL MARITO PER STUPRO

Una serie di molestie sessuali, anche in presenza del figlio più piccolo nella stessa stanza. Poi quella minaccia – neanche tanto velata – con tanto di coltello puntato alla gola davanti alla madre.
Poi vessazioni di ogni tipo e una violenza anche psicologica che, secondo la pm di Benevento che ha chiesto l’archiviazione della sua denuncia per stupro contro il marito (da cui ora si è separata) non costituisce un reato per cui andare a processo. Oggi, all’indomani di quella richiesta – che dovrà ancora essere accettata – parla per la prima volta Audrey Ubeda, anche ai microfoni di Mattino 5.
La donna, che tra poche ore compirà 39 anni, ha raccontato la sua storia e le sue reazioni a questa richiesta di archiviazione da parte della pm di Benevento (condita dal pensiero “Un marito deve poter vincere minime resistenze”) al quotidiano La Repubblica.
Nata in Francia, si è trasferita in Italia per vivere con quell’uomo che – poi – si è reso protagonista di violenza fisiche e psicologiche nei suoi confronti. Fino al superamento di quel limite che, lo scorso 24 maggio, l’ha portata a fuggire dalla sua casa (con i figli) e trovare rifugio in un centro anti-violenza. Poi la denuncia contro quell’uomo e quella paradossale richiesta di archiviazione da parte della Procura.
“Quando il mio legale mi ha spiegato che un magistrato scagionava il mio ex, con l’immagine dell’uomo che deve vincere le resistenze della donna per ottenere un rapporto sessuale, mi sono sentita ferita di nuovo. Ammetto: mi ha scioccata sapere che quelle parole venivano da una pm donna”.
Audrey Ubeda ha poi raccontato quelle violenze fisiche e psicologiche di cui è stata vittima per tanto tempo. Dall’obbligo di avere rapporti sessuali con l’uomo in piena notte – anche in presenza del figlio più piccolo nella loro stanza -, fino all’episodio di minaccia in presenza della madre: quel coltello puntato alla sua gola mentre il tg parlava di femminicidi in Italia. Il tutto condito da frasi come: “Un giorno parleranno anche di noi”.
Racconti inseriti anche all’interno di quella denuncia che, ora, potrebbe essere archiviata come richiesto dalla pm di Benevento. E c’erano anche le violenze nei confronti dei due bambini, secondo il racconto della donna a La Repubblica:
“Mi fa una ventina di telefonate, io non rispondo. Ma la forza me l’hanno data i bambini: anche loro hanno subìto maltrattamenti. Il padre li batteva con la cintura dei pantaloni, stanco di sentirli giocare”.
(da La Repubblica)

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QUIRINALE, LA MOSSA DI MELONI SU MORATTI SCATENA LA RABBIA DI BERLUSCONI

Dicembre 21st, 2021 Riccardo Fucile

CENTRODESTRA UNITO? OGNUNO GIOCA PER SE’

Non sarà forse la carta numero uno per il centrodestra nella partita quirinalizia, ma il nome di Letizia Moratti — attuale assessora regionale lombarda alla Salute e vicepresidente della Regione — a Giorgia Meloni piace davvero.
Cosa che agita gli alleati: il fatto che il collega di coalizione Matteo Salvini, sempre nervoso quando a prendere l’iniziativa è l’amica-nemica di Fratelli d’Italia, abbia definito «montatura di panna» il pranzo romano al “Maxela” tra le due raccontato ieri da Repubblica, conferma che il nome è effettivamente sul piatto.
Silvio Berlusconi ha subito chiamato Meloni e poi il segretario federale della Lega per convocare un vertice di coalizione, giovedì a Villa Grande, la magione del Cavaliere nella Capitale. Quest’ultimo è assai preoccupato, se non irritato, dell’attivismo della coppia sovranista, nell’ultimo caso di Meloni. «Normalissimo incontro sul tema della riforma appena approvata, nessun segreto», ha spiegato la ex sindaca di Milano. «“Incontro segreto” fa un po’ ridere, quello è un ristorante frequentato da parlamentari. Eravamo lì per parlare della riforma sanitaria lombarda sulla cui approvazione c’era stato dibattito…», conferma Meloni
Nel suo stesso partito però, al netto delle dichiarazioni di rito, si fa un altro ragionamento: occorre tenersi più strade aperte, non basta un solo piano; Moratti è donna, esponente di un centrodestra moderato (addirittura il presidente dei 5 Stelle Giuseppe Conte ha detto di «non aver motivo di non riconoscerle qualità morali»), con un lungo curriculum e una vasta rete di rapporti anche col mondo dell’impresa. Potenzialmente può piacere a tutti: Forza Italia che era il suo partito, la Lega che l’ha ritirata fuori dal cilindro l’anno scorso per riaddrizzare la gestione sanitaria della Lombardia, promettendole a mezza bocca la candidatura alla guida della Regione nel 2023. Il grosso “però” di questo ragionamento porta il nome di Berlusconi.
La sua candidatura aleggia ormai da mesi ma non è ufficiale. Con lui davvero in campo, tutto il resto passa in secondo piano.
«Intanto questo suo essersi candidato a metà un effetto lo ha: sarà lui di fatto a gestire le fiches del centrodestra», ammette un esponente di Fdi. Da qui l’iperattività di Meloni, ma così pure di Salvini, entrambi tirati per le orecchie da Osvaldo Napoli di Coraggio Italia: «Per chi ha vissuto altre elezioni presidenziali, quello che accade ci restituisce un’immagine di improvvisazione che rischia di mettere il centrodestra in grave affanno. Derubricare poi la candidatura di Berlusconi a un piano A, seguito da piani B e C è abbastanza umiliante per il piano A e poco esaltante per gli altri candidati che diventerebbero di risulta. Se il Quirinale diventa una storia di schieramenti in competizione fra loro significa votarsi a sconfitta».
Che comunque Moratti sia tra le papabili d’area lo si dice da tempo, certo è che il faccia a faccia con Meloni ne fa aumentare le quotazioni. Da Arcore silenzio glaciale e non casuale. Nel Carroccio altrettanto, a parte le parole tese a minimizzare di Salvini. Attorno a Fratelli d’Italia, ormai stabilmente primo partito della coalizione secondo praticamente tutti i sondaggi, aleggiano risentimenti diffusi degli alleati.
A partire dalle recriminazioni attorno alla sua comoda postazione dell’opposizione, che sta dando ottimi frutti in termini di consenso. «Mentre noi ci confrontiamo con la pandemia e la crisi economica, facile così», si lamenta un leghista di peso.
E poi ci sono i sospetti sulle mosse per il Colle: cioè che al di là delle prese di posizione in cui si augura un “patriota” come Capo dello Stato, a Meloni non dispiacerebbe vedere Mario Draghi al Quirinale.
Le ragioni sono due: aumenterebbero le possibilità di una fine anticipata della legislatura, dove appunto Fdi andrebbe all’incasso; e poi, ancor più importante per le ambizioni di Meloni, con un “tutore” del genere — giusto ieri il Financial Times ha scritto che all’Italia farebbe bene averlo presidente della Repubblica — gli ambienti internazionali che contano potrebbero sentirsi rassicurati se pure un’erede del mondo neofascista diventasse presidente del Consiglio dopo le prossime elezioni.
Dice sempre Napoli, ex democristiano classe 1944: «Meloni e Salvini sono giovani, capisco che affrontino la partita con la baldanza dei loro anni. Ma sono necessarie doti come la prudenza e la discrezione…
(da La Repubblica)

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