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IERI SONO ARRIVATE LE NUOVE OFFERTE PER LA COMPAGNIA ITA NATA DALLE CENERI DI ALITALIA

Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile

ORA IL GOVERNO PUÒ DECIDERE CON CHI APRIRE LA TRATTATIVA IN ESCLUSIVA… LA MELONI HA GIÀ DETTO DI VOLER BLOCCARE TUTTO, COSI’ CONTINUA LA SPUTTANAMENTO DEI SOLDI DEGLI ITALIANI

Le nuove offerte per acquisire Ita Airways sono arrivate al Tesoro: da una parte Msc con la tedesca Lufthansa, e dall’altra gli americani di Delta con Air France e il fondo Certares, hanno rispettato la dedline che imponeva di consegnare entro la mezzanotte di ieri i piani di privatizzazione con gli ultimi ritocchi.
Ora che le due offerte sono sul tavolo del governo, Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia decideranno con chi aprire la trattativa in esclusiva, ma non è ancora chiaro se sarà questo o il prossimo governo a portare a termine il processo, visto che tra poco più di un mese è fissata la data delle elezioni.
Per le due cordate si tratta della terza offerta per l’acquisto della ex Alitalia, per Msc-Lufthansa addirittura la quarta, perché la prima manifestazione di interesse l’aveva inviata il 24 gennaio.
Per districarsi in questa lunga negoziazione è meglio riavvolgere il nastro degli ultimi mesi. Dopo il dpcm del 5 marzo, che annuncia la gara pubblica a cui accede anche l’alleanza Delta-Air France e Certares, viene aperta la “data room” a fine aprile, e a maggio le due cordate presentano la prima offerta vincolante.
Il Mef, però, chiede una rilavorazione dei piani perché li ritiene non conformi alle indicazioni del decreto, e con la riapertura della data room la seconda offerta viene depositata il 5 luglio. Ancora una volta il ministero dell’Economia non è soddisfatto, auspicando un miglioramento delle proposte, e così siamo arrivati alla terza offerta, quella di ieri.
I punti più rilevanti su cui il Tesoro ha chiesto alle cordate di fare uno sforzo in più sono due: rivedere al rialzo l’offerta di acquisto di Ita, e assicurarsi di poter avere voce in capitolo nelle scelte occupazionali e strategiche della futura compagnia.
Si parte da qui: Msc-Lufhtansa erano pronti a stanziare 850 milioni di euro, lasciando il 20% al Mef. Il 60% delle quote sarebbe in mano al patron di Msc, Gianluigi Aponte, mentre i tedeschi terrebbero il 20%. Delta-Air France e Certares, invece, prevedevano di mettere sul piatto 600 milioni con un impegno ora allargato anche alla compagnia francese, ma riservando allo Stato un pacchetto azionario vicino al 40%, che potrebbe salire.
Fino a poco tempo fa sembrava che la proposta messa sul piatto da Msc-Lufthansa fosse in vantaggio, ma con la crisi politica e la nuova legislatura che incombe, lo scenario potrebbe cambiare.
Così come influiranno i dettagli delle nuove offerte che i tecnici del Mef valuteranno all’apertura delle buste. La governance è un altro aspetto fondamentale della partita, con l’alleanza franco-americana che, secondo indiscrezioni, avrebbe accettato che sia il governo a nominare il presidente del consiglio di amministrazione e due consiglieri su cinque.
Mentre Msc può puntare sulle sinergie con le crociere ed è forte sul cargo, il fondo Certares conta sull’alleanza SkyTeam, in cui l’aeroporto di Roma Fiumicino diventerebbe il terzo hub dell’Europa continentale, assieme ad Amsterdam e Parigi. Centrale in questo ragionamento – oltre al Nord America – anche l’America Latina e l’Africa, con Roma che sarebbe una porta per il continente africano per le tratte da e per l’Europa. L’obiettivo iniziale del ministro Daniele Franco era chiudere la dismissione entro giugno, la complessità dell’operazione e forse anche le offerte non adeguate hanno ritardato tutto il processo. Adesso il tempo è scaduto, e la compagnia di bandiera rischia di diventare un tema da campagna elettorale.
(da La Stampa)

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AVETE VOLUTO LA BREXIT? MO V’ATTACCATE ALL’INFLAZIONE

Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile

SECONDO GLI ANALISTI L’USCITA DALL’EUROPA HA CONTRIBUITO ALL’AUMENTO DEI PREZZI NEL REGNO UNITO. E HA AGGRAVATO LA CARENZA DI MANODOPERA

La pandemia di Covid e le tensioni geopolitiche rinfocolate dalla guerra in Ucraina avevano messo in secondo piano gli effetti nefasti della Brexit.
Ma già nel maggio scorso la Banca d’Inghilterra non nascondeva più il suo pessimismo: l’inflazione che sta mettendo in ginocchio molti sudditi di Sua Maestà non si sarebbe arrestata nella sua corsa verso il record.
E così è stato: il 17 agosto l’Ons, l’Ufficio statistico nazionale, lo ha certificato: con un tasso del 10,1% il livello di inflazione del Regno Unito ha toccato il suo punto più alto degli ultimi 40 anni. E non accenna a rallentare.
Secondo la Banca d’Inghilterra il picco sarà a ottobre, con il 13,3% (ma per CitiGroup a gennaio supererà il 16%), e l’orizzonte è gravido di nubi nere: Londra sta affrontando una recessione profonda che durerà a lungo, avverte sempre la BoE. E per il 2023 si prevede un calo del Pil dello 0,25%.
Gli inutili tentativi della Banca centrale
La Banca centrale ha alzato da dicembre per ben cinque volte i propri tassi ufficiali, portandoli all’1,25%. Aumenti dolorosi per le famiglie britanniche che però non hanno sortito l’effetto sperato, ovvero il rallentamento del tasso d’inflazione. I cantori della Brexit ovviamente puntano il dito soprattutto sulla tempesta che agita il mercato delle materie prime.
Ma a ben guardare, questa è solo una delle cause dell’impennata inflazionistica inglese. Ovviamente, l’economia britannica risente anche lei, come altre economie, dell’aumento dei prezzi degli idrocarburi, ma anche di un marcato rincaro dei prezzi dei generi alimentari legato ai suoi specifici problemi di produzione e approvvigionamento: questi sì diretta conseguenza della Brexit.
La situazione in Europa
A maggio, Adam S. Posen, presidente del Peterson Institute for International Economics, intervenendo in un convegno organizzato da UK in a Changing Europe, aveva evidenziato il differente andamento dell’inflazione negli ultimi anni nei vari paesi europei.
Numeri e tempistica parlano chiaro: l’indicatore britannico ha cominciato ad aumentare molto prima dello scoppio della guerra in Ucraina, che ha infiammato i prezzi delle commodity. Inoltre, l’inflazione inglese è molto superiore a quella italiana (+7,9%) e a quella tedesca (8,5%), entrambe economie molto più dipendenti dalle importazioni di energia dalla Russia.
La tempesta perfetta
Anche per Posen è la Brexit a causare l’aumento dei prezzi negli ultimi anni. A partire dagli aumenti delle tariffe su beni e servizi provenienti dall’Europa (secondo un rapporto della London School of Economics, le barriere commerciali hanno determinato un aumento del 6% dei prezzi dei prodotti alimentari nel Regno Unito), fino ad arrivare a un mercato del lavoro diventato meno flessibile: l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue ha aggravato la carenza di manodopera in ogni settore, eliminando dal mercato del lavoro centinaia di migliaia di cittadini europei.
Molti hanno lasciato l’isola a causa della pandemia, ha sempre sostenuto Boris Johnson. Potrebbe anche essere vero, ma di certo è a causa della Brexit che non sono tornati. Per la prima volta nella storia britannica, il numero di posti vacanti ha superato il numero di disoccupati (anche se è cresciuta l’immigrazione qualificata).
Una «tempesta perfetta», come la definiscono gli economisti: inflazione alta, tasse che aumentano, carenze di personale e valuta in calo (il 18 agosto la sterlina segnava un ulteriore -0,41%, attestandosi a 1,2048 dollari).
Il crollo degli investimenti delle aziende
Ma c’è di più. Come sappiamo, la produttività di un paese è strettamente influenzata dagli investimenti delle sue aziende. All’indomani dell’uscita dall’Unione europea, il crollo degli investimenti delle imprese anglosassoni è diventato più marcato. Nel 2008 il Regno Unito era al secondo posto tra le 7 maggiori economie al mondo. Nel 2020 era già scesa al quarto. E il futuro non è rassicurante.
Secondo gli strateghi delle principali banche di Wall Street, il Regno Unito resterà bloccato per anni da questa inflazione bruciante causata dalla Brexit. Citigroup Inc., Bank of America Corp. e Standard Bank lo hanno messo nero su bianco in un rapporto pubblicato nel giugno scorso: nonostante le difficoltà globali che toccano ogni economia, la situazione preoccupante inglese è un’eccezione nel mondo occidentale e la causa va ricercata anche nei danni economici provocati dalla decisione di tagliare i ponti con l’Unione Europea. Certo, gli esperti ammettono che la Brexit non sia la sola ragione della crisi del costo della vita, ma è a causa sua se la soluzione del problema sarà più difficile nel Regno Unito che altrove
(da agenzie)

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NONOSTANTE GLI INTRIGHI SESSUALI, LE MOLESTIE, I CASI DI CORRUZIONE, GLI INSABBIAMENTI FINO AL PARTYGATE, IL 49% DI CHI VOTA TORY VORREBBE ANCORA BORIS JOHNSON A DOWNING STREET

Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile

LO DICE UN SONDAGGIO COMMISSIONATO DAL “TIMES”, SECONDO IL QUALE IL PREMIER DIMISSIONARIO BATTEREBBE I POSSIBILI SUCCESSORI TRUSS E SUNAK, CONSIDERATI “SBIADITI E INCOLORI” DAGLI ELETTORI CONSERVATORI

E se il rimpianto dell’idraulico pesasse di più di tutta la cattiva pubblicità? È quello che sta succedendo in Inghilterra, tra gli elettori dei Tory che vorrebbero indietro Boris Johnson premier.
La maggior parte ora ha capito e vorrebbe avvalersi del diritto di ripensamento: una tirata d’orecchi ma senza condanne definitive insomma; nonostante i pasticci e gli incasinamenti dei tre anni più pazzi di Downing Street, nonostante gli intrighi sessuali, le molestie, i casi di corruzione, gli insabbiamenti fino al partygate; feste in pieno lockdown in barba alla Regina costretta a rinunciare ai funerali per l’amato Filippo.
Oggi la puzza di scandalo è passata, così come le sue innumerevoli gaffe sono diventate battute su cui riderci sopra, mentre resta forte lo spauracchio di un restyling snob dai colori sbiaditi. A confermarlo è un sondaggio commissionato dal Times, che lo mette al centro della sua prima pagina.
Tra chi vota conservatore, il 49% vede con favore una conferma di Johnson e la percentuale è più alta della somma dei consensi che riscuotono Truss e Sunak, scrive il giornale. Si tratta di una virata significativa sull’onda del rimpianto, dato che secondo una rilevazione del 5 luglio scorso il 54% approvava le dimissioni del premier. E dunque cosa può essere successo in questo breve tempo?
E qui si tocca il vero tasto dolente del problema: la successione. Truss e Sunak restano personaggi sbiaditi e incolori, ininfluenti se paragonati all’esondante e scapigliato Boris. Personaggi deboli che faticano e arrancano e non lasciano il segno. Possibile che l’elettore inglese sia cambiato tanto velocemente che la politica di Palazzo non se ne sia accorta?
Il giornale esemplifica i sentimenti dell’elettorato Tory con la dichiarazione di un idraulico di Southampton: «Gli altri non hanno dovuto affrontare quel che ha dovuto lui. Si era appena insediato, e c’era la Brexit, poi è venuto il Covid e ora la guerra. Tutti blaterano su quello che avrebbe dovuto fare, ma vorrei vedere loro al posto suo».
E intanto i due candidati premier si danno battaglia. Liz Truss non dovrebbe avere problemi a vincere la leadership dei Tory il mese prossimo anche se l’ex Cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak ha recuperato punti nei sondaggi.
Secondo un ultimo sondaggio commissionato da Sky News, la ministra degli Esteri guida di 32 punti (erano 38 nell’ultimo sondaggio) la corsa. Truss dovrebbe vincere il 66 per cento dei voti dei conservatori, con il suo programma che punta a una riduzione immediata delle tasse rispetto alla richiesta in arrivo da più parti di un sostegno alle famiglie in difficoltà per il caro vita e l’inflazione record.
Eppure se Johnson partecipasse alla gara con Sunak e Truss, riceverebbe il 46 per cento dei voti, contro il 24 per Truss e il 23 per Sunak. Maledizione Brexit verrebbe da dire. Lui che aveva rimpiazzato Teresa May, ritenuta incapace di traghettare il Paese fuori dalla Ue.
Salito al potere non voleva più andarsene guadagnandosi altre critiche. Anche per questo. Ancora. Si era allora dimesso da leader del partito, tentando di mantenere la guida del governo fino al congresso dei Conservatori previsto in autunno.
Non ha funzionato. Il plotone d’esecuzione era già pronto e il popolo voleva la sua testa. L’hanno avuta. Ora però la ridarebbero indietro.
(da il Giornale)

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DUGIN È STATO UNO STRUMENTO GRAZIE AL QUALE I SERVIZI SEGRETI RUSSI HANNO STABILITO CONTATTI CON VARI POLITICI, DAGLI ANTISEMITI IRANIANI ALLA LEGA IN ITALIA

Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile

IL RUOLO DELL’ORGANIZZAZIONE “TSARGRAD” DELL’OLIGARCA KONSTANTIN MALOFEEV DI CUI ALEXANDER DUGIN ERA DIRETTORE EDITORIALE

Anche Darya Dugina aveva un indirizzo mail di Tsaargrad, l’organizzazione dell’oligarca Konstantin Malofeev di cui Alexander Dugin, suo padre, era direttore editoriale.
Una delle mail leakate dal Dossier Center di Mikhail Khodorkovsky viene spedita da Gianluca Savoini, il consigliere di Salvini poi messo da parte dopo lo scandalo Metropol, e a chi scrive Savoini? Proprio a Darya Dugina. I due stanno organizzando un evento in pompa magna a Milano, dove si pensa di far venire anche esponenti ufficiali dello stato russo: «Il 28 gennaio ci sarà un grande incontro con Marine Le Pen, Strache e altri partiti del gruppo europeo a Milano. Come abbiamo detto a dicembre, inviteremo anche Russia Unita e Aleksandr Dugin».
Un happening notevole, viene informata Dugina, con anche un pranzo privato «con Matteo, alcuni membri importanti e i nostri amici russi». Si scelse un profilo più basso, poi, con figure non ufficiali.
Queste mail sono ormai in giro, una delle prove più dettagliate del network antieuropeo e euroscettico al quale i Dugin e Malofeev hanno lavorato per anni in Europa. Qualcosa di profondamente legato ai servizi russi, ancora più inquietante oggi dopo l’assassinio di Dugina a Mosca.
«Vedo che il grande pubblico scrive con condiscendenza che Dugin ha zero influenza, e così via. No, Dugin è uno strumento importante attraverso il quale i servizi segreti russi hanno stabilito contatti con vari politici dagli antisemiti iraniani alla Lega in Italia», spiega Roman Dobrokhotov, fondatore di The Insider e uno dei tre “Roman” terribili del giornalismo indipendente russo (con Badanin e Amin) illuminando l’importanza di Dugin.
Oltre all’Italia e all’Iran, spiega Dobrokhotov, Dugin ha lavorato con Turchia, Grecia, Balcani e un’altra dozzina di paesi «in cui il reclutamento attivo è in corso con il pretesto della cooperazione tra partiti conservatori». È un’altra questione, osserva, che anche un’attività del genere può scatenare un tentativo di assassinio. Nel suo libro Putin’s People, Catherine Belton racconta di come Dugin fosse figlio di un colonnello del Kgb.
Politicamente la figura più importante assieme a lui è stata Konstantin Malofeev, oligarca plurisanzionato dal 2014 come finanziatore dell’aggressione russa alla Crimea, e mediatore tra l’altro di un “prestito”” russo di 11 milioni a Marine Le Pen, attraverso una banca di Praga.
Malofeev mette su fin dal 2013 una serie di società (Tsaargrad group) con diversi compiti, tra cui media e propaganda, e ne affida la direzione editoriale a Dugin. Il quale in quella veste intervista anche Matteo Salvini. Nel novembre 2017, subito prima del voto italiano del 2018. Dugin dice a Salvini che «è essenziale definire un nuovo soggetto politico. Credo che la gente può essere questo soggetto. Non un individuo, né la nazionalità, ma la gente».
Salvini annuisce entusiasta. E cita appunto Le Pen:«In effetti, la campagna effettuata da Marine Le Pen in Francia, come il motto ha: “In nome del popolo!”». Non è chiaro se è in quell’occasione a Mosca che Salvini conosce Darya Dugina. Esistono foto di loro due come vecchi amici, una pubblicata ieri da La Stampa.
Nelle mail rivelate dal Dossier Center di Mikhail Khodorkovsky e Michael Weiss, si legge che Tsargrad fungeva anche da intermediario tra i partiti e i politici di alto rango della Russia. E stava organizzando per l’autunno del 2019 un mega evento del network Dugin in Europa. Sappiamo che si sarebbe dovuto tenere al Konstantinovsky Palace, a San Pietroburgo. La cosa poi saltò, anche per una serie di scandali tra cui i contatti Lega-Russia dell’hotel Metropol.
Certo è che nei documenti leakati, il braccio destro di Malofeev e Dugin, Mikhail Yakushev, scrive:«Senza il nostro impegno attivo e il nostro sostegno tangibile ai partiti conservatori europei, la loro popolarità e influenza in Europa continueranno a diminuire».
Yakushev parla anche dell’epidemia di Covid, che è all’inizio, e può essere sfruttata: «Riteniamo che al momento ci sia ancora la possibilità di ripristinare i contatti per un lavoro sistematico con gli euroscettici per contrastare la politica sanzionatoria di Bruxelles». Di lì a poco, Vladimir Putin concorda con Giuseppe Conte la missione di aiuti russi in Italia, ormai da molti osservatori ritenuta una spy ops su suolo Nato.
(da La Stampa)

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KIEV : «DA RUSSIA SOLO PROPAGANDA PER COPRIRE LA LOTTA INTESTINA»

Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile

“L’OMICIDIO DELLA DUGINA OPERA DELLA LOTTA INTESTINA TRA APPARATI DI SICUREZZA RUSSA”

Per il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, si tratta di «propaganda fantasiosa» e di «lotta intestina» dentro gli apparati di sicurezza nemici.
Per il battaglione d’Azov di cui Natalya Vovk, 43 anni, passaporto ucraino, secondo i russi farebbe parte, «l’attentato è la preparazione all’apertura del tribunale contro l’Azov». Era attesa a Kiev l’accusa per l’uccisione per la morte della figlia di Dugin.
Dunque nessuna sorpresa di fronte al profilo diffuso ieri dai servizi di sicurezza russi. A non convincere, tra gli altri elementi della ricostruzione, sono i movimenti.
Secondo i servizi di Mosca, madre e figlia sarebbero arrivate in Russia in luglio a bordo di una Mini Cooper alla quale sarebbero state applicate tre targhe diverse: la prima della Repubblica di Donetsk, per varcare il confine, la seconda del Kazakistan, usata a Mosca, e la terza dell’Ucraina per uscire dal Paese. Passaggi del genere, però, sono particolarmente complicati e monitorati, soprattutto in tempo di guerra.
La versione, non verificabile, è corredata da un video che mostra la killer attraversare il confine russo ed entrare in un edificio che si dice appartenesse alla vittima, ma l’Fsb non ha fornito altre prove fotografiche o video per corroborare le accuse né ha compiuto arresti.
Respinta anche la teoria – diffusa da hacker russi, ripresi dai media di Mosca – che la Vovk appartenga al battaglione Azov, ritenuto un gruppo terrorista di stampo nazista dalla Russia e corpo integrato da anni nell’esercito di Kiev.
«L’attentato è la preparazione all’apertura del tribunale contro l’Azov», si legge sul canale Telegram del Battaglione, con riferimento al processo che i russi vorrebbero aprire a Mariupol contro i prigionieri ucraini. Una vicenda politica e non solo militare. Sulla quale i comandanti ucraini aggiungono: «Dopotutto, in questo modo la Russia scalda l’opinione pubblica dei suoi cittadini sulla “necessità” di un simile processo».
E se in rete molti osservatori fanno notare come la divisa della donna non corrisponda a quella utilizzata dai militari dell’Azov, sono gli stessi media russi a non confermare la teoria.
Non a caso è all’agenzia russa Ria Novosti che la cugina di Natalya Vovk riferisce come la stessa Vovk appartenesse sì alle forze armate dell’Ucraina «ma con un ruolo di ufficio, ottenuto a causa della sua disabilità».
Intanto, mentre la versione ufficiale dell’attentato lascia più dubbi che risposte, a Kiev è convinzione che in Russia la morte di Dugina – anche lei come il padre fiera sostenitrice dell’annientamento dell’Ucraina – stia alimentando le voci di chi chiede una linea più dura sul fronte.
(da Corriere della Sera)

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I RUSSI CI HANNO PRESO PER FESSI: L’ACCUSA A NATALYA VOVK STUDIATA A TAVOLINO (E PURE MALE)

Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile

METTE INSIEME IL NEMICO DEL MOMENTO (LA DONNA E’ UCRAINA), OFFRE LA SCUSA PER UNA REAZIONE E IL FATTO CHE LA DONNA SIA ORMAI FUORI DAI CONFINI (È FUGGITA IN ESTONIA CON LA FIGLIA) PUÒ TOGLIERE DALL’IMPACCIO DI DOVERLA PROCESSARE

La «soluzione» a tempo di record del giallo Dugin lascia più domande che certezze. Uno sviluppo quasi scontato. L’atto di accusa contro l’ucraina Natalya Vovk è la cornice perfetta. Mette insieme il nemico del momento, l’eventuale copertura all’estero con la fuga della «colpevole» in Estonia, l’intelligence ucraina che ha dimostrato di poter far male in profondità, la scusa per una reazione. E il fatto che la donna sia ormai fuori dai confini può togliere dall’impaccio di doverla processare. Non che sia un problema ma in questo modo può diventare uno strumento di pressione verso il Paese baltico.
Tutto questo per superare con un balzo l’imbarazzo per un colpo duro alla sicurezza. Una Mata Hari con figlia al seguito avrebbe messo in scacco un apparato gigantesco addestrato a reprimere ogni forma di dissenso. Chiamando in causa la Vovk i russi provano ad allontanare le piste alternative.
In queste ore ne sono state considerate tante. Una faida interna nel mondo dell’estremismo, la provocazione a tavolino del regime, l’iniziativa di agenti fuori controllo – un classico – persino l’azione di resistenti interni, l’«Esercito repubblicano nazionale», sigla che sarebbe pronta ad agire di nuovo.
Siamo sempre in una nebulosa, facile mescolare le carte. La donna ricercata magari potrebbe sapere qualcosa o essere periferica all’attentato. Un colpo ben preparato. L’ordigno era composto da circa 400 grammi d’esplosivo collocati sotto il sedile del guidatore.
Il Suv apparteneva alla figlia dell’ideologo nazionalista, quindi non vi sarebbe stato scambio di auto come detto in un primo momento. La bomba è stata attivata in remoto, ipotizzano fosse collegata ad un cellulare usa e getta. L’attentatore seguiva il bersaglio, ha chiamato il numero innescando la carica. Dettaglio che porterebbe ad escludere l’errore di persona. Da dove viene l’esplosivo? Acquistato sul mercato nero? Portato da fuori?
L’esplosione è avvenuta quando era sulla strada e non nel parcheggio dell’evento, altro dato che conferma come la Dugina fosse tenuta d’occhio. Darya aveva partecipato ad un evento insieme al padre e si deve presumere che il veicolo – una Toyota – sia rimasto incustodito e non fosse sorvegliato. Dall’altra parte non siamo al fronte ma nel cuore della Russia e la giovane evidentemente non si sentiva minacciata. Di nessun aiuto le telecamere di sicurezza in quanto – scrivono i media locali – erano fuori uso da due settimane. Casualità o manomissione? E la trappola è stata piazzata in questo punto o in precedenza?
Se l’Fsb – annotano i commentatori – dice il vero significa che è stato beffato. Mai dire mai, specie quando danzano le spie.
Se, invece, la sua è una bugia (come appare evidente) vuol dire che non è neppure riuscito a imbastire un canovaccio credibile. E non sarebbe la prima volta: lo dicono le missioni pasticciate condotte in Europa in questi anni.
(da il Corriere della Sera)

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MARTA FASCINA PARACADUTATA IN SICILIA PER ESSERE ELETTA IN UN COLLEGIO SICURO

Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile

FASCÌNA NON PARLA, NEMMENO IN PLAYBACK O COL GOBBO… SI È CERCATO QUALCHE PRECEDENTE DI REGINA SILENZIOSA, RITROVANDO LA PITTURA DI RAFFAELLO, “LA MUTA”

Sarebbe bello ascoltare, almeno una volta, la voce dell’onorevole Marta Fascina, quasi moglie del presidente Berlusconi, che ieri è stata candidata a Marsala, collegio strasicuro – e ci mancherebbe altro! Sarebbe bello poterla sentire, e non lo si dice qui per fissazione gossipivora, schizzinosa ironia o colpevole sessismo; ma per pura curiosità vieppiù alimentata da un aspetto a suo modo ieratico che rende il soggetto pressoché unico in questa nostra politica chiacchierona assai.
Fatto sta che Fascìna (pare che l’accento caschi sulla seconda) non parla, nemmeno in playback o col gobbo, per cui s’ immagina che la curiosità sia condivisa dagli elettori di Marsala, molti dei quali certo convinti che le elezioni servirebbero a indicare persone in grado di risolvere problemi collettivi – ma è inutile fare le anime belle, perché non è più così.
E a questo punto tocca ricordare, anche se non è simpatico, che proprio il lungo ciclo di potere berlusconiano ha introdotto o forse, meglio, ha ripristinato segni, simboli, linguaggi, in definitiva un sistema di comando che ha più a che fare con la monarchia che con qualsiasi statuto repubblicano. Per cui il re dispone, i sudditi eseguono, i collegi blindati e il titolo di parlamentare corrispondono alle investiture di un tempo molto lontano cui parecchi, in tutti i partiti per la verità, si sono ben adattati.
Non è qui il caso di ricordare la vasta casistica di cortigiani per gentile concessione del Signore di Arcore promossi alla Camera, al Senato, nelle regioni o a Strasburgo; né è opportuno soffermarsi sulla particolare predilezione del sovrano nei confronti di giovani donne la cui vita, come in una fiaba, è di colpo mutata grazie a un incontro e a un lampo di chimica con Silvione. Consolatorio, semmai, è che alcune di queste creature erano intelligenti e capaci, tanto da venire oggi indicate come modelli di progresso, emancipazione, differenza e quant’ altro va nel senso di un superamento del patriarcato (amen).
Ma Fascina, che da favorita cinque mesi fa è divenuta quasi regina, seguita a non parlare. Sì, certo, qualche tweet, qualche post, di recente uno abbastanza crudele contro il povero Brunetta, ma tutto scritto. La si è vista mano nella mano con l’anziano leader (circa mezzo secolo di differenza), c’è scappato pure un video con un bacio (nel sonoro, se non è un fake, si sente la voce di Cipollino Boldi che schiamazza «la lingua! La lingua!»).
Ma la voce mai; come se questo suo silenzio rispondesse a una prerogativa di status, magari travestita da strategia comunicativa volta ad aumentarne il fascino, il mistero, il potere. Pochissimo, in un mondo ultra pettegolo si continua a sapere di lei. Calabrese, vissuta in Campania, laurea in filosofia, proveniente, via Galliani, dall’universo del Milan. Eletta, adesso, in Sicilia
Con scrupolo degno di miglior causa si è cercato qualche precedente di regina silenziosa, ritrovando una celebre pittura di Raffaello, “la Muta”, che forse ritrae Giovanna da Feltre, figlia di Federico da Montefeltro, sguardo indecifrabile e labbra sigillate. Ma poi, spulciando la pagina Fascina su Instagram, si vedono un paio di cani che giocano con il sottofondo I will always love you di Whitney Houston, due pizze napoletane con su scritto “Silvio” e “Marta” e uno striscione-omaggio “Marta sei nel cuore di Napoli” – forse a Marsala ci resteranno un po’ male.
(da la Repubblica)

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BERLUSCONI E’ IN DIFFICOLTÀ: NON SA COME “CONTENERE” GIORGIA MELONI

Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile

IL CAV SI OFFRE DI TRAGHETTARLA NEL PPE MA, SOTTO SOTTO, SPERA CHE LA LEADERSHIP DELLA MELONI SI INFRANGA DAVANTI AI NUMERI… MAGARI A CAUSA DI UNA MAGGIORANZA RISICATA AL SENATO: BASTEREBBERO POCHE DEFEZIONI NELLE COMMISSIONI PER BLOCCARE L’AZIONE DI GOVERNO

Forse accarezza ancora il desiderio di trovare un premier alternativo a Meloni. Ma Berlusconi conosce le regole della politica e il valore determinante dei rapporti di forza
Perciò, se il responso delle urne fosse netto, riporrebbe il disegno che continua comunque a coltivare. E che lascia trasparire dalle sue parole, se è vero che l’altroieri il Cavaliere ha detto al Tempo : «La signora Meloni ha l’autorevolezza per fare il presidente del Consiglio, così come molti altri candidati di centrodestra». Un indizio che si somma a un altro indizio, risalente alla settimana scorsa, quando ha spiegato al Foglio di continuare a ritenere il sovranismo «un’idea stupida, come stupidi sono quanti ci credono».
Per sanare quella forma di allergia verso l’alleata, che in passato si è manifestata in più occasioni, sono da tempo all’opera soprattutto gli uomini d’azienda. Con largo anticipo Confalonieri, intervistato dal Corriere , aveva aperto una linea di credito verso la leader di FdI, invitando Berlusconi «a puntare su Meloni».
Il patron di Mediaset sostiene di fare «il lobbista di professione» ma è più politico di molti politici. E c’è un motivo se da mesi ripete all’amico di una vita di evitare attriti con la «signora», per non ritrovarsela ostile dopo le elezioni. Un consiglio che è (anche) nell’interesse del Biscione.
La cura pare stia facendo effetto sul Cavaliere: lo si nota dal cambio di tono. Infatti l’ex premier – che pure avrebbe ricevuto pressioni internazionali per evitare l’avvento a Palazzo Chigi del capo della destra – in questa fase si limita a giocare sul filo del fuorigioco senza mai farsi trovare in fallo.
Fa il controcanto a Meloni sulla revisione del Pnrr, sulla politica migratoria, sui provvedimenti economici, ma abilmente non lascia capire se la sua è un’azione di contrasto a FdI o solo una naturale competizione tra partiti che si contendono lo stesso bacino elettorale. Persino su un tema delicato, come l’eventuale percorso di FdI verso il Ppe, Berlusconi offre il suo aiuto all’alleata con modalità che sanno di gesto conciliante e insieme di regale concessione.
Insomma, sulla premiership il Cavaliere non si scopre. Si limita a lanciare segnali: «Al resto penseremo dopo le elezioni». Ma nel centrodestra non è stato stipulato il patto che – in caso di vittoria – chi arriverà primo prenderà la presidenza del Consiglio? «In questi giorni di liste di patti ne sono stati disattesi tanti», sussurra un esponente della coalizione: «Figurarsi dopo». E sulle possibili trappole degli alleati Meloni è avvertita: «E che non lo so?», rispose d’istinto un paio di settimane fa a chi glielo fece notare. Dentro FdI, tuttavia, c’è chi sostiene che negli ultimi giorni il clima è cambiato, «anche perché in Forza Italia è iniziato il posizionamento per gli incarichi ministeriali».
Una goccia di veleno. In attesa del 25 settembre, Meloni ha stretto accordi con i centristi, dove in molti scommettono che «Giorgia alle Politiche prenderà quanto Salvini alle Europee». In quel caso Berlusconi sa che non potrebbe impedirle di «entrare dal portone principale di Palazzo Chigi». Specie se il centrodestra rinnovasse il rito di presentarsi unito al Quirinale e Meloni uscisse dalle consultazioni con Mattarella per parlare anche a nome degli alleati. Non accadesse stavolta e i partiti si presentassero in ordine sparso, l’evento si trasformerebbe in un caso politico. E chi si assumerebbe la responsabilità di suscitare polemiche dopo una vittoria?
Ecco perché il Cavaliere ha pochi margini di manovra, a meno di un risultato elettorale che prospettasse una maggioranza risicata a Palazzo Madama. Con ministri e sottosegretari provenienti dal Senato, basterebbero infatti poche defezioni nelle Commissioni per bloccare l’azione di governo. È nelle pieghe delle difficoltà contingenti che Berlusconi potrebbe quindi tentare di mettere in pratica la sua idea.
Perché il taglio dei parlamentari – varato scelleratamente senza i dovuti accorgimenti di sistema – potrebbe creare problemi di agibilità nelle Camere. E aprire scenari politici inattesi. Che si arricchirebbero di ulteriori varianti se il centrodestra vincesse le elezioni ma il Pd superasse FdI nelle urne. Ma il Cavaliere in quel caso avrebbe la forza e la volontà di contrastare il passo alla leader di FdI, mettendo in discussione il patto dell’alleanza? Ad oggi Berlusconi è l’unico premier di centrodestra della storia. Ad oggi i sondaggi sostengono che Meloni potrebbe infrangere quel primato. La partita è questa.
(da il Corriere della Sera)

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GLI ORGANIZZATORI DELLA MOSTRA DI PREDAPPIO SU MUSSOLINI PENSANO A UNA MOSTRA ITINERANTE SUI CIMELI FASCISTI PER CELEBRARE I 100 ANNI DALLA MARCIA SU ROMA

Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile

TRA I CURATORI C’E’ FRANCESCO MINUTILLO, SOSPESO DA FRATELLI D’ITALIA PER LE SUE POSIZIONI DELIRANTI: “SOLO UN NUOVO MANIFESTO DI VERONA CONTRO ISLAMICI E NEGRI CI PUÒ SALVARE. SERVONO NUOVE LEGGI RAZZIALI”… MINUTILLO SE LA PRENDE CON LA MELONI: “IO NON ABIURO, NON RINNEGO IL MIO PASSATO”. QUALE SAREBBE IL SUO PASSATO? HA FORSE COMBATTUTO IN PRIMA LINEA?

E adesso vogliono trasformare questa mostra di cimeli fascisti in un carrozzone itinerante celebrativo. Lo vogliono fare perché sostengono di avere molte richieste in Italia. «Abbiamo ricevuto tre inviti da Milano e uno da un’associazione culturale di Bolzano, ma il primo che stiamo considerando è quello per Roma. Saremmo ospiti dell’Università la Sapienza, con il professore emerito Giuseppe Parlato. Ora che ci penso: ci hanno contattato anche da una libreria del litorale laziale».
Chi parla è il professor Franco D’Emilio, origini liguri, pensione a Forlì, per quarant’ anni al lavoro al Ministero per i Beni Culturali. È lui a firmare l’allestimento della mostra di Predappio, assieme all’avvocato Francesco Minutillo: una strana coppia.
Fino al 2020 Minutillo era nel direttivo nazionale di Fratelli d’Italia, partito con cui si era candidato anche come sindaco di Forlì. A quel tempo era già stato condannato per diffamazione, dopo essere andato a Ravenna sulla tomba del partigiano Arrigo Boldrini, nome di battaglia «comandante Bulow», medaglia d’oro della Resistenza e padre costituente, per girare un video in cui lo definiva «un criminale».
Sempre Minutillo su Facebook ebbe a scrivere: «Solo un nuovo manifesto di Verona contro islamici e negri ci può salvare. Nuove leggi razziali e tutela della cristianità: ecco cosa dovremmo fare. Ma gli italiani, popolo bue, non lo faranno anche per colpa della nostra schifosa Costituzione scritta dai maiali partigiani».
Frase dopo la quale diede l’addio alla carriera politica per dedicarsi a Predappio: «L’intento è sempre e solo stato quello di servire la Buona Battaglia». Era novembre 2020.
Quando a Predappio venne convocato l’estrema destra italiana per i novant’ anni della marcia su Roma, ottobre 2021, solo due persone erano autorizzate a parlare con i giornalisti. Una si chiama Mirco Santarelli, di Faenza, vanta diverse candidature con i fascisti di Forza Nuova e si fregia del ruolo di «presidente dell’Associazione nazionale Arditi d’Italia», oltre che di essere il cerimoniere della manifestazioni di questo genere a Predappio.
«Camerata Benito Mussolini? Presente!». «Le leggi razziali promulgate dal Duce? Furono all’acqua di rose», disse quel giorno Mirco Santarelli.
L’altro autorizzato a parlare con i giornalisti era l’avvocato Minutillo, che camminando verso la cripta del cimitero di San Cassiano disse: «Il fascismo è un capitolo aperto. Commemorare non significa fare apologia».
Ora è lui, assieme al professor D’Emilio, il responsabile della mostra intitolata O Roma o morte. Un secolo dalla Marcia. E dunque, la domanda è: con questi presupposti, come può essere definita una mostra senza intenzioni apologetiche? E ancora: cosa dice il professor D’Emilio di se stesso in questa situazione?
«So che vengono qui molti invasati fascisti, so che Predappio è la calamita dell’estrema destra italiana, so che l’avvocato Minutillo ha posizioni estreme e diverse dalle mie. Ma credo nella convivenza di opinioni discordanti, inoltre questo è per me il sessantesimo allestimento in carriera. Io mi occupo del catalogo, Minutillo delle cose organizzative».
Vestiti d’epoca. Medaglie del Ventennio. Libri: Storia della rivoluzione fascista. Il 1919. Roberto Farinacci. Busti, sculture, armi. Profilo continuo del Duce, Renato Bertelli, 1933. Il registro delle presenze è zeppo di esaltazioni del fascismo.
«Onore al duce!». «Non dimentichiamo». «A noi!» La mostra chiuderà a Predappio il 6 novembre, ma già vive con l’intenzione di diventare un’esposizione itinerante permanente.
«Anche se sappiamo che portarla in giro potrebbe incontrare qualche critica, chissà che Italia sarà quella del novembre 2022», concede il professor D’Emilio. A Predappio arriva, adesso, l’Italia convinta di essere al posto giusto nel momento giusto. Nessuno si imbarazza di dire quello che è: «Sono un fascista».
Lo dice anche l’avvocato Francesco Minutillo: «Io non abiuro, io non rinnego il mio passato. Io non sto con gli Stati Uniti in Ucraina, io non sarò mai favorevole all’aborto, io non condivido l’attuale linea propagandistica di Fratelli d’Italia, non bisogna inseguire il consenso. Il problema non sarà mai la fiamma». Ah, le parole. L’avevano presentata come una mostra di «interesse storico» e «lontana da qualsiasi intento apologetico».
(da agenzie)

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