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INTERVISTA AL GIORNALISTA BARTOSZ HLEBOWICZ: “IL GOVERNO POLACCO HA IMITATO PUTIN FINO A QUANDO NON SI E’ RITROVATO I “RASCISTI” ALLE PORTE”

Settembre 12th, 2022 Riccardo Fucile

“OGGI PER I POLACCHI AUSPICARE LA LIBERTA’ PER L’UCRAINA E’ UNA REAZIONE NATURALE”

Bartosz Hlebowicz dal 2017 è corrispondente dall’Italia uno dei principali quotidiani polacchi a diffusione nazionale “Gazeta Wyborcza” [Gazzetta Elettorale], di orientamento liberale.
Nei suoi articoli relaziona puntualmente al pubblico polacco di quanto avviene in Italia e nel Vaticano, con sguardo acuto e commenti spesso taglienti. L’intervista ci offre una prospettiva diversa sulla guerra in Europa Orientale e una visione dall’esterno sul dibattito pubblico italiano.
La classe dirigente polacca ha assunto una posizione molto decisa nei confronti dell’aggressione russa all’Ucraina, è così?
Ora che il nemico è praticamente alle porte, il Governo polacco condanna duramente la Russia, presumibilmente rendendosi conto che dopo che i rascisti [il neologismo polacco raszyści è la crasi di russi + fascisti ed è il calco del russo rašisty, della stessa origine e significato – N.d.R.] avranno inghiottito l’Ucraina, la Polonia sarà uno dei prossimi paesi ad essere minacciati. Purtroppo, negli ultimi anni il governo polacco, di stampo estremista e nazionalista, ha fatto di tutto per rendere la Polonia più simile alla Russia, limitando le istituzioni democratiche e cancellando di fatto la democrazia, indebolendo così anche l’Unione Europea che, accanto a Regno Unito e Stati Uniti, è l’unica forza in grado di opporsi all’imperialismo russo. Ciononostante, per Diritto e Giustizia [il partito Prawo i Sprawiedliwość, abbreviato in PiS – N.d.R.], il partito al governo, che nell’Europarlamento è alleato di Fratelli d’Italia, i principali nemici della Polonia restano la Germania e l’Unione Europea. La visione del mondo di questo partito somiglia molto a quella di Putin; esempi lampanti sono le vessazioni verso giudici e procuratori indipendenti e la feroce campagna contro la comunità LGBT: quest’ultima ricorda molto da vicino la posizione del Patriarca di Mosca Kirill, che spiega l’aggressione della Russia all’Ucraina come una fase della “guerra metafisica” contro l’Occidente e i gay.
Prima del 24 febbraio esistevano gruppi di politici più vicini alle posizioni di Mosca?
Fino all’aggressione russa molto attiva era la Confederazione Libertà e Indipendenza, che ha circa il 7% di consensi nei sondaggi e, come in Italia la Lega e Fratelli d’Italia, considerava “Bruxelles” il principale nemico dello stato. Dopo lo scoppio della guerra, è sembrato che i neofascisti della Confederazione abbiano rotto con la loro politica filorussa, condannando ufficialmente l’aggressione della Russia all’Ucraina. Allo stesso tempo, tuttavia, hanno chiesto di non aprire le frontiere ai rifugiati ucraini. Grzegorz Braun, uno dei politici polacchi più nazionalisti, è arrivato a sostenere che aiutare i rifugiati ucraini sarebbe commettere un peccato, perché anche i polacchi hanno problemi materiali, un po’ come lo slogan “prima gli italiani”. La Confederazione, adducendo a pretesto la preoccupazione per il bilancio statale, è contraria ad aiutare i rifugiati ucraini; i suoi membri viaggiano per la Polonia e si lamentano che gli ucraini in Polonia possano viaggiare gratuitamente su autobus e treni e godere di visite mediche gratuite perché questo comporta sacrifici per i polacchi.
Come avevano reagito la politica e la società polacca all’annessione della Crimea e all’invasione del Donbass nel 2014?
Le hanno condannate, ovviamente. Nessun politico di rilievo o membro del governo si è recato in Crimea per legittimare il referendum indetto dai russi, a differenza di Berlusconi, che è andato a degustare, in compagnia dell’amico Putin, i vini di un’antica vigna di Crimea, o di Salvini, che nel 2014, da Sebastopoli, ha parlato in diretta della magnifica flotta russa che staziona lì per difendere i confini. Nella folla di utili idioti di Putin che nel 2014 si sono recati come “osservatori” del referendum in Crimea, c’erano solo politici polacchi di quarto o quint’ordine. Nel 2015 un altro dei leader della Confederazione, Janusz Korwin-Mikke, che ripete costantemente gli slogan della propaganda russa, è volato in Crimea (via Mosca) e ha elogiato la stampa russa, dichiarando che tutti i giornali in Polonia “scrivono la stessa cosa, nella stessa lingua”.
Com’è presentata l’invasione russa dell’Ucraina nei mezzi di comunicazione in Polonia?
Anche i media governativi, che in teoria sarebbero “pubblici”, ma sono stati trasformati dal governo nazionalista in una cassa di risonanza della propaganda governativa, quando si tratta di condannare l’invasione stessa, sono d’accordo con quelli indipendenti. Tuttavia, si possono notare differenze, ad esempio, sulla questione della Volinia. Mentre i media liberali considerano un’idiozia piegare al discorso contemporaneo il massacro dei polacchi commesso dagli ucraini nella fase finale della Seconda guerra mondiale [nel 2016 Wojciech Smarzowski su questi eventi ha realizzato il film Wołyń (Volinia) – N.d.R.], i media di destra lo fanno volentieri, col pretesto di coltivare la “memoria storica”. L’europarlamentare di destra Beata Kempa in marzo ha persino organizzato un concorso per gli alunni delle scuole elementari dedicato alla “memoria della Volinia”, con il patrocinio del ministro dell’Istruzione Przemysław Czarnek, che ha sostenuto l’insegnamento delle “virtù femminili” e, prima di assumere tale carica, ha dichiarato, commentando immagini del gay pride di Los Angeles, che “queste persone non sono uguali a quelle normali” [nella puntata del 13.06.2020 del talk-show Studio Polska – N.d.R.].
A proposito della Volinia, quanto ritiene che pesi il ricordo di quei fatti nel determinare oggi l’atteggiamento verso gli ucraini?
I polacchi hanno aiutato e stanno aiutando massicciamente gli ucraini fuggiti dal loro paese, ma ci sono anche gruppi che alimentano il risentimento anti-ucraino. Non sono molto influenti, tuttavia è un fenomeno da monitorare. L’associazione antirazzista e antixenofoba Nigdy Więcej (Never Again) ha dimostrato che, di norma, il materiale di propaganda di questi gruppi è fornito da politici di estrema destra. Tra le tesi più assurde di questi propagandisti (tra cui ci sono anche pseudo-giornalisti che seminano propaganda pro-Putin sui canali YouTube) c’è quella secondo cui la guerra sarebbe stata causata dagli ebrei di Israele che vorrebbero insediarsi nel sud-est dell’Ucraina. Il 25 febbraio, cioè il giorno dopo l’inizio dell’aggressione da parte dei russi, un giornalista del “Tygodnik Solidarność” [Settimanale Solidarność] ha scritto con soddisfazione su Twitter che “il mondo dei liberticidi arcobaleno sta per finire”. Il noto editorialista di destra Wojciech Cejrowski ha dichiarato che “Putin è entrato per assicurarsi le retrovie e il fronte”. Contenuti anti-ucraini si trovano anche sul canale YouTube Media Narodowe (National Media), che riceve una sovvenzione dal Ministro della Cultura.
Secondo Lei, perché proprio i polacchi sono fra i più convinti sostenitori dell’Ucraina in questo momento?
Una grande ingiustizia viene perpetrata ai danni di uno stato confinante, la vediamo da vicino: auspicare la libertà per l’Ucraina è una reazione naturale. Persino il governo polacco, che ha ripetutamente perseguito una politica in linea con gli interessi di Putin, non ha potuto non condannare l’invasione.
Come procede l’accoglienza dei profughi ucraini in Polonia rispetto all’entusiasmo dei primi mesi?
Innanzitutto, va detto che l’accoglienza dei rifugiati dall’Ucraina è stata portata avanti dalla società civile e non dal governo. Fin dall’inizio si è trattato di una grande improvvisazione, che ha avuto successo grazie all’impegno di privati, ONG e istituzioni locali, nonché di aziende private, soprattutto sul confine orientale. Il governo ha invece dato prova di sé sul fronte della propaganda: eccoci qui, la grande nazione polacca, pronti ad accogliere i nostri fratelli ucraini. In realtà, lo stato ha fatto poco. Mentre il governo si vantava dell’assenza di campi profughi, l’ospitalità agli ucraini restava a carico delle famiglie polacche, non dello stato. Purtroppo, di recente si sono verificati anche pestaggi di ucraini, uomini e donne, perché si presume che sottraggano i benefici dovuti ai polacchi. Detto questo, non bisogna però dimenticare che ci sono persone meravigliose che sin dall’inizio si sono organizzate per aiutare i profughi senza risparmiarsi, per esempio, andandoli a prendere al confine e accogliendoli nelle loro case. Sono le stesse persone che prestano soccorso anche agli sventurati che stanno soffrendo e morendo di stenti al confine tra Polonia e Bielorussia. Sono anche gli stessi che sono scesi in piazza per protestare contro il governo del partito Diritto e Giustizia, che cerca di smantellare le libertà civili e la democrazia in Polonia. Si tratta di veri patrioti, purtroppo non molto popolari nel paese.
All’estero si rimprovera alla Polonia una notevole disparità di trattamento rispetto ai profughi medio-orientali al confine con la Bielorussia, abbandonati a sé stessi e, in alcuni casi, lasciati morire.
È una situazione schizofrenica: da una parte ci consideriamo meravigliosi perché accogliamo un paio di milioni di ucraini bisognosi, e dall’altra ci consideriamo altrettanto meravigliosi perché siamo riusciti a bloccare… un paio di centinaia o un paio di migliaia di sfortunati attirati al nostro confine da Lukašenka. Li abbiamo lasciati morire in mezzo alla foresta, nelle paludi, e li abbiamo ripetutamente scaricati illegalmente oltre il confine con la Bielorussia. Il loro dramma continua e il numero di persone in fin di vita che la Polonia si rifiuta di aiutare cresce. Il governo polacco sostiene che, respingendo i gruppi di rifugiati provenienti da Iraq, Afghanistan o Yemen, non difende solo il confine polacco, ma “l’intera area Schengen”. Purtroppo, molti polacchi sono sensibili a questo discorso portato avanti da un governo di estrema destra, così come del resto molti italiani accettano la narrazione di Salvini e Meloni.
Lei segue da vicino le vicende italiane. Quali sono le principali differenze tra il dibattito pubblico italiano e quello polacco sul tema della guerra?
In Italia alcuni argomenti (per esempio che USA e NATO sarebbero responsabili dell’invasione russa) trovano un’eco maggiore che in Polonia. Mi sembra che in Italia la propaganda del Cremlino stia avendo un particolare successo, basta ascoltare l’unanimità del Papa, dei leader della coalizione di destra, dei presunti progressisti del Movimento 5 Stelle o dei vari gruppi radicali che si riconoscono nell’idea del “né con la NATO né con la Russia”, che in realtà significa “il più possibile con la Russia”. Capisco che per la sinistra italiana post-comunista il nemico principale rimanga l’imperialismo degli USA. Per chi ha vissuto un’esistenza credendo nell’Unione Sovietica e nel comunismo è più facile credere alla propaganda su “fascisti ucraini”, “armi biologiche” e “basi nucleari americane”, e ripetere le sfacciate affermazioni propagandistiche del Cremlino secondo cui sarebbe stata l’Ucraina a costringere la Russia a un “attacco difensivo” piuttosto che accettare la realtà di un’invasione ingiustificata di un altro stato da parte della Russia. Un mio amico, artista e antifascista, pochi giorni dopo l’invasione russa ha pubblicato sul suo account Facebook un link al film di Oliver Stone sul fascismo in Ucraina. A prescindere dal fatto che Stone è uno dei grandi amici di Putin in Occidente e che non ha senso aspettarsi da lui obiettività, va ricordato che i gruppi di estrema destra in Ucraina sono un fenomeno estremamente marginale e che comunque la loro presenza non giustifica il massacro compiuto col pretesto della “denazificazione”. Anche in Italia esistono gruppi di questo tipo: se, seguendo la logica di Putin e di alcuni ingenui di sinistra in Italia, si possono invadere paesi che hanno gruppi di estrema destra, ci si dovrebbe attendere un’invasione anche qui. Alcuni non riescono a capire che oggi la NATO è l’unico garante della sicurezza dell’Europa… Dall’altra parte c’è la destra, che non ha mai nascosto la sua simpatia per Putin. Penso ovviamente a Salvini, che perfino durante la guerra non ha rinunciato alle sue inclinazioni moscovite e ha trattato con gli uomini di Putin alle spalle del governo italiano, ma anche a Berlusconi. E penso alla Meloni, che si professa filo-atlantica, condanna la Russia, ma allo stesso tempo abbraccia Orbán, il miglior alleato di Putin. Al di là dei leader politici, la propaganda del Cremlino fa presa anche sulle masse, sia in Polonia, sia in Italia, il che è particolarmente sconfortante. Nelle conversazioni con i miei amici italiani mi colpisce come viene utilizzata la parola “pace” rispetto alla guerra in Ucraina. La pace del Papa, di Salvini e di Berlusconi, ma anche di Conte e Fratoianni, è la pace di Putin, è il consenso al “russkij mir” [espressione che in russo può significare sia mondo russo, sia pace russa e che è stata trasformata in uno dei punti cardine della visione putiniana della storia e del ruolo della Russia nel mondo – N.d.R.] e alla liquidazione dell’Ucraina dalla parte di Putin. È invece altamente improbabile che i polacchi si facciano illusioni su cosa sia il “russkij mir”, o la “pace russa”. In Italia, invece, i fautori della “pace russa” hanno purtroppo portato alla caduta del governo Draghi. Per contro, in Polonia si discute molto delle dichiarazioni di Papa Francesco sulla guerra in Ucraina [di recente il Vaticano ha diffuso un comunicato in risposta alle polemiche – N.d.R.]. Il pontefice è ampiamente e unanimemente criticato dai media di sinistra, liberali e di destra, anche dai lettori e dagli utenti di Internet. Anche l’episcopato polacco ha condannato aspramente l’aggressione russa contro l’Ucraina, criticando così indirettamente lo stesso Papa.
Come avrà notato, nel dibattito pubblico italiano uno dei punti in discussione è l’atteggiamento verso la cultura russa: si parla di russofobia, di cancel culture. Anche in Polonia si discute di ciò?
Dmitrij Medvedev, ex presidente della Federazione Russa, oggi vicecapo del Consiglio di Sicurezza, accusa i polacchi di avere una loro “peculiare russofobia patologica da molti anni” [si veda il post del 21.03.2022 sul suo canale Telegram, interamente dedicato alla Polonia – N.d.R.]. In realtà, non credo che questo sia un tema particolarmente importante in Polonia, ma forse è perché vivo stabilmente in Italia. Tuttavia, non mi sembra che la cancel culture in relazione alla cultura russa sia oggi una questione di prima (o anche di seconda o terza) importanza. Credo sia chiaro a tutti che l’invasore è uno stato terrorista guidato da un ex ufficiale delle forze speciali e che non ha nulla a che fare con Puškin, Tolstoj o Brodskij. Ho letto, naturalmente, della cancellazione di un corso dedicato a Dostoevskij in un’università italiana: è stata una cosa sciocca, ma anche di poca importanza. D’altra parte, non vedo nulla di male nel rifiutare di lavorare con artisti russi che per anni si sono dichiarati amici di Putin. Non si può essere amici di un genocida.

Viviana Nosilia
professoressa di filologia slava presso l’università di Padova
(da Huffingtonpost)

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I DANNI DEL NEOLIBERISMO SULLE BOLLETTE: SUI RINCARI PESA PIU’ LA SPECULAZIONE DELLA GUERRA

Settembre 12th, 2022 Riccardo Fucile

D’ACCORDO DIVERSIFICARE I FORNITORI E RAFFORZARE IL POTERE CONTRATTUALE DEGLI ACQUIRENTI, MA OCCORRE RIVEDERE IL MECCANISMO DI FISSAZIONE DEI PREZZI IN MANO A POTERI FINANZIARI SPECULATIVI

Per imprese e famiglie, i costi dell’energia (elettricità e gas in particolare) sono cresciuti enormemente negli ultimi tempi. La responsabilità è solo in parte della guerra in Ucraina, ma anche del modo in cui sono organizzati i mercati sui quali si formano i prezzi.
Nel caso del gas o del petrolio, i contratti di fornitura tra produttori e distributori sono stipulati dalle parti contraenti e possono variare di caso in caso (tanto per fare un esempio, la Germania paga a Gazprom un prezzo che è in media un terzo di quello applicato da Gazprom agli altri paesi Ue, Italia inclusa). Per lo più si tratta di contratti di lungo periodo relativi a quantità significative, con abbondanza di clausole relative a tempi e modalità di consegna e formule spesso complesse per la determinazione dei prezzi, inclusa la valuta di pagamento, e la loro variazione del tempo.
I prezzi possono essere indicizzati, con pesi diversi, alle variazioni dei tassi di cambio, a indici generali dei prezzi, ai prezzi determinati su mercati di tipo borsistico che trattano contratti standardizzati relativi alle diverse fonti di energia.
I mercati organizzati, tipo borsa valori, non si formano spontaneamente, ma sulla base di regole stabilite dalle autorità di borsa o concordate tra i maggiori operatori del settore.
Come tutti i mercati finanziari, sono orientati a un comportamento speculativo: chi acquista un contratto lo fa nella speranza di rivenderlo rapidamente con un guadagno.
Certo c’è un momento in cui le contrattazioni si chiudono: per il greggio Brent si utilizzava una espressione, five o’clocked, per indicare la maledizione di chi restava con il cerino in mano (tre giorni prima della consegna del carico, alle cinque della sera) ed era costretto a ritirare il carico di una petroliera, scambiato fino a un centinaio di volte o più fino a quel momento; ma il Brent che per decenni ha costituito meno dell’1% delle transazioni mondiali di greggio è ormai scomparso con l’esaurimento dei pozzi al largo delle coste scozzesi e le trattative riguardano un derivato finanziario senza controparte reale.
Certo, i mercati del gas o dell’elettricità sono diversi da quello del Brent: per il gas, il prezzo di riferimento è per tutta Europa il Ttf di Amsterdam (gestito da una società olandese e che in via diretta riguarda i flussi di gas olandesi); per l’elettricità, nel nostro Paese, quello della Borsa elettrica italiana.
Ciascun mercato borsistico ha le sue regole specifiche, con pregi e difetti spesso assai importanti in concreto. In generale, il funzionamento dei mercati di borsa è valutato in modi opposti dalle teorie economiche neoliberiste e neokeynesiane.
La teoria neoliberista dei mercati finanziari efficienti (che ha fruttato il premio Nobel a un esponente della scuola di Chicago, Eugene Fama) sostiene che i prezzi che si formano su questi mercati riflettono le condizioni di base dei mercati reali, nonostante qualche sperabilmente modesta oscillazione attorno al ‘vero’ valore, che assicura l’eguaglianza tra i flussi di domanda e di offerta e l’efficienza anche intertemporale nell’allocazione delle risorse.
Già nella sua Teoria generale (1936) Keynes sottolineava invece l’instabilità di questi mercati, che si autoalimenta fino a destabilizzare l’economia reale.
Nessun operatore si preoccupa di valutare la situazione reale di fondo: ciascuno è concentrato a immaginare cosa accadrà nei prossimi giorni, nelle prossime ore, nei prossimi minuti. Come diceva Keynes, nel lungo periodo siamo tutti morti: in altri termini, il mercato può scostarsi dal valore ‘vero’ per un periodo di tempo abbastanza lungo da far fallire chi giorno dopo giorno ha scommesso su di esso.
Come la stragrande maggioranza dei mercati, anche i mercati di tipo borsistico si allontanano frequentemente dalle condizioni di concorrenza perfetta.
Spesso pochi grandi operatori dominano le contrattazioni, e spesso si tratta di operatori che hanno convenienza a prezzi elevati; pur senza sospettare accordi espliciti, vietati dalle regole antitrust ma di cui in passato si sono avuti esempi importanti (un esempio clamoroso di manipolazione da parte di un ristretto gruppo di operatori è stato quello del Libor, il London inter-bank interest rate, al quale erano indicizzati numerosissimi contratti finanziari), possiamo rilevare indizi di collusione implicita, non punibili giudiziariamente, in cui ad esempio le voci che spingono i prezzi al rialzo provocano reazioni sistematicamente più forti di quelli che spingerebbero i prezzi al ribasso. Inoltre, alcuni mercati sono più opachi (meno trasparenti) di altri: in vari casi, come nel mercato del gas di Amsterdam, i contratti sono stipulati over the counter, cioè direttamente tra le controparti e non con meccanismi borsistici di incontro automatico tra domanda e offerta.
I prezzi del gas e dell’elettricità nelle nostre bollette seguono quanto avviene su questi mercati. Il PUN (prezzo unico nazionale) che costituisce il prezzo di riferimento per l’energia elettrica in Italia è determinato sulla Borsa elettrica italiana, nella quale gli operatori sono fortemente influenzati dall’andamento del Ttf determinato ad Amsterdam; il Ttf poi influisce in modo diretto sul prezzo del gas nelle nostre bollette per i contratti “in tutela” e in modo indiretto per tutti gli altri contratti. In questo modo, le violente fluttuazioni caratteristiche dei mercati finanziari speculativi finiscono con lo scaricarsi sui consumatori finali, ben al di là dei problemi effettivi di scarsità nei mercati energetici di origine.
La scarsità in effetti è spesso utilizzata per giustificare prezzi che possiamo considerare troppo elevati, rispetto alla situazione effettiva dei mercati. Consideriamo il problema in due tappe: la scarsità finale, al di là delle difficoltà di breve periodo; la crisi connessa alla guerra. Per quanto riguarda gas e petrolio, la scarsità assoluta è un mito.
Le riserve provate (cioè relative a giacimenti già noti ed economicamente sfruttabili al rapporto prezzi-costi prevalente prima della crisi attuale) superano i quarant’anni di consumo; l’esperienza passata mostra che nel tempo le riserve provate non diminuiscono, anzi spesso aumentano, grazie alla scoperta di nuovi giacimenti e soprattutto grazie ai miglioramenti nella tecnologia di esplorazione (come le rilevazioni geosismiche tridimensionali) e di estrazione (le cosiddette tecniche di recupero secondario e terziario, che prevedono l’immissione nel giacimento di acqua a pressione, addizionata con fluidificanti chimici).
Più complessi sono i problemi di breve periodo determinati dalla guerra, in particolare il blocco quasi totale delle importazioni di gas russo. Una riorganizzazione dei flussi di fornitura non è facile, e non può essere immediata: per costruire un gasdotto che colleghi fornitori e acquirenti su grandi distanze occorrono anni; la concorrenza tra paesi esportatori è tutt’altro che assente, ma in una situazione di difficoltà immediate si fa vivace la concorrenza tra paesi importatori. (Proprio per questo motivo concordare nella UE un tetto al prezzo del gas importato dalla Russia sarebbe un segnale importante, pur se difficile, dato il timore di tedeschi e ungheresi di perdere le condizioni di vantaggio, quindi di competitività della loro industria, di cui godono, e data la presenza di un importante produttore come l’Olanda).
La situazione richiede interventi urgenti, per evitare i rischi di blocco delle nostre industrie e inverni al gelo per le famiglie: campagne di risparmio energetico, acquisto di impianti di rigassificazione (che hanno il vantaggio di essere disponibili rapidamente, se si supera il problema politico della loro collocazione), accordi con nuovi fornitori con una politica estera attiva.
Ma non si capisce, se non con i meccanismi della speculazione finanziaria, perché questa situazione debba generare aumenti così drastici e immediati dei prezzi del gas (aumentato del 1200% nel giro di un anno, con balzi del 20 o 30% da un giorno all’altro), quando problemi concreti ancora non si sono manifestati e quando sappiamo che con un certo sforzo possiamo evitarli.
In sostanza, conviene tenere distinti i due problemi.
Per quel che riguarda gli approvvigionamenti, vi sono varie cose da fare, ma vi sono margini per pensare che sia possibile evitare crisi drammatiche (a patto, naturalmente, di accettare i rigassificatori e qualche misura di parziale contenimento dei consumi).
Per quel che riguarda i prezzi, anche qui il fronte su cui muoversi è ampio: diversificare i fornitori, rafforzare il potere contrattuale degli acquirenti (ad esempio, con il tetto al prezzo di acquisto del gas russo), sensibilizzare i consumatori finali (anche come strumento per ridurre il carico delle bollette) e, cosa di cui finora si è discusso troppo poco, rivedere i meccanismi di fissazione dei prezzi con l’abbandono deciso dei riferimenti a mercati finanziari opachi e speculativi.
Purtroppo, l’ideologia neoliberista – un cancro egualmente diffuso tra i partiti di centro, di destra e di sinistra – spinge tanti, autorità di politica economica, politici e giornalisti, a considerare come mostri sacri, dotati di superiore obiettività, i mercati finanziari: come se la teoria dei mercati finanziari efficienti fosse veramente valida.
Alessandro Roncaglia
professore emerito di Economia politica, Sapienza Università di Roma
(da Huffingtonpost)

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CON LA CRESCITA DEL M5S NEI SONDAGGI AL SUD, ORA IL PD SPERA NELLA NON VITTORIA DEL CENTRODESTRA

Settembre 12th, 2022 Riccardo Fucile

LA RIMONTA DEI GRILLINI NEL MERIDIONE RIAPRE I GIOCHI IN MOLTI COLLEGI

La crescita del Movimento 5 Stelle nei sondaggi fa sorridere il Partito Democratico. Che comincia a vedere dietro l’affermazione dei grillini al Sud la possibilità di arrivare a un quasi-pareggio elettorale.
Un retroscena di Repubblica racconta oggi che tutti gli occhi sono puntati sulla Puglia.
La “Stalingrado d’Italia” – come l’ha soprannominata il presidente Emiliano – è l’avamposto di una rimonta importante del M5s. Che però sembra raccogliere consensi tra gli astenuti e tra chi aveva deciso di votare centrodestra. E questo potrebbe rimettere in discussione la vittoria di Salvini, Meloni e Berlusconi nei collegi uninominali del Rosatellum della regione.
E quello che vale per la Puglia, aggiunge il Corriere della Sera, vale anche per il resto del Sud. Per questo è arrivata la concentrazione di tappe della campagna elettorale nel Meridione.
Un altro elemento di ottimismo arriva da un precedente. Quello del 2020. All’epoca sia la Puglia che la Campania erano considerate appannaggio del centrodestra. Invece alla fine ha vinto il centrosinistra.
(da agenzie)

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LUCA ZAIA CONTRO LA MELONI: “SI IMPEGNI SULL’AUTONOMIA PRIMA DEL VOTO E NIENTE SCAMBI CON IL PRESIDENZIALISMO”

Settembre 12th, 2022 Riccardo Fucile

SCOPPIANO LE CONTRADDIZIONI NEL CENTRODESTRA

L’autonomia non è un regalo. Ed è necessario un impegno prima del voto. Il presidente del Veneto Luca Zaia in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera striglia gli alleati su un tema caro alla Lega. E mette nel mirino Giorgia Meloni. «Lo dico a tutti i nostri compagni di viaggio. Anzi, lo dico a tutti. L’autonomia non è un regalo da dare a qualche Regione, e di certo non è un esproprio o una carognata che alcune Regioni fanno contro qualcuno».
Per il governatore «se si rispetta il cittadino, l’atteggiamento verso l’autonomia va chiarito subito, prima di votare. In maniera limpida, senza giri di parole. Del resto la Costituzione, che prevede l’autonomia, dice che ci vuole un sì o un no. Il ‘ni’ non è previsto».
E quindi ecco la richiesta: «Io penso che dentro al centrodestra è bene che tutti siano chiari nei confronti dei cittadini che ci guardano e che ci giudicano. Avere il consenso per andare a governare come coalizione vuol dire assumersi una responsabilità che rispetto al passato è ancora più forte, visto che le famiglie non sbarcano il lunario. E l’autonomia è un fattore di efficienza».
Infine, la risposta a Guido Crosetto di Fdi, che aveva detto che prima dell’autonomia è necessario il presidenzialismo: ««Quando il cittadino viene chiamato a un’elezione diretta, io sono sempre d’accordo. Del resto, lo abbiamo visto bene: le elezioni che funzionano meglio in Italia sono quelle dei governatori e dei sindaci, che da anni e anni garantiscono governi che funzionano nelle Regioni e nelle città. Detto questo, io ribadisco che l’autonomia non è una cosa tra le altre, non può essere affrontata dicendo che ci sono altre priorità: anche perché è un modo di aiutare questo paese ad uscire dalla crisi».
(da agenzie)

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IL SINDACO “CIVICO” DI OTRANTO ARRESTATO PER CORRUZIONE E ASSOCIAZIONE A DELINQUERE CON MOLTI NOTI INDUSTRIALI

Settembre 12th, 2022 Riccardo Fucile

CONCESSIONI E APPALTI PILOTATI A IMPRENDITORI AMICI IN CAMBIO DI DENARO E APPOGGIO ELETTORALE

Il sindaco di Otranto Pierpaolo Cariddi è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta per corruzione. Cariddi, sospeso dall’incarico dall’8 luglio scorso a causa di un divieto di dimora, è finito in carcere insieme a suo fratello Luciano.
Ad altre otto persone, tra cui il presidente di Federalberghi Lecce Raffaele De Santis, è stata applicata la misura degli arresti domiciliari. Gli arrestati rispondono a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata al compimento di plurimi delitti contro la pubblica amministrazione, l’amministrazione della giustizia, di corruzione elettorale, frode in processo penale, depistaggio, turbata libertà degli incanti e truffa ai danni dello Stato e dell’Ue.
Complessivamente gli indagati sono 60. Secondo l’ordinanza del Gip l’inchiesta della magistratura salentina avrebbe fatto emergere «un consolidato sistema associativo di natura corruttiva politico-imprenditoriale, che da tempo avrebbe pervaso una determinata amministrazione comunale, coinvolgendone amministratori e funzionari ‘troppo vicini’ ad alcuni imprenditori con interessi economici in quel centro, coltivati attraverso artefatte aggiudicazioni di appalti e rilasci di concessioni comunali offrendo utilità di diversa natura, fino ad assicurare un bacino di voti per il sostegno elettorale ricevuto da alcuni degli indagati, oltre che vantaggi economico-patrimoniali per i restanti».
(da agenzie)

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LA CONTROFFENSIVA UCRAINA È STATA POSSIBILE GRAZIE A UN ADDESTRAMENTO PORTATO AVANTI DALLE FORZE SPECIALI AMERICANE

Settembre 12th, 2022 Riccardo Fucile

UNA FUNZIONARIA DEL PENTAGONO: “ABBIAMO INSEGNATO LA GUERRA IRREGOLARE, DALLA NOSTRA INTELLIGENCE HANNO IMPARATO A SVIARE IL NEMICO E LE OPERAZIONI PSICOLOGICHE”

Negli sviluppi di queste ore c’è molto di «speciale», un successo che ha origini lontane e aspetti contingenti. Dopo l’occupazione della Crimea nel 2014, Washington e Kiev lanciarono il Resistance Operation Concept, un programma che prevedeva l’azione di Special Forces, di resistenza, di messaggi mediatici. E il training delle unità d’élite è stato modellato tenendo conto di queste componenti.
«Questi ragazzi sono stati addestrati per 8 anni dalle forze speciali», ha detto al New York Times Evelyn Farkas, funzionaria del Pentagono che durante l’amministrazione Obama si occupava di Ucraina e Russia. «Gli è stata insegnata la guerra irregolare, dalla nostra intelligence hanno imparato a sviare il nemico e le operazioni psicologiche».
Dunque l’Ucraina ha confuso il nemico propinandogli dati errati, creando una formazione in grado di sfondare le linee.
Un’azione partita dal basso, dal singolo villaggio, per poi salire fino a convincere i generali di Putin che era opportuno rinforzare il dispositivo a Kherson e alleggerire quello di Kharkiv.
«È stata una grande operazione di disinformazione», ha spiegato al Guardian Taras Berezovets, ex consigliere per la sicurezza nazionale diventato portavoce della brigata Bohun delle forze speciali ucraine.
«I russi pensavano che la controffensiva sarebbe stata al Sud e hanno mosso le attrezzature, nel frattempo i nostri ragazzi a Kharkiv ricevevano le migliori armi occidentali, soprattutto americane. Alla fine l’offensiva si è verificata dove meno se lo aspettavano e questo li ha mandati nel panico e li ha fatti fuggire».
Le mosse
Il susseguirsi di eventi porta a volte a dimenticare un aspetto chiave. La Cia, guidata da William Burns, uno dei diplomatici che meglio conosce la Russia, ha anticipato le mosse del neo-zar. Quelle grandi, ovvero l’invasione, e quelle più dettagliate, ossia l’assalto all’aeroporto di Hostomel conquistato e poi perso dagli aggressori. L’intelligence ha detto ai generali dove, come e quando.
I Paesi alleati hanno insegnato cosa fare con un training che ha richiesto tempo perché c’era da lavorare tanto sulle reclute e mancava molto nell’arsenale. Dopo mesi, segnati anche da sconfitte gravi, i soldati di Zelensky hanno impiegato le componenti in modo integrato/coordinato rivelando una capacità che gli osservatori «rimproveravano» all’Ucraina di non avere. Nulla è mai perfetto.
La stessa intelligence Usa aveva comunicato al Congresso che le speranze di sopravvivenza dei difensori erano minime. La guerra non è finita, ci riserverà chissà quali sorprese. Devono preoccuparsi gli ucraini, chiamati a gestire una profondità territoriale impegnativa, e i russi, obbligati a trasmettere un segno di riscatto.
(da agenzie)

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SERGEI LAVROV ORA PARLA DI NEGOZIATI: “CHI LI RIFIUTA DEVE CAPIRE CHE PIÙ RITARDA QUESTO PROCESSO, PIÙ DIFFICILE SARÀ NEGOZIARE”. CE L’HA FORSE CON PUTIN?

Settembre 12th, 2022 Riccardo Fucile

INIZIALMENTE LAVROV ERA CONTRARIO ALLA GUERRA IN UCRAINA, POI, PIÙ PER PRAGMATISMO CHE PER CONVINZIONE, SI ERA CONVERTITO,,, LE SANZIONI STANNO FACENDO MALISSIMO ALL’ORSO RUSSO, CHE STA BRANCOLANDO VERSO IL BARATRO

Quando McDonald’s ha abbandonato la Russia, in giugno, il logo dei nuovi fast food autarchici – due bastoncini e un cerchio, a stilizzare patatine&hamburger – doveva far capire che nulla cambiava. Ma siccome le sanzioni colpiscono duro, e le patate non arrivano più, anche le chips son diventante un bene di lusso: come i salumi e il cotone, i guanti chirurgici e la carta igienica. E lo sport? «Ci faremo le Olimpiadi in casa», disse sprezzante un portavoce del Cremlino, quando il Cio escluse Mosca.
Ma ora lo scontento degli atleti è forte: «Dobbiamo pensare a qualcosa – ammette preoccupato lo stesso portavoce -, i nostri sportivi stanno avendo grossi problemi».
Perfino i fuochi d’artificio: sabato, Mosca s’ è illuminata di botti per il Giorno della Città e Vladimir Putin ha inaugurato una ruota panoramica. Ma un analista politico suo amico, Sergey Markov, gliel’ha detto chiaro: «Le autorità non dovrebbero festeggiare, mentre il popolo è in lutto».
E il leader di Giusta Russia, Sergey Mironov, altro fedelissimo, ha ammesso che «i fuochi vanno rinviati al giorno della vittoria sui nazisti: un giorno che è ancora lontano».
Operazione Fallimentare Speciale. La sorprendente ritirata da Kharkiv non è ancora una vittoria ucraina – un quinto del Paese resta in mano a Putin -, ma Kiev sta dimostrando di saper vincere anche in campo aperto, non solo con manovre d’astuzia.
Ed era dalla Seconda guerra mondiale che non si vedeva una disfatta così rapida d’interi reparti russi. «Ci sono stati errori – riconosce Ramzan Kadyrov, il capo ceceno – e se non si cambia strategia, andrò io a spiegarlo ai vertici di Mosca: è una situazione infernale».
Un inferno che smuove anche il tetragono ministro degli Esteri, Sergey Lavrov: «Noi non rifiutiamo i negoziati – dice -, ma chi rifiuta deve capire che più ritarda questo processo, più difficile sarà negoziare». Pure il presidente francese Emmanuel Macron getta l’amo, proponendo in una telefonata a Putin di «ritirare le armi pesanti dalla centrale di Zaporizhzhia».
Lo Zar tace. Duecento giorni di guerra han fatto 5.718 morti, per non dire degli 8.199 feriti e dei 7 milioni di profughi, ma nulla si sa delle perdite militari, soprattutto di quelle russe. Al suo ventesimo conflitto in trent’ anni, il Cremlino s’ accorge forse d’avere scambiato l’Ucraina per la Siria o la Cecenia: «Pagherà un prezzo molto alto per questo fallimento – prevede Bill Burns, direttore della Cia – non solo è stata smascherata la debolezza dell’esercito: ci saranno danni economici per generazioni».
«Putin ha sbagliato i calcoli», dice il cancelliere tedesco Olaf Scholz: se l’Ue via via rinuncerà al gas russo entro il 2027, riconosce uno studio del ministero dell’Economia russo, non basteranno le pipeline verso Cina e India a rimpiazzare le vendite. E gl’introiti potrebbero ridursi di due terzi, in un Paese che si regge solo su gas e petrolio.
«Le sanzioni funzionano», dà per certo una ricerca del governo austriaco: in estate, le esportazioni di grano sono calate del 22%; si trovano sempre meno banche o assicurazioni disposte a operare con Mosca, anche per ragioni d’immagine e di reputazione; gli armatori (che fan viaggiare le merci) han paura a inviare navi nei porti russi; l’aeronautica, la siderurgia, i servizi cominciano a soffrire l’impossibilità di fare manutenzione o d’aggiornarsi Non si vedono crepe politiche, ma economiche sì.
E chi può, se ne va: in Turchia e ai Caraibi, sono approdati yacht degli oligarchi per oltre un miliardo di dollari, mentre la classe media tenta di salvare soldi in banche moldave o cambogiane che aggirino l’embargo.
È l’isolamento, a dare l’idea della solitudine di Putin: domani perfino l’aereo del Papa, in volo per il Kazakistan, eviterà d’attraversare lo spazio aereo russo. E di mandare, come richiede il protocollo, un telegramma di saluto allo Zar.
(da agenzie)

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LA LITE TRA GLI ESPERTI DELLA TV RUSSA: “CI HANNO RACCONTATO BALLE, L’OPERAZIONE SPECIALE STA FALLENDO E SIAMO NELLA MERDA”

Settembre 12th, 2022 Riccardo Fucile

IL DIBATTITO SU NTV: “IMPOSSIBILE VINCERE CON I MERCENARI”… ANDATECI VOI SEDICENTI PATRIOTI AL FRONTE, ALLORA, INVECE CHE MANDARE I TAGLIAGOLE CECENI E I RAGAZZINI DELLE PROVINCE POVERE

Il Russian Media Monitor della giornalista del Daily Beast Julia Davis pubblica uno spezzone di un dibattito andato in onda sulla tv russa Ntv dopo le vittorie sul campo dell’Ucraina.
Boris Nadezhdin, ex deputato della Duma, esordisce dicendo che Putin aveva promesso che l’Operazione Speciale in Ucraina non avrebbe fatto vittime civili, sarebbe stata rapida e che la Guardia Nazionale avrebbe risolto tutto in poco tempo.
E questo perché, secondo l’esperto, al presidente era stato detto che gli ucraini si sarebbero arresi e che volevano diventare russi.
«È stato detto anche alla tv», aggiunge sarcastico. Poi spiega che è giusto dire che è impossibile vincere in Ucraina con metodi da guerra coloniale, usando i mercenari e senza mobilitazione. Perché dall’altra parte c’è un esercito ben equipaggiato e molto ampio. E quando il conduttore gli chiede se sta suggerendo una mobilitazione generale, Nadezhdin risponde che suggerisce di aprire i colloqui di pace per finire la guerra. Sergey Mironov, deputato della Duma, risponde che l’armata del “nazista” Zelensky deve essere distrutta.
E aggiunge che anche Putin ha sottolineato di non aver ancora cominciato la guerra in Ucraina. Interviene a quel punto l’esperto di geopolitica Viktor Olevich sostenendo che se la Nato si è schierata in Ucraina, i servizi segreti russi avrebbero dovuto prevederlo.
L’altro deputato Alexander Kazarov a quel punto minaccia sottilmente Nadezhdin, invitandolo a moderare il linguaggio. E a non parlare di “guerra coloniale” perché c’è il rischio di un conflitto globale.
Nadezhdin replica che se scoppiasse davvero una guerra globale la Russia si troverebbe in difficoltà. Il conduttore Ivan Trushkin dà la parola ad Alexei Timofeev, che spiega come «secondo un esperto» (che non nomina) ad Odessa i russi si aspettavano di trovare un popolo pronto ad abbracciarli ma non è stato così.
Mironov interviene di nuovo per dire che è necessario battere l’Ucraina e far cadere il regime nazista e Nadezhdin gli chiede «In quanto tempo?». La risposta: «Per tutto il tempo necessario». La controreplica: «Grazie per averlo ammesso».
(da agenzie)

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CONTRORDINE PADAGNI: I PATRIOTI UCRAINI AVANZANO E SALVINI HA CAMBIATO IDEA

Settembre 12th, 2022 Riccardo Fucile

FINO A IERI LE SANZIONI ERANO “INUTILI”., OGGI “ABBIAMO SEMPRE VOTATO PER LE SANZIONI, L’UCRAINA VA DIFESA”.. TRANQUILLO, I VERI PATRIOTI SI DIFENDONO DA SOLI, NON HANNO BISOGNO DELL’IPOCRISIA DEI SERVI DI MOSCA

Quando dall’Ucraina arrivavano notizie del prosieguo dell’offensiva russa su molti territori, un Matteo Salvini sugli scudi creò un enorme imbarazzo all’interno della coalizione di centrodestra giudicando inutili le sanzioni contro la Russia di Vladimir Putin.
Ora qualcosa è cambiato. Da Kiev arrivano continui aggiornamenti sulla controffensiva ucraina con la riconquista di alcuni territori, come le città di Izyum e Kupiansk dove l’esercito inviato dal Cremlino è stato costretto al ritiro. E ora, il leader della Lega cambia la versione sulle sanzioni nei confronti di Mosca.
Nel corso della sua intervista al Tg3, il leader della Lega non ha sicuramente “santificato” le modalità con cui l’Unione Europea ha emesso numerosi pacchetti di sanzioni nei confronti della Russia di Putin a causa dell’invasione e della guerra contro l’Ucraina. Ma, a differenza di quanto fatto in passato, la narrazione del segretario del Carroccio è cambiata. Sia nei toni che nei modi (ma anche per quel che riguarda il cuore della questione).
“La Lega ha sempre votato qualsiasi intervento in difesa del popolo ucraino. Sanzioni comprese. E se serviranno continueremo a sostenerle. L’importante è che se le sanzioni vanno avanti per mesi e non mettono in ginocchio Putin, ma fanno chiudere i negozi, i bar, i ristoranti, le stalle e le fabbriche in Italia, l’Europa che impone le sanzioni protegga i risparmiatori, gli operai e i lavoratori italiani. La pace vale tutto, l’Ucraina va difesa. Però non possono rimetterci solo gli italiani”.
Le sanzioni alla Russia, dunque, non sembrano più essere “inutili”. E questa posizione, espressa nel corso delle precedenti settimane, aveva provocato un visibile malcontento all’interno della coalizione di centrodestra. Perché, per esempio, Fratelli d’Italia non ha mai messo in dubbio la validità di questo atteggiamento da parte dell’Unione Europea. Cosa che, invece, Salvini e gli esponenti del suo partito hanno fatto a ripetizione. Fino a oggi.
(da agenzie)

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