Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
LA VICEPRESIDENTE E ASSESSORA AL WELFARE ATTENDE UNA RISPOSTA DALLO SCHIERAMENTO DEL CENTRODESTRA, TANTO PIÙ CHE ORA COMANDA GIORGIA MELONI (CHE VUOLE LA SUA CANDIDATURA)… SE SALVINI S’IMPUNTA SULLA RICANDIDATURA DI ATTILIO FONTANA, LA MORATTI POTREBBE SCENDERE IN CAMPO APPOGGIATA DAL TERZO POLO
Con il centrodestra o no, Letizia Moratti si candiderà alle Regionali del 2023. Lo farà con la sua lista civica ormai definita nei minimi dettagli a cui «si legherà una coalizione», filtra da fonti a lei vicine.
La vicepresidente e assessora al Welfare attende, come risaputo, una risposta dallo schieramento del centrodestra, tanto più ora che i rapporti di forza si sono ribaltati anche in Lombardia, con Fratelli d’Italia passati in quattro anni dal 3,6% al 27,6 e la Lega crollata dal 29,6 al 13,9.
Un nuovo equilibrio che il partito di Giorgia Meloni ha tutta la volontà (e lo ha detto a meno di 24 ore dal voto) di far pesare nella scelta del candidato che tra sei mesi dovrà rinsaldare la Regione nelle mani della coalizione. Risultato: la riconferma di Attilio Fontana è tutto tranne che scontata.
Se questa risposta non dovesse arrivare, o venisse confermato il presidente uscente, lo sguardo della vicepresidente potrebbe cadere su un altro schieramento. All’uno o all’altro, dicono i bene informati, offrirebbe il «valore aggiunto» di una lista civica «che si sta ultimando in alcune piccole cose ma che ormai di fatto è pronta».
Una rete nata «dalle richieste giunte dai territori» e tessuta grazie a contatti «a tutti i livelli e in tutti i settori: mondo industriale, artigianale, agricolo, terzo settore, mondo della cultura». Moratti si sta quindi preparando a una scelta «alternativa», nel caso di risposta negativa degli alleati. Certo il suo non essersi più definita di centrodestra nelle ultime interviste rilasciate può far pensare che questa opzione sia meno lontana di quanto non sembri.
La sponda alternativa è il Terzo Polo? Possibile («vogliamo costruire una proposta competitiva, efficace e migliorativa per la Lombardia», conferma il segretario regionale di Azione Niccolò Carretta), ma è difficile pensare a una corsa in solitaria, con Moratti candidata, dell’asse Renzi-Calenda in Regione che garantisca il successo.
Allo stesso tempo è escluso, per Azione-Italia Viva, un campo largo col Pd se questo includesse anche i 5Stelle, che invece i dem sono tornati a invocare, «con primarie e una coalizione più ampia possibile», ha detto ieri l’europarlamentare dem Pierfrancesco Majorino.
E Fontana? Presentissimo nell’appello dei futuri candidati alle Regionali. Ieri ha fatto nuovamente intendere di aver avuto, in maniera ufficiosa, il via libera da tutti i partiti dello schieramento: «Credo di poter dire, come mi è stato detto singolarmente dai rappresentanti dei quattro partiti della coalizione, che sarò candidato. Non credo che sia cambiato niente».
Eppure qualcosa è cambiato e i 14 punti in più di FdI sulla Lega si sentono tutti nei corridoi del Pirellone, dove, si apprende da fonti nella maggioranza, «il clima è cambiato e c’è voglia di rimettere in discussione tutto». Anche dentro la Lega che blinda Fontana: sottobanco alcuni consiglieri del Carroccio stanno raccogliendo firme per chiedere di indire il congresso il prima possibile e non nel 2023, e sostituire il coordinatore regionale Fabrizio Cecchetti.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
PUTIN SEMPRE PIU’ ISOLATO
A intervenire sulla questione dei referendum di annessione alla
Russia terminati il 27 settembre nelle regioni del Donbass e di Cherson è stata anche la Cina. Durante il Consiglio di Sicurezza sull’Ucraina, l’ambasciatore di Pechino all’Onu, Zhang Jun, ha ribadito la posizione della Cina sulle operazioni di Mosca nei territori invasi: «Sovranità e integrità territoriale di ogni Paese devono essere rispettate, così come i principi della Carta Onu».
Jun ha continuato sottolineando «il ruolo costruttivo della Cina» che «è sempre stata dalla parte della pace». Dialogo e conciliazione sono le due parole chiave utilizzate dal rappresentante che ha anche avvertito come «il confronto tra blocchi e le sanzioni porteranno solo ad una strada senza uscita».
Il discorso di Pechino si mostra coerente con la posizione che il governo cinese finora ha assunto nei confronti di Mosca, prendendo ancora una volta le distanze dalla Russia pur non arrivando a condannare apertamente il conflitto.
Lo scorso 24 settembre intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva chiarito l’opinione di Pechino nel conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina, «la Cina sostiene ogni sforzo che porti a una soluzione pacifica della crisi», sottolineando che «la soluzione fondamentale è affrontare i legittimi problemi di sicurezza di ogni fazione coinvolta». Il riferimento di Wang Yi era stato anche al principio «principio di non interferenza»: «Chiediamo alle parti in guerra in Ucraina di evitare che il conflitto si allarghi».
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
LA TITOLARE DEL PUB “LA BUA DELL’ORATE” SPIEGA LE SUE RAGIONI: “SIATE COERENTI, ANDATE ALTROVE. NON VENITE IN UN LOCALE APERTO AGLI OMOSESSUALI CHE LA VOSTRA LEADER DISCRIMINA”
Un locale di Livorno esclude dai clienti chi ha votato Giorgia Meloni. Con un comunicato pubblicato su Facebook “La Bua dell’Orate”, pub che si trova a Scali Novi Lena, che non nomina direttamente la leader di Fratelli d’Italia.
Ma il suo obiettivo è chiaro: «La Bua dell’Orate comunica: noi i soldi di chi l’ha votata NON si vogliono. Siete gentilmente pregati di essere coerenti con il vostro voto e di non frequentare più il nostro baretto di Invertite/Deviate. Con amore, La Bua».
E c’è anche il post scriptum: «L’unica cosa che è deviata/invertita è il vostro cuore/cervello. VERGOGNA».
Romina Matarazzo, proprietaria del locale, ha spiegato a Il Tirreno il motivo del post: «Non sono una persona che vive di politica o che può ritenersi un’esperta dell’argomento. Ma quando ho visto i risultati domenica sera non ci volevo credere».
E ancora: «Sapevo che la destra era molto favorita, ma fino all’ultimo speravo in un risultato diverso. Si tratta dell’Abc, dei diritti che ogni persona si merita di avere: con questo voto siamo tornati indietro dopo tanti anni di lotte e diritti conquistati».
La titolare aggiunge che «il nostro è un pub aperto a tutti, però non ospita chi invece vota Meloni, per me sono liberi di farlo. Infatti questa è solo una richiesta di coerenza, di non recarsi in un locale gestito da persone che la loro leader discrimina».
Matarazzo risponde alle accuse di discriminazione: «Io non ho proibito niente a nessuno, ho solo chiesto di essere coerenti con le proprie idee. Perché uno che ha votato Meloni, che discrimina gli omosessuali, dovrebbe esser ben accetto nel nostro locale? Poi di bar in città ce ne sono a centinaia, quindi ci sono alternative a volontà, mentre di leggi a salvaguardia della comunità omosessuale non ce ne sono e persone come me e la mia compagna non ci sentiamo tutelate».
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
“MOSCA APRIRA’ UN HUB DI RECLUTAMENTO PER INTERCETTARE CHI SCAPPA”… KIEV TENTA L’AVANZATA AD EST
La Russia sta per aprire un centro di reclutamento al confine con la
Georgia, dove si stanno formando lunghe code di persone russe che cercano di fuggire, per intercettare uomini da arruolare nell’esercito.
A darne notizia è la Bbc, che cita le autorità locali e diffonde le immagini satellitari che mostrano le chilometriche code di auto alla frontiera caucasica.
«Gli agenti al valico di frontiera di Verkhniy Lars saranno incaricati di convocare cittadini in età di arruolamento», dicono gli ufficiali al valico di Verkhniy Lars.
Nel frattempo chi è in coda è esausto, stanco e affamato, secondo i racconti dei corrispondenti sul luogo. Una situazione problematica, confermata anche dal ministero dell’interno della repubblica russa dell’Ossezia del Nord – dove appunto si trova il valico in questione – che l’ha definita «estremamente tesa».
Da cosa scappano i russi
Il tutto è nato dopo l’annuncio del presidente russo Vladimir Putin in cui, il 21 settembre, ha riferito di una «mobilitazione parziale» in arrivo. Successivamente il ministro della Difesa Sergei Shoigu che ha dichiarato che almeno 300 mila riservisti – i militari in congedo richiamabili in caso di guerra – sarebbero stati chiamati.
Una scelta che è stata indicata dall’Occidente e dall’Ucraina come segnale di difficoltà delle truppe russe nel territorio di Kiev.
Nel frattempo, la cittadinanza russa sta opponendo resistenza: nelle settimane scorse in tantissimi sono scesi in piazza. E molti sono stati arrestati o portati via di forza dalle autorità. Altri, presi dal terrore di essere arruolati, tentano la fuga nei territori confinanti.
Mosca nega di aver chiesto l’estradizione dei russi in fuga
Intanto, da Mosca arriva la smentita alle notizie secondo cui i funzionari russi avrebbero chiesto ai governi di Georgia, Kazakistan e altri Stati di estradare in Russia i cittadini che stanno che sono scappati da un potenziale arruolamento nella mobilitazione annunciata da Putin. Chiarimenti alla stampa arrivano anche dal Kazakistan, dove il ministro dell’Interno Marat Akhmetzhanov ci ha tenuto a sottolineare che verrà tutelata la sicurezza dei russi in fuga e che saranno estradati dal suo paese «solo coloro che sono responsabili di reati riconosciuti come tali e che rientrano nella lista di ricercati dalle autorità internazionali».
Però, come evidenziato dal Guardian, il ministro non ha negato esplicitamente la richiesta di Mosca relativa all’estradizione di chi fugge.
Kiev tenta di avanzare a est, difesa russa più decisa
Su quale sia lo stato della guerra in Ucraina arrivano indicazioni dal ministero della Difesa britannico che – nel suo briefing quotidiano dell’intelligence – ha spiegato come le truppe di Kiev stiano «tentando di avanzare su almeno due assi a est» mentre «la Russia sta montando una difesa più sostanziale rispetto al passato». L’esercito di Zelensky, infatti, negli ultimi giorni ha intensificato le operazioni offensive nel nord est del Paese. I due assi in questione si trovano sulla linea dei fiumi Oskil e Siverskyi Donets, dove l’esercito si è consolidato a inizio mese. Intanto,« continuano – riferiscono dalla Gran Bretagna – i pesanti combattimenti anche nella regione di Cherson, dove la forza russa sulla riva destra del Dnipro rimane vulnerabile».
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
“LA CINA NON GLI PERMETTERA’ DI USARE ARMI ATOMICHE”
Alexandra Prokopenko era nel consiglio di amministrazione della Banca Centrale russa prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Si è licenziata e si è trasferita negli Usa, dove lavora per il Carnegie Endowment for International Peace.
E oggi in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera dice la sua su Vladimir Putin.
Partendo dal presunto sabotaggio al gasdotto Nord Stream 1: «Ufficialmente da Mosca si negano tutte le accuse e si ripete che la Russia non ha bisogno di niente del genere. Ma ho notato che in alcuni canali di Telegram favorevoli al Cremlino stanno propagando messaggi coincidenti. Dicono che l’esplosione sarebbe dovuta a un sabotaggio da parte degli americani per spingere l’Europa a rafforzare le sanzioni».
La spesa militare in Russia
Per Prokopenko «nel lungo periodo l’impatto sul bilancio russo sarà massiccio e anche per l’Europa le forniture ormai limitate che Gazprom assicurava attraverso quel gasdotto non sono trascurabili. Ora ci vorrà un anno e forse più per riparare la conduttura, dunque nel migliore dei casi potrà ripartire l’inverno prossimo. E nel medio periodo un incidente del genere danneggia più la Russia dell’Europa, che sta cercando con successo di ridurre la sua dipendenza da Mosca».
L’esperta spiega nel colloquio con Federico Fubini che nell’ultima legge di bilancio russa la spesa militare è salita del 40%: «Putin ha abbastanza fondi per l’anno prossimo, ma credo che non stia assolutamente facendo programmi sul 2024 o sul 2025. È concentrato sul breve termine, con limiti evidenti. Gli mancano le tecnologie, che non riesce a importare. Anche se Putin mette tanti soldi nella difesa, non può mandare i soldati in guerra con i soldi: deve trasformarli in armi, ma ha possibilità limitate di comprare ciò che cerca».
L’economia russa, per ora, «non collassa, ma fatica e ciò significa che la crisi sarà più lunga e più profonda. Non voglio fare previsioni sul punto di rottura, di certo di anno in anno l’economia peggiorerà e diventerà più primitiva sia nell’industria che nell’agricoltura. Però non dimentichiamo che Putin non ha scatenato questa guerra per ragioni economiche: per lui quelle vengono dopo».
Riguardo la minaccia di un attacco nucleare, secondo Prokopenko «se Putin usasse la bomba atomica, la Cina e l’India interromperebbero qualunque rapporto con lui perché di fatto avrebbe fatto saltare la loro capacità di deterrenza. Sarebbe un colpo mortale per Putin. E lui lo sa».
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
VERSI SOLO IL 20% E L’80% LO PAGANO I COGLIONI CHE RISPETTANO LE LEGGI: E’ LA DESTRA DELLA LEGALITA’, NO?… PETTO IN FUORI E MANI NELLE TASCHE DEGLI ONESTI
Il primo atto di Giorgia Meloni premier sarà un decreto da oltre 20
miliardi. Per pagare le bollette di elettricità e gas di famiglie ed imprese. Ma mentre è mistero su dove si reperiranno i fondi, si prepara anche una maxi-sanatoria delle cartelle esattoriali.
Un “saldo e stralcio” per quelle fino a 3 mila o 3.500 euro. Con il versamento del 20% del debito e la cancellazione del restante 80%. Oppure con pagamento dell’intera imposta maggiorata del 5% in sostituzione di sanzioni e interessi. Intanto si prepara un nuovo lavoro per il governo Draghi.
Che dovrà tamponare l’aumento dell’elettricità annunciato da Arera. Per il quale si pensa di attingere alle risorse extra tributarie di settembre. Ma quei 4 miliardi andranno allora defalcati dal decreto bollette di Meloni.
Un atto da 20 miliardi per elettricità e gas
Il problema è che nessuno degli interventi del decreto bollette sembra rinviabile: dall’azzeramento degli oneri di sistema delle bollette, che costa circa 3 miliardi, all’Iva ridotta al 5% sul gas (500 milioni), dal credito di imposta rafforzato per le aziende (circa 4,7 miliardi al mese), al bonus sociale rafforzato, fino allo sconto sulla benzina.
L’intenzione di Fdi è di provare a finanziare il decreto bollette da 20 miliardi con i soldi dell’Europa. «Si può attingere ai fondi strutturali 2014-2020 non spesi dall’Italia. Ovvero la metà dei 45 miliardi stanziati», ha detto Maurizio Leo, responsabile economico di Fratelli d’Italia.
Ma Repubblica avverte oggi che la ricostruzione non è accurata. I fondi Ue (Fse e Fesr) non impiegati sono 3,5 miliardi secondo i dati di aprile della Ragioneria Generale dello Stato. E riprogrammare questi fondi non è cosa facile, visto che si possono spendere fino al 2023. Un’interlocuzione con l’Ue, poi, porterebbe via mesi di trattative prima del disco verde. Queste risorse poi hanno vincoli territoriali e d’impiego. Servono a lavoro, sociale, formazione, infrastrutture, efficienza energetica.
Il quotidiano spiega che ci sono comunque anche 12,3 miliardi del programma complementare. Ovvero fondi nazionali abbinati a fondi europei. Qui non occorrerebbe l’ok di Bruxelles. Ma quello delle Regioni del Sud a cui sono vincolati questi soldi sì.
Nella scorsa legislatura il ministro Provenzano dovette litigare con il governatore della Campania De Luca per riuscirci. Dalle parti di Fdi intanto si esclude il ricorso allo scostamento di bilancio. Che era invece stato richiesto dalla Lega. «Con un Pil più basso e un debito già al 150% arriverebbero i fondi speculativi a metterci in difficoltà», è il ragionamento di Leo.
L’una tantum per lo stralcio delle cartelle
Ma nell’intervista che rilascia oggi al Corriere della Sera è proprio Leo ad annunciare lo stralcio delle cartelle in arrivo. «Si può mettere subito mano a una tregua fiscale per le cartelle da 1.000 fino a 3.500 euro. Il gettito sarebbe immediato. Con entrate una tantum possiamo finanziare spese una tantum. Come quella delle bollette», è il ragionamento.
E cosa c’è di meglio di un condono per cominciare? Il progetto prevede un’operazione di “saldo e stralcio”.
Fino a 3 mila o 3.500 euro . Con il versamento del 20% e il taglio del restante 80%. Oppure, per gli importi superiori, il pagamento dell’intera imposta maggiorata del 5%. Ma senza sanzioni o interessi. Con rateizzazione automatica in dieci anni. Per chi invece ha debiti ma non ancora è arrivato alle cartelle ci sarebbe un’interlocuzione con la Pubblica Amministrazione. Che porti a una rateizzazione automatica in 5 anni con sanzione del 5%. Per le cartelle con importi inferiori a mille euro ci sarebbe direttamente la cancellazione.
Tra la fine del 2022 e i primi mesi del prossimo anno dovrebbero arrivare 13 milioni di cartelle secondo Federcontribuenti. Altri tre milioni li sta elaborando l’Agenzia delle Entrate in queste settimane.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
MARETTA IN FRATELLI D’ITALIA, C’E’ L’IPOTESI VICEPREMIER… ORA I COGNATI D’ITALIA SONO DIVENTATI ULTRA-ATLANTISTI NEL GIOCO DELLE PARTI
Il governo di Giorgia Meloni non è ancora nato ma ha già un problema. E quel problema si chiama Matteo Salvini.
Il leader della Lega ha ricevuto ieri l’ok del Consiglio federale a un suo ruolo nel prossimo esecutivo di centrodestra. Ma all’interno di Fratelli d’Italia c’è maretta. La presenza del Capitano, è la tesi dei falchi, è troppo ingombrante. A causa dei suoi rapporti con Vladimir Putin. «Deve restare fuori», è il messaggio mandato alla nuova premier in pectore.
Il tutto accade mentre lei risponde alle congratulazioni di Zelensky con un significativo «puoi contare su di noi». E mentre nel totoministri che impazza si fa strada un’ipotesi già percorsa all’interno della scorsa legislatura. Quella dei due vicepremier. Uno di Forza Italia (ovvero Antonio Tajani). E uno della Lega. Potrebbe essere questo il posto del Capitano?
«Deve restare fuori»
È La Stampa che oggi registra i maldipancia di Fdi sul nome di Salvini. Secondo il retroscena i falchi atlantisti del partito di Giorgia si sono legati al dito la presenza del Capitano nel governo.
«Come ci si può presentare a Washington con un ministro di peso che voleva farsi comprare i voli per Mosca dall’ambasciata russa?», è il refrain che si sente dire.
Per questo Salvini «deve restare fuori» dall’esecutivo. Lui però per ora non ci sente. Vuole tornare al ministero dell’Interno. E candida Giulia Bongiorno alla Giustizia.
E allora ecco l’ipotesi, ventilata anche dal Corriere della Sera, dei due vicepremier. Come all’epoca del Conte I, anche se la carica non ha portato tanta fortuna né a Salvini nell’altro (Di Maio, oggi fuori dal Parlamento).
Dall’altra parte della barricata c’è da registrare l’addio a Giancarlo Giorgetti. Secondo le indiscrezioni dei quotidiani il suo nome compariva nella lista di possibili ministri di Fdi, ma non in quella della Lega. Il ministro amico di Draghi pare destinato ad essere il primo a pagare per la sconfitta elettorale. D’altro canto è lui ad aver spinto più di tutti Salvini a entrare nel governo.
Nel prossimo intanto si prefigurano almeno due ministri tecnici. Uno potrebbe essere Fabio Panetta se accettasse di rinunciare a Bankitalia. Per lui pronto il ministero dell’Economia. In alternativa c’è Domenico Siniscalco. L’altro potrebbe essere l’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato. Che potrebbe arrivare allo Sviluppo Economico.
Il totonomi
Il totonomi non si ferma qui. Elisabetta Belloni e l’ambasciatore Stefano Pontecorvo sono in pole per il ministero degli Esteri. Per il lavoro c’è Luca Ricolfi. All’interno, al posto di Salvini, c’è il prefetto di Roma Matteo Piantedosi e Giuseppe Pecoraro, eletto con Fdi.
Per la Farnesina però continua ad avere quotazioni alte anche l’ex ministro Giulio Terzi di Sant’Agata. Anche lui eletto nelle file di Fdi. Dall’Europarlamento potrebbe traslocare Raffaele Fitto. Per lui, in quota Fdi, ci sarebbe il dicastero degli Affari Europei.
La casella della Difesa invece potrebbe andare al numero due azzurro nel caso Tajani non andasse in porto l’operazione ministero degli Esteri. Uno schema che cambierebbe totalmente nel caso il coordinatore azzurro venisse indicato come presidente della Camera. In quota Fi ci sarebbero sempre Anna Maria Bernini, l’ex presidente del Senato Elisabetta Casellati e Licia Ronzulli. Che potrebbe andare al ministero dell’Istruzione. Mentre l’ex Fi Lucio Malan ora nelle file di Fdi sarebbe in pole per i Rapporti con il Parlamento.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
RITORNO A SCUOLA, IN AZIENDA O UN MESTIERE DA INVENTARSI
Il senatore ex 5 Stelle Gianluigi Paragone, fondatore di Italexit,
promette che non sparirà dalla circolazione, anzi. “La mia forza non me l’aveva data il parlamento ma il girare per l’Italia. Farò un po’ di ordine nel partito, lo strutturerò e vado avanti”. E il giornalismo? “Ma io ho sempre continuato a fare il giornalista, ho fondato il sito ilparagone.it, scriverò e continuerò la mia attività. E poi immagino che sarò chiamato ancora in televisione, dove andavo non tanto perché sono senatore ma perché avevo un mio punto di vista sulle cose”. Non è il primo né l’ultimo: carriere politiche interrotte, almeno nel palazzo, dalle scelte degli elettori. C’è chi tornerà alle proprie vecchie occupazioni, c’è chi dovrà inventarsene una.
Il caso più clamoroso è quello di Luigi Di Maio. Dopo due legislature, la seconda da vicepremier e tre volte ministro, c’è da reinventarsi. Prima va metabolizzato lo choc per questo epilogo, dopodiché l’ex capo politico non starà con le mani in mano. Un’ipotesi accreditata, ma ancora prematura, è quella del mondo della consulenza.
Da lì proviene Manlio Di Stefano, anche lui agli Esteri ma da sottosegretario, lavorava in Accenture prima di sbarcare in Parlamento nel 2013.
Il flop di Impegno civico se l’è portato via assieme ad altri nomi di peso, come gli ex ministri Vincenzo Spadafora e Lucia Azzolina, quest’ultima destinata al ruolo di dirigente scolastico nella sua Siracusa dopo aver vinto il concorso cinque anni fa.
“Fosse rimasta nel M5S oggi sarebbe stata eletta”, raccontano i suoi ex compagni di partito. Era al suo primo mandato, aveva una certa visibilità. È andata così.
Ritorno al futuro da ingegnere per Davide Crippa, capogruppo alla Camera del M5S prima di mollare Giuseppe Conte dopo la caduta del governo Draghi, respinto con perdite nel duello nel collegio campano di Giugliano con la ex collega capogruppo (ma al Senato) Mariolina Castellone.
Salvo miracoli da ricalcolo resta fuori dopo una vita anche Umberto Bossi, fondatore della Lega. Lo stato di salute del Senatur non è dei migliori ormai da tempo, l’esclusione ha un peso più che altro simbolico. Niente elezione neanche per Armando Siri, l’ispiratore della flat tax. “La legge elettorale e la ripartizione dei seggi non hanno premiato lo sforzo”, spiega. Idem per Giulio Centemero, tesoriere del partito e creatore del Carroccio bis, il sistema dei vasi comunicanti contabili tra la vecchia “Nord” e il nuovo “Salvini premier”. Matteo Salvini comunque non li lascerà a spasso, probabilmente li si vedrà nella prossima squadra di governo come sottosegretari. Altro cannato, Simone Pillon, alfiere delle battaglie contro il cosiddetto gender. Fuori a sorpresa la sottosegretaria con delega allo Sport, Valentina Vezzali. La “signora del fioretto” era candidata nel proporzionale nelle Marche ed in Trentino con Forza Italia. Ma resta da giocarsi la wild card del governo.
Addio o meglio arrivederci al palazzo anche per la ex ministra Teresa Bellanova e Luciano Nobili, pasdaran di Italia viva. “So bene, me lo insegna la mia storia, che lo spazio per la buona politica è dovunque, basta solo avere voglia ed esigenza di praticarlo”, ha twittato lei.
L’ultimo impiego prima dell’elezione in Parlamento nel 2006 fu quello di sindacalista della Filtea-Cgil, in teoria quindi potrebbe rientrare lì. “La politica non è collocazione personale, è ambizione, coraggio, bene comune, passione, sudore, fatica, amore, incontro con gli altri”, è invece il commiato social del secondo.
Che difficilmente ce l’avrebbe fatta con la sola candidatura nel Lazio era noto a lui per primo, in realtà l’obiettivo adesso si chiama regionali del Lazio, cioè giocarsi la partita delle preferenze per entrare alla Pisana.
In casa Pd è andata male a Emanuele Fiano, Andrea Romano, Stefano Ceccanti, Andrea Marcucci, per citare i più noti.
Ragiona Romano, che per un soffio ha perduto nel collegio livornese della Camera: “Ci sta non essere rieletto nel contesto di una sconfitta epocale per il partito, non ci sono più zone di sicurezza, fa impressione ma c’è un dato di “laicità” in questo. Ora servirà del tempo per una rifondazione radicale del Pd”. Professore universitario di Storia contemporanea, tornerà all’insegnamento.
Mentre Marcucci, famiglia di imprenditori toscani e lui stesso impegnato negli affari, potrà consolarsi con un ampio portafoglio di attività diverse: meno riflettori puntati addosso forse, ma preoccupazioni per il futuro zero.
(da La Repubblica)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
FISSATO IL TETTO MASSIMO DI CINQUE SENATORI A VITA, BOSSI PUO’ SEDERSI SOLO SULLA RIVA DEL FIUME
Umberto Bossi non potrà essere nominato senatore a vita. La proposta era arrivata da Matteo Salvini poche ore fa, dopo che i risultati definitivi delle elezioni politiche hanno escluso dopo 35 anni dal Parlamento il fondatore della Lega.
All’indomani delle elezioni del 25 settembre il leader del Carroccio si era allora rivolto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la nomina del senatur ma a ostacolare l’eventuale decisione è la riforma delle Camere del 2019, nata da un ddl della Lega a prima firma Calderoli. La modifica ha tagliato il numero dei parlamentari: da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori.
Ma non solo. Ha anche introdotto un ulteriore comma che chiarisce uno dei punti più discussi della Costituzione all’articolo 59, e cioè quello che riguarda la possibilità del presidente della Repubblica di nominare senatori vita.
«Il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque», recita il testo riformato. Eliminando così una delle precedenti interpretazioni della Carta che invece considerava ogni Capo dello Stato abilitato a nominare cinque senatori durante i suoi anni di carica. La riforma delle Camere quindi taglia definitivamente la strada a Umberto Bossi: i senatori a vita che attualmente ricoprono il ruolo sono già cinque (Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano, Carlo Rubbia e Liliana Segre, nominata tra le altre cose solo dopo il decesso di Claudio Abbado).
(da agenzie)
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