Settembre 24th, 2022 Riccardo Fucile
“SONO UNA DONNA, AMO UN’ALTRA DONNA, NON SONO UNA MADRE, MA NON PER QUESTO SONO MENO DONNA”
“Con noi c’è un futuro migliore per le persone e per l’ambiente. La
destra non parla mai di redistribuzione, mai di precariato, mai di clima. La destra si riempie la bocca di sicurezza ma non parla mai di sicurezza sul lavoro. Lo sappiamo cosa c’è di la, c’è Orban che dice che non bisogna mescolarci e invece noi vogliamo mescolarci. C’è una bella differenza tra leadership femminili e femministe. Amo una donna, non sono una madre ma non per questo sono meno donna”.
Elly Schlein reinterpreta mettendo in evidenza quali sono gli errori nel famoso slogan di Giorgia Meloni “sono una donna, sono una madre”, durante il comizio di chiusura della campagna elettorale del Partito Democratico a piazza del Popolo.
“Non basta essere donna per aiutare le altre donne”, “se non difendi i diritti delle donne a partire da quelli sul proprio corpo” ha sottolineato la vicepresidente dell’Emilia Romagna: “C’è una bella differenza tra le leadership femminili e femministe” concludendo con la reintepretazione dello slogan della leader di Fratelli d’Italia: “Sono una donna, amo un’altra donna, non sono una madre, ma non per questo sono meno donna. Non siamo uteri viventi, siamo persone con i loro diritti”.
(da agenzie)
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Settembre 24th, 2022 Riccardo Fucile
“NON VOLEVO SENTIRMI SOLO, VOLEVO DIRE ADDIO IN UNA COMPETIZIONE DI SQUADRA. SONO SEMPRE STATO IN UNA SQUADRA. È STATO UN PIACERE, VOLEVO SENTIRMI COSÌ, COME FOSSE UNA FESTA”
E’ finita con una sconfitta la carriera di Roger Federer, battuto con Rafa Nadal nel doppio a Londra per la Lever Cup dalla coppia statunitense composta da Jack Sock e Frances Tiafoe. Vincitori al primo set, gli europei sono stati poi sopraffatti dagli americani, imposti al terzo set 11-9 al super tie-break. Subito dopo per il campione uscente un lungo saluto al centro del campo dove, in lacrime, ha ricevuto l’abbraccio di tutti i compagni, rivali e del pubblico.
Malgrado la sconfitta, una uscita di scena colma di affetto ed emozioni. “E’ stata una festa fantastica, speravo fosse così”, il commento del ‘maestro’ svizzero. “E’ stata una giornata meravigliosa, sono felice e non sono triste” – ha detto Federer a fine partita. “Mi sono goduto ogni momento, dall’allacciarmi le scarpe l’ultima volta al giocare, ad essere qui con la famiglia e gli amici. Sono arrivato fino alla fine e non potrei essere più felice. Giocare con Rafa e con tante leggende accanto a me”.
Poi le lacrime, con lui Rafa Nadal e il resto della squadra a piangere con lui. “È tutto straordinario, non volevo sentirmi solo, volevo dire addio in una competizione di squadra. Sono sempre stato in una squadra. È stato un piacere, volevo sentirmi così, come fosse una festa”.
L’ultimo grazie, ma non per importanza, è per la moglie Mirka, ex tennista che ha lasciato i tornei dal 2002: “Mi poteva fermare tanto tempo fa – dice Roger – e non l’ha fatto, mi ha permesso di continuare a giocare ed è stata straordinaria”.
Due uomini che piangono senza ritegno, uno di fianco all’altro, tenendosi stretta la mano. Non esiste oggi un’immagine così bella, dirompente, rivoluzionaria come quella che ci hanno regalato ieri sera a Londra queste due leggende del tennis e dello sport in senso assoluto: Roger Federer e Rafael Nadal.
La ragione è persino pleonastico specificarla: l’addio del “most ichonic athlete”, come Rafa Nadal ha definito ieri l’amico e rivale Roger Federer. Perché questo è stato Federer negli ultimi 20 anni, il perfetto punto di incontro tra la perfezione estetica e il risultato sportivo.
Non il più vincente di sempre (chiuderà dietro Djokovic e lo stesso Nadal) ma il più bello, il più amato. In una parola, il tennis.
La sconfitta al super tie-break del loro ultimo doppio insieme, alla Laver Cup, il torneo di esibizione che lo stesso Federer ha creato, non è che un numero del tutto marginale nell’ultima notte su un campo da tennis di Roger Federer, in mezzo a quel fiume umano di rosso e di blu che non riuscivano a nascondere le lacrime dei 15.000 della O2 Arena e di ogni singolo protagonista che ha avuto la fortuna di assistere dal vivo e dal campo all’ultima danza di King Roger. Tra loro, anche il nostro Matteo Berrettini, tra i più attivi, durante tutto l’incontro, a spingere, consigliare e incoraggiare le due leggende all’opera.
Ieri a Londra, in quelle lacrime torrenziali e inconsolabili, si è chiusa un’era. Dentro c’erano gli ultimi vent’anni della loro vita e una delle più grandi rivalità sportive e amicizie indissolubili (senza alcuna contraddizione in termini) che lo sport a ogni livello e di ogni epoca abbia mai prodotto.
Come due vecchi amici che si ritrovano per dirsi addio (anche se sarà solo un arrivederci). Si è ritirato Federer, ma sembra quasi che lo abbiano fatto insieme, e forse non manca ancora molto perché ciò avvenga davvero, complice il dolore al piede di Rafa che si fa ogni giorno più intenso e meno tollerabile. Passeranno altre generazioni, arriveranno altri campioni (alcuni sono già arrivati, su tutti Alcaraz e Sinner), ma di sicuro non esisterà nulla di paragonabile a quello che hanno rappresentato per il tennis e per lo sport Roger e Rafa negli ultimi vent’anni. Non nei prossimi cento anni. Bisogna solo essere grati di averli visti all’opera dentro e fuori dal campo, di essere stati loro contemporanei.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2022 Riccardo Fucile
SE IL CENTRODESTRA, IN BASE AL RISULTATO DEI COLLEGI UNINOMINALI, AVRÀ UN MARGINE RISICATO AL SENATO, A QUEL PUNTO SCENDE IN CAMPO MATTARELLA E DRAGHI RESTA PREMIER
C’è da chiedersi come si ridurrà la frammentazione palese e strisciante che emerge
da questa confusa campagna elettorale. Frammentazione a sinistra, dove il Pd si trova ad affrontare l’offensiva «centrista» di Carlo Calenda, quella «progressista» del grillino Giuseppe Conte e le manovre interne di chi già scommette sulla sconfitta.
Ma anche nello schieramento opposto, dato in netto vantaggio, si avverte qualche scricchiolio che una vittoria il 25 settembre potrebbe eliminare oppure accentuare.
I segnali ostili a Giorgia Meloni che arrivano da Matteo Salvini aumentano. Primo: alla leader di Fratelli d’Italia candidata a Palazzo Chigi il capo della Lega fa sapere che i ministri dovranno essere concordati tra alleati. Precisazione in teoria superflua, che però è la spia di un malumore crescente.
Non a caso, quando in tv gli chiedono del governo Meloni, la risposta è: «Io penso al governo Salvini». Secondo: Meloni è contraria in modo netto al reddito di cittadinanza del M5S. Salvini invece dice che va «modificato» non abolito. Si potrebbe continuare con la divaricazione sullo scostamento di bilancio intimato a Draghi dalla Lega, e bocciato dalla leader di FdI; o sui rapporti con la Russia.
La considerazione che si sta facendo, però, è sul dopo voto. E cioè su che cosa potrà accadere se, come si ipotizza, Meloni calamiterà una buona porzione dei voti berlusconiani e salviniani. Un distacco netto, secondo un’ipotesi, servirà a mettere a tacere FI e Lega, obbligandoli ad assecondare le scelte della candidata premier.
Ma non si esclude che il centrodestra sconfitto nelle urne voglia rivalersi sul centrodestra vincitore alzando il prezzo sui ministeri. Su questo sfondo è difficile prevedere se chi prevarrà sarà in grado di offrire una coalizione coesa anche sul piano internazionale. Il grande vantaggio del centrodestra è di avere di fronte forze incattivite, e divise fino a destabilizzarsi a vicenda.
In apparenza, la vittima designata è il Pd di Enrico Letta, con Calenda e il suo sodale Matteo Renzi che già «vedono» il segretario in uscita. Giocano di sponda con il M5S, che incoraggiato dalle previsioni favorevoli a Sud bersaglia Letta. Ma nel farlo, Conte tradisce una grande nostalgia per Palazzo Chigi. Esaltando la propria parentesi da premier populista, il capo grillino cerca di sminuire la figura e il prestigio di Draghi.
Con un’ultima giravolta, dice no alle armi all’Ucraina. E arriva a definirsi l’unico argine al centrodestra. Eppure, è stata l’irresponsabilità del grillismo, usata da Lega e FI, a far cadere l’esecutivo di unità nazionale; e a favorire l’ascesa di Giorgia Meloni che ha avuto il merito o la furbizia di stare lontana dal M5S: al punto da non entrare nella maggioranza di Draghi. Un segno di coerenza, e insieme un’incognita per il futuro dell’Italia.
(da Il Corriere della Sera)
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Settembre 23rd, 2022 Riccardo Fucile
GIULIO TREMONTI HA VERSATO 30 MILA EURO AL PARTITO CHE GLI HA GARANTITO UN SEGGIO BLINDATO. STESSA CIFRA DA ISABELLA RAUTI, MENTRE DAL TWIGA DI BRIATORE E SANTANCHÉ SONO ARRIVATI 26 MILA EURO – PIÙ GENEROSA DI TUTTI È STATA GIULIA COSENZA, CHE VUOLE TORNARE IN PARLAMENTO DOPO 9 ANNI
Un versamento a Fratelli d’Italia da 30mila euro, firmato Giulio Tremonti, è arrivato lo scorso 24 agosto, a poche ore dalla chiusura delle liste che vedono l’ex ministro dell’Economia correre come capolista alla Camera, in Lombardia. Un collegio blindato che, stanti i sondaggi, gli offre la garanzia di tornare in parlamento grazie al partito di Giorgia Meloni
Così, forse in segno di riconoscenza, Tremonti ha ben pensato di fare una sostanziosa donazione a FdI. Mai, da quando la legge impone l’obbligo di pubblicare l’elenco dei donatori, l’ex ministro aveva dato dei soldi a una forza politica. Il tabù è stato rotto ora, con Fratelli d’Italia.
LE SPESE
Dopotutto il partito ha bisogno, come gli altri e forse più degli altri, di risorse economiche. In questa campagna elettorale FdI ha affrontato ingenti spese. Solo per la promozione sui social c’è stata un’uscita complessiva che supera i 130mila euro. Al fianco dell’impegno digital c’è poi la massiccia presenza negli spazi per affissioni in tutta Italia. Avere liquidità è dunque fondamentale. E la pratica di “manifestare riconoscenza” per la candidatura non riguarda solo Tremonti.
Certo, l’ex mente economica di Silvio Berlusconi è stato tra i più generosi, ma come lui ce ne sono altri.
Dalla settimana precedente alla consegna delle liste, quindi dal 16 agosto fino a oggi, sono state registrate oltre 120 operazioni di erogazioni liberali, come previsto dalla legge, per un incasso complessivo superiore al milione di euro. Un caso unico tra i principali partiti in campo. Nell’elenco figura un altro ex ministro, Giulio Terzi di Sant’Agata, già numero uno alla Farnesina con il governo Monti e ora candidato al Senato, anche lui in Lombardia.
Lo scorso 31 agosto ha versato nelle casse del partito 5mila euro. Stessa cifra è stata girata, appena un giorno prima, dall’ex europarlamentare Elisabetta Gardini, un tempo volto noto della televisione.
Dopo l’addio a Forza Italia, Gardini è stata già candidata con il partito di Meloni alle europee del 2019, fallendo però la rielezione a Strasburgo.§Ora è candidata nel collegio uninominale di Padova, ma con due paracadute nel plurinominale nelle circoscrizioni in Veneto. L’ultima volta che Gardini aveva finanziato FdI era stata appunto tre anni fa con 500 euro. Un cambio di passo, in vista delle elezioni del 25 settembre.
Anche Luciano Ciocchetti, un tempo uomo di punta dei centristi nel Lazio, ha provveduto a rimpinguare le casse di Fratelli d’Italia con cinquemila euro. Nonostante la sua lunga esperienza politica, in precedenza non aveva mai pensato di sostenere economicamente qualche partito.
Una delle più solerti a versare è stata comunque la campana Marta Schifone che il 22 agosto ha firmato un bonifico da quindicimila euro. Il tutto mentre nella regione c’erano malumori per le candidature, che hanno causato il successivo addio della consigliera regionale Carmela Rescigno
Ci sono poi casi singolari, come quello di Gianluca Vinci, candidato in Emilia-Romagna, che ha effettuato quattro distinti versamenti, i primi tre (dal 26 al 30 agosto) da 10mila euro e l’ultimo da 2.500 euro, indirizzato però alla sezione regionale di FdI. Un totale di 32mila e 500 euro che supera la generosità di Tremonti.
La medaglia d’oro delle donazioni, dal 22 agosto, spetta tuttavia a Giulia Cosenza, che ha già due legislature alle spalle, prima con Alleanza nazionale e poi con il Popolo della libertà in cui era rientrata dopo aver seguito per qualche mese Gianfranco Fini in Futuro e libertà.
Manca in parlamento dal 2013, ora è candidata nell’uninominale di Benevento al Senato e nel plurinominale. Di fronte a questa possibilità ha destinato 50mila euro al partito che l’ha scelta.
SOLDI DAL TWIGA
Ma non sono solo i nuovi arrivati, o quelli che ritornano, a manifestare questa immensa gratitudine. Anche i parlamentari uscenti hanno provveduto con ricche donazioni. Daniela Santanchè non ha previsto esborsi eccezionali, certo. Ma il 16 agosto, una settimana prima della chiusura delle liste, dal Twiga, lo stabilimento che gestisce con Flavio Briatore, sono arrivati 26mila euro; due giorni dopo Isabella Rauti, altra pluricandidata, ha elargito i soliti 30mila euro.
C’è poi Paolo Trancassini, già sindaco di Leonessa (Rieti) e titolare di un ristorante nel centro di Roma. Nonostante le puntuali restituzioni mensili da mille euro, ha girato la cifra di 30mila euro a FdI, esattamente come ha fatto una sua collega di Montecitorio, Ylenja Lucaselli, da sempre una delle principali sostenitrici economiche del partito.
Altri 30mila euro sono arrivati dalla deputata vicina al mondo della caccia, avendo ricoperto il ruolo di presidente Confavi (Confederazione delle associazioni venatorie italiane), Maria Cristina Caretta, così come dalla sindaca di Argentera (Cuneo), Monica Ciaburro.
Una parte dei big del partito, invece, si è limitata all’ordinaria amministrazione. Meloni ha dato i soliti mille euro al mese, al pari del cognato e capogruppo a Montecitorio, Francesco Lollobrigida, del vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, e del presidente del Copasir, Adolfo Urso.
Per loro la candidatura era un atto dovuto, quindi nessuno strappo alla regola. Mentre, tra gli altri nomi più importanti, comunque candidati alle prossime politiche, non risultano, almeno fino a oggi, versamenti da parte dell’ex magistrato Carlo Nordio, del filosofo e già presidente del Senato, Marcello Pera, e della consigliera regionale del Lazio, Chiara Colosimo.
(da Domani)
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Settembre 23rd, 2022 Riccardo Fucile
LO STRATEGA E MAGO DEI SOCIAL LO HA FATTO DIVENTARE “CANDIDATO DEL POPOLO”
Se la pochette è un vezzo personale, da barone del diritto, l’immagine pubblica di
Conte è un’opera firmata Rocco Casalino.
L’alter ego, lo stratega, il maestro di social e di telegenia. L’ex inquilino del Grande Fratello votato alla causa cinquestelle.
“Il portavoce”, preferisce lui, come da titolo dell’autobiografia. È Casalino a plasmare l’avvocato del popolo, quando l’armata gialloverde lo catapulta alla guida del governo. Gl’insegna a parlare dritto in camera, frasi semplici, toni suadenti.
Non sa stare nell’ombra, il portavoce. Scatena putiferi quando si fa scappare l’emoticon di un dito medio in risposta a una domanda su Macron o annuncia “megavendette” sui burocrati del Tesoro.
Ma il sodalizio con Conte regge, la popolarità del premier cresce anche nelle intemperie del lockdown, grazie alla sceneggiatura certosina degli annunci a reti unificate. Trentadue mesi fianco a fianco, a riempire l’album dei ricordi: le birre notturne con Angela Merkel, le pacche sulle spalle da Donald Trump.
Poi la fine di tutto, il banchetto in piazza per recitare l’addio, la commozione all’uscita dal palazzo del governo, i sondaggi che iniziano a calare. «Molla Draghi, molla il Pd», consiglia Casalino a Conte quando ancora lui si attarda a decidere cosa fare da grande. Rocco soffre, trasloca al partito e dal M5s riceve doppio stipendio alla Camera e al Senato, ma non riesce più a «volare alto». Ecco perché il voto anticipato arriva come una liberazione.
Anche se Conte si lascia plasmare meno di prima. Anche se il sogno di farsi deputato sfuma presto, per colpa di un profilo che appare divisivo. Casalino resta portavoce, si mette a tracciare la via della rimonta, tutta Tik Tok e televisioni, prima di calare nelle piazze l’avvocato. Fare di lui il candidato del popolo.
(da La Repubblica)
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Settembre 23rd, 2022 Riccardo Fucile
“SONO PASSATI DA 2,1 A 3,5 MILIONI”… I DATI LO CONFERMANO
Il 22 settembre il presidente del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte ha criticato su Facebook la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, che ha promesso di modificare il reddito di cittadinanza se andrà al governo. Secondo Conte, il numero di persone in povertà assoluta è aumentato da 2,1 milioni a 3,5 milioni l’«ultima volta» che Meloni «è stata al governo, prima con Berlusconi e Salvini, e poi come stampella» del governo tecnico di Mario Monti.
Da maggio 2008 a novembre 2011, Meloni è stata ministra della Gioventù del quarto governo Berlusconi, sostenuto dal Popolo delle libertà, di cui Meloni era deputata, e dalla Lega Nord, all’epoca guidata da Umberto Bossi (Matteo Salvini, tra il 2008 e il 2009, è stato deputato, e poi fino al 2014 europarlamentare, diventando segretario della Lega nel 2013).
Meloni ha poi votato la fiducia al governo tecnico di Monti, rimasto in carica fino ad aprile 2013, a cui non ha poi risparmiato critiche, che portarono alla sua uscita dal Popolo delle libertà e alla nascita, a fine 2012, di Fratelli d’Italia.
Abbiamo verificato che cosa dicono i numeri ed è vero: nel periodo di tempo indicato da Conte, i poveri in Italia sono aumentati.
Per chi ha fretta:
Il presidente del Movimento 5 Stelle ha ragione.
Nel 2008, anno di insediamento del governo in cui Meloni era ministra, i cittadini in povertà assoluta in Italia erano circa 2,1 milioni, saliti a oltre 3,5 milioni nel 2012.
Analisi
Secondo i dati Istat, nel 2008 vivevano nel nostro Paese 2,1 milioni di persone in povertà assoluta, in crescita rispetto agli 1,8 milioni del 2007. Nel 2012 erano saliti fino a oltre 3,5 milioni.
Le due cifre citate da Conte sono dunque corrette, anche se va sottolineato che nel 2007 è scoppiata la crisi finanziaria a livello internazionale e che tra il 2010 e il 2011 c’è stata la crisi del debito sovrano nell’Unione europea.
Ricordiamo che quando si parla di «povertà assoluta» si fa riferimento ai cittadini che non raggiungono una spesa minima mensile per beni e servizi considerati necessari per mantenere uno standard di vita accettabile. La soglia della povertà assoluta non è fissa, ma varia a seconda della grandezza del nucleo familiare, dell’età dei suoi membri, dell’area del Paese e della grandezza della città in cui si vive.
Dopo i governi Letta, Renzi e Gentiloni, nel 2017 il numero di persone in povertà assoluta in Italia ha superato la quota di 5 milioni, rimanendo stabile nel 2018 e calando a 4,6 milioni nel 2019, anno di introduzione del reddito di cittadinanza.
Nel 2020, a causa della pandemia di Covid-19, i cittadini in povertà assoluta sono poi aumentati a 5,6 milioni, numero rimasto stabile anche nel 2021. Secondo un’analisi dell’Istat, nel 2020 il reddito di cittadinanza e altri sussidi introdotti dal secondo governo Conte hanno permesso a un milione di persone di non trovarsi in condizione di povertà assoluta.
Conclusioni:
Secondo Giuseppe Conte, l’«ultima volta» che Meloni «è stata al governo, prima con Berlusconi e Salvini, e poi come stampella di quello tecnico, le persone in povertà assoluta sono passate da 2,1 a 3,5 milioni». Abbiamo verificato e, al netto del fatto che, durante il quarto governo Berlusconi, Salvini non era segretario della Lega, è vero che tra il 2008 e il 2012, quando è finita l’esperienza del governo Monti, a cui Meloni ha votato la fiducia, il numero di poveri in Italia è cresciuto. Nel 2008, anno di insediamento del governo in cui Meloni era ministra, i cittadini in povertà assoluta in Italia erano circa 2,1 milioni, saliti a oltre 3,5 milioni nel 2012.
(da Open)
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Settembre 23rd, 2022 Riccardo Fucile
CHI STA CERCANDO DI PLACARE PUTIN SONO IL CAPO DEI SERVIZI SEGRETI E LA GOVERNATRICE DELLA BANCA CENTRALE
Tra i più accesi sostenitori del pugno duro contro Kiev e l’Occidente c’è sempre lui,
Dmitrij Medvedev che quando prese il posto di Putin alla presidenza si presentò come il campione dei democratici e dei riformatori. Adesso che sembra contare sempre meno, cerca di collocarsi alla guida della pattuglia dei falchi, coloro che nelle ultime settimane avevano iniziato a mugugnare per l’«esitazione» del capo supremo.
Medvedev ha detto chiaramente che i nuovi territori saranno difesi con «qualunque arma russa, inclusa quella strategica nucleare». E sulle possibili ritorsioni Nato: «I nostri missili ipersonici sono capaci di raggiungere in maniera garantita obiettivi in Europa e negli Usa molto più rapidamente di qualsiasi loro arma», ha sostenuto.
Negli ultimi mesi gli schieramenti attorno allo Zar sono cambiati profondamente, soprattutto visto l’andamento non proprio esaltante dell’Operazione militare speciale in Ucraina. Personaggi che venivano visti come guerrafondai o sostenitori a oltranza della politica del confronto duro con l’Occidente si sarebbero invece mossi dietro le quinte per convincere il presidente a non esagerare, a tenere a freno le teste più calde.
E al fianco di Medvedev starebbero emergendo figure che fino a ieri erano di secondo piano ma che guadagnano status con le loro posizioni oltranziste, ancora più convinti dell’opportunità di pigiare sull’acceleratore di quanto non lo sia Putin.
Innanzitutto Ramzan Kadyrov, signore e padrone della Cecenia che negli ultimi giorni aveva annunciato di aver già attuato la mobilitazione generale nella sua repubblica e aveva invitato altri governatori a fare altrettanto. Senza aspettare le decisioni del ministero della Difesa che continuava a rimandare. Parimenti deciso sembra il comandante della Rosgvardia Viktor Zolotov, ex capo degli agenti addetti alla protezione del presidente.
La Rosgvardia, una sorta di guardia nazionale, è formata dalle ex truppe anti sommossa dell’Interno. Questi uomini sono impegnatissimi nelle azioni belliche e contribuiranno a portare a termine il richiamo dei trecentomila veterani di cui c’è bisogno immediato al fronte.
Sulla stessa linea è schierato anche Andrej Turchak, primo vicepresidente del Consiglio di Federazione e soprattutto numero due del partito Russia Unita. Anche lui ieri si è precipitato ad approvare i provvedimenti presi: «Sono tempestivi e corrispondono agli obiettivi della difesa della nostra patria, della nostra sovranità e della nostra gente». Turchak ha poi comunicato che numerosi parlamentari sono pronti a rimettere il mandato per arruolarsi.
Il più autorevole dei falchi è forse Vyacheslav Volodin, speaker della Duma, il quale sostiene che le truppe russe stanno combattendo già non solo «contro le formazioni naziste armate ma anche contro la Nato». Avrebbero invece cercato di convincere Putin a non ricorrere alla mobilitazione i capi dei servizi segreti, Naryshkin e Bortnikov, il segretario del consiglio di sicurezza Patrushev (che starebbe già pensando alla successione al presidente), la governatrice della Banca centrale Nabiullina (che avrebbe riproposto le sue dimissioni), il capo del governo Mishustin.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2022 Riccardo Fucile
“NON CI INTERESSA SCONTRO CON LA NATO”
Un messaggio apparentemente distensivo arriva dai vertici militari russi nell’anniversario della crisi dei missili a Cuba di 60 anni fa
«Una guerra nucleare non deve mai essere combattuta perché non ci possono essere vincitori». Ad affermarlo è Alexander Venediktov, vice segretario del Consiglio di sicurezza nazionale russo, in una conferenza sul sessantesimo anniversario della crisi dei missili a Cuba.
«Non è nei nostri interessi uno scontro con gli Usa e la Nato», gli fa eco il vice ministro degli Esteri, Serghei Ryabkov, in un messaggio video allo stesso evento, dopo aver accusato – riporta la Tass – gli Stati Uniti e la Gran Bretagna di «Spingere Kiev a creare ostilità sul territorio russo». Il pericolo di una guerra nucleare da parte di Mosca, sembra per il momento scongiurato, nonostante il monito lanciato da Vladimir Putin nel suo discorso alla nazione secondo il quale la Russia userà «tutti i mezzi a sua disposizione» per difendersi da un Occidente che vuole «distruggerla» e nonostante nella dottrina russa sull’uso dell’atomica si spiega che si può usare l’opzione nucleare in caso di attacchi sul territorio della Federazione.
La minaccia nucleare del presidente russo – non è una novità, fa parte della sua retorica da quando è iniziata la guerra, benché abbia esplicitamente affermato che «non sta bluffando».
Secondo i calcoli della Federation of American Scientist sono circa seimila le armi nucleari tattiche e strategiche a disposizione di Putin. Un numero maggiore rispetto agli altri Paesi del mondo e delle riserve della Nato. Ma mentre 1.588 risultato montate su basi di lancio da terra, circa 1.500, invece, dovrebbero essere smantellate. Russia e Stati Uniti contano da soli il 93% del totale delle testate nucleari nei loro arsenali.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2022 Riccardo Fucile
ESUMATI 436 CORPI DALLE FOSSE COMUNI: “30 MOSTRANO SEGNI DI TORTURE”
A Izjum, in Ucraina orientale, sono stati esumati dalle fosse comuni 436 corpi. Di
questi, afferma il governatore regionale di Kharkiv Oleg Synegubov, trenta mostrano «segni di torture».
La città, a lungo occupata dai russi, è stata liberata dalle truppe ucraine a inizio settembre.
Fin dai primi giorni, le autorità locali avevano denunciato sospetti crimini di guerra e la scorsa settimana erano emerse foto di cadaveri con le mani legate dietro la schiena o corde intorno al collo.
Scene e testimonianze che ricordano il massacro di Bucha.
In quel caso, come riporta l’Associated Press, erano 458 i cadaveri rinvenuti dalle autorità, alcuni dei quali mostravano chiari segni di tortura.
Le informazioni che stanno arrivando in queste settimane lasciano presagire che anche a Izjum potrebbe esserci stato un massacro di simile entità.
(da agenzie)
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