Destra di Popolo.net

INTERVISTA A SHEKHOVTSOV, MASSIMO ESPERTO DEI RAPPORTI TRA PUTIN E SOVRANISTI EUROPEI

Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile

“I FINANZIAMENTI PASSANO ATTRAVERSO RAPPORTI COMMERCIALI E ARRIVANO A SINGOLI INDIVIDUI”… “SEI I POLITICI AMICI FANNO APPROVARE LEGGI PRO-CREMLINO IL COMPENSO E’ DOPPIO”… “USANO FONDI NERI DELL’FSB”

“Solo 300 milioni? Credo proprio che la Russia abbia pagato di più” Anton Shekhovtsov ha pochi dubbi sulla veridicità di quanto comunicato dal segretario di Stato americano Anthony Blinken alle ambasciate statunitensi: Il Cremlino ha finanziato candidati, politici e partiti in oltre venti Paesi dall’Asia all’Europa passando per l’Africa e, forse, per l’America Latina. L’esperto è però scettico sulla cifra totale dell’operazione. Troppo conservativa rispetto alla realtà, dice.
Shekhovtsov, autore di “Russia and the Western Far Right: Tango Noir” (Routledge, 2017) è considerato il maggior esperto mondiale dei rapporti fra la destra radicale dell’Occidente e la Russia di Vladimir Putin.
Lo abbiamo raggiunto telefonicamente mentre era in viaggio da Vienna, dove dirige il Centro per l’integrità democratica, a Firenze, dove parteciperà a una conferenza. “I soldi del Cremlino vanno più a singoli politici o ai loro amici che ai partiti. E il passaggio di denaro avviene soprattutto attraverso accordi commerciali che appaiono in tutto legali”, spiega a Fanpage.it.
Le sembra verosimile il contenuto del rapporto Blinken, per quel poco che finora se ne sa?
Certamente sì. Anche se vista la sua portata geografica e il periodo che copre (dal 2014, ndr), ritengo la cifra di 300 milioni di euro estremamente conservativa. Credo che la Russia abbia speso molto di più, per influenzare la politica di altri Paesi. Sarà interessante vedere gli sviluppi, soprattutto in relazione ai partiti e ai politici in Europa. Anche perché al momento l’unico finanziamento accertato da parte di Mosca a un partito europeo è quello corrisposto nel 2014 all’allora Front National (poi ribattezzato Rassemblement National, ndr) di Marine Le Pen. E tra l’altro si trattò di un prestito bancario, almeno in teoria da restituire.
Un semplice prestito bancario appare un po’ naif come sistema per finanziare segretamente “agenti” stranieri. Infatti quell’operazione fu scoperta, Le Pen dovette ammetterla e poi arrampicarsi sugli specchi per giustificarla.
Infatti non è così che avvengono normalmente i finanziamenti da parte di Mosca.
E come avvengono?
I modi che i russi utilizzano per trasferire soldi agli “amici” che fanno lavoro politico pro-Putin all’estero sono diversi: la cripto valuta, i cui movimenti non sono rintracciabili o i contanti, in alcuni casi. Sacchi di denaro. Vale soprattutto per quei Paesi dove i controlli e i servizi di sicurezza sono più corruttibili e meno efficaci. Un milione di euro in contanti non prende mica tanto spazio. Ma il modo più sicuro, e secondo me privilegiato dal Cremlino perché legale o quasi, è quello che prevede “normali” contratti commerciali.
Ovvero?
Per esempio, un’azienda russa che opera in un dato Paese estero può essere foraggiata dall’Fsb (il servizio segreto russo erede del Kgb sovietico, ndr), da altri servizi o dalla stessa amministrazione presidenziale affinché trasferisca denaro ad una fazione politica in quello Stato. O meglio — come avviene più frequentemente — a un preciso leader politico o a persone vicine al leader. Dare soldi direttamente al partito è più rischioso perché troppo ovvio: può essere più facilmente scoperto da indagini giudiziarie o giornalistiche.
Quindi le relazioni personali contano parecchio, in questo sistema. Ma come fa un’azienda russa che opera in un Paese estero a incanalare verso un personaggio politico o verso suoi sodali i fondi avuti dal Cremlino senza destare sospetti?
Per esempio: prendiamo un’azienda italiana che finanzia in modo legale e trasparente un partito politico in Italia. Tutto dichiarato. Tutto normale. A un certo punto, la leadership di quel partito politico fa un viaggio in Russia e intraprende un’attività di lobbying per investimenti commerciali che favoriscano l’azienda italiana che la finanzia. E finisce che l’azienda ottiene sontuosi contratti con società statali o private russe. A condizioni più favorevoli di quelle di mercato, perché a monte ci sono i soldi dell’Fsb — o comunque del Cremlino. Che fa allora l’azienda? Semplice: dà ancora più soldi al partito che già sponsorizzava e che gli ha fatto avere i contratti in Russia. O, a volte, paga sottobanco esponenti o “consulenti” dello stesso partito, In questo modo, i soldi del Cremlino sono arrivati agli “amici” stranieri”, dopo qualche passaggio. È così che funziona, nella maggior parte dei casi.
All’hotel Metropol di Mosca nell’ottobre 2018 il leghista Gianluca Savoini si stava forse discutendo un affare di questo genere? La magistratura sta ancora indagando.
Quello del Metropol fu un incontro di basso livello, ma probabilmente più manipolatorio rispetto al tipo di lobbying e di “affari” di cui ho appena detto. Più ambiguo ed inconcludente. Ciò che descrivevo è invece un’attività che permette finanziamenti indiretti in modo quasi trasparente e — paradossalmente — proprio per questo difficilmente individuabile e quindi efficace. Sono figure di più alto livello rispetto a quelle che si incontrarono al Metropol, ad organizzare il supporto del Cremlino alle persone e alle organizzazioni che promuovono il regime di Putin all’estero.
E come stanzia il Cremlino i fondi da destinare ai suoi “amici” all’estero? Catherine Belton in “Putin’s People” (William Collins, 2020, ndr) parla di fondi neri costituiti da parte di aziende e di individui ai vertici del potere attraverso attività illegali, quando non criminali, in Russia e all’estero.
Ritengo che esistano effettivamente fondi neri derivanti da attività illegali. E potrebbero talvolta esser stati usati per finanziarie partiti politici e personalità pro-Putin all’estero. Ma questo tipo di fondi vengono soprattutto “investiti” per rafforzare reti criminali globali o comunque transnazionali. E per finanziarie le cosiddette “misure attive” dei servizi di sicurezza: azioni illegali di spionaggio.
Come utilizzano i partiti europei pro-Putin i soldi che arrivano dalla Russia?
Nel caso del Fronte nazionale di Le Pen, erano soldi che arrivavano direttamente al partito e servirono specificamente per la campagna elettorale del 2016. Ma più frequentemente, come dicevo, i finanziamenti sono per singoli individui, non per il partito. É molto raro che sia direttamente un partito a riceverli. Quello del Fronte nazionale è un caso quasi unico. Quei soldi furono spesi per manifesti, comizi e pubblicità elettorali. Quando – come quasi sempre succede – il beneficiario dei finanziamenti è un singolo politico, gli si richiedono servizi ad hoc. Come promuovere risoluzioni o proporre leggi di cui il Cremlino possa beneficiare. E sappiamo dai risultati di alcune investigazioni che il pagamento è in due tempi: prima si viene pagati, per esempio, per proporre una legge. E poi, se la legge è approvata, per il politico pagato da Mosca il compenso raddoppia.
(da Fanpage)

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FRATELLI DI ORBAN. OK DELL’EUROPARLAMENTO AL RAPPORTO DI CONDANNA DELL’UNGHERIA: “NON È PIÙ UNA DEMOCRAZIA”

Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile

FRATELLI D’ITALIA E LEGA IN DIFESA DI ORBAN HANNO VOTATO CONTRO… IN UNGHERIA È EMERSO “UN REGIME IBRIDO DI AUTOCRAZIA ELETTORALE” CHE VIENE CONSIDERATO “UNA MINACCIA SISTEMICA” AI VALORI FONDANTI DELL’UE

“L’Ungheria non può essere più considerata una democrazia”. La durissima risoluzione è scaturita dall’ultima riunione del Parlamento Europeo, che ha approvato a maggioranza una relazione della Ue sull’operato del governo di Budapest.
La situazione nel Paese danubiano si è degradata a tal punto che è diventato una «autocrazia elettorale». E’ quanto sostiene l’Aula, che ha approvato con 433 voti favorevoli, 123 contro e 28 astensioni, la relazione in cui si stigmatizza «l’inazione» dell’Ue, che ha «peggiorato le cose» e si raccomanda che l’erogazione dei fondi per la ripresa a Budapest sia sospesa «finché il Paese non si allineerà alle raccomandazioni dell’Ue e alle decisioni della giustizia comunitaria. Per l’Aula «ogni ritardo nella procedura legata all’articolo 7 equivarrebbe ad una violazione dello Stato di diritto da parte del Consiglio».
Vengono condannati gli «sforzi deliberati e sistematici» dell’Ungheria contro i valori dell’Ue e si chiedono «risultati» per quanto riguarda la procedura ex articolo 7.
I deputati chiedono alla Commissione di fare uso di tutti gli strumenti a sua disposizione, in particolare il meccanismo di condizionalità a tutela del bilancio Ue, che protegge i fondi comunitari dalle violazioni dello Stato di diritto.
Le principali preoccupazioni dei deputati riguardano l’indipendenza della magistratura, la corruzione, i conflitti di interesse, la libertà di espressione e il pluralismo dei media, la libertà accademica, quella religiosa, la libertà di associazione, l’uguaglianza di trattamento, inclusi i diritti delle persone Lgbt, i diritti dei minori, dei migranti e dei richiedenti asilo, del funzionamento del sistema elettorale e costituzionale.
La relatrice Gwendoline Delbos-Corfield, francese dei Verdi, sottolinea che «le conclusioni della relazione sono chiare e inequivocabili: l’Ungheria non è più una democrazia. Era fondamentale che il Parlamento prendesse posizione, tenendo conto dell’urgenza e della gravità degli attacchi contro lo Stato di diritto in Ungheria. Oltre a riconoscere la strategia autocratica di Fidesz (il partito guidato da Viktor Orban, che oggi nel Parlamento è tra i Non Iscritti dopo essere uscito dal Ppe, ndr), una grande maggioranza dei deputati sostiene questa posizione, che è una prima assoluta per il Parlamento. Dovrebbe essere un campanello d’allarme per Commissione e Consiglio».
Il voto contrario di Lega e Fratelli d’Italia alla risoluzione di condanna all’Ungheria è destinato ad avere riflessi anche sulla campagna elettorale italiana. Negli ultimi mesi, infatti, il Movimento 5 Stelle e la coalizione di centrosinistra ha attaccato a più riprese i leader di centrodestra per i loro rapporti con il governo ungherese. «Ogni volta che c’è da difendere la democrazia in Europa, i partiti di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini si schierano dalla parte opposta, quella dei regimi illiberali», ha commentato Laura Ferrara, europarlamentare dei 5 stelle. Secondo Ferrara, votando contro la risoluzione di condanna del governo di Orban, «Fratelli d’Italia e Lega si sono schierati contro l’Europa».
(da Open)

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FONDI RUSSI AI PARTITI: I TRE REPORT USA, CHI LI HA REDATTI E I POLITICI COINVOLTI

Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile

COSA SAPPIAMO DEL DOSSIER CHE HA CAMBIATO LA CAMPAGNA ELETTORALE

Cosa sappiamo, per certo, dei dossier americani sui finanziamenti russi a partiti europei? Sono citati esponenti politici italiani? Se sì, quali? E ancora: chi ha stilato i dossier e che tipo di elementi sono stati portati a sostegno?
Sono domande cruciali per comprendere la fibrillazione provocata in queste ore nel nostro Paese, in piena campagna elettorale, dalle notizie che arrivano da Washington.
Andiamo con ordine.
IL PRIMO DOSSIER
La miccia è accesa nella serata di martedì 13 settembre quando un lancio della Associated Press parla dell’esistenza di un dossier nelle mani del Dipartimento di Stato americano che da conto di finanziamenti del Cremlino tesi a influenzare partiti ed esponenti politici occidentali: si citano 300 milioni di euro, spesi a partire dal 2014 e confluiti in una una ventina di paesi, tra cui alcuni in Europa.
Il dossier, sostiene l’Associated Press, è stato inviato dal segretario di Stato Antony Blinken alle ambasciate americane di almeno duecento paesi. L’effetto detonatore è immediato. Qualche minuto dopo l’uscita della notizia, non sono ancora le 20, in Italia parte la caccia all’elenco dei Paesi coinvolti. E ai nomi dei politici beneficiari.
I RISCONTRI ITALIANI
La notizia coglie di sorpresa, seppur non troppo, la nostra intelligence. Da giorni si fa un gran parlare in certi ambienti – alimentata dall’intervista a Repubblica di Julia Friedlander, già analista Cia e responsabile Sud Europa dell’amministrazione Trump, che segnala la possibilità di legami finanziari tra la Lega di Matteo Salvini e la Russia – di possibili report in arrivo dall’estero su rapporti non trasparenti, di natura economica, tra alcuni partiti e leader italiani e, appunto, l’entourage di Putin. Le voci ne indicano anche la modalità dell’incasso: finanziamenti non diretti ma avvenuti per il tramite di aziende e fondazioni.
Del dossier del Dipartimento di Stato, però, niente si sapeva. Quindi, dopo il lancio dell’Associated Press, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, per il tramite del sottosegretario Franco Gabrielli (Autorità delegata alla sicurezza della Repubblica) chiede conto all’intelligence americana di cosa stia accadendo. Si muove personalmente il numero uno dell’Aise, Giovanni Caravelli, con il capocentro della Cia di stanza a Roma. A Caravelli viene risposto che il dossier esiste, ma che allo stato dei fatti non sono informati del contenuto. Né sono arrivate da Washington alert particolari che lascino pensare alla presenza nel dossier di personalità italiane.
Immediatamente sono state chiare tre cose, quindi. Che non si tratta di una fake news. Che per gli americani non è ancora il tempo della condivisione di certe informazioni sensibili con i Paesi alleati. E che il dossier in questione non è frutto di un lavoro di intelligence bensì di alcuni Dipartimenti del Governo americano: quello del Tesoro, principalmente.
Una conferma in questo senso arriva poche ore dopo, quando a Palazzo Chigi e alla Farnesina viene notificata una nota di sintesi del dossier: priva di indicazioni precise, fa riferimento a quanto già uscito sulla stampa, ossia investimenti russi dal 2014 in poi in almeno venti paesi dell’Occidente. La richiesta di chiarimenti da parte dei canali diplomatici azionati da Roma si fa più pressante e dagli Stati Uniti si ricava qualche elemento in più: il nome dell’Italia, nel corposo dossier del dipartimento del tesoro americano, qua e là spunta, ma l’Italia non è nei venti paesi oggetto dei finanziamenti del Cremlino né, di conseguenza, appaiono nominativi di politici italiani. E verosimilmente quanto dirà Gabrielli domani al Copasir, convocato proprio sulla questione.
IL SECONDO DOSSIER, CON L’ITALIA DENTRO
Caso chiuso, dunque? No. Stando a quanto risulta a Repubblica, infatti, il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, che riceve informazioni dalle varie agenzie di intelligence statunitensi, ha consegnato nelle mani del presidente Biden un altro documento, classificato, composto da dati raccolti dai servizi segreti ma anche di fonti aperte, nel quale vengono citati, tra gli altri, rapporti dell’Italia (e di politici italiani) con la Russia di Putin.
Il Dipartimento di Stato ha fatto sapere, in via informale, che questo secondo dossier non sarà divulgato. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, dice che alla Farnesina sono arrivati gli aggiornamenti alla nota di Blinken, che – come detto – non riguarda l’Italia. Ma aggiunge: “Siamo in contatto con gli americani sia adesso sia nei prossimi giorni per tutti gli ulteriori aggiornamenti. Draghi ha sentito Blinken e continueremo con gli alleati lo scambio di informazioni”.
IL TERZO DOSSIER DEL 2020
Esiste poi un terzo dossier, datato agosto 2020 (quindi amministrazione Trump) e già pubblicato, dal titolo “Covert Foreign Money”.
È redatto da Josh Rudolph che nel Consiglio per la sicurezza nazionale si era occupato di coordinare il lavoro delle agenzie federali sulle sanzioni contro la Russia. Sono indicati i 300 milioni di euro spesi dal Cremlino e 33 possibili Paesi dove sarebbero stati spesi. Viene citata la Lega di Matteo Salvini per l’affare del Metropol e della possibile compravendita di petrolio russo.
(da La Repubblica)

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IL “CUOCO DI PUTIN” SI PROCURA NUOVA CARNE DA MACELLO: EVGENIJ PRIGOZHIN, IL CAPO DELLA COMPAGNIA DI MERCENARI WAGNER, PROPONE AI DETENUTI DI ANDARE A COMBATTERE IN UCRAINA IN CAMBIO DELL’AMNISTIA

Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile

IMMAGINI CHE CONFERMANO COME PUTIN ABBIA UNA DRAMMATICA CARENZA DI SOLDATI DA INVIARE A FARSI TRUCIDARE SUL FRONTE

Su un canale Telegram russo è apparso un video di cinque minuti che mostra Evgenij Prigozhin mentre parla a un gruppo di detenuti nel cortile di un carcere russo a nome della “sua” compagnia di mercenari Wagner e propone il reclutamento nella cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina in cambio dell’amnistia.
Il video prova in un colpo solo due fatti che fino a oggi erano rimasti in una zona di ambiguità.
Il primo è che i detenuti russi sono arruolati per essere mandati a combattere sul fronte e questo conferma che il Cremlino ha un grave problema di carenza di soldati ed è disposto a ogni genere di misura per tappare i buchi sulla linea del fronte. Dopo sei mesi in Ucraina i detenuti ricevono l’amnistia e possono scegliere se tornare a casa o restare nei ranghi della Wagner.
I mercenari della Wagner combattono soprattutto nel Donbass e quindi non sono responsabili del tracollo a Kharkiv, ma è la tenuta generale del piano d’occupazione in Ucraina che oggi è in discussione. Il Cremlino non ha abbastanza uomini.
Il secondo fatto provato dal video è che Prigozhin, uomo molto vicino a Putin, è legato alla compagnia Wagner. Lui aveva sempre negato e aveva anche intentato cause per diffamazione contro chi sosteneva che la compagnia di mercenari fosse sua, ma adesso è lui stesso a dirlo. Prigozhin, che ha passato nove anni in un carcere, ha conosciuto Putin grazie alla sua attività di catering a San Pietroburgo e ne è diventato un alleato fedele – il suo soprannome è “lo chef di Putin”. È stato lui a creare la cosiddetta “fabbrica dei troll” per condizionare i discorsi sui social media a vantaggio di Moscaanche nei paesi occidentali.
La “sua” compagnia Wagner in questi anni è stata uno strumento flessibile del Cremlino ed è stata inviata a combattere in molte aree di crisi, dalla Libia alla Siria al Donbass. I mercenari garantiscono a Putin la possibilità di negare un intervento russo all’estero, perché dal punto di vista formale non sono truppe regolari e allo stesso tempo tutti sanno che si muovono per ordine del presidente.
(da agenzie)

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TRUMP VERSO IL PROCESSO PER FRODE FISCALE

Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile

NIENTE ACCORDO CON LA PROCURA, RISCHIANO ANCHE I FIGLI

Donald Trump sempre più vicino al processo. La procuratrice generale Letitia James ha rifiutato una proposta di accordo avanzata dall’ex presidente degli Stati Uniti e dai suoi legali per risolvere l’inchiesta civile sulla Trump Organization.
La holding di famiglia è infatti sospettata di frode fiscale e assicurativa. Lo scandalo a cui si riferiscono le indagini è quello scoppiato nel 2020 grazie a un’inchiesta del New York Times.
Secondo il quotidiano newyorkese, l’ex inquilino della Casa Bianca avrebbe dichiarato false perdite dell’organizzazione al fine di pagare pochissime tasse.
Il rifiuto dell’accordo rappresenta un ampio passo verso il processo per frode fiscale e la potenziale l’incriminazione del tycoon che – rivela il Nyt – potrebbe includere anche uno dei figli. Ivanka, Erik e Donald Trump Jr sono stati tutti dirigenti della società.
Secondo il quotidiano, «non c’è nessuna indicazione che difesa e accusa riescano a raggiungere un’intesa nel breve periodo».
Se l’ex inquilino della Casa Bianca dovesse perdere la causa, i giudici potrebbero imporgli il pagamento di multe salate e limitare le sue operazioni finanziarie a New York.
Il tutto avverrebbe nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2024 alle quali Trump è intenzionato a candidarsi.
Nello specifico, l’inchiesta punta a scoprire se i guadagni del tycoon siano aumentati in maniera fraudolenta. Trump continua a negare tutte le accuse a suo carico e a definire l’investigazione «una caccia politicamente motivata».
Aveva anche cercato di tirare in ballo la nipote, Mary Trump, accusandola di aver cospirato con i giornalisti per ottenere illecitamente informazioni sulla posizione fiscale dell’ex presiedente. Trump aveva inoltre definito la procuratrice James «una razzista».
(da agenzie)

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“NEL 2018 CI FU UNA RICHIESTA MOLTO STRANA DA PARTE DELLA LEGA”: LA SOTTOSEGRETARIA ALLA GIUSTIZIA, ANNA MACINA, EX GRILLINA E ORA IN “IMPEGNO CIVICO”, RICORDA DI QUANDO IL CARROCCIO PRESENTÒ UN EMENDAMENTO PER SOPPRIMERE IL DIVIETO DI RICEVERE CONTRIBUTI DA GOVERNO STRANIERI

Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile

“NON FECI CONGETTURE, DI SICURO AVEVANO UN FORTE INTERESSE. MI PARVE ASSURDO INSERIRE QUELLA RICHIESTA IN UN PROVVEDIMENTO CHE PARLAVA DI TRASPARENZA”

La sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina, ex 5 Stelle e oggi in Impegno civico, durante il governo Conte uno era capogruppo alla commissione Affari costituzionali della Camera.
Lega e Movimento discutevano il varo della legge cosiddetta “spazzacorrotti”. Sono i giorni che seguono l’incontro moscovita del 18 ottobre 2018 tra Gianluca Savoini e misteriosi emissari vicini al presidente Putin.
Al comma 2 della legge era scritto che «ai partiti e ai movimenti politici è fatto divieto di ricevere contributi provenienti da governi o enti pubblici di Stati esteri, da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero». Sul tavolo arriva un emendamento leghista che propone semplicemente di sopprimere il comma.
Come andarono le cose?
«La richiesta era molto strana, inserirla in un provvedimento che parlava di trasparenza dei finanziamenti dei partiti, dove ci si proponeva il massimo tracciamento, mi parve assurdo».
Quindi si oppose subito?
«Chiamai Luigi Di Maio, era lui il capo politico del partito. Ci confrontammo stabilendo la linea: dovevamo essere irremovibili».
Era un emendamento mirato a possibili finanziamenti dalla Russia?
«Non feci congetture, di sicuro avevano un forte interesse. Ho il flash di una riunione tutta centrata sul punto, con Igor Iezzi della Lega».
Cosa le disse?
«Provò a spiegarmi che se ci fosse stato un imprenditore residente all’estero che voleva sostenere la Lega, che male ci sarebbe stato?
Risposi che in una democrazia erano inopportune ingerenze dall’estero, di qualsiasi tipo».
E alla fine?
«Venne ritirato»
I rapporti con la Lega erano già ai ferri corti?
«In quel momento no, il governo era partito da pochi mesi e ognuno aveva degli obiettivi da raggiungere, per noi c’era il decreto dignità e il reddito di cittadinanza. Non posso avere certezze sulle loro mire specifiche, però fu importante opporsi, anche con il sostegno del nostro capo politico di allora».
(da la Repubblica)

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TANTO PER CAMBIARE, C’È UNA MORTE MISTERIOSA IN RUSSIA: È DECEDUTO VLADIMIR NIKOLAYEVICH SUNGORKIN, DIRETTORE DELLA KOMSOMOLSKAJA PRAVDA, STORICO GIORNALE FILO-CREMLINO

Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile

IL GIORNALISTA STAVA VIAGGIANDO CON ALCUNI COLLEGHI QUANDO HA PERSO IMPROVVISAMENTE I SENSI. SUL SUO CORPO CI SAREBBERO SEGNI DI “SOFFOCAMENTO”

Altra morte eccellente, e misteriosa, in Russia.
Il direttore della Komsomolskaja Pravda, Vladimir Nikolayevich Sungorkin, è deceduto mercoledì: aveva 68 anni e nel suo corpo ci sarebbero segni di “soffocamento”. Stava viaggiando verso Khabarovsk con alcuni colleghi, prima di dirigersi a Mosca, quando ha perso improvvisamente i sensi.
Poco prima, aveva detto ai colleghi: “Dovremmo trovare un bel posto da qualche parte… per il pranzo”.
Il suo collega Leonid Zakharov ha spiegato che tre minuti dopo Vladimir ha iniziato a soffocare e il gruppo lo ha portato fuori a prendere aria.
Il medico che lo ha visitato inizialmente ha concluso che è morto per un ictus.
(da agenzie)

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“UN GIORNO TORNEREMO ANCHE IN CRIMEA. NON SO QUANDO, NESSUNO LO SA. MA IL MIO MESSAGGIO È CHE TORNEREMO ANCHE LÌ”

Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile

ZELENSKY: “CI SERVONO LANCIARAZZI MLRS, TANK LEOPARD, MEZZI CORAZZATI, DIFESE AEREE, DRONI, RAZZI”

Libera nos a malo… E dai russi. E da tutto questo dolore. Volodymyr Zelensky ha la mano sul cuore, issa il blu e il giallo sulle rovine riconquistate d’Izyum.
All’inizio s’ abbandona a un po’ di retorica della controffensiva: «Prima, guardando in alto, cercavamo sempre il blu del cielo e il giallo del sole, ora cerchiamo solo la nostra bandiera». Quindi va in primissima linea, cosa che Putin non ha mai fatto in questi mesi, e visita gli orrori dell’Ucraina appena liberata.
«Sempre le stesse violenze, le case distrutte, i civili uccisi». A Balakliya c’è una camera delle torture. Gelida, spoglia di tutto. E sul muro solo graffiti disperati.
Le ultime preghiere, il pianto dei condannati a morte. Il disegno d’una croce, con le parole del Padre Nostro: «E non ci abbandonare», «ma liberaci dal male»… Echi di sofferenze inimmaginabili. Pallido, «Ze» sgrana gli occhi: «La visita qui è davvero scioccante. Ma non per me. Perché queste cose abbiamo iniziato a vederle da Bucha, dai territori liberati. Quel che hanno fatto a Izyum, purtroppo, fa parte della nostra storia e della storia della Russia moderna».
Una certezza: «Sono sicuro che avremo i tribunali, i processi, i verdetti». Una promessa: «Un giorno torneremo anche in Crimea, sono passati otto anni. Non so quando, nessuno lo sa. Ma il mio messaggio è che torneremo anche lì».
8.500 chilometri quadrati e 388 villaggi liberati, 150 mila persone: è presto per chiamarla rivincita. Perché la guerra falcia ancora i migliori. Cade il primo ballerino dell’Opera di Kiev. Muore «Simba», il sergente paramedico Olga Simonova, che aveva rinunciato al passaporto russo per arruolarsi con gli ucraini ed era diventata il simbolo della riscossa: stava su mille manifesti, bionda e in divisa, ma l’altro giorno è saltata su una mina.
«Aspettiamo a suonare la fanfara», avverte il capo delle forze armate tedesche, Eberhard Zorn: Putin ha impiegato solo il 60% delle truppe, niente marina e aeronautica, anche se «oggi possiamo dire con certezza che non riuscirà più ad avere tutto il Donbass». Quattro giorni fa, a Izyum ci stavano i russi. Ora sono rinculati di 15 km, lasciando muri sforacchiati, negozi devastati, case scoperchiate. Spettri, pure: a Hrakove c’erano mille abitanti, ne restano una trentina, usciti dalle cantine a descrivere quegl’invasori «spaventati e paranoici» che sequestravano «perfino i nostri cellulari, per paura che usassimo i localizzatori». Zelensky ascolta, stringe mani, abbraccia. S’ abbandona all’ottimismo («arriveremo alla vittoria!») ed elogia il nuovo eroe ucraino, il generale Oleksandr Syrsky che ha condotto l’arrivano-i-nostri. «Ma la riconquista va rafforzata», spiega.
E ha una nuova lista della spesa per l’Occidente: «Ci servono lanciarazzi Mlrs, tank Leopard, mezzi corazzati, difese aeree, droni, razzi», elenca il suo caponegoziatore Mikhailo Podolyak.
Lo sanno tutti che i russi non staranno fermi a lungo: il ceceno Ramzan Kadyrov, dato per prossimo ministro della Difesa, irride «gli strateghi da divano che ci raccontano in ritirata», chiede a Putin «la legge marziale» in Russia, invoca rabbioso l’uso di «qualsiasi arma».
Guai a chi molla: lo zar fa smentire tre suoi collaboratori, intervistati da Reuters , che raccontano come a marzo l’inviato russo Dmitry Kozak avesse quasi raggiunto un accordo con Kiev per evitare lo scontro, ma fu stoppato dallo stesso Putin che all’ultimo cambiò idea. «Tutte invenzioni», dice il Cremlino.
(da il Corriere della Sera)

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BERLUSCONI: “PER I DISABILI CI VUOLE UNA LEGGE SUL ‘DOPO DI NOI’. PECCATO CHE ESISTA GIA’ DAL 2016

Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile

MA CERTI POLITICI NON CAPISCONO CHE FAREBBERO MEGLIO A TACERE SE NON SANNO DI COSA PARLANO?

Nella sua quotidiana “pillola” sul programma elettorale di Forza Italia Silvio Berlusconi oggi parla delle proposte per i disabili.
«Uno dei temi sui quali più insisto in questa campagna elettorale – dice il leader di Forza Italia – è l’aumento delle pensioni d’invalidità, come di quelle per gli anziani, ad almeno 1.000 euro mensili per 13 mensilità. Una cifra anche troppo esigua, soprattutto nelle grandi città del Nord, pensando ai costi che voi vi dovete accollare. Vedremo se potremo aumentarle».
Poi propone: «Ma non basta. Dobbiamo aiutare anche i genitori di un figlio disabile che vivono nell’incubo di quello che accadrà dopo la loro morte quando non saranno più in grado di prendersene cura. Per questo, una buona legge sul ‘Dopo di noi’ è un’esigenza sentita dalle famiglie alla quale ci impegniamo a dare una precisa risposta».
Ma in realtà una legge chiamata “Dopo di noi” per i disabili esiste già.
È stata approvata nel giugno 2016 su proposta dell’allora governo Renzi e si tratta del Ddl «Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno famigliare».
(da agenzie)

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